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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 12: XI.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

XI.

In attesa dello spettacolo promesso pel giorno seguente, sir William mi chiese dove desiderassi di passare la sera; senza esitare risposi: alla Commedia francese. Il teatro era e fu sempre la mia passione, e quando penso che se al momento della mia miseria Drury Lane non fosse stato incendiato, probabilmente vi avrei fatto le mie prime prove e sarei diventata la rivale di Maria Siddons, in vece di essere diventata quella di Aspasia.

Ciò sarebbe stato probabilmente meglio per la salvezza dell’anima mia e per la tranquillità della mia coscienza.

Si rappresentava la Berenice di Racine.

Sir William mandò a prendere un palco; gli si rispose che non ve n’erano più.

Nessun palco disponibile! in mezzo alle sommosse ed alla carestia; non è nemmeno credibile.

Chiedemmo la causa di quell’affluenza; ci si rispose che un giovane tragico, che da due anni appena calcava la scena, e che otteneva gli applausi più grandi e più meritati, rappresentava per la prima volta in quella sera la parte di Tito.

Chiesi che nome aveva; — si chiamava Francesco Talma.

Sir William mi vide talmente contrariata per questo contrattempo, che scrisse in quel momento al suo collega ambasciatore d’Inghilterra presso la Corte di Francia per chiedergli se per avventura non avesse un palco da dargli per la commedia francese.

Sua signoria che probabilmente non era ammogliato, o aveva una moglie che non amava la commedia, rispose che con suo grande rincrescimento non poteva soddisfare al desiderio di sir William; Sua signoria non teneva palco.

Era talmente disperata, che pregai sir William di far salire l’albergatore e d’interrogarlo per sapere se conoscesse qualche mezzo per procurarsene uno, ovvero alcuni posti qualunque fossero.

— Non conosco che un solo mezzo, ci disse: scrivere al signor Talma in persona.

Sir William fece un movimento di rifiuto.

— È un giovane educatissimo, diss’egli a sir William, che conosce la migliore società di Parigi; è un eccellente patriota, e certamente se Vostra Signoria si degna di onorarlo, farà tutto ciò che potrà per procurarle il piacere di vederlo.

Sir William si volse dalla mia parte per interrogarmi su di ciò che doveva fare; egli mi trovò colle mani giunte e col viso supplichevole.

— Ebbene, diss’egli, giacchè lo vuoi.

Prese la penna e scrisse:

«Sir William Hamilton ambasciatore di S. Maestà Britannica, e Lady Hamilton sua moglie hanno l’onore di presentare i loro complimenti al signor Talma e di esprimergli il desiderio di vederlo a rappresentare questa sera la parte di Tito; tutte le loro premure per procurarsi un palco sono state vane; essi si trovano obbligati, anche a rischio di rendersi importuni, di ricorrere a lui e di chiedergli due posti nella sala, qualunque fossero, purchè una Lady vi possa andare».

«27 aprile 1789»

— V’incaricate voi di far ricapitare questa lettera al signor Talma? dimandò sir William all’albergatore.

— Certamente, è la cosa più facile del mondo.

— E di farci avere la risposta?

— Più ancora, mylord, disse il nostro albergatore; per essere sicuro che la commissione sia ben eseguita, vado a farla io stesso.

E senza aspettare i nostri ringraziamenti, partì portando seco la lettera.

— Davvero, mormorò sir William, a malincuore bisogna convenire che questo popolo francese è pure assai garbato; peccato che sia tanto leggiero.

Sir William era lungi dal dubitare che i francesi si correggessero presto della qualità per cui li lodava, e del difetto di cui li rimproverava.

In capo ad un quarto d’ora il nostro albergatore ritornò tutto giulivo; aveva un viglietto in mano.

— Voi avete un palco? esclamai scorgendolo.

— Sì, l’ho, diss’egli, sollevando in aria il viglietto, eccolo.

Gli presi di mano il viglietto; esso racchiudeva una piccola cartolina con queste cinque parole:

Buono pel mio palco. —

Talma

e più sotto.

Entrata degli artisti. —

Io m’impossessai tutta contenta del palco.

— Aspettate, mi disse sir William; Tito ci fa l’onore di risponderci.

— Ah vediamo, e lessi:

«Il cittadino Talma è dolentissimo di non poter offrire all’illustre sir William Hamilton ed a Milady Hamilton che il suo palco posto sulla scena. Ma, come si trova, glielo offre coll’espressione della sua riconoscenza la più tenera, per avere voluto pensare a lui.

