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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 15: XIV.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

XIV.

Aveva portato dalla Francia una quantità di abiti. Esitai qualche tempo nello scegliere la specie di toeletta con cui mi doveva presentare alla regina. Mi decisi per la più semplice.

Un abito di raso bianco, una piuma bianca nei capelli, uno sciallo di cascemiro azzurro chiaro sulle spalle, furono tutto il lusso che sfoggiai.

Alle dieci partii per Caserta: alle undici discesi ai gradini del grande scalone.

Al primo piano mi si aperse una porta che metteva in un corridoio. La regina mi aspettava nel suo piccolo appartamento.

Non ho bisogno di dire in che modo mi battesse il cuore; mi sentiva pallida, tutto il sangue mi affluiva al petto.

Infine dopo tre o quattro porte aperte e chiuse, se ne aperse un’ultima; e in mezzo ad un’abbagliamento udii il cameriere, che mi precedeva, pronunziare queste parole:

— Lady Hamilton.

Entrai senza vedere nulla; una densa nebbia si era stesa sui miei occhi, mi sentiva vacillare, volli fare una riverenza, fui costretta a tenermi ad una poltrona.

Sentii allora che mi si sosteneva alla vita.

— Che avete Milady? mi disse una voce benevola.

— Perdono, signora, balbettai, l’emozione mi fa l’onore tanto desiderato e tanto aspettato di trovarmi innanzi a Vostra Maestà.

— Ah! mio Dio, ma io sono dunque assai imponente?

— Voi siete regina, signora.

— Ecco quanto v’inganna; io sono una donna, e una donna che cerca un’amica; questa amica se voi me la recate, m’avrete dato più di quanto mai potrei darvi; ciò posto, sedetevi, e lasciatemi contemplarvi a mio bell’agio.

Feci un movimento per nascondere la mia testa fra le mani.

— Ma volete lasciarmi vedere questo bel viso, che io non ho veduto finora, che imperfettamente e alla sfuggita?

Allora misi due o tre grida soffocate, e poi diedi in uno scoppio di singhiozzi; mi era impossibile di contenermi, io soffocava.

— Ah! per esempio, esclamò la regina, non vi credeva pazza a questo punto: vediamo, vi debbo fare io delle scuse.

— Oh, signora, mormorai appena.

— Civetta, diss’ella, tutt’al contrarlo delle donne che si fanno brutte nel pianto, essa sa che le lagrime la fanno più bella ancora: vediamo, non vi è qui che una donna, è dunque inutile di fare la civetta, lasciatemi asciugare i vostri occhi, e discorriamo.

La regina mi voleva asciugare gli occhi, io mi gettai ai suoi piedi e le baciai la mano.

— Ecco che va già meglio, soggiunse, e quando vi avrò abbracciata saremo pari.

Ed essa mi abbracciò.

— Ah bene! disse la regina, ora che sono finiti i capriccietti, sedetevi qui vicino a me, e siamo buone amiche, meno che voi non lo vogliate, e allora non sarà colpa mia.

Non trovando di che risponderle, le sorrisi nel modo il più riconoscente.

— Suvvia, mi disse giuocando coi miei capelli; non mi piacciono le giornate che cominciano colla pioggia.

— Oh! signora, balbettai, chi mi avrebbe mai detto che una grande regina, che l’augusta figlia di Maria Teresa....

— Zitto, zitto, o piuttosto, a proposito di regina, so che avete veduto mia sorella a Versaille; nella sua ultima lettera mi scrive che le cose vanno alla peggio in Francia, che soffre assai, e deperisce a vista d’occhio; che vi ha di vero in tutto ciò?

— Ahimè, maestà, io non aveva veduto la regina di Francia da otto anni, e debbo confessare che in questi otto anni sembra aver dato un addio a tutto il lato bello e felice della vita.

— Ed io che non la veggo da diciannove anni, che sarebbe mai se la rivedessi. Povera Antonietta.

— Essa non ha che trentatre anni, replicai, ed a trentatre anni si è giovane.

— Ma non quando si è regina, rispose Carolina, inarcando le sopraciglia, e se poi gli affari continuano a farsi serii, toccherà a noi di....; ma lasciatemi ora osservare la vostra toletta.

— Non so se siete voi che andate bene al vostro abito, o se sia il vostro abito che vi sta dipinto; ma ciò che vedo si è che siete d’un gusto squisito; voglio farmene fare uno perfettamente eguale; noi sembreremo due sorelle.

