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Nanà a Milano

Chapter 7: V.
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About This Book

The narrative follows a celebrated courtesan who arrives in Milan and adapts to its social climate, undergoing marked transformations that expose both her chameleonlike adaptability and the city's moral contradictions. Through a succession of episodes—intimacies, financial dependencies, ambitions, vanities, and public entertainments—the author applies naturalist scrutiny to everyday life, juxtaposing raw truth with a cultivated semblance of decency. Salons, theaters, and private transactions become stages for hypocrisy and human frailty, and the work functions as a physiological study of contemporary manners rather than a conventional romantic drama.

A che cosa?

Alla vita a cui andava incontro a Milano. All'ignoto.

La fantasticheria durò parecchie ore, e fu feconda di un'idea nuovissima in lei, insospettata sino allora, incredibile, che la colpì a un tratto, come una rivelazione dall'alto.

Quand'essa si trovò sola, come uno schifo abbandonato in mezzo all'Oceano, quando il cinismo e la depravazione di Parigi e della provvisoria italiana ebbero cessato di agire come un influsso sui di lei nervi, sui di lei appetiti, sulle di lei passioni; quando non avendo più occasione di confidarsi agli adoratori, alle amiche, ai lenoni, fu obbligata di rientrar in sè stessa, di ascoltarsi, di frugare nei ripostigli più segreti del suo cuore inesplorato, ella sentì con non poca sorpresa sorgere in cuore un desiderio, un'idea, che fino allora le era sempre sembrata molto barocca ed assurda, ed alla quale aveva date tante volte la baia quand'erano gli altri che gliela proponevano.

Il lettore ha capito.

Le offerte di matrimonio fattele tante volte a Parigi ora portavano il loro postumo frutto.

Nanà era stata assalita ad un tratto dalle idee di faire une fin, di maritarsi con qualche ricco milanese, per vivere tranquilla e riabilitata agli occhi del mondo. Poco a poco quest'idea, che le era entrata in testa senza saper d'onde le fosse venuta, la invadeva tutta e faceva un cammino enorme nel suo cervello e l'avviluppava tutta in una specie di felicità, di cui non aveva gustato mai fino allora neppur il sospetto.

"Sì—pensava—io voglio, tornando a Parigi, che si dica, ecco la signora contessa di… quel che sarà, oppure, ecco la principessa di San… qualche cosa. Quel mio povero Mufe come sarà dannato quando lo saprà. E Satin dunque? E tutte quelle bougresses di mie amiche, come creperanno di gelosia e di rabbia quando mi vedranno sdraiata in un landau a fianco di mio marito, e sullo sportello tanto di blasone vero ed autentico!

A questi pensieri, in cui splendeva la bontà cristiana di quel cuore di donna parigina, ella sentì dei fremiti di felicità inarrivabile.

Poi fa assalita da un certo scoraggiamento.

"Maritata! Ma e poi?—pensava—Se mio marito fosse geloso? Se esigesse che io mi conservassi casta e tutta per lui?

Nanà si conosceva. Ella sapeva bene che di quando la sua natura ardente, le sue lubriche tendenze, i suoi capricci di donna dissoluta, avrebbero preso il sopravvento e le avrebbero fatto commettere dei famosi scarti.

Ma allora promise di cuore a sè stessa di essere se non casta almeno cauta, nè più nè meno di un buon curato di campagna. E dopo questa specie di giuramento si trovò la coscienza soddisfatta, incantata di sè stessa e circondata da una gioia viva e di buon augurio.

* * * * *

Poco dopo tornava in campo qualche dubbio.

"Ma troverò a Milano l'uomo che mi conviene ora che sono io a desiderarlo? Egli vorrà conoscere il mio passato… vorrà sapere… scrutare. E se qui in questa capital morale d'Italia, come ho sentito dire, non trovassi nessuno che s'innamorasse di me al punto da farmi la proposta, che laggiù a Parigi tutti mi ripetevano?…"

Stette a pensare mestamente; poi soggiunse parlando fra sè ad alta voce:

"E me la fecero tanto seriamente, che si uccisero quand'io negai! È orribile! Bisogna che io vendichi l'ombra di quel povero Giorgio, che mi amava in quel modo! È impossibile che io non faccia il solito effetto su… codesti Milanesi… per quanto m'abbiano detto che sono seri egoisti e scorbellati. Noi vedremo."

Quel nous verrons fu una specie di sfida alla gioventù dorata di Milano. I moti di modestia che talvolta sorgevano in Nanà finivano sempre con una sfida all'insensibilità mascolina. Ella si trovava tosto assai stupida e assai stupita di avere potuto concepire un dubbio sulla propria irresistibilità e mostrava immantinenti la nuova certezza nelle proprie forze conquistatrici, con un sorriso leggiadriasimo, in cui c'entrava però un poco d'amarezza e una gran dose di fatuità. Ella aveva sempre—e a ragione—una grandissima stima delle proprie attrattive e della flessibilità prodigiosa de' suoi mezzi uccellatori; ella si rammentava quante volte a Parigi degli uomini seri che pur conoscevano la sua origine bassa, e le sue pazzie sfrenate, e la sua vita vergognosa, si erano rotolati a' suoi piedi supplicanti, a mani giunte, per chiederle la mano di sposa… e si teneva certa di far il suo partito a Milano.

L'idea di accasarsi nobilmente, la speranza di poter entrare nel gran mondo, il pensiero di trattar al tu per tu le dame che l'avevano tanto disprezzata, la soggiogavano. Le difficoltà stesse ch'ella prevedeva dovessero insorgere per giungere alla stretta dei nodi, aguzzavano smisuratamente quel suo nuovo desiderio e gli davano una spinta poderosa. Ella stessa si maravigliava, a certi punti, di trovarsi così salda in un proposito e di scoprire ancora in sè stessa, tanto lievito di volontà, di speranza e di entusiasmo.

* * * * *

Giunta a Milano di notte, Nanà senza aver pensato a farsi dare a Firenze una indicazione di albergo, disse al cocchiere del calesse di condurla al primo hôtel, al più chic!

—E i bauli?—domandò questi.

—Li manderemo a prender domani! Sono dieciotto!

Il cocchiere naturalmente la condusse all'albergo della Ville.

Ora avvenne che seduti agli ultimi due tavolini del caffè dell'Europa, verso la porta dell'albergo, si trovassero in quel punto Enrico O'Stiary e il marchese Sappia, che eran usciti in quel punto dalla Luisa e pigliavano un grog. Un po' discosto da loro Ernesto Cantis, il giovane di avvocato, beveva una birra.

O'Stiary e Cantis videro prima passar dinanzi nel calesse Nanà, poi videro il legno arrestarsi lì accanto all'albergo. Il conte mandò una piccola esclamazione, che fè volger il capo al Sappia. Ma il Sappia, lì per lì, non ravvisò nella bella viaggiatrice la donna, che tre anni prima egli aveva con tanta ansia aspettata invano per tanto tempo, dalla Tricon! Il Sappia aveva la luce delle lanterne negli occhi e non poteva veder bene nelle tenebre. Ma O'Stiary e Cantis, che la luce l'avevano a ridosso, scorsero abbastanza per restarne molto colpiti entrambi. Era l'effetto che faceva sempre Nanà a chi la vedeva per la prima volta.

Fu allora che Nanà per discendere dal legno mentre allungava sulla predella il suo piedino, quale a Milano se ne vedono di rado, scoccò senz'accorgersi un'occhiata curiosa, che parve assassina, e scomparve nella porta della Ville accompagnata dal guarda portone che era venuto ad aprirle lo sportello.

Cantis balzato in piedi era andato dinanzi alla porta dell'albergo e aveva accompagnata Nanà fin sotto il portico, collo sguardo; e gli era parso, al poverino, di vedere che la bellissima sconosciuta si fosse voltata indietro quasi a salutarlo di nuovo prima di montar le scale.

Quella notte aveva creduto bene non di dormire un solo minuto.

Una ventina di giorni dopo, il Cantis aveva riveduta Nanà al teatro
Milanese.

