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Nanà a Milano

Chapter 13: XI.
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About This Book

The narrative follows a celebrated courtesan who arrives in Milan and adapts to its social climate, undergoing marked transformations that expose both her chameleonlike adaptability and the city's moral contradictions. Through a succession of episodes—intimacies, financial dependencies, ambitions, vanities, and public entertainments—the author applies naturalist scrutiny to everyday life, juxtaposing raw truth with a cultivated semblance of decency. Salons, theaters, and private transactions become stages for hypocrisy and human frailty, and the work functions as a physiological study of contemporary manners rather than a conventional romantic drama.

XI.

La storia della lotta fra la passione d'Enrico e la calcolata freddezza di Nanà—è inutile dissimularlo—non potrebbe essere cosa nuova, per la ragione che essa dura fin dal primo giorno, in cui la mistica coppia, imaginata dalla Bibbia, sentì il primo palpito, che doveva perpetuar nel mondo la razza umana. Essa durerà pei secoli dei secoli, e sempre uguale, finchè su questa pallottola abitata ci sarà un seno di femmina, che palpitando rifiuti e un petto di maschio che sbuffando, desideri.

Era dunque, come tutte queste battaglie d'amore, combattuta ad armi assai disuguali; perchè egli amava ed essa calcolava; perchè egli pativa ed essa godeva.

Quel ruolo di donna onesta non è a dirsi come qualche volta pesasse anche a Nanà. Ella amava di quando in quando lasciar intravedere al suo amante di quali pazze delizie, di quali frenesie lo avrebbe inebbriato s'egli avesse saputo meritare o carpire i di lei favori. Allora Enrico, infiammato, delirante, furioso si faceva più ardito, ed ella lo lasciava arrivar fino all'estremo punto, poi lo arrestava negando, con un sangue freddo e una costanza, che avrebbero fatto onore a Penelope e a Lucrezia romana.

—No, Enrico, no—gli diceva fingendo di soffrire ella stessa—io non potrei essere l'amante di un uomo che è già promesso ad altra donna.—Io voglio che tu non mi disprezzi, nè che tu rida di me co' tuoi amici….

Enrico protestava….

—Io non potrei essere tua che diventando tua moglie. Devi scegliere o me o lei.

La prima volta che Nanà diede così il fuoco alla bomba, Enrico restò interdetto.

—Mia moglie?—sclamò.

E per due minuti non aggiunse altro.

Nanà si guardava le unghie e taceva anch'essa.

* * * * *

—Ti ricordi, Nanà—riprese Enrico con calma—d'avermi detto un giorno che non avresti sposato mai un artista?

—Mi ricordo—rispose ella ridendo—ma allora io non ti conoscevo come ti conosco adesso e non sapevo che tu mi avessi amata così. Oggi io, pigliandoti, sposerei un uomo che sono certa non ha per me soltanto un capriccio, ma un sentimento sincero e profondo.

—Ma io ti volevo molto bene fin d'allora, perchè credo d'essermi invaghito di te fin dal primo momento che i miei occhi hanno incontrato i tuoi.

—Sempre la stessa cosa!—sclamò volubilmente Nanà.

"Da quel dì che t'ho veduta

Bella come un primo amore"

E come se scordasse sull'istante che in quel punto Eurico le stava parlando appassionatamente d'amore, ella si mise sul tabourè del piano e cominciò a cantare la cavatina di Verdi.

Enrico restò come atterrato. Egli non conosceva ancora quella donna. Se Nanà, quando le era cascato in mente di trarre dai tasti del piano la cavatina di Carlo V, si fosse trattenuta e ne avrebbe fatta una piccola malattia. È isterismo, dicono i medici. Chi non lo sa?

Quand'ebbe toccati dei tasti, rinchiuse il piano e tornò presso Enrico, che era rimasto lì abbacinato, credendo ch'ella si burlasse di lui.

—Dunque, che ne dici?—gli domandò.

—Sei decisa a non vedere in me altra stoffa d'uomo, che quella di cui si fanno fuori i mariti?

—Decisa.

—Mi concederai, Nanà, che la cosa è poco lusinghiera per me.

—Hai torto. Tu calunnii la mia scelta. A Parigi, se io avessi voluto essere cento volte contessa, duchessa, principessa lo avrei potuto. Come pure se volessi avere un amante, potrei sceglierne qui a Milano mille più ricchi di te. Ma come sposo, non ci sei che tu, Enrico, a' miei occhi che mi possa far felice. E poi assolutamente io non vorrei per amante un uomo che è già sposo di un'altra. O me, o lei.

—Mi concederai che la è una determinazione gravissima quella che mi cerchi—disse Enrico, che schivava sempre di alludere alla Elisa.

—Non lo nego. Ma per me essa è meno grave che decidermi ad una relazione intima quale la vorresti tu… Come mio marito io avrei interesse a non rovinarti e a non disonorarti; come amante forse non meriteresti da me questi riguardi. Vedi che ti parlo schietto!

—-E se io acconsentissi e ti promettessi di sposarti?—ripigliò
Enrico—saresti tu pronta a raccontarmi il tuo passato?

—Certamente—rispose Nanà franca come una torre.

—E chi dovrà essere il primo a promettere?

—Tu.

—E perchè non tu, piuttosto?

—Perchè sarebbe perfettamente inutile, che io raccontassi la storia della mia vita ad un uomo, che non dovesse poi essere nulla per me.

—Puoi tu giurarmi fin d'ora che il tuo passato non ha nulla, che sia indegno di un gentiluomo il quale promettesse di darti il suo nome?

Nanà non arrossì ma non rispose subito. Chiamò a raccolta in un attimo tutte le facoltà della simulazione e della dissimulazione, poi disse con calore:

—Tu sai bene, Enrico, che io sono un'artista da teatro, e non una vestale.

—Questo non conta! Io non parlo di errori, parlo di macchie indelebili. Una volta che tu fossi divenuta la contessa O'Stiary nessuno avrebbe più il diritto di richiamare il tuo passato, tranne nel caso che fosse un passato infame. Ciò che io ti domando si è se la tua mano possa mettersi nella mia senza tremare che un giorno o l'altro un uomo abbia il diritto di dirti una di quelle frasi che io non potrei lavare che a prezzo della vita dell'uno o dell'altro.

Nanà lo ascoltava cogli occhi fissati ne' suoi. Ella ripetè la sua scusa.

—Già ti dissi che non fui maritata e che ho un figlio. Il mio povero Louiset non ha mai conosciuto suo padre. Fu un errore di giovinezza. Se nondimeno tu hai il coraggio di farmi tua moglie, ti giuro che diventerò il modello delle spose, giacchè ho conosciuto il mondo e sono certa di poterti assicurare su quel punto. Se non accetti, Enrico, sarà meglio che non ci rivediamo. Io ti restituirò, a suo tempo, la somma che mi hai favorita… E tal sia di noi.

Enrico la interruppe con un gesto…

—Sarà meglio che non ci vediamo più—proseguì Nanà—giacchè la nostra situazione diventerebbe assurda e pericolosa per entrambi.

Per quanto il giovine fosse appassionato non aveva perduto però fin l'ultimo lume della ragione e della prudenza. Forse l'imagine sofferente e bella della Elisa vegliava ancora per lui in un cantuccio del suo cuore.

Si diede a passeggiare pensieroso.

—Dunque?—domandò Nanà poco dopo.

—Se io dovessi promettere, crederesti tu alla mia parola?

