WeRead Powered by ReaderPub
Minerva e lo scimmione cover

Minerva e lo scimmione

Chapter 6: III. LA TRAPPOLA SCIENTIFICA
Open in WeRead

About This Book

A sustained polemic that attacks established philological methods and scholarly fashions, the text combines argumentative essays, ironic commentary, and rebuttals to critics. It analyzes methodological faults in textual criticism and editorial practice, critiques the scientistic pretensions of certain academic approaches, and narrates the public controversy and anonymous attacks provoked by its publication. Organized into focused chapters and supplemented by appendices on large-scale editions, the condition of national publishing, and a probing interview, the work advocates for intellectual honesty and patient reform, urging disputes to be settled by argument rather than by personal insinuation or clandestine tactics.

Entra tu pure. — Dico a te, Cassandra.
Poi che benignamente volle Giove
che i sacrifici tu partecipassi
fra i molti servi, stando presso all'ara
del Dio custode della casa. Scendi
dal cocchio, scaccia il tuo soverchio orgoglio.
Anche il figlio d'Alcmena, un tempo, dicono,
fu venduto, e dove' piegarsi a forza
a servil giogo. Allor che su noi piomba
di tal sorte la forza, è assai fortuna
trovar padroni d'opulenza antica:
ché quanti ricca messe hanno ricolta
oltre ogni loro speme, in tutto crudi
sono coi servi, oltremisura. Tu
quanto conviene troverai fra noi.

A
a Cassandra che rimane muta.

Chiare parole t'ha dirette. Or tu
obbedisci, poiché sei nelle reti
fatali. Ma obbedir forse non vuoi!

Clitennestra

Se pur la lingua sua barbara, ignota
non è, simile a quella delle rondini,
parlando il cuore suo convincerò.

A

Seguila: il meglio che poteasi in questa
sorte ella disse. Lascia il carro, cedi!

Clitennestra

Non ho tempo da perdere dinanzi
a questa porta. Stanno già le vittime
sull'ara, in mezzo della casa, e attendono
il macello ed il fuoco. — Oh chi sperava
mai questa grazia! — Or tu, se ciò che dissi
vuoi far, non indugiare: e se t'è dura
nostra favella, e dir non sai parola,
con un barbaro cenno almeno esprimiti.

A

D'un efficace interprete bisogno
ha la straniera, sembra. I modi suoi
sono come di belva or ora presa.

Clitennestra

D'insania è colta, e i mal pensieri ascolta.
È giunta qui, lasciata la città
arsa or ora, né sa patir le redini,
se pria non spuma la sanguigna bava.
Ma non oltre m'abbasso a favellarle.

Entra nella Reggia.

A

Non io m'adirerò. Pietà mi stringe.
Lascia quel cocchio, sventurata, cedi
al tuo destino, al nuovo giogo piègati.

Cassandra
prorompendo improvvisa

Ahimè, terra! Ahimè, terra!
Apollo! Apollo!

A

Perché d'ahimè saluti il nume ambiguo?
Non si addice a quel dio funebre nenia!

Cassandra

Ahimè, terra! Ahimè, terra!
Apollo! Apollo!

B

Con grida infauste ancor saluta il Nume
cui non s'addice assistere a lamenti.

Cassandra

Apollo, Apollo!
Mio duce e mio sterminio!
Mi perdi, e non a mezzo, anche una volta!

C

Sue sciagure predir sembra: fra i lacci
di servitù, vive il fatidico estro.

Cassandra

Apollo, Apollo!
Mio duce e mio sterminio!
Dove condotta m'hai? Verso qual tetto?

D

Al tetto degli Atridi: io te lo dico,
se non lo sai: né troverai ch'io menta.

Cassandra

A tetto inviso ai Numi, di consanguinee stragi
conscio, di lacci fatali, a macello
d'uomini, a suolo gocciante di sangue.

B

Come can la straniera ha nari acute,
e fiuta, per trovare odor di strage.

Cassandra

Ecco, ecco i testimonî che fede a me ne fanno
questi fanciulli piangenti sgozzati:
maciulla il padre le carni combuste!

A

Sapevamo per fama il tuo profetico
estro; ma niun profeta andiam cercando.

Cassandra

Ahimè, ahimè! Che mai
disegni? Quale immane
novello immane lutto
disegni in questa casa? Insopportabile
pei tuoi, senza rimedio!
E lontana rimane ogni difesa!

A

Questi ultimi presagi io non intendo;
intendo il resto: tutta Argo lo grida.

Cassandra

Ah, scellerata! Questo
farai! Lo sposo tuo,
il compagno del letto,
mentre nel bagno tu lo immergi.... Come
dirò la fine? E presto
sarà! Mano su mano avventan colpi!

A

Non anche intendo; ché irretito io sono
fra vaticinî cui l'enigma accieca.

Cassandra

Ahi, terrore, ahi, terrore! Che visione è questa?
Forse d'Averno è un laccio?
La compagna del talamo è la rete,
la complice! Discordia, insaziabile
contro questa progenie, innalzi un ululo:
ché pietre, poi, vendicheran lo scempio!

A

Quale tu invochi Erinni che si levi
su questa casa? Il tuo dir non m'allieta!
E refluisce al cuore la crocea stilla, come
a chi trafitto cade di lancia, e quivi ha termine
con i postremi raggi
della naufraga vita. E vien rapida morte.

Cassandra

Ahimè, ahi! Vedi, vedi! Tieni, tieni lontana
dal toro la giovenca!
L'afferra al peplo con le negre corna,
a tradimento lo colpisce: piomba
nel bagno molle.... — Di feral lavacro
insidïoso a te la storia narro.

A

D'essere acuto intenditor d'oracoli
vanto io non meno; e pur, somiglia questo
a presagio di male. Quale fausta parola
mai dissero i responsi? Ma ben con le sciagure
gli ambigui vaticinî
al cuor dell'uomo insegnano profetico terrore.

Cassandra

Ahi, me infelice! Al suo dolore mischio
il mio dolore! Oh povera mia sorte!
Perché, perché m'hai qui condotta, misera?
Perché con lui m'avessi una la morte?

A

Tu deliri. T'invasa furor divino: e intoni
su te díssono canto,
come il fulvo usignuolo
non mai sazio di pianto,
che, chiuso nel suo duolo,
Iti Iti per tutta la sua vita
piange, di mali innumeri fiorita.

Cassandra

Oh! la sorte del garrulo usignuolo!
Le membra un Nume a lui cinse di penne;
dolce vita gli die', scevra di lagrime.
Me attende, a farmi a brani, una bipenne.

Ora, questa figura di vergine fatidica, voi profani la immaginate immota, sorda, perfettamente distaccata da tutto quanto la circonda, seguendo, con gli occhi sbarrati nel vuoto, l'intima visione dell'imminente scempio d'Agamennone: e quando l'orrore è giunto ad un culmine insostenibile, prorompe in quel grido straziante.

