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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 3: II.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

II.

Ho detto che le conversazioni romane erano molto noiose; avrei dovuto aggiungere per gli altri, perchè per me sono uno spettacolo talmente nuovo, che sono dilettevoli, anzi straordinarie.

Le Romane sono belle di certo, ma più belle nel popolo che nell’aristocrazia: non è raro di trovare nelle trasteverine e nelle contadine dei dintorni di Roma, dei tipi che ricordano le Madonne di Raffaello; ma, ripeto, que’ tipi sono quasi tutti popolari.

Delle nobiltà, le bellezze sono più rare, sicchè la mia apparizione ha fatto grande sensazione nelle sale di Roma.

Fu quasi una rivoluzione fra i prelati ed i cardinali.

Bisogna sapere prima, che cosa sia abitualmente una conversazione romana, quando un grande avvenimento come quello della mia presenza non vi porta il disordine e la confusione.

Le conversazioni di Roma partecipano naturalmente dello spirito del governo e del sacerdozio; si passa il tempo in complimenti di etichetta, e se qualche volta si è interessato il cuore, lo spirito non lo è mai.

Dovunque si resta impacciato; dovunque si trova la ritenutezza, la gaiezza non esiste nemmeno fra i giovani.

La paura è in tutti i cuori, la diffidenza in tutti i volti, e invece di abbandonarsi a quell’espansione, come in Francia od in Inghilterra, si guarda, si osserva e si tace, perchè si ha paura. I forestieri non hanno simili paure, ma l’atmosfera gelata che li circonda li rende freddi: tutta la società somiglia ad un immenso pendolo, di cui sieno fermi i congegni e che tratto tratto riprendono a scosse i loro movimenti per poi fermarsi ancora. Per fortuna si giuoca e forte, ed io, quantunque buona giuocatrice, preferisco di studiare ciò che mi si presenta sotto gli occhi: per ritornare alle carte ho sempre tempo. Se la padrona di casa non gioca, s’impossessa di qualche eminenza o di un ministro, e discorre con lui finchè dura la serata: gli altri personaggi insigniti di una dignità qualunque fanno lo stesso, e questi colloqui a quattr’occhi per quanto siano numerosi, sono così serii e silenziosi, che in mezzo a cinquanta persone si sentirebbe una mosca a volare; l’immobilità di tutta quella gente mi ricorda quella dei senatori dell’antica Roma, seduti sulla loro sedia corule, aspettando la morte per mano dei Galli.

Quando alla conversazione vi sono tre o quattro cardinali la cosa diventa molto incomoda per gli spettatori; queste illustrissime eminenze passeggiano continuamente, bisogna cedere loro il posto, salutarli profondamente quando vi passano per davanti, e guardarsi bene dal camminare sull’enorme coda del loro abito; i semplici prelati che li circondano camminano curvi come parentesi, ed applaudiscono ad ogni frase che l’eminenza si degna di lasciar cadere dalla sacra sua bocca.

Il mio arrivo a Roma, e la mia presentazione nei loro circoli, ha rovesciato tutto. Le eminenze invece di passeggiare in lungo ed in largo, come l’ammalato immaginario di Molière, fanno circolo intorno a me; e siccome io parlo facilmente l’italiano e pochissimi parlano il francese e nessuno l’inglese, essi sono maravigliati di potermi fare i loro complimenti scipiti ed esagerati ad un tempo nella lingua dove il sì suona, come dice Dante.

Uno dei più assidui a farmi la corte è il nostro lord Herney vescovo di Derry; e siccome egli mi parla in inglese, e se non ha dello spirito, ha della originalità nella sua conversazione, ridiamo alternativamente delle cose che diciamo; le eminenze e i monsignori sono molto imbarazzati.

Fra tutte queste conversazioni, quella che trovai più aggradevole finora, è quella della principessa di Santa Croce. È vero che nel suo circolo intimo, ove grazie alla posizione di sir Hamilton sono stata ammessa, non si riceve che una società scelta composta quasi tutta dal corpo diplomatico.

Avevo molto insistito per essere presentata alla principessa di S. Croce, sapendo che a dieci ore di sera si trovava alle sue piccole riunioni il cardinale di Bernis, e che desideravo di conoscere questo caro vecchio, di cui avevo letto le poesie, che egli chiama i suoi peccati di gioventù.

