—Parlateci ancora di questo giardino misterioso e incantato—disse la zitellona, crollando il caposorridente per le sortite del vecchio Cicerone.
—Oh, molto misterioso!—sciamò questi alzando gli occhi al cielo.—Si può dire che dopo me non vi siano a Milano che tre persone, le quali abbiano avuto la immensa fortuna di spingere lo sguardo in quel sacrario dell'arte viva.
—E voi siete del numero?
—Io sono del numero—rispose il vecchio sollevando orgogliosamente la bella testa di Cristo invecchiato.
—C'è speranza che noi, colla vostra autorità, e come amici vecchi di
Aldo Rubieri, possiamo essere introdotti?
—Voi, amici vecchi?—sclamò il Cicerone.
—Non sapete forse che Aldo, quando aveva 20 anni, era a Vienna con suo padre?
—Ah, è vero!—sclamò il Cicerone, portando la mano alla fronte.—Non mi ricordavo più che egli è figlio di un colonello di stato maggiore al servizio di casa d'Austria.
—Dunque?
—Dunque che cosa?
—Potremo noi vedere il giardino incantato?
—Oh, impossibile!
—Potreste voi almeno descrivercelo?
—Impossibile anche questo. Ho data la mia sacra parola d'onore al maestro, che non avrei tradito mai il segreto della sua dimora.
I tre Viennesi tacquero e ciascuno si mise a mulinar a suo modo.
Ma in quel punto erano arrivati dinanzi alla casetta di Aldo Rubieri, e s'arrestarono.
* * * * *
A Milano, come dovunque, ci sono delle abitazioni dove tutto va male, tutto dà noia, tutto vi sta a disagio; e ve n'ha delle altre, dove tutto gioisce, tutto dà piacere, tutto risplende.
Entrando nelle prime, trovi un portinaio ciabattino, che vive in un bugigattolo buio ed infetto. Il tanfo vi è nauseante; sui gradini della scala vi si scivola; gli usci si direbbe si lamentino di dover girare sui cardini; le persiane, spalancate, si rinchiudono sgarbatamente in faccia; gli scarafaggi ed i topi sono padroni della cucina; i cimici, del letto; le faine, del solaio; le lumache e gli scorpioni della cantina; il pozzo dà l'acqua cattiva; un cane rinchiuso guaisce tutte le notti; un ragazzo caparbio vi strilla ogni mattina; un suonatore di tromba vi studia ogni mezzogiorno; delle casigliane pettegole vi si picchiano ad ogni calar della sera; il padron di casa usa mandar delle lettere insolenti; il ragioniere ha il fiato che ammorba… e via dicendo.
Entrando nelle seconde, il cuore si allarga. Tutto vi spira l'ordine, la pulizia, la pace, il benessere. Si direbbe che queste case benedette furono costruite da operai intelligenti, e siano abitate da gente di buon gusto.
Tale apparve ai viaggiatori la dimora di Aldo Rubieri.
Appena giunte, la zitellona alzò la testa e s'imbattè in una scena graziosa.
Sotto un portichetto, lieto di verdura in un angolo, una rondine aveva costruito il suo nido e giungeva volando alla pensile capannina, nel momento che i viaggiatori si arrestavano dinanzi alla porta della casa. Spaventata nel veder tanta gente, la rondine svolazzava trissando intorno al nido quasi volesse attirare a sè tutta l'attenzione di quegli stranieri per distrarla dai suoi cari implumi.
La zitellona si fece malinconica. Forse un assalto di nostalgia l'aveva presa.
Non c'è come la rondine per ridestar nel cuore la memoria della casa lontana.
In quel punto un colpo di martello fece trasalire la Tedesca.
Il Cicerone aveva picchiato alla porta chiusa col battente di bronzo.
In una delle imposte si vedeva inchiodata una placca di terso ottone su cui stava scolpito un Rubieri, senz'altro.
Doveva bastare!
* * * * *
Il Cicerone dato il colpo si volse a' suoi compagni e disse:
—Ora ci toccherà forse di aspettare un quarto d'ora; ma guai se io rinnovassi il colpo; potremmo star qui due ore, che nessuno più verrebbe ad aprirci.
—Perchè?
—Perchè la signora Marietta pretende di non essere sorda, ma confessa di essere molto pigra.
Questa volta però il fatto smentì il pronostico. La porta si schiuse poco stante, e una donna s'affacciò al varco, domandando:
—Chi è?
—Forestieri che desiderano di visitare lo studio e parlare al maestro—rispose il Cicerone.
E lanciò alla donna un'occhiata espressiva che voleva dire: "Gente per bene, bisogna esser gentile."
La donna aperse il battente, si ritrasse, e pronunciò il sacramentale:
—Restino serviti.
La carovana attraversò un atrio pompeiano, dove sul muro videro graffite delle figure bellissime di fanciulli ricciuti, di vergini con anfore in mano e di satiri con tirsi inghirlandati di pampini, saltellanti e festosi.
Il Francese che fu il primo a vederle, ristette; e il Cicerone cominciò la sua spiegazione:
—Questo atrio venne terminato soltanto l'altro giorno. Questo genere di pittura a chiaroscuri e con linee profonde comuni a Pompei, si chiama graffito. Questo pattino che vedono, è il ritratto del figlio della signora Nanà, sopra fotografia, giacchè il Louiset è rimasto a Parigi colla zia.
Questo nome scosse nuovamente la zitellona e i due Ausriaci. Ma nessuno dei tre osò fare una domanda sul figlio della signora Nanà, che non era punto bello, ma che era maestrevolmente disegnato.
Ammirato che l'ebbero, s'avviarono verso il viridario contornato di portici, precisamente come si usava nell'antica Roma. Una vaschetta di marmo bianco, con zampilli uscenti dal corno di faunetti di bronzo, sorgeva nel mezzo del giardinetto spandendo intorno una grata frescura.
—Questo lo vedremo meglio dopo, uscendo per di là—disse il Cicerone svoltando a destra in coda alla signora Marietta, che aveva schiuso un uscio.
Sulla soglia del quale gli stranieri lessero il classico Salve, poi entrarono.
La scena mutava d'aspetto.
Pompei cedeva il campo al più ferreo dei medî evî risuscitati.
Come una di quelle dimore di Fata, che sorgono dal suolo nei sogni che seguono la lettura dei romanzi di Scott o della Radeliffe, così il salotto dove erano entrati gli stranieri parve ad essi la viva e reale imagine d'una stanza di antichissimo castello feudale.
Il presente scomparve ai loro occhi come per incanto. Si guardarono l'un l'altro, quasi fossero sorpresi di trovarsi vestiti di panno e col cappello a tuba in mano. Una specie di estasi medioevale li invase, e provarono nell'anima un ridestarsi confuso di tutte le memorie romantiche della lontana gioventù. Parte a parte non c'era moltissimo da ammirare. Appiccicati alle pareti, non ricchi trofei di armi in simetria, come è l'uso comune delle odierne sale d'armi. Ma si sarebbe detto da una certa rastelliera e da certi cappucietti come dimenticati sul davanzale d'una finestra, che un falconiere fosse uscito di là poco prima, dopo aver addestrato il falco; si sarebbe detto che il giullare avesse lasciato su una sedia il suo berretto a sonagli; che l'armigero e il balestriere avessero deposta poco prima in un canto, uno la picca, l'altro la balestra; che la castellana passando, avesse profumato quell'aura cogli aromi che il marito crociato le aveva recati dall'oriente.
Ciascuno di quei viaggiatori ebbe la propria impressione storica.
Al Francese parve di respirar un'aria tutta pregna di effluvi merovingi.
Alla zitellona sembrò di calpestar la polvere dei seguaci dell'interessante giovinetto svevo, venuto a morire in Italia sotto la mannaia di Carlo d'Angiò.
Gli Inglesi credettero sentir un bisbiglio di voci dei guerrieri di
Riccardo Cuor di Leone.
Chi non provò nulla di tutto questo, furono i due Austriaci. Non avevano l'incornatura romantica loro!
