III.
Le difficoltà del Bartoli
e di altri commentatori e critici.
I.
Prendiamo il tomo sesto della storia della letteratura italiana del Bartoli, e di esso tomo la parte prima, dove è riassunto e giudicato ciò che si era pensato sino allora (1887) intorno al concepimento fondamentale della D. C. e alla costruzione morale dei tre regni. Fermiamoci ai punti nei quali il critico illustre si ferma dubitando, e vediamo, se dopo lo studio mio, ci sia più ragione a dubitare.
Manca, purtroppo, il sottile ingegno che meglio avrebbe giudicato; il nobile cuore che più lealmente avrebbe riconosciuto il vero e il falso di queste ricerche!
Pag. 36-37: “Il concepimento della Divina Commedia è senza dubbio etico-religioso; l’esecuzione è in gran parte politica. Teniamo rapidamente dietro a quest’uomo che dalla selva del vizio vuol salire il monte della perfezione cristiana. Tra i primi dannati che egli incontra sono i carnali; a due di questi egli parla, ma non gli esce dal labbro una sola parola di abominazione per il loro peccato: tutt’altro: sembra quasi invidiare la felicità del loro amore, se a Virgilio, che dopo il racconto di Francesca gli domanda: “che pensi?,„ ei risponde:
Quanti dolci pensier, quanto disio
Menò costoro al doloroso passo!
E non pago di ciò, vuol sapere, è curioso di sapere tutto il dramma di quella sciagurata passione, e domanda:
Ma dimmi, al tempo de’ dolci sospiri,
A che e come concedette Amore
Che conosceste i dubbiosi disiri?
C’è qui il banditore della verità e della morale, o c’è l’uomo, il vecchio uomo che forse si ricordava degli amori suoi, che forse ripensava con desiderio ai suoi dolci sospiri?„
O anima gentile, c’è sì l’uomo e c’è il poeta, ma non c’è meno il filosofo o teologo che esprime, senza farne le viste, sue verità teologiche e filosofiche. Per Dante ci sono lussuriosi semplicemente rei d’incontinenza e altri rei di malizia o ingiustizia che si voglia dire. Francesca e Dido, Semiramis e Cleopatras sono dei primi. Brunetto e Giasone e Mirra dei secondi. Ma Francesca è adultera, Semiramis incestuosa, Dido e Cleopatras suicide.... Sì, ma per Dante fu la loro incontinenza che produsse quelli altri guai; non fu l’amor del male che ebbe tali effetti o strumenti d’incontinenza. Egli parla chiaro. Semiramis
A vizio di lussuria fu sì rotta
Che libito fe’ licito in sua legge,
Per torre il biasmo, in che era condotta.
Fu dunque il vizio di lussuria, l’incontinenza causa mali tanti. E Dido
s’ancise
sì, ma
amorosa,
e Cleopatras è detta non oziosamente lussuriosa. Brunetto invece volle il male, ribellandosi a Dio che aveva detto, Crescite, e impedendo per parte sua la generazione della prole; e Giasone ingannò Issipile e Mirra scellerata falsò se stessa; onde sono puniti l’uno come reo d’ira contro il buon Dio, cioè come stolto agognatore di vendetta contro la sua giustizia; il secondo e la terza come rei d’invidia, cioè finti e coperti desideratori e artefici del mal del prossimo. Ma Francesca, oh! Dante ci s’indugia a bella posta, per dichiararla colpevole solo di smodato amore al bene che non è vero bene. Fu Amor, che al cor gentil ratto s’apprende, fu Amor che a nullo amato amar perdona, fu Amor che condusse lei e lui a una morte. Furono dolci pensier, fu disìo, fu solo un punto che li vinse. Pensiamo: solo un punto!
Diciamo pure che nell’apprezzare il fatto si ricordasse degli amori suoi e ripensasse con desiderio ai suoi dolci sospiri; ma aggiungiamo che una volta apprezzatolo come conseguenza d’amore, cioè come incontinenza, egli era obbligato dalla sua finzione stessa, dalla sua filosofia e teologia, a non mostrare per que’ rei, i quali pure piangono laggiù e accennano mestamente a Dio e alla preghiera, l’abbominazione che doveva crescere di grado in grado per i cerchi dell’inferno, sino alla maledizione contro Bocca, sino alla villania verso frate Alberigo. Incontinenza offende Dio meno, dice teoricamente Virgilio; e già prima Dante lo dimostra col fatto. E sì, in proposito a lussuria, quella che è una vittoria d’amore, nel caso di Francesca e di Dido, e sì quella che è émpito di lussuria, come nel caso di Semiramis, rotta a vizio di lussuria, e di Cleopatras lussuriosa. Perchè le genti gastigate nell’aer nero sembrano veramente di due ragioni: quelle rotte a vizio, quelle vinte da un desio. Semiramis conduce la prima schiera:
La prima di color di cui novelle
Tu vuoi saper....;
Dido la seconda:
la schiera ov’è Dido.
E forse la prima schiera è assimigliata al branco largo e scomposto degli stornelli e l’altra alla lunga riga dei gru che vanno cantando lor lai, e alle colombe; ma le anime sì dell’una e sì dell’altra sono figurate come ratte da una forza maggior di loro, portate (v. 49), e gli stornei ne portan l’ali (l’ali, soggetto: v. 40) e le colombe dal disio chiamate... vengon per l’aer... portate... sì, forse dal voler, ma meglio, forse meglio, dal volare (cfr. fertur in arva volans; Aen. V 215; illam fert impetus ipse volantem, ib. 219). Pur c’è tra queste e quelle una differenza. Quale? Ecco:
Nulla speranza gli conforta mai,
Non che di posa, ma di minor pena.
Poichè due della schiera ov’è Dido, hanno un momento di tregua,
mentre che il vento, come fa, si tace;
si deve necessariamente intendere che la disperazione di posa e di minor pena sia propria solo dei peccatori assomigliati agli stornelli, cioè dei lussuriosi, dei rotti a vizio, di quelli di cui la prima è Semiramis. Ed è ben naturale che soli gli altri, quelli presi e vinti d’amore, quelli che amor... mena, obbediscano allo scongiuro d’amore espresso con l’affettuoso grido: O anime affannate!
II.