—Come a Dio!—rispose Nanà con entusiasmo non finto.

Questa frase diè coraggio ad Enrico. Prese le due mani di Nanà, la attirò a sè e le disse:

—Mi vuoi tu un po'di bene?

—Come al miglior amico che io mi abbia—rispose la donna.

Enrico la strinse sul petto. Ella si sciolse, scivolando fuori dell'abbraccio, e dicendo in francese:

Voyons! Pas de bêtises!

* * * * *

La frase fu crudele per Enrico.

Prese il cappello e uscì.

Nanà non lo richiamò.

Ella si conosceva. Temeva che il subitaneo bollor del sangue non le facesse perdere il frutto della sua lunga resistenza.

Ma Enrico era troppo leale e troppo inesperto per una simile donna.

Del resto, cogli ardimenti della fantasia Nanà aveva risolto il problema di restare casta, con Enrico, pur non soffrendo. Ella non avrebbe potuto resistere altrimenti. Trovava il suo amante così timido, così riguardoso e così bello, che anche con tutta la potenza del calcolo di cui si era armata, ella era sicura che non avrebbe saputo sempre trovare la virtù della resistenza, se la fantasia, avvezza a ben altro, non le avesse prestato spontaneamente collo sfogo, il suo aiuto. Quando Enrico, al colmo della passione le ricingeva la vita e la copriva di insaziabili baci, ella si abbandonava per un istante alle voluttà di quell'adorazione e gemeva come donna a cui pel soverchio piacere sta per mancare la vita; poi si scioglieva a un tratto da lui, sicura ormai di non cedere. Era l'abbominazione d'una depravazione parigina, che, se Dio vuole, non è ancora comune fra le nostre donne!

* * * * *

Questo giuoco andava da più settimane, quando avvenne un caso che diede una grande rinfiammata alla passione di Enrico.

Nanà in quel tempo stava con lui buona parte del giorno. Essa andava al di lui studio al mattino e vi stava fino alle due. Al dopo pranzo Enrico tornava da lei fino a mezzanotte e ne partiva congedato sempre, e sempre più appassionato.

Ma appena partito lui, un ombra d'uomo, che si spiccava da un angolo buio, dov'era stato a vedetta, scivolava lungo il muro della casa d'onde era uscito il sofferente giovine, lo seguiva da lungi per un tratto e quando lo vedeva bene avviato, e s'era assicurato che non pensava a spiare, tornava rapido, metteva la chiave nella toppa dello sportello di Nanà e spariva in esso.

Quell'ombra, che alla luce appariva essere quella del marchesino Sappia, l'intimo amico di Enrico, usciva poi da quello sportello, verso le cinque del mattino.

Enrico non aveva pensato ancora di essere geloso. Un'idea fissa lo consolava dei rifiuti costanti di quella donna, ch'egli amava ormai alla follia; un'idea che l'amor proprio gli faceva sembrare eminentemente logica e chiara. Se Nanà era tanto riservata con lui, come avrebbe potuto egli accogliere il sospetto ch'ella non lo fosse con tutti?

Alle necessità della sua vita dispendiosa egli ci aveva già pensato assai. Era pronto a rinnovar la dose appena Nanà gli avesse lasciato intendere di non aver più danaro, e glielo aveva detto esplicitamente. Non le doveva mancar nulla! Perchè lo avrebbe essa tradito? A che scopo?

* * * * *

Una sera Nanà gli disse:

—Domani non posso venire allo studio.

—Perchè?

—È arrivata da Parigi una mia amica. Debbo passar la giornata con lei.

—Chi è?

Madame Monrichard—rispose Nanà molto franca.

—Dove stà?

—Non so bene—disse la donna con un poco di impazienza.—Domani verrà qui e mi farò dire dov'è discesa ad alloggiare.

—A che ora verrà domani da te?

—Non lo so. Potrà venire prima di mezzo giorno e forse potrà venir dopo. È però necessario ch'io l'aspetti in casa.

—Bene, verrò io da te all'ora che tu avresti dovuto venir da me.

Nanà restò un poco perplessa, poi disse:

—No, non voglio che tu la veda.

—Perchè?

—Perchè è molto bella.

—Che idea!

—Ho paura che la ti piaccia più di me.

—Non c'è pericolo. Via!

—No, non voglio assolutamente.

* * * * *

La mattina dopo Enrico entrava alle dieci nell'andito della porta di
Nanà, e il portinaio gli andava incontro porgendogli una lettera.

Aveva le cifre di Nanà e diceva:

"Caro Enrico"

"Madame Monrichard è venuta alle otto e mezza e mi ha condotto con lei in campagna a godere gli ultimi giorni di autunno. Non torneremo a Milano che a notte. Amami. A rivederci domani al tuo studio."

"LA TUA NANÀ."

—A che ora è uscita stamattina la signora?—domandò Enrico scevro ancora da vero sospetto, ma col cuore molestato da un vago presentimento di sciagura…

—È uscita alle nove con una signora.

—Bella molto?

—Oh no, tutt'altro; brutta e vecchia.

—"Brutta e vecchia!"—sclamò fra sè Enrico il quale si ricordava che Nanà il giorno prima gli aveva detto madame Monrichard essere giovine e bella.

—È andata in campagna n'è vero?

—Non so. Non m'ha detto nulla.

—Com'era vestita?

—Come al solito, di nero.

—Grazie—rispose Enrico, e uscì turbato.

Era quello il primo attacco di gelosia che risentisse di sua vita.

Ora come assicurarsi? Come avere le traccie di lei? Dove rincorrerla?
Dove sperare di trovarla?

Ricorse anche lui al solito mezzo comune, antico, volgare, come i sospetti negli innamorati e la cupidigia nelle cameriere, ma sicuro sempre, per quanto sfruttato da secoli.

Tornò indietro, levò dal portamonete un biglietto da dieci lire, lo pose in mano al portinaio, che si guardò bene dal ritirarla senza di esso, e gli disse:—Stasera quand'essa torna a casa ne avrete il doppio se mi saprete dire da chi è accompagnata e se verrete ad avvisarmene subito. E gli diè l'indirizzo.

—Signor conte illustrissimo—sclamò il portinaio cavando il berretto fino a terra—lei sarà servita.

"Guadagnar trenta lire, solo per accontentare un capriccio di innocente curiosità ad un bel giovane… non c'è male" pensava il portinaio. "A Milano queste cose si vedono di rado."

Verso la mezzanotte Enrico si vide comparir dinanzi, nel luogo fissato al convegno, il valentuomo sorridente, che gli narrò come avesse avuta la pazienza di stare dalle nove fino allora ad aspettar nella via il brougham, che doveva portar a casa la signora Nanà.

—Ebbene? Con chi tornò?

—È arrivata in un brougham, accompagnata da un signore, che è rimasto nel legno. Essa discese, senza farsi aiutare da lui, si volse gli disse À revoir, entrò in casa; e il brougham partì di galloppo.

A Enrico si aprivano gli occhi. Nanà lo tradiva.

Diede al portinaio i venti franchi promessi, dicendogli:

—Va bene. State attento che ne guadagnerete degli altri.

E lo congedò con un gesto severo.

