La povera—dico povera nel senso cristiano—la povera Nanà quando aveva bisogno urgente di danaro ricorreva alla casa di madame Tricon.
"Va, va, ma fille!—diceva essa fra sè—ne compte que sur toi. Ton corps t'appartient, et il vaut mieux t'en servir que de subir un affront."
"Et sans même appeller Zoè elles s'habillait fievreusement pour courir chez la Tricon. C'etait sa supréme ressource aux heures de gros embarras. Trés demandée toujours sollicitée par la vielle dame… elle ètait sûre de trouver là vincinq louis qui l'attendaient."
Ma tutto ciò, che sarebbe stata la pura e nuda verità, il marchese Sappia non poteva nè voleva più dirlo all'Enrico. Egli, per darsi del tono, si era già compromesso; s'era slanciato a dir mille bugie e mille invenzioni sul conto di Nanà. S'era ingolfato nelle regioni iperboliche di una splendida galanteria.
Si guardò bene dunque di accennare neppur per ombra nè alla Tricon, nè ai venticinque luigi necessari, nè ad altre simili bagatelle; e invece impacchiuccò ad Enrico una risposta inventata come tutto il resto, e continuò a parlargli di presentazioni fatte sul palcoscenico, anzi nel di lei camerino, da un amico parigino, che aveva entratura nelle coulisses, poi di gite in campagna fatte insieme, e di serate al Mabille, e di cene, e di orgie in cui non c'era la benchè minima ombra di vero, ma che a lui pareva lo posassero in faccia ad Enrico su un piedestallo eccelso.
Ciò che v'era poi di più piccante ancora in tutto questo, ciò che costituiva un fatto relativamente grave e ridicolo, si è che, lui, come lui, proprio lui, precisamente lui, codesta Nanà non l'aveva proprio mai toccata neppure colla punta del dito mignolo.
I due giovinetti naturalmente, là dalla Tricon, avevano tirato le buschette. Se i lettori trovano questo fatto molto choquant non so che farci. E d'altronde nel caso di Sappia e di Marliani tutti i lettori farebbero lo stesso.
La sorte aveva favorito il Marliani.
La Tricon allora aveva significato al Sappia, che egli avrebbe dovuto rassegnarsi ad aspettar un altro giorno le grazie di Nanà, perchè quella benedetta ragazza non avrebbe mai acconsentito a passar dalle braccia dell'uno in quelli dell'altro.
Il Sappia, di malumore per questo sberleffo della fortuna, pure aveva aspettata Nanà là nel salotto della Tricon, per vederla arrivare, e sentir da lei quando fosse stata di comodo di concedergli il rendez vous anche a lui. Essa era venuta infatti, tutta bella, fresca e voluttuosa; ma quand'egli aveva tentato di farsi promettere che il giorno dopo sarebbe ritornata per lui, Nanà aveva risposto:
"No, caro signore, domani no. Restate voi a Parigi?"
"Certamente, siamo arrivati ieri. Io ci starò finchè a voi piaccia di non essere crudele con me."
"Allora vedremo, aveva risposto Nanà, la quale, come si sa, abborriva dal cedere per danaro, e lo faceva soltanto nei giorni di grande arsura.—Vi farò avvisare da madame Tricon, se vi piace. Ma non fatemi importunare troppo dalla vecchia, perchè altrimenti non mi avrete mai più!"
Il Sappia ridendo si rassegnò ad aspettar il di lei capriccio. Aveva capito che con quella creatura non era il caso di ottener di più, nè colla preghiera, nè colle offerte.
Per venti giorni egli s'era recato ogni mattina a trovare la Tricon, la quale dal canto suo andava un paio di volte la settimana a sollecitare la Nanà; sempre invano. Marliani intanto, senza dir nulla all'amico, c'era riuscito invece ad ottenere da lei un secondo rendez-vous, in tutt'altro luogo, e le aveva mandato una bagattella di braccialetto da cinquemila franchi, i quali se li era dovuti far mandar da Milano.
La Nanà aveva trovato il Marliani molto simpatico e non s'era fatta pregare molto a concedergli una seconda visita. Quanto a lui, da buon amico, aveva tentato di dissuadere Nanà a dar ascolto al Sappia. Essa non glielo aveva promesso formalmente, ma glielo aveva lasciato sperare.
Invece un bel giorno la Tricon mandò un bigliettino al marchese in cui gli significava che la Nanà sarebbe venuta a casa sua quel giorno per lui, ma che aveva messo per condizione il migliaio.
Il marchese, contentone, aveva messo nel suo portamonete il biglietto da mille, e alle due ore era là tirato come uno stecco, ad aspettare la bella donna. La sua frègola era al colmo. Il Marliani gli aveva raccontate cose tali di Nanà che il marchesino ardeva, bruciava, e dopo un quarto d'ora aveva già indosso l'agonia.
Passarono le due e mezzo, passarono le tre, le tre e un quarto e Nanà non compariva. Madama Tricon si esibì di andar ella stessa a vedere che cosa diamine fosse successo. Mezz'ora dopo tornò a contare che Nanà aveva litigato con Satin, e che non sarebbe venuta; che l'aveva mandata al diavolo lei, la sua casa, gli Italiani, il biglietto da mille e tutti quanti insieme.
Il Sappia era dunque partito da Parigi senza poterla biblicamente conoscere. E siccome aveva conservato pel Marliani in fondo al cuore un po' di rabbietta, perchè egli potesse vantarsi d'averla trattata e lui no, giunto in patria gli aveva voltato l'occhio, e dall'arrivo non s'erano più ritrovati.
Quanto al Marliani aveva seguíto a malincuore il Sappia. Quella fatale Nanà—quella cocotte da venticinque luigi—lo aveva ammaliato. Le due o tre volte ch'essa s'era concessa a lui per riconoscenza del braccialetto, gli ballavano nella fantasia una ridda di tali memori voluttà, che capiva non l'avrebbero lasciato tranquillo per un bel pezzo.
* * * * *
La carrozza era giunta a casa di Sappia. Montati in camera, questi intraprese la metamorfosi di Enrico, vestendolo di nero; poi andarono dal cappellaio, poi dal Mosconi il calzolaio dei nobili, poi dal Prandoni.
Enrico tornò a casa all'ora del desinare e pranzò colla Elisa, la quale di quando in quando, allorchè egli le sorrideva, alzava i suoi occhioni innocenti e belli in viso al garibaldino, mentre due altri sguardi, tutt'altro che indifferenti, andavano spesso a impetrare dalla vergine un amichevol occhiata, ch'ella quel giorno si ostinava di non conceder loro.
Erano gli sguardi di un altro giovane invitato a pranzo, e che sedeva accanto alla signora Eugenia, uno scultore, che si era fatto conoscere favorevolmente nella Esposizione di quell'anno e che rispondeva al nome di Aldo Rubieri.
Verso le otto e mezza il Sappia venne a riprendere Enrico per andar insieme dalla Luisa, alla quale il marchesino passava seicento franchi al mese. Essa abitava un elegante appartamento a primo piano in Via Solferino.
* * * * *
Chi era la Luisa?
D'onde veniva?
Come aveva conosciuto il Sappia?
Nel nostro tempo, una ragazza di diciotto anni: come la Luisa, con discreto ingegno, molta malizia, una gran dose di concupiscenza in corpo, e punto quattrini, se fosse rimasta, quel che si dice, una fanciulla onorata lo avrebbe dovuto indubbiamente ai propri genitori.
Non è certamente troppo difficile che anche da una famiglia di galantuomini sorta fuori una ragazzaccia che si butti via; ma sarebbe un vero miracolo se in una famiglia viziosa, disordinata e miserabile, ci fosse una creatura che sapesse conservarsi onesta.