E passiamo ad altro. Leggiamo ancora:
Pag. 37-38: “Lo stesso può dirsi della famosa scena con Filippo Argenti. Che se qui Dante grida a lui:
.... con piangere e con lutto
Spirito maledetto ti rimani,
e se si fa abbracciare e baciare da Virgilio, e si fa chiamare “alma sdegnosa,„ noi non possiamo già supporre che tutto ciò esprima la repulsione del Poeta per il peccato ond’è punito l’Argenti, ma dobbiamo di necessità credere o che Dante avesse ragioni personali, a noi ignote, di odiare quel “pien di fango„; o che, piuttosto, come qualcheduno ha supposto, nel “fiorentino spirito bizzarro,„ che “in sè medesmo si volgea co’ denti,„ egli abbia voluto rappresentare la discorde e rissosa cittadinanza fiorentina dilaniatrice di sè medesima. A ogni modo è sempre il pensiero della terra che lo accompagna in mezzo alla morta gente„.
O anima gentile, con cui mi è dolce conversare non di là da molto cielo e terra e mare, ma di là dalla vita stessa; può essere che Dante avesse ragioni personali di odiare quel “pien di fango,„ e anche che egli volesse in lui rappresentare la cittadinanza fiorentina. Ma il certo è che Dante volle rappresentare in sè stesso l’uomo che respinge il male e il malvagio, che ha nell’irascibile la forza di propulsare iniuriam, di odiare l’ingiustizia anche quando si estrinsecò col rifiuto della giustizia, anche quando ingiuria non commise, ma si volse in sè coi denti. Traversando in barca (egli non è Enea, il perfettamente temprato, che varca a piedi asciutti; Enea cui la Sibilla dice: invade viam vaginaque eripe ferrum; Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo!) la palude dell’ignavia malvagia, egli dà di sè mostra come d’alma sdegnosa, cioè di tale che ha, e volto al giusto, ciò che i fitti nel fango e gli altri dal sembiante offeso, o non ebbero, o troppo ebbero, con effetto consimile d’inattività; che ha, insomma, l’irascibile. E mostra di aver profittato dell’insegnamento che Virgilio gli aveva dato avanti gl’ignavi assoluti, avanti quelli che nemmeno scelsero tra il bene e il male. Virgilio gli aveva detto allora:
Misericordia e Giustizia li sdegna.
Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.
Di quelli non doveva curare, come di tali di cui, privi di volontà di concupiscibile e d’irascibile, il mondo non lasciava essere fama; questi della palude, tra cui sono o devono venire gran regi che lasciarono di sè non l’oblio solo ma il disprezzo, tra cui è persona orgogliosa, una maschera di forte e di bravo, della quale pure non è bontà che fregi la memoria, egli li deve maledire e respingere: Spirito maledetto! E il Poeta conclude l’episodio con parole che ricordano quel Non ragioniamo di Virgilio: Quivi il lasciammo, chè più non ne narro. La mira del Poeta, nè solo rispetto all’Argenti, ma in tutto l’episodio della palude sino all’entrata in Dite, è di mostrare oltre l’incontinenza dell’irascibile e oltre il suo difetto, il giusto temperamento di esso.
E lo mostra in sè, in Virgilio e in Enea, compiutamente.
Come gl’ignavi di oltre Acheronte si figurano dal Poeta condannati a una vana e dolorosa attività, correndo essi perpetualmente e soffrendo le punture di mosconi e di vespe, e piangendo; come essi si figurano invidiosi d’ogni altra sorte, non solo del Paradiso, che sdegnosa loro interdice la Misericordia; ma anche dell’Inferno, di cui li tiene al vestibolo pure sdegnosa la Giustizia; così gl’ignavi del male, gl’incontinenti dell’irascibile, sono figurati non solo rissosi e con sembiante offeso e tristi, ma anche avvolontati di altra sorte, anche delle peggiori pene di Dite. Ma anche loro sdegna la Giustizia! Via di qua con gli altri cani! Perchè evidentemente l’Argenti vorrebbe passare di là, e stende le mani al legno per salirvi e fare la traversata. Vedi che son un che piango! aveva detto esso, come Palinuro si chiama misero pregando Enea:
Da dextram misero et tecum me tolle per undas!
E nell’atto e nelle parole di Virgilio vive, con la naturale trasformazione, il solenne monito della Sibilla:
Unde haec o Palinure, tibi tam dira cupido?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Desine fata deum flecti sperare precando.
III.
E passiamo ancora ad altro, e propriamente alla costruzione morale dei tre Regni, argomento che forma il Capitolo II del citato volume di A. Bartoli.
Pag. 48-49: “....perchè, se soffrono eternamente come si soffre nell’Inferno, porli (gli sciagurati che mai non fur vivi) fuori di esso? — Appunto — dice il Todeschini — questa dissonanza tra l’apparenza e la realtà ci dà diritto a riprendere l’ordine che fu dal Poeta seguito. Niuno si lagnerà, perchè ai nove cerchi dell’Inferno, Dante abbia preposto un vestibolo, ma questa lodevole idea doveva condurlo all’altra di collocare quivi il Limbo de’ sospesi. — Nella costruzione morale dell’Inferno questo è senza dubbio un errore, o almeno, come fu detto dal Tommaseo — un giudizio non assai teologico. — Ma è un errore, però, che ha le sue ragioni, le sue alte ragioni, nella sdegnosa anima del Poeta„.
E un errore sia, se si vuole, ma che ha invero le sue ragioni, più alte o meno, non tanto nella sdegnosa anima del Poeta, quanto nel disegno che egli delineò già prima di por mano al poema sacro. Gli ignavi che mai non furono vivi, sono non solo fuori dell’Inferno, ma di là di Acheronte, e i sospesi non solo dentro, ma di qua. Perchè? Perchè anche quelli della palude pingue sono di là della porta di Dite, e quelli che l’anima col corpo morta fanno, di qua.
Ora gl’ignavi e i fangosi sono accidiosi, in diverso grado, ma gli uni e gli altri rispetto alla vita attiva; i non battezzati e gli eresiarchi sono accidiosi, in diverso grado, ma gli uni e gli altri rispetto alla vita contemplativa. Come la vita contemplativa è più degna dell’attiva, così il manco nella prima è maggior torto che quello nella seconda. Dante che, oltre teologo, è uomo, corregge da par suo ciò che nella applicazione pratica di questo giusto principio urtava lui come offende noi, aggiungendo le vespe e i mosconi agli ignavi di fuori, togliendo ogni martiro ai non battezzati di dentro, facendo per gli spiriti magni un nobile castello, buttando miseramente nel fango gli accidiosi del male, elevando con la figura di Farinata e con il di lui non memorare se non anime di grandi, lo secondo Federico e il Cardinale, tutte le anime seppellite nelle arche roventi, e sopra tutto rappresentando quelli di fuori, gli esclusi da Acheronte e da Dite, desiderosi invano di passar dentro.
