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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 6: V.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

V.

Partimmo da Roma con due vetture da posta ed un forgone, e prendemmo la via di terra a rischio d’essere svaligiati: ma debbo dire per verità che avevamo nei sei domestici del conte di Bristol ed i due nostri, tutti inglesi forti e coraggiosi, una scorta bastevole a difenderci.

Per me specialmente, che ho sempre avuto il desiderio di accrescere il circolo delle mie povere conoscenze, era un gran piacere il viaggiare con sir William Hamilton.

Sir William Hamilton, molto istruito nelle cose di antichità, aveva passato tutta la sua scienza al vaglio di una sana critica, di maniera che quando vi raccontava un fatto, vi citava una data, vi descriveva un monumento, potevate credere ad occhi chiusi a tutto ciò che vi diceva.

Uscimmo da Roma per la via Appia, l’antica porta Capena, lasciando alla sinistra nostra la valle d’Egeria, il circo di Caracalla, la tomba di Cecilia Metella, ed alla nostra diritta le catacombe di S. Sebastiano ed i monumenti della famiglia Aurelia.

Sir William fece fermare le nostre vetture davanti alla tomba della figlia di Metello il Cretico, ove riposano le ceneri di questa giovane ed intelligente donna, che aveva vissuto nei bei tempi di Roma, che aveva conosciuto Cesare, Pompeo, Cicerone, Clodio, Catullo, Ortensio, Lucullo, Catone, e li avea adunati forse un giorno intorno al suo focolare, prima che fossero separati dagli odii irreconciliabili della guerra civile.

Malgrado i settantadue anni del mio cavalier servente, il conte di Bristol discese, e volle assolutamente salire fino in cima alla tomba di Cecilia Metella per cogliermi un ramo di melograno selvatico Che talliva in quelle rovine.

Arrivando ad acqua Ferentina sir William ci fece vedere il luogo dove Clodio era stato ferito mortalmente dai gladiatori di Milone.

Arrivati a Genzano, lasciammo per un istante le nostre vetture, ed accompagnati da quattro delle nostre guardie del corpo colla carabina in ispalla, salimmo fino al lago di Nemi, uno dei laghi più simpatici della campagna romana, che il monte Gentili separa dalle rovine invisibili di Alba Lunga.

Il conte di Bristol, cui il suo amore per me sembrava aver reso le sue gambe di vent’anni, non ci lasciava nemmeno un minuto, camminandoci a fianco quando non ci precedeva.

L’escursione durò un’ora circa: riprendemmo posto nelle vetture, e per una china assai rapida ci dirigemmo verso le paludi Pontine, che Pio VI si occupava di prosciugare, non già pel bene pubblico, nè per la salubrità di Roma; ma per aumentare i dominj territoriali di suo nipote il principe duca.

A metà di questa discesa noi incontrammo un cocchio, che da lontano avevamo riconosciuto come appartenente a qualche sommità della Chiesa. — Nel passargli vicino riconoscemmo monsignor Ruffo.

Egli ci fece fermare per chiederci se potessimo dare un bicchier d’acqua fresca ad un infelice colpito dalle terribili febbri delle paludi Pontine, che egli conduceva a Roma nella sua carrozza: egli l’aveva trovato coricato a piedi di un albero, l’aveva preso sulle sue spalle, e postolo nella carrozza, lo conduceva a Roma per farlo curare.

Nella sua qualità di gran tesoriere, il cardinale Ruffo andava sovente a visitare i lavori che Pio VI faceva eseguire, e a pagare gli operai.

Era in una di queste corse che ebbe l’occasione di fare la buona azione di cui fummo testimoni.

Gli odii ciechi delle guerre civili resero per un certo tempo Hamilton, Nelson e me nemici personali del cardinale Ruffo. — Ma oggi che gli odii si sono calmati, che scrivo colla destra sulla carta e colla sinistra sulla coscienza, debbo dire che il cardinale, capace di azioni del genere che noi abbiamo raccontato, prese spesso, contro la cieca vendetta, cui pel riposo dell’animo mio ebbi sventuratamente una parte troppo attiva, il partito dell’umanità.

Del resto, venuto il giorno di raccontare avvenimenti terribili, gli renderò tutta la giustizia.

Noi gli demmo l’acqua che desiderava pel suo febbricitante che ad ogni istante chiedeva da bere. Avevamo nel nostro forgone un’intiera cantina.

Il gran tesoriere ci lasciò dicendoci che probabilmente ci saremmo riveduti a Napoli.

Diffatti il cardinale è napolitano, nato da una grande famiglia a S. Lucido in Calabria; la sua nobiltà era proverbiale.

Si dice in Italia, quando si vuole parlare di nobiltà antica ed incontestata, gli Evangelisti a Venezia, i Borboni in Francia, i Colonna a Roma, i Sanseverino a Napoli, i Ruffo in Calabria.

Continuammo la nostra via verso Terracina, ed egli la sua per Roma.

Nulla di più pittoresco di questa via delle paludi Pontine, ai due lati della quale gli operai di Sua Santità scavavano un canale. Non si vedevano che figure scarne e malaticcie; tutti quei disgraziati erano più o meno colpiti dalla malaria; ogni quindici giorni si era obbligati sostituire con operai freschi, mentre quelli andavano sulle alture a riacquistare la salute che venivano a perdere nelle paludi.

