XII.
Ritornando, ringraziai Sir William Hamilton della piacevole serata che mi aveva fatto passare; l’arte in fin dei conti, mi sembrava sempre il mezzo al quale era destinata, e se seguitando la mia vera vocazione, avessi potuto entrare in un teatro, avrei certamente lasciato una riputazione eguale a quella di M. Champmesle e di mistress Siddons.
Il giorno seguente alla mattina feci venire due sarte, e feci loro il disegno di due vestiarj, che desiderava di avere per la sera; quello di Ofelia e di Giulietta. Dissi loro di prendersi in aiuto quante operaie volessero, purchè i due abiti fossero finiti per le otto ore della sera.
Le due sarte m’impegnarono la loro parola, e tanto sicura su questa parola, come lo era stata il giorno innanzi sulla fede di gentiluomo del signor Delaunay, salimmo in carrozza alle nove ore e mezza per condurci alla Bastiglia; ma arrivando al baluardo del Tempio, la folla era così grande, che ci fu impossibile di andare innanzi. Allora prendemmo la via del Tempio, e giungemmo sulla banchina della Senna dalla parte del baluardo Bourdon. Da questa parte lo spazio era libero, la sommossa non passava per la Bastiglia, ma volgeva a sinistra verso il sobborgo S. Antonio.
Il signor Delaunay ci attendeva e la tavola era messa con un gran lusso: c’invitò ad asciolvere senza ritardo, atteso che la sommossa sarebbe verosimilmente nel suo splendore verso mezzogiorno.
Alla prima portata, la profusione delle vivande e la finezza del vini ci accusavano che il signor Delaunay non aveva mantenuto la sua parola di darci l’ordinario dei prigionieri.
Ma egli al contrario:
— Milord, disse, voi mi avete imposto delle condizioni, ma in esse mi avete lasciato tutta la latitudine. Noi abbiamo alla Bastiglia prigionieri e prigionieri; prigionieri che sono principi del sangue, fino ai motteggiatori; ora per il vitto di un principe del sangue sono fissate cinquanta lire al giorno, per quello di un maresciallo di Francia trentasei, per quello dei generali e brigadieri ventiquattro lire, per quello di un consigliere quindici lire, per quello di un giudice ordinario dieci lire, per quello di un ecclesiastico sei lire, e per un motteggiatore uno scudo.
— Ebbene? gli domandai, non indovinando molto a che serviva questa lunga enumerazione.
— Ebbene, soggiunse, io vi tratto da principi reali, ecco tutto.
— Noi abbiamo allora la colezione del signor de Beaufort? gli domandai.
— V’ingannate, cara amica, disse sir William; il signor de Beaufort non è stato alla Bastiglia, ma a Vincenne; è il signor de Condè che è stato alla Bastiglia.
— Come? è qui che egli coltivava i suoi garofani! se ve rimane ancora, me ne dareste uno, signor governatore?
— V’ingannate ancora, disse sir William, quello che faceva il giardiniere era Luigi II, il gran Condè. Anch’egli è stato a Vincenne, a meno che non consideriate per essere stato alla Bastiglia l’esservi nato; allora è Enrico II suo padre, un sovrano assai triste che è stato alla Bastiglia.
— Alla buon’ora, disse il signor Delaunay; ecco un dotto inglese che può istruirmi sulla storia della mia fortezza. Alla salute della Torre di Londra, e che sgombri sempre i re d’Inghilterra dai suoi nemici, come la Bastiglia liberi i re di Francia dai suoi. Posso affermare a Vostra Signoria che il duca di Clarence non è stato annegato in un vino migliore di quello ch’ella beve in questo momento.
Avevamo appena vuotato i nostri bicchieri per dare ragione al signor Delaunay, quando venne uno ad annunciarci che se noi volevamo vedere la sommossa in tutta la sua bellezza, non avevamo un momento da perdere.
Il signor Delaunay ci voleva trattenere a tavola; ci affermava che avevamo tutto il tempo; ma la curiosità vinse: insistemmo e salimmo sulla torre più vicina al sobborgo S. Antonio.
Difatti, appena giunti a quel punto elevato, da cui non ci poteva sfuggire alcun particolare, noi vedemmo quella scena terribile in tutta la sua sconcezza.
