WeRead Powered by ReaderPub
Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 17: XVI.
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

XVI.

Ecco dunque i nostri due personaggi uno d’avanti l’altro, da un lato la regina, bella, altiera, graziosa, distinta, delicata, sensuale, un po’ pedante, facile ad irritarsi, difficile a pacificarsi, sprezzante di suo marito per la rozzezza della sue parole e per la imbecillità del suo spirito; dall’altro il re, brutto, ingenuo fino all’ignoranza, libero fino alla rozzezza, senza alcuna cura della persona, senza delicatezza ne’ suoi modi, che somigliava non già ad un sovrano nè ad un principe, e nemmeno ad un semplice gentiluomo, ma ad un lazzarone.

Una delle cose che metteva alla disperazione la regina Carolina, e che la condusse a privarsi quasi intieramente dello spettacolo, era il modo con cui il re vi si conteneva, facendosi fra un atto e l’altro l’attore del popolaccio. Fra l’opera ed il ballo gli si portava la cena nel palco; uno degli elementi di questa cena era sempre un piatto di maccheroni. Il re prendeva il piatto, ed avanzandosi al parapetto del palco, in mezzo ai grandi applausi della platea, facendo smorfie e gesti da Pulcinella, il gran mangiatore di maccheroni napolitani, inghiottiva tutto il piatto servendosi delle dita invece di forchetta, e rispondeva con saluti alle acclamazioni degli spettatori.

La regina credette da principio di aver preso su di lui un impero più grande di quello che aveva in realtà e che prese in seguito.

Un giorno che era adirata contro il duca d’Altavilla favorito di Ferdinando, colmò d’ingiurie quel gentiluomo, e l’accusò di non mantenere il suo credito presso il re, che impiegando mezzi indegni di un gentiluomo. Il duca, offeso nella sua dignità, si dolse presso il re delle ingiurie della regina, e gli chiese il permesso di ritirarsi nelle sue terre; il re irritato del contegno di sua moglie, andò da lei e la rimproverò vivamente. Ma essa invece di calmarlo, l’irritò talmente colle sue risposte, che la discussione terminò con un vigoroso schiaffo, di cui la regina portò il lividore alla guancia per tre o quattro giorni.

Allora, come Achille, essa si ritirò nella sua tenda, ma il re tenne duro, e la regina dovette umiliarsi, al punto di essere costretta ad implorare il favore del duca d’Altavilla per ritornare in grazia. Fu l’Imperatore Giuseppe che allora viaggiava in Italia e che arrivando a Napoli riuscì a riconciliare i due sposi.

Per qualche tempo il re si rammaricava dello sdegno della regina, ma presto risolse di consolarsi facendo senza di lei, cosa che fu per essa un dispiacere; per non sapere come ed in qual momento potesse riprendere la sua influenza sul marito.

Ferdinando, gran cacciatore, lasciava di rado passare un giorno senza andare alla caccia. Aveva fatto costruire in ogni angolo dei suoi boschi delle grandi capanne internamente addobbate con semplicità e comodo. Quando vi entrava col pretesto di prendere riposo, vi trovava sempre qualche giovane villanella elegantemente vestita alla foggia della contadine dei dintorni di Napoli, che andava là pel buon piacere di Sua Maestà; soltanto aveva gran cura di raccomandare ai compiacenti servitori incaricati di questo servizio, di fare le cose con tale discrezione che la regina non venisse istruita di questo particolare amoroso.

— Ma, — gli disse una volta un cameriere al quale aveva permesso di parlare liberamente, — a che servono tanti misteri, quando la regina fa altrettanto, e chi sa forse anche più di voi?

— Taci, taci, lasciamola fare, disse il re, così s’incrociano le razze.

Ed oggi che ho permesso di non celare nulla della verità, bisogna dire che il vecchio cameriere non mentiva; la regina, il cui primo amante fu il principe di Caramanico, ebbe in seguito Acton, e nello stesso tempo, senza che Acton se ne preoccupasse, più di quanto si preoccupava Potiemkine degli amanti di Caterina II, aveva il duca della regina, il cui nome sembra averlo predestinato, e Pio d’Ameni che se non ha inventato ha però perfezionato i Batilli in Italia, come la grande Caterina voleva ricompensare i suoi amanti; ma meno ricca di lei si rovinava, e per questa ragione si trovava sempre senza un ducato.

Torniamo al re.

