VIII.
Lo studio di Enrico era piccino e modesto, un vero studio da dilettante di buon gusto; ma quanta luce e quanta bella roba in esso! Il sole vi entrava a larghe ondate, rischiarandolo tutto in modo uniforme e ricercando gli àngoli più riposti, dove il conte aveva collocati due capolavori della scuola moderna, due Meissonnier che gli erano costati ventimila franchi.
* * * * *
Il ritratto di Nanà stava sul cavalletto.
Fate conto che siano passati dieci o dodici giorni da quello del pranzo di Nanà. Il di lei ritratto era a buon porto, e molto riuscito. L'amore aveva fatto far miracoli al pennello di Enrico.
Ma che sorta d'amore era il suo? Non amava egli già la sua Elisa?
Ahimè!
Quella sera che Enrico aveva veduta Nanà, per la prima volta, scender dal brougahm sotto i raggi del lampione del caffè dell'Europa ed entrare nella porta dell'Hôtel de la Ville aveva dovuto accorgersi che il sentimento casto, tranquillo, soave e profondo ch'ei provava per la cara vergine compagna della sua infanzia non era ciò ch'egli aveva imaginato dover essere l'amore. Il cuore egli se l'era pur sentito battere con forza anche la prima volta che aveva riveduta la sua Elisa di ritorno dal campo nel 1866—ve ne ricorderete. La bella creatura era stata certo il pensiero costante de' suoi anni giovanili anche in mezzo alle sue scappate da figliuol prodigo… Ma ora non c'era paragone. Al cospetto di Elisa una dolcezza sovrana, una confidenza, una tenerezza priva di desiderî e purissima, una ammirazione della bella persona e del dolce e onesto sguardo, per così dire, lo ispiravano. Al vedere Nanà un tuffo violento nel sangue, un calor subitaneo in tutte le membra, una foga di desideri e di voluttà lo invadevano tutto.
Pure egli con Nanà dissimulava assai bene quel delirio de' sensi. Nessun diplomatico avrebbe saputo vantarsi di coprire con più lieta disinvoltura i moti interni dell'anima e del sangue, dinanzi alla terribile francese. Sulle prime anzi ebbe qualche rimorso di tradire la cara fanciulla a cui da tanto tempo s'era promesso. Poi a poco a poco, senz'accorgesene stuzzicando Nanà quella riserva per lei tanto rara ed insolita, il di lui voto sincero di non tradire la Elisa sfumava, sfumava e il suo avvicinarsi a Nanà pigliava ogni giorno un andamento più deciso.
* * * * *
Egli subiva il fascino del desiderio di quella donna magnetica, e la Elisa onesta, pura, più bella, più giovine, più fresca, più geniale, ma riservata a lui, soltanto col consenso del sindaco, scompariva a poco a poco a' suoi occhi di ventiquattro anni.
La Nanà si era informata della relazione che esisteva fra Enrico e la signorina Elisa Martelli, e gliene aveva parlato e la si era messa sul serio e sul contegnoso. Anzi aveva sgridato severamente l'Enrico perchè avesse pensato di scrivere a lei una lettera d'amore.
Enrico aveva troppo cuore e troppo carattere per dire a Nanà ch'egli non amava la Elisa.
Era questo che Nanà voleva udire da lui.
E non la ci riusciva.
* * * * *
Tutt'a un tratto Nanà che stava posando, scoccò al suo pittore questa domanda a bruciapelo.
—Se voi non foste già impegnato con quella bella signorina, che mi è tanto simpatica e che finirete a sposare… mi sposereste me?
La domanda era audace.
Enrico non rispose subito, sorrise e pigliò una scorciatoia:
—Bisogna che io sappia prima se voi dal canto vostro sareste pronta a sposar me.
—Io no davvero—rispose Nanà sforzandosi di ridere,
—Si può saperne il perchè?—domandò Enrico che nascondeva a stento un crepuscolo di picca.
—Perchè io non vorrei sposare un artista.
—Il solito pregiudizio! Del resto io non sono artista; sono un dilettante.
—Ma peggio! È segno che voi non lo fate per mestiere ma per passione. Siccome io vorrei essere idolatrata da mio marito e regnare unico pensiero della sua mente, esigerei che egli dedicasse a me tutte le sue giornate, e non soffrirei ch'egli tenesse l'arte come seconda amante, o fors'anche come prima.
—Ah, se è così, è bello!
—Non vi pare? Un artista non può amare una donna per lei stessa. Gli artisti hanno l'amorosa anteriore alla moglie e della quale alla moglie non è permesso neppure di essere gelosa, ma che li assorbe, li esalta, li accontenta e li distoglie da noi donne, peggio che se fosse una rivale in carne ed ossa.
—Ma e gli affari allora?—osservò il conte—gli uomini d'affari non sono forse continuamente e peggio di noi colla testa e col cuore, nelle loro speculazioni?
—Colla testa e col fegato forse—rispose Nanà,—col cuore no. L'uomo d'affari quando è chiusa la borsa o il banco non è più uomo d'affari. Voi altri artisti, no. Voi altri restate continuamente artisti in città ed in campagna, di giorno e di notte, d'inverno e d'estate.
—Dunque voi Nanà sareste gelosa della mia tavolozza?
—Non della tavolozza ma di ciò che ferve nella vostra testa, di quell'ideale che sta in voi e che è più potente delle mie grazie e del mio cuore.
Enrico naturalmente depose la tavolozza e come attirato verso Nanà fece due passi verso di lei e si fermò a guardarla in estasi.
Essa era la calamita.
Egli il ferro.
Nanà s'accorse che il suo pittore ricominciava a perdere la calma impostasi dacchè gli aveva detto sapere ch'egli amava la Elisa. E volendo gettare un poco di acqua su quella fiamma che si riaccendeva sotto la cenere, per avere il gusto di ravvivarla più tardi:
—Del resto—disse—una volta che io fossi maritata non penserei più a nulla, non vorrei avere più nessuna responsabilità… giacchè è questa sopratutto che mi pesa; starei sdraiata tutto il giorno a leggere o a dormire. Lui dovrebbe pensare continuamente a volermi bene, a soddisfare i miei capricci, alla casa e ai figli se ne venissero….
Enrico s'era accostato a lei, e ridendo diceva:
—Non sarebbe un marito, allora sarebbe un intendente, un ragioniere.
—Ah, no, perchè poi io mi lascerei amare, vezzeggiare, importunare, adorare, malmenare tutto il giorno da mio marito se gli piacesse di stare molto con me.
Così dicendo Nanà, colla più fredda disinvoltura della terra allungò le braccia verso il suo pittore, posò la sua bella testolina sulle spalle di Enrico con una specie di infantile ingenuità, e ne ricinse la vita stringendoselo al seno, ridendo.
Tutto ciò fu fatto colla più grande noncuranza, come la cosa più naturale del mondo.
Enrico per la prima volta in otto giorni piegò la faccia per farle un bacio.
—No—disse Nanà sciogliendosi e tentando di coprirsi in fretta come donna che sorte da un sogno e che è pigliata da un subitaneo pudore.—Enrico, non facciamo confusioni! Restiamo amici, restiamo quello che dobbiamo essere.
