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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 7: VI.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

VI.

Dovendo ora fare una pittura della società tutta particolare che vedevo a Napoli, prima di entrare nel racconto degli avvenimenti politici, in mezzo ai quali mi trovai trascinata, credo di dover cominciare col dare un’idea più completa di ciò che era questo strano personaggio già intraveduto dal lettore, nominato lord Hervey conte di Bristol, vescovo di Derry.

Egli era il più giovine di venti figli, ed essendo il solo superstite, aveva ereditati i beni, i titoli e le dignità di tutta la famiglia.

Lord Bristol non stava mai alla sua residenza.

Erano a un bel circa venti anni che non aveva, all’epoca in cui lo incontrammo, messo il piede nella sua diocesi. Nulla indicava in lui ch’egli appartenesse in qualsiasi modo alla chiesa, nè il suo vestire, nè la sua conversazione. Portava abitualmente un cappello bianco, un abito di seta di un colore qualunque, talvolta chiarissimo, talvolta molto spiccante, e raramente nero: fin qui pel suo modo di vestire. Quanto ai costumi, essi erano come i suoi discorsi, non si può dire più rotti. La prima cosa che fece arrivando a Napoli fu di prendere un palco a S. Carlo ed a san Carlino. Non aveva nessuna credenza religiosa, nemmeno per i dogmi più assoluti della chiesa, che egli metteva in ridicolo; parlava dell’immortalità dell’anima con una indifferenza che si avvicinava al dubbio, e non si compiaceva che di discorsi mondani, e di raccontare od ascoltare aneddoti leggieri ed anche scandalosi.

Nel suo primo viaggio in Francia, visitò la valle del Rodano, Grenoble, il Delfinato, e trovandosi vicino alla grande Certosa, salì sino al convento dei discepoli di S. Brunone.

Quando si presentò al convento, trovò che i frati erano a tavola; bussò alla porta, che era chiusa a motivo dell’opera a cui si dedicavano i buoni padri ed il portinaio gli annunziò che era proibito di entrare quando i religiosi erano in refettorio; ma egli tirando dalla tasca il suo biglietto di visita, su cui erano le sue armi, e sopra di esse «a lord Bristol vescovo di Derry,» lo fece consegnare all’Abate, il quale non vedendo che le parole «vescovo di Derry» e credendo di dover trattare con un vescovo cattolico, lo ricevette ginocchione, con tutti i monaci in ginocchio al pari di lui, chiedendogli la sua benedizione, che lord Hervey non ebbe alcuna difficoltà d’impartire a lui ed ai suoi certosini.

Questo era uno de’ ricordi che avevano il privilegio di eccitare in sommo grado l’ilarità di monsignor di Derry, pensando che dei monaci cattolici avevano ricevuto con una perfetta compunzione la benedizione di un vescovo protestante.

In seguito ad una rappresentazione del matrimonio segreto di Cimarosa, egli fu talmente invaghito dello spartito, che il giorno dopo mandò allo spettacolo i suoi dieci domestici inglesi, raccomandando loro di ascoltare la musica di Cimarosa colla più grande attenzione.

Al loro ritorno, li chiamò nella sua camera, chiedendo se avevano eseguito esattamente i suoi ordini.

Rispondendo essi affermativamente, ordinò di non parlargli più per l’avvenire se non in recitativo, ed in recitativi tolti sempre dal matrimonio segreto, sia per prendere i suoi ordini, sia per dirgli ch’era servito, sia per annunciargli i nomi delle visite.

I suoi domestici si guardarono in faccia, credendo senza dubbio che monsignore fosse diventato pazzo; poi, dietro i suoi ordini reiterati, dimandarono di prendere consiglio e di dargli risposta pel giorno seguente.

Alla dimane mandarono due di loro in deputazione, ed annunziarono al conte mylord, che consideravano come indegno delle dignità di domestici inglesi di parlare in musica come fanno gl’istrioni di teatro.

Lord Bristol dichiarò loro che se essi annuivano ai suoi desiderii, avrebbe raddoppiato il loro salario, e dava a loro inoltre 24 ore di più per prendere la loro risoluzione.

Il giorno seguente gli stessi deputati dichiararono che, qualunque fossero i vantaggi offerti dal signor conte vescovo, non potevano accettare.

Milord Hervey pagò loro sei mesi di salario, e li mandò tutti in Inghilterra.