La carovana, ammirando in religioso silenzio, passò ed entrò in una seconda camera tutta parata di giallo, in stile moderno. Quelle fisonomie già pallide soffuse dal colore delle cortine e delle tappezzerie si fecero cadaveriche.
L'artista aveva il capriccio di vedere sulle linee faciali de' suoi visitatori questo effetto di tinte, non già pel gusto di trovare il genere umano più brutto di quello che esso sia realmente, ma per studiare il cambiamento di linee, di toni e di riflessi, allorchè dal giallo i visitatori passavano allo scarlatto dell'attiguo salotto.
—Si fermino qui un momento che io vado ad avvisare il maestro della loro venuta—disse Mattia il Cicerone, mentre la signora Marietta era scivolata fuori dalla camera da un uscio di fianco.
* * * * *
Mattia Corvino—tale era il nome del vecchio—s'accostò ad un uscio di contro a quello per cui era entrata la comitiva, piegò l'indice della mano destra con una specie di religioso raccoglimento e colla nocca picchiò un colpetto discreto, tendendo l'orecchio.
Egli era compunto. Egli stava per comunicare coi due idoli del suo cuore, e l'atteggiamento della sua persona, pigliava un'apparenza di devozione.
Nessuna risposta dal di dentro.
Tornò a picchiare più forte, tornò ad origliare, e nulla ancora.
Allora alzò con una certa soavità la mano alla maniglia dell'uscio, lo aperse e scomparve per esso, dicendo con voce flebile l'indispensabile:
—È permesso?
Mattia Corvino era entrato nel gabinetto di lettura di Aldo Rubieri.
Lo scultore infatti non aveva soltanto uno studio, ma anche uno scrittoio. In faccia a qualche suo collega scapigliato Aldo aveva un gran torto quello di non odiare la coltura e la letteratura.
La stanzina parata di rosso conteneva una bella libreria tutta piena di libri d'arte, di romanzi, e di poesie. Una magnifica scrivania—come non se ne vedono certo in casa dei letterati—tronava in fondo al gabinetto di fianco alla finestra. Intorno intorno sulle pareti dei piccoli capolavori di pittura e di scultura.
Questo nido della intelligenza gli aveva meritato da alcuni colleghi, il sopranome di aristocratico. Dico alcuni, che per fortuna si possono contar sulle dita; e non sono neanche da confondersi costoro, con quei molti, che detestano la letteratura soltanto in apparenza, e non tengono in casa nè libri, nè calamai, nè penne, ma conoscono i letterati e li ascoltano, e ne sono amici.
La è piuttosto un'abitudine e una jattanza che un'antipatia; giacchè modesti e avidi di sapere, vivono talvolta cogli uomini di lettere e di scienza meglio e più a lungo che coi loro stessi colleghi.
I pochi invece che davano dell'aristocratico a Rubieri nutrono un vero e alto disprezzo per tutto ciò che non è colore o scalpello; negano che l'arte abbia bisogno di coltura, giacchè per essi l'intenzione è tutto; chiamano imbrattacarte gli scrittori ed i critici, e disprezzano e odiano la letteratura e anche l'acqua, tanto per uso interno come per uso esterno.
Aldo Rubieri che aveva fatto anche lui la sua carovana artistica ed era stato assai povero, per ispirito di reazione, aveva forse esagerato il tipo opposto. Appena uscito dalle angustie egli si era rifatto gentiluomo perfetto. Il cappello a tuba in capo, la cravatta nera, le mani guantate, spesso gli stivali lucidissimi; in casa poi aveva accomodato il suo studio letterario con infinita cura e lo aveva affidato alle sollecitudini, allo strofinone e al pennacchio della signora Marietta, che lo teneva lindo e splendido come un gioiello.
—Non c'è—sclamò Mattia Corvino, dopo essersi guardato intorno.—Sarà dunque nello studio.
E ristette un poco pensieroso.
Mattia Corvino, lo sappiamo già, aveva per Aldo Rubieri e da pochi giorni per la signora Nanà, una di quelle adorazioni che in certe anime foggiate a bella posta, possono elevarsi fino al sagrificio della vita. Quando entrava in quelle camere egli si sentiva preso da un senso di altissima venerazione, come si dice che Mosè lo provasse sull'Orebbo, quando s'accorse che il suo piede stava per calcare il sacro suolo. Mattia era tale che se lo scultore glielo avesse permesso, si sarebbe volentieri cavate le scarpe per entrare là dentro.
—Forse egli è là con quella tentazione di sant'Antonio—pensò Mattia prima di ricominciare sul nuovo uscio la stessa manovra di poco prima.
Egli chiamava a suo modo Nanà: la tentazione di sant'Antonio.
—Alla fine si decise e diè un altro picchietto sull'imposta.
—Una voce maschia e sonora rispose di dentro:
—Chi è?
—Mattia—rispose il vecchio trattenendo il respiro.
Un bisbiglio di voci, accompagnato da un melodioso e fresco scroscio di riso accompagnò la risposta del Cicerone.
—È lei!—pensò.
E dovette sedersi per l'emozione.
—Dio fa ch'ella posi—continuò in cuor suo e che essa non abbia oggi il capriccio di considerarmi come un uomo di questo mondo.
* * * * *
Questa frase di Mattia giungerà forse oscura a qualcuno.
Mattia Corvino s'era infiammato di Nanà come s'infiammano talvolta certi vecchi artisti dopo averla veduta a posare nuda nello studio del suo scultore.
La artistica nudità femminile al giorno d'oggi ha perduto—per colpa de' gesuiti—tutta la famosa ingenuità del mondo antico. Noi non sappiamo più imaginarci un corpo di donna bella, quale pur fu creato da madre natura, senza dei sussulti peccatori. Le innocenti nudità sono un mito per noi.
Nei boschi della Grecia le Driadi, e le Nereidi sulle rive del mare, noi non sappiamo più imaginarcele; come non sappiamo più vedere nè Veneri, nè Ninfe, negli studi dei nostri scultori. Le Driadi e le Nereidi del giorno d'oggi tutt'al più si chiamano forosette e bagnanti e osservano fior di regolamenti della scuola di nuoto e pagano fior di multe se li trasgrediscono. Quanto alle Ninfe e alle Veneri negli studi degli artisti oggidì si chiamano semplicemente Modelle.
—Entra Mattia—disse la voce—dopo un breve silenzio, durante il quale il Corvino era stato ad aspettare origliando all'uscio, coll'ansia istessa con cui un imputato sta ascoltando il presidente che gli legge la sentenza di assoluzione.
All'invito il vecchio sprigionò dal petto un sospirone, schiuse l'uscio ed entrò.
* * * * *
Lo spettacolo che s'offerse agli occhi di Mattia non era nuovo per lui ma era solenne.
Nondimeno Nanà con un moto istintivo, aveva rilevato fino all'anca il lembo dell'arazzo che le stava a larghe pieghe posato sotto i piedi nudi, e aveva guardato placidamente, e come se nulla fosse, in viso a Mattia Corvino che entrava.
È assioma che la mano, la quale pudicamente rialza o abbassa un velo, fa pensare assai più a ciò che essa vuol nascondere che al pudore che nasconde. Nondimeno se ciò paresse strano a qualche lettore, che si ricorda come Nanà quando a Parigi Labordette le aveva detto ch'ella avrebbe posato per la testa e per le spalle dinanzi allo scultore che doveva modellarle la Notte pel suo nuovo letto avesse risposto:
"Je me fiche pas mal du sculpteur qui me prendra." Se quel moto di pudore, ripeto, paresse strano al lettore io non saprei dargli torto, giacchè egli non conosce ancor nulla della piccola trasformazione morale che Nanà aveva subita nei pochi giorni di sua dimora a Milano.
Nell'ambiente serio e sconosciuto nel quale s'era messa "la bonne fille" subiva un cambiamento ne' suoi istinti di donna, la quale non sarebbe apparsa tanto corrotta neppur a Parigi se il cinismo degli uomini non l'avesse resa tale.