Per quanto un uomo abbia accortezza o esperienza in fatto di donne, per quanto in teoria egli sappia di quali istinti siano dotate certe creature—il cui trionfo, la cui voluttà suprema è quella di assassinare gli uomini e di spingerli al parossismo del desiderio, anche senz'ombra di progetti rapaci o ambiziosi, ma proprio soltanto pel gusto di soggiogare—sembra destino che in causa propria, nel momento critico, quest'uomo perda il sangue freddo, la coscienza e la sinderesi, vale a dire quel presentimento che avvisa segretamente come quella donna non spieghi le proprie arti per affetto e per passione, ma per una innata ambizione di far delle vittime umane e per smisurato amor proprio.
I sensi, in un giovane di ventiquattro anni, sano, forte, ben costituito—come lo era Enrico—hanno quasi sempre un predominio fatale sulla ragione la quale dovrebbe essere invece—oh, chi non lo sa?—la regina e la sovrana del corpo umano. La natura, del resto, creando gli uomini e le donne così foggiate sapeva bene lei che cosa si faceva. Io credo—e non so se altri lo abbiano creduto prima di me—che se non esistesse il fenomeno dell'assalto sensuale contro cui non vale nè ragione, nè morale, nè timore della pena possibile, nè religione, nè nulla—a quest'ora il mondo sarebbe rimasto quasi spopolato.
Ormai non sono più che i bigotti e i regnanti che fanno legittimamente all'amore per dovere o per calcolo.
—Restiamo amici—aveva detto Nanà.—Non guastiamo il nostro bello idillio artistico con dei desiderî che siano precisamente come quelli di tutto il mondo. E poi che vale? Io credo di averlo già un amante, e mi sento ispirata a non tradirlo almeno per ora.
—Chi è?—domandò Enrico che era tornato al suo cavalletto affettando molta freddezza nella voce.
—Volete proprio saperlo?
—Lo bramo.
—È Filippo Marliani.
—Ah!
—Lui!
—E ne siete innamorata?
—Oh, no, povero Filippo. Non merita punto!
—Come potete dire allora che egli sia il vostro amante?
—Amante vuol dire: uomo che ama, ch'io sappia, e non uomo che è amato. Egli mi ama, ne sono certa, e io amo lui, ma non ne sono innamorata.
—E questo basta per voi?
—Finchè io non mi possa innamorare d'un uomo alla mia volta mi deve bastare, per forza! Che ho a farci io?
—Credete voi di potervi riuscire ad amarlo questo signor Marliani?
—Neppur per sogno. Manca di due o tre qualità indispensabili…
—È ricco?
—Era ricco. Ora è povero.
—E voi siete ricca?
—Lo era. Oggi sono ricca… di debiti.
—E che cosa pensate dunque di fare della vostra vita?
—Non lo so.
—Non ci pensate?
—No. Confido nella mia stella. Diventerò artista drammatica.
—Ma che idee avete?
—Idee!—sclamò Nanà ridendo.—Mi domanda che idee ho!—proseguì come parlando a sè stessa. Facciamo una cosa, Enrico, mettetevi ne' miei panni, nella mia posizione. Sareste capace di fare questa specie di astrazione?
—Altro che.
—Ditemi ora che idee avreste voi se foste me stessa? Sentiamo. Fatemi il vostro programma.
Enrico si trovò dinanzi a un problema, al quale aveva pensato qualche volta senza trovarci uno scioglimento onesto.
—M'avete detto che questo signor Marliani non potrebbe pensare a… ai casi vostri?—diss'egli schivando così di rispondere direttamente alle domande di Nanà.
—No. Egli è completamente rovinato. Ma vedete che non avete saputo farmi il programma!
—Quanto abbisogna a voi per vivere, come sarebbe il vostro desiderio?
—Se mi chiedete quanto mi abbisogna per vivere vi potrei rispondere che, amando, mi basterebbero tre franchi al giorno; se mi domandate quanto mi abbisogna per vivere secondo il mio gusto ora che sono annoiata e indifferente, pur troppo vi risponderei che, secondo le mie abitudini, non mi basterebbe un milione all'anno.
—Se però un galantuomo vi facesse delle proposte serie, le ascoltereste voi?
—Secondo.
—Se il galantuomo fosse come me, per esempio?
—Allora no.
—Perchè?
—Prima, perchè non vorrei che la signorina Elisa dovesse odiarmi. E poi perchè non vorrei rovinarvi.
—Che importa a voi in caso che io mi rovini?
Nanà non rispose; s'accontentò di alzar le spalle con una smorfietta, che poteva essere interpretata in mille sensi.
Poteva voler dire: sicuro che a me non m'importa nulla, come poteva voler dire benissimo: mi importa più di quel che pensate! Poteva voler dire: che domanda strana! Come poteva benissimo voler dire: hai indovinato!
Astuzia innata di questa sfinge del secolo decimonono.
* * * * *
Mezz'ora dopo Enrico entrava come un turbine nella camera da letto del suo amico Sappia che si destava in quel punto e gli diceva:
—Ho bisogno di dieci mila franchi.
—Che cosa vuoi farne?
—Ho paura di essere proprio innamorato.
—Innamorato? Ah, capisco! Hai bisogno di dieci mila franchi per farti passar l'amore?
—Non per farle un prestito indispensabile…
—Si potrebbe sapere chi è?
—Indovina.
—Non saprei!
—È Nanà.
—Nanà!—gridò il Sappia balzando a sedere sul letto.
—Se non trovo dieci mila franchi per questa sera mi faccio saltar le cervella.
—Quand'è così ascolta. Vedrò se mi è possibile di trovare ancora danaro e te lo presterò. Ma sulla mia sola firma ormai non ho più speranza di trovarne. A mio padre nè a mia madre già non posso più ricorrere. Li ho stancati troppo. Ti saprò dire qualche cosa stasera al club.
—Ma stasera è già troppo tardi. Se io mi presento a Nanà senza una risposta certa, prima di sera sono rovinato. Gliel'ho promesso.
—Che ti gira di promettere un prestito senza la certezza di poterlo fare?
—Speravo che tu ne avessi o me li potessi trovar subito.
* * * * *
Sappia si levò, fece attaccare e andarono in cerca di Bonaventuri, il quale, se il lettore si ricorda, aveva offerto i suoi servigi a Sappia fin da quella sera, che s'eran trovati in casa della Luisa, dove Enrico aveva fatto il primo passo al malcostume.
Il Bonaventuri infatti, dal canto suo aveva già fatto prestare più di duecentomila franchi ai due figli di famiglia, e regolarmente alla scadenza rinnovava i loro effetti, sui quali s'accumulava lo spaventevole anatocismo.
Di questi, più di centomila li aveva mangiati Enrico O'Stiary.
Questi centomila franchi in due anni e mezzo erano diventati circa duecentomila, e alle nuove scadenze toccavano quasi i centocinquantamila. E non erano che la metà de' suoi debiti.
Il Bonaventuri faceva credere ai due giovani di essere compromesso fieramente anche lui da quelle scadenze, alle quali poneva la girata per puro favore. Oh, egli era un gentiluomo! Faceva tutto per la grande simpatia che nutriva per que' due poveri giovani, che gli avari parenti tenevano tanto a stecchetto. E si fidava tanto di loro! E sapeva dar loro di quando in quando dei così buoni consigli. E si spaventava di quando in quando con tanta cordialità nel veder ingrossare spaventosamente le somme del loro debito! E si rammaricava con tanta pietà che il padre di O'Stiary avesse messa quella maledetta clausola nel suo testamento. E domandava loro con tanta premura notizie della salute del babbo marchese e del tutore notaio quando li incontrava dalla Luisa!