— Ah! perdio! ci disse il signor Delaunay, volgendosi pian piano verso sir William: io posso non solamente mostrarvi il saccheggio di Reveillon, ma lo stesso Reveillon in persona.
— In che modo?
— Dimenticava di dirvi che ieri mattina, egli, sapendo che era minacciato nientemeno che di essere appiccato, è venuto a dimandarmi un asilo che io, ben inteso, gli accordai. Vedete quell’uomo piccino coi capelli crespi, col viso contratto, che sembra prendere tanto interesse a ciò che succede, e che si china fuori dal parapetto in modo da far credere ch’egli voglia gettarsi dalle mura?
— È lui?
— Egli stesso.
E perchè non ne dubitassimo:
— Eh! signor Reveillon, disse egli, che pensate voi di ciò che succede laggiù?
Reveillon raccapricciò.
— Io penso, signor governatore, disse egli, che se la Corte non avesse bisogno di una sommossa per guadagnar tempo per gli Stati Generali, si sarebbero spicciati presto con questa massa di saccheggiatori: guardate! non è mica una derisione?
Vi sono circa a due mila che saccheggiano la mia casa, e che probabilmente vanno a metterla in fiamme. — Ebbene, il signor di Besenval vi manda — quanti? — contiamoli: — dieci — quindici — venti — venticinque — trenta. — Il signor di Besenval invia trent’uomini per contenerne due mila, senza contare centomila spettatori che vi si divertono, e per conseguenza li spingono a continuare.
— Signor Reveillon, signor Reveillon, disse il signor Delaunay, mi sembra che voi parlate assai leggermente del governo di Sua Maestà, e mentre vi trovate alla Bastiglia vi potrete anche restare.
— Oh! disse il poverello, che la vista dei suoi mobili che gettavano dalla finestra metteva alla disperazione; io sono ben tranquillo; non è per i pari miei che la Bastiglia è fatta, ma per i gran signori; per voi, per esempio, se lo voleste.
E si fermò esitando.
— Ebbene? chiese ridendo il governatore.
— Voi non avreste che a dire una parola, e mi salvereste; perchè dimani sarò ridotto alla miseria.
— E quale parola avrei a dire?
— Voi non avreste che a dire: «fuoco,» ed uno dei vostri cannoni non avrebbe che ad obbedire, e la piazza sarebbe tosto sgombra.
— Ma, disse sir William al governatore, mi sembra che quest’infelice non abbia tutti i torti.
— Anzi, rispose il signor Delaunay, egli ha invece tutte le ragioni; ma io sono comandante di un castello reale, io non posso movere un cannone, nè abbrucciare un’esca senz’ordine del re.
Intanto il saccheggio andava crescendo. Dopo il saccheggio venne l’incendio; le fiamme cominciavano ad uscire dalle finestre. Allora vennero alcune compagnie di guardie francesi e fecero fuoco; due o tre di quel miserabili caddero, ma gli altri respinsero i soldati a colpi di pietra. — Io cercai cogli occhi di vedere Reveillon; non vi era più: senza dubbio la vista del saccheggio della sua casa l’aveva così profondamente rattristato, che non aveva potuto sopportarla più a lungo, ed erasi forse ritirato in qualche camera della Bastiglia.
Finalmente dopo due o tre ore, durante le quali si lasciò sbizzarrire a lor talento i saccheggiatori, vennero gli Svizzeri. I rivoltosi volevano fare a questi ciò che fecero alle guardie francesi; ma gli Svizzeri non erano di sì buona pasta, fecero fuoco davvero non già a polvere ma a palla, uccisero una ventina di persone e dispersero non solamente i saccheggiatori ma anche i curiosi.
Poi entrarono nella casa, trascinando fuori per la via degli uomini che sembravano morti e invece erano soltanto ubbriachi; quelli là li avevano trovati in cantina; ma alcuni, credendo di bevere il vino di Reveillon, avevano bevuto i colori della fabbrica, e morirono avvelenati.
In complesso vidi che una sommossa non era una cosa gaia come credeva; quella aveva cominciato coll’appiccare un fantoccio, e terminò col saccheggio e coll’incendio di una casa, oltre la morte di cinque o sei soldati e di una ventina d’uomini, che per essere dei miserabili non erano nemmeno uomini.
