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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 10: IX.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

IX.

Sir William dubitava ciò che era accaduto; io non ebbi bisogno che di raccontargli i particolari.

Debbo rendere questa giustizia a sir William, che egli fu più offeso di me di questo affronto; mi offerse di partire quella sera stessa da Napoli senza nemmeno prendere congedo; ma ciò significava ritirarsi, cedere il campo di battaglia, era un confessare la disfatta; ciò non era quanto io voleva, io voleva vincere.

Insomma voleva essere presentata, volevo essere ricevuta a corte, come lo esigeva il mio diritto di ambasciatrice d’Inghilterra. Volevo ottenere l’esito che ho ottenuto dovunque volli ottenerlo, volevo infine vendicarmi di quella insolente regina, facendo dire ai suoi cortigiani stessi che io era più bella, e altrettanto intelligente e spiritosa di lei.

Io insisteva adunque perchè sir William dimandasse al re stesso una spiegazione sul contegno sdegnoso della regina.

Quando io penso oggi in quale accecamento orgoglioso mi aveva gettata la mia fortuna inopinata, mi maraviglio con me stessa della mia audacia.

Sir William non esitò punto di cedere alla mia volontà. Egli aveva per me una adorazione così insensata, che sembrava maravigliato al pari di me del contegno che Sua maestà aveva a mio riguardo.

Egli partì per Caserta, andò a trovare il re, e francamente entrò in questione, non lasciandogli punto ignorare che il suo futuro soggiorno a Napoli sarebbe una conseguenza del modo con cui si sarebbe condotto verso di me.

Il re amava assai William, non già per sir William, ma per lui stesso. Questo principe essenzialmente egoista era così fatto; sir William era buon camminatore, buon cacciatore, buon cavalcatore, e un compagno spiritoso e gaio; da parecchi anni il re si era fatto una necessità della sua compagnia, e avrebbe sentito la di lui mancanza.

Poi l’orizzonte politico cominciava ad oscurarsi dalla parte di occidente: il re di Napoli per quanto poco fosse versato negli affari, comprendeva che sir William, fratello di latte del re d’Inghilterra, compagno d’infanzia di Giorgio III, poteva, al caso di una rottura probabile colla Francia, essergli di un potente aiuto presso il gabinetto di San Giacomo; accolse dunque le sue parole con una perfetta dolcezza, e con quella bonomia, che in lui talvolta era naturale e talvolta finta; ma in questa circostanza, tanto bene rappresentata, era impossibile accorgersi che fosse stata una commedia.

— Mio caro sir William, gli disse, sapete voi la voce che corre?

— No, ma spero che vostra maestà mi farà la grazia di dirmela.

— Ebbene, corre voce che voi non siate ammogliato.

Sir William aveva preveduto il colpo; tirò dalla sua tasca il certificato del pastore protestante e lo presentò al re.

— Ecco, sire, diss’egli, questa è la mia risposta.

Il re lesse il certificato, lo volse e lo rivolse con un certo imbarazzo.

— Io non vi dico nulla di nuovo, dicendovi che vi sono molti cattivi a Napoli, non è vero? ebbene, quand’anche voi faceste affiggere il vostro certificato su tutti gli angoli delle strade, e che io con un editto ordinassi di credervi, sarebbero ancora capaci dì dubitarne. Finchè voi non avrete fatto riconoscere il vostro matrimonio alla corte d’Inghilterra, e che non avete presentato lady Hamilton al re Giorgio III, cosa che voi avreste potuto fare facilissimamente nei rapporti con cui siete con lui, non vi sarà più motivo per dire di no. E come mai voi non avete punto pensato a ciò?

Sir William guardò in faccia al re con uno sguardo il più scrutatore, ma fu impossibile di leggere più in là della maschera; Ferdinando aveva a sua disposizione un certo giuoco di fisionomia bonaria, che avrebbe fatto scambiare lui, il re astuto per eccellenza, per l’uomo più ingenuo del mondo.

— Va bene, sire, rispose sir William, voi mi date un congedo d’un mese, non è vero?

— Con mio grande rincrescimento, perchè non vorrei lasciare nemmeno per un giorno solo un compagno così buono come siete voi; ma se voi me lo comandate, e specialmente per un affare così importante, come quello di far riconoscere il vostro matrimonio, comprenderete bene che io non ve lo saprei rifiutare.

— Non ho dunque che a scrivere a Londra, perchè il mio arrivo non arrechi una brusca sorpresa.