Il povero giovane, non sapeva ancora per prova che cosa fosse gelosia. Non imaginava di quali morsi orrendi sia capace questo egoismo esimio, questo desiderio violento di conservare tutta per sè la donna che si ama e di impedire che altri ce la possano togliere. La Elisa, la vergine bella e pudica, scelta dal suo cuore adolescente, della quale egli aveva creduto per un pezzo d'essere innamorato, non gli aveva fatto provar mai neppure l'ombra di quell'uragano, di quella disperazione, che sentiva in quel punto sorgere nel cuore, e pigliarvi delle proporzioni rapide e spaventose. La Elisa non gli aveva fatto provare tutt'al più che una leggera puntura dell'amor proprio, quel giorno ch'ella s'era data a civettare con Aldo Rubieri, per tentar di smoverlo dalle freddezze, che a sua volta le davano tanto dolore! E si ricordò di quella leggera velleità di gelosia, e la paragonò allo spasimo atroce di quel momento in cui il portinaio, che pensava di poter guadagnare i venti franchi, era venuto sorridente e lieto a raccontargli il tradimento della sua donna.

Passata la botta però, cominciò il dubbio che in simili casi, è, per così dire, di prammatica. La gelosia invero non esiste che allo stato di dubbio. Se fosse certezza non sarebbe più gelosia. La gelosia spinge la creatura alla ricerca della propria disgrazia, e finchè v'ha ricerca, v'ha dubbio. Quando la certezza è entrata, la disperazione o la guarigione sono vicine.

Enrico, adunque, cominciò a dubitare e a cercare tutte le ragioni plausibili per scusare Nanà e per non crederla rea. Perchè, perchè lo avrebbe tradito? E non trovava risposta al perchè? Era invece così facile il trovarla, s'egli avesse conosciuto Nanà o avesse avuto soltanto una maggiore esperienza dell'animo femminile.

Come al solito, dunque il paravento dell'orgoglio gli celò i molti perchè, dai quali una donna della tempra di Nanà può essere spinta a tradir un'amante, ch'ella abbia scelto a marito, e decise di aspettar a condannarla dopo di averla bene interrogata.

La notte gli portò consiglio. Aspettò di piè fermo Nanà nel suo studio, cercando di nascondere sotto una calma completa la sua immensa emozione.

Nanà alle dieci fece la sua comparsa più bella e più lieta che mai. Egli l'accolse, come il solito, andandole incontro e stendendole le due mani; Nanà gli presentò la fronte da baciare.

Ella s'accorse ch'egli era pallido come un cadavere.

Egli invece fece mostra di non accorgersi del moto gentile di Nanà, e la fece sedere:

—Dunque ti sei divertita?

—Quando?—domandò la donna col suo sorriso più sincero.

—Ieri in campagna.

—Ah sì, moltissimo.

—A che ora sei tornata a Milano?

—Coll'ultima corsa.

—E chi è che ti accompagnò a casa?

—Monrichard.

—Il marito della tua amica?

—Precisamente.

Poco mancò che Enrico non mandasse un grido di gioia e non si curvasse ad abbracciare Nanà e a dimandarle scusa de' suoi sospetti. Tutto si spiegava perfettamente. Egli era stato geloso d'una vana ombra. Come mai non aveva pensato prima che quell'uomo che aveva accompagnata a casa la sua Nanà, era, doveva essere, il signor Monrichard? Rise fra sè di aver sofferto tanto!

La sua gioia però doveva durar poco. Tutt'a un tratto si ricordò che la portinaia, il giorno prima, gli aveva detto che Nanà quella mattina era uscita di casa con una vecchia.

Allora le domandò.

—Ieri mattina a che ora è venuta a prenderti questa bellezza che tu non vuoi che io conosca?

Nanà ebbe dal canto suo un sospetto. Quell'interrogatorio di Enrico, quel suo fare un po' diverso dal solito, non la lasciava tranquilla.

—Son venuti a prendermi alle nove—rispose stando a cavallo sulle frasi.

—E sei uscita con lei?

Nanà non rispose subito. Il suo sospetto s'accresceva.

—Ma perchè mi fai tante domande quest'oggi?—gli domandò.

—Perchè mi interesso de' fatti tuoi—rispose Enrico colla voce più indifferente, che gli fu possibile di trovare in gola.

Egli fingeva d'essere tutto intento a preparare la tavolozza.

—Dunque?

—Dunque che cosa?—domandò Nanà.

—T'ho pregata di dirmi se fu madame Monrichard che venne a prenderti.

—E con chi t'imagini che io sia uscita di casa?—sclamò Nanà levandosi.

—Io non imagino nulla. Domando.

—Ebbene no. Uscii con sua madre che è venuta a prendermi in vece sua.

Enrico fu nuovamente sul punto di saltar al collo di Nanà. Ma ebbe vergogna di confessarsi reo, e non gliene disse nulla.

E quel giorno passò senz'altri incidenti.

Nell'animo di Enrico però era rimasto un lievito di inquietudine vaga, un'intuizione dell'inganno, un presentimento di sventura, che non lo lasciavano quieto.

Tornò dal portinaio della casa di Nanà:

—Questi sono quaranta franchi—disse.—Io ho bisogno di sapere chi viene a trovare la signora quando io non ci sono.

—Se me l'avesse domandato prima glielo avrei già detto—rispose il portinaio.

—Parla dunque?

—Quando lei è partito, verso mezzanotte viene un signore che ha la chiave. Io sono a letto, ma lo sento entrare e montar piano, piano.

—Possibile;—sclamò Enrico.—Ch'ella sia così imprudente?

—Ella spera che io non glielo dica; ma lei è più generoso della signora, dunque….

—Ah, dunque la signora vi ha fatto dei regali per comperare il vostro silenzio?

—Oh, no, signore—rispose il portinaio—perchè poi io sono un galantuomo, e se la signora mi avesse pagato per tacere, io avrei taciuto. Mi ha fatto un regalo sì, ma un'inezia, e non mi ha detto nulla di tacere, perchè essa spera forse che io non senta a entrare l'amico Ciliegia.

—E voi siete certo che egli va da Nanà?

—Può figurarsi! Dopo due o tre sere che l'avevo sentito a entrare, mi sono preparato giù dal letto a piè scalzi, e pian pianino sono uscito fuori e ho veduto che andava al primo piano.

—Ma a che ora viene egli?

—Un quarto d'ora dopo che lei è partito.

—Non sareste capace di dirmi chi è?

—Credo di saperne il nome.

—Ed è?

—È il signor Aldo Rubieri—rispose il portinaio confondendo un nome con un altro.

Forse a bella posta?

Chi lo sa!

—Aldo Rubieri;—sciamò Enrico volgendo il dorso al portinaio e andandosene senza dirgli crepa:—"Lo avrei giurato!"—pensava.—"Ah! giustizia di Dio, egli dunque mi ha vilmente ingannato quand'io l'ho scongiurato di dirmi se fra lui e lei erano passate delle intimità?… E d'altronde?… Non ebbe il coraggio di posare nuda dinanzi a lui? Non ci sono che le modelle o le amanti che posino nude. Ma modella non è. Dunque! Stupido, idiota che fui finora a non capirlo."

Enrico a quel punto si sentì assalito da una violentissima smania di piangere; e per soffocare l'esplosione del dolore che lo soffocava e per non farsi scorgere per la via coi lucciconi, che nessuna forza umana è valida a trattenere quando il cordoglio è al colmo, si cacciò in un brougham, disse al cocchiere:

—Va a casa del marchese Sappia.

E gli indicò la via calando le cortine.

* * * * *

Ferdinando Sappia era in casa.