— Oh! signora.

— Voi sarete la minore, s’intende; quanti anni avete, ventitre?

— Un poco più? ventisei, maestà.

— Il vostro volto ha un difetto impareggiabile, mia cara, quello di mentire in vostro vantaggio; tutt’all’opposto di me, io sono sempre sembrata più vecchia di quel che sono; voi non me ne fate perciò i complimenti, non è vero? Il vostro abito siamo intesi, io ne farò fare subito uno simile. E chi viene ora a disturbarci? ah sì, è il Re, lo riconosco al suo passo.

— Il Re, signora, esclamai alzandomi, io non sono così esperta, come avrete potuto scorgere, in fatto di etichetta; che debbo fare?

— Ma che! voi dovete rimanere; Sua Maestà poi non mi fa mai delle lunghe visite, i nostri atomi attraenti, come diceva il defunto signor Descartes, sono ancora da attrarsi.

In questo momento la porta si aperse, ed il Re entrò frettolosamente.

Del resto quando dico il Re; per fortuna che la regina mi aveva prevenuto col dirmi che riconosceva il passo del Re, perch’io certamente non lo avrei riconosciuto in quella specie di villanzone, che faceva invasione nell’appartamento di Maria Carolina.

Figuratevi un uomo ancor giovane, di statura alta, assai ben fatto, quantunque avesse i piedi troppo grandi e le mani troppo grosse; portava una calzatura da caccia con grandi uose di cuoio, un farsetto di pelle di daino, una giacchetta e pantaloni di velluto di un colore abbronzato, con una fronte ed un mento che sfuggivano innanzi ad un naso enorme, che gli dava l’aspetto non già di un’aquila ma di un pappagallo: pettinato colle oreilles de chien ed una coda en salsifis, e aveva in mano per le zampe tre tacchini che si dibattevano e chiocciavano quanto potevano: aggiungete a tutto ciò dei gesti comuni, ed un accento volgare, e avrete o quasi un’idea di ciò che era il re Ferdinando IV.

— Buon Dio, disse la regina, che vi è accaduto, signore; io sono solita a vedervi quando ritornate dalla caccia, ma oggi mi sembra che facciate meglio, mi pare che abbiate dei polli.

— Ah! mia cara maestra, disse Ferdinando, — egli chiamava con questo nome sua moglie nei suoi momenti di buon umore; visto che essa gli aveva o quasi imparato a leggere ed a scrivere; — voi che mi dite sempre che se non fossi Re, non avrei saputo guadagnarmi il pane, ecco per provarvi un poco il contrario, osservate un poco questi tre tacchini.

— Li vedo.

— Fatemi il piacere di palparli.

— E così, signore?

— A voi, a voi, Milady, e me li porse; io non sapeva che fare, esitava.

— Palpate, palpateli, disse egli, e poichè ne dovete mangiare, non ci è male che vi assicuriate che sono grassi. Spero che avremo a pranzo sir William.

— Egli avrà l’onore di obbedire all’invito di Vostra Maestà.

— Farà bene, mangerà i tacchini guadagnati da me.

— Ma alla fine, signore, disse la regina con impazienza, terminateci dunque la storia di queste povere bestie.

— Ah! potete ben dire la mia, essa è abbastanza intimamente collegata colla loro, perchè potessimo separare l’una dall’altra. Immaginatevi che passeggiava ieri in giardino, quando incontrai una povera donna che mi ferma e mi dice: signore, mi hanno detto di mettermi qui per trovarmi sul passaggio del Re; credete voi che il Re passerà presto?

— Nulla di più probabile, buona donna.

— Come sarà vestito, onde lo possa riconoscere?

Voleva quasi darle i contrassegni di san Marco e di D’Ascoli; ma preferii di spingere l’avventura sino alla fine.

— Ascoltate, le dissi. Siccome il Re non passeggia tutti i giorni e voi potreste aspettarlo tutta la notte senza che passi, facciamo di meglio; se voi avete qualche istanza da presentargli, me ne incarico io.

— Ve ne sarò molto obbligata, disse la buona donna; sono una povera vedova e non posseggo che tre tacchini; ma se voi mi tenete parola, ve li regalerò.

— Sono grassi? le dimandai; capirete che non voglio comperare ad occhi chiusi.

— Come oche, mio caro signore, rispose la donna.

— Allora mercato fatto, venite domani coi tre tacchini, e voi avrete il vostro ricorso.