La Luisa era nata da un padre briccone e da una madre bigotta e quasi cretina. Suo padre faceva un mestiere proibito dal codice, e, quel ch'è peggio, lo faceva colla coscienza tranquilla di chi crede di non commettere azione disonesta. "Un mestiere come un altro" diceva lui. Egli, sostraro fallito, s'era acconciato a diventare fabbricatore di falso coke, che vendeva a certi suoi antichi colleghi, ladri come lui, a non so quanti centesimi il chilogrammo.
Il falso coke è composto di rottami di fabbrica, di vecchi mattoni, di calcinacci e di ciottoli fatti cuocere nella pece e simulanti il coke vero. Per certi venditori di carbone è comodissimo. Fa comparir un quintale di combustibile, ciò che, in sostanza, non è più di ottanta chilogrammi. Essi spacciano alle loro pratiche quattro quinti di coke e un quinto di falso coke fabbricato dal babbo della Luisa, e rubano, con un peso perfetto, il quinto sulla differenza. A Parigi questi e simili truffatori sono colti e pagano delle buone multe. A Milano finora nessuno ci ha mai badato, e le stufe a coke milanesi son tutte piene di mattoni e di calcinacci. I primi col dileguarsi della pece che li ricopre, diventano rossi dalla vergogna, i secondi bianchi dalla paura.
Prima che giungesse per la Luisa l'età dei desiderî malfrenati e prima che il mal esempio paterno entrasse a guastarne l'indole, già discretamente perversa, la Luisa era un ciuffetto, ma non dava a pensare che sarebbe diventata la birba che diventò. Ella aveva qualche istinto buono; tant'è vero che aveva cominciato fin dai nove anni e senza addarsene, a trovarsi in flagrante contrasto con suo padre per causa di probità.
Una sera—ell'aveva appunto nove anni, e andava come piccina a scuola di stiratora—stavano raccolti nella lurida stanzaccia, che serviva di covile a tutti e tre, e il padre si mostrava lieto più del solito.
—Che hai Gana?—domandò la madre.
—Ho tirato su un bischero al prezzo—rispose il marito fregandosi le mani lorde.
—Che prezzo?
—Al mio uso carbone. Oggi ne ho venduta una partita a dieci centesimi al quintale più del solito. Ah, fu una gran bella invenzione la mia!
—Babbo!—fece la Luisa.
—Che vuoi, pettegola?
—È vero che il tuo carbone fa peso ma non fa caldo?
—Chi te l'ha detto, stupida marmotta, chi te l'ha detto?—gridò il Gana arrovvellato.—Quando i mattoni sono roventi fanno caldo anch'essi. Chi te l'ha detto?
—Me l'ha detto la maestra—rispose la piccina.
—Dirai alla tua maestra che la vada a pigliar….
La frase, per quanto vera, non può essere ripetuta. Nessuna teoria al mondo potrà fare mai, che essa sia per diventare artisticamente e umanamente presentabile.
Ma la Luisa ebbe allora il coraggio di replicar un'idea sentita da sua madre.
—Anche la mamma dice, che questo è un rubare alla povera gente.
Non l'avesse mai detto!
Il Gana prese un bicchiere sulla tavola, e lo scagliò contro la bimba. Il bicchiere si spezzò sulla di lei fronte; uno zampillo di sangue spicciò da un arteria e andò a bagnar la faccia del feritore, che ne restò sconciamente intrisa.
La madre svenne di spavento.
Questo era stato il primo grave strapazzo, ma non l'ultimo. Quella bestia di un fabbricatore di coke batteva a sangue la Luisa tutte le volte che sentiva di aver torto. Così, imparando da suo padre, già a quattordici anni ella avrebbe potuto aspirare alla cerchia dove Dante condannò i violenti.
Di lì a poco la Luisa s'era già concessa per semplice curiosità, senza lotta e senza amore, al primo scapestrato, che le aveva offerto un anellino e una cena al veglione. Costui veniva spesso dalla maestra stiratora a raccomandarle di dar l'amido più denso o meno azzurrino ai manichini e ai solini da collo. Un giorno regalò alla Luisa uno spillone d'acciaio in forma di stiletto per fermare il profluviante volume de' suoi capegli castagni. La Luisa aveva usato di quello stiletto per ferire malamente una compagna, di scuola, spintavi da subitaneo furore di gelosa picca. L'educazione paterna portava già i suoi frutti cruenti. Quella ferita, fatta in corpo scrofoloso e affetto da lue ereditaria, aveva tratto al sepolcro quella misera compagna, e la Luisa era stata condannata a due anni di carcere in grazia dell'età adolescente e della nessuna premeditazione.
In carcere essa aveva compiuta la sua educazione di mariuola e quando ne uscì, ell'era in tutto il rigor del termine, una birba sconsacrata.
* * * * *
Immaginatevi ora una fanciulla di diciasette anni bella, poltrona, lasciva, scorbellata, che esce di prigione e che non vuole nè può tornare in casa paterna, dove non è rimasto che un babbo, ancora più briccone, più scioperato e più lascivo di lei. Sua madre, nel frattempo era morta; le anime buone, dicevano di crepacuore, le sue più intime amiche dicevano di catarro.
Dal carcere, finita la pena, alla Luisa era toccato di andar difilato alla Questura; e più precisamente a quella sezione dell'ufficio, che provvede alla sanità pubblica e che ha l'incarico di sorvegliare la condotta delle fanciulle, che non avendo di che vivere, non pensano a mettersi un ditale sul pollice e un ago fra le dita. Là le venne domandato naturalmente, che cosa intendesse di fare della sua vita e in qual modo contasse provvedere alla propria esistenza?
—Me lo dicano loro!—rispose la Luisa.—Io non lo so.
—Noi non possiamo dir niente—rispose il delegato con un sorriso eloquente.—Noi siamo qui per sentire e non per insegnare. Non facciamo il maestro di scuola noi. Bisognerebbe però che prima di tutto tu ti trovassi un qualche galantuomo che venisse qui a rispondere per te. Allora saresti fuori immediatamente da tutti i fastidî.
"Bravo—pensò la scorbellata—vuole dire ch'io mi faccia mantenere."
—Ma dove vado a pescarlo, così sui due piedi, un galantuomo che voglia rispondere per una povera tosa che esce di prigione?
—Prima di entrarci in prigione un amante lo avevi pure!—disse il delegato.
—Ma ora non c'è più. Ha pensato bene di buttarsi nel tombone di San
Marco, perchè era troppo contento d'esser venuto al mondo.
—Cerca qualcun altro allora.
—A questo c'avevo già pensato anch' io—riprese la Luisa—ma intanto, come faccio a vivere?
—Ti sentiresti di poter tornare una buona figliola?
—In che modo buona figliola?
—Mettendoti ancora a lavorare!
—Io sì—rispose la Luisa, mentendo; giacchè nel suo interno era g'ià scoppiato invece un no risoluto e indiscutibile—Ma dov'è che potrei trovar da lavorare? Se me lo procurano loro lo piglio, se no, non saprei.
—T'ho già detto, cara mia, che noi non facciamo di questi uffici. Non eri tu prima da una stiratora?
—Oh, come lo sanno loro?
—Noi si sa tutto. Tu eri già sul nostro libro prima di andar in prigione. Tu frequentavi le sale da ballo e qualche altro luogo anche peggio. Non è vero?
"Ho capito"—pensò fra sè la Luisa.
—Va a vedere se la tua antica maestra la ti volesse ripigliare. È una buona donna.
—Io no, vede, e lei? Mi canzona? Dopo quello che è accaduto là in quella stanza?
L'imagine della ferita, del sangue, delle grida e di tutto il trambusto ch'ella aveva suscitato il fatal giorno, le si affacciò con brusco assalto e impallidì.
Il delegato capì e non insistette.
—Vedi che cosa vuol dire a fare delle brutte azioni?
—Ora quel che è stato è stato; la brutta azione me l'hanno anche fatta pagare carne salata, me l'hanno fatta.
—Ricordati che sarai tenuta d'occhio dalle guardie.