Nossignore, voi sentite e vedete male. Il Wilamowitz, il quale sa che al mondo non c'è effetto senza causa, dice che la fanciulla è indotta alla repentina esclamazione dalla circostanza che l'occhio le cade sopra l'idolo di Apollo, suo innamorato e causa prima delle sue sciagure; idolo di Apollo, il quale era poi un cono di pietra, il quale in origine era un paracarri, e si poneva innanzi ad ogni casa, come ci hanno insegnato i nuovi frammenti di Menandro. Visto il paracarri, allora no, Cassandra non sa piú stare alle mosse, e leva il suo grido d'orrore![15].

***

È proprio tempo di concludere. Codesti volumi, codesti commenti «filologici» son tutti ugualmente ameni, da cima a fondo? — Ah, no davvero! Se cosí fosse, sarebbero altrettanti capolavori d'umorismo, e i loro autori meriterebbero una nicchia accanto ai grandi benefattori dell'umanità. Piú spesso le loro «teorie» (i filologi tedeschi battezzano cosí ogni piú ovvia loro idea, ogni piú grama ipotesi) sono d'una monotonia tetra e asfissiante. Ma tutte, tetre o amene, si dimostrano, quasi sempre, prodotti dei seguenti fattori:

1) Uno spirito d'analisi minuto, microscopico, ma miope e freddo: uno spirito da revisore di conti, da curatore di fallimenti.

2) La trascuranza o l'inscienza degli elementi irrazionali che entrano nella tempera d'ogni opera d'arte.

3) La mancanza assoluta di sensibilità estetica.

4) Lo struggimento di elevarsi, nondimeno, ad una valutazione estetica: e le conseguenti amenità.

Le qualità medesime e i medesimi difetti si riscontrano in quasi tutte le opere della moderna e modernissima filologia tedesca — la filologia del kaiser, ben differente da quella che l'ha preceduta, che diede frutti insigni, e di cui mi occuperò nei prossimi articoli.

E la conclusione? — È ovvia, mi sembra. La filologia tedesca presenta la medesima preparazione metodica meticolosa e formidabile dell'esercito tedesco. Ma tale preparazione non conduce alla valutazione estetica, cioè alla intelligenza delle opere d'arte.

E se tale intelligenza è, come deve essere, lo scopo supremo d'ogni studio, la filologia del kaiser fallisce — come gli eserciti del kaiser — ai suoi scopi supremi.

Ecco il suo piede di creta.


II.

IL CORVO
CON LE PENNE DEL PAVONE

C'era una volta un corvo che saltabeccava beato e tranquillo nel bugigattolo d'un ciabattino. Un bel giorno trovò le spoglie d'un pavone; e invaghitosi di quelle penne versicolori, tanto piú appariscenti del suo piumaggio nero, se le mise indosso, e cosí camuffato, andò tra gli altri pavoni, nei giardini del re....

No, via, non divaghiamo: ripigliamo il filo. Nell'articolo scorso asserivo che, se chiedete agli iniziati in che cosa propriamente consista questa benedetta filologia, probabilmente otterrete tante risposte diverse quanti sono gl'interpellati.

E non c'è da farne meraviglia. Per ragioni che si chiariranno in questo articolo, i filologi si sforzano ad affermare e dimostrare che la filologia è tutt'altra cosa da ciò che essa è in effetto. E quest'altra cosa, naturalmente, ciascuno la vagheggia, la immagina, la definisce, secondo il proprio desiderio, la propria fantasia, il proprio ingegno. È troppo ovvio che ne derivi una babele. E ingenuità somma sarebbe quindi rivolgersi, per risolvere la questione, ad essi i filologi. Cercare la verità attraverso un dedalo d'errori, non è facile, non è piacevole, non è pratico: onde noi cercheremo di raggiungerla battendo una via maestra. Ora, qui, come in tutte le quistioni intricate, nulla giova tanto ad illuminare quanto il rifarsi dal principio. Sia dunque longanime l'amico lettore, ed abbia la pazienza di seguirmi in una rapidissima corsa, dalle origini, alla decadenza, mascherata da apoteosi, della filologia classica.

***

La filologia classica sorge, come tante altre cose belle, in Italia. Senza parlare dei precursori, tra i quali, per altro, è Dante Alighieri, e i manualetti tedeschi non se ne accorgono, incomincia con Francesco Petrarca, salutato anche dai manualetti tedeschi, resuscitatore dell'antichità classica; e in breve giro d'anni vanta, per ricordare i sommi, il Boccaccio, Coluccio Salutati, Niccolò dei Niccoli, Leonardo Bruni, Giovanni Aurispa, il Guarino, Vittorino da Feltre, Poggio Bracciolini, Flavio Biondo, Ciriaco D'Ancona, il Filelfo, il Valla, Marsilio Ficino, Angelo Poliziano (muore il 1494), e, grandissimo epigono, Pietro Vettori (muore il 1585).

Francamente, è un pantheon davanti a cui impallidisce anche la kaiseriana superaccademia di Berlino. Si conceda pure ai manualetti e ai manualoni tedeschi che tutti questi umanisti — i quali però scrivevano il latino in guisa da rivaleggiare con Cicerone e con Orazio, mentre parecchi accademici di Berlino lo scrivono come sguatteri — non intendessero affatto il «contenuto» degli scrittori di Roma: si conceda che non intendessero né lo spirito né la forma dei poeti greci, sebbene vorrei vedere quanti dei filologi «scientifici» sarebbero capaci di scrivere versi greci come quelli di Angelo Poliziano, con quell'onda musicale, con quella nitidezza cristallina, con quella intensità di colore: si deplori col Voigt che questi umanisti fossero pieni d'orgoglio, a cominciare dal Petrarca, il quale, del resto, ne avrebbe avuto miglior diritto di qualche filologo tarpano: ai ammetta, si riconosca tutto questo e quante altre cose vogliono i moderni scienziati; ma rimane indiscutibile il fatto che essi, gli umanisti, svelarono al mondo moderno imbarbarito la radiosa civiltà degli antichi. Con un ardore che divampa tuttora dalle loro pagine tante volte secolari, con abnegazione e tenacia indomabili, a prezzo di stenti, di patimenti, di rischi, questi uomini meravigliosi, che accoppiavano l'ardimento dell'avventuriero alla pazienza del monacello amanuense, corsero il mondo a cercare in fondo ai conventi e tra le insidie di contrade barbare i preziosi manoscritti depositari dell'antica civiltà, li trascrissero, li pubblicarono, li lessero e commentarono alle genti attonite; fecero rivivere nell'uso, con tutto l'antico splendore, la fulgida lingua di Roma; tradussero da quel greco che «non conoscevano», e tradussero molto, e tradussero bene. E per merito loro il nome latino e il nome italiano suonarono, anche una volta, alti, gloriosi, per tutto il mondo civile.