Enrico fece irruzione nella sua camera allo stesso modo e peggio di quel giorno ch'era andato da lui a chiedergli diecimila franchi da prestare a Nanà.

Vedendolo entrare pallido, cogli occhi rossi, sottosopra, convulso, il marchese, che in quel punto stava studiando sulla carta geografica un certo suo progettato viaggio in Europa, si volse, mise le due mani sui fianchi e stette ad aspettare che Enrico si spiegasse.

Enrico si lasciò cadere, un po' drammaticamente, ma pur senza aria di posare, in una sedia e taceva.

—Cosa c'è?—domandò il Sappia.

—Nanà è una gran p….!—sclamò Enrico.

Il Sappia capì che si trattava forse di lui stesso e si armò di dissimulazione.

L'autore dei Promessi Sposi scrisse che: l'uomo onesto in faccia al malvagio piace generalmente imaginarselo con la fronte alta, con lo sguardo sicuro, col petto rilevato, con lo scilinguàgnolo bene sciolto.

Il marchese Sappia non era un malvagio, ma sentiva, da quella frase appassionata di Enrico, di avere verso di lui tutto il torto che un amico può confessare a sè stesso di avere in faccia all'amico tradito.

Sciaguratamente, in questa nostra vita contemporanea, la morale amorosa ha create tali e tante leggi in contrasto flagrante fra di loro, che il raccappezzarne una assoluta e fissa nel caso di Sappia sarebbe opera superiore ad ogni filosofico criterio.

Sappia tradiva davvero l'amico? Non faceva egli quello che—volgarmente—chiamasi il suo mestiere di uomo elegante? Non aveva egli un diritto su Nanà, anteriore a quello di Enrico? Poteva egli in coscienza credersi reo di lesa amicizia? Avrebbe egli avuto il dovere di raccontare ad Enrico il perchè ed il come Nanà fosse stata obbligata a riceverlo lui, di notte, mentre s'era mostrata sempre restìa e inflessibilmente, se non casta, cauta, con lui?

Tutte queste domande si erano affollate nel cervello di Sappia nel breve spazio di tempo, che scorse fra l'esclamazione di Enrico e quella che egli fu obbligato di rispondergli, per non metterlo in sospetto.

—Te l'avevo pur detto di guardarti!—sclamò Sappia.—Ora spiegati.

Enrico gli raccontò tutto sinceramente.

—Ma chi è costui che va da lei di notte?—domandò il Sappia con finta indifferenza.—Il portinaio ti ha detto chi sia?

—Sì—rispose Enrico—è lo scultore.

—Lo scultore?

—Aldo Rubieri!

Il marchese tirò dai precordi un gran fiato; egli intanto si sentì sollevato da un bel peso. La tempesta che vedeva scatenarsi sul proprio capo, si scioglieva in sereno per andar a devastare il campo del vicino. E il primissimo moto del suo egoismo fu di lietezza.

Ma il secondo, repentissimo, nel suo animo fu di sorpresa e di rabbia. L'amor proprio pigliò tosto il sopravvento. Così subitaneo, a dir vero, che si confuse col primo e gli fece sclamare con accento sincero:

—Dici vero? Aldo Rubieri? Ah, canaglia! Non lo sapevo!

Enrico scambiò l'interesse, che la voce, lo sguardo e il gesto del marchese gli dimostravano come una commiserazione per la propria sventura, e rispose ingenuamente:

—Ti pare? Tu che sai tutto di me; dimmi che nome merita Nanà? Dillo che nome merita quella donna infame?

A questo punto la chimica—per modo di dire—amorosa di que' due amici diventava assai complessa e confusa. Enrico si credeva di fronte ad un amico senza colpa. Il marchese che non aveva "il buono testimonio della propria coscienza, nè il sentimento della giustizia della propria causa" era rimasto leggermente imbarazzato e silenzioso.

O'Stiary proseguiva:

—Tu che ne dici? Che cosa mi resta a fare? Levarmela dalla mente ora è impossibile! Non avrei mai creduto che una donna potesse rendermi così vile e stupido! Lo riconosco…. Ma è più forte di me, è più forte della mia volontà! Oramai non posso più far senza di lei.

—Non c'è che un viaggio!—disse Sappia—Va via… va a Parigi. Vengo anch'io.

—Impossibile! Ci ho pensato. Ma ritornerei dopo tre giorni. Che cosa vorresti facessi in viaggio se ella mi ha come… ammaliato?

—Capisco, capisco!—ripetè il Sappia sopra pensiero.—Ma sai bene, Enrico, in queste cose non si possono dare consigli. Io non ho mai provato che cosa sia questo tormento. La mia Luisa io non l'amo abbastanza per esserne geloso.

E stettero silenziosi entrambi per un cinque minuti.

La conclusione fu che il Sappia non diede altro consiglio ad Enrico e che Enrico si accontentò per quel giorno d'essersi sfogato coll'amico traditore.

Così, e non altrimenti, corre ai giorni nostri la vita vera. E chi desideroso di non trovarla tanto sconclusionata e smorta volesse caldeggiarla e idealizzarla, per seguire i dettami di chi odia la pretta verità, correrebbe rischio di dipingere una società di fantasia, mille e mille altre volte descritta dai maestri del passato, ma sterile poi e vuota di ammaestramenti ai filosofi socialisti.

XII.

Nanà riceveva in casa gli amici ai venerdì; quel giorno era appunto di venerdì, Enrico decise di non lasciarsi vedere. Gli seccava di mostrarsi presso di lei in faccia a Rubieri, a Sappia, a Marliani, a Salis, a Bianconi, che forse sapevano del suo attaccamento per Nanà, e avrebbero indovinato il suo spasimo. Egli era furente contro Aldo Rubieri e gli dava in cuor suo del traditore, dell'ipocrita e del paltoniere. Giurava non volerlo più salutare.

Quella sera da Nanà c'era un dramma nell'aria.

Nanà era sdraiata nel suo seggiolone e guardava spesso alle lancette del pendolo. Erano già le dieci ed Enrico non era comparso ancora. Già due o tre volte Marliani e Sappia le avevano notato questo ritardo. C'erano quella sera dalla Nanà oltre i due nominati, la signora Fanny, la padrona di casa, la Luisa, Bonaventuri e Cantis. I Francesi erano partiti da Milano. Marliani s'era seduto accanto a Nanà e le parlava sottovoce. Essa non lo udiva; pensava al conte.

—Mi risponderai una volta?—disse alla fine il giovine molto duramente.

Nanà ne fu scossa e si rizzò sulla vita. Guardò Marliani come donna che si desti da un sogno e:

Fiche moi la paix!—gli disse; e tornò a sdraiarsi.

—Ascolta Nanà—proseguì Marliani sottovoce.—Così non la può andare. O tu mi dici che il conte non è nulla per te ed io ti credo, guarda, sulla parola e ti domando perdono delle insolenze che ti dissi ieri; o tu persisti a trattarmi così, e allora io ti ripeto che sei la più infame delle sgualdrine che io abbia conosciuto, e ti giuro che la prima volta che lo trovo, lo provoco e mi batto con lui all'ultimo sangue; ma prima gli dico il bel mestiere che facevi a Parigi… bada.

—Oh?—sclamò Nanà; e scoppiò in una risata, perchè gli altri non s'accorgessero che la tempesta ruggiva. Ma poi pensò che bisognava tener buono il Marliani e riprese:—Tu sei troppo gentiluomo per fare una simile vigliaccheria.