—Questo lo so senza che me lo dica. Se non ha altri moccoli, perch'io m'aiuti, posso fallare a morir di fame.
—Cercati lavoro e non andar in volta di sera e ben poco anche di giorno. Capisci?
—Già, e il lavoro verrà da sè stesso a cercarmi a casa mia, n'è vero, il lavoro? E intanto come farò a vivere?
—Questo ti riguarda, Arràngiati.
La Luisa continuava a far l'innocentina.
—Cosa vuol dire arràngiati?
—Non so nulla. Ma ricordati di non lasciarti trovar sola a scopar la strada, specialmente dopo il tramonto, se no le guardie ti arresteranno e ti condurranno qui da me.
—Me l'ha già detto e ripetuto tre volte a quest'ora.
E nella sua testa la Luisa aveva cominciato a mulinare al mezzo di far cascare il delegato in una frase scandalosa. Ella si sentiva in confuso, una gran voglia di far risaltare la così detta immoralità nella bocca di quell'impiegato dei Governo. Voleva che fosse proprio lui a dirle di pensare a vendersi senza tanti scrupoli, e a fare la sgualdrina.
—Io le torno a domandare chi è intanto che mi darà da mangiare?
—Oh!—scoppiò finalmente a dire il delegato che non sospettando non stava in guardia, ed era anche un po' ammaliato dal bel viso di lei—credi tu che io sia un imbecille, da venir qui a farmi la bambina, dopo essere stata due anni in prigione? Chi t'ha a dar da mangiare? Ma, il primo messere che abbia due occhi in capo, dieci lire al giorno da spendere… sacrr…—e qui giù una specie di bestemmia da regio impiegato—e a cui piaccia il bel sesso. E quando il messere sarà deciso a fare sicurtà per te, conducilo qui che io ti cancellerò subito dal libro.
—Ora sono soddisfatta—sclamò la Luisa che c'era riuscita.—Basta così!
Il delegato, che la guardava con compiacenza, s'accorse allora dal sorriso maligno di lei, ch'ella era persuasa d'aver riportata su di lui una piccola vittoria.
Essa c'era riuscita!
E infatti pensava lei a un dipresso: "È il direttore d'una sezione di Questura, è il rappresentante della morale pubblica, è l'ufficiale del governo italiano che m'ha detto di andar alla perdizione. Io farò il mestiere per obbedire al commissario. Se fosse altrimenti, egli penserebbe piuttosto a procurarmi del lavoro. Egli mi lascia in balìa di me stessa, e sa pure che io di lavoro nè posso, nè voglio trovarne, mentre egli sa che di messeri, anche senza il suo parere, ne troverò finchè sarò stufa."
La Luisa, uscita di là, si mise dunque in cammino per obbedire al delegato. Essa dava ascolto alla legge, essa si uniformava ai regolamenti di Questura: Non caste sed caute! Così che, se fosse anche stato il caso di dover fare il brutto mestiere contro voglia e contro coscienza—ciò che non era—la si sarebbe trovata come si dice colle spalle al muro. Se non che la coscienza e la voce dell'onore nella Luisa era un bel pezzo che tacevano. Anch'essa, come Nanà, quantunque in un grado molto più volgare e più perverso, non sentiva più in corpo che tre grandi inclinazioni molto serie e molto spiccate: quella di non lavorare, quella di far all'amore e quella di non morir di fame.
E, quanto alla terza, via! non si saprebbe davvero da qual parte farsi per dare tutto il torto a lei sola. Il diritto non le può essere contestato!
* * * * *
Non aveva mossi un centinaio di passi fuor dall'ufficio di Sanità, eh' ella s'accorse d'essere pedinata. Non sapeva bene se erano due o tre, perchè non li vedeva e non si voltò indietro; ma se li sentiva, come per intuizione, nella schiena.
Si fermò a guardare in una vetrina di modista per lasciarli passare e sapere almeno se erano gobbi o sciancati, giovani o vecchi. E volgendo il viso per guardarli, passati che furono, scorse dal canto della via, spuntare una donna, un'antica conoscenza, una certa sôra Marianna, la quale teneva sotto il braccio un enorme fardello e veniva un po' barcollando verso di lei, col sorriso che dava a vedere come l'avesse già ravvisata da lungi.
Quando le fu d'accosto:
—Centini mundi!—sclamò questa; la era una sua esclamazione particolare.—Finalmente che la possiam rivedere, la possiamo, questa nostra bellezza! Dove diamine la è stata tutto questo tempo?
Sapeva la vecchia che la Luisa era appena uscita di prigione? Le aveva fatta la domanda con malizia e per umiliarla, oppure non ne sapeva nulla?
La Luisa, a buon conto, fece la prima supposizione, e rispose non arrossendo e con una specie di impertinenza:
—Sono stata a Parigi! E lei, dove va con quel fagotto?
—Eh, sa bene! Le solite miserie. Vado a mettere in collegio un po' di roba, perchè è bene che impari anche lei a stare al mondo.
In lingua il bisticcio della Marianna non regge; in dialetto fece il suo immancabile effetto, e la Luisa ne sorrise malinconicamente.
In dialetto, monte e mondo, hanno lo stesso suono.
—Anche lei!—disse la fanciulla.—Non c'è dunque che miseria a
Milano?
—Che vuole, cara Luisa! E lei?
—Io? Io, come la mi vede, non so oggi come pranzare.
—Possibile!—sclamò la signora Marianna coll'accento incredulo.—Una bella tosa pari sua? Centini mundi! S'io fossi in lei, vorrei domandar se Milano è da vendere. Lei non ha a far altro che metter giù il suo bravo grembiale e star lì a veder i merli a fioccarvi dentro colle mani piene di bigliettoni bianchi, rossi e verdi.
—Me lo disse poc'anzi anche il…
Voleva dire il delegato, ma troncò la frase.
La vecchia però aveva già mangiata la foglia.
—Oh, diamine! Le toccò di andar laggiù?
La Luisa si morse le labbra. Pel gusto di ponzare la sua piccola idea di ribellione ironica contro le incumbenze del delegato e contro la morale pubblica, essa aveva svelato il brutto segreto.
—M'ha mandato a chiamare per sapere come faccio a vivere dopo il mio ritorno da Parigi, perchè ha saputo che vivo sola.
—Io ne avrei uno che sarebbe un portento per lei—disse la vecchia strizzando l'occhiolino.
—Di che cosa?—domandò la Luisa fingendo di non capire.
—Un messere, centini mundi! Chi vuol che sia?
—Chi è desso?
—È un banchiere.
—Giovane?
—Ecco—disse la Marianna—per giovine non è giovine di primo pelo, ma però è benissimo conservato, e ricco.
—Quanti anni avrà, insomma?
—Io non gli darei più di sessant'anni o sessantadue.
—Oh, che strega!—sclamò la Luisa, scoppiando a ridere.—Mi parla di primo pelo! Non è nè di primo, nè di secondo!
—È meglio anzi che sia un uomo posato… un uomo che ha già fatta la sua carovana.
—Sì, sì, non dico, ma quanto al primo pelo… màghero!
—È capace di farle una posizione.
—Crede lei che vorrebbe rispondere per me là da quel caro direttore?
—Questo poi non lo so, perchè è ammogliato.
—Anche ammogliato!—sclamò la Luisa. Poi riprese:—Meglio allora!
—Sicuro che è meglio. Dà minor fastidio. Lo si può tener in gambe, comprometterlo, levargliene quanti si vuole. E poi si è più libere di tenersi il candelliere e il capriccio; si ha sempre il coltello per il….
—Bene, bene, queste cose le penso anch'io—interruppe la Luisa un po' duramente. Quella benedetta parola di coltello, poco o molto, la faceva sempre trasalire, anche quando era pronunciata in una figura rettorica.
—Dove si potrebbe vederlo questo banchiere di… terzo pelo?
—In casa mia, se vuole.
