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Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8 cover

Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8

Chapter 4: III.
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About This Book

Un memoir in cui la narratrice combina ricordi personali della corte napoletana con una cronaca degli sconvolgimenti politici e militari della Rivoluzione francese e delle campagne napoleoniche. Racconta la progressiva ascesa di un giovane generale, le vittorie sul continente, i trattati e le reazioni delle corti europee, e mostra come queste vicende influenzarono decisioni diplomatiche, proclami e timori tra i potenti. Intervallate a resoconti di battaglie e capitolazioni di piazze forti, compaiono riflessioni sulle conseguenze pratiche per governi e popolazioni, nonché sull'urgenza emotiva e politica che animava chi stava ai vertici del potere.

III.

Confesso di essere sempre maravigliata, quando depongo la penna dopo avere scritto pagine come queste ultime. Io, la donna frivola per eccellenza, non direi nata, ma predestinata a vivere dei miei gusti, col mio carattere e col mio temperamento lungi da tutti gli intrighi politici, come una farfalla o come un uccello in un mondo di gioia, di piaceri, di canti e di armonie, trascrissi questo pesante rapporto lordo di sangue che grida guerra e vendetta ai popoli. Non vi sembro forse una Venere Afrodite colla maschera di Nemesi, col suo viso atteggiato ai dolci sorrisi, cogli occhi alle dolci promesse, e colla bocca che s’apre a teneri giuramenti?

Ma ho incominciato il racconto degli avvenimenti ai quali presi parte, e non mi posso ritirare dal compito che mi sono imposto; la voce della coscienza e fors’anche quella del pentimento mi grida: — avanti, — e obbligata ad obbedire a questa voce che mi giunge dall’alto, continuo.

Questo rapporto di Giuseppe Bonaparte produsse a Parigi una sensazione profonda. Bonaparte era il Dio del momento; offendere uno dei suoi fratelli era più che un delitto di lesa maestà, era un delitto di lesa divinità.

Osservate pure la lettera con cui il cittadino Talleyrand, il termometro dello spirito pubblico rispondeva al suo rapporto:

«11 Gennaio 1793

«Ho ricevuto, cittadino, la lettera straziante che mi avete scritto sugli orrendi avvenimenti che succedettero a Roma l’8 nevoso. Malgrado la cura che avete posto nel nascondermi tutto ciò che vi ha di personale per voi in questa terribile giornata, non avete potuto lasciarmi ignorare che avete manifestato al più alto grado l’intrepidezza, il sangue freddo, e quell’intelligenza a cui nulla sfugge, e che avete sostenuto con magnanimità l’onore del nome francese. Il Direttorio m’incarica di esprimervi nel modo più ampio e sensibile la sua viva soddisfazione intorno alla vostra condotta. Comprenderete facilmente, lo spero, quanto sia felice di essere l’organo di questo sentimento.»

Il Direttorio cominciò col chiedere la punizione degli assassini; ma fosse negligenza o complicità, nessuno fu arrestato e nemmeno punito; si seppe che il capo degli assassini, nominato Amadeo, si era impossessato della spada e della cintura del morto, che il curato della parrocchia vicina si era ritenuto l’orologio, e che gli altri infine si erano divisi fra loro il denaro e gli abiti.

Il Direttorio ordinò al generale Berthier, che nell’assenza di Bonaparte comandava in Italia, di marciare su Roma.

Berthier ricevette l’ordine a Milano, e si mise in marcia il giorno seguente. Al 29 gennaio la sua avanguardia era a Macerata, al 10 febbraio tutte le truppe erano riunite sotto le mura di Roma, e con un distaccamento prendeva possesso di Castello S. Angelo, che i soldati pontificj non tentarono nemmeno di difendere.

Ma il generale Berthier impedì che si andasse più lungi; prevenne soltanto i capi degli agitatori, che potevano contare sul di lui appoggio.

Il 16 febbraio, il venti-treesimo anniversario della esaltazione di Pio VI al trono pontificio, un attruppamento di sediziosi si riunì nel Foro Romano, e di là s’incamminarono al Vaticano sotto le finestre del Sovrano Pontefice, e fecero intendere le grida di Viva la Repubblica.

Per rispetto — dicevano essi — non pel papa ma pel vecchio, non invasero il Vaticano; ma occuparono tutta la città, e scrissero un manifesto che constatava la ristorazione della sovranità del popolo, il quale ripudiava ogni complicità nelle uccisioni di Basseville e di Duphot, aboliva l’autorità pontificia, e riguardo alle cose politiche, economiche e civili, costituiva un governo repubblicano libero ed indipendente.

I fondatori della nuova Repubblica si diedero premura d’inviare al generale Berthier, per consegnargli quell’atto, una deputazione di otto cittadini.

Egli fece tosto la sua entrata dalla porta del Popolo, e nello stesso giorno salì al Campidoglio, ove, parodiando gli antichi trionfatori romani, salutò in nome del Direttorio la nuova Repubblica, riconosciuta libera ed indipendente dalla Francia, e che si componeva di tutto il territorio lasciato al papa col trattato di Tolentino.