Noi ringraziammo il signor Delaunay della sua sommossa e del suo asciolvere; ma gli confessammo che la vista dell’una c’impediva di finir l’altro.
Lasciammo quindi a metà il suo ordinario dei principi reali, che, — debbo confessarlo, — era eccellente, e più facilmente che non eravamo venuti ritornammo a casa.
Quando quattro mesi dopo udimmo a Napoli la presa della Bastiglia e la morte del signor Delaunay, le due notizie ci fecero una impressione più profonda, avendo conosciuto il castello ed il suo comandante.
Solamente, si dimanda, quando si è veduto l’altezza delle torri, lo spessore delle mura, e la forza delle porte; come mai un popolo male armato, mal comandato, senza cannoni, senza macchine di guerra, prende una fortezza come la Bastiglia?
La questione si agita da venticinque anni, e la risposta non è ancor fatta.
Una volta ritornata a casa, mi occupai più dei preparativi della nostra serata. Vi metteva un certo vezzo particolare a conquistare i suffragi di una tale riunione di uomini intelligenti. Temeva solamente che gli avvenimenti della giornata non facessero torto ai nostri progetti della sera.
Ma io non conosceva ancora i Francesi, questo popolo proteiforme che trova tempo per tutto, che maneggia nello stesso tempo con eguale indifferenza, direi quasi colla stessa abilità, il fucile, la matita e la penna; che alla mattina fa una sommossa, alla sera coltiva le arti, e tutto ciò con una ferocia ed una delicatezza che non appartiene che a lui.
Alle otto ore le due sarte mi avevano mantenuto la parola, ed io aveva i miei due abiti; l’esattezza colla quale i nostri invitati si presentarono dalle nove alle nove e mezza ci provarono il piacere che avevano di trovarsi al convegno.
Si parlò dapprincipio della novella del giorno, della sommossa; vidi con stupore che tutti questi artisti, tutti questi poeti, tutti questi pubblicisti erano dello stesso parere, e se non ne incolpavano la corte erano almeno dell’avviso del povero Reveillon che vedeva abbrucciare il suo magazzino, cioè che la corte non si era opposta quanto avrebbe potuto.
Il poeta Chenier ed il pittore David andavano più oltre, e pretendevano che non solamente la Corte non si era opposta alla sommossa, ma che l’impulso veniva da essa. Essa sperava, dicevano costoro, che tutta questa turba affamata, tutti questi uomini senza pane, cinquantamila operai senza lavoro si unirebbero ai turbolenti e si metterebbero a saccheggiare le case dei ricchi; allora tutto muterebbe d’aspetto, la Corte avrebbe un eccellente motivo per concentrare una armata sopra Parigi e Versaille, e un pretesto eccellente per aggiornare gli Stati; ma, contro l’aspettazione della Corte, la moltitudine era rimasta onesta e si era astenuta.
Queste cose le dicevano con una tale convinzione, ed i loro uditori erano disposti a convenire nel loro avviso, che la mia coscienza ne era molto scossa. Quanto a sir William, la sua riserva diplomatica non gli permetteva di essere apertamente di questa opinione, ed io osservava che la lasciava manifestare senza altrimenti combatterla con dei forse e dei credete voi.
Ma siccome la riunione non aveva uno scopo politico, a poco a poco si cessò di parlare di affari, per ritornare alla poesia ed alla letteratura.
Il signor Talma, come ci era stato detto, era un uomo di un giudizio affatto superiore. Disponendosi a declamare l’Amleto di Ducis, si rammaricava con lui di dover molto sagrificare il gusto francese.
Mi parve che allora era il momento di far propendere la bilancia dalla parte di Shakespeare, e senza dir nulla entrai nella camera vicina; cinque minuti mi bastarono per addossare l’abito di Ofelia; e la discussione animata da sir William, che aveva compreso la mia intenzione, continuava ancora. Quando ad un tratto si aperse la porta, e nella oscurità opportunamente procurata nella stanza vicina, apparvi pallida e coll’occhio fisso come lo spettro di Ofelia, non vi fu che un grido nella sala, e ciascuno si ritrasse istintivamente innanzi a me per farmi posto.