—Lei sta ancora laggiù?
—Sì, cara.
—E quando?
—Magari domani. Il tempo di avvisarlo.
—A che ora?
—A mezzogiorno.
—Bene, domani a mezzogiorno sarò da lei.
E si lasciarono.
* * * * *
La Luisa si spiccò di là, e vide sul canto della via che uno de' suoi pedinatori stava ad aspettarla.
Quand'essa gli passò dinanzi, egli le fe' tanto di cappello. La Luisa rispose con un modesto chinar del capo. L'altro, che era appunto il marchesino Sappia, le si mise accanto.
—Si potrebbe aver l'onore di sapere, bellissima creatura, dove siete diretta?
—Lei è ben curioso!
—Io faccio come il dottor Faust con Margherita, e vi domando il permesso di accompagnarvi a casa.
—Non posso darglielo—rispose la Luisa, che, piena di appetito, aveva già messo l'occhio sul suo moscone per farsi pagare da pranzo.
—Perchè non può darmelo?
—Se io le ripetessi che lei è assolutamente troppo curioso, che cosa mi risponderebbe?
—Che la curiosità è la madre della voglia di sapere.
—Lei è forse uno di quelli che scrivono sui giornali?
—No, no—rispose il Sappia ridendo.—Ma perchè questa domanda?
—Perchè lei mi parla molto difficile. Che so io? Poc'anzi era il dottor Faust e Margherita, e ora è la madre della voglia….
—Bene, parlerò più facile. Come avete nome?
—Ho nome… ho nome Aquilina. Ma non permetto che mi si dia del voi.
—Vi darò del lei. Aquilina, bel nome! Nome superbo, e portato da una donna adorabile.
—Me l'hanno detto degli altri.
—E se io desiderassi di fare la sua conoscenza, bellissima Aquilina, me ne darebbe lei il permesso?
—Mi par bene che stiamo facendola….
—Sì, ma io dico… una conoscenza un po' più intima… a quattrocchi.
—Non si rifiuta mai la conoscenza d'una persona educata come lei.
—In casa sua dunque non ci si può venir davvero?
—Per ora no. In seguito non dico. Ora io vado a pranzo. Quest'oggi si potrebbe tutt'al più trovarsi alla stessa tavola a pranzo.
—E se io la invitassi a pranzare con me fuori di Porta?
—Dove, per esempio?
—Non saprei…. All'Isola Bella.
—No—rispose la Luisa—all'Isola Bella c'è troppa gente; piuttosto al
Giardino d'Italia.
—Allora ci possiamo andar subito. Sono ormai le quattro e mezza.
—Come vuole.
Il Sappia fece un gesto ad un cocchiere di vettura pubblica, che passava col legno vuoto. Vi montarono, e via pel Giardino d'Italia.
Come si vede, la Luisa obbediva largamente al delegato. Essa coglieva due piccioni ad un favo.
Aveva trovato un probabile messere e aveva azzeccato il pranzo di quel giorno.
* * * * *
—Sapete, bella Aquilina—disse il Sappia quando fu seduto a tavola colla Luisa al Giardino d'Italia—che voi assomigliate in un modo spaventevole ad un'amante che io ho avuto or ora a Parigi?
—Davvero? Ciò mi rende orgogliosa!
—Naturalmente voi non siete ancora a quel punto….
—Oh, lo credo!
—Quella era una cocotte sì, ma una cocotte gran dama.
—Ho capito!
—Ha nome Teresa, ma tutti a Parigi la chiamano Nanà. Non ha meno di trentamila franchi al mese, ed è sempre in miseria.
—Vuoi dire che li spendeva.
—Sicuro!
—Ah, in questo poi non vorrei assomigliarle.
—Vediamo, Aquilina. Voi mi piacete in modo enorme. Ci sarebbe speranza di intenderci? Io non v'ho ancora detto il mio nome; sono il marchese Sappia. Io vorrei fare di voi una seconda Nanà.
—Che non spende trentamila franchi al mese, però.
—Ah, naturale! Tutto dev'essere in proporzione. Milano fa trecento mila abitanti coi Corpi Santi, Parigi ne fa un milione e mezzo; cinque volte tanto. A Milano, una fanciulla come voi può col quinto di trentamila franchi al mese, che sono sei mila far la signora come Nanà a Parigi.
—Questo poi non credo. Sei mila franchi sono una miseria anche a
Milano.
—Ah, ah! Avete delle idee in grande, voi.
—Voi ci tenete ad essere solo?
—Perchè questa domanda?
—Ponete che io sia già impegnata con un vecchio, che non vi potrebbe dare ombra di gelosia. Ponete che io sia qui con voi perchè mi siete simpatico….
—Grazie, Aquilina. Non ne dubitavo
—Io so bene che voi non vorreste che io fossi vostra amante gratis, n'è vero?
—Neppur per sogno.
—Se voi non avete difficoltà che il vecchio continui la mia relazione, voi diventerete il mio amante di cuore. Mi farete qualche regalo e tutto sarà detto.
—Accettato.
—Allora vi dirò che io non mi chiamo Aquilina, ma mi chiamo Luisa.
E così era avvenuto il contratto del loro matrimonio morganatico.
* * * * *
Il marchesino uscì dalla casa di Luisa verso le nove del mattino del giorno dopo. A mezzodì in punto, la fanciulla montava le scale della Marianna.
Il vecchio banchiere non si fece aspettare; dopo mezz'ora di conversazione, trovò che la Luisa era la creatura che pareva creata apposta pe' suoi fini reconditi; le fece delle discrete proposte, ed essa le accettò subito anche quelle, senza farsi pregare: giacchè l'appetito non c'era verso, che non ritornasse ogni mattina e ogni, sera a persuaderla che bisognata dar ascolto al delegato. Così in breve la scarcerata di fresco fu accasata come una signora, in mezzo a mobili propri, con due assegni mensili, che uniti ne facevano uno più grosso di quello d'un consigliere di Cassazione e che le venivano dal Sappia e dal banchiere, il primo dei quali era l'amante en titre, l'altro lo spunta-pesi segreto.
Poco prima che Enrico O'Stiary giungesse a Milano, essa aveva finto di piantare in asso il vecchio banchiere, per farsi maggior merito presso il suo amante scoperto. Ma in fatti essa era legata al vecchio peggio di prima e da ben altri legami che non fossero i legami dell'amore.
* * * * *
—Buona sera, Nando—diss'ella al Sappia, che era entrato con Enrico
O'Stiary.
E intanto aveva diretta un'occhiata curiosa all'amico che stava dietro di lui un po' in disparte.
—Buona sera, Gigia—rispose il marchesino, e volgendosi tosto verso il conte, ripigliò:
—T'ho condotto il mio giovine amico, il conte O'Stiary, che farà in tua casa i primi passi al mal costume.
Enrico strinse la mano che la Luisa gli porse; e l'indispensabile vermiglio, che accompagna quasi sempre il primo passo al malcostume, si pinse sulla fronte del giovinetto.
La Luisa lo invitò a sederle accanto.
—Spero bene—cominciò dessa—che Nando le avrà detto, che qui da me sono banditi i complimenti. Dunque la metta giù il suo cappello, giacchè il mio motto è sans gêne. Ma quasi mi scordavo di presentare a questi signori; il signor Silvestro Bonaventuri aiutante di… e il signor Paganino di Genova.
I due nominati s'inchinarono. O'Stiary fece altrettanto.
—Lei è uscito da poco dal collegio, non è vero?
—Ora torna dal campo.
—Dal campo!… A proposito—disse levandosi; ma disse quell'a proposito precisamente a sproposito, giacchè ciò che stava per metter fuori non c'entrava per nulla col campo—Cominciate a fare anche voi altri il vostro dovere qui su questa lista. Vi avviso che non voglio rovinarvi però. Non accetto meno di venti franchi, ma non accetto neppure più di cento franchi.