Oltre le sue fermate di caccia, che erano affari d’istinto sensuale, il re aveva di volta in volta dei gusti passaggieri per le dame di Corte, o di altra condizione; la regina non era punto gelosa di suo marito, che non solamente non amava, ma anzi disprezzava; però temeva che qualche donna più abile delle altre, s’impossessasse di una influenza sul re che a nessun prezzo non voleva lasciarsi sfuggire; in certi momenti allora aveva un’accortezza ed una insistenza tutta femminile, gli carpiva i segreti dei suoi intrighi amorosi, e poi si vendicava delle sue rivali; in tal modo dopo qualche mese d’intimità colla duchessa di Lusciano, il re confessò questa intimità a Maria Carolina. Essa allora fece esiliare la Duchessa nelle sue terre; sdegnata la Duchessa si vestì da uomo, e mettendosi sul passaggio del re, lo coprì di rimproveri; il re, debole al suo cospetto, come era debole al cospetto della regina, confessò i suoi torti; ma la Duchessa non fu meno obbligata di ritirarsi nelle sue terre, ove ancora si trovava all’epoca del mio arrivo a Napoli.

Lo stesso accadde per la duchessa Cassano Serra, benchè vi fossero dei motivi totalmente opposti. Il re si occupava di lei; e malgrado tutte le sue cure e tutte le sue promesse, essa rifiutò costantemente di arrendersi ai suoi desiderii. Il re si dolse con sua moglie di questo rigore. E la regina trovò mezzo di farla esiliare per essere stata troppo virtuosa, come aveva trovato mezzo di far esiliare la duchessa di Lusciano per non esserlo stata abbastanza.

Ahimè! la povera duchessa pagò due volte più cara la sua virtù, che un’altra non avrebbe pagato le sue colpe, e sventuratamente per lei, ritornò nel ’99 dal suo esilio.

Abbiamo detto che il principe di San Nicandro si era preoccupato di fare del suo allievo il primo cacciatore ed il primo pescatore del regno, e ciò nello scopo egoista ispirato da Tannucci, per impedire al giovane principe di prendere parte agli affari di Stato; difatti quando assisteva al consiglio, vi portava la preoccupazione della pesca e della caccia al punto di non permettere che si mettesse il calamaio sul tappeto delle deliberazioni, per timore che venisse l’occasione di redigere qualche decreto che il re dovesse firmare; per questi casi aveva fatto incidere la sua firma che egli applicava, o faceva applicare sotto la deliberazione presa o no in sua presenza.

Anzi, per esempio, qualche giorno dopo il mio arrivo a Napoli, vi trovai fresco fresco questo aneddoto.

Il re teneva consiglio di Stato a Caserta. Vi assistevano la regina, il ministro Acton, Caracciolo e qualche altro. Si trattava di un affare della più alta importanza che però ignoro; nel momento della discussione si udì bussare alla porta; l’interruzione sorprese tutti; chi era mai l’uomo ardito di venire a disturbare un consiglio di Stato in funzione? ma il re che aveva riconosciuto la maniera di bussare, corse alla porta, l’aperse ed uscì, e ricomparse poco dopo dando segni della gioia più viva.

Signori, disse, vi prego di terminare al più presto la discussione, perchè io ho un affare di un’importanza ben maggiore di quella per cui v’intrattenete.

La seduta fu levata, il re si ritirò presto, e si coricò per levarsi il giorno seguente prima dell’alba.

Questo grande affare era un convegno di caccia, i colpi dati alla porta del Consiglio di Stato era il segnale convenuto fra il re ed il suo bracchiere che veniva ad avvertirlo che una torma di cignali era stata veduta nel bosco verso lo spuntare del giorno, e che si erano fatti stornare, e per trovarli il giorno dopo bisognava trovarsi pronto prima dell’aurora.

Qualche giorno dopo, nelle medesime circostanze, tre fischi si fecero udire in corte; era ancora un segnale tra il re ed il suo bracchiere; il re interruppe il consiglio, aperse la finestra e diede udienza al messaggiere, che gli annunziava un volo di uccelli, ed il luogo ove si erano appostati: allora il re volgendosi a Carolina.

— Mia cara maestra, le disse, presiedi tu in mia vece e finisci l’affare come credi, ti do carta bianca.

E correndo fuori della camera, andò a perseguire il suo volo d’uccelli.

Esiste fra il re di Napoli ed il margravio di Anspach una corrispondenza interna, continuata, settimanale, su tutto ciò che è relativo alla caccia. Ciascuno dei due principi tiene un registro esatto in cui sono indicati, giorno per giorno, ora per ora, gli alti fatti che li illustrano.

Uno stesso registro ed una corrispondenza simile sono tenute o piuttosto erano tenute fra il re di Napoli ed il re di Spagna suo padre; ora avvenne sovente che alcune differenze politiche disgustarono i due monarchi, ma per quanto fossero disgustati, politicamente parlando, il registro cinegetico non subiva mai nessuna interruzione.

La lista dei selvatici sagrificati al piacere dei monarchi fu sempre tenuta regolarmente; la caccia minuta vi era numerata come gli animali grassi, dal fagiano fino al beccafico; in una colonna per le osservazioni vi erano esposte le difficoltà che si erano dovute superare, gli accidenti che erano incorsi, le persone che avevano accompagnato il re, e le menzioni onorevoli delle persone che l’accompagnavano e che dopo di lui si erano distinte.