—Che c'è?—domandò Aldo Rubieri.
Mattia distaccò a stento gli sguardi dal tesoro di formosità, che dall'anca in su gli si presentava di contro e rispose con voce commossa:
—Forestieri… seccature che vorrebbero parlare con lei. Ecco il biglietto di visita d'una signora.
Aldo lo prese:
—Leopoldina Rickherwenzel!—sclamò con grandissimo stupore.—Chi vedo! Che fosse colei? A Milano? Possibile! Dimmi Mattia, che figura ha?
—Bionda…, magra, alta….
—È lei, è lei!
—Che età?
—Io le darei dai trenta ai trentaquattro anni….
—È lei! Non c'è dubbio!
—Dev'essere stata bella, da ragazza—aggiunse Mattia coll'aria d'un conoscitore.
—Dovrò io riceverla?—pensava intanto lo scultore.
—Chi è questa donna che cerca di voi?—domandò Nanà in discreto italiano.
—Oh, una vecchia conoscenza di Vienna.
—Una antica amante?
—Pressapoco.
E qui successe un poco di silenzio.
—Se io vi pregassi di non ricevere questa vostra antica fiamma, cosa direste di me?—fece Nanà questa volta in francese.
—Davvero?—sclamò Rubieri con una punta di ironia nella voce e nello sguardo.—Chi l'avrebbe detto!
—Chi l'avrebbe detto?—ripeto Nanà.—Sapete che questo mi ha l'aria di una impertinenza?
—No—rispose lo scultore—è semplicemente un'esclamazione.
—Ebbene—ripigliò Nanà—senza tanti discorsi, ditemi francamente se mi fate o se non mi fate il sagrificio che vi chiedo.
—È impossibile!
—Perchè?
—Ma perchè la sarebbe una specie di furfanteria se rifiutassi di rivedere una donna alla quale tra le altre cose ho promesso di sposarla e che è venuta a Milano, dopo dieci anni, per rivedermi.
—Ma tanto più!—sclamò Nanà ridendo—Assolutamente mio caro Aldo, se voi la rivedete potete star certo che io non metterò più il piede in questo studio.
Lo scultore fu colpito vivamente da questa uscita così perentoria di Nanà. La guardò con malcelato stupore. Poi le si accostò e le prese la mano.
—Nanà—disse—spiegatevi allora. Questo vostro capriccio ha bisogno di un poco di luce.
—Ecco gli uomini!—gridò Nanà sempre ridendo. I suoi denti, eran tali da non permetterle di parlare sul serio.—Non si può avere un suggerimento dei nervi senza che essi subito ci vogliano vedere un capriccio di… tutt'altra cosa.
Rubieri vedendo di essere stato capito al di là di quello che supponeva e che desiderava, abbandonò la mano di Nanà e restò un pochino interdetto.
Nanà continuò:
—Voi non mi conoscete Aldo, che da otto giorni, e sta bene; se staremo insieme da buoni amici come spero per un pezzo vi toccherà di udirne e di vederne di quelle anche più strane e non per mia colpa, ve lo giuro. Persuadetevi di una cosa sola, ed è che in fondo io sono una buona figliuola, che non faccio apposta, che non è un partito preso il mio di sembrare qualche volta stravagante, ma è una cosa più forte di me stessa. Io vi sembrerò fors'anche una matta gloriosa. Chissà? M'han creata così. È la qualità del legno—proseguì in italiano—come diceva la Sarah, a Firenze. È la colpa del fattore, come diceva Bigio Diotallevi.
—Dunque che cosa dovrò dire ai forestieri?—si permise di interrogare
Mattia Corvino che, aspettava da cinque minuti la risposta.
—Dì loro che se ne vadano pe' fatti loro—rispose Nanà.
—No aspetta—interruppe Aldo. Poi voltosi alla donna,
—Via non siate irragionevole. Vorreste che quegli Austriaci pensassero di me che son diventato un mascalzone?
—Gli Austriaci pensino di voi, quello che loro più pare e piace, ma io non voglio che voi riceviate quella donna. Ve l'ho detto; non sono io che comando sono i miei nervi.
—Bene bene—disse Aldo accostandosi a Mattia.—Dirai loro che io non posso riceverli.—E più sottovoce soggiunse—dille che andrò io al suo albergo domani.
Nanà si lamentò di quella frase detta a bassa voce.
—Ho capito. Gli avrete detto che tornino domani quand'io non ci sarò.
—No—disse Aldo.
—Che cosa gli avete detto dunque sottovoce?
—Nulla.
—Bugiardo. Nulla non è una risposta. Rubieri ascoltatemi—diss'ella seria—se io so che voi, mi avete disobbedita non mi vedete più nè viva, nè morta, e anche la Venere resterebbe a mezzo.
—Ah questo è proprio assolutamente troppo.
—Mi promettete di non andarla a trovare?
—Ma che v'importa, Nanà, che v'importa?—domandava ansiosamente lo scultore che non giungeva ancor a spiegar a sè stesso quel fenomeno.
—Nulla, ma non voglio. È un puntiglio. Voi dovete cedere. Io non sono avvezza a non veder cedere. Sono otto giorni che noi ci conosciamo. Se non cedete nei primi otto giorni, quand'è che vorreste cominciare? Me lo promettete?
E fra sè pensava "Ces fichus d'Italiens!"
—Bene ve lo prometto—disse Aldo per troncare il diverbio.
In quella, Mattia rientrò.
—Il signor conte sindaco è in salotto che avrebbe a dirle due parole.
—Il sindaco benvenuto—sclamò Rubieri deponendo gli utensili del lavoro.—Per oggi basta Nanà. Ci rivedremo domani. Addio.
E uscì.
Dal canto suo, la dilettante di nudo, calzate sui piedini le pianelle, se ne andò a vestirsi dietro certi arazzi che formavano in un angolo l'appartamentino per le modelle.
* * * * *
Che cosa veniva a fare da Rubieri il conte sindaco? Chi era il conte sindaco?
Egli era un ometto, così; nè bello, nè brutto, fra i cinquanta e i sessant'anni, grassottello e nello stesso tempo arzillo e svelto come un pesce; il che implica una certa contraddizione, che invece non esiste. O se la esiste, si può dire che questa contraddizione fisica sia appunto la caratteristica del nuovo personaggio.
Tutto infatti, nel conte sindaco, sentiva di contraddizione lontano un miglio. Nato povero, era ricco; nato plebeo, era stato fatto conte; aveva degli istinti liberali ed era un gran conservatore; aveva dello spirito, ed era senatore; aveva sortito da natura le inclinazioni del viveur e del barzellettista e come senatore, banchiere, sindaco e conte, gli toccava di essere l'uomo più lavoratore e più serio dell'universo.
A chi gli avesse fatta osservare quest'ultima contraddizione—e cioè, ch'egli fosse sortito da natura per essere piuttosto quello che i Francesi chiamano un homme de loisir che un gran lavoratore—egli avrebbe recisamente negato, e gli avrebbe risposto che nessuno forse, a questo mondo, s'era meno divertito di lui, e nessuno poteva vantarsi di avere lavorato più di lui. E bisognava credergli. Ma è da notare che, prima la spinta della necessità, poi quella dell'interesse, poi l'ambizione, poi il dovere gli avevano messa indosso fin dalla puerizia un'abitudine di lavoro a tal segno, che fugando la nativa spensieratezza, era divenuta in lui una seconda natura e poteva esser tenuta da lui stesso in conto di vera inclinazione. Ma in fondo in fondo, no; perchè il nostro ometto era nato scansafatica, e questo lo si poteva arguire dalla sensualità e dalla voluttà ch'egli metteva in tutte le azioni, minori della sua vita. Quando parlava, per esempio e che poteva ridere di qualche sconsigliato consigliere del Municipio, egli godeva mezzo mondo. Mangiava poco, ma avrebbe dato dei punti a Brillat Savarin, come buon gustaio, anzi come buon gustatore. E fra le ballerine del palcoscenico del teatro della Scala come si sgranavano que' suoi occhietti verdognoli e arguti alla vista della grazia di Dio. Come era eloquente il suo sorriso, pur restando sempre un sorriso da sindaco, da conte, da banchiere e da senatore!