—Così dicendo, la Luisa aveva levato da un tavolino una borsa, una lista, ed un lapis che presentò colla bocca aperta al Bonaventuri.
—Che cos'è?—domandò questi con aria un poco sorpresa.
—Ho fatto voto, che tutti quelli che i quali metteranno il piede in questa sala, dal primo all'ultimo del mese, dovranno per una volta almeno aiutarmi a fare un'opera buona. È una colletta per una povera famiglia che muore di fame.
—Volontieri—rispose il Bonaventuri.—Che cosa debbo fare?
—Scrivere su questa lista il vostro riverito nome e cognome, colla cifra che intendete di mettere in questa borsa, per la mia irresponsabilità.
E guardò con un bel sorriso in faccia a O'Stiary.
—Spero la mi permetterà di avere anch'io questo piacere di far del bene in sua collaborazione—disse Enrico traendo di tasca il portamonete.
—Veramente, per la bella prima volta!—sclamò ridendo la Luisa—è un po' da sfacciata!
—Faremo dunque il male in mezzo—fece il Bonaventuri parlando forte.—Ecco i miei cinquanta franchi.
—Ed ecco i miei—soggiunse il Paganino da Genova, mettendo i suoi cinque biglietti da dieci nella borsa.
Il povero Enrico fa sopraffatto da uno sgomento indicibile. Egli aveva pensato in cuor suo di non dare che venti lire, e capiva che bisognava metterne cinquanta come gli altri, e temeva di non averli nel suo portamonete. Dei cento franchi della mezza mesata sborsatagli dal tutore, e che dovevano servirgli per quindici giorni, gli pareva di averne già spesi in guanti, in profumerie, in gingilli, in mancie e al caffè, una metà abbondante. Non sapeva bene quanto gli restasse nel portamonete, ma temeva d'essere a corto. Guardò trepidando in esso, e con lieta sorpresa vi trovò appunto i cinquanta franchi che parevano lì apposta contati. Non gli rimaneva più che un bigliettino sudicio da cinquanta centesimi, che rimase là unico e vergognoso, come una protesta contro la lèsina del tutore.
—Ed ecco i miei—ripetè anche lui mettendo l'obolo nella borsa di
Luisa, che lo ringraziò col suo più splendido sorriso.
"Spero bene—pensò—che il tutore non mi vorrà mangiare se gli racconterò che ho dato cinquanta franchi a scopo di beneficenza—pensò Enrico, dopo che la Luisa lo ebbe ringraziato.—"Io non potevo dar meno di Paganino e di Bonaventuri, che devono essere meno ricchi di me."
* * * * *
Poco dopo entrarono nuovi visitatori. Erano il signor Ciambelli colla Romea, un fuseragnolo di donna, con due occhi discreti e una carnagione che arieggiava la porcellana colorata, per amor dell'intonaco ch'ella si praticava sul viso.
Ciambelli, suo amante, un pancione nero come un croato, le aveva messa su una buvette, dove la Romea troneggiava dal suo banco, chiamando, col desio e colle occhiate lunghe, i passanti, che non volevano saperne di entrare nella di lei bottega a bevere l'amaro prima di andare a pranzo.
La Romea era una sgualdrina come tante altre, ma la si teneva ingenuamente in conto di donna onesta, e parlava delle mantenute col disprezzo d'una principessa!
Quanto la godevano per questa pretesa le sue poche pratiche!
A un certo punto si parlò di far un piccolo taglio di macao. La Luisa sulle prime fece finta di opporsi, ma poi, vedendo che tutti erano del parere fece recar le carte e lasciò che giuocassero.
Enrico, un po' per timidezza, un po' per innata ritrosia, ma sopratutto perchè non voleva far vedere d'essere corto a quattrini stava in disparte.
Sappia gli andò vicino:
—Non fai conto di giuocare tu?
—Ma… non ho voglia…. Non sapevo che si giuocasse…. È meglio che stia a vedere…
—Ti pare? Il più giovine della brigata, far la figura del più vecchio? Mi faresti sfigurare. Ricordati che questa sera comincia a formarsi la tua riputazione di gentiluomo e di uomo di mondo. Bisogna che tu provi un po' di tutto, in società, se vorrai starci bene, e se vorrai poter educare con cognizione di causa i figli che avrai dalla signorina Elisa.
Enrico si fece tutto rosso in viso.
—Che c'entra? Come sai? Chi t'ha detto?
—Noi sappiamo tutto—sclamò con aria di mistero il marchesino.
—Ma io ho ben poco danaro con me… non sapevo.
—Se non è che questo ti servo subito. Figurati! E schiuso il portamonete ne trasse un biglietto da cinquecento e lo diede a Enrico dicendo:
—Quando non ce n'è più, ce ne sarà ancora.
Avrebbe potuto rifiutarsi ancora il nostro collegiale garibaldino?
Andò al tavolo verde.
* * * * *
Dopo mezz'ora egli aveva perduto fino all'ultimo i suoi cinquecento franchi.
La Romea gliene aveva beccati fuori la metà.
Sappia gliene prestò subito altri mille.
Il demonio del gioco lo aveva già preso alla strozza.
A mezzanotte il disgraziato aveva perduto i mille e giocava già disperatamente sulla parola.
Al tocco dopo mezzanotte il Sappia si levò dal tavoliere, e disse:
—Mi pare ora di andarcene.
—Facciamo i conti—gli disse Enrico che appena cessato l'incanto e l'emozione si trovò di aver indosso una febbre indiavolata.
Fatti i conti trovarono di avere perduto fra tutt'e due seimila e trecentoventi franchi. Enrico ne doveva mille e cinquecento all'amico, mille e duecento a Silvestro Bonaventuri, e trecento alla Romea,
Il povero giovinetto era così confuso di dover danaro perfino ad una donna, era così spaventato, così abbacinato dalla perdita, dal timore di non poter il giorno dopo farsi onore nelle ventiquatt'ore, dello spavento che il tutore e la Elisa venissero a sapere la sua scappata, che quasi quasi ne piangeva a calde lagrime.
Il Sappia dovette scuoterlo più volte.
—Ma domani come si fa? Pensa che debbo trecento franchi anche alla signora Romea.
—Ci penso io—gli rispose l'amico.—Non seccarti. In ogni caso la Romea ne deve a me cinquecento da sei mesi, che non me li ha mai restituiti.
Preso poi in disparte il Bonaventuri, che conosceva, per quel tanto che si conoscono certe persone:
—Favorisca—gli disse—a indicarmi dove ella sta di casa.
—Oh—sclamò il Bonaveuturi, come schermendosi—la si figuri; ha tutto il tempo; lei è padrone di tutta la mia sostanza…
"Buono a sapersi" pensò il Sappia fra se.
* * * * *
Enrico quella notte non chiuse occhio e fece il più inviolabile proponimento di non giuocare mai più.
Nella ingenua purezza della sua coscienza di vent'anni, egli sentiva di quel fatto un rimorso indicibile.
A mattina andò dal tutore e gli spiattellò senza reticenze la sua avventura della sera innanzi.
La fu una scena di inenarrabile delusione per lui, una tempesta di maggio, un finimondo.
Il tutore gli fece una parrucca che non finiva più. Egli era un di quegli uomini che non crederebbero di far il loro dovere se non quando s'accorgono d'avere ben tormentata la loro vittima. Essi hanno nelle vene, io credo, un po' di sangue di Torquemada. Questo modo di educare, essi lo chiamano saggezza. E certo se facesse l'effetto di render saggio meriterebbe quel nome; ma siccome non ottengono invece che quello di seccare dovrebbe esser chiamato seccatura.
Allo stringer dei nodi il tutore si rifiutò perfino di pagargli quel primo debito di giuoco.
Enrico non sapeva più in che mondo si fosse. Corse a trovare il marchese d'Arco.