Poi, quando furono partiti i servi inglesi, fece venire dei napolitani, e fece loro le proposizioni seguenti:

Di non parlare a M. di Bristol che sui motivi dei recitativi tolti dal matrimonio segreto; stava a loro poi di adattare le parole alla musica.

Per tale servizio particolare, che necessitava una intelligenza superiore a quella di un domestico ordinario, avrebbero 45 ducati al mese, dieci lire sterline di Inghilterra, vale a dire che erano pagati quattro volte tanto quanto lo sono i domestici meglio pagati di Napoli.

Solamente la condizione sine qua non, essendo alimentati e vestiti da M. di Derry, i sei virtuosi d’anticamera non prenderebbero nulla durante i primi sei mesi, ma sarebbero pagati per tutti i sei mesi, dopo scorso il semestre.

Se uno dei domestici lasciasse il servigio di monsignore prima dei sei mesi non ancora compiuti, non aveva diritto a nessuna indennità.

I domestici napolitani accettarono, fecero venire un notajo per redigere il contratto, ed in capo a sei mesi M. di Bristol era servito colla cadenza cromatica la più soddisfacente.

Una sera che M. di Bristol pranzava da sir William, uno dei suoi sei domestici napolitani gli portò, in misura di recitativo, una lettera con un gran suggello nero. — Lord Hervey dissuggellò la lettera, la lesse, la pose sotto il suo piatto, e per tutto il rimanente della serata rise, chiacchierò e vezzeggiò come il solito.

Alle undici ore si ritirò; era un’ora più presto del solito.

Il giorno seguente sir William dovendosi informare se la sua partenza non fosse stata cagionata da qualche indisposizione, fece chiedere a lord Bristol se era visibile.

Sua signoria fece rispondere che gli era arrivata una grande sventura e non poteva ricevere nessuno.

Sir William inquieto forzò la consegna, e trovò il povero vecchio in lagrime e fra i singhiozzi.

— Mio Dio! che avete dunque? gli chiese sir William.

— Avete osservato che jeri a pranzo mi venne consegnata una lettera sigillata in nero? rispose il conte di Bristol.

— Sì.

— Ebbene, essa mi annunziava che mio figlio è morto a Livorno: io non ho voluto spargere la mia tristezza nel vostro pranzo, mi sono frenato, ma una volta in casa, il mio dolore è stato tanto più violento quanto fu compresso; ecco perchè, per piangere liberamente oggi non volli ricevere nessuno, nemmeno voi.

La società ufficiale di sir William era naturalmente il Corpo diplomatico; la sua società intima si componeva di dotti e di letterati distinti.

Il ministro estero più anziano a Napoli era il conte di Sa, ambasciatore di Portogallo, che da trent’anni era stato nominato a quel posto; egli non era ritornato che una sol volta a Lisbona e ne era ritornato più presto che aveva potuto. Qualche anno fa il suo terrore fu grande. Si trattava di sopprimere l’ambasciata di Portogallo a Napoli, come una spesa inutile, e d’incaricare per gli affari delle due corti il ministro di Portogallo a Roma; ma poi essendo morto il re Giuseppe I, la regina che gli succedette decise di mantenere l’ambasciata, ed il conte di Sa respirò.

Vi erano pochi diplomatici che avessero una sinecura così completa come questo ministro, che non aveva altro da fare che di dare alla sua Corte le notizie del giorno che faceva redigere dal suo segretario; il passeggio era la sola fatica che imponeva a sè stesso; si parlava molto dell’harem del conte di Sa, composto dalle ballerine di S. Carlo. Quanto a lui non parlava di nulla, avendo dimenticato il portoghese e non avendo potuto imparare a parlar correttamente nè il francese nè l’italiano.

Egli era alto, aveva le spalle larghe ed una incollatura da bufalo, di cui teneva anche la fisionomia.

In quanto ai suoi talenti od ai suoi meriti, in sette od otto anni io non lo vidi che tre volte per settimana, e non ho mai potuto scoprirgliene un solo.

Il ministro più importante, perchè è ambasciatore di famiglia, è il conte di Lemberg. Costui è sotto tutti i rapporti una persona considerevole quanto il conte di Sa lo è poco. La cronaca gli rimprovera di esser superbo, ma sia che il rimprovero fosse ingiusto, sia che agli occhi del ministro d’Inghilterra un tale difetto fosse un nonnulla, non avemmo mai occasione di scorgerlo; ciò che ha dato al conte di Lemberg questa riputazione fra i Napolitani, è che egli non può soffrire i cortigiani e gli striscianti, di cui è ricca la Corte di Napoli. Nella prima sera che lo vidi osservai una cosa, cioè che egli dava il suo giudizio sulle persone più ragguardevoli della Corte senza maggior riguardo, come se avesse parlato dell’ultimo lazzarone. La conversazione cadde sul cavaliere Acton, ed il ministro di Toscana si azzardò di farne gli elogi.