Ora le difficoltà si moltiplicano. Le risposte mie le seguano passo passo.
Pag. 50: “....le prime colpe punite sono quelle d’incontinenza. Nel cerchio secondo i lussuriosi, nel terzo i golosi, nel quarto gli avari e i prodighi, nel quinto gl’iracondi„.
Non propriamente “gl’iracondi,„ ma gl’incontinenti d’irascibile, coloro “cui vinse l’ira„ e coloro che furono “tristi,„ coloro che, per usare le parole del Convivio (IV 26) non furono temperati o forti, non usarono con l’appetito nè lo freno nè lo sprone; accomunati, sebbene con pena e atteggiamenti diversi, nella stessa palude; come gli avari e i prodighi nel quarto cerchio. Vinti dall’ira e tristi dunque; ma non rei d’ira, per così dire, consumata; poichè non fecero ingiuria se non a sè stessi, o l’ingiuria tollerarono a sè o ad altrui fatta. E sono gli uni e gli altri, per il difetto d’attività, accidiosi.
Il che, come è naturalissimo dire dei fitti nel fango (ed è indubitabile, secondo il luogo di Gregorio Nysseno, Accidia est tristitia quaedam vocem amputans, che io da me trovai nella Somma e che dopo ritrovai nel Commento del Tommaseo, dal quale nessun commentatore recente, ch’io sappia, lo trasse), così può parere strano detto dei rissosi, di quelli cui vinse l’ira. Oh! non paia! L’ira impedì questi dall’azione, secondo un procedimento che il Poeta descrive nel Minotauro che è appunto simbolo dell’ira:
quando vide noi, sè stesso morse
(come l’Argenti volge in sè stesso i denti),
sì come quei cui l’ira dentro fiacca,
cui toglie, cioè, la forza per agire. Dal che si comprende agevolmente come questi cui l’irascibile dominava, mentre essi lo dovevano dominare col freno della temperanza, siano pure inattivi ed accidiosi come gli altri che non sollecitarono il medesimo irascibile con lo sprone della fortezza. Di tale effetto dell’ira è parola nella Somma (1ª 2ae, XLVIII 2, 3, 4): ira maxime facit perturbationem circa cor, ita ut etiam ad exteriora membra derivetur. E uno stato d’anima è comune all’accidia e all’ira: la tristitia. Motus irae insurgit ex aliqua illata iniuria contristante, cui quidem tristitiae remedium adhibetur per vindictam (S. 1ª 2ae XLVIII 1). Chiaro che se la vendetta non si fa, resta la tristitia. Or Dante si cava ben d’impaccio, e non considera rei d’ira propria se non quelli che compierono la vendetta: gli altri, incontinenti bensì d’irascibile, ma che la vendetta non fecero, accomuna cogli accidiosi.
IV.
Pag. 50: “Da ciò parrebbe che Dante avesse distinti i peccatori dei cerchi dell’Inferno, come quelli dei cerchi del Purgatorio, secondo l’ordine dei peccati mortali, ma, naturalmente, in senso inverso...„
Benissimo.
Pag. 51: “Ma giunti al sesto cerchio si ha un cambiamento„.
Come mai Dante, il sistema cambiato nell’Inferno a questo punto, l’avrebbe ripreso poi nel Purgatorio interamente e perfettamente?
Pag. 51: “Non si parla più di peccati mortali, e invece le colpe sono divise secondo un concetto affatto diverso, del quale il poeta crede di dover render conto, e lo fa coi versi 70-83 del canto XI; versi dai quali apparisce aver egli seguito la divisione di Aristotele, che nell’Etica a Nicomaco (Lib. VII c. I) dice esservi tre specie di cose che intorno ai costumi sono da fuggire, l’incontinenza, il vizio e la bestialità„.
Ma se l’aver detto che le colpe punite nei cerchi secondo, terzo, quarto, quinto, sono d’incontinenza, non impedisce che queste colpe siano pure dichiarate lussuria, gola, avarizia e soggiacimento all’ira e tristizia (chiamiamole così; ma sono l’accidia); perchè non credere che anche le altre due partizioni aristoteliche racchiudano gli altri tre peccati mortali? Tanto più che appunto tre distinzioni Dante fa, nè più nè meno, delle altre colpe che si riducono a bestialità e malizia; cioè violenza, frode in chi non si fida, frode in chi si fida o tradimento. Tre e non più, come i peccati che mancano. O non è cosa da far pensare? Si attenda. Anche nel trattato delle colpe nel Purgatorio si dà una definizione e denominazione filosofica di certe colpe già appellate coi loro nomi di peccati. Si dice (XVII 112 e segg.):
Resta, se dividendo bene estimo,
che il mal che s’ama è del prossimo, ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo.
È chi per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch’e’ sia di sua grandezza in basso messo.
È chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch’altri sormonti,
onde s’attrista sì, che il contrario ama;
ed è chi per ingiuria par ch’adonti
sì, che si fa della vendetta ghiotto;
e tal convien che il male altrui impronti.
Questo triforme amor quaggiù di sotto
si piange.
Si riduce dunque questo triforme amore alla superbia, invidia e ira, con questi nomi chiamate via via (superbi cristian, X 121; la cervice mia superba, XI 53; superbia, ib. 68; di tal superbia, ib. 88; or superbite, XII 70; la colpa della invidia, ib. 135; d’invidia, XIV 82; invidia, XV 51; in foco d’ira, ib. 106; d’iracondia, XVI 24; per ira, XVII 36; senza ira mala, ib. 69). Dell’accidia si parla così (XVII 82 e segg.):
Dolce mio padre, dì, quale offensione
Si purga qui nel giro, dove semo?
Se i pie’ si stanno, non stea tuo sermone.
Ed egli a me: l’amor del bene, scemo
Di suo dover, quiritta si ristora.
Qui si ribatte il mal tardato remo:
Ma perchè più aperto intendi ancora...
Virgilio comincia la esposizione dell’amore principio d’ogni bene e mal fare;
Se lento amore in lui veder vi tira,
O a lui acquistar, questa cornice
Dopo giusto penter, ve ne martira.
Così Virgilio ha risposto alla domanda del discepolo: quale offensione si purga qui nel giro, dove semo? E il discepolo intenderà meglio alle parole (XVIII 107):
negligenza e indugio
.... per tepidezza in ben far messo,
e meglio anche alle altre (ib. 132):
dando all’accidia di morso.