Nella sua qualità di capo dell'amministrazione comunale, egli era indubbiamente tenuto come uno dei meno peggio d'Italia, così ricca di sindaci balordi. Dove diamine, lui, così poco istruito in gioventù e lontano dal mondo diplomatico, avesse attinta quella finezza moderna, quell'arte del barcamenare, quella dissimulazione preziosa, che sono indispensabili a chiunque si trovi nella di lui posizione, nessuno lo saprebbe dire. Egli non aveva avuto maestri di tali discipline. Pochi uomini possedevano come lui quella dote utilissima ai governanti, la quale consiste nel non dimostrare mai al prossimo nè troppa simpatia, nè troppa antipatia. Anche lui le provava talvolta fierissime in cuor suo, ma sapeva dissimularle così bene, sapeva reprimere con tanta disinvoltura i moti del proprio animo, sapeva far tacere così costantemente ogni eccitazione personale, sapeva dividere in così giusta misura le proprie inclinazioni e le proprie declinazioni, da meritarsi da ambe le partì il soprannome di sindaco trampolino, il quale sembra un'offesa, mentre è il brevetto della sua più grande imparzialità.
Riusciva dunque difficile il dire se egli fosse un conservatore o un liberale.
Egli non aveva preferenze pei due partiti, in cui—come in politica—si divideva il Municipio della sua città. Stando a cavallo, ei si serviva ora della opposizione dei conservatori, ora di quella dei rompicolli, a seconda ch'egli aveva bisogno di questa o di quella, e ne usciva sempre ilare e trionfante, ch'era un piacere a vederlo.
* * * * *
—Sono venuto io stesso—diss'egli a Rubieri, che si scusava di riceverlo in abito da lavoro—sono venuto io stesso a darle una buona notizia. Ella è nominato assessore, e io sono certo che ella accetterà.
—Oh!—sclamò il Rubieri, fingendo una grande sorpresa.—Non si potrebbe dispensarmi?
—No, no, tutti lo desiderano—rispose il sindaco.—C'è bisogno d'un artista in Consiglio.
—La avverto caro signor sindaco che io sono corpisantino e che mi metterò nell'opposizione.
—Non lo credo! Io non gliene darò mai l'appiglio. Io conosco il di lei criterio abbastanza, per sapere che invece noi andremo perfettamente d'accordo.
—Se lei mi parla così a me tocca d'accettare—disse Aldo al sindaco stringendogli la mano.
—Bravo! Così mi piace, senza tante smorfie. Del resto—soggiunse tosto—io non credo che lei avrebbe ugualmente la possibilità di farmi l'opposizione ancorchè si mettesse colla montagna. Io sono proprio stanco, e non per convenzionalismo, come si usa ormai di dirlo da tutti gli uomini, ma stanco di buono e vedrei di buon occhio un successore. Provino, provino quanto sia facile far il sindaco di Milano!
Il dialogo tra il sindaco e Rubieri andò per le lunghe e divagò poi in cento argomenti.
Ma noi crediamo di far bene ad arrestarci avendo riferito di esso quello che importa alla nostra storia.
* * * * *
Ora sarà bene che vediamo in che modo c'entrassero con Aldo Rubieri gli Austriaci che erano venuti a trovarlo prima del conte sindaco.
Bisogna dunque sapere che il padre di Aldo Rubieri era stato colonnello di stato maggiore al servizio dell'Austria.
Nel 1850, quando Aldo non aveva che dodici anni, ed era accasato con suo padre a Vienna, il rinnegato italiano godeva settemila fiorini annui come impiegato nel ministero della guerra.
Suo padre aveva sposato una baronessa polacca. Si capisce facilmente quale potesse essere stata l'educazione politica e patriottica del giovinetto Aldo fino al 1859.
Sua madre gli era morta in quell'età.
Quand'egli cominciò a provar nel cuore il bisogno di voler bene a una creatura di diverso sesso, gli capitò di innamorarsi come si usa a 19 anni, di una fanciulla di famiglia borghese, ch'egli aveva veduta per la prima volta al Prater.
Una di quelle lunghe occhiate reciproche dalle quali i fisiologi dicono emani del fluido magnetico, era corsa fra loro; e due giorni dopo, mentre entrambi stavano credendo di udire la messa nella cattedrale, una seconda occhiata ancora più lunga e più reciproca aveva suggellato il loro amore.
L'effetto di quello sguardo era stato decisivo per entrambi.
Poco stante era cominciata la corrispondenza. In tre pagine di quelle proteste e di quei giuramenti senza fine, che scaturiscono tanto spontanei dalla punta di una penna di 19 anni, Aldo parlava alla sua Leopoldina di futuro matrimonio.
Leopoldina aveva allora 21 anni, tre o quattro più del giovanetto.
Pochi giorni dopo la signorina viennese e il figlio del rinnegato Italiano, s'abboccavano al passeggio e si giuravano anche a voce eterno amore.
—Mio padre non mi permetterebbe certamente di sposarti ora;—disse
Aldo—avrai tu pazienza di aspettare che io sia uscito di minor età?
—Oh te lo giuro, Aldo—rispondeva la bionda figlia del Danubio, alzando i suoi occhi grigi e innamorati in viso del bell'Italiano.—Io non sarò che tua o della morte!
* * * * *
Quando fu soddisfatto, Aldo trovò di non avere più voglia di sposare la Leopoldina.
Essa non gli era stata crudele; il matrimonio, ai desideri di Aldo, compariva superfluo.
Ma quando il padre di Leopoldina s'accorse dello scapuccio di sua figlia, manovrò come manovrano tutti i padri viennesi in tale circostanza.
Egli era un furbo matricolato. Capì che da quel giovinetto avrebbe potuto cavare, un giorno o l'altro, molto profitto e aveva lavorato a questo scopo.
Il Rubieri s'era lasciato andare a firmare un atto di donazione alla figlia Leopoldina, nel caso che avesse mancato alla promessa di sposarla. Una bagatella di venti mila fiorini in testa al nascituro.
Poco dopo venne il 1859. Aldo Rubieri non era certo da giovinetto, quel fino calcolatore, che coll'età e coll'esperienza s'era fatto poi; ma aveva fin d'allora l'istinto delle proprie convenienze. Egli sentiva tutta la umiliazione d'essere figlio di un rinnegato, sospetto, malveduto in paese straniero e nemico, senza avvenire possibile; sognava in nube la probabilità della riabilitazione. In questa idea l'amore di patria c'entrava fino a un certo punto; l'amore di sè stesso in gran parte. Egli andava pensando che se il figlio del generale italiano al servizio dell'Austria fosse disceso in Italia con grande fracasso ad arrolarsi, tutta Milano ne avrebbe parlato e la sua sorte sarebbe stata fatta senza grandi sforzi.
La imprudente promessa di quella somma, strappatagli dal padre di
Leopoldina in un momento di abberrazione, lo decise sempre più.
Fece la risoluzione di lasciar Vienna, di abbandonare la Leopoldina e suo padre, e di venir in Italia per entrar volontario nelle regie truppe. Raccolse quanto più potè di danaro e un bel giorno partì nascostamente e venne a Milano; fece la campagna del 1859, poi mise studio di scultore e si fece nome.
* * * * *
Aldo Rubieri si ricordava benissimo di avere lasciato alla Leopoldina di Vienna quell'atto di donazione; temendone le conseguenze, andò a trovarla, mancando di parola a Nanà. Come fosse ricevuto cordialmente e gioiosamente si può imaginarlo.
La prima cosa che Leopoldina gli confidò fu che il loro figlio era morto, e Rubieri tirò un lungo fiato.
