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Minerva oscura / Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante

Chapter 35: XXXIV.
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About This Book

An extended set of prolegomena and essays argues that Dante intentionally conceals moral doctrine beneath dense poetic imagery; the author traces key episodes of the Inferno — the midnight descent, the marsh, the iron city, encounters with Furies and the Gorgon, and the heavenly messenger — to reveal an underlying moral architecture. He examines authorial obscurity and urges close, repeated reading to pass the veil separating literal narrative from inner truth. The work combines close textual analysis, symbolic interpretation, and personal reflection on authorship and moral vision, and includes clarifications and appendix notes on specific cantos and debated passages.

XXXIV.

Sopra lui è il Paradiso, al quale solo guardando negli occhi a Beatrice, ciò è alla Scienza Divina, ascende dopo essere stato immerso nei fiumi di Letè ed Eunoè. Vede prima il cielo della Luna, un pianeta con macchie, i cui santi appaiono come a traverso vetri tersi o acque nitide, un poco appannati; poi il cielo di Mercurio, spera che si vela a’ mortai con gli altrui raggi, nel quale i beati traspaiono come pesci in peschiera tranquilla e pura. Difettiva era stata la virtù sì di quelli e sì di questi. Quelli avevano fatto olocausto della loro volontà a Dio; poi la loro volontà era stata forzata. Ma la volontà, se non vuol, non s’ammorza, e in questo dunque patì difetto la loro virtù. Così, per un mistero, anche la mancanza di fede e perciò di libero arbitrio nei non credenti del Limbo, non era stata del tutto involontaria. Chiara è di questi beati preganti la corrispondenza con quei dannati sospirosi. Quelli la volontà loro avevano, per il peccato originale, decisa da Dio; questi a Dio l’avevano unita per il voto. Quella a Dio non si congiunse, questa in Dio non si fermò: nè per loro colpa: in vero nè sono veramente quelli compresi nell’Inferno delle pene, nè questi esclusi dal Paradiso dei premi; e tuttavia per loro difetto, così che quelli sono dell’inferno nel primo cerchio e questi del cielo nella sfera più tarda. E corrispondono pure in qualche modo questi beati con gl’ignavi d’oltre Acheronte: nel fatto che gli uni e gli altri annullarono la loro volontà, ma gli uni in sè e gli altri in Dio. Nel secondo regno sono spiriti, attivi bensì ma perchè onore e fama gli succeda. Quindi la loro attività ebbe meno meriti, perchè i loro desiri deviarono da Dio. In quale spera avrebbe avuto il suo premio Farinata, che a ben far pose l’ingegno, se non avesse misconosciuto Dio? In quale i rissosi dello Stige, che non furono attivi, ma erano pure spinti, sebbene in vano, dall’irascibile che ha di mira l’arduo? In questa; la quale perciò corrisponde all’altro ripiano della accidia aversa o infernale. Il pianeta macchiato e la stella velata sono come un Antiparadiso, corrispondente all’Antinferno e all’Antidite. Corrisponde esso all’Antipurgatorio? Chiaramente: poi che in questo indugiano quelli la cui volontà fu tarda nel volgersi a Dio e i disiri più disviarono dal vero amore. E così può tenersi per certo, che purgati dai sette P, i principi della Valletta nella spera velata luceranno un giorno, con Giustiniano e Romeo. E l’Uomo sale al cielo di Venere, dove sono i pien d’amore, cui l’influsso di quella stella avrebbe potuto trarre in mezzo alla bufera infernale o al fuoco del Purgatorio. E in questo cielo è notevole come Carlo Martello ricordi Francesca, e il parlare di quello (‛E sem sì pien d’amor che, per piacerti, Non fia men dolce un poco di quiete’) richiami il parlare di questa (‛Di quel che udire e che parlar ti piace, Noi udiremo e parleremo a vui Mentre che il vento, come fa, si tace’), e la voce di grande affetto impressa faccia ripensare all’affettuoso grido; e il muoversi in giro delle anime amanti e tutto in somma riproduca la rapina delle ombre dipartite da nostra vita per via d’amore.