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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 11: X.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

X.

Il lunedì seguente, 20 marzo 1789, giorno della mia presentazione, non vi fu seduta da Romney, ben si intende: tutta la giornata fu consacrata ai preparativi di questa grande cerimonia e particolarmente alle cure della mia toletta.

Dopo la mia presentazione vi fu gran ballo a Corte.

Il re, vedendomi a comparire, mi venne incontro con una galanteria graziosa, mi offerse la mano e mi condusse al mio posto, non cessando di parlarmi, se non per trattenersi con sir William.

Il re mi aveva appena lasciata, che il principe di Galles venne alla sua volta; allora, mio malgrado la mia testa era occupata da un solo pensiero; cioè quando mi trovava semplicemente vestita da dama di compagnia sul terrazzo di miss Arabella, la sera in cui essa aveva ricevuto il principe di Galles: mi pareva di vederli tutti e due alla finestra, poi ritornare nella sala, e quantunque esposti a mezza luce, mi parvero brillanti di gioventù e di desiderio.

Non so ciò che il principe mi disse, nè mi ricordo ciò che gli risposi: tutte le fibre della memoria mi distoglievano la mente dal presente, e la facevano viaggiare a ritroso nel passato: dovetti sembrare stupida al principe.

Questa sera fu per me una serata di orgoglio e di dolore. D’orgoglio, perchè aveva raggiunto il mio scopo; ricevuta ufficialmente alla Corte d’Inghilterra, come sposa di sir William Hamilton, nessuna altra corte poteva rifiutarsi di ricevermi, e come ambasciatrice di una grande potenza, veniva per rango immediatamente appresso alle principesse del sangue; di dolore, perchè ogni sorriso, ogni sguardo obliquo, ogni parola detta all’orecchio, mi sembrava un insulto, che strisciando sotto l’erba, era pronto a levare la testa tostochè io fossi uscita.

Sir William era maravigliosamente tranquillo e soddisfatto: se per diventare sua moglie io fossi uscita dal chiostro più austero, dal convento il più chiuso, non sarebbe parso più altero di me.

Però quella sera mi parve lunga, e benchè mi fossi ritirata ad un’ora di giorno, pure mi sentiva affranta.

Il giorno dopo mi guardai bene dal mancare alla seduta; aveva bisogno di vedere un viso amico; sentiva che quella sera non aveva veduto che delle maschere.

Romney era uscito per affari indispensabili, mi fece dire che mi pregava di perdonargli, ma che lo aspettassi.

Sir William, che ancora in quel giorno doveva andare in varii luoghi, prese la carrozza e mi lasciò da Romney.

Io l’aspettava con una suprema impazienza, era io che dovea dargli le notizie; e mi sembrava che egli dovesse darmene.

Così, quando intesi il suo passo, quando riconobbi la sua voce nella camera vicina, quando vidi aprirsi la porta, mi slanciai verso di lui per interrogarlo.

— Ebbene? gli dimandai.

Qualche cosa di consimile balenò pure alla sua mente, perchè quantunque fosse vaga la mia interrogazione, egli rispose direttamente alla mia idea.

— Ebbene, ieri voi avete avuto un esito strano; questa mattina sono corso per la città per avere vostre notizie, e non ho veduto che delle donne furiose; sembra che ieri foste miracolosamente bella; si parla di tre duchesse morte di gelosia; altre vedendo il re condurvi alla vostra sedia, ed il principe di Galles a parlare con voi, si sono morse le dita per la collera, e minacciano di diventare idrofobe. Finisco ora d’aver schizzato il ritratto di Lady Craven, che è una buona inglese puro sangue, e che ora, dopo 14 anni d’unione, ha ottenuto il suo divorzio da Lord Craven. Essa era là e rise di tutto cuore vedendo i visi che vi facevano; le dissi che vi avrei veduta da me, essa mi rispose semplicemente: — «fatele i miei complimenti, e ditele che è la più bella creatura che abbia mai veduta.»

Io presi la mano di Romney, e gliela strinsi di tutta forza; avrei desiderato di abbracciarlo; egli m’ispirava nelle vene il sentimento divino della vendetta soddisfatta.

Il giorno dopo tutti i giornali rendevano conto del ballo di corte: alcuni non mi risparmiarono; ma non importa, la mia causa rispetto alla regina di Napoli era vinta.

Al settimo giorno il mio ritratto era finito; ma a motivo degli accessorii orientali, di cui mi aveva circondato Romney, era diventato un quadro più che non un semplice ritratto. Sir William del resto maravigliato del talento con cui era eseguito, chiese a Romney di spingere la compiacenza fino a voler ricominciare il lavoro, e farne un altro tanto semplice quanto l’altro era lavorato.