Figuratevi come restasse poi quando il giorno appresso la vide venir dal suo avvocato.

Egli le aveva scritta la lettera famosa!

Anche Enrico era rimasto assai colpito della bellezza della sconosciuta viaggiatrice e il giorno dopo era ritornato alla Ville a chiederne notizia; aveva saputo il di lei vero nome e cognome e l'aveva riveduta al balcone dell'albergo più bella e più elegante che mai.

* * * * *

Lo credereste?

Dopo pochi giorni di residenza a Milano, Nanà si accorse senza grande maraviglia, d'essere già desiderata alla follia e contemporaneamente da nove persone molto diverse fra loro di età e di condizione: dal pubescente liceista al vecchio libertino di sessant'anni, dal signor conte di vieille roche, al galloppino dell'albergo che le serviva il pranzo, dal banchiere milionario al parrucchiere che la pettinava ogni mattina.

Nove dichiarazioni, delle quali otto in iscritto, ed una col mezzo d'un paraninfo e tutte nello stesso giorno, e in venerdì, era proprio la prima volta che le capitavano!

A Parigi non le era mai successa una cosa simile.

"C'est l'embarras des richesses" pensò Nanà.

Essa non potè a meno di riderne.

Tanto più che in ciascuna di esse Nanà scoprì un certo non so che, da doverle trovare eccessivamente strane. Quelle nove proteste di amore, o piuttosto di desiderio, che per combinazione le giungevano in frotta come una volata di passeri, e in venerdì per giunta, erano tutte impregnate dalla più deplorabile fatuità.

Ella si accorgeva che quei nove individui nutrivano già in cuor loro una grande speranza di essere corrisposti e subito; dalla loro protesta d'amore trapelava una certa persuasione di esserle già molto simpatici. Nessuno naturalmente le aveva scritto o detto o lasciato capire chiaramente una tanta immodestia, ma la trapelava, ed essa la subodorava in tutti. Quei nove—non uno eccettuato—alludevano o parlavano chiaramente di una certa sua maniera di guardarli… di una certa sua occhiata assassina… ah, quell'occhiata! Mio Dio! chi non darebbe la vita per una simile occhiata?

Nanà aveva un bel rammentarsi le proprie occhiate non giungeva a raccappezzarne una sola che avesse voluto dire qualche cosa di serio. In sostanza però, ella doveva persuadersi che que' suoi nove adoratori credevano tutti di essere stati quasi invitati, accalappiati, fulminati da una di lei occhiata.

Ed essa sapeva di non averne data neppure una sola da cui spirasse, o che potesse ispirare la benchè minima simpatia.

Questo fenomeno a dir vero non era la prima volta che capitava a Nanà.

Ma sopra nove persone, in un colpo solo, le pareva proprio un po' troppo!

"Bisogna dire che a Milano le donne abbiano lo sguardo delle Arpie quando fissano gli uomini" pensò Nanà.

Le sventure passate, il rimorso e la superstizione le avevano messo nella guardatura e nel muovere delle pupille una particolarità degna di attenzione. Que' suoi occhi, più grandi del vero, a prima vista parevano supplicanti e desiosi.

Voi credevate in buona fede che ella vi avesse fissato in quel modo, perchè la vi trovasse bello o piacente, perchè la vi desiderasse, perchè forse… oh Dio! già segretamente la fosse presa delle vostre fattezze. E allora mille fuochi e speranze avvampavano o scattavano nel vostro interno. Avvampavano se avevate il temperamento sulfureo, scattavano se lo avevate fatto a molla.

Ebbene?

Quand'essa distaccava da voi lentamente le sue pupille, se voi eravate filosofo, se nello sguardo altrui sapevate discernere il vero sentimento che lo ispirava, vi sareste accorto che ella, non che fissarvi, nè desiderarvi, nè amarvi già in segreto, non la vi aveva nemmanco notato, non la si era neppure accorta di voi, non la vi aveva veduto passare che tampoco.

Nanà non aveva sguardi che vedessero davvero, se non per le cose che appetiva o per le persone che odiava.

Non parlo di quelle che essa amava, per una ragione semplicissima.

Che ella, come non aveva amato mai davvero, così non amava nessuno ancora.

Fontan lo aveva subito più che amato. Era stato piuttosto un bestiale istinto che una pena di cuore la sua.

All'oggetto desiderato o alla persona odiata nessuna creatura al mondo sapeva guardare meglio di Nanà. Ma gli indifferenti? Essa non li vedeva. I suoi occhi difficilmente si occupavano del mondo esteriore, se non per raccogliere alla sfuggita e all'ingrosso i taciti omaggi dei passanti. L'orgasmo continuo e febbrile della sua ambizione non le permetteva di discernere se non quello che premeva a' suoi istinti felini di donna e alla sua smisurata vanità.

Nanà ormai guardava più spesso all'indentro di sè stessa che non al di fuori. Le imagini sanguinose, i fantasmi della sua vita passata non erano scomparsi mai dalla sua fantasia. Essa portava con sè la catena d'un rimorso non vivo, nè salutare certamente, ma molesto e perenne. Talchè giammai quella sua plastica bellezza era stata così pericolosa e più procace!

* * * * *

Una delle otto lettere d'amore noi la conosciamo già. Nanà l'aveva trovata nel manicotto uscendo dall'avvocato Delguasto, dov'era andata a consulto, per una certa coda di processo ch'è inutile richiamare in questo punto.

Nanà ebbe un bel domandare a sè stessa come mai quella lettera avesse potuto capitare nel suo manicotto, e non trovò la risposta. Ella non s'era nemmeno accorta di Ernesto Cantis, non l'aveva veduto, o per meglio dire, non l'aveva osservato. E lui credeva, il povero ragazzo, ch'ella nutrisse già per lui una segreta simpatia!

IV.

In casa Martelli la conversazione, tanto più se presente don Ignazio, era la cosa più gaia e più spiritosa che si possa imaginare. E, sopratutto, libera assai. Bastava infatti, che non si parlasse in alcun modo di donne, nè di romanzi, nè di santa Chiesa; bastava non si parlasse male nè del sistema di governo, nè dei preti, nè dei carabinieri, nè della Banca nazionale, nè della Perseveranza; bastava non si parlasse bene nè dei repubblicani, nè di Garibaldi, nè di Vittor Hugo, del resto si era perfettamente liberi di ragionar di tutto, e d'altre cose ancora.

La Elisa era la sola a cui suo padre, volere o non volere, aveva dovuto fare qualche concessione. Non c'era stato verso di farle dire, nè di farle tacere molte cose che certa gente seria crede si debbano dire o si debbano tacere, dalle fanciulle bene educate. Essa—che pur toccava ormai i 18 anni—parlava sempre con una verginità di impressioni e con una schiettezza di frasi, che talvolta rasentavano la crudità, anche per sua madre, che era pure infatuata di lei. Questa non rifiniva mai di dirle che ella era troppo franca. Non c'era verso. Il di lui modo di esprimersi, quantunque scevro di malizia o di ironia, era sempre così vivo e così sentito, che gli amici di casa, gente avvezza a tutte le ipocrisie, a tutte le smorzature, a tutte le banalità delle solite conversazioni, ne restavano scossi e abbagliati. Perfino Aldo Rubieri, che era pur un artista di vaglia, non approvava sempre certe uscite della Elisa, quantunque ammirasse in lei l'ingegno originale e coraggioso, che gliele suggeriva. Suo padre, non pargliamone! Suo padre, in cuor suo, deplorava di avere contribuito a dar in luce una pazzarella di quel carattere, dal quale, secondo lui, un marito non avrebbe cavato nulla di buono.

"Figuratevi!—pensava—alludendo all'antico progetto—Testa falsa lei, testa falsa lui. No, no, no; cento volte no!

Non c'erano che l'Enrico e il marchese d'Arco, i quali la capissero pel suo verso e l'applaudissero. Essi davano sempre ragione alla Elisa, il che talvolta faceva arrabbiare il notaio fino all'escandescenza. Sua madre taceva e ne gioiva in segreto.