Ma il conte di Lemberg alzò le labbra con una espressione di supremo sdegno.

— Quest’uomo, disse, sarebbe stato un buon corsaro, ed ecco tutto; ha i talenti e la figura d’un pirata, ed è probabilmente a ciò che deve la sua grandezza.

Si assicura che in una discussione che ebbe colla regina, le disse parlando con lei a proposito del cavaliere Acton:

— Io non ho alcuna prevenzione pro o contra le qualità occulte di questo ministro, le ignoro e non desidero punto conoscerle; ma ciò che io so è che quelle che manifesta al ministero non convengono punto all’ufficio di cui V. Maestà l’ha onorato.

La posizione che il conte di Lemberg aveva alla corte di Napoli era poco invidiabile; come ambasciatore di famiglia si trovava mischiato in tutti gl’intrighi; e, bisogna confessarlo, alcuni di questi intrighi non erano all’altezza della maestà del suo ministero.

V’erano querele frequenti fra il re e la regina. Io ne racconterò qualcuna, perchè avvennero in mia presenza. Ebbene, l’ambasciatore era obbligato d’intervenire in tutte queste querele, di ravvicinare gli sposi, di parlare in nome dell’imperatore, e di fare almeno una volta al mese l’ufficio di giudice di pace.

Il povero Lemberg non era mai sicuro, se era al passeggio che non si corresse appresso a lui; se era a tavola, che non lo si facesse levare per ristabilire la calma fra gli augusti sposi. Qualche giorno dopo il nostro arrivo egli dava un gran pranzo; uno dei convitati ci raccontò, che durante il pranzo, arrivato un corriere della regina da parte di S. Maestà, il conte di Lemberg dovette alzarsi all’istante, lasciando i suoi ospiti a terminare il pranzo senza di lui.

Nacque una discussione a Caserta a proposito della marchesa di San Marco, dama di confidenza della regina.

— Maledette donnicciuole, esclamò il conte, gettando la salvietta, esse mi faran divenir pazzo.

Terminerò la mia rivista degli uomini di stato, dicendo una parola di un atomo diplomatico chiamato Bonnecchi, console imperiale ed agente della Toscana.

Piccolissimo e vecchio, che parla senza posa, spiando continuamente, sempre in cerca di novità, coll’occhio fisso, il collo e le orecchie tese, il signor Bonnecchi è il corrispondente dell’imperatore Leopoldo, al quale ogni settimana invia un rapporto di aneddoti e fatti scandalosi, che avvengono alla corte od in città; e quando gli aneddoti mancano, li fa. In principio, come ogni agente consolare, aveva un trattamento fisso, ma insufficientemente stimolato, le notizie mancavano. L’imperatore stimò opportuno allora di non pagarlo più all’anno, ma ogni settimana. Dopo un anno il signor Bonnecchi prendeva due luigi di Francia per ogni aneddoto, giudicato interessante dall’imperatore.

In questa maniera il signor Bonnecchi si faceva una ventina di luigi al mese.

Questa esca ha dato a quel piccolo uomo un talento singolare d’introdursi nelle case, di farsi invitare a tutti i pranzi, a tutte le feste. Si sa ciò che egli vi va a fare. Ma siccome egli ci andava in nome dell’imperatore e, secondo certuni, in nome della regina Carolina, di cui lo si vorrebbe la spia privata, come era la spia pubblica di suo fratello, nessuno rifiutava di riceverlo, nè gli si faceva mal viso. Una volta poi tornato a casa, egli ricompone tutto ciò che ha inteso, ne tira le conseguenze, ne stabilisce i risultati, aggiunge, ritocca, guasta, e così ogni settimana invia al suo sovrano una cronaca in cui ci entrano tutti i più alti personaggi.

Ora passiamo ai medici, ai dotti ed ai letterati, che componevano la società particolare di sir William, e così termineremo di conoscere le persone che mi seguirono nella nuova mia vita, in cui mi trascinarono gli avvenimenti che ho raccontati, e quegli ancora più incredibili e specialmente più drammatici che or mi rimane di far conoscere ai miei lettori.