Quando la fase sentimentale del richiamo delle memorie fu cessata, e Rubieri si disponeva già a congedarsi, colla speranza che gli Austriaci avessero deposto ogni altro pensiero, il buon babbo, accostatoglisi colla grazia un po' grifagna che si direbbe tutti gli Austriaci abbiano ereditata dalla loro acquila bicipite, gli disse sottovoce col più tedesco dei sorrisi possibili:
—Per l'affare poi che lei sa, e che riguarda mia figlia, potremo parlare più tardi… un'altra volta… n'è vero.
—Che affare?—domandò Aldo Rubieri come uomo che caschi dalle nuvole.
—Come! Ma la scrittura… di donazione… alla mia Leopoldina nel caso… che non fosse accaduto il suo matrimonio.
—Ah, bene, bene—disse Aldo per pigliar tempo.—Più tardi, ci rivedremo.
E s'accomiatò.
Gli Austriaci lo aspettarono al domani, poi al posdomani, tre, otto giorni, finchè il padre risolvette di ritornare lui stesso in cerca di Rubieri.
Naturalmente non fu ricevuto.
Ma la sera istessa la signora Leopoldina ebbe una lettera nella quale il suo ex-innamorato le diceva chiaro e tondo come egli non volesse più essere importunato e le ricordava senza complimenti come in tutti i codici della terra esista la legge che dichiara non valida la promessa di matrimonio, nè di un qualsiasi indennizzo….
I tre Austriaci, testardi come sono gli Austriaci quando hanno ragione, fissarono di spuntarla.
Leopoldina avrebbe rinunciato. Ma il padre e lo zio erano feroci, e la persuadettero che si doveva ricorrere alla legge per farlo pagare per forza.
Risolvettero di consultare un avvocato per sapere se l'atto fosse in piena regola e se con esso si potesse sperar di vincere una causa.
L'albergatore indicò loro il primo avvocato che gli si parò alla mente.
Ed essi andarono difilati dall'avvocato Delguasto.
Quando furono sul pianerottolo dinanzi all'uscio il padre e lo zio ristettero per rifiatare e per consultarsi. Il primo poi stava per tirar il cordone del campanello, quando Leopoldina gli trattenne il braccio, additando ciò che stava, scritto sull'uscio:
—Che c'è?—domandò il padre in tedesco.
—Avanti—disse la zitellona, che sapeva un poco di italiano.—Avanti, vuol dire:
Allora spinsero l'uscio ed entrarono.
Nell'anticamera, seduto dinanzi ad una scrivania stava un giovinetto, dalla faccia di furfantello, che s'avrebbe detto fosse stato messo là dall'avvocato per schizzare la caricatura a tutti i clienti che entravano.
Lo zio, vedendo quel piccolo Mefistofele, disse a suo fratello una frase in tedesco.
Quello smaliziato d'uno scritturale, che stava col capo sullo scrittoio, intento, l'alzò repente, aggrottò le ciglia, e con un accento pieno di ironia e di insolenza, fingendo che quelle parole esotiche fossero state dirette a lui, disse:
—Non potrebbero farmi la finezza di parlare in italiano?—disse—La sua lingua a Milano, signori belli, non è di moda. È antipatica.
—Parlare noi molto malissimo—rispose il babbo, che non aveva capita la portata dell'insolenza di quel monello seduto allo scrittoio.
—Non fa niente. Capirò lo stesso. Per quanti strafalcioni lei dica in italiano farà sempre più bel sentire che a parlarmi benissimo il suo tedesco.
—Mia figlia parlare piccolo poco.
—Tanto meglio. Allora ho l'onore di domandar alla signora a che cosa il signor avvocato dovrà aver la fortuna della loro visita?
Non è da credere che Ernesto Cantis, galloppino dell'avvocato Delguasto, trattasse con tanta disinvoltura tutti i clienti del suo padrone. Guai a lui se così fosse stato. Ma egli aveva udito farlinzottare in tedesco, s'era accorto dall'aspetto che quei tre signori dovevano esserlo puro sangue, e non aveva potuto trattenersi dalla smania di mostrar loro la sua innata antipatia. Egli amava i Tedeschi in genere come… l'olio di ricino, e gli Austriaci in ispecie come il tartaro emetico.
—Noi voler parlare con herr avvocato—disse Leopoldina.
—È impedito. Si accomodino pure.
E senza dir altro, abbassò la testa sullo scrittoio e si rimise a scrivere.
Ecco che cosa stava scrivendo Ernesto Cantis, mentre i tre Tedeschi si accomodavano per aspettare l'avvocato.
"Signora.
"Io credo che una donna non debba mai essere offesa nel sapere che c'è un uomo al quale il cuore batte per lei cento battute al minuto di più di quello che gli batteva prima di averla veduta. Ieri al teatro Milanese lei mi apparve per la seconda volta, e il fascino de' di lei occhi posati ne' miei fu tale che a costo di diventar ridicolo io non ho potuto trattenermi dal farglielo sapere. A me parve, sarà forse superbia, ma a me parve di non esserle riuscito antipatico. Lei ebbe la bontà di rivolgere verso di me spesse volte que' suoi occhi immensamente belli, ed io sono in un tale stato di esaltazione da non poterlo descrivere. Io non ho che vent'anni, e non sono ricco. Ma se malgrado ciò lei credesse che io non debba gettare lontano da me ogni più lontana speranza io la scongiuro me lo faccia capire questa sera o quella sera che a lei parrà tempo di vedermi il suo schiavo più affezionato e più fedele. Io sarò anche questa sera al Milanese e avrò nell'occhiello del mio abito un garofano. Quando la vedrò porterò il mio fazzoletto alla bocca, deh, faccia altrettanto per dimostrarmi che io non debbo disperare affatto.
"ERNESTO CANTIS."
Riletto il foglio, lo piegò accuratamente, lo mise in una busta su cui scrisse l'indirizzo di Nanà. Avvolse la lettera in un foglio di nitida carta, poi si alzò e andò ad una sedia su cui stava un manicotto di martora e, come se i tre stranieri non fossero stati, presenti a quell'operazione, vi infilò la sua letterina.
Comparve l'avvocato accompagnando una signora fin sulla soglia dell'anticamera.
Il giovane balzò all'uscio impallidendo visibilmente.
La signora era Nanà, la quale aveva posato il suo manicotto su quella sedia poco prima di entrare nello studio.
—A rivederla, dunque, caro Delguasto; noi siamo intesi—disse
Nanà—poi volse il capo come cercando qualche cosa intorno.
—Il suo manicotto è qui—disse il giovinetto precedendola all'uscio della anticamera.
Nanà strinse la mano all'avvocato ed uscì. Ernesto, quand'ella gli ebbe volte le spalle, si fe' sentir a dire: che angelo!
* * * * *
—In che cosa posso servirli?—disse l'avvocato ai tre Austriaci, che s'erano levati in piedi duri come stoccafissi in estate…
—Noi essere fenuti da voi per avere bisogno di vostri consigli—rispose Leopoldina.—Restino serviti.
E li fece entrare nel suo studio.
—Loro sono dunque venuti?—cominciò l'avvocato.
—Ecco herr avvocato…. Tocca parlare io, perchè mio padre e mio zio non conoscere italiano.
—Dica pure… dica pure, tanto meglio!—sclamò con una punta di galanteria l'avvocato.
—Lei dovere sapere che io avere un documento con promessa di donazione di un uomo che doveva sposare me, e che poi non ha sposato per sua colpa.
—Una promessa di donazione?—ripetè l'avvocato.—In regola?
—Noi credere essere perfettamente in regola.
—Si può vederla?
—Certamente. Ecco.
—E la signora Leopoldina cavò di tasca una carta la quale, col lungo passar di mani in mani austriache, non si poteva dire del certo gareggiasse per candidezza colla neve caduta di fresco.
L'avvocato gettò gli occhi su quel pappiè e sclamò sorridendo:
—Ma questo è in tedesco!
—Lei, herr avvocato, non conosce nostro bello linguaggio neanche in scrittura?
—Io no, signora. Ne faccio senza, e non ho mai pensato ad impararlo.
—Posso io tentare traduzioni!—domandò la zitellona.