Spieghiamoci bene però anche su questo punto. S'intende acqua e non tempesta! Quella facoltà molto decisa di dir sempre le cose schiette e senza smorzature, non escludeva però nella Luisa un'altra facoltà, senza della quale essa avrebbe potuto qualche volta sembrar una scema in faccia a chi non l'apprezzava. Essa aveva molta schiettezza in cuore, ma aveva pur anche molto criterio e molta finezza in cervello, e sapeva a suo tempo e quando le conveniva, metter in pratica tutte le graziose astuzie della diplomazia femminile.

Giacchè altra cosa è saper simulare e altra cosa è saper dissimulare. La Elisa, incapace di simulazione, era forse a tempo e luogo maestra di dissimulazione. Tanto è vero che se le avesser dato un segreto da serbare, si sarebbe lasciata uccidere prima di svelarlo. Tutte le arti, le grazie, le disinvolture, le furberie, le moinerie, le capestrerie che il cuore detta istintivamente alle ragazze d'ingegno, essa le possedeva per istinto. Poche fanciulle, pur senza scuola materna e senza buon esempio in casa, sapevano acconciarsi stupendamente, mostrar, senza farsi scorgere, il piede e la mano bellissimi, muovere il ventaglio, dar il colpetto di mano allo strascico della veste, guardar in viso agli uomini con un sorriso modesto, alzarsi e sedersi, comparire e scomparire, quanto lei.

Il fatto è che a dieciott'anni l'Elisa era considerata da tutti come la testa più forte della famiglia. L'era una idea codesta che stava nell'aria. La si capiva chiaramente senza che nessuno l'avesse mai notata o lasciata supporre.

Se qualcuno, a tavola o seduto in circolo, diceva qualche cosa d'insolito o di bello, guardava in faccia alla Elisa. Il sorriso di lei era il premio certissimo al buon senso o allo spirito spiegato. Ella, dal canto suo, senza far mostra di accorgersi d'essere stata consultata o preferita, dava uno sguardo repentino a sua madre, e se questa non le diceva col cipiglio di tacere, si era certi di udirla esprimere la sua opinione talvolta perfino tagliente e frizzante, come quella di un piccolo Tayllerand in gonnella. Alcuni allora ridevano e commentavano l'arguzia della fanciulla; altri tacevano, come sopraffatti, e si trovavano quasi a disagio nel nuovo ambiente, che l'idea spiritosa dell'Elisa aveva formato intorno ad essi. Un leggero, un lontano, un vago sospetto li prendeva: quello di poter sembrare per avventura un pochino imbecilli in faccia a lei.

Un giorno, tra gli altri, il babbo notaio ricevette la lettera d'un pretendente alla mano di lei; un giovinetto della buona società, un conoscente di casa che da più mesi faceva una corte tacita e modesta alla fanciulla, senza aver avuto da lei la benchè minima lusinga.

Costui aveva sentito dire che ogni idea di matrimonio fra l'Elisa e il conte Enrico O'Stiary era andata in fumo. La dote e le speranze in fieri avevangli dunque dato il coraggio di chiedere la mano della vergine bellezza.

La lettera giunse dopo pranzo, mentre don Ignazio, colle due donne e il marchese d'Arco, stavano aspettando il caffè nel salotto. Il notaio, dopo aver letto il foglio, lo depose sulla tavola con un'aria fra il serio e il soddisfatto, ed espose ai presenti l'inaspettata domanda.

—Diamine!—sclamò la madre.—Non si usa, mi pare, a domandar la mano di una fanciulla per lettera. Si manda un amico a far la proposta.

—Non ne avrà!—osservò la Elisa.

—C'è della gente che, temendo il rifiuto, non ama che altri lo sappiano—osservò il marchese.

La Elisa intanto aveva messo, da lontano, lo sguardo sulla lettera, quasi per indovinare chi potesse essere quel pover'uomo, che veniva a chiederla in moglie, e aveva veduto in testa di quella lettera una cosa che l'aveva fatta sorridere; e foggiò subito in testa la risposta che avrebbe data a suo padre, se fosse stata interrogata sulla sua intenzione. In mancanza di un'arma gentilizia, lo scrivente usava dei fogli di carta, che portavano per cifra un ferro di cavallo.

—Che ne dici tu. Elisa?—le domandò suo padre.

—Ma, io dico la verità—rispose coll'accento più umile che potè trovare nella voce armoniosa la fanciulla—io non mi sento voglia di sposare un maniscalco.

Il babbo, il marchese e la signora Eugenia ruppero a ridere saporitamente. Supposero che ella credesse sul serio che quella lettera col ferro di cavallo venisse da un maniscalco.

La disingannarono….

Elisa li lasciò dire.

—Ma—riprese ella, che sapeva benissimo il fatto suo—perchè dunque questo signore mette in testa delle sue lettere quell'insegna di maniscalco?

—È la moda del giorno—disse la madre.

—L'insegna dei maniscalchi non è così. È un ferro contornato da un'aureola di chiodi—osservò il marchese.

—E questa invece che cosa esprime?—domandò la Elisa.

—È un mezzo qualunque per esprimere la propria passione pei cavalli—soggiunse il marchese.

—Ah, se è così—disse la Elisa—io temerei ch'egli dovesse amare più i cavalli di sua moglie.

Quel motto del maniscalco fece il giro delle conversazioni milanesi. Per qualche tempo i cartolai che tenevano della carta da lettera col ferro di cavallo per cifra, stupirono di non vedersene più cercata da nessuno.

Oggi la voga ripiglia.

Fortunati cartolai!

* * * * *

Fra le convinzioni più ferme di Elisa, quella che sovrastava a tutte, la dominante, la sovrana, la inespugnabile nel suo cuore, era quella di non poter essere felice al mondo che unita al suo Enrico. L'affetto della impubere si era mutato, nei tre anni, in sentimento gagliardo ora ch'ella s'era fatta donna. Già fin da bambina, del resto, quand'essa aveva inteso per la prima volta il grido di Roma o Morte, si ricordava che per associazione di idee nella sua testolina era risuonato un altro grido consimile, essa aveva balbettato in cuor suo: Enrico o morte.

La Elisa aveva anch'essa, come Madame Aubray, le sue idee, innate od acquisite, poco importa. Diversamente della maggior parte delle nostre fanciulle di buona famiglia, dacchè aveva cominciato a pensare al mistero della vita, non era rimasta indifferente agli innumerevoli quesiti, che le si presentavano alla curiosità della mente. Voleva saper tutto continuamente e tormentava sua madre, che talvolta, messa tra l'uscio e il muro, le rispondeva frottole da non dirsi. Quanto più essa la pregava di non farle certe domande, tanto più la Elisa si sentiva presa dalla smania di fargliene un sacco. Su molti punti, specialmente del mistero immenso, essa dubitava ancora; era scettica, non incredula; su altri, essa si era formata un'opinione tutta propria ed incrollabile. In fondo, ell'era socialista senza saperlo. Nè quelle sue verginali certezze erano frutto di lunghi pensamenti fra sè stessa o di ragionamenti con altri; erano intuizioni lucide, portate dal buon senso e dal criterio, che la inducevano a pensare certi veri nobilissimi, da nessuno rivelati, ma dai quali le pareva che non si sarebbe scostata, ancorchè le avessero inflitto il martirio.

Fanciulle siffatte sono rare a Milano. Non tanto quanto si potrebbe credere, ma rare.

Certo, e forse a ragione, si dice che un'Eulalia romana, al giorno d'oggi, non sia più possibile. Pure la Elisa era proprio della stoffa di Eulalia romana. Eulalia, sapete bene, fattasi cristiana a sedici anni, quando fu accusata e trascinata dinanzi al pretore, avrebbe potuto avere salva la vita, soltanto che avesse consentito a metter un granello d'incenso sul tripode, che ardeva dinanzi all'abiurato idolo pagano. Ella era così giovinetta e così bella, che il pretore, estasiato, avrebbe voluto, forse a suo malcosto, salvarla. Egli le offerse lo scampo. Eulalia diede uno schiaffo all'idolo, sputò in faccia al pretore e fu mandata alla croce, il patibolo dei cristiani.