E accanto all'opera loro si svolge, non meno ardente e proficua, quella dei «librai». Diamo un'occhiata, cosí alto alto, alle prime edizioni di classici. Dal 1465, anno iniziale, sino ai primissimi del '500, per una edizione dei Paradossi di Cicerone, apparsa a Magonza, per un Manilio di Norimberga, per un Terenzio e un Valerio Massimo di Strasburgo — e basta — abbiamo 16 classici stampati a Roma; 32 a Venezia (conto per uno gli Oratori attici); 6 a Firenze; 3 a Milano; ed altri a Subiaco, Bologna, Brescia, Napoli, Vicenza, Ferrara. E sia pure che molte di queste edizioni fossero provvisorie e da emendare con la collazione di nuovi codici; sia pure che qualche umanista, abusando della sua favolosa facilità nel latino, correggesse un po' troppo liberamente i testi; ma anche qui sussiste ineliminabile il fatto che, mentre tutto il mondo, Germania compresa, stava a guardare, gli umanisti italiani scopersero e pubblicarono tutti i principali classici greci e latini; li pubblicarono in edizioni in genere corrette, e, quando possedevano il materiale occorrente, meravigliose: tanto che, se confrontate qualche edizione aldina con qualche novissima edizione di Lipsia, passata per la trafila di cento collazioni, avete l'edificante sorpresa di trovarvi dinanzi al testo medesimo; li tradussero, e le loro traduzioni spesso rimasero base fondamentale di tutte le traduzioni future: li commentarono: in una parola, scopersero e diedero al mondo moderno quasi tutto il materiale per la conoscenza e per lo studio del mondo antico. Gli altri avranno fatto meglio di loro: ma tutti dopo di loro. Cose note, arcinote; ma non è male precisarle e ricordarle.

***

Scoperta la terra, disegnata la configurazione generale, ecco avvicinarsi gli altri popoli, la cui attività comincia appunto quando quella italiana, raggiunta la piú ardua mèta, incomincia a declinare. Enrico Stefano ed Erasmo di Rotterdam, corifei dei due grandi periodi filologici francese ed olandese, nascono rispettivamente il 1460, il 1466: il principio della loro attività cade quindi fra il il 1480 e il 1490. Angiolo Poliziano, aquila ed usignuolo dell'umanesimo, moriva nel 1494. Gl'Inglesi vengono assai dopo; il Bentley, il loro corifeo, nasce il 1662. I tedeschi, qui come in tante altre cose, arrivano ultimi. L'Agricola, il Reuchlin, lo Schwarzert, non possono davvero passare per precursori: e solamente col Winckelmann (nasce il 1717) incomincia in Germania un vero risorgimento umanistico.

Il periodo francese è veramente gloriosissimo. Esso vanta, per non ricordare che i nomi piú famosi, tutta la dinastia degli Stefani, il Turnèbe, che Montaigne chiamò il piú gran letterato da mille anni ai suoi giorni, il Mureto, sovrano d'ogni eleganza, Giuseppe Giusto Scaligero, l'«aquila fra le nubi», il Casaubon, l'uomo piú dotto dei suoi tempi. Questi filologi, e i minori, ripubblicarono o pubblicarono i testi greci e latini con diligenza, con disciplina, con un materiale di studio che gli umanisti non possedevano ancora. La loro potenza di lavoro era formidabile, favolosa. Il solo Enrico Stefano (il minore), pubblicò 74 autori greci e 58 latini, fra cui diciotto edizioni principi. E questa non è se non la parte minore, il fregio della sua opera: il suo capolavoro immortale è il Tesoro della lingua greca (1572), che in cinque volumi in folio racchiude tutta la grecità. È, sino ad oggi, l'unico gran dizionario greco: è opera di dottrina e genialità infinite: da esso derivano, piccoli rigagnoli, tutti gli altri vocabolarî, compresi il Passow ed il Pape, tedeschi, famosi, e mediocri. — Prima di lui, Roberto Stefano aveva pubblicato il Tesoro della lingua latina (1531), che rimase anch'esso unico sino al lessico del Forcellini, italiano, che anche ora giganteggia su tutti gli altri. Cinque accademie tedesche hanno adesso radunati gli sforzi per compilare un nuovo vocabolario. Ma chi sa quando sarà finito, e chi sa come sarà finito. Per il poco che ne possediamo, si presenta, al pari di tante modernissime operone tedesche, come un mare magno. E non è detto che non vi si possano pescare anche granchi.

Per tornare alla filologia francese, accanto a questi due monumenti degli Stefani, bisogna collocare i Glossarî della media ed infima latinità e grecità del Du-Cange (1678-1688), la sua edizione degli storici bizantini, e la Paleografia e la Biblioteca dei manoscritti di Bernardo di Montfaucon.

Colgo i punti culminanti; e quanto al periodo olandese, che corre quasi parallelo al francese, mi limiterò a ricordare il Lipsio, il Meurs, il Grozio, il Gronovio, la cui opera amplia ed integra in certo modo quella dei filologi francesi.

Ora, in questo periodo che diremo, per intenderci, franco-olandese, si precisano meglio il cómpito e gli scopi della filologia, rimasti nel periodo umanistico un po' indeterminati e confusi. Gli umanisti italiani, nel loro sconfinato entusiasmo, avevano voluto quasi cancellare il torbido periodo dell'età di mezzo, riallacciare a Roma e ad Atene il pensiero e l'arte contemporanea, far rivivere il passato. Sbollita la prima ebbrezza, si vide quanto fosse chimerica tale aspirazione. Rievocare il pensiero e l'arte antica, assimilarli, cercare in quel primo radioso periodo della nostra civiltà fulcri ed impulsi per i futuri progressi, andava bene; ma vuotare la vita attuale del suo contenuto per iniettarvi quello di un'altra epoca, non era possibile e sarebbe stato male. Gli umanisti francesi ed olandesi, piú o meno compiutamente, restrinsero e definirono con gran chiarezza l'essenza e il cómpito della filologia classica. Pubblicare gli scrittori antichi nella forma presumibilmente piú vicina alla forma originale; e per giungere a questo risultato, radunare tutti i codici conservati di ciascun autore, correggerli ed integrarli col paziente confronto. E intorno a questi autori, raccogliere quante notizie antiche servissero ad illustrarli.

Tale il programma. Programma non clamorosamente bandito, bensí strenuamente, pazientemente attuato. Allora non c'erano tante «teorie», tanti contrasti di metodi, tante imposizioni. E non ce n'era bisogno. L'opera era molto ardua nella pratica; ma quanto ai criterî generali, per menti lucide come quelle, non potevano sorger dubbî. Nessuno di quei gagliardi si dev'essere proposta mai la domanda che sembra angosciar tanto le menti tedesche: che cos'è la filologia. Badarono ad operare, ed operarono a bono. E se anche tutto il lavoro filologico compiuto dopo di loro andasse perduto, potremmo ancora, senza troppo disagio, leggere tutti i classici greci e latini. Furono lavoratori ciclopici.

Lavoratori solamente? — Certo l'aureola che cinge i nostri umanisti non circonda le loro fronti. Altro è scoprire una terra, altro è metterla in valore. Il giudizio del mondo che, a lungo andare, tribuisce a ciascuno il suo, colloca questi dotti in una sfera un po' meno luminosa di quella in cui brillano il Filelfo, Marsilio Ficino, Angiolo Poliziano; ma suonano tuttavia immortali i nomi degli Stefani, del Mureto, del Grozio, del Du-Cange.