Il cardinale di Bernis ha settantatrè anni, e non ha perduto nulla del suo spirito, direi quasi della sua giovinezza; egli porta qui il titolo di Protettore della Francia, dopo aver avuto parte alla diplomazia europea; si sa che ebbe assai presto gli ordini e prese il titolo di Abate; e venuto giovane a Parigi, si fece conoscere pei suoi versi galanti, piacque a madama di Pompadour, entrò nell’accademia a 29 anni, e dopo la morte del cardinale Fleury fece una rapida fortuna, fu nominato ambasciatore a Vienna e divenne cardinale. Fu egli che, come ministro degli affari esteri, firmò il trattato d’alleanza con l’Austria, e durante la guerra dei sette anni, cadde in disgrazia per aver consigliato la pace contro l’avviso di madama Pompadour; ma madama di Pompadour essendo morta nel 1764, il cardinale di Bernis fu nominato arcivescovo di Alby, e cinque anni dopo ambasciatore a Roma; nei primi anni della sua residenza ebbe una parte brillantissima, e quantunque la Spagna avesse riacquistato a Roma la principale influenza, il cardinale per le sue qualità personali ha mantenuto la Francia in una buona posizione.

Noi fummo tosto presentati a Sua Eminenza, che ci invitò a pranzo pel giorno dopo.

Sapevamo già che il pranzo del cardinale di Bernis era eccellente, e che contra l’abitudine sparsa nel servidorame romano, i suoi domestici non vengono il giorno dopo a farsi pagare dai convitati il prezzo del pranzo del giorno prima. Il cardinale vive splendidamente, tiene corte bandita, basta essergli stato presentato una volta per aver sempre il suo posto a tavola. Queste spese giornaliere, le feste che dà, lo sciupo che si fa in casa sua lo conducono, per quanto lo si assicura, in rovina, tanto più che la famiglia incaricata dell’amministrazione dei suoi beni in Francia, inventa ogni anno per dispensarsi d’inviaglierne i frutti, ora la siccità, ora una inondazione; le riparazioni assorbono poi ciò che il flagello avea risparmiato.

L’amabile vecchio mi raccontava tutto ciò ridendo e vezzeggiando con me, dicendo; per fortuna che ho 73 anni, e che mi resterà sempre qualche cosa per andare alla fine.

Ahimè, il degno uomo s’ingannò; rivocato tre anni dopo per la sua opposizione alla rivoluzione francese, spogliato di tutta la sua fortuna, passò da una rendita di cento mila scudi romani ad una strettezza che sarebbe diventata la miseria, senza il soccorso che gli fece ottenere dalla Spagna il cavaliere d’Azara suo amico.

Noi incontrammo dal cardinale questo degno spagnuolo, sulla cui onestà e cortesia non v’ha che una voce sola in Roma. Egli e la sua corte, quella di Carlo III, trovavasi in contegno momentaneamente freddo con Sua Santità a proposito di un piccolo raggiro che gli aveva teso, e di che, malgrado le sue istanze, non aveva potuto ottenere giustizia.

Ognuno sa, che la società di Gesù fu cacciata nel 1767 dalla Spagna e da Napoli, e finalmente soppressa nel 1773 da Clemente XIV, che sopravvisse soltanto due anni a questa soppressione.

Benchè il re Carlo III fosse adirato contro i buoni padri, per aver fatto spargere la voce all’epoca della sua nascita, che egli non era figlio di Filippo V, ma del cardinale Alberoni, la sua vendetta erasi limitata a cacciarli dai suoi stati e a farli cacciare da quelli di suo figlio Ferdinando; ma continuava a pagare le loro pensioni in buone piastre spagnuole, che erano apprezzate in Italia, e specialmente a Roma, ove la moneta è orribilmente falsificata.

Ora un bastimento carico di piastre inviate dalla corte di Madrid era arrivato a Civitavecchia. Queste piastre erano destinate al pagamento delle pensioni degli esuli.

Pio VI le fece depositare alla zecca.

Una volta lì, invece di distribuire ai buoni padri questo denaro, al primo titolo che era destinato per loro, egli lo fece fondere, vi mischiò un quarto di lega, e fece battere paoli, papetti, testoni e carlini, e pagò i padri di Gesù con questa miserabile moneta, guadagnandovi sopra, come ci assicurò Ienkena il banchiere di sir William, più del 25 per cento.

I gesuiti ebbero bellamente a reclamare, e così pure il signor Azara; ma non fu loro resa giustizia tanto che inviarono una supplica al re Carlo III, pregandolo di farli pagare d’ora innanzi direttamente per mano dell’ambasciatore.

Ma ciò è nulla in confronto di ciò che si racconta sui mezzi impiegati da Sua Santità per procurarsi del denaro, o piuttosto per aumentare la fortuna del principe duca e del cardinale Onesti suoi nipoti: tant’era Sua Santità roso fino alle ossa dalla cancrena del nipotismo.

Si è al punto che Sua Santità, malgrado il suo potere temporale e spirituale, è in procinto di perdere un processo, che avrebbe guadagnato se non fosse che ingiusto.