La Elisa teneva di questa tempra diamantina. Per una di quelle inesplicabili contraddizioni femminili, che formano la disperazione dei fisiologi, ella era timidissima e arrossiva tutta e quasi tremava se si trattava di mettersi in vista, di presentarsi in un salone a spalle nude, vestita da ballo, o di entrare in un caffè affollato di gente, che al suo apparire spalancavano gli occhi e la mangiavano cogli sguardi, sussurrandosi all'orecchio le ammirazioni desiose e le frasi procaci. Ma se si trattava di un pericolo serio, fosse pur stato imminente e misterioso, dinanzi al quale tanti uomini smarriscono il sangue freddo, ella si mostrava calma ed intrepida.

Suo padre le aveva severamente proibito—non se ne parla—di leggere romanzi.

—Neppure i Promessi Sposi e il Marco Visconti?—aveva domandato lei.

—No, neppur quelli!

Questa proibizione le aveva messo indosso una smania cocentissima di leggerne assai più di quello che ne avrebbe letti naturalmente, se suo padre non avesse parlato. Enrico era il di lei complice, che le forniva nascostamente il pasto desiato. Nondimeno spesso la Elisa trovava molto noiosi i romanzi troppo morali che Enrico le portava. Egli era assai puritano in questo; aveva escluso tutti i moderni realisti, e, de' vecchi, anche il Balzac.

Una sera l'Elisa mostrò a Enrico desiderio di leggere l'Assommoir di
Zola.

Enrico si rifiutò di portarglielo.

—Ho già fatto troppo—disse—a concederti l'altro giorno: L'homme qui rit.

—Gran che!—sclamò la Elisa.

E la terribile fanciulla si mise a sparlare di Vittor Hugo.

Enrico la pregò di non farsi sentire da altri. Era come dire a un usignuolo di non cantar in primavera.

—Avrò torto—diceva la Elisa al conte—ma a me Vittor Hugo qualche volta fa l'effetto di un uomo che sia lì lì per diventar pazzo. Il marchese mi disse un giorno che questo è il carattere del genio. Sarà! lo sfido a non ridere qualche volta di certe frasi di Vittor Hugo. Per esempio mi ricordo questa:

"Un profondo rumore soffiava nella regione inaccessibile."

Se invece di essere Vittor Hugo che ha scritto questa frase fossi io, a quest'ora mi avrebbero condotta al manicomio. Un profondo rumore che soffia? E nella regione inaccessibile? Ma cosa vuol dire? La si capisce così a occhio e croce; ma è genio codesto? Il genio, mi pare a me, dovrebbe consistere nel dir chiaramente le cose più difficili ad essere pensate da altri, non nel paccucchiare delle frasi con delle parole assurde. Il Rubieri per spiegarmi la cosa mi diceva che i romanzi di Vittor Hugo vogliono essere tutti poemi cosmici, e che egli crede in buona fede di essere il nuovo Cristo delle miserie umane; ma se è così egli è un Cristo che ritiene i suoi discepoli e i suoi lettori altrettanti badaux, che lo devono capire a lume di naso.

* * * * *

La Elisa a dicianove anni era dunque riuscita una piccola enciclopedia ambulante. Si guardava bene dal farne sfoggio, ma lo era. Tutte le arti graziose essa le aveva imparate con una rapidità sorprendente, quantunque sentisse che tutto questo attiraglio di cognizioni superflue non le avrebbe servito a nulla nei suoi rapporti col giovane al quale la si era votata.

Quanto agli altri che cosa importava a lei di comparire più o meno istrutta?

Sciaguratamente l'Enrico diceva di amarla, ma non l'apprezzava. Egli era freddo, preoccupato, distratto, sviato. Egli era altrove co' suoi pensieri, co' suoi desideri, coll'anima, e pur troppo spesso anche col corpo. Elisa capiva tutto questo, e ne soffriva, pur dissimulando con dignità il suo dolore. L'allegria del conte quand'era con lei era forzata. Le sue stesse espansioni, i ricordi, le tenerezze erano tutte superficiali. Si capiva che dopo un'ora che era stato con lei il giovinetto cominciava a trovarsi sulle spine, e desideroso di prender il volo. Altre passioni, altre illusioni lo chiamavano altrove.

Egli aveva veduta Nanà.

La Elisa ne era mortificatissima; ma non lasciava trapelar nulla neppur a sua madre.

Al marchese una volta aveva lasciato capire qualche cosa del suo cordoglio. Ne era stata consolata con una frase francese: "Il faut que jeunesse se passe."

* * * * *

Stavano dunque radunati nel salotto attiguo alla sala da pranzo il notaio, le due donne e il marchese, che era venuto come il solito, verso le otto a far la sua visita per trovarsi fra gli amici di casa e per vedere l'Enrico.

Il babbo schiacciava un sonnellino.

Il marchese parlava colle due donne di cose indifferenti. Elisa era distratta.

La Elisa quel giorno s'era levata con un grande progetto in testa. Un progetto che le si era presentato come un'enormità, ma che sentiva esser diventato necessario. Lo aveva pensato la notte dopo avere sparso sul vergine origliere alquante lagrime di dolore, al solo pensiero di trovarsi obbligata a metterlo in pratica, l'aveva covato tutto il giorno, l'aveva rifiutato e riaccettato venti volte.

Il progetto era di mostrarsi molto gentile con Aldo Rubieri, per vedere se Enrico se ne risentisse, per scuotere quella mortale indifferenza in cui egli era immerso e che la faceva morire di segreto cordoglio; per suscitare insomma nel suo amante un poco di gelosia. Ella sapeva bene che questa piccola commedia le sarebbe costato un grandissimo sforzo. Fingere? Lei? Eppure non le rimaneva altra speranza che quella. Se l'Enrico si fosse mostrato insensibile anche a quel tratto, ella sarebbe andata a farsi suora di carità.

È lecito pensare che lo sforzo del far un po' la civettuola con Aldo
Rubieri non fosse poi tanto sovrumano, neppure per lei.

Aldo non era un uomo ordinario; ed era bello, forse più bello del conte.

E poi la donna ha in sè un istinto di civetteria così spontaneo, che nulla nulla se ne immischi il bisogno o se ne presenti il pretesto, essa lo mette in opera quasi senza addarsene, forse suo malgrado. C'è nella donna come un fuoco sacro, che non si spegne mai, ed è quello sopratutto di piacere a tutti, per piacere di più ad un solo.

Quando Aldo si presentò—prima del conte—la Elisa stava passeggiando al braccio del marchese il quale era beato anche lui di sentire il braccio della giovinetta che doveva formare la felicità del suo Enrico, pesare sul suo.

Ella gli stava parlando appunto del conte.

Il marchese a dir vero—uomo di studio che aveva il capo ne' suoi incurabili e nelle sue medaglie—non sapeva nulla della vita di Enrico. Questi per coprire ai di lui occhi i suoi errori, gli aveva restituiti dopo pochi mesi i tremila franchi che il marchese gli aveva prestati, dicendogli una piccola bugia per giunta.

Vedendo dunque entrare lo scultore, la Elisa premette sul braccio del marchese e gli fece fare una mezza girivolta.

—Come va la vostra Venere contemporanea? domandò a Rubieri andandogli incontro.

—La creta o la creatura?—domandò Rubieri.

—Ma la creta!—rispose la Elisa—di una modella che non conosco io non mi curo certamente.

Ella non sapeva la povera Elisa, che a quella modella di cui non si voleva curare, il suo Enrico aveva scritta una lettera di fuoco.

Ella non sapeva d'essere tradita per colei.

—La creta è quasi diventata una creatura—rispose Aldo Rubieri.—Ne sono contento.

Egli andò poi a salutare donna Eugenia e il notaio che s'era messo a leggere il Corriere della Sera, crollando spesso il capo, e dichiarando che alla fine del trimestre avrebbe lasciato l'abbonamento, perchè quel foglio da qualche tempo tirava al liberale.

Aldo ritornò verso la Elisa che lo aspettava. Ella lo fece sedere accanto, per domandargli se era vero ciò che le aveva contato la mattina suo padre…

—Cioè?

