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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 4: III.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

III.

S’intende che la mia passione pel teatro m’indusse, appena giunta a Roma, a pregare sir William di condurmi a qualche spettacolo drammatico. La mia curiosità era vieppiù eccitata dall’aver udito narrare che si ha qui la usanza di far rappresentare da’ giovanetti le parti di donna.

Non so se si possono chiamar giovanetti gli esseri anfibî, cui son affidate le parti di donna. I Greci, adoratori ardenti della bellezza, inventarono l’ermafrodito, riunione di tutto ciò che è bellezza de’ due sessi, e che era ad un tempo Ebe e Ganimede.

I Romani hanno inventato un essere a parte, che non è dell’uno nè dell’altro sesso, e che non è nè Ebe nè Ganimede.

Per questi strani esseri i prelati romani fanno in ogni età le stesse pazzie che i nostri giovani gentlemen fanno a Londra ed a Parigi per le donne da teatro.

Sir William mi condusse al teatro Valle: vi si rappresentava l’Armida di Gluck, e la parte d’Armida era sostenuta da un giovane cantante, che godeva allora di tutto il favore della prelatura romana.

Quando entrò in iscena, — e confesso che se non fossi stata avvertita avrei giurato che era una donna, anzi una bella donna, — prima che avesse emesso una sola nota, tutto il teatro ruppe in applausi. Gravi prelati, vecchi cardinali, il cui rigido aspetto m’aveva colpita, mi parvero voler svenire di giubilo nel momento che quel... — non so veramente come dire, — quell’oggetto uscì dalle quinte.

Il suo trionfo fu completo.

Avevamo nel palco il cardinal Braschi Onesti, fratello minore del principe duca: riavutosi da un lungo malore, che aveva messo Roma in lutto, aveva pensato che una passione per quel novello Sporo non avrebbe nulla di pericoloso per un convalescente. Ci narrò, pavoneggiandosi, che il morbo, di cui era stato afflitto, era stato prodotto da un rifinimento completo di forze venutogli dopo un’orgia, in cui aveva scommesso di tener testa a cinque de’ più grandi beoni ed alle cinque più belle cortigiane di Venezia.

Era stato in pericolo di morte, ma aveva guadagnato la scommessa.

Il cardinal Braschi Onesti era uno de’ più assidui adoratori della meraviglia in voga, ed offrì al cavalier Hamilton di condurlo nel palco della bizzarra

Armida, e di farlo assistere alla toeletta della maga, che mutava vestito fra il secondo ed il terz’atto.

Gli chiesi se le dame solevano andarvi.

Mi rispose che non era l’usanza, ma che certo, come forestiera, sarei perfettamente accolta dal signor Veluti, — era il suo nome; — soprattutto se volessi accondiscendere a fargli qualche complimento, chè, del resto, il signor Veluti adorava le belle donne.

Il cardinale ci fece aprire la porta del teatro. Traversammo il palcoscenico e penetrammo nel corridoio che menava al suo camerino.

V’era folla all’uscio; il corridoio era ingombro.

Ma alla vista del cardinal nipote, la calca s’aprì, gli adoratori secondari si ricantucciarono al muro, e ci lasciarono passare.

Entrammo in un camerino tutto parato di raso cilestrino, che poteva per l’eleganza gareggiare col gabinetto d’una damina.

L’idolo era innanzi all’ara, cioè innanzi alla toletta: accolse il cardinal nipote col più seducente sorriso, e gli chiese come osasse presentarglisi, senza portargli un mazzolino o un cartoccio di confetti.

Il cardinal Braschi Onesti si cavò dal dito mignolo un anello del valore d’un migliaio di scudi romani e lo passò all’indice del signor Veluti, pregandolo d’accettar invece quella gemma. Venuto al teatro con l’ambasciadore e l’ambasciatrice d’Inghilterra, non era certo di poter andare a riverirlo; ma, avendo sir William Hamilton e Lady Hamilton bramato veder il gran cantante che avevano applaudito, egli aveva colto quell’occasione per andargli a dir l’immenso diletto che aveva risentito durante il primo atto d’Armida, e ci presentò il signor Veluti, che si degnò far a sir William Hamilton l’onore di dargli la sua mano a baciare ed a me quello d’invitarmi a sedere.

Sia che l’esser forestieri fosse per noi una raccomandazione, sia che fosse lusingato dal ricever la visita dell’ambasciadore d’una potenza straniera di prim’ordine, il signor Veluti fu per noi amabilissimo, mi fece gli occhietti teneri, e ci disse che, ove lo permettessimo, si terrebbe fortunato di renderci la visita.

Ci guardammo bene dal rifiutar un tanto onore.

Poscia, occupandosi particolarmente di me, mi pregò di dirgli il nome della pomata con cui mi ungevo le labbra, e del liquore con cui mi rinettavo i denti.

Gli risposi, che mai pe’ denti m’ero servita di altro che d’acqua pura, e che le mie labbra erano naturalmente del colore ch’egli le vedeva.

Il signor Veluti gridò impossibile un tanto miracolo; prese il lume e mi chiese licenza di guardarmi da vicino le labbra ed i denti, disamina a cui mi prestai con la maggior possibile cortesia, e dopo la quale il signor Veluti esclamò che ero la più bella donna che avesse mai veduta.