— Sì?

— Datelo a me. Dimani ve lo porterò postillato dal Re, io vi restituirò il vostro ricorso, e voi mi darete i tre tacchini, e ci saremo sbrigati.

— Prendere e dare?

— Prendere e dare, certamente.

Vedete che non ho mancato al convegno. Aveva messo un uomo in sentinella e quando venne a dirmi: «C’è abbasso una donna con tre tacchini» allora discesi, le consegnai il suo ricorso postillato da me; ed essa mi ha dato i tre polli: povera donna, ho paura che abbia fatto male i suoi conti.

— E perchè?

— Perchè i giudici non ci baderanno alla mia raccomandazione; ma questa volta sono a fare, se bisogna, un colpo di stato, perchè si renda giustizia a questa povera vedova. Se però i tacchini sono teneri.

Ed il Re uscì schiamazzando dalle risa, e tenendo in mano i tacchini che egli stesso andò a portare in cucina.

La regina lo seguì con uno sguardo che aveva un’impressione indefinibile di sdegno, e rivolgendosi a me:

— L’avete veduto? mi disse; non ho altro a dirvi di più.

I miei occhi si fissarono su di essa e la osservai minutamente colla più grande attenzione.

Aveva trentasette anni, come aveva detto, di modo che anche in lei la bellezza della matrona succedeva alla bellezza da sposa. Aveva la carnagione bianca delle donne nordiche, i capelli di un biondo ammirabile, occhi azzurri capaci di rendere tutte le espressioni, dall’amore il più tenero fino all’odio più violento; in questo caso la sua fisonomia era di una durezza, a cui non avrei creduto che potesse giungere, il naso era diritto, ben fatto, la bocca quantunque bella era guasta da quella prominenza del labbro inferiore particolare ai principi di case d’Austria, le spalle, le braccia e le mani erano magnifiche. Ma, bisogna dirlo, l’abitudine della maestà reale dava a tutto ciò una rigidezza che toglieva alla regina molto della grazia della donna.

Gl’italiani hanno inventato una parola, per questo genere di grazia che manca specialmente in Italia, e l’hanno chiamato morbidezza. Ne potreste avere un’idea completa in quelle attrattive neglette delle creole.

Mentre la osservava, essa mi guardava pure alla sua volta, e sembrava esaminarmi nello stesso modo ch’io faceva con essa. La medesima idea ci venne nello stesso tempo, essa mi cinse nel suo braccio e traendomi a lei mi abbracciò con quella specie di violenza d’azione che sarebbe meglio convenuta ad un amante, anzichè ad un’amica.

Raccapricciai. Ciò mi ricordava l’amicizia di Miss Arabella.

A pranzo mangiammo i tacchini, arrostiti allo spiedo; erano grassi, ma duri; ciò derivava dal non avere il Re voluto aspettare qualche giorno per assicurarsi della loro qualità.

Terminiamo subito con questa storia dei tacchini.

Come aveva pensato Ferdinando, la sua firma non aveva avuto la minima influenza. Il giudice aveva letto la sua raccomandazione, e considerandola come una di quelle raccomandazioni, che l’importunità o l’inavvertenza carpiscono ai sovrani, aveva alzato le spalle e messo da parte il ricorso.

Ne derivò che in capo a quindici giorni il Re ritrovò la vedova sul suo cammino. Gli fece una scena, l’accusò di avere abusato della sua bonarietà facendogli credere che conosceva il Re.

— Ascoltate, le disse il Re, ritornate dopo quindici giorni, e se non avrete vinto il vostro processo, m’impegno di darvi cento ducati per ciascuno dei vostri tacchini.

La buona donna tentennò il capo: evidentemente non credeva più al rimborso dei tacchini che alla vincita della causa, e brontolava fra i denti, accusando gl’intriganti, che promettendo molto, com’egli aveva fatto, si facevano pagare anticipatamente, e poi non mantenevano la loro promessa.

Il Re prese il nome del relatore e scrisse al tesoriere della giustizia di non pagargli il suo stipendio del mese che scadeva appunto il giorno dopo; e se chiedeva una spiegazione di dirgli che quando avrebbe sbrigato il processo raccomandato dal Re, sarebbe pagato, ma non prima.

Quindici giorni dopo, il Re diede alla buona donna la sentenza che conteneva il suindicato in suo favore e facendosi conoscere, vi aggiunse i trecento ducati dei tre tacchini.