Che il sindaco gli avesse annunciata la sua nomina ad assessore municipale.

Aldo annuì. La Elisa sostenne la conversazione variata, saltellante, frivola fino al momento in cui dal campanello capì che chi entrava era il suo Enrico.

Allora ell'ebbe un movimento sublime di civetteria; disse tutt'a un tratto a Rubieri:

—Lei non s'è neppur accorta che quest'oggi io ho cambiata pettinatura.

—Altro che me ne sono accorto—rispondeva Rubieri mentre il conte si presentava sulla soglia dell'uscio della sala.

—Come la mi trova dunque? Le piaccio così?

—Ah, Elisa, lei è adorabile ancora più del solito—rispose Aldo che volgeva le spalle all'uscio e non poteva accorgersi che Enrico era entrato.

Infatti la Elisa quella mattina s'era fatta tagliar i capelli alla
Vallière, sulla fronte, e stava superbamente bene.

Aldo se n'era accorto, ma la fanciulla lo aveva talmente coperto di domande nel frattempo che egli non aveva avuto neppur l'agio di muoverle un complimento.

Ora trovandosi così interrogato con voce più viva del solito aveva risposto:

—Oh, Elisa, lei è adorabile più del solito.

Era tutto quello che la fanciulla potesse desiderare. Mentre l'Aldo diceva questa frase Enrico gli passava rasente e la udiva. La Elisa non guardò in viso al conte. Finse di essere tutta intenta a quello che le diceva Rubieri.

Il conte passò fingendo di non udire le parole di costui. La Elisa ne fu piccata in modo che raddoppiò i graziosi atteggiamenti in faccia allo scultore, e la più glaciale indifferenza pel suo adorato.

Era la prima volta che a Rubieri succedesse di veder una cosa simile.
Enrico, salutata la madre e il notaio, venne a stringer la mano a
Elisa e ad Aldo Rubieri.

—Buona sera, Enrico—disse la Elisa sorridente disinvolta.

Poi senz'altro si volse a parlare di nuovo allo scultore, che nel frattempo aveva corrisposto alla stretta di mano di Enrico.

Il quale, per non aver l'aria di ascoltare il colloquio fra la Elisa e Aldo, si ritrasse colpito dal nuovissimo contegno della fanciulla. Il marchese in quella lo abbordò parlandogli di cose indifferenti. Egli lo ascoltava e gli rispondeva macchinalmente, ma colla coda dell'occhio andava spiando le mosse di Elisa che proseguiva con Rubieri la sua piccola manovra da figlia di Eva.

Ella si accorse di avere destato in Enrico qualche cosa di insolito, senza mai far mostra di accorgersi di lui; ma pur strisciando, collo sguardo girante, sullo sguardo del conte, s'accorse ch'egli la studiava ed era sorpreso. Essa continuò ripromettendosi il trionfo finale.

Ma per quella sera non vi fu spiegazione alcuna fra loro.

V.

La sera dopo al teatro Milanese si dava una rappresentazione mista in dialetto ed in francese.

La nascente compagnia ambrosiana lasciava il posto ad una troupe française che pigliava possesso di quel palcoscenico. L'impresario aveva combinato per le ultime serate delle recite internazionali metà di dilettanti milanesi metà di comici francesi.

Per lever de rideau la Giannella recitava una farsa del Duroni, a cui faceva seguito una commedia in due atti di Scribe jouèe par madame Blanche et par monsieur Babil.

La sala allora non era com'è adesso. Non c'erano palchi. Una loggia sostenuta da colonne aggettava in mezzo della parete dicontro al palcoscenico e accoglieva un centinaio di spettatori.

Quella sera non ce n'erano più di venti sparsi quà e là al parapetto.

Verso le nove e mezzo Nanà fece il suo ingresso in quella loggia accompagnata da un'amica e da un cavaliere.

Il sipario era calato.

Le sedie al parapetto erano occupate tutte. Ma, vedendo la donna bella, un signore s'alzò e le cedette il suo posto. L'amica e l'accompagnatore si sedettero dietro a lei in seconda fila.

Nanà depose il suo binoccolo sul parapetto dinanzi a sè, strisciò una lunga e rapida occhiata in platea, un'occhiata che parve indifferente a tutti e quasi sprezzante, ma colla quale essa vide od intuì ad uno ad uno al loro posto almeno una mezza dozzina de' suoi molti adoratori; assaporò con immenso giubilo il fremito e il mormorio che la sua apparizione produsse nella sala, poi si volse indietro a dire alla sfuggita una parola all'amica.

La donna che l'accompagnava non era nè bella nè brutta; e quando Nanà le parlò si mise a ridere forte. Tutti si volsero a guardarla.

Poco dopo Nanà pigliò in mano il binoccolo e cominciò la rassegna in platea.

Ernesto Cantis, il giovinetto commesso d'avvocato col suo bravo garofano all'occhiello dell'abito stava di fianco addossato al muro e guardava Nanà a bocca aperta. Essa lo trovò tout bonnement absurde.

Si alzava il sipario.

Nell'angolo a sinistra c'era Filippo Marliani, il solo che Nanà conoscesse. Seduti, ma colla faccia rivolta a lei Nanà indovinò altri quattro patiti. Erano Enrico O'Stiary, Bianconi, Salis e Parma a lei ignoti. Ciascuno di costoro aveva un proprio contegno particolare. Uno guardava troppo, l'altro guardava di rado; Enrico fingeva di non averla ancora veduta. Dei quattro che stavano nelle sedie, fra cui appunto il nostro Enrico, uno si volgeva a riderle in viso ogni volta che la commedia ne porgeva il pretesto; l'altro le mandava un'occhiata languidissima, un terzo si dimenava sulla sedia, ma non si volgeva mai.

Nanà che li aveva già squadrati tutti non badava a nessuno.

Il solo, come dissi, che Nanà si ricordava benissimo di avere conosciuto era Filippo Marliani. Il lettore ne sa già qualche cosa. Il Marliani aveva fatta la conoscenza di Nanà a Parigi dalla Tricon, poi l'aveva amata fuor della casa infame per qualche giorno, finchè il suo compagno di viaggio il marchesino Sappia era riuscito a strapparlo da Parigi.

Era stata una conoscenza così affrettata e superficiale, che nè il
Marliani avrebbe saputo che cosa pensare di Nanà, nè essa di lui.

Il Marliani quello stesso giorno, vedutala passare in brougham s'era informato dal cocchiere del luogo di sua dimora e le aveva scritto una delle otto lettere famose. Essa gli aveva risposto su un biglietto di visita:

"Questa sera al Milanese, venite a trovarmi."

Durante il secondo intermezzo Marliani montò sulla loggia. Il signore che aveva accompagnato le due donne in teatro gli cedette la sua sedia e discese. Nanà ricevette il Marliani con moltissima espansione, un poco perchè aveva a chiedergli un gran favore e un poco pel gusto di far rabbia agli altri cinque adoratori, che spalancarono gli occhi invidiando il Marliani.

Essa lo presentò alla sua amica; dopo dieci minuti di discorsi molto indifferenti Filippo accostò la faccia a quella di Nanà e le scoccò questa domanda.

—Non si può dunque venir in casa tua?

—No—rispose Nanà—ti dirò poi.

—E che cosa dici della mia lettera?

Nanà lasciò scappare una di quelle sue risate sonore, che fece volgere il capo a tutto il teatro.

—Perchè ridi?

—Perchè insieme alla tua ne ho ricevuto altre sette.

—Sette!

—Sette?

—Chi sono?

—Ah, se tu volessi farmi dire tutti que' nomi, saresti bravo. Mi ricordo di quello di un solo: del conte Enrico O'Stiary. Lo conosci?

—Di vista,—rispose Marliani,—eccolo là.

—L'avrei giurato che era lui—sclamò Nanà.

—E dimmi un po', chi è quel signore che ti accompagna, che era qui poc'anzi?

—Oh, sans consequence! È il cugino del mio albergatore; l'ho pregato io stessa di accompagnarci.

—Ti fa la corte?

—Ma neppur per ombra.