Poscia, pensando con questo elogio avermi pagato il suo tributo d’ospitalità, si rimise alla toletta, vezzeggiandosi co’ suoi adoratori, e tratto tratto dicendo qualche amena facezia, subito applaudita dagli astanti.

Era curioso di veder l’affaccendarsi di quelle persone, appartenenti tutte, o quasi tutte almeno all’alta prelatura per ottenere uno sguardo, un sorriso, una parola dalla falsa Armida. Uno teneva pronta la corona di rose; l’altro la verga magica; questi il velo, che doveva non coprire ma lasciar trasparire i suoi vezzi; quegli la mantellina, che doveva preservar quella voce celeste dalle correnti d’aria che avrebbero potuto offenderla. Io era presente; guardavo, ascoltavo, udivo, mi pareva sognare; sorridevo macchinalmente a que’ segni di rispetto, dati, da uomini creduti dal popolo venerabili, a quell’idolo, che aggiungeva un nuovo incredibile nume allo stuolo innumerevole di false divinità, raccolte nel Panteon delle eresie umane.

Venne il momento d’entrar in iscena; il campanello del buttafori si fe’ sentire pel volgo degli artisti; ma pel signore o la signora Veluti, — come, vorrete, — l’invito fu fatto a viva voce, con tutti i segni d’ossequio dimostrati ad una vera regina.

La bella Armida non si scusò se non con me sola della sua assenza forzata; poscia, toccandomi con la verghetta:

— Non posso farvi più bella che non siete, mi disse; ma posso fare per voi ciò che la sibilla di Cuma, che andate a visitare, aveva obliato di domandar ad Apollo di fare per essa. Posso con la mia arte magica far che restiate bella eternamente.

Poi, pronunziando alcune parole, che avevano la pretesa di esser cabalistiche, la maga mi fece un inchino femminile e s’allontanò, dondolandosi e solfeggiando note, alla cui nettezza e finezza debbo dire che nulla potevasi riprendere.

Uscii muta di stupore e tornai nel palco, posto tanto vicino al teatro da poter io esser riconosciuta dal signor o dalla signora Veluti, che ebbe la bontà, durante tutto il resto della serata, di darmi segni della sua attenzione, sia volgendomi i suoi più difficili trilli, sia ferendomi de’ suoi sguardi più assassini.

Il domani ricevetti la visita del conte di Bristol, al quale narrai gli avvenimenti favolosi del giorno innanzi. Si mise a ridere, e mi riferì che a Roma esisteva nell’alta prelatura un ottavo peccato capitale, detto il peccato nobile: i prelati protestavano contro quest’accusa, ma con tanta debolezza, tanta indolenza, con fatuità tanto strana, che mostravano compiacersi più che dispiacersi dell’accusa.

È vero che con lui, inglese e vescovo protestante, si stavano sul sostenuto, ma ciò non toglieva che monsignor Bristol non avesse su questo punto dei costumi romani i particolari più curiosi e più incredibili.

Qualunque fosse la mia curiosità di rivedere da vicino ed in piena luce il signore o la signora Veluti, non permisi che il moderno Sporo entrasse in casa mia quando, alle cinque del pomeriggio, si presentò all’uscio in un elegante abito d’abate: gli feci rispondere che i preparativi della partenza mi obbligavano a sospendere ogni ricevimento.

Ma la notte stessa, che precedè quella partenza accadde un fatto curioso, che darà un concetto della polizia di Roma e della giustizia di Pio VI.

A cinquanta passi da noi, sulla piazza di Spagna, un furto era stato tentato alle due dopo la mezzanotte, a danno d’un tal Rovaglio, orologiaro del Vaticano. L’orologiajo, suo figlio e due servi s’erano difesi; uno de’ ladri era rimasto sul luogo, e l’altro era stato trovato spirante al canto di via del Babbuino.

Il domani si seppero i seguenti particolari, e come Rovaglio s’era fatto giustizia da sè.

Non era la prima volta che i ladri tentavano introdursi nel magazzino di Rovaglio, che sapevasi riccamente fornito d’orologi e gioielli: due volte già aveva respinto, strepitando dentro il magazzino, due tentativi di rottura.

Ogni volta era andato ad avvertire la polizia; ma il prelato Busca, incaricato del ripartimento della Pubblica Sicurezza, aveva risposto con belle parole, ma senza far nulla contro i ladri.

Vedendosi così abbandonato dall’amministrazione che avrebbe dovuto proteggerlo, Rovaglio, andando un giorno a dar corda agli orologi del Vaticano, incontrò il Santo Padre e gli narrò tutto, chiedendogli soccorso contro gl’industrianti, che volevano a mano armata prender parte al suo commercio.

— Mio caro Rovaglio, gli rispose il papa, duolmi profondamente il fatto vostro; ma non vi posso nulla; giacchè monsignor Busca non vuol proteggervi, non lo posso obbligare; ma proteggetevi da per voi.

— Come, Santità? chiese Rovaglio.

— Appiattatevi co’ vostri figli e co’ servitori, con fucili, pistole e tromboni, sia nel magazzino, sia fuori, e quando que’ furfanti torneranno per derubarvi, fate fuoco: tanti ne ucciderete, tante assoluzioni vi do anticipatamente.

Rovaglio aveva seguito il consiglio del papa, s’era protetto da sè stesso, ed aveva ucciso due banditi.

Il papa gli tenne fede, e pubblicamente gli diè l’assoluzione di que’ due delitti.