***

Un passo innanzi si deve al Bentley, con cui comincia dunque la filologia inglese. Il Bentley è una di quelle menti inglesi d'acume indefettibile, che fissano, senza offuscarsi un momento, i problemi piú abbacinanti. Qualche filologo alla tedesca volentieri trova da apporre al suo gusto; ma insomma egli guardò veramente con occhio nuovo tutto l'immenso materiale della dottrina classica, e vide quasi dappertutto fatti e fenomeni sfuggiti ai piú acuti indagatori. A lui si deve la scoperta del digamma in Omero, dalla quale rampollarono tante verità in parecchi ordini di studî; egli intuí il vero studio scientifico della metrica; e molte delle vie che batte' poi con tanto clamore la filologia tedesca, furono, in realtà, dischiuse da questo grande Inglese. Ma né di lui né di altri pure insigni, che mossero sulle sue orme, posso parlare piú a lungo: non voglio però tacere che in questo milluogo di studio sorge anche Giorgio Grote, che, vissuto sempre nel mondo bancario, scrisse una storia della Grecia che rimane, per chiunque non sia acciecato da pregiudizî filologici, mirabile e insuperata.

***

Ed eccoci infine alla Germania, cioè al punto capitale della nostra discussione. E qui abbia un po' di pazienza il lettore, e freni per un momento qualche obiezione che potesse affacciarglisi. Per chiarezza d'esposizione, devo enunciare fatti fondamentali, senza tener conto, volta per volta, di minori fatti concomitanti, che sembrerebbero talora smentirli. Ad uno ad uno riesaminerò poi questi fatti: ora debbo cogliere i punti essenziali. La matassa è arruffatissima; e se non sbrogliassimo i capi uno per uno, non arriveremmo in fondo.

Iniziatori della rinascenza classica in Germania furono non già eruditi, bensí l'araldo dell'arte greca, Winckelmann, lo scienziato poeta, Humboldt, e grandi scrittori e poeti: Lessing, Herder, Klopstock, Goethe, Schiller. Il battesimo fu meraviglioso, e se ne vide il buon frutto; ma questo è uno dei punti cui dovremo troncare.

Dunque, il periodo filologico tedesco comincia tardi. Ma è doveroso soggiungere che è però d'una fecondità straordinaria: se oggi contate l'esercito dei filologi tedeschi, esso stritola senz'altro gli eserciti riuniti di tutto il resto del mondo. Che se poi domandate ad un filologo benpensante quali siano i tratti caratteristici del movimento filologico tedesco, egli vi risponderà senza dubbio:

1) Una metodologia piú raffinata, sicché solo coi tedeschi la filologia diviene veramente scienza.

2) Un approfondimento delle discipline filologiche.

3) Un ampliamento delle sullodate discipline.

4) L'organizzazione del lavoro scientifico.

Questa organizzazione è, in fondo, la parte fondamentale, che diventa poi fabbrica di esportazione, mezzo d'espansione, strumento di conquista: merita d'essere discussa a parte. Per ora, occupiamoci degli altri tre punti, e vediamo che liquore si nasconda, in realtà, dietro i seducenti cartellini.

1) Metodologia scientifica. — Nessuno ignora che i tedeschi hanno la mania di fabbricar teorie. Metteteli al punto, e vi scrivono un volume di mille pagine sulla «teoria» d'infilarsi la giubba. Cosí fecero per la filologia. — Nel confrontare diversi codici per derivarne la lezione presumibilmente piú vicina al testo originario, nell'emendare secondo la grammatica e le norme stilistiche l'archetipo cosí derivato, e in simili altre bisogne filologiche, conviene certo seguire certe regole. E il buon senso le detta, e i grandi filologi in genere le avevano seguite senza sciorinarle, senza organizzarle né farne pompa. I tedeschi formularono, riunirono, codificarono, articoli, commi, sottocommi. Ricordo un professore di storia che all'Università ci intrattenne per un anno intero sulla metodologia, insegnandoci che conveniva citare sempre l'ultima edizione scientifica, e quando si riferiva un brano d'un altro scrittore, avvertire che non era nostro, e chiuderlo fra virgolette, e citare la pagina precisa, e mettere un sic fra parentesi se l'opinione non ci persuadeva, e via di questo passo.

Dunque, metodologia, asfissía. Ma in conclusione, ciascuno lavora secondo il proprio genio. Se i tedeschi per filar diritto hanno bisogno di tutti questi «freni teorici», adoperino pure questi freni teorici. L'essenziale è che non deviino, che il risultato sia buono.

E a dire il vero, per il lavoro filologico, secondo il concetto determinatosi nel periodo francese — raccogliere, dunque, e ordinare, — i tedeschi possedevano qualità di prim'ordine: pazienza, resistenza, tenacia. A nessuno passerà per la mente di scemar valore ad opere insigni come, per es., il Corpus delle iscrizioni greche del Boeck, la raccolta dei frammenti dei comici del Meineke, la edizione plautina dei Ritschl, l'Aglaophamus del Lobeck — semplice raccolta di materiale anche questa, checché possa sembrare ai filologi impenitenti.

2) Approfondimento. — Qui cominciano le dolenti note: in questo approfondimento ebbero ampio campo da esplicarsi alcune delle meno buone qualità del tedesco.

I tedeschi hanno mente disordinata. Regolare un complesso d'idee secondo una linea logica, precisa, sobria, come fanno senza sforzo un italiano, un francese, un inglese, non sanno: quasi ogni loro scritto, anche dei grandi, è perpetua prova di tale affermazione. Il meticoloso ordine di tutti gli oggetti materiali che meraviglia, seduce, ammalia tanti allocchi migrati in Germania, non è se non una difesa, un argine contro questa incoercibile tendenza delle loro idee a scompigliarsi, a sparpagliarsi.

I tedeschi hanno mente poco lucida. Nel diaframma della loro intelligenza le cose si riflettono senza nitidità di contorno, circondate di nebbia, coi lembi sfumati e reciprocamente confusi. Cosí vedono da per tutto oscurità, e quindi punti da chiarire, cioè problemi da risolvere, dove non c'è niente da chiarire né da risolvere. In tempi non sospetti, Giacomo Leopardi, la cui mente ebbe sempre lucidità empirea, aveva già fatto questa osservazione:

Che non provan sistemi e congetture
E teorie dell'alemanna gente?
Per lor, non tanto nelle cose oscure
L'un di tutto sappiam, l'altro nïente,
Ma nelle chiare ancor dubbî e paure
E caligin si crea perpetuamente.

I tedeschi, per solito, stanno terra terra, salciccia, pipa, e gotto di birra. Ma se, dio ci scampi e liberi, spiccano il volo, eccoli d'un balzo tra la piú fitta nuvolaglia metafisica. Nel cielo azzurro e limpido, nessuno ha mai visto un tedesco, se non brevi istanti, e quando s'era perfettamente infrancesato, come Heine, o grecizzato, latinizzato, italianizzato, come Goethe: e nemmeno bastava.