— Aspettate, posso risparmiarvi questo ritardo.

— Ne sarò molto obbligato a vostra maestà.

— Or bene, le lettere che io ricevo da mio cognato l’imperatore d’Austria e da mio cognato il re di Francia, possono essere giudicate abbastanza importanti per essere comunicate senza ritardo a monsignor Pitt; dico monsignor Pitt, perchè da voi, è presso a poco come qui, il re non è nulla, ed il ministro è tutto; senza di che vi avrei detto al re Giorgio III. Vi confiderò gli originali stessi di queste lettere, con una mia autografa per mio fratello il re della gran Brettagna, e compiendo in tal modo la missione di cui v’incarico, voi farete il vostro affare come crederete.

Sir William non poteva desiderare di meglio; egli ricevette seduta stante, le lettere che doveva comunicare al re d’Inghilterra ed al suo ministro, e la sera stessa su di un piccolo bastimento della marina reale, che il re mise a nostra disposizione, partimmo per Livorno.

Sir William dovea consegnare, passando per Firenze, una lettera al gran duca Leopoldo, poi da Firenze dovevamo continuare il nostro viaggio in posta; la feluca reale attendeva il nostro ritorno a Livorno.

Si sarebbe detto che il tempo era d’accordo colle nostre impazienze, avemmo costantemente il vento favorevole, e facemmo la traversata in tre giorni.

Sir William, compì la sua missione presso il gran duca Leopoldo che trovò molto inquieto sul modo con cui andavano le cose di Francia.

Tutto accennava ad una prossima rivoluzione, ed i primi avvenimenti dell’anno 1789, in cui eravamo giunti, indicavano che questa rivoluzione sarebbe stata seria, e si sarebbe fatta sentire per tutto il mondo.

Egli non poteva adunque che approvare il viaggio di sir William a Londra, e lo scopo apparente pel quale aveva fatto questo viaggio; non era pure meno inquieto sul conto di suo fratello Giuseppe II, imperatore di Germania, la cui salute andava affievolendosi.

— Vedremo, disse egli, come da tutto ciò uscirà nostro cognato Ferdinando IV, che pretende di avere la felicità di non mantenere un filosofo nei suoi stati.

In tutti i casi egli avvisava che l’Austria, il re di Napoli, il santo Padre e tutti i principi d’Italia, dovessero fare una lega offensiva e difensiva, e stabilire una specie di cordone sanitario per impedire alle idee rivoluzionarie di passare le Alpi.

Noi partimmo da Firenze per la posta, attraversammo il S. Gottardo e la Svizzera, e arrivammo ai Paesi Bassi, ove ci imbarcammo per l’Inghilterra.

Arrivammo a Londra in punto a dieci mesi dopo che l’avevamo lasciata, e scendemmo al palazzo di sir William Hamilton.

Nello stesso giorno fu ricevuto dal re.

Io aspettava con una certa ansietà; ritornando a Londra, io era ritornata, per così dire, nella mia vita passata, e m’era trovata in faccia alla miseria ed alla vergogna dei miei primi anni; poteva venir qualche scrupolo al re, e se la mia presentazione fosse stata rifiutata a sir William, sebbene io fossi Lady Hamilton, ricadevo però più bassa di quanto era partita.

Sir William ritornò tutto in gioia; la mia presentazione doveva aver luogo il lunedì seguente; il re non aveva fatto alcuna difficoltà, e si era mostrato più che mai gentile, affettuoso e pieno di amicizia per lui.

Lo stesso giorno sir William mi espresse il desiderio di portare a Napoli un mio ritratto fatto da Romney, che allora era il gran pittore alla moda. Era impossibile che sir William non conoscesse punto le mie antiche relazioni con Romney; ma egli era così poco mio marito, che compresi benissimo che egli non lasciò a divedere di nutrire gelosia per questo grande artista.

Fu convenuto che alla mattina appresso saremmo andati a sorprenderlo nel suo studio in Cavendish Square.

Era troppo sicura della cortesia di Romney per avere bisogno di prevenirlo con una lettera di non vedere in me che Lady Hamilton; e più ancora sicura dell’impero che io aveva sopra sir William, mi faceva una festa della sorpresa, che avrebbe prodotto in Romney la mia presenza inaspettata.

Siccome sir William desiderava di avere il mio ritratto rappresentante un’Odalisca, vestii un magnifico abito turco, e salimmo in una carrozza chiusa che ci condusse a Cavendish Square, poco lungi dal palazzo di sir William.