—Aver ancora danaro dalle solite sorgenti—diss'egli a Sappia—è impossibile. Bisognerà che tentiamo nuovi mezzi.
—Ne conosce lei?
—Io no, ma ho un amico che se ne intende, quantunque da poco in commercio.
—Andiamo subito da questo suo amico—disse O'Stiary.
—Per farle vedere la mia buona volontà ci andremo oggi.
—Come si chiama?
—Si chiama Marliani, ed ha lo studio in Valpetrosa.
—Oh, diamine!—sclamò il Sappia.—Che fosse mai Filippo Marliani?
—Filippo appunto. Quello che era a pranzo dalla signora Nanà…!
—Sì, sì. È lui! Come mai s'è dato a vendere pannine?
—Lui non vende. Lui è direttore della ragion sociale.
—Allora siamo a casa!—sclamò il Sappia tutto allegro.
—Ora non è che mezzogiorno—disse O'Stiary.—Troviamoci alle due in qualche luogo.
—Dove?
—Dica lei.
—Dalla Romea?
—Va bene. Dalla Romea.
E si lasciarono.
IX.
Fra le segrete nemiche di Nanà, la più invidiosa, la più astiosa, la più caina di tutte era la bella acquavitaia.
Dal giorno del pranzo era partita dalla casa di Nanà con un odio intenso e furibondo. Esecrava cordialmente quella Francese che era tanto più bella di lei.
Quand'essa vedeva passare Nanà dinanzi la sua bottega, si sentiva pigliare la gola da una specie di stringimento nervoso. Lo confessava ingenuamente ella stessa; e allora non poteva tenersi dall'uscire in qualche frase molto meno spiritosa dei liquidi che teneva negli scaffali della bottega.
Ella, come si sa, rispondeva al poco dolce nome di Romea, che è il femminile dell'amante di Giulietta.
C'è a Milano un proverbio che dice: offellee fà el to mestee. L'offellaia o l'offellaio, che tralascia di far offelle, per darsi ad altra occupazione, pare destinato a non far fortuna. La Romea non aveva voluto dar ascolto al proverbio e s'era messa in capo di arricchire, vendendo acquavite chic ed altri gèneri; ma non riusciva ad accozzar la cena col desinare.
Tranne che nel naso, sporgente a triangolo appuntato, come il fiocco d'un bastimento, la Romea dai capelli alle spalle era una bella creatura; chiome, occhi, bocca, orecchie, denti, mento, colla sua brava fossetta, tutti belli. Ma il resto, dal collo in giù, non valeva nulla: un bastone da scopa abbigliato, senza grazie, nè risalti, nè curve, sia dinanzi che di dietro, che di fianco. Mani discrete, piedi ignobili.
Peccato che il viso fosse, come dissi, guastato da un mòccolo, che si spingeva troppo in fuori e che pisciava un tantino in bocca. Veduta di profilo, infatti, la Romea appariva proprio grandemente antipatica. Quand'ella era di malumore poi—e lo era otto giorni alla settimana—compariva disgustosa addirittura. Le rughe che partono dai lobi del naso e scendono giù da una parte e dall'altra della bocca le si disegnavano profonde sulle guancie, e il labbro inferiore arrovesciato e floscio le spenzolava allora sulla bazza; gli occhi stessi, che nei giorni rari di lietezza—se le capitava, per esempio, di vendere una ventina di bottiglie o di far cento lire di banco—sfolgoravano come due stelle, quand'era dannata, parevano due grandi buchi da scaldaletto.
Una certa consolazione le veniva dal credersi affascinante e piena di spirito. Questa doppia certezza le usciva fin dai pori ad ogni dieci frasi. Se nessuno glielo diceva, lo diceva lei. Nessuno dei suoi pochi avventori si dava la pena di disingannarla. Anzi, forse senza pensarci, facevano di tutto per tenerla nella sua beata illusione; e, qual più qual meno, in cuor loro tutti la godevano.
Ella s'arrabbiava, di vedere, che con tante splendide doti gli affari in bottega non andassero una maladetta! Le pareva impossibile che tutta Milano non corresse a bevere l'amaro da lei, per ammirarla almeno una volta al giorno e accender l'appetito. Strabiliava! E per vendicarsene si ricattava sui pochi, e distribuiva loro la sua merce a gran risparmio, calcava la penna sui prezzi e rompeva loro continuamente le scatole, perchè comprassero delle bottiglie di cui non avevano bisogno.
Romea presentava una particolarità molto singolare. Essa era estrema tanto nel biasimo, come nella lode, e mutava repentinamente questi due termini con una volubilità, che faceva rider assai alle sue spalle gli avventori.
Per cinque, sei, otto mesi ella era capace di portare alle stelle il tale. Egli era per lei un gentiluomo perfetto, pieno d'ingegno, affabile, largo, prudente, saggio. A un tratto lo dipingeva come il più ladro e il più briccone uomo di questa terra. La poverina non s'accorgeva, che chi la sentiva a parlare così aveva più memoria di lei, e sorrideva di pietà, dandole segretamente della scimunita. La vanità ingenita le faceva credere in buona fede che tutte quelle sue nuove calunnie, nate in un'ora, dovessero trovare orecchie indulgenti, ed essere prese per oro da trenta carati, e cancellar d'un tratto la stima sincera ch'essa aveva dimostrata per sì lungo tempo verso il calunniato.
Col giovane di bottega poi ella era feroce.
Nel momento in cui il signor Bonaventuri entrava in bottega per trovarsi al fissato appuntamento, la Romea stava appunto apostrofando il fattorino colla sua solita buona grazia, perchè aveva rotto un bicchiere.
Il povero giovincello, entrato in bottega da soli due giorni—giacchè la Romea aveva l'abilità di mutare cinque o sei giovani la settimana—era lì tutto mortificato sotto la gragnuola di ingiurie, che quel cherubino di donna gli scagliava dal banco.
—Asino, marmotta, imbecille…. Coi bei guadagni che si fanno! Credi tu che io vada a rubarli i cristalli e arrotati per giunta? Due franchi fra i quali andati al diavolo anche stamattina. Ma te li farò pagare. Oh se te li terrò giù!
Il Bonaventuri si siedette.
—Signor Bonaventuri!—disse Romea col suo sorriso stereotipo.—Beato chi lo può vedere. Come va?
—Bene, grazie—rispose secco il Bonaventuri. Poi, al giovane che era lì lì per piangere.
—Dammi un Fernet senza Seltz…. Che cos'hai che mi sembri Longino peccatore?
Quindi, senza aspettare la risposta, di nuovo alla Romea:
—O'Stiary è stato qui?
—Sì—rispose la donna—e mi disse infatti che doveva trovarsi con lei per un certo non so che, e una cosa e un'altra, e che sarebbe tornato fra un'ora. Può stare a momenti. A proposito… debbo mandarle a casa una dozzina di bottiglie di champagne?
