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Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8

Chapter 8: VII.
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About This Book

A traveling narrator describes journeys through central European cities and an extended stay in Rome, where a companion introduces her to local society. She records vivid scenes at court and in scholarly assemblies that reveal the pontiff's vanity, sudden temper, and the ceremonial etiquette of clerical life. Social gatherings and salons are sketched with attention to manners, gossip, and the contrasts between aristocratic and popular beauty, the latter often praised as more striking. Interwoven impressions of civic pageantry, personal encounters, and reflections on Roman customs convey a lively, observational portrait of late eighteenth-century urban society.

VII.

Sir William, qualche tempo prima della sua partenza per Londra, aveva perduto due dei suoi commensali più assidui.

L’uno era morto all’età di 38 anni, ed era l’illustre Gaetano Filangieri, verso la moglie del quale ho bene da rimproverarmi dei torti.

L’altro, vecchio di 80 anni, era il famoso abate Galiani, che passava per l’uomo più spiritoso di Napoli. Forse questa riputazione gli veniva dall’aver passato una parte della sua vita in Francia.

Ora che son morti non ho più ad occuparmi di loro.

Fra le nostre visite più assidue eranvi il celebre medico Cotugno ed il suo collega il cavaliere Gatti, due personaggi i più curiosi di Napoli.

Oltre la sua scienza medica, il dottor Cotogno era per quanto assicurava sir William, uno degli uomini più versati nei classici greci, latini ed italiani; non ho mai compreso come colla sua immensa clientela, il suo servizio agli spedali e le sue consultazioni in casa, gli restasse ancora il tempo di fare le letture necessarie per alimentare la sua immensa erudizione. Non riceveva mai nulla da chi veniva a consultarlo in casa, ma faceva pagare tre piastre le sue visite, mai di più, e guadagnava con ciò tre mila lire sterline all’anno.

Qualche tempo prima del nostro arrivo a Napoli, egli aveva curato il visconte d’Herrera, ambasciatore di Spagna, da un attacco di paralisia che gli aveva tolto l’uso del braccio destro.

In capo ad un mese e mezzo ed a cinquanta visite, Cotugno l’aveva completamente guarito.

L’ambasciatore di Spagna gli mandò mille ducati.

Cotugno gli rispose:

«Vostra Eccellenza si è ingannata quando mi ha inviato mille ducati per cinquanta visite.

«Ho per principio, fosse anche il re, di non far pagare le mie visite più di tre piastre.

«Cinquanta visite a tre piastre fanno centocinquanta piastre.

«Ho l’onore di ritornare la differenza a Vostra Eccellenza.

«Cotugno

Non era così del dottor Gatti, il quale era tanto avaro quanto era disinteressato il Cotugno: uno dei più grandi propagatori dell’inoculazione, ha guadagnato somme favolose a Parigi esercitando questa arte.

Due cose facevano di sir William l’amico per eccellenza del dottor Gatti: la nostra mensa che era buona, e le nostre carrozze che erano a sua disposizione. Tutt’all’opposto di Cotugno che si occupava molto delle classi povere, il dottor Gatti dichiarava altamente che non si abbassava punto a trattare colla gente di second’ordine, sempre all’opposto di Cotugno di cui pare che abbia giurato d’essere l’antipode. Egli non apriva mai un libro di scienza, non leggeva che delle pasquinate e delle gazzette; invece di conservare come il suo illustre collega la sua indipendenza presso i grandi, il dottor Gatti era il cortigiano più assiduo del favoritismo. Egli pretendeva che i popoli più felici del mondo fossero i Napolitani e gli Spagnuoli, perchè il re Ferdinando ed il re Carlo III erano tanto amanti della caccia, che non avevano il tempo di occuparsi dei loro popoli, e che ogni popolo, il cui sovrano non si occupa punto di lui, è sulla via della perfetta felicità.

Sotto questo rapporto io credo che sir William fosse un poco dell’opinione del dottor Gatti; egli doveva tutto il suo favore presso Ferdinando alla sua passione per la caccia, ed alla sua abilità a questo esercizio.

Il giorno seguente al suo arrivo il re gli scrisse di suo pugno:

«Venite subito, mio caro Hamilton, a fare una caccia con me a Caserta: dopo la vostra partenza non ho avuto mai una buona giornata: vi siete portato con voi la mia fortuna, spero che me la abbiate riportata.

«Vostro affezionato,

«Ferdinando B.»

Il terzo famigliare fuori del corpo diplomatico era il marchese del Vasto, il quale discende in linea diretta da quello a cui Francesco I consegnò la sua spada, non volendola dare al conestabile di Borbone. Il marchese del Vasto appartiene alla casa d’Avalos, una delle più ragguardevoli d’Italia; ha centomila ducati di rendita, cinquecento mila lire d’argento di Francia. Queste fortune assai comuni in Inghilterra sono molto rare in Italia. La spada di Francesco I si conserva, per quanto si assicura, nel tesoro di Casa d’Avalos.

Sir William riceveva anche spesso il duca di Termoli, che discende da una famiglia genovese stabilita da lungo tempo a Napoli. Egli era grande scudiere del Re e figlio del duca di san Nicandro, ma quest’ultimo titolo era lungi dall’essere invocato da lui; difatti il duca di san Nicandro nominato governatore del re, gli uni dicono a forza d’intrighi, gli altri a forza di denaro, ha allevato sì male il re, che, più di una volta, nei suoi momenti di collera contro sè stesso, riconoscendosi tanto ignorante, vuolsi che gli avesse detto:

— Tuo padre è causa della mia infelicità e di quella dei miei sudditi, ma io sono troppo giusto per volerne male a te, perchè tuo padre ha fatto di me un asino.