Per sventura è iniquo.

Ecco il fatto.

Vi era a Roma un facchino dei dintorni di Milano, che col suo lavoro, un vero lavoro da facchino, avea radunato la somma favolosa di 800,000 scudi romani, 4,400,000 lire di Francia.

Questo facchino si chiamava Lepri.

Aveva tre figli, Amasi, Giuseppe e Giovanni.

Ripartì la sua fortuna fra loro tre, mettendo per condizione che la eredità di ciascun fratello che morisse senza figli maschi sarebbesi accumulata a vantaggio degli altri.

Giovanni, il maggiore, morì senza figli poco dopo suo padre; Giuseppe, il secondo, morì lasciando una figlia per nome Anna Maria; rimaneva il terzo, Amasi, che erasi fatto prete, e per conseguenza non poteva esser nel caso d’aver figli maschi.

Giustizia avrebbe voluto che tutta la fortuna ritornasse alla figlia, anche l’eredità del prete, perchè essa era sua nipote, e che nessuno dei defunti avea lasciato figli maschi.

Al contrario il prete pretendeva che tutto veniva a lui e s’impossessò diffatti di tutta la fortuna in detrimento di Anna Maria, di cui egli non amava la madre.

Anna Maria intentò un processo a suo zio.

Allora il prete, abusando delle sua influenza, subornò i testimoni, ai quali fece deporre che Anna Maria non era legittima.

Questa frode non ebbe altro risultato che di sollevare contro di lui la coscienza pubblica.

Il processo giunse alle orecchie di Sua Santità, che fiutò un buon affare, ed incaricò un certo Nardini di andare ad offrire ad Amasi il cappello cardinalizio ed una rendita di cui si discuterebbe l’ammontare; si fece osservare ad Amasi che questa fortuna, essendo stata guadagnata interamente da suo padre negli stati di Sua Santità, era giustizia, che meno la porzione che gli sarebbe attribuita, ritornasse a Sua Santità.

Amasi scorse in questa offerta un mezzo per soddisfare ad un tempo il suo orgoglio ed il suo odio: fece al papa una donazione di tutti i suoi beni, riportandosi alla sua generosità per il compenso.

Il papa mise immediatamente il principe duca in possesso di questa fortuna; ma dimenticò di dare la rendita ed il cappello promesso ad Amasi.

Amasi reclamò, ma inutilmente.

Allora preso dal rimorso di aver fatto gratuitamente una cattiva azione, fece un testamento nel quale dichiarò che la donazione che aveva fatto a Sua Santità, era il risultato della frode e dei cattivi consigli, aggiungendo che egli aveva ceduto specialmente all’odio che portava alla cognata, di cui implorava il perdono, confessando il suo delitto e rivocando la donazione.

Nardini, l’agente di Sua Santità, cui senza dubbio erasi dimenticato di pagar la sua mediazione, si unì ad Amasi, dichiarando che si pentiva di aver prestato il suo ufficio a Pio VI per compire un’azione abbominevole.

Il testamento di Amasi e la confessione di Nardini furono tosto pubblicati; un mormorio scoppiava da tutte le parti; ma il papa si accontentò di rispondere, che la munificenza di Amasi era un miracolo di San Pietro, e che non spettava a lui di opporsi alla benevolenza, che il Santo conservava pei suoi successori.

All’epoca in cui era avvenuto il fatto, il papa avea sessantun anni. Anna Maria e sua madre si limitarono di ottenere un consulto dei migliori avvocati di Roma, salvo ad aspettare la di lui morte, onde tentare il processo non già al papa ma al principe duca.

Questa risoluzione spaventò Pio VI, lui morto non sarebbe più là a far preponderare con tutto il suo potere il disco della bilancia, che una vecchia tradizione mitologica mise nella mano della giustizia.

Egli forzò dunque la pupilla a far valere i suoi dritti ed a intentargli un processo; ma l’interesse che ispirò la povera fanciulla che egli voleva spogliare divenne così generale, — tanto era evidente l’ingiustizia contro cui reclamava, — che i giudici avvisarono Sua Santità che non potrebbero fare altrimenti che conchiudere contro di lui, consigliandogli di entrare in trattative.

Il papa, in conseguenza di ciò, fece delle offerte ad Anna Maria. La cosa rimase là, e si dice che Anna Maria accetterà la metà dei beni di suo avo, e lascerà l’altra metà al principe duca, che in tal maniera sopra 4,400,000 lire s’intascherebbe due milioni e ducento mila lire.

Se questo non è forse un togliersi onorevolmente d’impaccio, è però un togliersi fortunatamente.