—Balorda, chiaccherina!—pensò fra sè Silvestro Bonaventuri. Quanto alle bottiglie, non diede risposta.
Il Bonaventuri aveva indosso quella specie di cascaggine e di svogliatezza, che deve significare un mondo di belle cose sottintese. Non ci sono che gl'ingenui, i quali non ne capiscano la forza e la portata! Egli aveva una faccia perfettamente insignificante, floscia, avvizzita, sbasita, tra il giallognolo ed il livido, e la teneva così con gran cura tutto l'anno. Guai se alcuno avesse potuto sospettare di lui che la notte dianzi egli fosse andato a casa a dormire come un bravo figliuolo non ubbriaco, o non fosse uscito da poco da un'orgia, da una bisca o da un bordello. La sua ambizione era tutta lì!
—Ehi—gli disse la Romea—è passata poc'anzi di qua la Nanà, con quella sua andatura da gonfianùgoli, ma non ha guardato dentro. Era accompagnata fra i quali da un giovinotto biondo, che parava venezievole. Uno nuovo!
Bonaventuri alzò le spalle e disse brutalmente:
—Che me ne frega a me?
La Romea scoppiò a ridere, di quel suo riso amarognolo e forzato, il quale, a dir vero, faceva contrasto colla bellezza delle sue labbra e dei suoi denti smaglianti.
—Lei fa il disinvolto—ripigliò—ma noi sappiamo tutto.
—Che cosa sapete?—domandò colla sua voce spenta il Bonaventuri, cercando di farsi credere annoiato.
—Che lei è innamorato morto della Nanà.
Silvestro alzò le spalle.
Il fattorino intanto gli aveva recato dinanzi il vassoio col bicchiere del Fernet e aveva mesciuto.
La Romea, quando il fattorino tornò verso il banco, gli scoccò a bruciapelo un'occhiata furtiva e furibonda, una vera occhiata antropofaga.
Il giovine capì d'aver commesso un altro sproposito e da buon ragazzo che vuol istruirsi, accostò la faccia a quella della padrona, la quale sottovoce gli susurrò:
—Asino, marmotta, imbecille, tu ne versi sempre troppo per venti centesimi. T'ho detto due dita, due dita, due dita, non più!
Silvestro intanto aveva cavato di tasca un libretto di memorie e s'era messo a far delle annotazioni, come per indurre la Romea a tacere.
Ma ell'era come una mosca cavallina. Non s'accorgeva di riuscire tediosa. Nella sua candida convinzione, che ogni sua parola tornasse gradita a chi l'ascoltava, e fors'anche nella necessità in cui era continuamente di ammazzar la noia sterminata e il rovello che la rodevano, procurando di importunare gli altri con proprio sollievo, continuava:
—Tutti lo dicono del resto, e anche il Salis fra i quali poc'anzi me lo ripeteva. E io, non ci volevo credere, perchè stento a persuadermi che lei, che è così fino conoscitore di donne, voglia perdersi con quella civetta.
Il Bonaventuri continuava a fare degli sgorbi inutili sul suo taccuino, e di quando in quando alzava la testa, apriva la bocca e fissava il soffitto come un uomo che cerchi un'ispirazione o tenti di raccappezzare un'idea che gli sfugge.
La Romea continuava:
—Io non dico che la Nanà sia brutta, giacchè, per dire a dire, brutta non lo è; ma non è neanche bella, come la vorrebbero fare; e poi quando si è passati i trentacinque.
—Tre e quattro sette e nove fanno sedici—disse il Bonaventuri ad alta voce; e sul libretto infatti disegnò un sedici, che riuscì più rotondo di quello della Romea.
—E poi una donna che si butta via in quel modo! È proprio vero che per far fortuna bisognerebbe far così, mentre noi povere donne oneste fra i quali le tireremo sempre verdi in sæcula sæculorum…
—Il tutto diviso per tre, dà precisamente otto franchi e sessanta centesimi a testa—sclamò Silvestro, fingendosi contento, come se avesse sciolto un problema di calcolo sublime.
—Se ne contano di belle in questi giorni di quella signora. La storiella della paraninfa, già la conoscerà. Eppoi il fattorino del negozio là di contro, che è stato qui a prendere una bottiglia di Seltz, mi disse fra i quali che il giovine del calzolaio lì in faccia aveva saputo dal suo padrone, al quale lo aveva raccontato una sua pratica, che era andata a comandargli due stivali da caccia, che il suo parrucchiere gli aveva raccontato di aver inteso dal cuoco di casa A… che il cocchiere gli aveva detto, come qualmente un suo amico, che è nell'Anonima degli omnibus, avesse dovuto stare a cassetta del legno sei ore di fila e di notte, con dieci gradi di freddo nel cortile d'un palazzo, ad aspettare la signora Nanà, che era andata a un rendez vous… mi capisce.
Silvestro questa volta si volse alla Romea e le disse con fine ironia:
—Se vede il fattorino a cui il giovine di calzolaio ha raccontato ciò che ha udito dal padrone a cui l'ha raccontato il signore degli stivali, che l'ha udito dal parrucchiere, a cui l'ha raccontato il cuoco di casa A…, che l'ha udito dall'amico del cocchiere dell'Anonima… se lo vede, gli dica che io me ne congratulo proprio tanto tanto!
In questa O'Stiary e Sappia entrarono.
—Due Marsala Ingham—disse il Sappia prima di salutare gli astanti.
—Non quello, non quello, stupido, idiota, mamalucco imbecille—gridò, con una faccia da Arpia, la buona Romea al giovane che aveva dato mano ai bicchieri troppo grandi per servire il nuovo arrivato.—T'ho già detto che i bicchieri pel Marsala sono quelli là più piccoli. Impara una volta.
Bevuto il Marsala i due giovani uscirono con Bonaventuri.
* * * * *
Nello studio della ditta F. Marliani e C. v'erano due persone ad aspettar l'amico Ciliegia colle vittime. Marliani il prestanome, erasi sdraiato nella sua poltrona, dinanzi allo scrittoio, colla sua brava penna d'oca infilata sull'orecchio,—per darsi l'aria di un conservatore che stenta ad accettare le novità—e in capo una callotta di velluto turchino ricamata intorno intorno a ghiande d'oro, a dir la verità poco lusinghiere, quantunque emblemi appropriati alla porca professione del gabbamondo.
Lei, la sôra Bibiana, in piedi, daccanto alla scrivania, un po' curvata innanzi, teneva le due mani sul bracciuolo del seggiolone, dove stava il suo Alfonso, e lo covava amorosamente co' suoi occhietti grigi e tanto quanto cisposi.
La callotta gliel'aveva regalata lei; e gliel'aveva ricamata lei, colle sue manaccie grasse, la procace gallinona; e gliel'aveva imposta lei sul capo, per levar a Filippo quella sua aria da scapato, tanto adorabile a quattr'occhi, ma troppo biricchina in istudio, giacchè la stonava maledettamente colla gravità della sua nuova posizione commerciale. Infatti non è a dirsi come quella callotta rinvecchignisse il bel giovane, che aveva ispirato pochi giorni prima il capriccio—cavolo riscaldato—alla orgogliosa Nanà.