Ma il cenno dell’amor del bene scemo di suo dover, l’altro del mal tardato remo, il terzo del lento amore in lui veder o a lui acquistare, poteva bastare. Non così è determinato nelle sue tre specie e appellazioni l’amore che s’abbandona troppo al bene che non è felicità. Noi intendiamo subito di che si tratta; ma nella finzione poetica, Dante doveva, e perciò noi dovremmo, a intendere provare difficoltà.
Altro ben è che non fa l’uom felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d’ogni ben frutto e radice.
L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
di sopra noi si piange per tre cerchi,
ma, come tripartito si ragiona,
tacciolo, acciocchè tu per te ne cerchi.
Che dobbiamo dire? dobbiamo dire che Dante ha cambiato sistema? dobbiamo dire che questo amore del bene che non è felicità, vale a dire l’incontinenza, non comprende i tre peccati che avanzano, cioè l’avarizia, la gola e la lussuria?
Dante stesso ci mostra chiaramente che diremmo male, se ciò dicessimo, poichè a mano a mano apprende il nome delle tre colpe (del tutto avara, XIX 113; avarizia, ib. 121; d’avarizia, XX 82; avaro Mida, XX 106; avarizia, XXII 23; avaro, ib. 32: avarizia, ib. 34; dismisura — (nullo spendio con misura ferci Inf. VII 42) — ib. 35; l’avarizia, ib. 53; la gola oltra misura, XXIII 65; colpe della gola, XXIV 128; lussuria, XXVI 42; Soddoma, ib. 40, ib. 79). Allo stesso modo, nell’Inferno Virgilio lascia tre peccati con la sola definizione filosofica: tre peccati nell’Inferno, tre nel Purgatorio; là di bestialità e malizia, anzi siccome ho provato che la bestialità è una delle tre specie di malizia, di malizia là, qua d’incontinenza, mentre altri tre già dichiarati coi loro propri nomi, hanno anche il loro aggruppamento teorico: tre nell’Inferno, lussuria, gola, avarizia aggruppate sotto il nome d’incontinenza; tre nel Purgatorio, superbia, invidia e ira, aggruppate sotto il nome di triforme amor del male o malizia.
In mezzo a questi due ternari è nell’Inferno e nel Purgatorio, un peccato meno nettamente espresso che però al v. 132 del XVIII Purg. è finalmente detto: accidia.
Ma prima oltre che negligenza e indugio nati da tepidezza, quasi a comprendere l’accidia punita nell’anti-purgatorio, è dichiarata lento amore a lui vedere e a lui acquistare, il che mostra la distinzione dell’accidia punita nell’Inferno nella vita attiva e nella vita contemplativa.
Concludendo, ripetiamo che come nel Purgatorio l’aver chiamato Amor ch’ad esso troppo s’abbandona, l’incontinenza, e l’aver detto che si partisce in tre peccati non però nominati, non impedisce che questi tre peccati sieno appunto avarizia e il suo contrario, gola e lussuria, così nell’Inferno, il non avere detto della malizia se non che si divide in tre peccati, senza dire il nome di questi, non vieta che questi peccati siano appunto l’ira, l’invidia e la superbia.
Ma nel Purgatorio i tre peccati senza nome sono poi nominati. E nell’Inferno? Nell’Inferno non sono poi nominati, no; salvo qualche accenno più o meno chiaro. Uno chiarissimo:
O cieca cupidigia, o ira folle,
detto appunto della violenza o bestialità (Inf. XII 49); al quale cenno molti altri aggiunsi a suo luogo. Ma si direbbe che Dante qui si finga confuso e voglia confondere il lettore, chiamando, per esempio, superbo Vanni Fucci e Capaneo, che pur son rei, d’invidia oltre che d’ira, il primo, e d’ira il secondo. E noi dobbiamo qui supporre, e del tacere e del parlare equivoco, qualche profonda ragione, perchè qui è sopra tutto, io credo, l’originalità del sistema teologico-penale di Dante. Certo i simboli dei tre peccati sono evidenti; il bicorpore Minotauro è ben l’ira folle, senza ragione, e i tricorpori Gerione e Lucifero sono i due peccati in cui sono i tre elementi, cioè oltre la volontà e l’appetito, anche la ragione. Lucifero è ben la superbia: come non Gerione l’invidia? Ma non mi voglio ripetere. Questo sopra tutto si tenga avanti che Dante, a concepire e definire i peccati, ha avanti a sè oltre Aristotele, oltre S. Tommaso, lo Genesi. Superbo è per lui chi assomiglia a Lucifero ribelle a Dio, a Adamo disubbidiente a Dio, a Caino uccisore del fratello; invido chi ricorda Caino non nell’ambito della famiglia, ma nel cerchio più largo dell’umanità; reo d’ira l’Adamo, il Caino, l’Uomo che solo col cuore, cioè l’appetito (l’una parte chiamo cuore, ciò è l’appetito: Vita Nova cap. XXXVIII), senza concorso di ragione, se la prende con gli uomini, con sè stesso, e con Dio che gli fece il benefizio, il quale egli apprende come condanna, della vita, e gli diede la condanna, la quale egli apprende come ingiusta, della generazione e del lavoro.
V.
Riassumo dal libro del Bartoli. Il Minich ritiene che Dante nei primi 7 canti avesse abbozzato un sistema di punizione, che poi all’ottavo abbandonò, dando in tal modo alla Divina Commedia quelle vaste proporzioni che vi si ammirano. Il Todeschini confuta questa ipotesi come poco onorevole alla reputazione letteraria dell’Alighieri. Il Bartoli ammette che anche dopo quella confutazione, certe difficoltà permangono.
Pag. 53: “In tanta abbondanza di peccati, noi sentiamo qui che manca qualche cosa: mancano tre dei vizi capitali, la superbia, l’invidia e l’accidia.
Incominciamo dall’accidia...„
Riassumo ancora. Il Bartoli non crede che accidiosi siano nel vestibolo dell’Inferno, nè che il Poeta confonda l’accidia coll’ignavia, colla viltà d’animo.
Pag. 55: “Sebbene non possa nascondere che un argomento in favore dell’opinione del Daniello e degli altri che ho citati, sarebbe questo, che l’accidia è punita nel Purgatorio Dantesco in modo analogo a quello onde sono puniti i vili dell’Antinferno. Questi son condannati a correre perpetuamente dietro l’insegna; ed anche coloro che si purgano del peccato dell’accidia hanno il correre per punizione:
....... correndo
Si movea tutta quella turba magna
Purg. XVIII 97-8
Noi siam di voglia a muoverci sì pieni
che ristar non potem....
ivi 115-16„.