Io conosceva quella casa; essa avea conservato, bisogna dirlo, alcuni dei miei buoni ricordi, e senza essere mai stata innamorata di Romney, nel senso che si accorda alla parola, io l’aveva amato teneramente, e la sua memoria non s’affaccia mai alla mia mente senza essere accompagnata da un sorriso del mio labbro.

Era sempre lo stesso domestico che lo serviva. Egli mi riconobbe, gli feci un segno indicandogli coll’occhio mio marito che mi seguiva; ed egli mi provò di aver compreso, domandandomi se doveva annunziare sir William e Lady Hamilton; gli risposi di no, volendo fare al suo padrone una visita d’amicizia e non di cerimonia, e che ci saremmo annunciati da noi.

Si ritirò e mi lasciò passare.

Entrammo nello studio di Romney; le quattro parti del mondo erano state messe a contribuzione per adornare questo splendido tempio dell’arte: trofei che riunivano le più belle armi dei popoli selvaggi e dei civilizzati, le frecce dell’Indiano della Florida, i cangiar dell’Asia e le spade di Damasco, le pelli di tigre del Bengala, le pelli di leone dell’Atlante, d’orsi della Siberia e di pantere della Persia, sparsi sotto i mobili, si stendevano sotto i nostri piedi, e tappezzavano la base delle pareti coperte da meravigliosi schizzi dell’autore che visitavamo. Non vi era un angolo in questa vasta camera ove l’occhio potesse riposare senza cadere su di un oggetto prezioso, e per valore materiale e per valore artistico.

Romney era occupato a dare l’ultimo tratto di pennello ad un’Erigone che si rotolava con una tigre su di un tappeto di fiori. L’Erigone aveva una lontana somiglianza con una certa Emma Lyonna, e provava che questa Emma Lyonna non era affatto scomparsa dalla memoria del pittore.

Al rumore della porta non si mosse: senza dubbio aveva semplicemente creduto che il suo domestico fosse venuto per mettere l’ordine o il disordine in qualche cosa.

Gli toccai la spalla colla mano, si volse, mi riconobbe, mise un grido, e scorgendo mio marito si levò facendomi un inchino.

— Ancora più bella di prima, mi disse, non l’avrei creduta possibile una tal cosa; poi volgendosi a sir William:

— Accogliete tutti i miei complimenti, milord, gli disse, e ditemi tosto se posso avere la fortuna d’esservi utile in qualche cosa.

Poi colla sua maravigliosa cortesia, Romney, come se mi vedesse per la prima volta, ci fece gli onori del suo studio.

Sir William gli disse che desiderava un mio ritratto alla foggia in cui mi trovava.

Romney tutto contento, prese all’istante una gran tela e schizzò tutta la composizione.

Si convenne che vi andassi tutti i giorni per la posa, e Romney promise che in capo ad otto giorni il ritratto sarebbe finito.

Il giorno dopo sir William mi condusse a Cavendish Square, ma siccome doveva andare in varii luoghi, si contentò di lasciarmi nel suo studio, e ritornò alla carrozza, promettendomi di venirmi a prendere fra due ore.

In queste due ore Romney ebbe la garbatezza di non dirmi una parola, di non fare la minima allusione che potesse ricordare la nostra intimità passata; mi parlò di Roma e di Napoli, discorremmo un po’ di tutto, e promise di venirci a fare una visita.

Era, lo confesso, un poco punta da una tale delicatezza: io la comprendeva, ma mi stringeva il cuore.

La donna anche quando oblia, non vuol essere dimenticata.

Sir William ritornò più tardi di quanto aveva detto, di modo che il ritratto andava avanti. Aveva veduto monsignor Pitt, gli aveva mostrato le lettere di Maria Antonietta e dell’imperatore Giuseppe II, e aveva parlato a lungo degli affari di Francia.

Le cose andavano alla peggio, il freddo e la fame sembravano essersi data la parola per far dei Francesi altrettanti diavoli arrabbiati.

Si parlava della riunione degli Stati Generali pel 4 aprile. Monsignor Pitt fissava a quell’epoca il principio della rivoluzione.

Sir William aveva ricevuto pieni poteri di trattare a Napoli gli affari d’Inghilterra come egli intendeva, salvo sempre, ben inteso, l’onore e gl’interessi della Gran Bretagna.

Non disse nulla di tutto ciò, s’intende, dinanzi a Romney; ma a me sola riconducendomi a casa.