Tutte queste qualità negative trovarono dunque fertilissimo terreno nell'«approfondimento» della filologia. E seguendo, secondo il genio della propria stirpe, le vie dischiuse dal Bentley, produssero, con fecondità da conigli, centinaia, migliaia, miriadi di scritti, in cui si approfondiva, cioè si costruivano castelli in aria i piú goffi, i piú grotteschi, i piú sbilenchi. Bisogna, come ho dovuto far io, aver letto a migliaia codesti opuscoli, e vedere che cosa sono stati capaci di arzigogolare filologi, anche di nome insigne, su miseri frammenti di poeti, su innocenti figurazioni di vasi greci, per provare dinanzi a questo approfondimento tutti i sintomi del mal di mare. Il frutto, non piú sollazzevole, ma certo piú cospicuo dell'approfondimento, è la questione omerica. Milioni di pagine, tra cui ne n'è da disgradare le amenità di Pulcinella. Oggi i filologi per primi riconoscono che tutta la questione era sbagliata, che tutte quelle pagine non hanno veruna ragione di esistere, che chi ha impiegato mesi e mesi per studiare tutte le teorie del Wolf, del Lachmann, del Hermann, si trova ora con un pugno di mosche in mano — sono parole, sacrosante, di Giuseppe Fraccaroli. Ma io ricorderò sempre un antico mio compagno d'università, preconizzato luminare degli studî ellenici, perché «conosceva a fondo la quistione omerica». Omero, poi, non l'aveva letto, e se l'avesse letto non l'avrebbe capito.

3) Ampliamento delle discipline filologiche. — Questo «ampliamento» risale a Federico Augusto Wolf. Il quale di punto in bianco, identificò la filologia, o meglio la battezzò: Scienza dell'antichità; e le subordinò ventiquattro, dico ventiquattro, discipline, che viceversa, poi, sono di piú, perché molte si potrebbero sdoppiare. Ve ne risparmio per ora l'enumerazione, che c'è da fare una questione pregiudiziale. Che bisogno c'era di questo ampliamento?

Non ce n'era proprio nessuno. Il contenuto e gli scopi della filologia s'erano venuti precisando e determinando nei periodi francese, olandese e inglese: non c'era che da seguire la via tracciata.

E dunque, che cosa pote' indurre il Wolf a questo prodigioso ampliamento? Il bisogno, innato in ogni alemanno, di cercar mezzogiorno alle due pomeridiane? La mania d'annessione, nella quale parecchi vogliono oggi riconoscere la qualità fondamentale del carattere tedesco? Forse. O forse un altro movente, non dirò nobilissimo, ma certo umano: e i filologi non sempre si librano al disopra delle umane miserie.

Ecco. Dopo il momento umanistico, dopo i periodi francese, olandese, inglese, cominciando ad esaurirsi il materiale di studio, sfiorendone di giorno in giorno la freschezza, veniva sempre piú in luce un carattere della filologia, che nei primi entusiasmi era come sparito: il suo carattere di mezzo e non di fine, di transitorietà e non d'immanenza. La filologia si mostrava quale essa è veramente, non una scienza a sé, bensí un metodo di lavoro. Ma cosí sparivano gli ultimi raggi dell'aureola che aveva già circondata la fronte dei nostri umanisti: cosí la maestà del filologo discendeva ancora d'un grado.

Ed ecco il colpo di stato di Augusto Wolf, e la conseguente annessione delle ventiquattro provincie. La filologia semplice mezzo, metodo, disciplina scientifica? La filologia è la scienza delle scienze: essa le abbraccia tutte, come l'imperatore di Germania abbraccia o abbraccerà tutte le nazioni del mondo: dalla filologia, come dal kaiser, raggerà la luce su tutte le genti.

Le conseguenze del colpo di stato furono molteplici e varie, e in questo articolo è proprio impossibile discuterle. Ma fin d'ora accennerò a quella strettamente connessa con la nostra domanda iniziale: alla babelica discordia nelle ulteriori definizioni della filologia.

I filologi alemanni, dunque, si trovarono di punto in bianco dinanzi a questo mostro, a questo ircocervo, che era uno ed era ventiquattro; e non vi so dire se, con la disposizione sortita da madre natura per le lucubrazioni apocalittiche, si sbizzarrirono a studiarlo, a sviscerarlo, a definirlo. E ognuno enunciava la sua teoria. Un dilettante di teratologia può con molto frutto andarle a scovare. Io non le infliggerò al lettore, che, del resto, può vederne discusse alcune in un bell'articolo di Raffaele Onorato (Nuova Antologia, 16 maggio 1912). Ma non voglio defraudarlo di quella dell'Urlichs, che apre il famoso Manuale della scienza dell'antichità classica di Iwan von Müller, una lunga serie di volumoni che comprendono l'alfa e l'omega di tutta l'odierna scienza filologica. Dunque, secondo l'Urlichs, la filologia è la scienza dell'idealità concreta. Essa deve dimostrare «la validità e il senso delle antiche testimonianze, la connessione delle manifestazioni singole con le maniere collettive di pensare e d'intuire dell'antichità». E cosí «nelle sublimi creazioni di spiriti originali, offre efficace correttivo alla comune ipervalutazione del realismo utilitario, perché stimola la fantasia, impegna l'intelletto, arricchisce il cuore e acuisce l'ingegno». — Come un aperitivo Dulcamara. Oh dove sei tu, ché in Italia non ti vedo, ombra che pensavi di Gian Domenico Romagnosi!

La risposta è molto filosofica. Ce n'è però una molto piú semplice. La filologia è e dev'essere, né piú né meno, quello che è stato nei grandi periodi classici. Deve preparare edizioni corrette, e vicine, il piú possibile, al testo originario: deve intorno ai testi raccogliere, con la maggior sobrietà possibile, il materiale illustrativo. Arrivato a questo punto, il filologo, in quanto filologo, ha esaurito il suo compito. Se poi oltre che attitudine e spirito filologico, possiede anche autentiche attitudini storiche, critiche, estetiche, scriva storia, critica, letteratura: ma a codeste belle cose, le attitudini puramente filologiche non servono proprio un bel corno; o servono a spacciare amenità, come quelle, documentate nell'articolo scorso, del Keck, del Wilamowitz, dei loro tirapiedi italiani. A scrivere storia, letteratura, critica, si richiedono altre qualità, che non s'acquistano, per trasfusione divina, con la patente di dottore in filologia. Dunque i filologi facciano i filologi all'antica, e non vadano oltre. E che c'è da vergognarsi, ad essere filologo puro?

Il corvo! Ha il brutto vezzo di scarnificar le carogne; ma non è mica un brutto animale, il corvo! Nel bugigattolo del ciabattino, con le ali un po' mozze, col becco grosso e duro, nero nero, lustro lustro, è un sollazzo vederlo saltabeccare qua e là, scavizzolando e ingollando chicchi di granturco, bottoncini da scarpe, e in genere ciascun oggettino che luccichi. E perché gli dovrebbe venire lo struggimento d'andare a far la ruota fra i pavoni, nei giardini del re?


III.

LA TRAPPOLA SCIENTIFICA

E seguitiamo a dipanare la matassa arruffata. Seguitiamo, distinguendo con esattezza quello che dicono i filologi da quello che è in realtà. I filologi dicono che il Wolf ampliò il concetto e sollevò la dignità della filologia convertendola in scienza dell'antichità, e subordinandole ventiquattro discipline. Benissimo. Ma in che cosa consistono codesto ampliamento, codesta conversione, codesta sublimazione?