L’argomento qui esposto, è per me decisivo; ma bisogna compierlo e chiarirlo. L’accidia, che è lento amore in vedere o a acquistare il bene; che è, con altre parole, nella vita contemplativa e nell’attiva (anche questo ordine, prima la contemplativa, poi l’attiva, non è senza perchè, e lo vedremo); la duplice accidia adunque, spirituale e carnale, si punisce da Dante in due modi, con la forzata mobilità di chi volle e vorrebbe posare, con la forzata immobilità di chi vorrebbe invece ora muoversi. Anzi il Poeta trova la maniera di unire questi due castighi in uno. Diciamo partitamente il tutto.
Gl’ignavi dell’Antinferno corrono perpetuamente, ma nel vestibolo dell’Inferno dove pure vorrebbero entrare: invidiosi son d’ogni altra sorte! Nella palude Stigia alcuni rissano continuamente, altri sono fitti nel fango: gli uni e gli altri, piangono e s’attristano e vorrebbero pure uscir di lì, a costo anche di passare in Dite. Gli accidiosi spirituali del Limbo posano bensì ma sospirano, sebbene i loro lamenti non suonino come guai; e vivono in un continuo desiderio senza speranza. Gli accidiosi spirituali del cimitero sugli spalti di Dite; che assomigliano tanto alla gente di molto valore che in quel limbo eran sospesi, poichè in quel cimitero è gente magnanima, cui voler parlare e cui intendere è giusto desio; questi altri accidiosi che invece di sospiri gettano duri lamenti,
che ben parean di miseri e d’offesi,
sono sepolti in arche che si chiuderanno per sempre nel giorno del Giudizio Universale. Questi sono i castighi dell’accidia dell’Inferno. E nel Purgatorio gli accidiosi in parte sono
... anime che movieno i piè..
e non parevan, sì venivan lente;
.... persone
che si stavano all’ombra dietro al sasso,
com’uom per negligenza a star si pone.
ed un di lor, che mi sembrava lasso,
sedeva ed abbracciava le ginocchia,
tenendo il viso giù tra esse basso;
sono genti che
venivan... innanzi a noi un poco,
cantando Miserere a verso a verso,
sono anime che siedono cantando nella valletta amena. E non è desio che manca loro; ma la speranza, senza pure essere annullata come nei sospesi del Limbo cui assomigliano (là parvoli innocenti, che morirono sulla soglia della vita, qua uomini rei, che si pentirono sulla soglia della morte; là spiriti magni in un nobile castello, qua un esercito gentile in una amena valletta), la speranza è in loro circoscritta. Colui che mostrava
sé più negligente
che se pigrizia fosse sua sirocchia,
che ha gli atti così pigri e le parole così corte, dice:
... Frate, l’andare in su che porta?
chè non mi lascerebbe ire ai martiri
l’uccel di Dio che siede in su la porta;
che se così non fosse, oh! correrebbero ben esse anime, come fa la masnada fresca:
Come quando, cogliendo biada o loglio,
li colombi adunati alla pastura,
queti senza mostrar l’usato orgoglio,
se cosa appare ond’elli abbian paura,
subitamente lasciano star l’esca
perchè assaliti son da maggior cura.
Nè è senza perchè, l’impossibilità, di salire di notte:
non però che altra cosa desse briga,
che la notturna tenebra ad ir suso;
quella col non poter la voglia intriga.
Il che ricorda, con la conveniente differenza e proporzione da Inferno a Purgatorio, le tenebre del Limbo:
Loco è laggiù non tristo da martiri
ma di tenebre solo.
Sono, come i commentatori annotano, le tenebre evangeliche (Giovanni XII 35) nelle quali chi cammina non sa dove si vada. Ora, continuando, nel Purgatorio oltre questi accidiosi — lenti, pigri, sedentarii — ci sono quelli, di cui parla il Bartoli, che corrono e sono pieni di voglia a muoversi; sono immobilità dunque e mobilità forzate, nel Purgatorio, come nell’Inferno mobilità e immobilità pur forzate, nell’ordine proprio che dico, inverso; come il lento amore è partito da Virgilio così — in lui vedere o a lui acquistare — inversamente cioè alla collocazione dell’accidia nell’Inferno; dov’è prima la carnale degli ignavi e poi la spirituale dei sospesi, prima la carnale dei rissosi e dei fitti nel fango e poi la spirituale di coloro che l’anima col corpo morta fanno. Nulla a caso, e tutto mirabile, come nelle opere di Dio!
Ho ampliato dunque e chiarito e compiuto l’argomento del Bartoli. Sì: accidiosi sono gli sciaurati del vestibolo dell’Inferno perchè condannati al contrappasso del correre perpetuamente, come gli accidiosi della quarta cornice del Purgatorio; nello stesso modo che accidiosi sono gli altri perpetuamente mobili dell’Inferno, ossia quelli che
si percotean, non pur con mano
ma con la testa, col petto e co’ piedi,
troncandosi coi denti a brano a brano.
Ai quali sono pure accomunati nel castigo altri pure accidiosi, che però sono condannati all’immobilità, così come all’immobilità assoluta e relativa, senza speranza o con speranza limitata, con desio o inadempibile o adempibile dopo certo tempo, ma ardente desio, con tenebre totali o parziali, reali e simboliche, sono condannati una ragion diversa di accidiosi, quelli che tali furono rispetto alla vita spirituale: i sospesi nel Limbo, i sepolti nelle arche, i lenti e pigri del monte, i seduti nella valletta.
Pag. 56: “Quanto poi a credere gli accidiosi puniti nella belletta negra, io direi recisamente che è impossibile„.
Di ciò il Bartoli assegna alcune ragioni che è inutile combattere con altri argomenti. Basta il già riferito.
Dante dice:
sotto l’acqua ha gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
nell’aer dolce che del sol s’allegra,
portando dentro accidioso fummo:
or ci attristiam nella belletta negra.
Quest’inno si gorgoglian nella strozza,
chè dir nol posson con parola integra„.
Dice Gregorio Nysseno citato nella Somma di S. Tomaso (1ª 2ae XXXV 8) Accidia est tristitia vocem amputans. Che altro si cerca? E si noti che anche questa gente sospira, come quella del Limbo e come quella delle arche da cui escono però sospir dolenti.