Questi ascoltò in silenzio il racconto e le giustificazioni del giovinetto; poi senza dir motto si levò, andò al suo scrigno, ne abbassò l'imposta, tirò fuori un cassettino, ne trasse tre bei biglietti da lire mille e li porse al giovinetto dicendogli questa sola frase:
—Ma cerca di non giuocare mai più se ti è possibile!
Enrico da quel tratto restò assai più confuso che non lo fosse stato prima dalla lavata di capo e dalle smanie esagerate del suo tutore.
—Oh, marchese, come è buono lei!—sclamò il giovine buttandosi al collo del vecchio e baciandolo sulle labbra.
—Mi prometti sul tuo onore che non giuocherai più? ripigliò sorridendo di gioia e dopo un certo silenzio il marchese.
—Sì, glielo prometto in parola d'onore e colla sicurezza di mantenere la mia promessa.
—Tu devi sapere Enrico, che a' miei tempi ho giuocato molto anch'io. Allora il giuoco era di bon ton, non era proibito, lo si faceva in pubblico. Il governo straniero usava di questo mezzo per demoralizzarci, per distoglierci dalle idee di patria e di indipendenza. Vedi dunque che ti parlo con cognizione di causa. Fin d'allora mi capitava sempre, che perdendo, io pagava puntualmente entro le ventiquattr'ore il mio debito; ma se vincevo pochi lo pagavano a me.
—Possibile?
—Possibilissimo mio caro Enrico. Credilo pure; la gente che paga i debiti di giuoco non è a questo mondo che un decimo di quella che non li paga. Questa almeno è la statistica della mia dolorosa esperienza! Non so se gli altri saranno stati più fortunati di me nella loro vita. Ma è così! Ora capisci bene. Se tu quando perdi sei certo di dover pagare, e quando vinci sei certo di non essere pagato che dieci volte su cento… la cosa diventa molto seria. Sarebbe necessario perchè tu restassi almeno in pace che vincessi novantacinque volte su cento; il che assolutamente non è possibile avvenga. Hai fatto bene dunque a promettermi che non giuocherai più.
E qui si mise a parlargli di tutt'altro.
Il marchese artista nell'anima tempestava Enrico di domande sulla sua posizione, sulla pittura, sulle sue idee circa le due scuole, sulle sue speranze di farsi un nome, sull'avvenire sognato.
Enrico s'accalorò in quel dialogo. Il marchese godeva enormemente a sentirlo parlare così modesto, così schietto, così sincero e così pieno di illusioni.
—Ma non credi tu—gli disse a un certo punto—che il positivismo, il realismo e la democrazia abbiano a uccidere l'arte?
—Ah, marchese, al contrario! L'esaltazione del popolo sarà l'esaltazione dell'arte.
Il marchese crollava il capo sorridendo.
—Ah, entusiaste!
—Non lo crede lei?
—Io no davvero,—rispondeva il marchese.—Il popolo, e per popolo m'intendo quella parte della popolazione d'un paese che si stacca dall'aristocrazia illuminata e dalla borghesia ricca e studiosa, il popolo non sente bisogno dell'arte, nè la capisce. Mancando assolutamente di sentimento estetico come vorresti tu ch'essa amasse il bello nelle sue manifestazioni?
—Eppure se c'è un'esposizione di quadri e di statue vi accorre…!
—Il popolo no, non se ne cura. La statistica della affluenza del pubblico alle esposizioni parla chiaro. In ogni modo anche i pochi che ci vanno non vi sono attirati dal bisogno di ammirare il bello, ma dalla curiosità di veder nei quadri dei fatti interessanti, allegri o pietosi. Il quadro sarà pessimo come arte, ma rappresenterà qualche fatto ben volgare, ben chiaro, che squadri al popolo? Sarà il prediletto da lui. Esso non s'accorgerà che artisticamente parlando il quadro è uno sgorbio, un abbominio. Il popolo non monta verso l'arte se non quando l'arte discende giù fino al volgo. E il naturalismo stesso, l'impressionalismo, di cui tu mio caro Enrico, ti dichiari seguace e cultore, non è forse l'arte che abdica in favore dei grossi istinti del volgo?
Enrico era impaziente di andar a pagare i debiti fatti la sera prima. Erano i primi debiti di sua vita e gli rimordevano la coscienza. Diede dunque ragione al marchese e se ne andò ringraziandolo di nuovo con espansione.
Prima di spiccarsi dal suo vecchio amico, questi aveva cavato da una cartella che stava sulla tavola un foglio di carta e accostando alla mano di Enrico il calamaio gli aveva detto:
—Scrivimi qui la ricevuta e la promessa di non più giuocare.
Enrico si dichiarò debitore delle tremila lire al marchese e promise nella ricevuta di restituirgliele quando fosse andato in possesso della propria sostanza.
Della mesata insufficiente fissatagli dal tutore non si fiatò. Non si ricordò di parlarne.
Il marchese non gli aveva neppur lasciato il tempo di spiegare la cosa, e quando Enrico s'era trovato esaudito, col danaro in mano, s'era scordato di entrar in quell'argomento.
Enrico corse a casa di Sappia, a cui raccontò il rabbuffo e la crudeltà del tutore e il bel tratto del marchese d'Arco. Volle andar egli stesso nella bottega della Romea, a portarle i suoi trecento franchi, che gli bruciavan le dita e dovette spenderne un'altra quarantina di giunta, in bottiglie di champagne, ch'essa gli appioppò senza che lui, timido ancora, osasse di rifiutarle.
Poi, con Sappia, ritornò a casa.
—Parlerò io al tuo signor zio antidiluviano—aveva sclamato il Sappia quando Enrico gli aveva raccontato del fiero rabbuffo avutone.—Lui li chiama minuti piaceri? Altro che minuti! Impercettibili, microscopici… piaceri!
Il notaio a stento acconsentì di portar l'assegno di Enrico da duecentocinquanta a trecento franchi al mese.
—Domando io caro signor marchese—gli disse congedandolo, e colla più profonda convinzione di dir cosa sensata ed onesta—domando io come potrà mai arrivare a spendere più di otto franchi al giorno fuori di casa?
—Nei mesi di trentun giorni e negli anni bisestili—disse il Sappia con una finissima ironia che il tutore si guardò bene dal notare—gli otto franchi al giorno sì può calcolare che diventino soltanto sette e novantadue centesimi.
—Ho fatto un buco nell'acqua—diss'egli tornato che fu all'Enrico, il quale non s'aspettava nemmeno i cinquanta franchi d'aumento—Bisogna che tu faccia la lite al testamento di tuo padre, che ti ha voluto tener sotto a quel mastodente fino ai ventiquattr'anni; se no finirai, col rovinarti moralmente e materialmente, te lo dico io!
—No—rispose Enrico.—Prima di tutto io non vorrei fare questa lite, neppure nel caso che non offendessi l'ultima volontà e la memoria di mio padre. In ogni modo, dato che il tribunale mi desse torto, io sarei perfettamente rovinato, giacchè avrei fatta opposizione; e tutta la sostanza andrebbe ai gesuiti che stanno aspettando al varco la preda, È meglio ch'io mi stia ai primi danni.
* * * * *
Così erano passati circa due anni, e a dispetto dei trecento franchi al mese, Enrico O'Stiary era diventato uno dei giovani più brillanti di Milano. Cavalcate, scarrozzate, scherma, cene, club, ballerine, e pur troppo di nuovo, il giuoco—nel quale era ricascato con vivo, quantunque inutile rammarico, con profondo, ma pur vano rimorso—erano le occupazioni delle sue giornate e delle sue notti. E la povera Elisa trascurata, infelice, ma orgogliosa nel suo dolore s'era fatta intanto donna.
Il tutore non badava più all'Enrico.
Disperava di cambiargli la testa. "Chiudeva un occhio per non inquietarsi" come diceva lui.