—Sicuro!
Leopoldina cominciò:
"In questo giorno, 6 novembre, dell'anno di grazia 1864, io sottoscritto, di mia piena e spontanea volontà, nè spinto da altri riguardi se non da quelli di una sincera affezione per la signorina Leopolda Ernesta Federica, la quale trovasi in istato interessante per mia colpa, prometto di farle donazione di fiorini trentamila, nel caso che giunto all'età di ventiquattro anni io non dovessi mantenere la parola data a lei di essere suo sposo.
"Per fede
"ALDO RUBIERI.
"Vienna, 6 novembre, 1864."
—Aldo Rubieri!—sclamò con una certa sorpresa l'avvocato.—Il nostro bravo scultore?
—Ya mein herr, ya!—rispose il babbo che aveva capito a lume di naso.
—Sarebbe ella compiacente di spiegarmi come e in quali circostanze sia avvenuta questa donazione?
Leopoldina con molta fatica e con molto rossore cominciò a raccontare all'avvocato quello che noi già sappiamo.
—E quanti anni aveva il signor Aldo Rubieri quando la fece?
—Come italiano egli era maggiorenne o quasi.
—Suo padre era italiano o austriaco?
—Suo patre non aveva perduta sua nazionalità italiana, quando stare in Vienna colonello di Stato Maggiore.
—Allora si può benissimo far causa—disse l'avvocato.
—Essere noi fenuti per questo.
—Hanno già parlato loro col signor Aldo Rubieri?
—Sì, otto o dieci giorni fa.
—E che cosa ha detto?
—Detto nulla, ma avere scritto di non essere intenzionato mantenere suo promesso.
E gli porse da leggere la lettera con cui Aldo si schermiva di pagare la somma promessa.
—Herr avvocato!—disse la zitellona—Credere lei che vinceremo?
Negli occhi dell'uomo di legge passò un lampo d'ironia.
—Sicuro che vinceremo. Sono loro pronti a fare le spese necessarie?
—Quanto volere?
—Il deposito da farsi subito è di tremila franchi non un quattrino di meno.
I tre Austriaci si guardarono in viso esterefatti.
—Tremila franchi! Senti? Più di mille fiorini soltanto di deposito?—sclamò in tedesco lo zio.
—Non si può far a meno. La giustizia costa assai in Italia—osservò ridendo sotto i baffi l'avvocato che godeva di veder gli Austriaci in ansia.
—Bene—disse il padre a Leopoldina—spiega all'avvocato che vogliamo avere il tempo di pensarci sopra.
Ma poi ravvisandosi:
—No. Prima domandagli quanto verrà poi a costare la causa finita.
Leopoldina tradusse questa domanda all'avvocato.
—Ma secondo che la si vinca o che la si perda. Vincendola può darsi ch'io riesca ad affibbiar le spese all'avversario. Può darsi anche che il tribunale dichiari di far a metà le spese. In caso contrario, sta il viceversa.
—Domandagli ora—ripigliò il padre dopo che Leopoldina gli ebbe tradotta la risposta dell'avvocato—quanto ci potrebbe toccar di spese nel caso che vincessimo, ma che dovessimo pagare a metà.
—Dai dieci a dodicimila franchi colle mie competenze—rispose l'avvocato con grande franchezza.
—Farflucter!—sclamò lo zio, che aveva capita la cifra.—Pene, pene, allora gli comunicherai quello che ti dicevo—conchiuse il padre.
—Come vogliono! Io sarò sempre ai loro comandi. Quando loro si saranno decisi, non avranno che a ritornare da me.
E così s'accomiatarono.
* * * * *
Il giovinetto scritturale non s'alzò questa volta ad aprir loro gli usci come aveva fatto con Nanà.
III.
Sulla fine dell'ammirabile istoria naturale di quella sua Nanà,—della quale non amo credere esistano troppi esemplari nemmeno a Parigi—Emilio Zola racconta che arrivò un momento in cui la sua posizione a Parigi le divenne insoffribile. Sopraffatta dai fantasmi miserabili e cruenti della sua opera di ruina e di morte; trovando che il suo appartamento era divenuto troppo idiota e troppo ristretto, in urto col suo impresario, che la voleva troppo sfruttare, un bel giorno aveva venduto ogni cosa, ed era scomparsa senza dire me ne vado, neppure alle più intime amiche.
Scomparve così segretamente, che a Parigi, durante parecchi mesi, nessuno potè dire con sicurezza dov'ella fosse andata a finire.
"Nanà,—scrisse lo Zola—brusquement disparut; un nouveau plongeon, une fugue, une envolèe dans des pays baroques.
"_Des mois se passèrent. On l'oubliait. Lorsque son nom, retenait parmi ces messieurs et ces dames, les plus étranges histoires circulaient; chacun donnait des reinseignements opposés et étonnants. Elle avait fait la conquête du viceroi d'Egypte, elle regnait au fond d'un palais…. Pas du tout! Elle s'était ruinée avec un grand Nègre, une sale passion qui la laissait sans une chemise. Quinze jours plus tard ce fut un étonnement; quelqu'un jurait l'avoir rencontrée en Russie. Une légende se formait; elle était la maîtresse d'un prince…. on parlait de ses diamants.
"Maintenant on la nommait sérieusement, avec le respect réveur de cette fortune faite chez les barbares_.
Come capita spesso in queste cose, tutto ciò che si diceva a Parigi di Nanà scomparsa, conteneva qualche poco di vero e conteneva assaissimo di falso.
Ella non era andata al Cairo e non era ancora stata in Russia. Ella non regnava menomamente in fondo di un palazzo saraceno; ella non s'era innamorata pazzamente di un gran Negro, che l'avrebbe lasciata senza neppur una camicia.
Era però vero all'incontro ch'ella s'era incapricciata di un grande biondo, incontrato a Montecarlo, dove s'era lasciata alleggerire un poco dei seicentomila franchi ricavati dalla vendita dei mobili fatta a Parigi.
Sarebbe arduo assai l'affermare in quale giorno preciso Nanà sia entrata in Italia da Marsiglia, dov'ella era andata direttamente partendo da Parigi. A Marsiglia un giorno s'erano perdute le traccie di lei e la cronologia stessa non ci è venuta in soccorso. Nulla toglie adunque, che prima di comparire alle Cascine di Firenze, un bel giorno di maggio del 1869, ella avesse fatto davvero una corsa nei paesi barocchi, come disse lo Zola. Chi lo sa? Certo è che prima di entrare nella classica terra delle arti, della musica e dei fiori, ella aveva arrischiata come dicemmo una gita a Monaco, dove aveva trovato chi le aveva fatto mutare itinerario.
E allora ella era stata presa da una grande curiosità di vedere questa Firenze e questa Milano di cui aveva inteso parlare qualche volta da suoi amici di Parigi, i quali non c'erano mai stati.
L'indubitato si è che ai primi di maggio del 1869, Nanà arrivò sola a Firenze, dove si mise a spendere e a spandere come la moglie d'un nabab, seguendo certi nuovi capricci della sua vita sfrenata e avventurosa.
Il soggiorno di Nanà a Firenze si lega strettamente ad uno dei periodi più funesti e più interessante dell'istoria sociale ed economica d'Italia. Esso non potrebbe essere tralasciato nella storia di Nanà, la quale prese una parte abbastanza viva nel guazzabuglio di quell'epoca, ancora oggi tutta piena di curiosi misteri per gli ingenui e per i moderati.
* * * * *
Certo non è nostra intenzione di rimestare politicamente il fango della Regia Cointeressata. Noi non scriviamo un periodo di storia contemporanea, ma siamo pur tenuti a dirne quel tanto che basti a quei lettori, a cui ora sorride la più bella età della vita ed erano allora spensierati adolescenti. Questi non possono avere idea di quell'incredibile avvenimento, sul quale con molta generosità i liberali hanno steso un velo pietoso di oblio. Esso servirà a mostrar chiaro come luce di sole una verità fin d'allora soffocata nel silenzio, negata con albagia anche oggi da chi l'ha negata allora, e nella quale la bellissima Nanà avrebbe potuto dire una parola molto persuadente.