—E mi risponderai alla lettera?

—Perchè no? Dove stai? Debbo parlarti.

Marliani cavò un biglietto di visita, sul quale, in calce, stava l'indirizzo.

—Debbo parlarti di cose serie. Ma guai a te se tu dici qualcosa sul conto mio… sai. A Parigi tu non mi hai conosciuta.

—Mi credi un mascalzone?

Nanà fu rassicurata. Allora cominciò gradatamente ad alzar la voce, parlando di tutt'altro e volgendo la parola anche all'amica che le sedeva accanto.

* * * * *

—Oggi ho fatto conoscenza con madame Blanche, che è alloggiata nel mio albergo.—disse Nanà.—Fu lei che m'indusse a venir qui stasera.

—È piuttosto brava—disse Marliani tanto per dir qualche cosa.

—Anzi—soggiunse Nanà levandosi; giacchè in lei la risoluzione era sempre contemporanea all'idea che le scattava in testa e non usava mettere fra l'azione e il pensiero il benchè minimo intervallo.—Voglio andar sul palco a trovarla. Accompagnami.

Nanà dava assai facilmente del tu a' suoi amici. Chi non sapeva nulla di questo vezzo, aveva talvolta delle sorprese singolari. Capitava di doversi domandare se ella avesse tanti amanti o tanti fratelli, o tanti cugini quanti si trovavano in una sala in cui ci fossero, per esempio, una trentina di giovinotti.

A ventinove di essi, essa dava del tu, con magnifica disinvoltura.

—Mi lasci qui sola?—disse la signora Fanny.

—Vieni anche tu.

Nanà diè il braccio a Marliani, e si mossero verso il palcoscenico.

Sul palco trovarono per prima la Giannella, a cui un collega burlone stava dando a intendere che quella mattina una donna aveva partorito, uno dopo l'altro, dieci figli tutti maschi e tutti vivi.

A tale notizia, la Giannella aveva spalancati i suoi occhi grigi e aveva sclamato:

—Tu mi sgonfii!

—Ma no; è un fenomeno rarissimo, ma non è la prima volta che succede.

—Fino a quattro, l'ho già sentito dire anch'io… ma dieci poi… mi par troppo.

—Eppure è un fatto!

—Oh, guarda mo', povera disgraziata!—sclamò allora la Gianella, che s'era data subito a credere al barzellettatore.—Ed è viva ancora?

—Altro che viva! Si dice anzi che ieri, dopo soli tre giorni, sia andata dal Cabrino a ballare.

Un barlume di sospetto che il suo compagno d'arte si burlasse di lei, passò negli occhi sorridenti della Gianella.

—Per bacco! Dieci? Saranno ben piccini.

—Ma che!—rispose l'altro colla più imperturbabile serietà—sono tutti grossi, al contrario, come bimbi di un mese.

—Ma bisogna dire allora che essa sia una gran macchina di donna.

—Lei? Non è più grossa di te.

La Giannella portò le due mani sul grembo, come per assicurarsi che in esso non ci avrebbero potuto stare dieci marmocchi.

In quel punto gli astanti che non potevano più reggere, scoppiarono in una fragorosa unanime risata.

—Ah! Voleva ben dir io!—sclamò la buona Giannella, guardandosi intorno ramminchionita e sorridente.—Che cosa ne so io? Se ne sentono tanti adesso di felòmeni!

* * * * *

Nanà e i suoi due compagni s'erano fermati presso la Giannella e avevano udito quel singolare diverbio: "Ma è la Tatan Nenè sputata" pensò Nanà.

In questo il direttore le si accostò:

—Vorrei parlare a madama Blanche—disse quello.

Il direttore le additò il camerino e ve l'accompagnò.

Nel camerino di madama Blanche Nanà trovò Aldo Rubieri e il marchese Sappia, i quali avendola veduta andar sul palcoscenico dalla parte di destra, l'avevano preceduta dall'altro ingresso a sinistra.

Aldo Rubieri e Sappia non si conoscevano; madama Blanche li aveva presentati uno all'altro.

—Di nome è un pezzo ch'ella è conosciuta da me—gli disse il marchese.

—Posso dire anch'io che il di lei nome non mi è nuovo. Ell'è grande amico di un mio amico, il conte O'Stiary.

—Di Enrico? Ma sì, diavolo! L'ho lasciato appunto in platea.

Nanà entrò.

Dopo gli abbracci, i saluti, le congratulazioni colla artista cominciarono i complimenti da parte di Sappia e di Rubieri che madama Blanche le presentò.

Questi da vero artista, che ha il diritto di rilevare più che altri, le bellezze formose nella donna, scoccò a Nanà un complimento così plastico, che questa ne restò colpita ed estatica.

Allora ella gli parlò subito del desiderio di avere da lui un ritratto in marmo. Gli domandò il permesso di andar il giorno dopo a visitare il suo studio.

Quanto al marchesino Sappia egli era così commosso dalla vicinanza di Nanà che balbettava, e per mostrar disinvoltura faceva invece la corte a madama Blanche.

Madama Blanche, che aveva mangiata subito la foglia, accettava quella corte di ripiego con molta ironía. Ella si era messa allo specchio e truccandosi faceva mostra di non sentir le lodi che Rubieri profondeva a Nanà, perchè quelle lodi… fatte a un'altra, nel suo camerino, la seccavano enormemente.

Finalmente il Sappia interpellato da Nanà dovette volgersi anche a lei. E allora si capì perfettamente che quelle due creature, le quali pareva proprio si vedessero per la prima volta, s'erano conosciute altrove… di sfuggita, misteriosamente, da un gran pezzo forse, ma s'erano già vedute in qualche altro luogo di questo mondo.

Una frase di Nanà tolse ogni dubbio a Rubieri e a madama Blanche.

—Voi siete sempre un gentiluomo, non è vero?—domandò Nanà a Sappia, accomiatandosi e stringendogli la mano molto inglesamente. A cui Sappia aveva risposto:

—Ne potete dubitare? Non temete nulla da me.

* * * * *

Nanà quando fu nello studio dello scultore fu presa dalla sua solita smania di far valere la sua immensa bellezza plastica. A Rubieri era bastato uno sguardo per accorgersi di essa e non avrebbe potuto desiderar di meglio che di averla per modella. Ma naturalmente non osava. Fu Nanà che gli disse essere pronta a lasciarsi far il ritratto ignuda, e allora Rubieri per idealizzare l'opera sua aveva trovato un'idea che gli era parsa luminosa, e che Nanà aveva accettata con entusiasmo.

—Io farò di voi la Venere contemporanea.

E così s'era fatto. In meno di quindici giorni, dal blocco informe di creta, era già sortita come un giorno dalle spume del mare somigliante e stupenda la statua-ritratto della Nanà.

VI.

Filippo Marliani abitava in una camera di venticinque lire al mese in via Solferino.

Era una stanza che pareva creata apposta per designare il carattere e l'ingegno di chi l'abitava. Per quanto preoccupato, per quanto al verde, per quanto disgraziato un uomo di buon gusto, non può vivere in certe camere mobiliate milanesi, ancorchè gentile ne sia la padrona che la rigoverna soffice il letto e a buon mercato la pigione. C'è in molt'uomini un sentimento delicato, ombroso, superiore ad ogni idea di risparmio, inavvertito spesso, ma sempre vigile e tiranno per conto proprio, il quale si ribella continuamente all'aspetto delle cose volgari o anche soltanto sgraziate e brutte.

Filippo Marliani, che era pure quel che si dice un bel giovane, e che era stato anche ricco, aveva il difetto di essere assolutamente privo di ogni idea estetica, non sognava che a questo mondo esistesse il sentir fine, non aveva alcuna nozione nè innata nè acquisita del buon gusto.

Filippo, da parecchi mesi, trovavasi in una terribile crisi finanziaria. Aveva fatte delle perdite grosse al giuoco, e s'era ridotto in quella camera da venticinque lire al mese, dopo d'aver venduto a poco a poco tutto ciò che teneva di bello e di ricco nel suo antico quartierino da scapolo agiato.