«27 aprile 1789.»

Era impossibile di contenersi meglio nei limiti della convenienza più assoluta.

Alle sette ore e mezza precise noi eravamo in teatro. Il portiere che ci attendeva al portone ci fece attraversare la scena, e ci condusse al palco.

Era facile di vedere che colui che ce lo prestava ci aveva messo tutta la galanteria di cui è capace un artista.

Un grande specchio decorava una parete; i mobili erano coperti da stoffe turche ricamate in oro; questo palco mi ricordava in miniatura lo studio di Romney.

Io era incantata di essere sulla scena, e aveva un piacere dieci volte maggiore che se fossi stata nella sala, fosse stata pur messa a mia disposizione la loggia reale.

Aspettava con impazienza che si levasse il sipario. Ma per questa attesa ebbi anche uno spettacolo più curioso di quello della tragedia, quello del dietro scena.

Tutti gli artisti si trattenevano dal loro collega Talma, e si facevano dimande sulle nuove eccentricità della foggia di vestire che egli si sarebbe permesso. Essi chiamavano eccentricità quel lavoro pieno di scienza a cui si dedicava Talma per ricondurre il teatro alla verità storica. In fine la campana si fece sentire, si diedero i tre colpi, il direttore dispose gli artisti, e si levò il sipario.

Confesso che quando Talma entrò alla prima scena del secondo atto, misi un grido di ammirazione. Mi sembrava di veder camminare una statua romana.

La testa particolarmente era superba, i capelli tagliati corti ed arricciati alla foggia antica, la corona d’alloro d’oro posava sui suoi capelli; il mantello di porpora, non già attaccato ma gettato senza cura sulle spalle, permetteva a chi lo portava di avvolgerselo in mille guise; tutto ciò dava una singolare verità all’artista che riconduceva gli spettatori a 1700 anni addietro.

Tutti gli altri commedianti mi sembravano maschere.

La parte di Berenice era sostenuta, per quanto mi posso ricordare, da una giovine e bella artista chiamata madamigella Vestris; essa aveva un abito all’antica, i capelli incipriati e il guardinfante.

Quando entrò alla quarta scena del second’atto, e si trovò in presenza di Tito, fece dapprima un movimento di sorpresa, poi represse un violento scoppio di riso; Tito aveva le braccia e le gambe ignude, mentre gli altri avevano delle maglie di cotone, e dei calzoni di seta.

Pure declamò con tutta l’anima che potè mettere nella sua lunga parlata, che cominciò con questo verso:

«Non ti lagnar, signor, se un indiscreto

zelo mi spinse.... ecc.

e finisce:

«Signor! presente almeno ero al pensiero?»

Ma finito questo verso, invece di ascoltare la risposta di Tito, lo guardò da capo a piedi, mentre che Tito le diceva alla sua volta:

«Donna, non dubitar! n’attesto il Cielo,

Berenice a’ miei occhi è ognor presente,

Tempo od assenza ti rinnovo il giuro,

Non possono rapirti al cor che t’ama.

— Mi perdoni Iddio, Talma, mormorò la donna, ma voi non avete la parrucca, ma voi non avete la maglia; ma voi non avete i calzoni.

Poi mentre Talma avea finito quanto doveva dire, le rispose:

— Cara amica, i Romani non ne portavano.

Ed essa ripigliava con una nuova tenerezza:

«E vuoi giurarmi

Un affetto immortal, se tu mel giuri

Freddamente così?

Confesso che mi gettai indietro sullo sfondo del palco per poter ridere in tutta libertà, mentre Sir William, nella sua qualità di antiquario, si sfiatava a dire:

— Ma ha ragione, ha perfettamente ragione. Bravo quel giovane, bravo; voi sembrate una statua trovata ad Ercolano od a Pompei. Perge sic itur ad astra.

Il tragico fece un leggiero inchino verso di noi in segno di ringraziamento.

— Chi sono quelli che hai nel tuo palco? chiese con un fare sgarbato madamigella Vestris seguitando a recitare.

— Sono artisti inglesi, rispose Talma con un leggiero sorriso, che faceva valere anche per conto dell’amore che Tito aveva per Berenice.

— Sì, sì, artisti, signor Talma, esclamai io applaudendo, avete ragione, veri artisti.