* * * * *
Nei giorni in cui Nanà arrivava a Firenze un temporale si addensava mormoreggiando sull'orizzonte. Un vergognoso segreto—da pochi saputo e dissimulato gelosamente alle turbe—gettava gli animi, schiettamente innamorati del loro paese e della monarchia, nella sfiducia e nello schifo della vita pubblica.
Si cominciava appena appena a dimenticare la strage di Mentana; i prudenti, gli addormentatori ripigliavano a cantare la nina nanna alle aspirazioni verso Roma e domandavano con una convinzione profonda e sincera che cosa ci avessero mai guadagnato quei poveri figliuoli, che erano rimasti sul campo sotto le palle dei chassepots di Francia.
Nanà francese adunque non giungeva certo a Firenze in buon punto, se ella fosse stata una donna portata a conoscere i rompicolli e i liberali. Fortunatamente per lei, mentre i rompicolli, feriti, perseguitati, nascosti scontavano la pena delle loro impazienze e della loro piccola fede nei mezzi morali, la mania degli affaristi e le orgie dell'agiotaggio erano al colmo. I giornali onesti in que' giorni non parlavano che di crisi, di carrozzini, di apostasie, di coscienze vendute, di tradimenti, di debiti non pagati, e di altre cose molto concludenti per la felicità e per la grandezza della patria.
Il ministero era in quel tempo un sinedrio eteroclito e pazzo di personaggi spostati, ripugnanti fra loro ed assurdi; un cibreo, un baragozzo, una mascherata degna di giovedì grasso. Oggi ancora, chiunque con animo pacato si volge a giudicare quel ministero colla indifferenza filosofica di chi è sfuggito al danno e alla vergogna, non può far a meno che sentir nell'animo una grande amarezza mista a una compassione badiale. Quel ministero, di cui non si darà forse più l'eguale, era formato da un generale devoto a Santa Caterina, da un avvocato permanente, da un democratico rifatto, da un conte fallito, da un prodittatore di Garibaldi a spasso, da un impiegato della Gresham e da un marinaio che ne sapeva di politica come un ippopotamo.
A compiere la baraonda eterogenea s'era trovato perfino un eterno bimbo, il quale aveva accettato il portafogli di agricoltura e commercio da lui e da suoi amici, spesse volte dichiarato inutile e degno di abolizione.
La ragione di tanto aborto stava in parecchie cause segrete e complesse, alcune d'ordine politico, altre d'ordine finanziario.
Alle prime, ho già accennato; alle seconde vengo ora.
Tre o quattro giorni dopo l'arrivo di Nanà a Firenze, ella, nella sua vittoria a due cavalli, s'era incontrata alle Cascine col phaeton d'un personaggio, il quale, alla vista della cocotte parigina, s'era levato a sedere curiosamente e l'aveva seguita collo sguardo fino a perdita di vista.
La mattina seguente, a Nanà, che stava alla sua teletta, fu recato dal cameriere dell'albergo un biglietto di visita.
Lesse: Il cav. Bonaventuri, con quel che segue.
"C'è cascato!" pensò Nanà, e disse al cameriere di lasciar entrare la visita.
Il cav. Bonaventuri era un aiutante… di alcova. È assolutamente inutile, che noi ripetiamo qui il dialogo che accadde fra Nanà e quel signore, nè le proposte e le accettazioni che ne seguirono sotto il suggello del più alto segreto.
Il fatto è che il gran personaggio, dopo quindici giorni che conosceva
Nanà, si trovò di essere più che mai in estremo bisogno di danaro.
A chi si sarebbe egli rivolto se non al conte di Schifanoja, ministro delle finanze, che, come Marco Minghetti, aveva accettato il portafogli per ispirito di annegazione?
L'incontro di Nanà alle Cascine aveva fatto traboccare nel personaggio la necessità di ottener una somma da un banchiere compiacente. E giacchè si doveva pensar al rimedio, si voleva che fosse radicale. Il bisogno era vecchio, ma Nanà gli dava l'ultima spinta; la domanda insistente cominciò a diventare un aculeo potente nelle costole del ministro delle finanze.
Fu allora che il conte di Schifanoja venne autorizzato dalla Camera ad emettere in favore della Regia Cointeressata dei Tabacchi tante obbligazioni quante ne occorrevano, perchè entrassero nelle casse dello Stato cento ottanta milioni.
Ora avvenne che lo Schifanoja ne emettesse invece per duecento sette milioni; e allora ci fu chi cominciò a domandare dove mai fossero andati a finire i milioni che crescevano.
Nanà avrebbe saputo fin d'allora dirne qualche cosa.
Di lì a qualche tempo avvenne un fatto che gettò nel pubblico italiano un nuovo lievito di curiosità e aumentò i misteri di quella nuova Elensi. Fu uno scandaloso e inesplicabile voltamento di giubba. Un onorevole, fra i più baldi campioni di democrazia, un pubblicista che aveva passata la sua vita a dir male di Dio e dei santi, della corte e dei cortigiani, del sistema monarchico e di chi ne fa le spese, a un tratto, senza una scusa al mondo, senza ragione apparente, senza un appiglio palese, si era dato piedi e mani legate in balìa dei conservatori e dai banchi di estrema sinistra era passato con armi e bagaglio a sedersi in quelli da lui per sì lungo tempo vituperati.
Allora ci fu anche chi stette perplesso se più meritasse disprezzo il disertore o quei vigliacchi che lo accoglievano a braccia aperte dopo aver ricevuto da lui tanti schiaffi.
Ma i conservatori facevano il loro mestiere; il disertore invece appariva tre volte infame. Della fede lungamente ed efficacemente espressa da parecchi anni in molti giornali egli aveva fatto getto in un giorno solo; e con una disinvoltura ineffabile aveva compiuto uno dei più spudorati voltafaccia di cui s'abbia mai avuto esempio negli annali dei Parlamenti di questo mondo.
Costui era stato presentato a Nanà pochi giorni prima, e con lei aveva complottato molte cose.
Quella incredibile apostasia trovò un mondo di commentatori e di detrattori. Chi la scusava erano i nuovi amici della giubba voltata. "Imparino i signori democratici—dicevano essi—a trattare come trattano i loro uomini di merito!"
Ma tutta la gente onesta e senza ambizioni politiche provò per quel traditore uno sterminato disprezzo. Chiunque sa che cosa sia la nausea che nasce nel vedere, per esempio, degli ingordi invitati far a pugni per giungere a dare il sacco a un buffè, oppure nel veder un giovinetto povero ma aitante vivere alle spalle di una vecchia grima può farsi oggi un'idea del sentimento disgustoso die suscitò in Italia il voltafaccia di quel miserabile deputato.
Il mistero aumentava. La coscienza pubblica protestava, ruggiva, cercava la luce. A Firenze già parecchi segnavano a dito Nanà colla quale qualche volta il deputato traditore si mostrava in pubblico. Si voleva sapere come potesse accadere che ella già rovinata dalla roulette di Montecarlo pure spendesse dieci o dodici mila franchi al mese e il perchè, lui, il giubbarivolta, dopo avere per molti anni gridato contro il sistema di governo consorte e i carrozzini, si fosse di repente fatto sostenitore, oratore, paladino e complice di quelle brutte cose.
Allora venne proposta alla Camera una inchiesta parlamentare.
Veramente una inchiesta, fatta in mezzo a della gente, che a grande maggioranza non voleva saperne e che non dissimulava punto l'agonia in cui la si trovava a sentir menzionare quella fatale parola, che già una volta aveva macchiato in fronte il partito—non parve agli Italiani il mezzo più efficace per venir a capo di qualche cosa. Ma questa—si potrebbe ripetere col Manzoni—è una di quelle sottigliezze metafisiche a cui non si arriva facilmente.
