WeRead Powered by ReaderPub
Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 16: XV.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

XV.

Or che la mia vita si passa per dieci anni alla corte di Napoli, debbo, per l’intelligenza dei fatti che seguiranno, mettere in grado i miei lettori di conoscere più completamente i due personaggi, presso i quali li introduco, vale a dire il re Ferdinando e la regina Carolina.

Non ho bisogno di dire come Carlo III, capostipite de’ Borboni dì Napoli, secondo figlio di Filippo V e primogenito di Elisabetta Farnese, s’impossessò del trono delle Due Sicilie nel 1734, e fu riconosciuto re nel 1735.

Quando suo fratello maggiore morì senza figli, egli fu chiamato al trono di Spagna e dovette scegliersi un successore.

Abbiamo detto scegliersi, perchè in questa occasione il diritto di primogenitura doveva essere invertito; l’infante Don Filippo, in causa di cattivi trattamenti che aveva dovuto sopportare da sua madre, era diventato idiota.

Non era punto il caso di pensare a lui.

Il re Carlo III lo lasciò a Napoli, per morire della sua malattia giudicata incurabile; condusse con lui suo figlio Carlo, principe delle Asturie, che, dopo la sua morte, avvenuta, credo, nel 1788, diventò re sotto il nome di Carlo IV, e designò per erede del regno delle Due Sicilie il suo terzo figlio che aveva sette anni.

Prima di partire per la Spagna volle destinargli un governatore, ma a motivo della tenerissima sua età questa cura spettava più alla madre che al padre. Sventuratamente fu la madre che fece questa scelta. Essa mise la carica all’incanto, ed il principe di San Nicandro, uno degli uomini meno degni di un tale impiego, fu scelto per coprirlo.

Una delle raccomandazioni del re Carlo III fu questa:

— Fate particolarmente di mio figlio un buon cacciatore; la caccia è il solo piacere che sia veramente degno d’un re.

Il re Carlo III considerava in fatti le caccia come una cosa superiore anche alla felicità dei suoi sudditi.

Non citerò che un aneddoto su questo soggetto.

Avendo destinato l’isola di Procida per la caccia de’ fagiani, fece un editto che vietava assolutamente di tenere qualsiasi specie di gatti. Possedere uno di questi animali era, a contare da quel momento, un delitto, che poteva anche essere espiato con una pena afflittiva ed infamante.

Un uomo contravvenne all’editto; conservò il suo gatto, fu denunziato, arrestato, giudicato e condannato ad essere bastonato dal carnefice, e mostrato per tutta l’isola con al collo la prova del suo delitto, cioè il suo gatto, ed infine mandato in galera.

Si converrà che era duro.

E che ne avvenne?

Ne avvenne che le talpe, i ratti, i sorci liberati dai gatti, loro nemici naturali, crebbero e moltiplicarono liberamente ed in tale quantità, che dei bambini furono divorati nella culla da quegli animali.

Allora i Procidani disperati presero le armi, e riuniti in corpo, risolsero di emigrare nei paesi barbareschi, anzichè di vivere sotto un governo tanto iniquo.

Ne risultò adunque che Carlo III fu obbligato a rivocare l’editto.

Ecco un altro aneddoto che indica il fanatismo dello stesso re Carlo III per i suoi cani, e che farà opposizione al suo odio pei gatti.

Un uffiziale del reggimento delle guardie italiane era di guardia a Caserta, e per conseguenza vestiva il suo uniforme di gala, e in vista della mediocrità della paga, stentatamente era riuscito a comperarsi quell’uniforme. Il re Carlo III passò di ritorno dalla caccia seguito dalla sua muta di cani; uno di quegli animali inzaccherato di fango saltò contro l’uffiziale nella benevola intenzione di fargli festa, e insucidò il suo uniforme. Senza considerare l’intenzione, vedendo il guasto fatto al suo vestito, l’uffiziale scacciò da sè il cane con un colpo di piede. Il cane mise un guaito che richiamò l’attenzione del re; Carlo III si rivolse, fissò in faccia l’uffiziale, e movendogli incontro:

— Non sai tu, razza di cimice, gli disse, che l’animale che tu hai l’indegnità di percuotere mi è più caro che cinquanta dei tuoi pari?