—Bada Nanà a non scherzare col fuoco. Tu non sai quello che mi fai soffrire. Non farti insultare daccapo.

—Ma crè nom de… che siano proprio tutti continuamente uguali questi signori uomini?—sclamò Nanà quasi parlando a sè stessa.—Io credevo venendo in Italia di trovare tutt'altra cosa di quello che avevo trovato a Parigi…. M'accorgo che alla lunga valevano ancora meglio i miei compatrioti!

—Io voglio una risposta—insisteva Marliani.—Io ti ho avvisata; la colpa di ciò che accadrà sarà tutta tua Nanà se non mi rispondi.

—Che cosa vuoi che ti risponda, vediamo, maleducato che sei!

—Se tu ami il conte O'Stiary.

—Io non amo nessuno.

—Ma egli è innamorato di te.

—Bella novità! Chi è dei presenti, che non è innamorato di me?

—Tu vuoi sposarlo.

—Chi lo dice?

—Me lo ha detto il Sappia.

—Il Sappia è un asino—disse Nanà senza curarsi di mitigare l'epiteto, che le venne spontaneo sulle labbra.

—Perchè dunque mi tratti così? Perchè mi hai lusingato di nuovo per farmi soffire così?

—Com'è che ti tratto?—domandò Nanà.—Tu vorresti dunque che io fossi continuamente nelle tue braccia? Tu non vuoi assolutamente ammettere che ho fissato di mutare la mia vita? Siete dunque voi che continuamente vi opponete a che una donna possa diventare onesta? T'ho io forse detto qualche volta d'essere innamorata di te? E se io non sono innamorata con quale diritto pretendi tu che io resti eternamente la tua amante?

—Qui non c'entra il diritto!—disse Marliani.—In amore so benissimo che non esistono diritti. I diritti non esistono che nel matrimonio. Ebbene! vuoi tu sposarmi Nanà? Io sono pronto.

—Ma dunque siamo proprio daccapo come laggiù?—gridò Nanà ridendo e facendosi udire da tutti perchè si credesse che il loro dialogo fosse leggiero e insignificante.

La Luisa, che stava civettando con Salis, volse il capo e domandò:

—Dove laggiù?

—A Parigi—rispose Nanà.—Figuratevi che il signor Marliani mi stava offrendo il suo cuore e la sua mano…

Marliani si levò ridendo, sdegnato e andò a suonar una polka al pianoforte.

Così, signori, così e non altrimenti, si esplica e si mostra la vita contemporanea. Regina, sovrana, arbitra, dea d'ogni cosa, al giorno d'oggi, è la santa dissimulazione, giacchè il peggior delitto di cui si possa macchiare un giovine odierno è quello di farsi vedere innamorato d'una donna… Ciò che nel medio evo era dovere d'ogni uomo bennato ciò che costituiva la vita de' cavalieri e dei trovatori oggi è diventato ridicolaggine.

Che cosa volete capir bene de' fatti suoi quando vedete un uomo che ha—come dicono gl'idealisti—la morte nel cuore andar a sedersi dinanzi a un pianoforte a suonar una polka allegra di Marco Sala o di Strauss, come l'uomo più spensierato della terra?

* * * * *

Enrico O'Stiary entrò in quel punto.

Egli non aveva potuto tenere la risoluzione di non andar quella sera da Nanà.

S'era lasciato portare di transazione in transazione dinanzi alla porta di lei, aveva montate quelle scale maledette, era entrato protestando sempre, ma trascinato, suo malgrado, da una vera forza irresistibile, arcana, fatale.

Un oh! sincero e prolungato, lo accolse. Egli era simpatico a tutti, tranne che a Marliani, il quale lo esecrava. La Luisa gli corse incontro e lo presentò alla società come un figliuol prodigo, che fa ritorno alla magione.

Questa alzata d'ingegno della Luisa non è a dire come dispiacesse all'Enrico, segretamente. Ma bisognava sopratutto avere del contegno. E lo ebbe.

Nanà e Sappia furono i soli ad accorgersi che sotto a quel fare in apparenza ilare e disinvolto covava più fiera la tempesta che mai. Gli altri non capirono nulla.

Enrico strinse la mano a Nanà dicendole buona sera, senza tradire la benchè minima emozione, poi si confuse ai crocchi circostanti.

Allora il Marliani si staccò dal pianoforte, andò vicino a Nanà e le disse sottovoce:

—O tu questa notte mi ricevi o io vado a provocarlo, ti avviso.

—No, non posso.

—Qualunque cosa avvenga Nanà, ricordati che la colpa è tutta tua.

—Bene, finiscila, non seccarmi.

Essa non credeva che Marliani avesse coraggio.

* * * * *

Questi si levò pallido, zuffolando a sordino. Nei momenti più terribili, nelle crisi più tormentose del cuore, Marliani zuffolava a sordino, col muso in fuori.

Si avviò verso O'Stiary.

Nanà si volse repentinamente dall'altra parte dove stava Cantis, il giovinetto d'avvocato, che immemore d'ogni altra cosa che della propria adorazione concupiscente, stava là a covare cogli occhi il profilo di Nanà e il profluvio de' suoi capelli d'oro, e l'alabastrina morbidezza di quella sua pelle indemoniata, e il dolce avvallarsi del seno scoperto fin quasi ai capezzoli, tutte cose che mettevano nelle vene degli uomini, che l'avvicinavano così strepitosi fremiti.

Essa gli disse:

—Ernesto, avete voi coraggio per amor mio?

—Oh, lo sapete bene, Nanà—rispose l'adolescente con immensa convinzione.—Io sono pronto a dar anche la vita per voi.

—Marliani poc'anzi mi ha insultata. Io voglio essere vendicata, ma sull'istante. Andate là, provocatelo, fatelo uscire con voi dalla sala… Ma fate presto…. Sarete poi contento di me.

Cantis s'alzò come invasato dal furore di Marte. Si slanciò presso Marliani, che stava d'accanto ad O'Stiary, e andava battendo colla sinistra un guanto sulla palma della mano opposta. O'Stiary stava colle spalle a lui rivolte, parlando colla Luisa e fingendo disinvoltura.

—Caro signor Marliani—disse il giovinetto—avrei a dirle due parole.

—A me?—sclamò il Marliani volgendosi di mala voglia a chi veniva così in mal punto a interrompere il suo divisamento.

—Sì, a lei, a lei, se le accomoda—rispose forte il Cantis, in modo da essere inteso da tutti.—Oggi in studio m'è capitato di vedere il di lei riverito nome come gerente della ditta Marliani e Compagni—proseguì il giovinetto—e vorrei per suo bene metterla sull'avviso di certe cose, che devono interessarla assai.

—Ma che cosa c'entra ora?

—C'entra molto. Anzi, se non le è di disturbo, la prego di uscire con me.

—Uscire? Perchè uscire?

—Perchè non vorrei far uno scandalo qui fra questi signori, che hanno il diritto di non seccarsi per una nostra questione personale. Mi capirà che non è questo il luogo per certe spiegazioni! La prego di uscire con me.

—Ah!—sclamò il Marliani.—Vedo che lei ha delle idee!—Davvero però che questo è un bel caso.

Così dicendo diede una squadrata a lui e una squadrata ad Enrico, che aveva voltata la faccia verso di lui e stava ad ascoltare quel diverbio senza capire nè sospettare di nulla.