Si capiva già prima che l'inchiesta si aprisse che ben poco sugo se ne avrebbe potuto cavare. La maggioranza aveva interesse a conservare il buio, e avrebbe fatto ogni sforzo per salvare i ladri. Che i milioni di messer di Schifanoja mancassero al conto tutti lo sapevano; dove fossero andati a finire, molti lo sospettavano, ma ben pochi lo dicevano perchè si andava anche a rischio di farsi far un brutto tiro. E i giorni passarono, e Nanà aumentava il suo lusso, le sue stranezze e le sue prodigalità.
Quanto alla giubba voltata, la sua condotta ormai interessava ben pochi. Era desso un voto comperato per far passare quel benedetto carrozzino della Regia cointeressata dei tabacchi? Chi non lo vedeva? Ma si diceva. Credete forse che l'inchiesta—ancorchè si faccia—metterà in sodo il mercato di quella coscienza? Neppur per sogno. I rei son tutti d'accordo e sono i più. Anche quelli che non son ladri davvero, non vorranno tradire i consorti che lo sono. Dove mai trovar delle prove? Non si lasciano fuori le prove di tali brutture. Tutt'al più ci saranno degli indizi; ma che cosa provano gli indizi per chi non li vuoi calcolare?
Questi e altrettali erano i ragionamenti della gente liberale e disinteressata.
Nondimeno gli amici della giubba voltata—che nomavasi il sor Civinini—fecero degli sforzi sovrumani perchè l'inchiesta non avesse luogo, perchè non si tentasse neppure di fare uno spiraglio di luce, e si mettesse tutto nel dimenticatoio. I Burgravi italiani hanno nel sangue quella stessa annegazione che fece dire alla vecchia guardia di Napoleone: "la garde meurt mais elle ne se rend pas."
Ciò che essi fecero per scongiurare la vergogna dal capo della giubba voltata e da' suoi complici di cui si sussurravano i nomi alla sordina supera ogni umano credere. E con quanta annegazione si mettessero in questo còmpito, con quanto coraggio adempissero il loro vergognoso mandato, con quanto accanimento combattessero allo scopo di impedire si stenebrasse il laido mistero, basterà a capirlo quando si pensi, che allorchè ricacciati fin negli ultimi baluardi furono costretti ad accettar la inchiesta, perchè non accadesse di peggio, indovinate chi accettò di esserne il presidente?
Incredibile a credersi!
Incredibile a riferirsi!
Fu l'onorevole che nella Camera parlò più di tutti per farla abortire, fu lo stesso avvocato ufficioso del voltacasacca, uno sfregiato napoletano; fu l'uomo che aveva dichiarato pubblicamente essere la inchiesta una pazzia, un delitto, un obbrobrio; fu colui che le aveva dato contro il voto di biasimo più fiero e più solenne.
Nella storia parlamentare del mondo intero non crediamo che ci sia un'altra nota di infamia pari a codesta, che la Consorteria non ebbe riguardo di lasciar scrivere sul libro nero delle sue brutture.
L'incarico di nominare i commissarî della inchiesta era stato lasciato all'onorevole presidente della Camera. Dovere di imparzialità, rispetto di sè stesso, riguardo alla carica, deferenza verso i colleghi avrebbero imposto a costui di nominare a commissarî uomini indipendenti, spregiudicati, fuor di ogni sospetto e non coinvolti nella turpe lega!
E sopratutto una volta decisa l'inchiesta, la imparzialità ed il buon senso gli avrebbero dovuto imporre il dovere di far sì che la fossa fatta al più presto possibile.
Per ottemperare a questi due doveri, il presidente della Camera, avvocato Mari, nominò a commissarî dell'inchiesta quelli fra i deputati che si erano mostrati i più accaniti avversarî di essa, e perchè poi la venisse definita più prestamente, nominò due assenti e di ignota dimora.
* * * * *
Stavano così le cose quando si cominciò a spargere a Firenze la voce che due deputati, appartenenti alla camarilla degli affaristi, fossero stati colti colla mano nel sacco, dai democratici. Si parlava d'una certa lettera intercettata da questi, in cui ci era la confessione esplicita del furto di que' bricconi; si citavano certe frasi di essa, che se fossero state vere, pareva allora, avrebbero dovuto far sprofondare l'autore, il cognato, la Camera, il sistema costituzionale, la monarchia e tutti quanti.
Ma siccome nessuno aveva veduta questa lettera di cui pochissimi parlavano segretamente, da tutti si cominciava a gridar: calunnia, calunnia.
Quand'ecco un bel mattino un giornale coraggioso di Firenze rende di pubblica ragione quella lettera, e in tutta Italia si ripete una frase incredibile di essa: facciamo quattrini colle immancabili speculazioni! e tutti i fogli liberali la commentano e lo scandalo si diffonde, si fa colossale, enorme, incredibile, e si chiede ad altissime grida che l'inchiesta parlamentare sia fatta immantinente.
E qui cominciò per l'Italia una iliade di vergogne tali che la penna istessa par si sdegni dallo scriverle.
Fu allora che Nanà intorno a cui la voce pubblica mormorava sempre più feroce, un bel giorno fu pregata di levarsi da Firenze e di cercare fortuna in altri lidi.
* * * * *
Essa arrivò dunque a Milano, da Firenze, quasi rovinata, un po' indisposta, un po' dimagrata, cogli occhi leggermente cerchiati, ma sempre bellissima, più bella forse che mai, giacchè quell'aria sofferente dava un nuovo risalto alla sua fisonomia e alla sua taglia, prima forse un po' troppo rotonda, troppo sensuale, troppo soddisfatta.
Essa non era più la cortigiana di Parigi. Essa aveva modificati immensamente i suoi slanci, le sue voglie, le sue idee. S'era moralmente e fisicamente mutata nella nuova vita di Firenze. E non poteva essere altrimenti. Una frase di Zola fa chiaramente presentire questa trasformazione. Il grande realista, come se avesse presentito che un Italiano avrebbe risuscitato questa donna in un nuovo ambiente per ripresentarla vivente a' proprî lettori, dice espressamente che essa già fin da Parigi sognava una vita diversa, qualche cosa di nuovo, qualche cosa di meglio.
"Elle revait quelque chose de mieux."
Ma questo meglio l'aveva dessa ben definito nella sua testa, o non era piuttosto che un'aspirazione vaga, un desiderio indistinto?
Aveva dessa un progetto già pronto prima della sua partenza da Parigi nel suo cervello da enfant gatè, oppure ella si cullava in un nuovo sogno dorato colla arditezza sovrana di una donna che conosce la sua potente irresistibilità?
Eccola nel_ coupè_ tutta sola, che la porta da Firenze a Milano.
"Anche questa illusione è svanita—pensava. Oh, i grandi della terra come sono instabili nelle loro simpatie! Non pensiamoci più."
Allora la sua fantasia tornò a Parigi e alla vita di pochi mesi prima.
"Addio, mio bel Parigi! Forse ti rivedrò presto! Per ora resta dove sei, maledetta città!"
Fa questo un affettuoso addio alla patria, come disse il Manzoni.
Ella si trovava sola, finalmente; cosa che non le era quasi mai capitato di sua vita. Sola, coll'amica più cara del suo cuore, sola colla creatura più idolatrata che avesse al mondo: sola con sè stessa.
La felicità che provò nelle prime ore del suo viaggio fu schietta e piena di sconosciuti incanti. Essa rideva forte da sè, come un fanciullo, mandava dei piccoli gridi di gioia, si agitava sul sedile e correva ora di qua, ora di là agli sportelli, si fregava le mani convulsivamente e stirava la persona, socchiudendo gli occhi con voluttà, come se le fosse capitata una grande fortuna.
Ed era stata, si può dire invece, messa alla porta da chi ella credeva di aver soggiogato per sempre!
Chi l'avrebbe capita in quel punto? Eppure ella tripudiava di sentirsi libera, d'essere uscita da una nuova pozzanghera, di non avere più intorno a sè della gente antipatica.
Si riadagiò nel canto del vagone cogli occhi fissati nel nulla, e cominciò a pensare… a pensare…