Romney non chiese di meglio. Egli pretendeva di avere tanto piacere di lavorare vicino a me, che non avrebbe voluto mai altro modello.

Nel giorno stesso, in cui finì il primo, incominciò il secondo; esso era di una semplicità veramente greca.

Aveva la testa spoglia che, veduta di faccia, era un po’ inclinata sulla spalla destra; i miei lunghi capelli sciolti cadevano ondeggianti sul mio petto velato appena da una tonaca di mussolina; un mantello di cascemiro rosso mi copriva le spalle: il mio solo gioiello era una cintura d’oro cesellata alla foggia araba, che incastonava un cammeo rappresentante Sir William Hamilton. Questo che a mio parere era ancor superiore al primo fu finito in cinque giorni. Fu quello che fu dato da Sir William a Lord Nelson, e che questi aveva nella cabina del Fulminante, e che mi fu restituito dopo la sua morte, e che nella meschina capanna in cui scrivo queste memorie, ancora oggi è appeso a lato al suo. Nei miei momenti di miseria mi furono offerte fino a 12,000 lire dei due ritratti; non ho voluto mai separarmi da loro; essi saranno la dote della mia Orazia.

Durante il nostro soggiorno a Londra, Sir William diede qualche serata, ove fu invitata tutta la gentry della capitale; qualche donna che aveva creduto opportuno di farsi ritrosa passando al di là della quarantina, non giudicò conveniente di onorarle della sua presenza; ma le giovani e belle donne dell’aristocrazia non vi mancarono. Sir William volle che in due di queste serate rappresentassi alcune scene di carattere; in una recitai il soliloquio di Giulietta, nell’altra cantai la scena mimica della Nina.

Quella sera produssi un vero entusiasmo; Romney principalmente era come un pazzo.

Il giorno dopo scrisse ad uno de’ suoi amici.

«Nella mia ultima lettera credo di avervi informato che era a pranzo da Sir William e sua moglie; alla sera molte persone della nostra prima società eransi riunite per udirla a cantare: nel serio come nel comico, per la sua grazia come per il suo ingegno, essa eccitò l’ammirazione di tutti; ma la sua Nina sorpassò ciò che si può vedere, ed io credo che nessuno non saprebbe eguagliarla, per l’anima che vi mette: tutta la società era a bocca aperta, tanto la sua scena è semplice, grande, terribile e patetica.»

I miei due ritratti furono imballati colla più gran cura, e Sir William non volendosi separare da ciò che chiamava il suo tesoro, combinò in modo di prenderseli in viaggio con noi.

Lasciammo Londra il 20 aprile; per curiosità Sir William volle ritornare per Parigi. L’Inghilterra che doveva fare una guerra così accanita alla Francia, era ancora in pace con essa. Nulla impediva dunque a Sir William di seguire a questo riguardo la sua fantasia.

Arrivammo il 26 in buon punto per essere spettatori di una sommossa; grazie dell’avviso! quella sommossa fu quella che prese il nome dal sobborgo S. Antonio.

Sir William aveva fatto ogni premura per vedere l’apertura degli Stati generali che doveva aver luogo il 27.

Arrivando, intese che era rimessa al 4 di maggio.

Invece dell’apertura degli Stati generali, avemmo l’incendio ed il saccheggio del magazzino Reveillon.

Si sapeva fin dal giorno prima che qualche cosa doveva succedere; perchè alla sera Sir William entrò con un permesso per vedere la Bastiglia.

Noi ne approfittammo pel giorno seguente.

Mano mano, che noi ci avvicinavamo alla Bastiglia, la folla si faceva più numerosa; credevamo di non poter mai arrivare colla nostra carrozza alla porta d’entrata.

Finalmente ci entrammo, ma in mezzo ai fischi ed alle ingiurie; il popolo francese mi parve ben mutato dall’epoca in cui l’aveva veduto la prima volta.

Il signor Delaunay, prevenuto che l’ambasciatore d’Inghilterra e sua moglie visiterebbero la Bastiglia, ci attendeva per farci egli stesso gli onori del castello reale.

Ci chiese prima se volevamo vedere i suoi prigionieri, almeno quelli che gli era permesso di mostrarci.

Mi informai se mi era permesso di liberarne qualcuno.

Il signor Delaunay mi rispose che la sua cortesia non poteva andare fin là.

— Allora, gli dissi, non potendo far nulla per essi, desidero piuttosto di non vederli.

— Che volete vedere allora? Parigi dall’alto della torri?

La cosa era molto facile; il signor Delaunay, ci precedeva col cappello in mano, e per quante istanze gli feci non volle mai metterlo in testa.

Io diceva a me stessa, come mai un gentiluomo tanto cortese e di sì belle maniere, poteva essere così spietato, o piuttosto così cupido verso i suoi prigionieri.