—È davvero un bel caso! parola d'onore!—ripigliò Marliani amaramente—sono a' suoi comandi.

E s'incamminò verso l'uscio, seguito da Ernesto Cantis. Schiuse l'imposta e mentre stava per oltrepassare la soglia dell'uscio gli venne un'idea. Si volse e sclamò guardando ferocemente a Nanà:

—Oh, ma forse ho sbagliato a dirlo un caso. Ma riderà bene chi riderà l'ultimo.

* * * * *

—Cos'è stato?

—È pazzo?

—Che mosca l'ha punto?

—Quel pivello però ha un certo chic di buona compagnia!

—Si vede che è una vecchia ruggine!

—Amerei sapere cosa va a succedere.

—Bisognerebbe tenerli d'occhio…

—Non la può finir liscia.

Queste e altrettanti frasi uscirono dagli astanti appena quei due furono usciti.

La sola Nanà sapeva tutto ma pregò tutti di star al suo posto. Gli altri si perdevano in false congetture.

Nessuno dunque si mosse per tener d'occhio i due contendenti. E dopo cinque minuti tutti li avevano già scordati.

—Che cos'hai stasera, Enrico, che non mi dirigi la parola?—disse
Nanà al conte.

—Non t'ho diretta la parola—rispose il conte coi denti stretti come un Inglese, lasciandone scivolar fuori le sillabe staccate e sibilanti, tanto era l'emozione da cui si sentiva preso—perchè avrei avuto voglia di ucciderti. Ora sono più calmo e ti parlo.

—Uccidermi? Perchè?

—Perchè tu sei la più infame prostituta, la più spudorata sgualdrina, che io abbia mai conosciuta di mia vita—rispose freddamente O'Stiary.

* * * * *

Nanà impallidì; si volse a cercare colla mano la spalliera d'una sedia e si lasciò cadere in essa come stanca.

Era, in cinque minuti, il secondo sanguinoso insulto, ch'essa riceveva sul viso. Ciò che bolliva nella sua anima di cocotte francese, basta accennarlo per farlo capire.

—Perchè mi dici queste ingiurie?—balbettò.—Che cosa ti ho fatto?

—Che cosa mi hai fatto? Tu hai tanta fronte di domandarmelo? Chi è che è uscito anche stamattina all'alba da queste camere?

—Nessuno—rispose franca Nanà.

E questa volta diceva il vero.

—Sei bugiarda. Io so tutto.

—Che cosa sai?

—So che madama Monrichard è una invenzione, so che non sei partita da Milano, so che non sei tornata a casa ieri sera col marito di questa tua pretesa amica, so insomma che Aldo Rubieri sta con te tutte le notti, mentre tu mi fai soffrire per comparire onesta e per riuscir a sposarmi.

—Se tutto questo che hai detto fosse un amasso di menzogne e di calunnie?—disse Nanà—che nome meriteresti tu?

—Se tu sei capace di provarmi che io mi sono ingannato mi assoggetto a qualunque sagrificio. Ma subito.

—Subito in che modo?

—Mettiti il cappello e andiamo insieme a trovare madama Monrichard con suo marito e sua madre.

—Ah, questo, per esempio, è impossibile—rispose Nanà sforzandosi di ridere.—Vorresti ch'io lasciassi qui gli amici? E poi io te l'ho già detto, non voglio che tu la conosca la Monrichard. È un puntiglio!… Pensa pure tutto quello che vuoi di me e non seccarmi oltre.

Su questo ultimatum stettero un minuto in silenzio.

—Enrico—disse Nanà ad un tratto—vuoi tu avere la prova la più certa che io non penso che a te solo, che non ho altri intorno a me, che non desidero altro che di poter essere tua?

—Parla.

—Partiamo da Milano, conducimi in fondo della terra, su una montagna dove nessuno sappia che viviamo, senza lasciar a Milano traccie di noi, senza che alcuno possa venir a seccarci. Sarai persuaso allora? E per farti vedere che io non ci ho interesse ma che ti amo non voglio neppure che tu mi dia la tua parola d'onore, che prima di esigere che io sia tua, mi sposerai… Ma almeno saprò che anche tu sei lontano dalla tua Elisa.

Nanà non gli aveva mai parlato così.

Enrico fu vinto. Lo spasimo che aveva durato fino allora lo aveva reso debole come un vigliacco: non diversamente il torturato dai frati domenicani riusciva dopo il tormento degli stivaletti o dopo lo strazio delle tanaglie roventi a dichiararsi reo d'un delitto imaginario.

La felicità che gli pioveva a un tratto sul cuore dalle parole di Nanà era troppo viva, perchè egli ponesse indugio ad accettare la proposta di quella donna, che lo aveva ammaliato e che si dava anima e corpo in suo potere. Come avrebbe ella potuto resistergli ancora, una volta, che fossero insieme notte e giorno fuori di Milano?

La vittoria, finalmente, la sospirata, la agognata vittoria era certa!

In quel momento il desiderio lunghissimo e intenso, l'idea della conquista e del trionfo non gli lasciarono discernere neppur in ombra tutto quello che v'era di estremamente grave in una fuga da Milano colla famosa Nanà.

E d'altronde ci avesse anche pensato come avrebbe potuto ritirarsi?
Non ne avrebbe avuto nè la forza, nè la volontà.

Acconsentì. In cinque minuti s'intesero e fissarono il punto della partenza. Doveva essere pel domani. Enrico non doveva dir ad anima viva che stava per andarsene da Milano. Avrebbero poi preso in affitto una qualche villetta romita in Isvizzera, e là sarebbero vissuti felici come due colombi nel nido.

In questo suonò la mezzanotte al pendolo sul piano del camino.

Sappia s'alzò e venne a stringere la mano a Nanà per congedarsi, dicendole sottovoce:

—Fra mezz'ora?

—Impossibile! Non venire—gli sussurrò Nanà.—A domani; ti dirò poi.

Tutti s'erano levati e si congedarono l'un dietro all'altro.

* * * * *

Nanà era sul punto di riuscir nell'intento. Ma pensava esserle duopo di usare molta cautela, per scongiurare il pericolo d'essere sfatata da' suoi furibondi adoratori, i quali avrebbero potuto scoprir il suo nido d'amore e mettere in guardia Enrico contro di lei.

Quanto ai documenti che sarebbero venuti da Parigi, i documenti necessarî al matrimonio, ella aveva già disposto le cose in modo da riuscire per bene.

Gli amici, che essa temeva sopratutti, erano il Marliani ed il Sappia, che conoscevano il di lei turpe passato.

Era indispensabile disporre in modo le cose che essi non potessero parlare, non dovessero tradirla.

La mattina stessa del giorno anteriore alla partenza ella andò da
Marliani in via Valpetrosa.

Vedendola entrare, il giovinetto si strappò di testa la callotta di Bibò, balzò in piedi e mosse incontro alla bella donna, aggrottando le sopracciglia, ma beato in cuor suo.

—Tu sarai sorpreso—disse Nanà—di vedermi qui da te, n'è vero?

—Non ti dissimulo….

—Vengo, prima di tutto, a vedere cosa è successo iera sera con
Cantis.

—È pazzo quel fanciullo o l'hai aizzato tu stessa contro di me?

—Perchè vorresti ch'io lo avessi aizzato contro di te?

—Per salvare il tuo amante dalla mia vendetta.

—Ma che amante!—disse Nanà sedendosi.—E dunque com'è finita.