È vero che più di una volta ho inteso il Re deplorare l’educazione che aveva ricevuto, e riversare sul duca di san Nicandro quella ignoranza, che per istruzione non lo mise guari al di sopra de’ lazzaroni del molo.

Del resto la regina, che deplorava questa ignoranza di suo marito, ma che con tutto ciò ne approfittava per allontanarlo dagli affari e concentrare tutto nelle sue mani, mi disse sovente che non era punto il duca di san Nicandro che bisognava rendere risponsabile di questo male; ma bensì il Tannucci che aveva deliberatamente scelto il duca di san Nicandro a motivo della sua nota incapacità, e che aveva raccomandato che si tenesse il Re in questa ignoranza, perchè, incapace di vigilare su nessuna partita dell’amministrazione del Regno, gliela lasciasse tutta intiera nelle sue mani.

Vi era in ciò molta parte di vero, ma non bisognava credere assolutamente alla regina quando parlava del vecchio ministro toscano, che essa non poteva soffrire, perchè, ligio a Carlo III cui doveva la sua fortuna, rappresentava l’influenza spagnuola mentre essa, figlia e sorella d’imperatori, rappresentava l’influenza austriaca.

Allora vedendo l’odio della regina per tutto ciò che era spagnuolo e francese, — odio in cui erano compresi suo marito ed i suoi figli maschi, — e la sua simpatia per tutto ciò che era austriaco, si andò fino a dire, che essa aveva formato un complotto anticoniugale, antifigliale ed antinazionale per riunire il Regno delle Due Sicilie all’Austria, alla quale aveva appartenuto in forza del trattato di Utrecht; dalle cui mani era stato tolto colla conquista di Carlo III uno degli episodi della gran guerra della Francia contro l’Austria nel 1634, ed io debbo oggi confessare che l’amicizia ed il favore reale non m’accecano più di quanto la regina dava su questo punto pretesto alla calunnia.

Difatti io non aveva mai potuto comprendere donde veniva nella regina di Napoli quest’antipatia per i propri figli maschi, e questa debolezza per le sue figlie. Questa antipatia, sotto pretesto della correzione necessaria alla irregolarità del loro carattere ed alla regolarità della loro educazione, si manifestava in punizioni crudeli, che ispirarono in loro una paura per la loro madre che non aveva nulla di esagerato. In sua presenza non ho mai veduto i suoi piccoli principi a sorridere, tremavano al minimo rumore, e quando intendevano la sua voce si rifugiavano istantaneamente nelle braccia del Re.

Il maggiore dei figli di Maria Carolina morì all’età di sette od otto anni verso l’anno 1778, in seguito ad un deperimento continuato che i nemici di Maria Carolina attribuivano ai cattivi trattamenti di cui era stato vittima. Quando cadde realmente ammalato, la regina si mise a discutere coi medici le cause e la natura della sua malattia, mentre suo marito, non osando nemmeno di sollevarsi dalla sua ignoranza che confessava ingenuamente, si accontentava di piangere. Ma quando infine il giovane principe morì, le lagrime del Re raddoppiarono, mentre Maria Carolina, — così si assicura, — si contentò di ripetere le parole della madre spartana:

«Quando gli ho messi al mondo, sapeva che un giorno dovevano morire».

Io ho veduto morire uno dei giovani principi, il principe don Alberto. Egli morì fra le mie braccia e sui miei ginocchi, perchè esso era quello dei giovani principi che io preferiva. Racconterò questa morte a suo tempo; ma ciò che debbo dire qui, è che questa morte mi parve che raddoppiasse l’odio della regina contro i Francesi ed i Repubblicani, anzichè scuotere nel fondo del suo cuore quelle fibre d’amore che fanno versare alle madri lagrime di sangue sulla tomba de’ loro figli.

Il solo che la regina amasse davvero era il principe di Salerno, nato, io credo, nel 1790, e che la regina teneva stretto al suo cuore mentre moriva nelle mie braccia il principe Alberto. — A costui essa avrebbe sagrificato tutti gli altri, e si dice anche, ma io era in quell’epoca lontana da lei, e non crederò mai ad una tale atrocità, e si dice anche che verso il 1812, quando parve in Palermo volersi adottare il partito e le idee inglesi, essa attentò alla sua vita, tentando di avvelenarlo con una tazza di cioccolata. Secondo le dicerie popolari, sarebbe stato salvato da quel pericolo dal suo cameriere Carlomagno Viglia. Da qui sorge la fonte inesplicabile di favore di questo uomo più potente del suo padrone, di qualunque membro della sua famiglia, e di qualunque favorito o ministro.

La voce pubblica voleva dunque che Carolina preferisse suo fratello Giuseppe II ai suoi figli, o mettesse gl’interessi della monarchia austriaca al di sopra di quelli del regno delle Due Sicilie.

Del resto, racconterò tutto ciò che ho veduto colla stessa sincerità con cui racconto ciò che è accaduto a me stessa. Il lettore ne tirerà quelle conseguenze che gli converranno.