Le ventiquattro discipline che, in seguito alla riforma wolfiana, rimasero tradizionalmente subordinate alla filologia, son dunque le seguenti. Lettori di buona volontà, raccogliete il fiato: lettori impazienti, saltate l'enumerazione,

ché senz'essa
può star l'istoria, e non sarà men chiara.

E dunque: 1) Dottrina filosofica del linguaggio. 2-3) Grammatica delle lingue greca e latina. 4) Ermeneutica, ossia fondamenti dell'arte d'interpretare. 5) Fondamenti della critica filologica e dell'arte di emendare. 6) Fondamenti della composizione prosastica e metrica, o teoria dell'arte di scrivere. 7) Geografia ed uranografia antica. 8) Storia universale di tutti i popoli dell'antichità. 9) Fondamenti dell'antica cronologia e della critica storica. 10) Antichità greche. 11) Antichità romane. 12) Mitologia dei Greci e dei Romani. 13) Storia letteraria dei Greci. 14) Storia letteraria dei Romani. 15) Storia delle arti del discorso e delle scienze presso i Greci. 16) Storia delle arti del discorso e delle conoscenze scientifiche (non scienze, questa volta: adorabili nipoti d'Arminio!) presso i Romani. 17) Notizia storica delle arti mimetiche presso entrambi i popoli. 18) Introduzione dell'archeologia dell'arte. 19) Tecnologia archeologica. 20) Storia universale dell'arte nell'antichità. 21) Introduzione alla conoscenza e storia dell'architettura antica. 22) Numismatica dei Greci e dei Romani. 23) Epigrafia d'entrambi i popoli. 24) Storia letteraria della filologia. — Auff! Ho dovuto riassumere, ma è proprio finita.

Questa classificazione è un imperituro monumento della bestialità teutonica, scoprentesi ed affermantesi proprio nel campo in cui i tedeschi pensano d'essere maestri ai maestri, cioè nella sistemazione teorica. E son pronto a dare la esauriente dimostrazione di tale asserto ai filologi valvassori i quali me ne facciano regolare domanda su carta da bollo. Per ora, chiediamo solo perché le discipline siano per l'appunto ventiquattro. Forse perché ventiquattro sono i canti dei poemi omerici, altre vittime delle lucubrazioni wolfiane: perché quando si conta per uno la Numismatica dei Greci e dei Romani (e perché non la grammatica?), peggio le Antichità greche, peggio la Storia universale degli antichi, capite bene che il ventiquattro si può senza fatica tramutare in quarantotto, in novantasei, in centonovantadue. Viceversa alcune discipline dovrebbero essere assorbite in altre da cui il Wolf le distingue. Ma questi, ed altri errori che il piú profano dei lettori italiani rileva a prima vista, sono in fondo, per attenerci alla partizione dantesca, peccati d'incontinenza. La matta bestialità, che doveva poi tralignare in malizia, è nella equazione fondamentale: FILOLOGIA = SCIENZA DELL'ANTICHITÀ. Che cosa poteva voler dire questa equazione?

Abbiamo visto nello scorso articolo che cosa era stata la filologia sino a questo momento, e che cosa deve e non può non essere sempre fondamentalmente: preparazione di testi.

E sappiamo anche, e ben chiaro, che cosa sia ciascuna di quelle discipline conglobate insieme, da Federico Augusto Wolf, sotto il nome e l'egida della filologia. Ma dove mai l'operoso demolitor d'Omero trovò le basi per l'annessione?

Le trovò in un rapporto che esiste di fatto tra la filologia e ciascuna di quelle discipline. La filologia prepara il materiale per tutte. E questo fa sí che, mentre la maggior parte di esse non saprebbe accoppiarsi omogeneamente con alcun'altra, sicché fra l'astronomia, per esempio, e l'epigrafia, fra la numismatica e la retorica, non si saprebbero escogitare connubî se non mostruosi; essa la filologia, può invece unirsi benissimo con ciascuna di esse. È come un minimo comun divisore di tutte.

Ma anche il piú annuvolato alemanno avrebbe inteso che, riconosciuta una simile posizione della filologia di fronte alle altre discipline, difficilmente si potevano subordinare queste a quella. Essere singolarmente l'ancella di ventiquattro padrone, non può significare, in linea generale, essere la padrona di tutte e ventiquattro. E prima il Wolf, e poi, con protervia e malafede sempre crescenti, i suoi degni epigoni, mutarono questa posizione con uno spediente ingegnosissimo. Esaltarono, magnificarono, proclamarono unico il metodo filologico, e lo imposero a quelle ventiquattro discipline, e, via via, a tutte le discipline dell'universo.

***

I filologi piú induriti vorranno concedermi che parecchie di quelle ventiquattro discipline non le ha inventate la filologia scientifica tedesca. La storia, per esempio, la critica letteraria, la interpretazione dei grandi autori, esistevano da un pezzo. Se non che, ciascuna di queste discipline aveva metodi suoi proprî, ed ai cultori di ciascuna d'esse si dimandavano qualità peculiari e ben distinte. Allo storico, per esempio, la facoltà di cogliere tra l'irrequieta moltitudine dei fatti i punti salienti e significativi: il dono di vederli risorgere entro sé, in una intima visione; la potenza espressiva per comunicare agli altri tale visione. All'interprete dei poeti, cuore ardente, fantasia agile, pronta a vibrare simpaticamente con quella degli autori interpretati, orecchio finissimo, capace di seguire le menome sfumature della poesia — che è sinfonia di parole — facoltà di rievocazione plastica, cioè di veder dietro ogni parola una immagine, di far risorgere nel proprio spirito le forme che già si librarono alla mente dell'artista creatore. — Al critico, tutte queste facoltà dell'interprete, e l'altra, di penetrare ancor piú profondamente nell'animo dell'artista, d'intuire quali fantasmi si disegnarono alla sua fantasia, di confrontarli con la loro materiale espressione, e dal confronto elevarsi al giudizio.

E cosí via, ciascuna disciplina aveva metodi e richiedeva attitudini speciali. Né parrebbe che i risultati di questa pluralità metodica fossero cattivi. E finché i tedeschi non abbiano data la prova del contrario a colpi di mortaro, il mondo seguiterà ad ammirare senza eccezione le opere di storici, di critici, di eruditi, come Tucidide, Orazio, Poliziano, Ludovico Antonio Muratori, Macaulay, Michelet, Giacomo Leopardi, nessuno dei quali, per quanto io sappia, andò a bere l'acqua della saggezza sulle rive della Sprea.

Alla filologia sembrò invece che quella pluralità fosse deleteria, quelle opere manchevoli e da dilettanti; e ai molti metodi sostituí dunque il proprio, unico come il prezzo unico dei bazar. È ben chiaro che chi impone il proprio metodo è padrone, come chi impone le taglie a Bruxelles è padrone del Belgio. E quello che avvenne per l'antichità classica, si ripete', su per giú, in ogni altro campo di studî. E cosí, la filologia, a poco a poco, da ancella divenne padrona.

La serva padrona.

***

E quale era questo metodo unico? Quali attitudini, quali doti si richiedevano a impadronirsene, ad applicarlo?