Il giorno dopo quattordici cardinali, che avevano avuto la viltà di firmare l’atto di affrancazione e la rinuncia di tutti i diritti politici, cantarono il Te Deum nella basilica di S. Pietro.

Il generale Cervoni, incaricato di significare a Pio VI la sua decadenza, penetrò negli appartamenti di quel santo vecchio, e lo trovò inginocchiato che pregava.

Pio VI ricevette con una perfetta serenità l’annunzio della caduta dei suoi diritti temporali, ed eccitato a riconoscere il nuovo governo, rispose:

— La mia sovranità viene da Dio, io non posso rinunziarvi; ho ottant’anni, e perciò la vita è poca cosa per me: in quanto agli oltraggi ed ai patimenti non li temo.

Ma siccome la presenza del Santo Padre era incompatibile in Roma col nuovo governo, ricevette l’invito di lasciare la capitale del mondo cristiano, ed infatti il 20 febbraio partì per la Toscana.

Tutte queste notizie ci arrivarono quasi nello stesso tempo, e cagionarono, si comprende bene, un grande scompiglio nella nostra corte. La Repubblica spinta passo passo dai francesi, faceva ogni giorno un nuovo progresso in Italia, e non distava che trenta leghe da noi. Il governo delle Due Sicilie pensò alle precauzioni che doveva prendere contro un avversario cotanto minaccioso.

Senza occuparsi del trattato che aveva firmato colla Francia nel 1797, vale a dire quattordici mesi prima, Ferdinando firmò coll’imperatore suo nipote, al 19 maggio 1798, un trattato che infirmava completamente il primo.

Con questo trattato l’imperatore doveva tenere sessanta mila uomini nel Tirolo; e Ferdinando inviarne trenta mila alle frontiere napolitane.

Per un caso singolare il 15 maggio 1798 fu il giorno in cui la flotta francese salpò da Tolone per la spedizione di Egitto.

Si conoscevano già i preparativi che faceva la Francia, ma s’ignorava qual paese minacciasse quella flotta formidabile.

Il comandante della flotta inglese sir Jean Jervis, dopo lord conte di S. Vicent, si ostinò di vedere nei preparativi di Tolone un progetto di spedizione nell’Oceano, e si accontentò di chiudere lo stretto di Gibilterra e di bloccare la flotta spagnuola nel porto di Cadice.

Sempre in questa convinzione, spedì Nelson, che serviva sotto i suoi ordini, con tre vascelli di linea, quattro fregate ed una corvetta per sorvegliare il porto di Tolone, promettendogli di mandar soccorsi alla sua prima richiesta.

Al 9 maggio Nelson lasciò la baia di Cadice, ma era già troppo tardi; arrivato nel golfo di Lione, una tempesta disperse i suoi vascelli, e disalberò quello su cui si trovava.

Entrò per riparare le sue avarie nel porto di S. Pietro, rimorchiato da un vascello che aveva sofferto meno del suo.

Durante il suo soggiorno al porto di S. Pietro, apprese la partenza della flotta francese da Tolone e spedì un bastimento a Lord S. Vincent per chiedergli il soccorso promesso: ma all’8 giugno, vale a dire tre settimane dopo che la flotta francese aveva fatto vela, potè riunire le forze inviategli, nel momento in cui essa era già fra la Sicilia e Malta.

Questi aiuti si componevano di dieci vascelli da 74 ed uno da 50 cannoni.

Alla testa di questa potenza Nelson si mise alla ricerca della flotta francese; sulle coste meridionali della Corsica apprese che era stata veduta fra Capo Corso e l’Italia.

Balenò a Nelson l’idea, e quell’idea aveva una certa probabilità, che la flotta francese fosse diretta a Napoli.

Egli fece vela per Napoli.

Al 15 giugno, egli era all’isola di Ponza, e c’inviò un suo uffiziale di confidenza, meglio ancora un suo amico, il capitano Troubridge, colla corvetta la Mutine per abboccarsi col capitano generale e sir William Hamilton.

Troubridge era latore di una lettera di Nelson per me.

L’effetto che io aveva prodotto su questo grande uomo non mi era punto sfuggito, e trovai strano come potendo egli stesso venire a Napoli avendo così un occasione di vedermi, la lasciasse sfuggire.

La sua lettera mi spiegò tutto.

Eccola:

«Milady,

«Se venissi a Napoli, se discendessi a terra, e se vi rivedessi, arrischierei di mancare a tutti i miei doveri, che sono d’inseguire la flotta francese senza perdere un momento.

«Troubridge vi porgerà questa lettera, che invece di essere una prova d’indifferenza, diventa, per la spiegazione che vi dà, una prova della violenza del sentimento che provo per voi.

«Appena Troubridge sarà ritornato colle indicazioni che riceverò dal capitano generale e da sir William, continuerò il mio cammino.

«Fossero all’altro capo del mondo, raggiungerò i francesi; e mi rivedrete vincitore e degno di voi, milady, o non mi rivedrete più.