* * * * *

Il giorno dopo della sera che Filippo rivide Nanà a teatro—era un sabato—si trovava possessore dell'ultimo, unico, estremo suo biglietto da mille lire; con ottocento di esse doveva soddisfare a un debito di giuoco rimastogli della sera innanzi, col resto tentare per l'ultima volta la sorte. Se questa gli fosse stata avversa si sarebbe fatto saltar le cervella. Lo aveva fissato e gli pareva di aver il coraggio di non mancare al proposito.

L'incontro di Nanà a Milano era un fatto che doveva influire grandemente su questo progetto. Egli non si accorse di desiderare ancora ardentemente quella donna. La miseria è tal cosa che tronca ogni desiderio superfluo. La galanteria all'aspetto di questa si spaventa e fugge.

Nanà s'era accorta ch'egli doveva essere in miseria. Le donne in questo hanno un fiuto straordinario. Essa che lo aveva conosciuto a Parigi soltanto tre anni prima splendido e prodigo, vestito assai bene, lindo, profumato, aveva capito a prima vista la differenza.

* * * * *

Era di poco battuto il tocco quando Nanà entrò nella camera di Filippo. Essa entrò sorridendo e mostrando fra le labbra le sue mirabili due fila di denti, coll'aria trionfante di una donna la quale sa di render all'uomo che essa va a trovare uno degli onori più grandi che creatura umana possa fare ad un suo simile.

Ma dato un rapidissimo sguardo intorno in quella camera di Filippo fece una smorfia colle labbra e cogli occhi, nella quale si sarebbe veduto chiaramente un senso spiegatissimo di delusione e di disgusto.

Filippo voltava le spalle all'uscio pel quale Nanà era entrata, e stava tutto assorto, sotto ad una finestra, in una operazione discretamente eteroclita.

L'aspetto di quella camera aveva dato di botto sui nervi a Nanà. Eppure la era una stanzetta ordinata, pulita, ammodo. La stiratrice che era venuta poco prima a recar a Filippo la sua scarsa biancheria della settimana non rifiniva di lodarla. Ella trovava che ci si sarebbe stati bene anche in due. Non un filo fuori di posto; non una macchia, non uno sdrucito.

Ma agli occhi di Nanà c'era del superfluo che guastava ogni cosa.

Sulle pareti, per esempio, in cornici di finto ebano stavano appese quattro stampe rappresentanti quattro episodi del vecchio testamento: abbominî di disegno, di composizione e di colorito. E Filippo non se n'era mai accorto!

C'era un caminetto. A chiudere la bocca di quel caminetto c'era un paracamino. Uno sciagurato imbianchino sulla carta di quel telaio aveva dipinto un paesaggio al cader del sole così obbrobrioso, da far venire in uggia la campagna ed il cader del sole.

E Filippo non se n'era mai accorto.

Sul piano del caminetto Nanà scorse tre oggetti nefandi. Al posto del pèndolo, una grossa scatola col coperchio tutto incrostato di conchiglie terrestri e fluviatili, e, da una parte e dall'altra, due vasi barocchi con dei fiori di velo, sotto la loro brava campana di vetro colla rispettiva ciniglia verdesporco, che ne cingeva la base sul piedestallo di legno dorato.

Quei quadri, quel paracamino, quella scatola colle conchiglie e quei vasi erano certo la parte caratteristica, dirò così, di quella ignobile stanza, ma non erano ancora tutto. Intorno intorno Nanà, con quell'ammirabile rapidità di sguardo ch'ella possedeva quando voleva vedere, pari alla supina inerzia ond'era presa quando non le importava nulla di sapere, ebbe un'altra impressione molesta; quella che alla Francese si direbbe choquante.

Fu la presenza di un oggetto preparato su una sedia a piè del letto, accanto ad una camicia di bucato: un bel paio cioè di bretelle ricamate.

Le bretelle all'imaginazione delle donne rappresentano la vecchiaia dell'uomo che le porta. Eppure quelle bretelle di Filippo erano bellissime per quanto logore e macchiate dal sudore. Erano un avanzo dei giorni agiati e felici. Si capiva lontano un miglio che dovevano essere state un dono di qualche umile e molto borghese amante. Le liste maggiori erano minutamente ricamate in seta con leggiadro lavoro. Esse facevano capo da una parte e dall'altra a degli anelli, da cui si biforcavano i minori straccali di pelle liscia, che terminavano cogli occhielli, i coniugi legittimi dei rispettivi bottoni dei pantaloni.

* * * * *

Filippo stava, come fu detto, colle spalle rivolte all'uscio d'ingresso, intento in un'operazione alquanto misteriosa. Teneva piegata la testa e lavorava attento a due mani intorno ad un oggetto che Nanà non poteva discernere.

Nanà, accortasi che egli non l'aveva udita entrare, tossì.

Filippo si volse come sgomento, e vedendo la bella donna lì sul limitare, arrossì tutto e portò le due mani dietro la schiena.

Non ci riuscì a nascondere il proprio delitto. Nanà aveva già veduto, aveva capito tutto ed era scoppiata in un irrefrenabile riso.

Filippo nella destra teneva una forbice inditata, e nella sinistra un solino da collo inamidato, al quale stava facendo la barba.

Il far la barba ai solini da collo che perdono la bava dall'orlo, è un'operazione che le stiratore non si attentano di fare per loro conto, e che spetta a que' poveri diavoli, i quali non pensano a provvedere dei solini nuovi, quando i vecchi sono logori. Certo è che codesta operazione è fra le più gelose della vita, tanto che chi è costretto di farla, si lascia vedere il meno possibile che può e tanto meno poi da una donna, e tanto meno poi da una donna bellissima, alla quale già altra volta si è protestato ardentissimo amore.

Nanà trattenne l'ilarità, che mortificava Filippo e fu la prima ad aprir bocca, e senza il più piccolo preambolo gli disse a bruciapelo:

—Cosa diamine è successo di te? Sei dunque rovinato?

—Perchè?—balbettò Filippo.

—Ma lo si capisce. Sei venuto a stare in una camera, dove io non ci starei nemmeno dipinta, e ti tocca, a quel che sembra, di refilare i tuoi colli per poter uscire.

Filippo non rispose.

—Dunque non mi dici nulla a vedere che io mi sono incomodata per te?—diss'ella che si era seduta frattanto nell'unica sedia a braccioli che fosse nella camera.

E sdraiandosi in essa Nanà non aveva mancato, come al solito, di scoprire per un buon palmo, con un colpetto di mano, la stupenda gamba a Marliani già nota.

Filippo non aveva buon gusto; ma contava, prima di tutto, soli ventisei anni, possedeva una salute di ferro e una concupiscenza d'oro. Il suo temperamento sanguigno, irritabilissimo al solletico del senso, era già stato scosso potentemente al primo incontro degli occhioni di Nanà; Potete figurarvi cosa ne nacque alla vista del piede e della calza di seta ond'era coperta la gamba della donna già amata alla follia….

Lasciò cadere a terra solino e forbice, si avventò per così dire contro Nanà, con un moto di caldissima tenerezza, e fece per stringerla al seno.

—Un momento!—sclamò Nanà ritraendosi colla sedia; la quale avendo le rotelle scivolò indietro un bel tratto. Filippo che s'era curvato innanzi, perdette l'equilibrio e stette quasi per stramazzare al suolo. Lo scappuccio che egli fece mancandogli il centro di gravità fu così comico che Nanà dovette malgrado dar fuori in un'altra grande risata.

Nè faceva bisogno d'essere una cocotte parigina per questo!

Filippo questa volta era mortificato sul serio.

Nanà godeva immensamente in cuor suo di riuscir con così poco a mortificare un pover'uomo! Anzi parendole venuto il tratto per aumentar la dose di quella confusione, si volse, prese in mano gli sciagurati straccali, che stavan sul dossale della sedia e presentandoli a Filippo:

—Tu dunque—disse—ti sei messo a tirar su i pantaloni con queste carrucole?

A Filippo s'affacciò per risposta e per giustificazione una bugia.

—Li usai per montar a cavallo—voleva dirle.