L’uffiziale atterrito di vedersi trattato così, per aver dato un colpo di piede ad un cane, mutò colore, fu colto dalla febbre, si ammalò, e morì il giorno dopo.

Ritorniamo al giovane Ferdinando ed al suo precettore, il principe di San Nicandro.

Non ho mai conosciuto il principe di San Nicandro, che morì quando arrivai a Napoli; ma non vi era che una voce sola sul di lui conto, e l’educazione del re confermava quella voce, cioè che era indegno dell’onore che gli fu dato dalla regina.

Il principe di San Nicandro era di un’ignoranza crassa.

Nella sua vita non aveva letto che l’offizio della Vergine; buon libro, ma insufficiente per un uomo incaricato dell’educazione di un re; ora, non sapendo nulla, non poteva insegnare nulla al suo allievo, il quale quando prese moglie sapeva appena leggere e scrivere, e non parlava altra lingua che il dialetto napolitano; d’altronde non aveva ricevuto dal re Carlo III che una raccomandazione, cioè quella di fare del giovane principe un buon cacciatore, e perciò credeva di non doversi occupare d’altro. Da parte sua poi il vecchio ministro toscano di Carlo III Tannucci, che per ventiquattro anni aveva regnato sotto il nome del suo padrone, e che era stato nominato capo della reggenza del giovane principe, non chiedeva di meglio che di ricever alla sua maggior età un re imbecille, sotto il nome del quale continuerebbe a regnare come per lo passato.

Egli non diede adunque nessun consiglio sull’educazione del giovane re, se non quello di aggiungere il piacere della pesca a quello della caccia, di maniera che riposando da un piacere faticoso con un passatempo tranquillo, il giovane re non avrebbe il tempo di attendere agli affari di Stato.

La sola cosa che inquietava il principe di San Nicandro, e di cui si rammaricava con una commovente malinconia, era la troppo grande bontà del re.

Si occupò dunque di correggere questo dono del cielo, tanto raro nei re, tentando di variare i suoi piaceri.

Il giovan principe delle Asturie, cui non poteansi rimproverare le stesse disposizioni alla mansuetudine, prendeva un vivo piacere a scorticare conigli vivi. Il principe di San Nicandro vantò molto questa distrazione al suo allievo; ma scorgendo che gli ripugnava molto, mise alla tortura la sua immaginazione e trovò una variante.

Era cioè di collocare il giovane principe, a cui non si fidava ancora di dare in mano un fucile per timore che si ferisse, dietro la porta forata di una gattajola, e di colpire a quel posto i conigli quando uscivano. Ferdinando armato di bastone stava in guardia sul loro passaggio e li ammazzava. Era già qualche cosa; a questo divertimento il principe di San Nicandro ne aggiunse presto un altro; quello cioè d’insegnare al suo allievo di far balzare su di una coperta dei conigli, dei cani, dei gatti e dei ragazzi di contadini e di operai. Il re Carlo III che veniva informato di queste ricreazioni di suo figlio, le trovò buone, e scrisse che bisognava solamente fare una riserva per i cani, animali nobili che servivano per la caccia, ed il giovane principe continuava a far balzare i conigli, i gatti, i ragazzi, i contadini e gli operai, che non essendo animali nobili, non avevano quindi dritto all’eccezione.

Fu in questo modo che un giorno, avendo veduto fra gli spettatori un giovane chierico toscano, di figura meschina e pallido in faccia, gli venne in mente di farlo balzare; diede sottovoce degli ordini a’ suoi domestici, i quali si impossessarono di quel disgraziato, lo misero su di una coperta e lo balzarono finchè svenne.

Il giovinetto rinvenuto che fu, pieno di vergogna si rifugiò a Roma, ove cadde ammalato e morì in capo a due mesi; egli si chiamava Marrighi.

Fu in mezzo a questi divertimenti che il re crebbe, diventando gran cacciatore, gran cavalcatore, pescatore incomparabile, percuotitore di prima forza, prima col comandare gli esercizii ai suoi camerata con dei bastoni con cui accarezzava loro le spalle quando facevano qualche falsa manovra: ed infine ad un reggimento che organizzò e che chiamava i suoi Liparioti, perchè i giovani che lo componevano erano in gran parte dell’arcipelago di Lipari.