Pag. 59: “Questo cerchio (il 5º) dell’Inferno dantesco è il luogo dove molti interpreti pongono tutti i peccati che non riescono a trovare altrove. Manca la pena dell’accidia, dell’invidia, della superbia: ebbene, siccome, dicono, queste devono esserci, troviamole nel quinto cerchio„.
In verità DEVONO ESSERCI. Ma via: ammettiamo la possibilità che Dante se ne dimenticasse o che dopo il 7º canto avendo cambiato sistema trascurasse nientemeno che i peccati capitali più gravi, l’invidia e la superbia (l’accidia è fuor di questione). Ammettiamo questa possibilità; ma ammettiamo anche la possibilità che superbia e invidia ci siano. Gl’indagatori della Divina Commedia hanno avuto ragione di ricercarle, ma hanno avuto due torti:
1º di averle cercate nella palude pingue;
2º di non aver cercato un terzo peccato che manca con gli altri due, e che non è l’accidia, e che con gli altri due è detto spirituale, che con gli altri due è strettamente unito, che con gli altri due è da Dante nel Purgatorio fatto discendere dall’amor del male e che perciò con gli altri due dovevano cercare. Furono due parolette — vinse l’ira — quelle che tennero tutti i commentatori di qua dal vero modo di interpretare la costruzione morale della Comedia.
L’anime di color cui vinse l’ira, come non sono d’iracondi? Così pensarono tutti e s’ingannarono. E certo Dante propose a noi un nodo, un enigma forte; ma ci dette ancora come solverlo e spiegarlo. Chi frena l’ira, è per lui continente o temperato; chi non la frena, se ne lascia prendere la mano, chi ne è vinto, è incontinente o intemperante: d’irascibile, s’intende. Ora incontinenza non è malizia. E l’ira peccato capitale è peccato di malizia, come Dante si fa dichiarar nel Purgatorio:
esso
amor
(del male)
nasce in tre modi in vostro limo,
nel modo dell’ira, dell’invidia e della superbia. Dunque in Dante incontinenza d’ira non è il proprio peccato d’ira. Questo va unito col mal del prossimo, del prossimo almeno: dico almeno, perchè nella colpa d’ira quale si purga nel secondo regno, non può essere l’odio proprio e l’odio dell’esser primo: col male, dunque, d’altrui. Ora Dante espressamente dice di Filippo Argenti:
in sé medesmo si volgea co’ denti.
E suo misfatto non ha a raccontarci, ma dice solo:
Quei fu al mondo persona orgogliosa;
Bontà non è che sua memoria fregi.
Una mala disposizione quindi e un peccato negativo, un difetto assoluto di opere buone. Rassomiglia quindi questo peccatore agl’ignavi
che visser senz’infamia e senza lodo,
di cui
fama... il mondo esser non lassa;
mai non fur vivi.
Quelli non ebbero volontà, questi l’asservirono all’appetito, cioè alla parte d’esso che è detta irascibile; ma nè quelli nè questi fecero il male, come nè il bene. Sono accidiosi e questi e quelli. Così gli interpreti avrebbero concluso, se non si fossero lasciati traviare dalla parola ira, che Dante pose bene a malizia! Così gli interpreti avrebbero concluso, pensando che, come l’ira è peccato di malizia, Dante d’uno punito per ira avrebbe riferito il male che fece, come lo riferisce per gli altri puniti per malizia. Mentre de’ rei d’incontinenza può bensì narrare o far narrare un particolare peccato, come per Francesca, ma può solamente accennare a un loro vizio abituale, come per Cleopatras e Ciacco e gli avari. Per gli accidiosi poi, ossia incontinenti e privi d’irascibile (sono di due ragioni, rissosi e fitti nel fango: l’abbiamo detto molte volte), a più forte ragione doveva astenersi da riferire fatti concreti. Essi sono puniti per non fare; cioè per non aver fatto sono accidiosi, per non avere dominato o usato l’ira cioè l’irascibile, sono incontinenti. Non sono rei dunque di male fatto al prossimo nè a sè, nè voluto fare a Dio: e perciò non sono rei d’ira. E gl’interpreti avrebbero, dopo questo, fatto un altro passo. Non avrebbero cercato più gli altri due peccati, invidia e superbia, nella palude, poichè, secondo la dichiarazione del Purgatorio, essi non sono mai scompagnati dal male del prossimo. Vengono l’uno da timor di perdere podere, grazia, onore e fama, e l’altro da desiderio d’eccellenza, ma l’uno per quel timore, l’altro per questa speranza, hanno bisogno che il vicino sia soppresso e altri non sormonti. Avrebbero dunque gl’interpreti esaminato di chi e in qual luogo Dante raccontasse o accennasse un fatto o fatti di soppressione del vicino o d’altri, e avrebbero detto che in quel luogo si puniva la superbia e l’invidia; come certo avrebbero concluso che si puniva l’ira dove erano raccontate vendette. Si sarebbero, a ogni modo, lasciati a tergo la palude pingue, perchè loro sarebbe parso impossibile che dei tre peccati che nascono dall’amor del male e si estrinsecano col male del prossimo (almeno, del prossimo), non fosse detto se non che:
Bontà non è che lor memoria fregi.
E qui prevengo un’obbiezione.
— La gente fangosa si strazia come è raccontato in Dante e si fa quanto male può. Ciò è in contradizione con quanto si vorrebbe inferire dal verso:
in sè medesmo si volgea co’ denti. —
Rispondo, prima, che quel male che essi si fanno è come inteso fatto da sè a sè ed è significazione della mala volontà che essi ebbero in vita, la quale pure non trascese ad ingiurie, in vita. In morte, sì, trascende, a lor punizione. Quello che agli ignavi sono i mosconi e le vespe, stimoli all’attività ad essi morti i quali vivi non la ebbero, sono a questi altri ignavi del male, tali cioè che furono portati continuamente al mal del prossimo, gli strazi de’ loro compagni. Con quanta accortezza e profondità ciò fosse pensato da Dante, vede ognuno.
Un’ultima osservazione. Degli interpreti di Dante sono alcuni dottissimi e acutissimi; primo di tutti, oserei dire, Isidoro Del Lungo. Ebbene egli, pure abbagliato con gli altri dalle parole cui vinse l’ira, si può dire che convenga con me, sebbene nella palude Stigia egli cerchi e creda di aver trovato, oltre l’ira e l’accidia, la invidia e la superbia. Ci sono infatti, in un certo modo, ci sono. Si può dire (e già l’ho detto) che nella palude pingue sia punito l’amor del male scemo di suo dovere. Ora l’amor del male è pur triplice e, quando spinge all’ingiuria, diventa non ira soltanto, ma pur invidia e superbia. Sì che si può concludere che veramente nel brago sia l’ira, l’invidia e la superbia, ma senza effetto: mala volontà, ma accidiosa.