Quello dei due registri che era destinato al margravio di Anspach era il registro preferito, per la ragione semplicissima che Ferdinando, quantunque abilissimo, era men buon tiratore di Carlo III, mentre al contrario era miglior tiratore del margravio di Anspach.

Il più dolce complimento che potesse accarezzare le orecchie del re, era di dirgli che tirava meglio del margravio di Anspach, ciò che era constatato dal numero degli animali uccisi da lui, e se il numero degli uccisi da Carlo III, superava di molto il suo, ciò dipendeva non già dalla sua bravura, ma dall’estensione della fecondità della selvaggina nelle foreste spagnuole.

Riferirò ancora due aneddoti, che completeranno il ritratto che intendiamo di fare del re, poi passerò immediatamente al racconto degli avvenimenti che scossero il regno di Napoli, ed ai quali ho preso parte, più per amicizia verso il re e la regina, che per un sentimento di antipatia ragionata contro il popolo francese e contro i patrioti italiani.

Il re, cacciando in uno de’ suoi boschi, incontrò una povera donna: essa non lo conosceva e sembrava molto afflitta. — Senza avere nè il cuore, nè lo spirito di Enrico IV, il re aveva una specie d’istinto per le avventure popolari; si avvicinò ad essa e la interrogò; la buona donna gli rispose che era vedova, che aveva sette figli da mantenere, e che non possedeva che un piccolo campo che era stato poco prima devastato dalla muta del re. — Ora converrete, signore, soggiunse la vedova piangendo, che è ben duro di avere per sovrano un cacciatore, i cui piaceri sono irrorati dalle lagrime dei suoi sudditi.

Ferdinando le rispose che le sue querele erano giuste, e che essendo egli al servizio di Sua Maestà non avrebbe mancato di informarnelo.

— Glielo dite o non glielo dite, rispose la donna, io non spero nè punto nè poco; non può essere che un uomo senza cuore chi distrugge per suo piacere il bene del poveri, perchè sa che la povera gente non può far nulla contro di lui.

Questa dichiarazione della vedova non tolse al re di accompagnarla fino alla sua capanna, e di vedere coi suoi occhi il guasto che aveva fatto.

Giunto là chiamò due contadini, vicini della donna, e chiese loro di stabilire una stima del danno; essi fecero i loro calcoli, e lo stimarono a venti ducati.

Il re tirò di tasca sessanta ducati e ne diede quaranta alla vedova, dicendo che era giusto che il re pagasse il doppio dei privati.

Gli altri venti ducati furono ripartiti fra i due arbitri.

Il re dava udienza un giorno per settimana a Capodimonte, palazzo costruito da Carlo III espressamente per la caccia dei beccafichi; in quel giorno ognuno poteva giungere fino al re senza dimanda d’avviso e senza lettera d’udienza; non v’era che di aspettare il suo turno, tanto le anticamere erano ingombre di gente.

Un vecchio prete dei dintorni di Capodimonte, avendo da chiedere una grazia al re, risolse di approfittare di quel giorno di udienza e di chiederla personalmente a Sua Maestà.

Ma dovendo fare anticamera per un tempo maggiore o minore, ebbe cura di prendere le sue precauzioni contro la fame, e si pose in tasca un pezzo di pane e di formaggio; non già che avesse l’intenzione di mangiare quel pezzo di pane nell’anticamera, per tutto l’oro dal mondo non avrebbe commesso una simile irriverenza, — ma avendo tre leghe da fare a piedi per ritornare al suo villaggio, aveva stabilito che dopo l’udienza si sarebbe fermato alla prima fontana, e mangiarsi il pane ed il cacio seguito da qualche sorso d’acqua, e così ristorate le sue forze, rimettersi in viaggio per il suo presbitero.

Dopo tre o quattro ore di attesa, venne il suo turno, ed entrò.

Il re era seduto in poltrona, ed ai suoi piedi stava coricato un grosso bracco che era il suo prediletto per la finezza del suo olfatto.

Appena il prete ebbe spinta la porta il cane aperse le narici, sollevò la testa, fece gli occhi teneri e dimenò la coda.

Tutte queste dimostrazioni di amicizia erano dirette al prete, o piuttosto al pezzo di formaggio che aveva in tasca; è noto l’irresistibile desiderio che i cani da caccia hanno per questo commestibile.

Mano mano che il prete si avvicinava o faceva degli inchini, il cane si alzava, e con tutta l’espressione amichevole andava incontro al prete.

Costui non credeva forse le dimostrazioni del cane così amichevoli come lo erano realmente; lo vedeva con inquietudine, si cambiò in terrore quando vide il cane passargli dietro.