—Gli ho mandati i padrini e li aspetto fra poco.

—Io non voglio che vi battiate.

—Vedremo. Non ti posso dir nulla.

—Io sono venuta a salutarti perchè parto.

—Parti? Per dove?

—Per Vienna.

—Col principe?

—Quale principe?

—Il Kuvasoff.

—Che c'entro io col Kuvasoff.

—Via Nanà, non farmi l'innocentina.

—Io ti dico che non parto col principe.

—Con chi dunque?

—Parto con un banchiere ricchissimo… che ha promesso di sposarmi.

—E il conte O'Stiary.

—Lo pianto qui.

—Davvero?

—Non posso partir con due.

—Poverino!

—Lo compiangi?

—È tanto innamorato. Ma però fai benone.

—Ti pare?

—Benone ti dico. Non avresti potuto continuare un mese con lui.

—Perchè?—domandò Nanà con voce molto indifferente.

—Perchè ormai egli è spiantato… peggio di me.

—Spiantato?

—Spiantatissimo.

—Da quando in qua?—domandò Nanà guardandosi le unghie.

—Dacchè cominciò a far debiti.

—Ha dunque molti debiti quel povero ragazzo?

—Ne ha per circa settecento mila franchi.

—È impossibile! Mi avrebbe mentito allora quando mi parlava del testamento di suo padre.

—Domandalo al marchese Sappia, domandalo a Aldo Rubieri che lo sanno meglio di me.

—Non ha egli ereditato da suo padre più di un milione?

—Cosa c'entra? Un piccolo, un miserabile milione, che egli sciupò in poco più di tre anni.

—Sarà molto dunque se riuscirà a conservare duecento o trecentomila franchi in tutto e per tutto?

—Ma neanche. A poter disporre dell'eredità gli manca ancora un mese a dir molto. Pagati gli interessi e i debiti plateali egli resterà nudo come il giorno che è venuto al mondo.

"Avrei fatto un bell'affare, sposandolo" pensò Nanà in cuor suo.

Ma poi riflettè:

"Non sarà vero nulla! Costui parla per gelosia."

—Bene,—diss'ella—queste cose già a me poco importano. Io non sono venuta da te per questo come puoi imaginarti. Sono venuta da te, portata da un piccolo rimorso a chiederti un servizio.

—Di danaro?—domandò sollecito il Marliani, colla voce in cui si sentiva il disinganno.

Nanà pensò di lasciar credere per poco al Marliani ch'essa volesse chiedergli danaro, per vedere poi accolta con migliore garbo la sua preghiera, quando gli avesse detto che non si trattava punto di chiedergli un prestito.

—Danaro! danaro!—diss'ella—sempre questo maledetto danaro!

E si fermò a guardare Marliani nel bianco degli occhi.

* * * * *

—Ebbene, parla—disse il giovine—in ciò che posso.

Nanà, vedendo le buone disposizioni di Marliani, fu lì lì per chiedergliene subito davvero. Ma poi pensando d'aver qualche cosa di più interessante pel capo, ripigliò ridendo:

—No, non voglio avere ancora danaro da te, se non me lo sarò meritato. Dopo se potrai darmi un paio di mille franchi, mi farai gran piacere. Sappi dunque che io potrò giovarti assai se mi vorrai obbedire… Vedi che in caso tu non mi daresti che la senseria.

—In fondo sei una gran buona fanciulla!—disse Marliani che cominciava a intenerirsi.

—Io non voglio lasciare di me brutta memoria in questa città, che mi è stata tanto gentile e simpatica. Noi forse non ci vedremo mai più; ma ho bisogno di partire col cuore in pace e sono venuta come vedi, a congedarmi. Vuoi tu che ci lasciamo in pace?

—Come si fa a negarti una cosa simile?—sclamò il meneghino, che s'inteneriva sempre più.

—Eppure io so che tu stavi preparando una vendetta.

—Sì…, ti confesserò che io avevo stabilito di scrivere a O'Stiary per metterlo in guardia contro di te e per raccontargli il tuo passato, come del resto, te l'ho minacciato ieri sera.

—Vedi dunque che ho fatto bene a venire da te. Io non so quando partirò, ma nel frattempo tu puoi figurarti quanto io ci tenga che i miei amici non sappiano nulla di brutto sul conto mio. Noi dunque dobbiamo tornare amici, almeno fino alla mia partenza. Poi ci scriveremo… È così bello sapere che si hanno qua e là dei cuori che pensano a noi, che ci vogliono bene. Accetti?

—T'ho già detto, Nanà, t'ho già detto che a te nulla si nega—rispose il giovine che sentiva a sfumar dall'animo dolce ogni risentimento verso quella strega di bellezza.

—Ebbene, ascolta un mio progetto su di te. Dal giorno che ti seppi in cattiva posizione, io ho pensato di far qualche cosa a tuo vantaggio. Vedi che io ho cuore. Avrei trovato il modo di farti qui in Milano una buona posizione.

—Tu?

—L'uomo col quale debbo partire—disse Nanà—tiene qui a Milano moltissimi interessi bancarî e commerciali. Io ho il potere di farti nominare suo rappresentante. Si tratta per te di otto o diecimila franchi di guadagno all'anno.

Marliani stentava a credere alle proprie orecchie. "Possibile che Nanà—Nanà egoista, Nanà spensierata, Nanà prodiga, Nanà alienissima dagli affari,—fosse così buona e così provvida per lui?"

—Tu mi colmi—disse egli prendendo una mano della bella e baciucchiandogliela con passione. Stasera ti porterò i due mila franchi.

Ah, se la Bibò fosse entrata in quel momento!

I baci di Marliani erano espressivi al punto da scrocchiare sulla pelle di Nanà come la frusta d'un postiglione in grazia divina.

—Ascolta dunque—ripigliò Nanà ritirando dolcemente le mani da quelle di Marliani.—Io non posso metterti in relazione qui a Milano con lui, perchè egli non vuol essere conosciuto. Ma ti fidi di me?

—Come non fidarmi?

—Vieni a trovarmi dopo pranzo, ma non dopo le otto. Saremo soli e discorreremo. Ti dirò tutto quello che avrò ottenuto per te dal mio nuovo… grande industriale.

—Come ringraziarti?

—Non voglio ringraziamenti; voglio soltanto essere tua amica e star certa che tu non mi vuoi far del male.

Nanà si era levata in piedi e aveva stesa la destra a Marliani per congedarsi.

—Non ne dubitare, angelo mio—disse Marliani ricominciando a imprimere un'altra sonora dose di baci sulla di lei mano.

E fu in questo punto e sulla frase: "non dubitarne, angelo mio" che Bibò fece la sua tacita comparsa dalla fatal porticina di fronte alla scrivania.

Nanà aveva già voltate le spalle a quell'usciolo e non vide Bibò. Soltanto che, udì il Marliani, il quale, tutt'a un tratto, cambiando perfino il tono di voce, soggiungeva:

—Questi baci fatti così, e quella frase "angelo mio" detta da lei in tal modo, sono certo faranno crollare il teatro sotto gli applausi.

Essa si volse indietro come per dirgli: "ma cosa diamine mi vai farneticando ora?" vide Bibò, terribile, colle mani sui fianchi, la faccia scarlatta, le furie nello sguardo capì tutto e non potè a meno che scoppiare in una omerica risata, dicendo a Marliani: addio, addio!