La signora Bibiana era superba di quella sua pensata, a doppio uso:
—Sembri proprio un banchiere così!—gli aveva detto acconciandogli in testa quella berretta senza tesa.—Che importa a me che tu sembri meno giovane e meno bello, quando siamo in istudio? Anzi, a me piace questo. Così le donne, che vengono qui per affari, non ti troveranno troppo seducente. Per me sarai sempre giovane e bello abbastanza! Ah se mi vorrai proprio bene, vedrai, vedrai!
Erano nei primi giorni d'una illegittima luna di miele.
* * * * *
Lo sciagurato Marliani—dacchè s'era venduto corpo ed anima alla Società segreta dell'arte di fallire—era disceso poco a poco la scala della più abbietta degradazione.
La vergogna di sembrare agli occhi di Nanà un povero diavolo era stata la prima spinta, la spinta immediata. Nanà, coll'esserglisi concessa di nuovo, coll'avergli rifatto entrare in corpo mille incendi e mille illusioni aveva segnata la di lui rovina morale.
Dopo quel capriccio famoso, Nanà, choquée, come diceva ella stessa, dall'aspetto triviale della camera di Filippo, choquée di averlo trovato a far la barba ai solini da collo, non aveva più voluto tornare da lui e se lo teneva buono ed amico in casa, soltanto per la paura ch'egli svelasse ad O'Stiary la vergogna di madama Tricon.
Il Marliani, che s'era venduto alla ditta briccona, appunto per avere i mezzi di non comparire miserabile in faccia alla sua rinnovata conquista, trovandosi messo da parte, arse di indicibile gelosia e fu preso dalla smania di arricchire, per aver il mezzo di ricomprare a furia d'oro la francese cocotte. Capiva che Nanà lo disprezzava perchè lo aveva trovato decaduto e povero; e poi si rodeva pensando a quel migliaio di franchi, che le aveva fatto accettare di buon cuore, e quasi per forza. Se avesse saputo! E provava una mortificazione cupa, un'amarezza profonda, un cordoglio, da cui tentava di sottrarsi accarezzando le illusioni e fissando l'illuminello dei guadagni grossi, che la signora Bibiana gli faceva balenare dinanzi agli occhi della fantasia.
La gallinona, tutta piena di erotici grilli, aveva messo il desïo su di lui fin dal bel primo momento ch'egli s'era presentato alla Società dell'arte del fallire.
"Ah se potessi conquistarlo" pensava la vecchia matta, tutta in frègola, alla vista dello spigliato e robusto giovinotto, che veniva a mettersi sotto la sua protezione. "Infine io non ho che quarantasette anni! Se è vero quello che ho letto non so dove che ci fu una volta una certa Ninos de l'Enclou—lei storpiava così quel nome storico—la quale c'è riuscita a innamorare un abatino a sessant'anni, per dio, non potrò arrivarci io, che non ho ancora tocchi i cinquanta?"
Ella era andata dunque tutti i giorni allo studio in via Valpetrosa.
Per tre giorni di seguito, entrando in punta di piedi, come era suo costume, facendo segno al fattorino di non far rumore, aveva trovato il suo nuovo gerente, che, colla testa nelle mani e i gomiti appoggiati sullo scrittoio, piangeva sommessamente a lagrime roventi e aveva fiutato subito in quel pianto un cordoglio d'amore….
"Ah! come sono vili gli uomini!"
Se il Marliani avesse pianto per lei c'è da scommettere che non l'avrebbe trovato tanto vile. Ma piangere per un'altra donna?
Curiosa, come una vedova che tiene il pizzicore in corpo, essa volle ad ogni costo sapere il segreto di quel dolore.
Il Marliani si fece pregare un poco ma poi le aprì il cuore. La signora Bibiana si intenerì, lo compassionò, decise di consolarlo.
La compassione è sorella carnale dell'amore. Povero giovane! Egli aveva tanto bisogno di essere consolato. E poi con quello schianto in cuore come avrebbe potuto attendere alle faccende della ditta? Gli affari della società sarebbero andati a fascio se lei non pensava a strappargli dal petto quell'infelice passione. L'azienda birbona ne avrebbe sofferto chi sà che danno, s'ella non provvedeva a medicare quell'anima ferita.
Dopo tutto era anche un dovere di buona cristiana il suo! Un'opera pia!
La signora Bibiana fece dunque capire un bel giorno, al Marliani, che se si fosse lasciato consolare ne avrebbe avuto vantaggi enormi….
E lui, canaglia, si lasciò consolare.
Ormai una più una meno che monta? Egli si considerava già come un furfante, dal giorno che aveva sottoscritto il sudicio contratto. Non poteva avere più ritegni. Le cose a mezzo a questo mondo non le si fanno che quando si tratta di far del bene; ma una volta che si è nel brago, a che vale conservare dei riguardi? Le azioni turpi sono come le ciliegie: una dopo l'altra si va senz'accorgersi in fondo al paniere.
* * * * *
Mezz'ora prima, adunque, che arrivassero allo studio i due nobili amici col signor Bonaventuri, la vedova procace, incocciata fino a' capelli nell'amore del suo drudo, era con lui a strano colloquio nello studio della ditta.
Strano, perchè un miscuglio così fatto, composto di sentimentalismi e di truffe, di voluttà e di cento per cento, di fantasie lubriche e di cambiali in scadenza, di baci e di usura, di proteste d'amore e di protesti cambiarî chi non ne abbia mai udito uno simile, non giungerebbe a farsene un'idea.
—Sei un biricchino—diceva la gallinona, vezzeggiando il suo Fiffo, che se ne stava sdraiato dissimulando a stento l'interno disgusto.—Io vorrei guarda, avere un trono d'oro per metterti su te a regnare e me d'accanto.
—M'accontenterei anche d'un trono d'argento—disse filosoficamente il
Marliani.
—A proposito cosa c'è di nuovo dell'affare delle posate?
—Non d'oro nè d'argento quelle!
—Dico bene, di cristophle. Le hanno accettate?
—Altro che.
—Oh racconta perchè non ne so nulla…. Ma prima fammi un altro bacio… ma lungo… come tu li sai fare tanto bene… anima mia.
Dato il bacio, non tanto lungo quanto quell'altra sconcia lo avrebbe voluto, il Marliani rispose:
—Come sai erano di cristophle, ma così belle e così pesanti che si poteva benissimo farle passare per d'argento. Il Bonaventuri ne fece bollare una e la portò al Monte. Il perito, il nostro amico, gliela stimò il quadruplo del suo valore di costo. Allora il Bonaventuri le fece bollar tutte e ne cavò due mila franchi. A lui erano costate cinquecento.
—Che boia!—sclamò tutta ilare la signora Bibiana.—Spero bene che avrà messo il guadagno in conto sociale! Ma tu poi mi vorrai proprio sempre bene? Non pensi più, n'è vero, a quell'altra?
—No, no,—rispose il Marliani.—Non sei tu quella che farà la mia fortuna? Oggi credo che il banchiere acconsentirà che mi siano fissati questi cento franchi di più al mese.
—Ci penso io! E se lui non lo volesse, la tua Bibò sai che li caverà di propria saccoccia. Te lo giuro sulla memoria de' miei quattro figli che sono tutti morti.
—Cara!
—E oggi chi si aspetta?
—Il marchese Sappia e il conte O'Stiary.
—Ci cascano ancora?