Le qualità fondamentali richieste nel filologo, erano, sono e saranno sempre le seguenti:

1) Occhi resistenti e tenace pazienza per trascrivere e collazionare codici.

2) Conoscenza grammaticale delle lingue.

3) Un certo acume che conduca a scoprire le interpolazioni e le cause grafiche degli errori.

4) Un certo sentimento della fraseologia, che nei luoghi errati o lacunosi suggerisca la correzione o il complemento.

Le prime due qualità non presuppongono vero ingegno. La terza è una dote sui generis, molto affine a quella degli spiegatori d'enimmi. La quarta appartiene ad un ordine piú alto. I tedeschi, con la loro nativa leggerezza di tocco, la chiamano critica divinatoria. In realtà, essa non potrebbe sembrare straordinaria per alcun motivo, se non per l'abuso che se ne è fatto, anche dai grandi, nella arbitraria manipolazione dei testi. Ma insomma, essa attinge veramente i limiti del pensiero e dell'arte.

Se non che, tanto questa ultima quanto le altre che d'ora in poi dovevano sostituire tutte quelle richieste sino ad ora nel critico, nello storico, nell'esegeta, era difficile gabellarle per qualche cosa di alto, di supremo, e far credere che la loro applicazione dovesse condurre a risultati miracolosi, definitivi. Era difficile, senza un'acconcia preparazione degli spiriti, senza una propaganda, senza, come dire?, senza un boniment. Ed ecco infatti i filologi tedeschi, commessi viaggiatori nell'animo, come parecchi personaggi illustri della loro schiatta, a lavorar l'articolo con abilità prodigiosa. Grazie alla quale fu possibile uno dei piú mastodontici equivoci, e si armò una delle piú complicate e formidabili trappole che abbiano mai servito ad acchiappare e paralizzare spiriti umani. Il metodo filologico, aureolato dalla recente annessione, fu battezzato metodo scientifico; e alla filologia fu ascritto il carattere e decretata la dignità di scienza esatta.

***

Alla prodigiosa identificazione si arrivò poi mediante un ragionamento che rimase sempre la botte di ferro dei filologi impenitenti, e che, spogliato dalle lappole dei dulcamara, dagli orpelli dei ciceroni, dalle confusioni dei bertoldi, risulta impostato sulle seguenti proposizioni:

1) La SCIENZA ricerca la verità. Qualsiasi fantasia dev'essere bandita dal suo seno augusto. Non deve mai porre la mira e deve disdegnare qualsiasi applicazione pratica.

2) La storia civile, la letteraria, la critica, intese nel senso ovvio e comune, non vi dànno mai la verità assoluta. Una pittura storica del Carlyle o del Michelet, una analisi artistica del Taine, una sintesi estetica del De Sanctis, sono, in fondo, opere di fantasia. Possono essere, e furono oppugnate.

3) Invece il metodo filologico vi dà fatti. Non aspira alle sintesi ambiziose che, per quanto felici, lasciano sempre scappare da qualche parte qualche briciolo di verità; ma vi dà particolari veri: vi dà anch'essa la verità assoluta.

4) Dunque, LA FILOLOGIA È UNA SCIENZA. Stamburinata a piacere sull'austerità e sulla dignità dello spirito scientifico di fronte al princisbecche, ai castelli di carta, alle nuvole del metodo critico estetico, eccetera, eccetera, eccetera.

5) Ma le scienze esatte studiano le verità anche minime, anzi tutte le benché minime verità. Quindi non v'è fatto, per quanto piccolo, per quanto in apparenza trascurabile, che non si debba scavizzolare, studiare, farne l'edizione critica, e magari la riproduzione fotografica.

Ora, non è difficile vedere come tutto questo bel ragionamento sia imperniato sovra una metafora sbagliata. Ed è strano che i filologi, i quali dimostrano cosí sacro orrore per le grazie dello stile, si siano poi abbandonati ciecamente a quella insidiosa figura retorica che suole spalancare anche ai piú esperti scrittori il lubrico bivio dell'errore.

E infatti, la filologia non può a nessun costo essere agguagliata alle scienze esatte. Queste studiano i fenomeni non per quello che sembrano, ma per quello che piú presumibilmente sono: fanno perciò astrazione dal loro velo specioso, onde rampolla ogni diletto estetico, e cercano di cogliere la loro essenza (non parlo di essenza filosofica), per arrivare a scoprire le leggi che li governano. Scoprire leggi è mèta suprema della scienza.

Invece la storia, le opere letterarie, artistiche, musicali, tutto insomma quello che è prodotto dello spirito umano, non è soggetto a vere e proprie leggi. Quelle che i tedeschi onorano con tal nome solenne, sono tanto leggi quanto io sono arciduca d'Austria. Per esempio, il professore Eselkopf scuopre che una certa scuola di poeti alessandrini si è sempre astenuta dal collocare una sillaba lunga nella tale o nella tal'altra sede del verso — gli è come se, per esempio, qualche serbatoio d'Arcadia si fosse imposto l'obbligo di non far cadere mai nell'endecasillabo un accento sulla terza sillaba. Eselkopf parla subito di legge, e gli eselkopfiani di Germania non esitano a paragonarlo a Leonardo da Vinci o a Galileo: quelli d'Italia battono le mani. Ma ai lettori non filologi non ho bisogno d'aggiungere parole per dimostrare che razza di leggi siano codeste. E pure ammesso che nello studio dei fenomeni letterarî si possano osservare ricorrenze che somiglino, sempre però assai da lontano, alle vere leggi scientifiche, sussiste però immutabile il fatto, evidente a chiunque abbia sale in zucca, che l'Iliade, la Divina Commedia, le Tragedie di Shakespeare, avranno sempre importanza per sé stesse, e non già per le pseudo-leggi che un Eselkopf qualsiasi possa scavizzolarne. Dunque, la equazione FILOLOGIA = SCIENZA è un solennissimo sproposito.

Del resto, anche ammessa come legittima l'equazione, erroneo è il corollario (N. 5) che tutti i fatti possano e debbano essere oggetto di studio per la filologia. Le scienze esatte studiano, è vero, i fatti anche minimi; ma anche le scienze esatte limitano e scelgono il materiale di studio. Il mineralogo che raccogliesse e catalogasse uno per uno tutti i ciottolini della ghiaia di un fiume, sarebbe un rotondissimo imbecille; come rotondissimi imbecilli furono tanti e tanti che, a cavalcioni sul manico della granata scientifica, andarono per biblioteche e per archivî a caccia dei conti delle fantesche e delle liste dei bucati classici.

***

Equazione sbagliata, corollario pratico sbagliato. Eppure quel ragionamento da tiralesina attecchí.

Attecchí per diverse ragioni. Prima di tutto, per il fascino che esercitava pur il semplice nome di scienza. La scienza, immune allora dalle tare che le si son via via scoperte, scorazzava da padrona assoluta nelle regioni proprie e nelle altrui. E appena essa appariva, tutte le fronti si chinavano reverenti.