Bibò diè un passo innanzi. Nanà uscì fuori in fretta si cacciò nel suo brougham e disparve ridendo sempre.

Bibò e Fiffo fecero una lite impiccata e tale, che se ne ricordano ancora oggi i casigliani.

Il lettore se la imagini.

* * * * *

—"Uno è a posto!" pensò Nanà. Ora al marchese Sappia. Da lui saprò se è vero che Enrico è rovinato… In tal caso mi attacco definitivamente al principe; lo obbligo a dividersi da sua moglie e vado in Russia con lui.

Il marchese Ferdinando Sappia aveva le sue entrate notturne da Nanà al martedì e al sabbato. Questo fatto urterà i nervi e il senso morale di ogni persona ben nata; urtò anche i miei. Ma ne ha colpa forse il romanziero se certe donne sono proprio così fatte?

Se le adulate, se nascondete _il vero _su di esse, dov'è la morale?

Il Sappia era uno dei tre a cui la cortigiana parigina impartiva i suoi favori—lei credeva in gran segreto,—per soddisfare a' imperiosi bisogni di donna afrodisiaca, e al suo bilancio eternamente in deficit, come quello del regno d'Italia; malgrado che a rimpinzarlo ci avessero già pensato in quattro: Marliani, O'Stiary, Sappia e Kuvasoff.

Quanto al principe Kuvasoff, era ammogliato ad una mongola, brutta e gelosa come una gatta in aprile, e teneva un appartamentino per gli appuntamenti con Nanà in una nota via.

* * * * *

Dinanzi alla porta di casa Sappia, Nanà scese dal brougham, entrò dal portinaio e lo pregò di avvertire il marchese che una signora aveva urgente bisogno di parlargli.

Il marchese padre e la marchesa madre erano in campagna.

Sappia discese. Essa lo pregò di accompagnarla sin da Rubieri e rientrarono entrambi in carrozza.

—Che cosa c'è di nuovo?

—Io credevo—disse Nanà—che tu fossi un gentiluomo e temo di dovermi disingannare.

—Mi farai piacere a spiegarti.

—Ti avevo pregato di non dire al tuo amico O'Stiary in qual luogo a
Parigi tu mi avessi incontrata.

—Ebbene?

—Non è che a me importi del conte O'Stiary o di chiunque altri di questa terra; ma gli è soltanto che mi dispiace di trovar in te un uomo che dice di amarmi e che non ha saputo mantener il segreto.

—Enrico ti ha forse detto di aver saputo di madama Tricon?

—No, ma se lo sa non puoi essere stato che tu a dirglielo.

—Se lo sa non può essere stato che Marliani. Io non potevo dirglielo, neppur volendo, giacchè quando gli parlai di te gli ho inventate cose tali che ora avrei fatto la figura d'un bugiardo e d'un blagueur, se avessi dovuto dirgli la verità.

Da questa confessione del Sappia Nanà fu pienamente rassicurata.

—Ebbene ti credo. L'avrà saputo da Marliani. Oh del resto ormai poco m'importa, giacchè devi sapere, mio caro, che io sono obbligata di partire da Milano.

—Tu parti?—sclamò il Sappia leggermente commosso da questa notizia.

—Tu non sai ancora un segreto della mia vita, che ho sempre taciuto a tutti.

—Ed è?

—Io sono maritata.

—Tu?

—E amo mio marito.

—Tu?

—Mio marito mi richiama a sè in Francia e mi perdona il mio passato.

—Dov'è ora questo tuo marito?

—A Parigi.

—E tu fai conto di tornar a Parigi?

—Sì—rispose Nanà mestamente.

—È molto tempo che sei maritata?

—Due anni.

—Dunque quando io ti vidi a Parigi non lo eri ancora?

—No.

—Tuo marito è ricco o povero?

—È povero.

—E tu vuoi tornargli insieme?

—Si. Egli riconosce e addotta il mio Louiset.

—E lo ami?

—Sì.

—E quando partirai?

—Non lo so. Aspetto ch'egli mi telegrafi il giorno.

—E di Enrico, del mio povero conte, che ne fai tu?

—Lo lascio.

—Egli ne morrà.

—Oh non si muore più adesso per queste cose—sclamò Nanà.—Egli sposerà la sua Elisa.

—Ahimè!—disse il Sappia.—Io temo che anche quel suo matrimonio sia andato a monte.

—Perchè?

—Perchè Enrico è rovinato. E tu certo non puoi vantarti di non esserci entrata in buona parte.

—Ma è dunque vero, che è rovinato quel povero Enrico?—sclamò Nanà con voce compassionevole.

E fra sè pensava intanto "Ah il mio petit crev stai fresco ora."

—Non gli resterà tanto da tenersi un cavallo.

—Io non ne ho colpa. Io non gli ho mai chiesto danaro. I regali già non si possono rifiutare.

—Oh del resto—notò il Sappia—ti permetto di non avere rimorsi. Egli era già quasi rovinato prima che tu venissi a Milano.

"Assolutamente—pensò Nanà fra sè—se lo sposassi ora che posso essere certa che egli è rovinato, sarei una gran baggea. Bisognerà pensare ad altro."

—Senti un pò—disse Sappia.—Se io ti accompagnassi a Parigi? Che ne pensi?

—Impossibile.

—Perchè impossibile?

—Perchè mio marito verrà a levarmi di qui.

Il Sappia si strinse nelle spalle. Che cosa gli restava a dirle di più? Egli non era l'uomo da far delle pazzie per Nanà. Anzi ond'essere vero sempre, fino alla feccia, c'è da confessare che tra i pensieri del marchese scattò spontanea e pronta questa frase che fa onore alla di lui saggezza: "Meglio così! Tanti risparmiati!"

La confessione però, di quell'amore per un marito qualunque, gli giungeva così nuova ed eteroclita, che ne dubitò. Si propose di sorvegliare Nanà e di scoprire l'arcano, che doveva covare sotto l'apparente sincerità della cocotte.

* * * * *

Erano giunti a casa di Aldo Rubieri.

—A rivederci questa sera—disse Nanà.—A proposito, sai che ieri sera
Enrico non è venuto da me?

—Tiene il broncio?

—Sicuro.

* * * * *

Il Sappia tornò col brougham a casa. Nanà trasse di tasca una piccola chiave, fè il giro dietro la casetta di Rubieri e per una porticina seminascosta dietro l'edera entrò nel guardino.

* * * * *

Gignous avrebbe delirato di gioia, vedendolo.

Parlo del giardino di Aldo Rubieri, che Mattia Corvino chiamava con innocente iperbole il giardino incantato.

Era vasto. Ma quantunque chiuso fra quattro mura, sembrava sterminato intorno intorno. I muri erano tutti coperti di edera folta, e dinanzi ai muri, stavano piantate tre filari di pini delle Alpi.

Nell'edera, Aldo aveva saputo praticare certi effetti di luce, di chiaroscuri e di sfondi, da farli scambiare fra le macchie più avanzate, per cannocchiali di una foresta folta, che contornasse tutt'all'ingiro il giardino.

Un'illusione ottica maravigliosa.

Certo era quello il più bello e il più fresco giardino di Milano. D'onde mai il Rubieri fosse andato a tirare l'acqua perennemente zampillante dalle tre fontane e formante la vaga cascatella, tra il tufo e i sempreverdi, nessuno lo sapeva, tranne Nanà, la signora Marietta e il Cicerone. Il fatto è che v'era una delizia di frescura e di verde ammirabile.