La pazzia d’Ofelia, e le scene di Giulietta al balcone erano il mio trionfo. Io era riescita ad assicurarmelo tre o quatto volte a Londra, ove aveva declamato le due scene. La cosa era completamente nuova e per conseguenza doveva produrre un effetto maggiore; ma anche poche persone comprendevano l’inglese, e bisognava indovinare dalla mia fisionomia l’intenzione del poeta.
Per fortuna questa splendida scena della pazzia d’Ofelia non aveva bisogno di spiegazione, tanto la mimica che l’accompagna può diventare parlante; quasi ad ogni verso io era interrotta dagli applausi, che invece di aumentarne l’effetto non potevano che diminuirlo.
Anche Talma prevenendo il mio desiderio, supplicò che mi lasciassero almeno finire senza essere interrotta nei differenti periodi che la scena presenta.
Lo ringraziai con un segno di testa, e senza interrompermi nè essere interrotta, continuai sino alla fine della prima scena:
«Addio Milady, — la carrozza.»
Ma allora fu un vero scoppio d’applausi. Talma, chiedendomi perdono della famigliarità, si slanciò verso di me, e dichiarò che io era per niente affatto l’ambasciatrice d’Inghilterra, ma mistress Siddons che viaggiava incognita.
In conseguenza di ciò mi baciò la mano.
Confesserò di sfuggita che mai un gran signore, principe o re che mi avesse baciato la mano, non mi fece il piacere, anzi direi l’onore che mi fece Talma in questo momento.
E sir William lo comprese bene, egli così artista, poichè da parte sua prese la mano di Talma con un’affezione in cui entrava una parte di riconoscenza.
Corsi via dalla sala in mezzo alle grida che mi richiamavano. Si credeva la scena finita, ma Talma dichiarò che la scena era stata solamente declamata per metà e che rimaneva l’altra, vale a dire la più pittoresca e la più drammatica.
Io non voleva lasciar spegnere l’entusiasmo dei miei ammiratori; e ricomparvi quasi subito coi miei capelli sciolti, colla mia corona di papaveri e di avena selvatica, i miei fiori campestri e il mio velo.
Ho già detto una volta l’effetto che produssi in questa scena; si perdoni al mio orgoglio di ripeterlo; sono i soli trionfi che non mi hanno lasciato dei rimorsi, era la scintilla che aveva in me e che si manifestava: era la fiamma artistica che mi coronava della sua aureola.
Perchè Dio non ha permesso che io venissi nel mondo della intelligenza, invece di venire nel mondo della grandezza?
È inutile dire che il mio trionfo fu ancora più grande la seconda volta che la prima, e finì con una vera rampogna che Talma fece al povero Ducis per avere sfigurato l’Amleto di Shakespeare, al punto di non avere osato di introdurvi le due scene che io aveva rappresentato. Ducis sembrava interamente convertito all’idea di Talma; ma mi parve che volesse meglio lasciare il suo Amleto tale e quale era, che di rifarlo. Come l’abate Vertot il suo giudizio era fatto.
— Ve l’aveva ben detto, ve l’aveva ben detto, ripeteva Talma; colla vostra smania di tutto accomodare, è come il mio monologo, come il famoso Be or not to be che voi mi avete guastato. Guardate, mio caro Ducis, volete vedere come era in inglese? Guardate ed ascoltate. All’istante tutti gli fecero posto; mise per un momento la sua mano sul viso per dar tempo alla sua fisionomia di scomporsi: poi lasciando cadere lentamente la mano, colla fronte alta, l’occhio fisso, la testa bassa, cominciò in inglese, con un perfetto accento, il famoso interrogatorio, in cui la vita costringe la morte a confessarle i suoi segreti.
Talma fu sublime. Oh! se io fossi stata libera, se mi fosse stato permesso di rompere la mia catena dorata, oh come gli avrei detto: prendetemi, elevatemi con voi all’altezza ove voi poggiate, e non mi lasciate ricadere sulla terra se non attaccata al vostro cuore.
Ahimè! io aveva altri destini. Perdonatemi mio Dio, di non aver saputo scegliere, o piuttosto di non aver saputo aspettare.
A che serve dire il rimanente di questa serata d’ebbrezza! Dopo ventidue anni essa risplende ancora nella notte del passato, più splendida dei miei giorni più ridenti.
Restammo riuniti fino a giorno, senza che a nessuno dalle nove di sera fino alle sei del mattino fosse venuto in mente una sola volta di osservare l’orologio.