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Minerva oscura / Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante

Chapter 37: XXXVI.
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About This Book

An extended set of prolegomena and essays argues that Dante intentionally conceals moral doctrine beneath dense poetic imagery; the author traces key episodes of the Inferno — the midnight descent, the marsh, the iron city, encounters with Furies and the Gorgon, and the heavenly messenger — to reveal an underlying moral architecture. He examines authorial obscurity and urges close, repeated reading to pass the veil separating literal narrative from inner truth. The work combines close textual analysis, symbolic interpretation, and personal reflection on authorship and moral vision, and includes clarifications and appendix notes on specific cantos and debated passages.

XXXVI.

Del Poema di Dante io posso dunque ora dire di conoscere un punto che era poco o mal conosciuto: la costruzione morale. Il soggetto ne è l’Uomo, secondo che bene o mal meritando è esposto al premio o alla pena. Ma non può meritare bene o male se non chi libera ha la volontà; sì che il Poema può dirsi il drama della volontà umana e della divina giustizia. Questa è imperscrutabile (Par. XIX), libera è quella (Par. V 19 e passim), sempre e a ogni modo. Nè gl’influssi celesti hanno tanto potere da annullare o menomare la libertà di questa e perciò la ragione di quella: la mente soggiace solo a Dio e in essa la volontà ha suo lume; tanto più che in terra da Dio fu destinata agli uomini la condotta o guida de’ due Soli per mostrare le due strade, del mondo e di Dio (Purg. XVI). Libero creò Dio l’Uomo, come libero aveva prima creato l’Angelo. Gli Angeli furono creati col mondo, e tosto creati fecero atto di elezione tra il bene e il male, e al bene e al male, una volta eletto, aderirono poi con piena e ferma volontate (Par. XXIX). Tra essi alcuni non elessero tra il bene e il male e non profittarono del dono più grande che Dio potesse fare, e ‛non furon ribelli Nè fur fedeli a Dio, ma per sè foro’. Gli Angeli fedeli cominciarono subito la loro arte di aggirarsi intorno al loro Creatore, e gl’infedeli e i neutri, nell’atto stesso d’inalzarsi sopra Dio, furono travolti in giù. Nel momento stesso che i cieli presero a muoversi, si apriva il baratro dell’Inferno a ricevere Lucifero e i suoi compagni e sorgeva il monte del Purgatorio (Inf. XXXIV 121 e segg.). Libero fu creato l’Uomo e posto in cima di questo monte, nel paradiso terrestre. Ora anch’egli poco dopo la sua creazione, dopo sette ore, potè fare atto di elezione, e, sedotto dall’Angelo malo, elesse il male (Par. XXVI 139). Così l’uomo imparò la morte, e nell’atto stesso di elevarsi sopra Dio fu reietto e popolò di sè vivo la Terra e di sè morto l’Inferno. Senza voci di abitatori, nell’emisperio australe usciva alta dalle acque la montagna, sulla cui cima verdeggiava la foresta della vita e dell’innocenza. Non più libera era la volontà dell’Uomo; pure non era, come quella degli Angeli rei, ferma immobilmente al male: chè Dio voleva redimere l’Uomo incarnandosi e versando il suo sangue per lui, e chi già aveva fede in questa misteriosa promessa, attendeva, nell’Inferno bensì ma in luogo secreto, nel primo cerchio di esso, che quella si adempiesse ed egli si potesse ricongiungere a Dio. E la promessa si adempiè e in un monte opposto e contrario alla montagna deserta penzolò a un legno l’Uomo-Dio; e le porte d’Inferno furono rotte e si popolarono le spere del Cielo. Da allora la volontà umana, che anche prima non era stata del tutto decisa da Dio perchè poteva a lui rivolgersi con la fede in Cristo venturo, tornò, dopo il battesimo e con la fede in Cristo venuto, al tutto libera; e ognuno potè bene o male meritare. E l’Inferno continuò ad accogliere quanti a Dio volgevano il tergo, e il Cielo quanti a Dio volgevano la faccia; e la montagna del Purgatorio vide salire per li scaglioni suoi quanti a Dio si convertivano dopo essere stati volti o al male, o al bene che non è vero bene. Ora Dante volle descrivere questo triplice regno dei morti. Gliene parlavano la Filosofia e la Teologia. Egli volle mostrare che non si contradicevano, pur che la seconda movesse la prima e questa si dirizzasse a quella. Il Poeta, dall’una e dall’altra e ora dall’una ora dall’altra, sapeva che i cieli erano nove con decimo l’Empireo che è pura luce; che il male che l’Uomo può fare si riduce a sette peccati capitali; che tre sono le disposizioni che il cielo non vuole. Egli pensò che le tre disposizioni Aristoteliche dovevano comprendere i sette peccati Gregoriani. Egli disegnò i regni dove erano puniti con pena eterna o temporale i sette peccati, in modo che essi tra loro rispondessero a parte a parte e rispondessero a parte a parte con le nove spere del Cielo.