—Un'ora fa il Bonaventuri mi ha mandato ad avvisare che sarebbe venuto qui con loro alle due.
—Mi raccomando. Bisogna scorticarli come rane, questi aristocratici. Ma io non so il perchè stamattina ti voglio più bene del solito. Cioè forse lo so…
E qui la signora Bibiana cercò di farsi rossa in viso con una smorfia pudibonda.
—Ah, sei un gran biricchino, ve', quando ti ci metti!
E gli diede una vezzosa spalmatina sulla guancia poi vi tenne la mano a carezze.
Il Marliani sarebbe apparso nauseato a tutti coloro, che lo avessero veduto in quel punto, tranne che alla vecchia birbona.
—Bibò, Bibò, basta—diss'egli.
—Come basta? Non sei tu forse il mio Fiffo? Non ti piacciono dunque le carezze della tua Bibò?
—Sì… mi piacciono ma a suo tempo. Ora possono entrare i merli e se ci pigliano in frègola addio serietà di affari.
—Si tratta ancora d'un prestito?
—Credo.
—Spero bene che il Bonaventuri si ricorderà che deve far finta di non conoscerci?
—Diamine! Quello è volpe vecchia che ne può insegnare a tutti noi.
—E stanotte…? Quanto ridere! Ne ho ancora il solletico qui allo stomaco, te lo assicuro. Sei un gran mostro, ve'! Ah sei un gran mostro!
S'udì nel cortile un rumore di passi.
—Sono loro!
—Qua un bacio in fretta—disse la signora Bibiana—e poi serî!
Il Marliani diè il bacio poi si mise la penna fra le dita e finse di scrivere.
* * * * *
Entrò il facchino.
—Tre signori che vogliono parlare con lei—disse a Marliani.
—Chi sono?
—Uno glielo posso dire: è il signor Bonaventuri, perchè lo conosco; gli altri due non so.
—Falli entrare.
Poi finse di essere tutto assorto nel far delle cifre.
La grossa Bibò sedette in disparte.
Bonaventuri entrò. Lo sguardo ch'egli diede al Marliani e alla signora
Bibiana, sarebbe stato invidiato da un antico aruspice di Delfo.
Il ladro uomo ricompose tosto il ghigno.
—Oh, caro Ferdinando—disse Marliani alzandosi da sedere.—E anche lei mi par di conoscerlo—disse Marliani—ma quello stupido di un facchino non è mai capace di dir un nome giusto, e a dir la verità…
Il marchese aveva stretta la mano a Marliani confidenzialmente.
—Io sono Silvestro Bonaventuri—rispose l'altro cavandosi i guanti, e questi sono il signor marchese Sappia che lei conosce, come vedo, e il signor conte O'Stiary. Ma dico, non disturbiamo forse?—soggiunse tosto volgendosi a Bibò, che stava là seduta in un canto.
—La s'imagini!—rispose la signora Bibiana—Io aveva finita la mia faccenda e stava rifiatando un minuto, perchè non ho potuto agguantar l'omnibus, e m'è toccato di far la strada a piedibus calcantibus dal borgo fin quaggiù. Ma ora son riposata e me ne torno pacifica e mollifica nella mia pace della campagna beata e ridente.
I tre sopravvenuti la lasciarono passare, e Bonaventuri, come se proprio non l'avesse mai veduta, mandandogli dietro uno sguardo desioso, sclamò:
—È un bel pezzo di Marcantonio!
—S'accomodino!
* * * * *
Cominciò il Bonaventuri:
—Io vengo a nome del signor Carcanetti che lei conosce.
Carcanetti era un nome qualunque, un nome inventato.
—Carcanetti mi comunicò che lei un giorno gli ebbe a dire che se aveva bisogno del danaro per qualche suo amico solido, si rivolgesse pure a lei che avrebbe trovato il modo di procurarglielo.
Il Marliani alzò la mano al labbro inferiore, lo strinse fra il pollice e l'indice, e stette a pensare come un uomo che caschi dalle nuvole.
—Non mi ricordo—rispose.
"Ahimè!"—sclamò in cuor suo l'ingenuo O'Stiary.
"Farà il prezioso"—pensò invece il Sappia che aveva maggior esperienza di mondo.
E si sbagliavano tutti e due.
—Non mi ricordo bene in quall'epoca io possa avergli detto questo al Carcanetti—ripigliò il Marliani con un fare naturalissimo—giacchè oggi non solo è cosa molto difficile il trovar danaro su cambiali ai prezzi commerciali, ma si può dire che è difficilissimo di trovarne anche volendo assoggettarsi a grossi premî ed usure. Dopo che si cominciò a parlare di quella benedetta proposta di legge per l'abolizione dell'arresto personale nessuno più si fida a prestar danaro se non sopra buona e solida ipoteca. Io stesso, che pur non faccio mai di questi affari, e che sono a capo di una ditta solidissima, pure avendo avuto bisogno, per un capriccio di levar una somma a prestito per tre giorni, ho dovuto pagare un interesse favoloso.
—Vale a dire?
—Per mille franchi mi hanno trattenuto, in tre giorni, cento franchi. È vero che in commercio tre giorni e un mese contano lo stesso. In ogni modo è sempre un interesse enorme. È il dieci per cento al mese.
—Qui si tratterebbe di un'operazione di tutta fiducia. Il mio amico è troppo onesto, troppo gentiluomo per cercare a chichessia un centesimo senza la sicurezza.
—Oh signore!…
—… morale e materiale….
—Non ne dubito!
—… della restituzione….
—Può imaginarsi!
—… alla scadenza.
—Non se ne parli! Il signore è inutile domandarlo, è maggiorenne, non è vero?—domandò Marliani rivolto al conte O'Stiary.
—Ho ventitre anni e dieci mesi—rispose Enrico—Non debbo tacere però che io non andrò in pieno godimento della mia sostanza che a ventiquattro anni compiuti, e che ho dei debiti.
—Non ci sono dunque che due mesi da aspettare!—sclamò il Marliani.—Quanto ai debiti, chi non ne ha al giorno d'oggi? Ma se nella sostanza c'è un largo sufficiente, i debiti non contano. Si sa bene. Il faut que jeunesse se passe!
—Benissimo!—disse Sappia.
—Dunque allora questa sera io potrò darle una risposta; tenterò, parlerò, vedrò il mezzo migliore. Di quale somma avrebbe bisogno?
—Diecimila franchi.
—Bene, le saprò dire l'esito. Non garantisco nulla ma stasera le dirò francamente quali furono le mie pratiche e sarò molto onorato di poter riuscire. E se riesco poi—continuò diretto a O'Stiary—chissà che non venga da lei a chiederle un favore.
—Ben volentieri—rispose Enrico che senza sapere il perchè si trovava in un disagio ineffabile.
Quest'ultimi periodi infatti erano stati detti in piedi.
Marliani stese la mano al marchesino Sappia a cui disse: Ciao, poi al contino che inchinò e così si lasciarono.
Appena usciti si schiuse pian piano l'usciolo di contro a quello per cui se n'erano andati i due giovinetti e ne uscì la faccia da luna piena della signora Bibiana, che rideva come una donna in gallovia. Essa venne ad abbracciare il Marliani dicendogli:
—Sei un gran birichino. Ti sei portato da negoziante provetto e consumato. Se il diavolo non ci mette la coda, in poco tempo la sostanza del conte O'Stiary, deve essere tutta nostra!