In questo modo arrivò, senza affatto occuparsi degli affari del regno, fino ai suoi diciassette o diciotto anni, e giunse all’età di prender moglie.

Il suo matrimonio era da tempo stabilito colla giovane Arciduchessa d’Austria Maria Giuseppa, figlia dell’Imperatore Francesco I; ma non appena si furono scambiati i ritratti ed i doni nuziali, e preparate le feste sul cammino che doveva percorrere la giovane principessa, e fissato il giorno della partenza, la giovinetta imperiale ammalò e morì.

Allora in luogo di quella che era morta dianzi così miseramente, fu destinata sua sorella minore Maria Carolina, anch’essa figlia di Francesco I e di Maria Teresa.

Essa partì da Vienna nel mese di aprile 1768.

Il fiore imperiale entrava nel suo regno nel mese della primavera. Era nata nel 1752, non aveva che sedici anni appena, portando seco i segreti della corte austriaca, ed incaricata di dirigere la Corte di Napoli nel senso che le indicherebbe Maria Teresa. Sua madre, di cui era la preferita, poteva confidarsi con essa; la regina aveva uno spirito superiore alla sua età, era letterata più che dotta, e più che intelligente filosofante; bella in tutta la estensione della parola, graziosa quanto lo voleva.

Da ciò che ho detto di lei a trentasette anni, si può comprendere ciò che era stata a sedici.

Parlava e scriveva quattro lingue, la tedesca, la francese, la spagnuola e l’italiana; solamente quando si animava nel discorso, aveva una certa difficoltà di lingua, che produceva un borboglio; ma i suoi occhi vivaci e mobili, la lucidità delle sue idee facevano presto dimenticare quella piccola imperfezione.

Essa portava seco verso l’ardente mezzodì i sogni della nebbiosa poesia del nord; andava a vedere il paese favoloso delle sirene; ove nacque il Tasso e morì Virgilio; andava a cogliere di sua mano l’alloro che cresceva sulla tomba del cantore d’Augusto, e su quella del poeta di Goffredo; suo marito aveva diciott’anni; sarebb’egli un Eurialo od un Tancredi — Niso o Rinaldo?

Perchè non era essa venuta a dirittura come Venere od Armida?

Essa trovò il re, che ho tentato di descrivervi, con i piedi grandi, le ginocchia grandi, le mani grandi ed un naso grande, e che parlava il dialetto napolitano con dei gesti lazzaroneschi.

Un articolo del contratto di matrimonio della regina, che Tannucci aveva lasciato passare senza farvi attenzione, doveva mutare interamente la faccia alla politica del regno della Due Sicilie.

Esso diceva:

— Quando la regina avrà dato a Napoli un erede della corona avrà il diritto di far parte del consiglio.

È vero che essa non diede questo erede che dopo cinque o sei anni; ma a ventidue anni Carolina era più che atta a seguire i voti di sua madre.

Da principio la regina credette di poter rifare completamente l’educazione di suo marito, e ciò le sembrava tanto più facile dopo averlo udito a parlare con Tannucci, e le pochissime persone istruite della Corte. Egli era rimasto attonito di stupore, incapace di distinguere la vera scienza dalla ciarlataneria, esclamava con ammirazione: Davvero, la regina è la scienza universale!

Ma riflettendo poi, quest’ammirazione si calmò, e più di una volta lo intesi dire: Come mai la regina, essendo così sapiente, commette degli sbagli più di me che sono un asino!

Ciò nulla meno nei primi tempi del suo matrimonio, egli si sottomise alle lezioni che essa gli voleva dare, e gli insegnò a leggere ed a scrivere quasi correttamente. Ed è a queste lezioni date da lei, che egli faceva allusione quando nei suoi momenti di buon umore la chiamava mia cara maestra.

Ma ciò che non potè mai insegnargli furono i modi eleganti delle corti del nord e dell’occidente, furono quelle cure della persona così rare nei paesi caldi, ove sono però più necessarie che altrove, fu quel dolce e grazioso celiare della galanteria che fa dell’amore una lingua, tolta in parte dal profumo dei fiori, ed in parte al canto degli uccelli.

La superiorità di Carolina umiliava Ferdinando, e la rozzezza di Ferdinando umiliava Carolina.

Vedremo che ne risultò da questa disparità di carattere, e da questa opposizione di animi.