Pag. 70: “Dunque nè accidiosi, nè superbi, nè invidiosi, per me, nello Stige, ma soli iracondi„.
Dunque nè iracondi nello Stige, propriamente, nè invidiosi, nè superbi, ma soli accidiosi, accidiosi come quelli immediatamente dentro Dite: nella vita attiva quelli dello Stige, nella vita contemplativa quelli dentro Dite; quelli messi con altri peccator carnali, d’incontinenza, questi con altri peccatori spirituali, di malizia: accidiosi come quelli di qua e di là d’Acheronte: nella vita attiva gli ignavi, nella vita contemplativa i sospesi; e accidiosi come quelli bensì, ma con una differenza; poichè quelli intorno Dite sono accidiosi con mala volontà, quelli intorno Acheronte, sono tali o senza o contro volontà. Contro volontà, i sospesi, ma sino a un certo punto. Dice Virgilio nel Purg. (III 40 e segg.)
E disiar vedeste senza frutto
tai, che sarebbe lor disio quetato
ch’eternalmente è dato lor per lutto.
Io dico d’Aristotile e di Plato
e di molti altri. E qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.
Rimase turbato, pensando non solo all’eterno lutto del vano desiderio, ma ancora riconoscendo che il loro difetto di fede fu volontario. Essi avrebbero potuto credere in Cristo venturo, e salvarsi.
VI.
Dalla pagina 70 alla 75 il Bartoli riferisce e confuta i sistemi del Todeschini e del Witte, per i quali i peccatori non sono distinti “secondo le diverse passioni che spingono gli uomini al peccato, ma prescelse invece il disegno di trarne la distinzione dalla effettiva e a così dire materiale natura de’ peccati da loro commessi ecc. ecc.„ È inutile seguire il Todeschini nell’esposizione del suo sistema, perchè, all’evidenza, è esatto l’altro: che Dante ha diviso i peccatori secondo le diverse passioni che spingono gli uomini al peccato.
Didone e Cleopatras non sono punite come suicide, nè Semiramis come incestuosa, nè Francesca come adultera, perchè la passione che le spinse al peccato fu amore e lussuria, amor cioè soverchio del bene che non è bene. Brunetto non è punito come lussurioso, perchè la passione che spingeva lui e i suoi compagni, era non la detta lussuria o il detto amor del bene, ma l’amor del male per il quale si ribellava a Dio creatore che comanda di generare. E così non sono puniti per avarizia gli usurai, perchè la passione che li spingeva era pur sì fatto amor del male, per cui si ribellavano a Dio creatore e vendicatore, che aveva ingiunto agli uomini di lavorare e di pascersi nel sudore della loro fronte. E così via dicendo.
Pag. 72: “Anche il Witte è di opinione che Dante abbia nell’Inferno punito il delitto, non la passione che è stata causa del delitto...„
Diciamo che a quando a quando è punito un vizio o un peccato, un’abitudine o un fatto. Senza cercar oltre, Francesca è punita per un fatto, d’amore; Semiramis per un’abitudine, vizio di lussuria. Ma diciamo ancora che questi o vizi o peccati sono puniti secondo la passione che li mosse. Tanto il vizio di Semiramis quanto l’adulterio di Francesca, furono causati dall’amor ch’ad esso (al bene che non è bene) troppo s’abbandona; non dall’amor del male, e, si può ben intendere, niente affatto dal lento amore. Dunque sono tutte e due collocate tra gl’incontinenti e tra quella specie di essi che è detta dei peccator carnali.
Ib.: “e cita l’esempio di Caino, che è nell’Inferno profondo non per l’invidia, ma perchè ha ammazzato il fratello...„
Caino è esempio d’invidia nel Purgatorio e dà, nell’Inferno, il nome alla estrema circuizione della ghiaccia. È per Dante reo di superbia e d’invidia, ossia mezzo tra la superbia e l’invidia. Caino offese il suo prossimo, che era anche e solo suo fratello. Come offensore del prossimo, viola il comandamento di Dio della seconda tavola — non ammazzare — ; come offensore del fratello, l’altro, pur della seconda, ma il primo, sì che è considerato dai teologi come affine a quelli della prima; quello che ingiunge la riverenza, come ai genitori, così a tutti i consanguinei. Come offensore del prossimo è invido; come offensore del fratello è superbo; ma, ripeto, il prossimo si riduceva al fratello e il fratello era il solo suo prossimo.
Ib.: “e l’esempio di Capaneo, non punito come orgoglioso, ma come violento contro Dio„.
Ma Capaneo è punito come violento contro Dio, che è quanto dire, per vendetta voluta fare contro Dio stesso, col cuore soltanto, cioè senza intelletto e col solo appetito irascibile, oltre il mal volere. Egli è reo d’ira, d’ira folle, di quella che possiede
chi spregiando Dio col cuor favella.
Pag. 73: “E da questo nostro lungo discorrere, intanto quale conclusione può trarsi? Questa sola a mio avviso: che l’ordinamento morale della prima parte dell’Inferno presenta delle difficoltà (qualunque ne sia la ragione) insormontabili„.
Insormontabili davvero, se si continuasse a ritenere color cui vinse l’ira essere rei d’ira.
Pag. 74: “O sia, in parte almeno, vera l’ipotesi del Minich, o sia altro, noi non vediamo ben chiaro come Dante abbia concepita la distribuzione de’ peccati puniti dal secondo al quinto cerchio, nè pienamente intendiamo il legame tra il sistema seguito nei primi sette canti e quello dei successivi„.
Chiaro a me pare di vedere come Dante abbia concepita quella distribuzione, e intendo il legame tra il sistema dei primi e quello dei successivi canti, che sono appunto un sistema solo.
Ib.: “Sta in fatto che nei primi sette canti è punita la rea passione che spinse gli uomini al peccato, ma che tra queste ree passioni, ne mancano tre, e delle più fondamentali„.
Le passioni impellenti al peccato sono in Dante tre: amor del bene che non è bene, lento amore di esso bene, amor del male. Al primo corrisponde l’incontinenza, all’ultimo la malizia e la bestialità. Quanto alla passione di mezzo, negativa, Dante la pone per metà con l’incontinenza, per metà con la malizia, se si osserva che le genti fangose (accidiose nella vita attiva) sono fuori di Dite, cioè incontinenti, incontinenti d’irascibile; e gli eresiarchi (accidiosi nella vita contemplativa) sono dentro Dite, cioè maliziosi.