«Mille volte il vostro

«Orazio Nelson

Eccoci a quanto ci trovavamo al 16 giugno 1798 circa al nostro amore con Nelson; si vede che non eravamo inoltrati di molto.

Questa lettera senza dir molto al mio cuore solleticava il mio orgoglio. Nelson nei cinque anni che erano passati si era battuto come un eroe, o piuttosto, come lo diceva egli stesso, come un uomo che si vuol fare ammazzare. Ho già raccontato come avesse perduto un occhio a Calvi; non era tutto, a Teneriffa gli venne portato via un braccio.

Questa volta prometteva di ritornare degno di me, o di farsi ammazzare.

Era sicura che egli manterrebbe la sua parola; Nelson non era di quegli uomini che promettevano invano.

Dal terrazzo del palazzo vidi il maestoso spettacolo della flotta che difilava innanzi a Napoli; col mezzo d’un cannocchiale, sir William mi fece distinguere il vascello che portava la bandiera ammiraglia; a quella distanza non poteva distinguere quanto avveniva a bordo; ma son certa che Nelson aveva gli occhi fissi sul palazzo, come io aveva fissi i miei sul suo vascello.

La flotta si aperse lentamente innanzi allo scoglio di Capri; una parte passò alla sua destra, l’altra alla sinistra; stette tre giorni in vista, poichè vi era bonaccia.

Questa bonaccia fu causa che al 25 giugno soltanto si trovò al forte di Messina.

Di là seppe che Bonaparte aveva preso Malta, e passando vi aveva lasciato una guarnigione di quattromila uomini, ed aveva continuato il suo cammino verso l’Oriente.

Dal Faro in data del 25 egli scrisse a sir Hamilton per annunziargli quella notizia, ed a me per rinnovarmi l’assicurazione dei sentimenti che aveva per me.

Sir William ed io ricevemmo le lettere al trenta dello stesso mese, e risposi subito:

«Caro signore.

«Approfitto dell’offerta del capitano Hope per scrivervi qualche riga, e per ringraziarvi della graziosa lettera che mi avete fatto pervenire col mezzo del capitano Bowen.

«La regina ebbe grandissimo piacere quando le tradussi ciò che dicevate di gentile per lei, e m’incarica di ringraziarvi, e di assicurarvi che prega pel vostro onore e per la vostra salvezza: in quanto alla vittoria essa è già sicura che l’avrete.

«Abbiamo ancora qui il regicida ministro Garat, il più insolente, il più impudente animale diplomatico, che mai si possa vedere, e veggo chiaramente che la corte di Napoli dovrà dichiarare la guerra, se vuole salvare il paese, perchè l’ambasciatore francese fa tutti i giorni le osservazioni più minacciose.

«S. M. vede e sente tutto ciò che voi dite nella vostra lettera a sir William datata dal Faro di Messina, e sotto la vera luce che rischiara i fatti, così fa anche il generale Acton.

«Ma per sventura il loro primo ministro Gallo, uomo leggero, superficiale ed ignorante, impetrito e stecchito come una cresta di gallo, non pensa ad altro che al modo con cui gli vanno i suoi abiti ricamati, ed all’effetto che produce il suo anello di brillanti; una metà di Napoli lo crede francese, io credo che l’altra metà s’inganna credendolo napoletano.

«La regina ed Acton non possono soffrirlo; per me poco importa essendo sostenuto soltanto dal re egli non saprebbe avere un gran potere; ma un primo ministro, e un puro ministro di forma, è pur sempre qualche cosa per fare un brutto giuoco.

«A proposito saprete che i tre o quattrocento giacobini, che si tenevano in carcere, sono stati tutti, dopo tre o quattro anni di detenzione, dichiarati innocenti. Se credo a tutto ciò che si dice da loro di me, la metà almeno meriterebbe di essere appiccata. È Garat che colla sua influenza e Gallo colla sua debolezza, e forse colla sua simpatia, hanno fatto il bel colpo di rendere questi cari signori alla società.

«Insomma io ne sono molto spaventata, e considero come tutto perduto per Napoli. Sono afflitta fino alle lagrime per la nostra cara e graziosa regina, che merita veramente una miglior sorte.

«Comprenderete, mio caro signore, che vi scrissi tutto ciò in confidenza e di fretta.

«Spero che non lascerete il Mediterraneo senza prenderci; abbiamo il nostro congedo, e pronta ogni cosa per partire appena ne avremo l’avviso; ma intanto spero in Dio che distruggerete questi mostri di francesi; e prima di partire di qua, il regno di questi empii non sarà di lunga durata.

«Se avrete qualche occasione, scriveteci; non potete credere qual balsamo sono le vostre lettere per noi.

«Che Dio vi benedica, mio caro, carissimo signore: credetemi sempre la vostra sincerissima, obbligatissima ed affezionatissima amica,

Emma Hamilton

Questa lettera lo raggiunse in mare mentre cercava, senza poterla trovare, la flotta francese.