* * * * *
—Ora che si fa?—domandò Marliani alla Bibò.—S'hanno a dare questi dieci mila franchi o non s'hanno a dare?
—Tu che ne dici? Sai che io faccio quello che vuoi?
—Ebbene allora bisogna darli.
—Pensa Filippo che siamo già sotto di molto.
—Non importa. Fidati di me. Ho bisogno di far buona figura.
—Sì, sì,—disse Bibò.—E poi egli è pronto a qualunque sacrificio? Se dice così gli è segno che gli fanno assai bisogno. Se gli fanno di bisogno noi col fargli il prestito gli facciamo uno di quei servizi che si chiamano impagabili. Non è vero? Forse gli salviamo l'onore… Forse la vita! Chi lo sa? Se quelli che ci danno dell'usuraio ragionassero così vedrebbero che noi siamo i salvatori dell'umanità. Siamo forse noi che andiamo a cercare i figli di famiglia? O sono essi che vengono a cercar noi. Mettiamo forse loro le pistole alla gola? No. Essi contrattano liberamente. Oh perchè mai s'avrà a far pagare poniamo cento mila franchi per puro capriccio, un brillante che non serve a nulla e non s'avrà a far pagar caro un servizio in contanti, che può salvar l'onore e la vita?
Alla signora Bibiana codesti argomenti in difesa dell'usura parevan sempre nuovi di zecca, ogni volta che li ripeteva. E Dio sa quante volte li aveva già ripetuti di sua vita.
Marliani la lasciò sfogare un poco poi la arrestò, e da uomo pratico tornò alla sua domanda.
—Dunque mi fai far buona figura? Te ne ringrazio.
—Caro! Questo e altro—disse Bibò intenerita. E scoccò un bacione al suo bel giovane.
—Vediamo ora le condizioni.
—Il solito! Ormai di firma Sappia e O'Stiary ne abbiamo in portafogli per circa duecento mila. E so che altri ne tengono altrettante. Con queste faranno duecento mila e venti. E ricordati Filippo e che se questa imprudenza enormissima fu da me commessa, è stato tutto per amor tuo. Io non era mai stata avvezza a prestare a un solo più di cinquanta mila franchi.
—Ma quando ti dico che sono sicuri.
—Lo voglio credere, ed è perciò che non mi faccio pregare neppure questa volta. Ma dico per dire. Se morisse?
—Pensa che sulle duecento mila firmate, in fin dei conti tu non ne hai versate più di ottantamila.
—Questo si sa! Un interdetto, deve ben pagare più degli altri.
* * * * *
Dal canto loro il Sappia e l'O'Stiary usciti dallo studio della ditta Marliani e C. si rallegrarono fra loro d'aver trovato l'amico divenuto uomo serio tanto ben disposto per loro. Erano pieni di speranze, e il cento per cento di interesse, che Marliani aveva lasciato loro intravedere, non dava ad essi il menomo disturbo. Animi felici! A un dipresso, nella bontà istintiva del loro cuore giovinetto essi ragionavano a loro danno, cogli stessi argomenti della signora Bibiana.
—Non il cento per cento—sclamava Enrico—ma il mille per cento io sarei pronto a pagare per avere quel danaro da presentare a Nanà questa sera. Per me è questione di vita o di morte. Che vale il danaro se non rappresenta appunto il valore dei nostri desideri?
Si dica quel si vuole, la è logica anche codesta; logica pericolosa, ruinosa, da scavezzacollo, da uomo passionato, ma logica. Persuadere un giovane di ventiquattr'anni, generoso, ardente desioso, innamorato che il prender a interesse del danaro al cento per cento è una grulleria, una bestialità economica, una ridicolaggine di cui s'avrà certo a pentire più tardi, è cosa tanto vana, come sarebbe per esempio il mettersi a persuader i pesci a vivere fuori dell'acqua, dove noi ci si annega, mentre loro ci stanno a lor agio, dove anzi non possono a meno di stare per vivere.
Pei giovani il danaro non è—parlo in generale—che il mezzo per soddisfare i bisogni del cuore, i capricci della mente, le necessità dei sensi, delle passioni. Quanto più troveranno ostacoli, non naturali, non fatali a soddisfar queste loro passioni tanto più s'aumenterà in essi la smania di soddisfarle. Nititur in vetitum. L'idea del dissesto finanziario, della povertà, della rovina, non entra in cervelli giovani privi di esperienza e di vivere di mondo. L'economia è una parola che ha senso soltanto per coloro che guadagnano il danaro a stento.
Se i tutori ed i padri pensassero a queste verità forse le pazzie dei figli sarebbero meno frequenti.
Il fatto è che la stessa sera Enrico potè annunciare a Nanà che fra tre giorni avrebbe avuti i diecimila franchi.
* * * * *
Dal giorno che Enrico O'Stiary portò a Nanà i diecimila franchi, che dovevano dare un altro strappo alla sua sostanza, quelle due belle creature si videro tutti i giorni. Rotto il ghiaccio essi entrarono nel secondo stadio dell'amore… sentimentale. Enrico non aveva il coraggio di esigere di più da quella donna, che gli appariva armata di virtù come l'antica Minerva. E forse se avesse anche saputo chi ella era sarebbe stato troppo tardi lo stesso. La sua fantasia, l'amor proprio, i nervi, i muscoli il sangue erano troppo invasi dal magnetico di quella donna per concedergli di desistere dall'immenso desio. Ogni volta che egli montava le scale di Nanà giurava di riuscire a conquistarla; dinanzi a lei si trovava di aver il cuore di coniglio, il cervello di ghiaccio e la lingua mozza. Tutte le ragioni, le preghiere, le astuzie pensate, come quelle del povero Renzo in presenza dell'Azzeccagarbugli sfumavano. Non sapeva più che cosa dirle, da dove incominciare, come pigliarla. Pativa suggezione della Parigina!
Ell'era incantevolmente graziosa con lui; lo riceveva con vera e schietta gioia; non lo lasciava partire s'egli accennava di volersene andar più presto del solito. Ma se egli arrischiava un gesto, una frase di desiderio, una preghiera o non faceva mostra di capirli, o li vietava cogli occhi, colla mano, col broncio, o si sottraeva alle sue carezze.
Nanà manovrava con lui con una tattica degna d'un generale di genio. Ella aveva fissato di sposare Enrico, mescendo l'utile al dolce; sposare un giovane che le piaceva e diventare contessa. Conosceva troppo la regola più elementare della civetteria femminile, per la quale avviene che gli amanti stiano legati assai più col rifiutarsi che col concedersi. E la sua continenza era cosa tanto insolita in lei che ne andava orgogliosa.
Enrico sentiva d'essere stretto nelle spire d'un adorabile serpente e non sapeva levarsene. Già cento volte Nanà aveva letto negli occhi di Enrico il poema delle sue sofferenze fisiche e morali, e ne gioiva. C'era in questa gioia di Nanà un piccolo sentimento di vendetta. Ella faceva pagar cari al giovane innamorato il tentativo di sottrarsi al suo fascino, spiegato da lui nella prima sera, quand'essa, non aveva potuto cavargli una sola dichiarazione, e aveva dovuto ella stessa fare i primi approcci.