Ib.: “Sta in fatto che nei canti successivi più che la passione speciale, impellente al peccato, si punisce il peccato in sè stesso„.
Ma no: Brunetto e gli altri non sono tra i lussuriosi, sebbene il peccato in sè stesso sia di lussuria; gli usurai e i simoniaci non son tra gli avari, sebbene il peccato in sè stesso sia d’avarizia, come per i simoniaci nota poi il Bartoli. Ma per questi ultimi, per non ripetermi intorno agli usurai, ricordo che la passione impellente non fu l’avarizia, checchè possiamo pensare noi: Dante pensava che fosse il disegno di calcare i buoni e sollevare i pravi: invidia.
Ib.: “E quando siamo per entrare nel settimo cerchio, dove sono puniti i tiranni e gli omicidi, il Poeta esclama:
Oh cieca cupidigia, oh ira folle
Che sì ci sproni nella vita corta,
E nell’eterna poi sì mal c’immolle!
Dunque la cupidigia e l’ira furono le passioni che mossero gli omicidi e i tiranni, ma questi non sono però puniti nel cerchio quarto e quinto, sibbene nel settimo„.
Lasciando che la cupidigia qui non è, evidentemente, di denaro, ma di vendetta, o in generale di male, noi qui dobbiamo rendere un omaggio di ammirazione al sottile e profondo ingegno del grande uomo estinto. Sì: egli intuiva la verità e senza l’intoppo dell’aver assegnato il quinto cerchio all’ira, egli avrebbe scoperto il segreto della costruzione morale della Comedia. Perchè in vero d’ira sono puniti gli omicidi e i tiranni, e con loro i suicidi, i bestemmiatori, i soddomiti e gli usurieri: d’ira che è folle, poichè essi peccarono solo col cuore o appetito irascibile, oltre il mal volere, ma senza l’intervento della ragione.
Pag. 82: “La seconda parte dell’Inferno si apre colla città di Dite, attorno alla quale sta la palude Stigia, al di fuori; al di dentro stanno le arche infuocate degli epicurei e degli eretici; ed è questo il sesto cerchio, ed il primo dei quattro compresi dentro la città di Dite„.
È il sesto cerchio, ma appena d’un poco più basso del quinto, seppure non è allo stesso livello. In fatti Dante ha in mente gli spaldi d’una vera città, rappresentandosi quelli di Dite; e le arche sono ai piedi di essi in grandi campagne; e queste campagne interne sono certo più elevate del fondo e anche dell’orlo delle alte fosse esterne. La terra sconsolata è bensì entro nella valle, ma la domina. Or Dante così volle, perchè gli eresiarchi volle bensì rei di malizia, e perciò li pose dentro Dite, ma li fece pure rei d’accidia collocandoli allo stesso, o quasi, livello delle genti fangose. Non è da tralasciare che il Todeschini, che il Bartoli cita in nota a questo punto, bene intuì scrivendo che Dante per vaghezza “di serbare nell’opera sua certe corrispondenze superficiali, e quasi direi materiali,„ ha collocate “le anime perdute pel mancamento non malizioso della fede, nel primo cerchio dell’Inferno superiore, perchè stessero in corrispondenza coi reprobi che mancarono di retta fede per propria malizia, i quali vennero da lui collocati nel primo cerchio dell’Inferno profondo„. Donde il Del Lungo ricavò questa corrispondenza:
| ignavi e angeli neutrali (nel vestibolo) | |
| meno colpevoli | |
| non battezzati e pagani virtuosi (nel 1º cerchio). | |
| epicurei ed eresiarchi (nel 6º cerchio) | |
| più colpevoli | |
| giganti (tra l’8º e il 9º). |
Ma certamente è in tutti e due imperfetta l’osservazione e la distribuzione. Il che riuscirà evidente a chi ponga mente a questa corrispondenza che io sottopongo:
| dell’inferno tutto — accidiosi totalmente | ||||||
| Accidia | involontaria | attiva | fuori | dell’inf. tutto — non battezzati | ||
| nella vita | contemp. | |||||
| volontaria | attiva | dentro | dell’infer. profondo — accidiosi del male | |||
| nella vita | contemp. | dell’inferno prof. — eresiarche. | ||||
Ora queste non sono “corrispondenze superficiali e quasi direi materiali,„ ma si riferiscono a dogmi teologici per i quali il disordine circa le cose dello spirito è più grave che quello intorno le cose del corpo. Nè si dimentichi che la colpa, non maliziosa e maliziosa, dei non battezzati e di coloro che l’anima col corpo morta fanno, è di accidia, perchè ad accidia si riduce ogni ignoranza. E si ricordi che la colpa dei non battezzati è involontaria, ma sino a un certo punto.
Questo esame può bastare. Certo non m’indugio più sull’argomento della bestialità, che ho provato essere la violenza. Solo esporrò un’obbiezione che prevedo. È questa: come mai i peccati dei primi 7 canti non hanno divisioni, e quelli dei rimanenti ne hanno tante, dividendosi la bestialità o violenza o ira in tre peccati, e di questi i due primi ognuno in due, e il terzo in tre; la frode semplice o invidia in dieci, la frode complessa o tradimento o superbia in quattro? Rispondo che già anche nei 4 primi peccati sono divisioni; l’accidia essendo di quattro ragioni, carnale e spirituale, senza o contro (in parte) volontà e volontaria; la lussuria essendo punita come amore (s’intende soverchio) o vizio; l’avarizia essendo mal dare e mal tenere. Ma è chiaro, anche dalla proporzione dei canti che trattano degli uni e quelli che descrivono gli altri, che questa ragione non basta. La ragione vera è nella natura dei principii posti da Dante dietro Aristotele a tutti i peccati: dell’incontinenza cioè e malizia. Non mi dilungo: a tutti che accettino per un momento la sovrapposizione che Dante fece della triplice divisione Aristotelica sulla settemplice distinzione teologica, appare l’omogeneità, per così dire, e uniformità dei peccati d’incontinenza a confronto di quelli di malizia. Tanto più che Dante prendendo a modello e tipo il primo drama umano raccontato nella Bibbia, sottrasse alla lussuria e all’avarizia alcune loro forme, le quali però si rifondono nel peccato stesso d’incontinenza, quando la penitenza ne ha cancellata l’ingiuria o il fine malizioso.