Ma pensò che Nanà se ne intendeva e che nei bei tempi andati l'aveva veduto vestirsi una volta per montar a cavallo, senza bisogno di quei tiranti. S'accontentò di rispondere:

—Il sarto m'ha fatto i calzoni troppo larghi.

Per poco ancora stettero in silenzio. Filippo divorava cogli occhi
Nanà, che guardava altrove e diceva fra sè: che grullo!

—E dunque?—ricominciò Nanà.

—Dunque, che cosa?

—Non mi conti nulla?

—Io nulla.

—Sei in collera?

—No, ma capisci bene.

—Che cos'è che debbo capire?

—Io avrei voluto abbracciarti e farti un bacio e tu ti ritiri, che quasi mi facevi cadere e poi invece mi domandi se tiro su i calzoni colle carrucole.

—Mi piace tanto a veder gli uomini arrabbiare!

—Ancora?

Se Filippo non avesse avuto in corpo quell'orgogliuzzo da dozzina, quel ticchio permalosamente goffo, che è pure la caratteristica di tanti bei giovani di Milano e di altri luoghi, in questo punto avrebbe trionfato immediatamente.

Ho detto che in fatto di sensualismo Nanà non aveva ritegni. Contraddizione costante anche in questo. Essa era a momenti una donna fredda come marmo o magari, a momenti, la più sfrenata baccante della terra. Da madre natura ella pareva creata indubbiamente e mollemente lasciva; i suoi occhi e le sue rotondità troppo chiaramente parlavano; non si poteva pigliar abbaglio.

Quel giorno, dopo tanto erotico digiuno, ella sarebbe stata in gran vena di pazzie; e se Filippo avesse saputo fare, ella sarebbe tornata sua amante d'un giorno, con entusiasmo, malgrado la manifesta arsura di lui.

Povero Filippo Marliani!

Egli non s'accorse di essere un uomo perduto. Il presentimento non gli disse che fra il suo suscitato ardentissimo desiderio e la pur evidente condiscenza di Nanà, due elementi che sarebbero stati lì lì per intendersi tanto bene, si era elevato un ostacolo insormontabile nella mente e per ciò nei sensi di lei: il sentimento del ridicolo. Gli è in questo senso che i Francesi dicono che il ridicolo uccide.

Egli non vedeva in quel punto che la difficoltà di rompere di nuovo il ghiaccio.

Ebbe una sciagurata ispirazione.

Si mosse verso l'uscio.

—Che fai?—gli domandò Nanà.

—Chiudo l'uscio—rispose Filippo con un sorriso tra l'ebete, il compiacente e il fatuo.

—A chiave?

—Sicuro a chiave.

—Non voglio.

—Perchè?

—Perchè m'hanno veduta entrare e non voglio si dica che fui chiusa dentro a chiave con te. E poi del resto sai, debbo andarmene subito.

—Che cosa sei venuta qui a fare allora se vuoi andartene subito?

—Oh bella! Prima per domandarti un parere per un'idea che m'è venuta, cioè per una proposta che mi fu fatta da un impresario, che vorrebbe ch'io diventassi artista… poi per raccomandarti di non parlar di me a nessuno… poi….

—Poi che cosa?

—Poi per vedere se tu mi potevi prestare un migliaio di franchi.

Filippo si sentì come fulminato. Ma non si tradì.

—E se io potessi prestartelo il migliaio di franchi che faresti tu per me?—disse con voce leggermente tremula di emozione.

—Nulla… cioè ti ringrazierei.

—In che modo?

—Colla bocca.

—Null'altro?

—Null'altro.

—Perchè?

—Perchè—rispose Nanà—non vorrei che tu credessi ch'io voglia ripagarti del favore che mi faresti.

—Neppur un bacio?

—No. Un mio bacio o non deve valer denaro o deve valere dei milioni.

—Poumh?

Filippo dalle sortite di Nanà era continuamente disorientato. Quello spirito pieno d'ordine, abitudinario, limitato e timido non capiva le eccentricità di Nanà. Lo facevano ammutolire.

Allora quello sventurato, che teneva nel portamonete il danaro, col quale doveva pagare nelle ventiquattro ore il suo debito di giuoco della notte prima, trasse di tasca il portamonete e fece atto di cavarne il biglietto da mille.

—No—disse Nanà alzando la mano verso di lui.—Ora non li voglio più.

—Perchè non li vuoi più?—domandò con crescente esterefazione
Filippo.

—Sei sfortunato oggi—sclamò Nanà sorgendo in piedi e ridendo un poco sforzata.—Se tu mi avessi dati que' mille franchi senza dir parola, se invece di pensare al compenso tu mi avessi fatto vedere che non pensavi ad altro che a rendermi un servizio, puoi star sicuro che…. Capisci bene; tu mi conosci già! Così me ne vado. Addio.

Filippo mise in tasca il portamonete.

Lo sguardo con cui Nanà accompagnò quella ritirata nelle tasche, mentre stava per volgere le spalle al giovane, fu una piccola iliade di ironia e di disprezzo.

—Nanà, fermati—le disse Filippo prendendole una mano.

Ella si volse.

—Io non ci capisco un bel nulla, di questi tuoi capricci.

—Lo so bene che non capisci nulla. Se tu li avessi capiti, non ci saremmo annoiati l'uno dell'altro in soli otto giorni… ti ricordi, a Parigi. Oppure a quest'ora io sarei già stata tua di nuovo.

—Ammetterai però d'esser un grande originale!

—Sarà benissimo!

Filippo le recinse la vita colle braccia, e Nanà le lasciò fare. La mossa, il gesto del giovane erano stati fatti abbastanza bene, e ciò era bastato perchè Nanà non se ne fosse schermita. Filippo curvò la testa sulla guancia di Nanà, la baciò ardentemente poi le disse in orecchio:

—Che cosa dovrei fare per ridiventarti simpatico?

Nanà ruppe a ridere. Filippo, abbassando lo sguardo sul seno turgido e semicoperto della voluttuosa creatura si sentì nelle vene un fenomeno, come se in esse fosse corso, non del sangue, ma della lava incandescente.

—Che cosa dovresti fare per diventarmi simpatico?—rispose Nanà svincolandosi da lui.—È più facile ch'io ti dica quello che non dovresti fare. Vedi, Filippo, per me il cedere non è questione come per tante altre, nè di tempo, nè di fatti, nè di gratitudine, nè di compassione. A me gli uomini sono simpatici o sono antipatici a prima vista. Dopo due minuti che li ho veduti o che li ho intesi a parlare, io potrei dirti: di questo non sarò mai l'amante, di quello lo sarei stata in tre ore, s'egli mi avesse voluta.

—Ma tu di me lo fosti già una volta!

—Appunto perchè allora mi apparisti amabile.

—Ed oggi no?

—No.

—Perchè?

Nanà, parlando girandolava per la camera ed era giunta dinanzi al camino.

—Ecco, per esempio—diss'ella alzando il coperchio della scatola fatta di lumachine e di conchigliette—ecco qua. A me sarebbe impossibile l'innamorarmi di un uomo, il quale tiene in casa sua di queste porcherie.

—Che ne so io? C'era, l'ho lasciata e la mi serve.

Nella scatola, Nanà vide delle fotografie. Ne levò una, la guardò con un sorriso pieno di ironia, poi domandò:

—Chi è questa?

—È la mia amorosa—rispose Filippo con un'alzata d'ingegno.

—Davvero? Te ne faccio i miei complimenti. È molto bella.

—Ti pare?

—C'è mai pericolo che essa mi trovi qui?

—No. Essa non viene qui. Vado io da lei.

—Perchè non me l'hai detto subito che avevi un'amante di questa forza?

—Perchè essa ama me, ma io non amo lei.

—Chi ami tu?

—Lo sai bene.

—Vorresti darmi ad intendere che tu sei innamorato ancora di me?

—Ora che ti ho riveduta, sono certo di esserlo, perchè tu sei sempre per me la più bella donna dell'universo.

Nanà vibrò al giovine uno di que' suoi sguardi ben intenzionati, che avrebbero avuto la potenza di far rizzare i capelli in capo a un morto.