Poi, la nuova concezione era democratica. Essa schiudeva a due battenti le porte, sinora aristocratiche, degli studî umanistici, alla bordaglia intellettuale. Infatti non si richiedevano piú le doti di buon gusto e di sentimento artistico che, pur non strettamente indispensabili alla bisogna filologica, erano però state sempre retaggio dei filologi classici. Macché! La filologia scientifica aveva inventata un'altra metafora, che fece e fa tuttavia furore presso i filologi pappagalli. La filologia mira a costruire un edifizio: l'EDIFIZIO DELLA SCIENZA. A costruire un edifizio ci vogliono sassolini, tanti tanti tanti SASSOLINI (questa dei sassolini mandava e manda in brodo di giuggiole i filologi bevigrosso). Ma un sassolino, chi non lo può portare? Anche «le piú deboli forze» possono portare un sassolino! — E le piú deboli forze non intesero a sordo.

Ed oltre ai ragionamenti, anche parecchi fatti, di varia natura, contribuirono ad accreditare e rinsaldare il prestigio del metodo filologico scientifico.

E intanto, questo benedetto metodo filologico, che è non solo insufficiente, bensí deleterio, qualora si voglia dirigerlo a trattare e quindi a riformare l'essenza della storia letteraria, della civile, d'ogni studio artistico, è invece, come già vedemmo, non solo utile, bensí indispensabile ed unico nella preparazione dei materiali. Sia che li raccolga ed apparecchi da sé quegli che deve costruire l'opera complessiva, sia che altri glie li ammanniscano, questi materiali devono essere preparati con lo scrupolo e con la precisione filologica. Insomma, nel primo periodo di ciascuno studio, il metodo dev'essere, lasciamo stare lo scientifico, ma strettamente e severamente filologico. E chi pretendesse costruire senza aver prima le basi, quegli, sí, non riuscirebbe che ad innalzare castelli in aria.

Ora, appunto nel periodo in cui si lanciava il bluff della filologia scientifica, si incominciavano ad esplorare regioni di studio ancora sconosciute o mal note: le letterature romanze, per esempio, le letterature orientali, la glottologia, che, del resto, per sua speciale natura, si può veramente paragonare alle scienze esatte. In questi studî iniziali si applicò, come, del resto, avevano sempre fatto le persone di criterio, il metodo filologico: i risultati furono buoni; e l'onore ridondò in favore della filologia scientifica, che aveva riparate sotto le grandi ale tutte quelle discipline.

Tipico è il caso dell'archeologia. Dal Winckelmann in giú, si prese ad esplorare l'immenso materiale artistico, ancora quasi intatto, dell'antichità classica, e s'incominciarono gli scavi in tutte le regioni della primeva civiltà greca. I risultati di questi scavi, di queste esplorazioni, furono tali, che ne rimase profondamente mutata la fisonomia, non solo dell'arte, ma anche dell'antica letteratura greca. Merito unicamente della archeologia. Ma siccome, grazie all'annessione wolfiana, l'archeologia non era se non una delle tante province della filologia scientifica, i prodotti di quella andarono ad impinguare il tesoro di questa, come i quaranta milioni mensili estorti al Belgio andranno ad impinguare l'erario di Berlino. E la confusione arrivava piú in là: dall'ambiguità si giungeva all'inversione. Anche ieri si poteva leggere in una rivista italiana che i profondissimi studî tedeschi sulla questione omerica avevano mutato la visione dell'antica poesia epica, anzi di tutta la poesia, e via di questo passo. Mentre la verità è che tale visione è venuta tramutando a poco a poco grazie alle scoperte archeologiche, dallo Schliemann (che era tedesco, ma non era filologo, e fu anzi schernito sempre dai filologi, finché non li convinse coi fatti palmari) agli scavi inglesi, francesi, italiani — perché, se Dio vuole, in questo campo, dove c'era da operare e da pensare, e non da imbottar nebbia, gl'Italiani in breve tempo si son messi alla pari con qualsiasi altra nazione. — La visione della poesia epica greca è tramutata, dicevo, grazie alle scoperte archeologiche, non grazie alle lucubrazioni di Wolf, di Lachmann, di Hermann; ché, anzi, ogni colpo di zappa affondato nel suolo di Troia, di Micene, di Creta, è andato via via scalzando il grottesco edificio, ora abbattuto, e speriamo per sempre, della famigerata «questione omerica».

Un altro fatto che contribuí ad accrescere il prestigio del verbo novello, fu questo: che, durante o subito dopo la sua promulgazione, la Germania ebbe, quasi in ogni campo, una quantità di studiosi veramente grandi e geniali; e basterà ricordare, senza uscire dal campo classico, Ottofredo Müller, che, morto giovane, compose, fra altre opere insigni, la nota e bellissima Storia della letteratura greca: Ernesto Curtius, autore d'una Storia greca veramente geniale ed artistica, ed ora vilipesa dai puri rappresentanti della filologia scientifica: e, punto simpatico, ma grandissimo, Teodoro Mommsen. Questi ed altri furono critici, storici, storici della letteratura, puramente e semplicemente perché avevano sortito da natura il bernoccolo dello storico, del critico, del letterato. E se vogliamo cercar derivazioni, essi, e specialmente i due primi, si svelano figli dell'impulso umanistico, quello impresso dal Winckelmann, dal Lessing, dal Klopstock, dal Humboldt, dal Herder, dal Goethe: impulso che fu artistico, poetico, tutto ardore e passione umana, e che era direttamente agli antipodi con la grama, goffa ed altezzosa concezione della filologia scientifica. Questa filiazione si potrebbe mostrare, e farlo sarebbe interessante. — Ma siccome quei tre, ed altri geniali filologi che onorano veramente la Germania, il Ribbeck, per esempio, il Bergk, e, ultimo e non men degno, l'Usener, avversato, in genere, dalla marmaglia scientifica, erano venuti dopo la promulgazione della nuova legge; anche le loro opere furono requisite a vantaggio della filologia scientifica; la quale giganteggiò cosí di giorno in giorno, sino a divenire un idolo mostruoso, un gigantesco Moloch, che innalzava sino alle nubi la sua faccia bestiale, con lo iato vaneggiante delle insaziabili fauci. E aveva sede in Berlino.

***

Vedremo presto la filologia scientifica tedesca muovere alla conquista di tutte le regioni dello spirito e della cultura, invadere, saccheggiare, ricostruire a suo modo. Ma prima dobbiamo esaminare i principali corollarî e le conseguenze pratiche della nuovissima concezione. Per ora, enumeriamo.

Corollarî:

1) Oggettività e impassibilità dinanzi alle materie di studio.

2) Conseguente svalutamento del pregio intrinseco di tali materie.

3) E conseguente supervalutazione ed esaltazione della tecnica divenuta fine a sé stessa.

4) Internazionalismo filologico.

Conseguenze pratiche, una, ma buona: il sacrario dagli studî classici schiuso alle «piú deboli forze», e la produzione meccanica d'uno sterminato numero di filologi, che col sacro sigillo del metodo scientifico alemanno si sparpagliarono ai quattro venti, esercitando una forma non meno scientifica di spionaggio politico.

Questi gl'ingranaggi, e ne esamineremo le funzioni nel prossimo articolo, della formidabile macchina filologica con la quale la Germania, per la durata di circa un secolo, ghermí, irretí, paralizzò, triturò il pensiero del mondo.