Il marchese d'Arco dal canto suo, il quale vedeva il suo giovane amico far la vita del gentiluomo, e non s'era curato mai di sapere quale somma il tutore gli avesse fissato pei minuti piaceri, era ben lontano dall'idea ch'egli si stesse rovinando a bagno maria. Egli poi non sospettava che Enrico si fosse rimesso a giuocare. Gli sarebbe parso fargli uno sfregio pensando che un'O'Stiary avesse potuto mancare così alla parola d'onore.
Quando si trovavano parlavano d'arte, di cavalli, di politica, e le miserie umane le lasciavano da parte.
Enrico dal canto suo, si guardò bene dal ricorrere un'altra volta al marchese per denaro, e lo schivava come un rimorso. Il Sappia pensava largamente a tutto. Suo padre e sua madre gliene davano in una certa abbondanza, ed egli aveva un credito grande presso gli usurai! E anche lui—lo sciagurato—faceva delle orribili operazioni a babbo morto!
Ma era venuto un bel giorno che anche il Sappia erasi trovato nella necessità di chiedere danaro ad Enrico.
Il povero giovine gli avrebbe data la vita, ma non aveva che i suoi duecento franchi al mese.
Risolse di farla finita col tutore; di parlargli fuor dei denti, di ottenere insomma quello a cui gli pareva di aver diritto.
Ci pensò un paio d'ore, poi piuttosto che aver a fare con don Ignazio si aperse alla balia.
La balia gli aveva detto di avere dodicimila lire alla Cassa di risparmio.
Non lasciò che l'Enrico terminasse la frase; corse per quanto glielo permettevano i settantanni nella sua camera, e portò al contino le dodicimila lire in tre bei libretti puliti e fiammanti ch'era un piacere a vederli.
—Ma no, non voglio, non voglio—diceva Enrico colle lagrime agli occhi.
La balia alzò la destra, e con una specie di entusiasmo, sclamò:
—Ma non è forse roba sua codesta? Quale uso più degno potrei fare di questo danaro… io che non ho più nessuno al mondo?
* * * * *
Pochi mesi dopo convenne di nuovo rivolgersi altrove.
Il tutore, quand'ebbe messa da parte del tutto la speranza di vedere il conte far giudizio, pensando al giorno ormai vicino in cui gli sarebbe toccato rassegnargli la sostanza taglieggiata e forse perduta, intieramente aveva cominciato a cercarsi dattorno un altro sposo per la sua Elisa, che già aveva trascorso il diciottesimo anno.
Egli comandò a sua moglie di far di tutto per disingannarla nel caso ch'ella nutrisse ancora qualche speranza di diventare la moglie del contino e si mise a sparlare a tavola del suo pupillo e a tentar di metterglielo in mala vista.
Ma egli non pensava che dieci anni di pensieri e d'illusioni accarezzate non si distruggono in un giorno!
L'uomo adatto, del resto non tardò a presentarglisi sotto la miglior luce del mondo. Era Aldo Rubieri—che s'era fatto un bel nome e una bella sostanza, e che quantunque artista, parve al babbo un modello di uomo serio e un marito esemplare.
* * * * *
Chi mai avrebbe detto a Enrico O'Stiary che quei cinquanta franchi da lui con lieto animo versati nella borsa di Luisa a titolo di beneficenza la sera d'un giorno d'autunno del 1866, dovessero essere il primo anello di una lunga e disastrosa catena di sagrificî, di spese, di perdite, di debiti, di rovesci, che lo dovevano condurre tre anni dopo, quando egli era lì lì per aver la piena disponibilità della propria sostanza, ad essere un uomo rovinato?
Ma sopratutto chi gli avrebbe detto che la causa principale, la causa effettiva del suo rovescio, non doveva essere nè l'amico Sappia, non doveva essere la Luisa, non doveva essere il giuoco, ma piuttosto la gretta protervia del suo tutore, che aveva negato fin dal principio di fissargli quel tanto, che nella sua posizione era necessario?
II.
Aldo Rubieri, nel tempo che aveva molti debiti e poche commissioni, abitava fuori di una porta della città. Si era fatto corpisantino, e là nel sobborgo, teneva abitazione e studio. Pagava una miseria di affitto, e dalle sue finestre vedeva d'estate molto verde, e d'inverno, se fosse nevicato, molto bianco.
Quando poi diventò poco meno di celebre, ed ebbe soddisfatti i suoi pazienti ed onesti creditori, egli si era talmente affezionato a quella residenza che non aveva più voluto venir in città, quantunque l'aria assai democratica, che tirava nel sobborgo non fosse quella delle sue convinzioni assai moderate.
Comperò dunque la casetta, e in essa si creò il suo nido dell'arte e della vita.
Lo studio, che solo conservò tal quale, era per lui popolato da tutte le imagini, da tutte le finzioni, da tutti i progetti della sua geniale fantasia; memorie imagini, finzioni che gli avevano procacciata l'ambíta fama e la invidiata agiatezza.
Gli pareva che le vicende della sua vita abbastanza travagliata, gli dovessero sfumar via d'un tratto, se avesse mutato di casa e aveva giurato di finire in essa la sua fortunata carriera.
La casetta, dall'umile apparenza, ma tutta leggiadra e artistica di dentro, era da vari anni visitata dagli stranieri. Aldo Rubieri aveva scritto a Bedeker di farne un cenno, nella sua nuova Guida d'Italia, e Bedeker infatti nel capitolo che riguardava Milano, parecchi anni or sono, vi aveva fatte due aggiunte: il vaporino illuminante in circolo la cupola della Galleria Vittorio Emanuele e lo studio di Aldo Rubieri.
* * * * *
Una piccola carovana, uscita dall'albergo Reale un dopo mezzodì di agosto del 1869 s'avviò allo studio di Aldo Rubieri. Per risparmio di ciceroni quella carovana era composta di elementi assai eterogenei. In testa camminava un Francese con quella noncurante serietà che caratterizza la gioventù della giovine Francia, più gloriosa ancora dopo i rovesci, uno di que' Francesi che in Italia stanno sull'occhio per non essere creduti, brillanti a spasso, e che non hanno difetti in fuori di quello di sprezzar troppo la roba straniera.
Dopo lui scarpinavano, coi loro piedoni piatti, due rappresentanti della vecchia Albione, un mister ed una mistriss.—Anch'essi non presentavano alcuno di que' tratti caratteristici e ormai diventati comunissimi, che si usa di attribuire molto volentieri agli Inglesi in viaggio. Non enormi guide sotto il braccio, non indecenti spolverine, non scarpaccie infangate ed eccessivamente lunghe. Di inglese essi non avevano neppur il colore dei capelli.
Alla retroguardia seguivano altre quattro persone, di cui tre uomini e una donna. Costoro che avevano veduta la luce sulle sponde del Danubio erano invece biondissimi.
Il Cicerone dell'albergo chiudeva la marcia.
La zitellona tedesca poteva avere un trentatrè anni; più al di là che al di qua. A diciotto ella poteva essere stata una bella biondona. Suo padre e suo zio, mercanti di oggetti artistici, stavano disputandosi in dialetto viennese sul merito relativo degli scultori italiani, le cui statue era capitato loro qualche volta di comperare a Milano per cinque e di vendere a Vienna per cinquanta.
La zitellona camminava in mezzo a loro due. Quello a destra, sosteneva che al giorno d'oggi non era possibile più il vendere che pattini e quadri di genere; l'altro, che due giorni prima aveva comperate parecchie tele di stile classico, negava che il realismo in arte potesse mai avere fortuna. Entrambi però erano d'avviso che lo stile austriaco non avesse confronti "quella maniera larga di dipingere in tinta gialla che fa credere tutta roba da museo anche i quadri di un anno" essi la ritenevano la miglior pittura che fosse al mondo.
Si sa bene che ognuno ha il suo orgoglio nazionale!