X.
Siamo in villa, sul lago di Como. Potevano essere le otto d'un bel giorno di settembre. Il notaio faceva il suo solito sonnetto del dopo pranzo. La signora Eugenia era salita a trovare la cameriera, che s'era messa a letto con un febbrone. Elisa era uscita sul terrazzo, che dava sul lago, e stava là colle braccia a gomitello sul davanzale a guardar nel vuoto con quell'abbandono un po' languido e sconfortato di chi soffre un cordoglio che vuolsi dissimulato a tutti e che nella solitudine si fa sentire con raddoppiata amarezza.
Povera fanciulla!
Sua madre aveva già tentato qualche volta di dissuaderla dal pensare ancora a quello scapigliato di Enrico, ed essa faceva di tutto per compiacere a sua madre e non ci riusciva. Chè anzi, il martello dell'amor proprio offeso, e il disinganno, e il contrasto raddoppiavano nel suo animo il dolore e la desolazione.
Stava così volgendo nella sua testolina i mesti progetti dell'avvenire, pur non disperando ancora del tutto, quando le parve udire dietro di sè il passo di Enrico.
Essa lo distingueva bene fra tutti quanti.
Enrico, il giorno prima, aveva portato a Nanà i diecimila franchi avuti dalla ditta Marliani e C., e Nanà li aveva accettati; ma era stata con lui più fiera che mai. Uscendo da lei, era stato preso per reazione da una specie di rimorso, da una resipiscenza amorosa per la sua bella Elisa; aveva giurato di star lontano per qualche giorno da Nanà ed era venuto alla villa Martelli per riveder la fanciulla come se sperasse in quel dolce e onesto sguardo trovare la consolazione al disinganno de' sensi.
Le giunse a ridosso credendo di non essere stato udito, e ristette ad ammirarla; e in quel punto sentì il suo amore per lei moltiplicato dal dispetto e dal tormento che Nanà gli aveva fatto durare il dì prima; le si mise accanto.
Essa alzò lentamente le pupille addolorate in viso ad Enrico sorrise e la sua fisonomia fu come illuminata da un raggio di gioia divina. Stese la mano al giovine, e gli disse:
—Sei qui, Enrico? Oh, non ti aspettavo più.
Enrico vide negli occhi della fanciulla brillar due lagrime, preziosi gioielli dell'immeritato tesoro di tenerezza, ch'egli aveva racchiuso in quell'anima innamorata.
—Che hai Elisa?… Tu sei malinconica—le disse Enrico mettendosi con lei al davanzale.
—Ti pare?—sclamò sorridendo la fanciulla con molta dignità.
—La balia ieri sera mi parlò di te.
—Che cosa la ti disse?
—Che tu credi che io non ti ami più.
—È vero.—domandò Elisa.
—Ebbene, ti giuro di no—riprese con accento sincero il conte.—Credilo, Elisa, io ti giuro che sento di non voler bene davvero che a te sola.
Elisa sospirò, ma non disse parola.
—Però, siccome non sono capace di fingere con te, mia buona Elisa, ti dirò tutto. Forse sì, sono andato a rischio di cadere nei lacci di una donna… una donna che non vale un tuo capello… ma per puro capriccio, vedi, non per cuore. Ma quando ti vedo, quando sento la tua voce, quando guardo nei tuoi occhi tanto belli e sinceri, mi par impossibile di avere avuto un pensiero per un'altra donna.
—Ah! dunque non mi sono ingannata—disse la Elisa.—Qualche cosa c'è per cui io non debba più sperare…?
—No, te lo giuro—interruppe Enrico—non c'è nulla. Tu mi credi, n'è vero Elisa? Tu lo senti che io sono sincero, e che non ti voglio bene proprio di cuore che a te sola….
—Ebbene sì, ti credo—rispose la fanciulla con infinita grazia—perchè guai a te se poi tu m'ingannassi. Sarebbe come ingannare un bambino. Io non so nulla di ciò che voi pensiate, nè che proviate per certe donne… ma so che tu mi fai soffrire.
Queste parole furono dette dalla vergine, con una ineffabile espansione.
—Ah, se anche tuo padre non fosse l'uomo che egli è—sclamò Enrico quasi per scusarsi—se non fosse lui che mi sforzò a far la vita che faccio.
—Oh, ma perchè?
—Perchè io sento di essere indipendente e superbo, ed egli mi trattò sempre come un fanciullo, e non come un uomo di ventiquattro anni che fra poco sarà padrone del proprio avere. Lui crede che io debba pensare come lui, far la vita che fa lui, avere le sue abitudini, le sue idee, le sue spilorcerie. Egli mi ha fino rimproverato un giorno, perchè avevo fatto un'elemosina. È insoffribile. Non è degno d'essere tuo padre.
—Ah, Enrico, non dire così!
—È vero, Elisa, scusami—sclamò il conte ridendo.—Ma tu, sarai per me la più cara creatura di questo mondo. Fin da quando avevo dieci anni e tu non ne avevi che cinque, il primo pensiero d'amore che passò nella mia testa fu per te. Io sento di essere tuo e che nessuna donna potrà prendere il tuo posto qui nel mio cuore.
—Allora giurami—disse la Elisa—che non la vedrai più questa donna.
—Ebbene, te lo giuro—rispose Enrico sincero. Ma poi soggiunse:
—Ti giuro che ci andrò ben di rado e che non le dirò mai più nulla che ti possa dar ombra.
—Ah no, tu non devi vederla mai più.
—Ma, mia cara, farei una figura molto ridicola co' miei amici…. Si direbbe ch'ella mi ha messo alla porta. Tu non vuoi, Elisa, ch'io diventi ridicolo.
—No, ma io vorrei che tu mi promettessi almeno di non vederla più da solo a sola.
—Ebbene, questo te lo posso promettere—rispose Enrico.
In questo s'intese la voce vibrata e severa di donna Eugenia che chiamava: Elisa.
E la madre comparve sulla soglia della terrazza.
—T'ho pur detto tante volte—ripigliò—che sulla terrazza non amo che tu ci stia di sera, se non con tua madre; speravo che tu m'avessi a obbedire.
Rientrarono tutti e tre in sala, dove il notaio stava russando ancora placidamente nel suo seggiolone.
Quella serata fu piena, pe' due giovani amanti, di misteriose dolcezze, mentre una noia feroce regnava in quella sala, che a poco a poco s'era andata popolando di visite. Erano i villeggianti dei contorni che venivano, come al solito, a passar la sera in casa Martelli. La Elisa, prima suonava qualche pezzo sul piano, poi si giuocava a mercante in fiera, fin verso le undici.
Donna Elena aveva già dato ordine al servitore di far preparare per il conte una delle camere dei forestieri in una casina attigua alla villa.
—Spero che ti fermerai un po' di giorni—aveva domandato il notaio al conte.
—Non posso—gli aveva risposto Enrico—sono venuto a far una visita alla sfuggita. Ma ho sul cavalletto un ritratto che non voglio lasciar prosciugare.
Il giorno dopo infatti Enrico salutava i suoi ospiti e partiva. E in viaggio sentiva lievemente, gradatamente andarsene in fumo la promessa data alla Elisa ad ogni chilometro che si scostava da lei e che si avvicinava a Nanà.