Fu specialmente quando venne la notte che il paesaggio prese un carattere completamente fantastico: la luna scorrea in mezzo a grossi nuvoloni neri, e rischiarava certe parti delle paludi per lasciarne altre nell’oscurità più profonda. Al rumore che faceano galoppando i nostri cavalli, e la frusta dei nostri postiglioni, dei grandi uccelli della specie delle ardee e dei milvi s’innalzavano silenziosamente dagli alti erbaggi e dalle pozze d’acqua, in mezzo alle quali respiravano con rumore sollevando le schifose loro teste e le loro narici, dei grandi bufali che la notte rendeva ancor più giganteschi. Era la prima volta che vedeva questi mostri di notte ed in libertà; io scorsi in loro un aspetto selvaggio e primitivo che mi metteva i brividi, mio malgrado.

Ma era specialmente allo scambio de’ cavalli che tutto ciò, che ci attorniava, prendeva un tale aspetto che non mi dimenticherò mai.

Nelle paludi Pontine non vi sono villaggi, ma soltanto due o tre rilievi postali accanto a qualche capanna di legno, ove dormono gl’infelici postiglioni e le loro famiglie.

I cavalli piccoli, magri, pelosi, non sono chiusi nelle stalle, ma pascolano sciolti.

Al rumore della frusta dei nostri condottieri, vedemmo uscire come ombre cinque o sei uomini armati di lunghe pertiche; saltavano a dorso nudo sul primo cavallo che incontravano, e formando un cerchio intorno a quelli che pascolavano in libertà, li riconducevano al galoppo con grandi gridi verso la capanna. — Colà altri uomini appostati li afferravano pel naso e per la criniera, e dopo una lotta ostinata finivano col metter loro una bardatura che andava a pezzi, colla quale si attaccavano alle nostre vetture fra i nitriti, gli scalpiti e gli sbuffi che erano altrettante proteste contro le violenze che loro si facevano.

Poi quando le tre vetture erano attaccate, in mezzo alle grida ed alle vociferazioni degli uomini e degli animali, i cavalli tenuti pel freno e per le narici erano abbandonati a loro stessi, e partivano di un galoppo furioso, accompagnati a dritta ed a manca da due cavalieri, che unitamente ai postiglioni mantenevano, colle loro eccitazioni ed i loro colpi, le vetture in mezzo alla strada. Non erano più tre veicoli o forgoni di posta; erano valanghe, turbini, uragani, che non traversavano lo spazio, ma divoravano la via.

Arrivammo a Terracina verso le tre ore del mattino. Ci riposammo un paio d’ore sopra delle sedie; la dubbia nettezza dei lini ci aveva fatto rifiutare il letto.

Verso le sei di mattina ci mettemmo di nuovo in cammino per fermarci a Mola di Gaeta: mentre i domestici di monsignor di Bristol toglievano la colazione dal forgone e la disponevano sulla tavola, ci facemmo condurre alle rovine della Villa di Cicerone; col Plutarco in mano sir William ci fece assistere alla morte del grande oratore, dal momento che mise il piede in terra in mezzo ai corvi che l’accompagnavano ostinatamente, presagio di morte vicina, fino a quello che, fuggendo dalla villa per la via che conduce al mare, fu ucciso. Udiva dietro lui il passo degli assassini che lo perseguitavano, fece fermare la sua lettiga, e dopo aver vissuto tutta la sua vita fra gli spaventi della morte, morì colla calma di un martire e la tranquillità di un eroe.

Questa paura, che faceva fare ai Romani tutte le bassezze, e che al momento in cui finalmente trovavansi in faccia alla morte, che tutto avevano tentato per evitare, li abbandonava per far luogo alla più strana intrepidezza. Era una delle particolarità dell’antichità. — Veggasi la morte di Petronio, Lucano e Seneca, questi tre adulatori di Nerone.

In meno d’un’ora arrivammo a Mola di Gaeta. Facemmo colazione, poi riprendemmo la nostra corsa per Napoli, ove arrivammo verso le nove di sera per la via di Capua.

Una sensazione non meno indelebile, ma di un genere tutto opposto a quella delle paludi Pontine, mi colpì al mio arrivo a Napoli, quando mi trovai in una notte limpida in faccia al Vesuvio fumante; sopra al cratere sorgeva la luna nella sua pienezza e nel suo splendore, che pareva una palla infocata lanciata dalla bocca d’un mortaio sur un’atmosfera vaporosa.

Noi passammo per Porta Capuana, Castel Vecchio, la marina, il Piliero; lasciammo a manca Castel Nuovo, e la piazza Medina a destra, indi passammo innanzi al portico di S. Carlo illuminato per una festa straordinaria; attraversammo il largo S. Ferdinando, prendemmo la via di Chiaia, e finalmente ci fermammo all’angolo della riviera di Chiaia, al palazzo Calabritto Cappella-vecchia, ov’era l’ambasciata d’Inghilterra.

In questa prima notte milord Bristol dormì all’ambasciata, ma per fortuna essendovi un’appartamento vacante superiormente a quello di sir William che occupava i due primi piani, monsignor Derry se ne accontentò, e vi si stabilì pel giorno seguente.

Finalmente ero a Napoli, e mi ci trovava in una posizione che non avrei mai osato di ravvisare nei miei sogni più insensati di ambizione. — Emma Lyonna era scomparsa, miss Hearte non era più; tutto questo immondo passato era rimasto nel fango di Londra; — vi era Lady Hamilton ambasciatrice d’Inghilterra.

Stava a me il non dimenticarlo.