A un certo punto s'interpose il Cicerone. Era costui un personaggio autorevole in fatti di giudizî di pittura. Lo aveva lodato perfin il povero Rovani, che certo non abusava della lode. Era costui un Modello incanutito fra i cavalietti e gli scalpelli che adorava Aldo Rubieri fino alla esagerazione, di quell'amore entusiastico e un tantino irragionevole, di cui non sono capaci che i figli d'Italia:
—Scusino, signori—diss'egli in tedesco—nessuno dei giovinetti che cominciano ora ad esporre promette di giungere alla grandezza di Aldo Rubieri.
E nel pronunciare questo nome il suo occhio semispento brillò di un insolito guizzo di luce.
—Da quanto tempo è diventato celebre il nostro bravo Aldo?—chiese uno dei due viennesi, il padre della zitellona.
All'udire quella frase confidenziale il Cicerone ne fu quasi scandalizzato. Guardò l'austriaco con una inenarrabile occhiata di compatimento, e disse:
—Conoscete forse mein herr, il grande scultore Aldo Rubieri?
—Se lo conosciamo? Altro che!—rispose l'Austriaco, guardando a sua figlia che si fe' un poco ciliegia, e che sorrise misteriosamente.
—Ed è perciò che vi domandavamo da quanti anni sia diventato celebre, giacchè noi sono ormai più di dieci anni che non l'abbiamo più veduto, e quando l'abbiamo conosciuto noi non lo era ancora.
—Dal primo suo gruppo, che fu premiato dall'Accademia e venduto per quarantamila franchi—rispose il Cicerone.
—Bella somma!—sclamò lo zio.
—Un gruppo alto un metro—aggiunse il Cicerone.—Ma la sua fama il signor Aldo la deve ancora più al suo modo originale di trattare cogli eroi della democrazia che per altro. Le opere, si sa bene, finchè un artista è vivo, saranno sempre criticate; ma la indipendenza del suo carattere e il suo magnifico disinteresse faranno sempre sul popolo un grandissimo effetto. Egli è capace, se non gli garba il soggetto, di rifiutare una commissione, che gli frutterebbe molto danaro. Dopo l'immenso successo del suo ultimo gruppo, il generale Garibaldi gli ordinò, un gruppo di soggetto repubblicano che un Inglese gli avrebbe pagato cento mila lire. Credete voi che egli abbia accettata la commissione? Neppur per ombra. Io ero presente quando Aldo Rubieri rispose al messo di Garibaldi, che era venuto là in studio a portargli la ordinazione, credendo di fargli un grande onore:
"Dite al generale, che cento mila lire per un gruppo alto un metro e mezzo è troppo! E che io non ho tempo per un simile lavoro."
—Ciò è bello!—sclamò la zitellona.
—Ciò è stupido!—disse il padre.
—Ciò è assurdo!—osservò lo zio….
—Un'altra volta, sarà una settimana, cacciò fuori dal suo studio un principe russo che voleva sforzare la porta per correr dietro alla signora Nanà.
Al nome di Nanà, tre esclamazioni contemporanee uscirono dalle bocche austriache.
—Ah!
—Ih!
—Oh!
Il Cicerone, sorpreso, si arrestò di botto.
—Chi è la signora Nanà?—fu prima a parlare la zitellona.
—Chi è la signora Nanà?—disse quasi contemporaneamente, il padre.
—Chi è la signora Nanà?—stava dicendo lo zio a sua volta; ma si tacque, udendo che la domanda veniva già fatta dagli altri due.
—Nanà è la più bella donna del mondo—rispose enfaticamente il Cicerone.—Nanà è un'artista francese, che ora serve di modella per la Venere contemporanea.
—Venere contemporanea?—sclamò Leopoldina—cosa vuol dire?
—Vuol dire una Venere decente—rispose il Cicerone—una Venere non del tutto ignuda; una Venere della quale si vedano e si indovinino le forme divine in quelle parti decenti, che sono divinamente formate dalla natura e si dissimulino le parti che le donne del giorno d'oggi hanno meno belle, e che non si devono rappresentare.
—In tal caso—osservò con un certo acume uno dei due Tedeschi—non arrivo a capire il perchè si parli di Venere, che viceversa è il nome di una Deità molto classica e interamente nuda.
—È vero!—sclamò il Cicerone, colpito da questa osservazione.—Ma debbo dire che in caso l'errore è tutto mio. Io sono vecchio e non ho potuto ancora svestirmi totalmente dei pregiudizi classici. La statua del mio maestro sarà un'opera d'arte che protesti energicamente contro l'invasione moderna dell'impressionismo, del realismo e della sprezzatura esagerata nella divina arte scultoria, che deve essere liscia e finita e non brizzolata e rugosa come la robaccia della scuola nuova.
I forestieri capivano e non capivano.
Il Cicerone era come invaso da un santo sdegno.
—Ma dunque—uscì finalmente a dire il padre—il signor Aldo crede ancora possibile una Venere, dopo tante che ce ne lasciò l'antichità?
—Perchè no?—proruppe il Cicerone.—La bellezza non è forse eterna?
La bellezza del nudo non tramonta mai!
—È tanto bella?—domandò di nuovo la donna—questa signora Nanà?
—Bella è, secondo me, una parola un poco insignificante per esprimere che cosa sia la signora Nanà. Essa è un portento.
—Dicevate dunque—disse il padre austriaco, quasi volesse stornar il discorso dalle imagini troppo estetiche….
—Io stavo dunque dicendo—ripigliò il Cicerone—che Aldo Rubieri è ancora più in voga pel suo carattere che pe' suoi lavori, e raccontavo che aveva cacciato fuor dallo studio il principe russo, mentre il giorno dopo aveva spalancata la porta del suo più segreto penetrale ad un povero pittorello di Roma, che viaggiava per istruzione col sacco in spalla; egli fece colazione con lui nel giardino incantato.
—Ah, c'è anche un giardino incantato?—domandò la matura fanciulla spalancando gli occhi grigi.
—Incantato, per modo di dire—rispose il Cicerone—ma è tanto più incantato dopo che lo frequenta la signora Nanà, giacchè, secondo me, un luogo dove regna e dove respira, foss'anche una mezz'ora al giorno, una creatura come la signora Nanà, quello diventa per forza un luogo incantevole.
I sei occhi dei tre personaggi austriaci s'incontrarono.
Parvero dire colla loro espressione desolata, il volgare "siam fott… o regina!"
* * * * *
—Continuate—ripetè il padre.
—L'avere ricevuto così intimamente lo scolaro povero, dopo aver cacciato, senza complimenti, un principe arcimilionario, fece chiasso. Tanto più quando i giornali liberali, nemici di Aldo Rubieri, raccontarono che il supposto studente di pittura di Roma non era altro che un povero imbianchino di stanze. Allora egli fece una risposta che chiuse la bocca a tutti. Egli dimostrò come un imbianchino valga sempre più di certi giornalisti, per la ragione che questi, sporcando della carta bianca, le toglievano ogni valore commerciale; mentre quello, imbiancando pareti sporche, ridonava ad esse molto valore commerciale.
Quando poi lo scolaro andò a scusarsi d'essere stato causa involontaria della polemica, egli lo consolò dicendogli: "Lasciate scrivere. Sono i pittori invidiosi, che ispirano i cattivi giornalisti. Ma io conosco degli imbianchini che valgono molto più di quei pittori. Giacchè gli imbianchini raggiungono sempre e bene il loro scopo, che è quello di pulire e render lieti i locali, mentre certi pittori, non solo non lo raggiungono mai, ma lo tradiscono e lo deturpano, sporcando delle candide tele. Del resto, che gran differenza c'è fra un pittore e un imbianchino? La sola, veramente grande, è che il pittore adopera un pennello a manico breve e la tavolozza, mentre voi altri adoperate il pennello a manico lungo e la secchia. L'ingegno solo fa la grande distinzione; ed io, fra un imbianchino d'ingegno e un pittore asino, scelgo subito l'imbianchino.