I miei applausi raddoppiarono alla parlata di Tito; questa parlata, che aveva insieme del disordine, dell’amore e della dignità, fu ammirabilmente declamata dal giovine tragico.

Quando calò il sipario verso la fine del secondo atto, si udirono grandi applausi nella sala, si gettavano quasi fuori dei palchi e gridavano bravo. Ove noi eravamo non potevamo vedere; ma gli artisti si avvicinavano al sipario e guardavano dal foro che vi era praticato.

— Che c’è, che c’è dunque? chiedevano gli altri commedianti, a quello che aveva la fortuna di stare a quel foro.

— Bene, rispose, non ci mancava che questa.

— Ma che cosa?

— Ecco che quel pazzo di Talma ha trovato degli imitatori.

— Come? soggiunse uno del commedianti; vi sarebbe qualcuno in platea, che per avventura sia senza calzoni?

— No, ma vi è un giovane presso l’orchestra, che dopo l’atto è andato probabilmente a farsi tagliare i capelli: è acconciato alla Tito, ed è lui che si applaudisce.

Fra il secondo ed il terzo atto l’esempio fu imitato da tre o quattro giovani. All’ultimo atto Talma aveva una ventina di imitatori nella sala.

È inutile dire che da quella sera venne la moda di portare i capelli alla Tito.

Quando calò il sipario al quinto atto. — Dio mi perdoni questa empietà sul mediocre intreccio della Berenice, — sir William, prevenendo i miei desideri, fece dimandare dal portiere il cittadino Talma: — ricordiamoci che questo era il titolo che aveva preso quando ci scrisse, — se potevamo ringraziarlo nel suo camerino.

Ci fece subito rispondere che era un grande onore per lui, che non avrebbe ardito di aspettarsi; ma poichè noi eravamo disposti di farglielo, lo accettava con riconoscenza.

C’incamminammo verso il suo camerino: il corridojo era ingombro; però vedendo una signora che sembrava essere dell’alta società, ciascuno si ritrasse verso il muro, di modo che riuscimmo ad entrare.

Tito ci aspettava alla porta per farci gli onori del suo camerino; la nostra meraviglia fu grande quando rivolgendosi a noi in perfetto inglese, ci chiese, o piuttosto chiese a sir William se voleva o no conservare l’incognito.

Sir William rispose che non aveva alcun motivo di nascondere l’onore che egli faceva a sè stesso venendo a ringraziare un grande artista, facendogli i suoi complimenti, e che anzi desiderava di essere presentato alla società che si trovava nel suo camerino, e che dall’apparenza doveva appartenere alla classe più intelligente della società.

Sir William non s’ingannava: Talma ci presentò successivamente il poeta Mario Giuseppe Chenier, di cui dovea rispondere il Carlo IX; Ducis di cui facea fede il Macbet, il giovine Arnault di cui studiava il Mario a Minturno; La Harpe che lo tormentava per rappresentare il suo Wasa; il pittore David che gli dava i modelli del vestiario; il cavalier Bertin che cinque o sei mesi prima avea pubblicato il suo libro degli amori, e che al giorno seguente o l’altro doveva partire per S. Domingo, ove dovea morire l’anno dopo; Parny, che si chiamava il Tibullo francese, e che era in procinto di cantare la sua Eleonora, mentre suo fratello, con minor poesia forse ma con altrettanto spirito cantava madamigella Comtas. Infine cinque o sei altri giovani, che avevano tutti un nome, od erano per farselo.

Sir William ebbe la sua corte, ed io la mia. Egli entrò in una discussione sul modo di vestire degli antichi con David e Talma: mentre io faceva sui loro versi i complimenti al cavalier Bertin e Parny e essi me ne facevano sulla mia bellezza.

Sir William sempre preoccupato dei miei trionfi me ne procurava uno.

Egli invitò Talma, pregandolo d’invitare tutti gli amici che si trovavano nel suo camerino, di venire a passare la serata di domani all’hôtel des Princes.

Se Talma consentiva a declamare dei versi di Corneille, di Racine e di Voltaire, Lady Hamilton declamerebbe da parte sua il Shakespeare.

Talma era pregato di prevenire i suoi amici che la serata sarebbe terminata con una cena.

L’invito fu accettato all’unanimità; e ci ritirammo.

Noi avevamo, se vi ricordate, da ricondurvi per le due ore del giorno alla Bastiglia per asciolvere col governatore.