Ma fu bene ancor peggio quando, in mezzo all’esposizione della sua dimanda, sentiva il muso del cane introdursi insidiosamente nella sua tasca.

L’amore del re per i suoi cani era noto. Non si trattava di liberarsi con un colpo di piede del bracco favorito del re; eppure questi cominciava a spingere l’indiscrezione fino all’importunità.

In quanto al re era nella sua più grande gioia insensibile ad uno scherzo grazioso, si compiaceva oltre modo delle buffonate.

Interruppe il prete in mezzo alla sua arringa già sufficientemente tormentata.

— Perdonatemi, padre mio disse egli, che avete in tasca, giacchè il mio cane insiste tanto ad osservarla?

— Ahimè, Sire, rispose il prete con esitazione, un semplice pezzo di formaggio, atteso che sono già le quattro dopo mezzogiorno, come potete vedere, ed ho ancora tre leghe da fare per giungere alla mia casa; non sono abbastanza ricco per pranzare in città.

Difatti voi dite il vero, disse il re, perchè ecco che Giove, — tale era il nome del cane, — è riuscito a prendervi il formaggio: continuate dunque nella vostra domanda, perchè è probabile che intanto vi lascerà tranquillo.

Il prete, mentre Giove mangiava il suo formaggio, continuava ciò che doveva dire al re, che l’ascoltava con maggior attenzione.

— Va bene, disse il re, quando il prete ebbe finito.

— Noi siamo d’avviso che....

Ma contro la previsione di Sua Maestà, Giove dopo di aver mangiato il formaggio, sembrava di non voler lasciare in pace il curato pel pane.

— Andiamo, andiamo, disse il re interrompendosi, non fate il sacrifizio a metà, vuotate completamente le vostre tasche.

— Tutto ciò è bello e buono, Sire! disse il prete, ma mio Dio! ed io?

— Ma non inquietatevi per così poco, il buon Dio provvederà.

Il prete diede il suo pane al cane ed uscì.

Mentre Giove mangiava il suo pane, il re suonò il campanello.

— Trattenete, disse, quel prete che è uscito adesso, e dategli un buon pranzo sicchè resti un’ora a tavola.

L’ordine di Ferdinando fu eseguito; in quell’ora il re ritornò a Napoli, sbrigò l’affare del prete in modo che ritornando alla sua cura già confortato da un buon pasto, trovò anche già accordato il favore che egli aveva chiesto.

Mi sono estesa molto sulla caccia, ciò che mi fa trascurare la pesca. Diciamo una parola sopra questo secondo divertimento, di cui il re è quasi più fanatico del primo.

Dire il re pesca, non è nulla, ma dire che il vero piacere del re non è la pesca, ma di vendere egli stesso il pesce, ecco quanto riconosceva io stessa come inconcepibile per coloro che non hanno conosciuto questo principe: ed io stessa ho veduto questo singolare spettacolo, non soltanto una volta, ma più di dieci. Ecco come va la cosa.

Il re pesca ordinariamente in una parte riservata del mare, in faccia ad una piccola casa che gli appartiene, del quartiere di Posilippo. Quando ha fatto un’ampia cattura di pesce, ritorna a terra, fa portare il suo pesce alla marina, chiama i compratori che di certo non mancano mai di accorrere all’appello reale. Là si mette il pesce in vendita come sulle panche del mercato; ciascuno può aggiungere un grano all’asta; quando il re trova che il prezzo è troppo basso, lo spinge egli stesso, e se il pesce resta per suo conto, lo conserva e lo si mangia a palazzo; tutti in questa circostanza, come sempre altrove, si avvicinano al re per parlargli, ed anche per questionare, cosa che non mancano mai di fare nel loro dialetto i suoi amici lazzaroni, che non si danno nemmeno la cura di chiamarlo Maestà, ma soltanto Nasone, pel suo naso grosso tre volte quanto un naso ordinario.

Questa vendita è generalmente assai comica; il re vende caro quanto più può, vanta il suo pesce, lo prende per le pinne per mostrarlo, e schiaffeggiando quelli che gli offrono un prezzo troppo basso se si trovano a portata; da parte loro poi i lazzaroni gli rispondono con delle ingiurie, come se avessero a trattare con un vero pescivendolo; queste invettive lo fanno ridere sgangheratamente. Finita la vendita, inzuppato di acqua di mare, e col puzzo di pesce, ritorna a palazzo, e prima di lavarsi e di mutar vestito, va a raccontar tutto, sbellicandosi dalle risa, alla regina, la quale secondo l’umore in cui si trova, lo ascolta pazientemente, o lo mette alla porta, rimproverandogli quei piaceri grossolani, a’ quali però le rincrescerebbe che rinunciasse, perchè grazie a questi piaceri plebei, che interessano il re più degli affari, essa governa a suo talento il regno.

FINE DEL VOLUME TERZO.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.