Si raccontavano di lui dei tratti di avarizia incredibili. Tutti gl’impieghi della Bastiglia, fino a quello di guattero, si vendevano e dipendevano da lui. Con sessanta mila lire di stipendio, dicesi, che trovava modo di formarsene centoventi, egli guadagnava su tutto: sulla legna, sul vino. Il terrazzo di un bastione era stato convertito in giardino per il passeggio dei prigionieri; egli trovò modo di ricavarne cento franchi l’anno affittandolo ad un giardiniere.

Quando fummo in cima alle torri, da un lato spingevamo lo sguardo fino in fondo al baluardo del Tempio, dall’altro fino al giardino del re, verso oriente fino alla barriera del trono, e ad occidente fino agli Invalidi.

Di là solamente potemmo apprezzare quanto fosse numerosa la folla a traverso la quale eravamo passati, e che ora dominavamo.

Tutta questa folla si recava verso il sobborgo San Antonio, e sembrava irritata, ed alcuni in passando facevamo i pugni alla Bastiglia.

Il signor Delaunay se ne rideva.

Gli chiesi donde veniva tutto questo rumore e tutti questi clamori del popolo.

Mi rispose che il popolo di Parigi, preso da vertigine e pieno di malvolere, pretendeva morire di fame; ora il cartaio Reveillon, uno di quegli aristocratici del commercio, — i peggiori fra gli aristocratici, — sosteneva che l’operaio guadagnava ancor troppo, e che abbisognava ridurre la sua mercede giornaliera a quindici soldi; si aggiungeva che doveva essere decorato del cordon nero di S. Michele dalla corte che si assicurava in lui un elettore realista.

Tutta questa comitiva era diretta verso la sua casa; le grida che metteva eran grida di morte contro il cartaio.

Per fortuna egli era nascosto, e non lo si trovò in casa: allora in un momento, con un fascio di paglia, si fabbricò un fantoccio, un rigattiere recò un abito vecchio, e tostochè il fantoccio fu vestito, gli si aggiustò un cordone nero al collo, e lo si appese in cima ad una pertica, e la si faceva passeggiare per le vie di Parigi.

Il corteggio ripassò innanzi alla Bastiglia per andare ad abbrucciare il fantoccio al palazzo municipale, ma allontanandosi minacciò di venire il giorno dopo ad appiccare il fuoco alla casa.

— Se voi volete vedere ciò, ci chiese galantemente il signor Delaunay, ritornate dimani alla stessa ora; sarà una cosa curiosa, io credo.

— Ma, gli diss’io, dal momento che questa gente manifesta apertamente la sua intenzione, dimani la polizia prenderà le sue misure e si opporrà.

— Oh Milady, disse ridendo il signor Delaunay, voi vi credete ancora in Inghilterra ove un conestabile col suo piccolo bastone disperde, toccando il capo della sommossa, un assembramento di cento mila persone. Disingannatevi, Milady; noi siamo in Francia, ed in Francia quando il popolo comincia a farne delle sue, non si ferma là così. Fatemi l’onore di accettare dimane un asciolvere; metterò un uomo in sentinella sulle torri per avvertirci quando lo spettacolo comincerà, e vi prometto alle frutta un saccheggio che sarà forse un incendio.

Guardai in faccia a sir William; egli lesse nei miei occhi il desiderio che aveva di assistere allo spettacolo promesso; e siccome egli non aveva altra volontà che la mia:

— Signore, disse, eccettuato l’asciolvere, io e Milady accettiamo l’offerta che ci fate.

Il signor Delaunay fece un inchino.

— C’è un male, però, signore, diss’egli; le due offerte vanno insieme e non possono essere disgiunte; mi si offre un’occasione di ricevere alla mia tavola uno dei primi dotti del mondo forse, e senza dubbio la più bella donna di Inghilterra, e quest’occasione non la lascerò sfuggire.

Io era maravigliata e nel medesimo tempo accarezzata da questa galanteria francese, che sorgeva come un fiore naturale fin dalle fessure delle pietre di una prigione.

— Ebbene, signore, gli dissi, io accetto anche in nome di mio marito: ma ad una condizione.

— Una condizione posta da voi, Milady, si accetta ad occhi chiusi, foss’anche quella di consegnarvi le chiavi della Bastiglia; dite questa condizione.

— Che voi ci darete l’ordinario dei prigionieri, onde mi ricordi di aver pranzato in una prigione.

— Su questo punto vi posso soddisfare, Milady; vi prometto l’ordinario dei prigionieri.

— In parola d’onore?

— Da gentiluomo.

— Io gli porsi la mano.

— So bene, gli dissi, che quando un Francese ha detto ciò, si farebbe piuttosto ammazzare che mancare di parola. A dimani, signore.

E in ciò, ci accomiatammo dal galante governatore della Bastiglia.