Filippo spasimava.
—Nanà, sii buona—le disse egli; e prendendole le mani se la attirò sul petto, la recinse col braccio, le disse all'orecchio parecchie frasi insensate e senza sintassi, ma che volevano dir tutte chiaramente la stessa cosa.
Nanà lasciava fare e udiva con voluttà quel vaniloquio.
Ad un tratto sclamò:
—Mi hai detto che essa è innamorata di te?
—Molto.
—E soffrirebbe se tu la dovessi lasciare?
—Credo che ne soffrirebbe assai.
—Vuoi tu lasciarla per amor mio?
—Me lo domandi?—rispose come gemendo lo sciagurato Filippo.
—Me lo giuri?
—Te lo giuro.
—Che pegno, che sicurtà mi puoi dare che lo farai?
—Quella che tu vorrai impormi.
—Se io esigessi che tu non l'avessi a vedere mai più?
—Obbedirei.
—Se io volessi che tu stracciassi in mille pezzi questo suo ritratto?
—Ecco—disse Marliani facendo il ritratto in pezzi.
—Se io volessi che tu gettassi dalla finestra queste lumachine?
—Ecco.
E afferrata la scatola Marliani aperse le imposte, diè un'occhiata di sotto nel cortile e vi scaraventò la scatola.
—Se io esigessi che tu non avessi più mai a portar le bretelle?
—Ecco!
E Marliani, raccolte le forbici che stavano a terra, e presi in mano i tiranti, li tagliuzzò in varî pezzi.
—Sei contenta?
—Sì.
—Vuoi altro?
—No. Adesso che sono persuasa, va pure a chiudere l'uscio a chiave.
* * * * *
La mattina seguente al bel primo svegliarsi si affacciarono alla mente di Filippo Marliani due imagini e due idee importantissime, di cui l'una voluttuosamente splendida, l'altra sgarbatamente molesta.
La prima era Nanà. Quella donna che tutti desideravano, che aveva prodotta nella gioventù dorata di Milano una insolita effervescenza, per posseder la quale molti avrebbero dato, se non la vita, gran parte dei loro averi, era ridivenuta senza farlo basire, la sua amorosa.
La seconda idea, che attraversava e che smorzava quella superba gioia era la ripetizione di un fastidio e di un rimorso che già egli aveva risentito il dì prima, non appena Nanà lo aveva lasciato solo nella sua cameretta. Era prodotta da due fatti egualmente gravi e umilianti: quello di trovarsi senza più il becco d'un quattrino indosso, e quello di non aver potuto pagare nelle ventiquattr'ore il debito di giuoco di ottocento franchi, contratto la notte dianzi.
Egli, infatti, di nascosto di Nanà, la quale—credeva.—non avrebbe voluto più accettare il suo dono le aveva scivolato nel portamonete il suo ultimo biglietto da mille franchi, che avrebbe dovuto servire a quell'ufficio indispensabile per chi voglia comparire ancora in una sala di giucco.
E si trovava perfettamente al verde. E—ciò che non è indifferente a notarsi—non teneva più in casa neppur un filo con cui far danaro. L'abbiamo veduto fare la barba ai solini da collo sfilacciati. Segno di grande arsura!
Se non che l'anima umana è così avida di felicità e si sottrae così volentieri al dolore e all'umiliazione, che sulle prime il pensiero di Filippo figgendosi ardentemente nell'imagine di Nanà gli fe' riprovare soltanto la gioia e l'estasi vivissima d'averla ancora posseduta.
—Nanà, mia Nanà, bella Nanà terribile—andava egli dicendo mentre si vestiva; e non si saziava di ripetere quel nome come per tener occupata la mente e ributtar indietro le idee importune.—Che splendida creatura! Che occhi, che capelli, che denti, che profumo di donna sana! Ma l'orgasmo erotico durò poco.
Bisognava pensar all'avvenire, e provvedere alla vita. Quell'ultimo biglietto da mille, che avrebbe dovuto servire, per tre quarti a pagar un debito di giucco, e pel resto ad essere arrischiato, e a produrre chissà che risorsa, sfumato in quel modo gli toglieva la speranza di potere la sera tentare di nuovo la sorte. Ad ogni modo in bisca egli non ci sarebbe andato che di sera. Ma intanto? I due piccoli problemi della giornata: la colazione ed il pranzo, come si risolveranno?
"Potrei—cominciò passando in rassegna i mezzi leciti—potrei andar in cerca d'un amico e farmi invitare da lui dicendo di avere dimenticato a casa il portamonete. O potrei anche fingere al restaurant di averlo lasciato a casa. Ma questo stratagemma andrà bene un paio di volte! E poi? Chi me ne darà?
Erano però i due espedienti più ragionevoli pel momento; risolse di metter in pratica l'uno o l'altro a seconda del caso, e uscì.
Non trovando l'amico da cui farsi invitare fece colazione come il solito al suo caffè, ordinò al cameriere di fargli il conto, poi frugando in tasca colla più gran disinvoltura del mondo, finse d'aver lasciati a casa dei biglietti da mille, che ci avrebbero dovuto esser dentro, e si levò tutto turbato per paura che… la donna che rigoverna la camera… non si sa mai!…
—Si figuri!—gli aveva già detto il cameriere, prima ch'ei fingesse quelle smanie.—Pagherà domani!
Anche quel pagherà domani fece a Filippo un effetto singolare…
"Chi è che mi insegna come si fa a guadagnar danaro?"—pensava avviandosi senza saper dove.—Domani se non pesco danaro non potrò neppur tornar qui a far colazione. Gli amici li ho già gonfiati tutti. Non c'è più da cavarne nulla. È terribile!"
La farsa del portamonete lasciato a casa fu ripetuto da lui per il pranzo in altro luogo.
Ma venne il vero punto tòpico, anche per Filippo Marliani; quello cioè di non poter più passare dinanzi a certi caffè nè a certe trattorie per non farsi vedere, e di non saper più quale albergo scegliere ancora da mistificare.
Per capir bene questa situazione in tutta la sua verità, in tutti i suoi spaventevoli particolari, in tutti i suoi segreti inesplorati, è necessario saper bene che cosa voglia dire patir la fame per mancanza fin di un paio di soldi da comperarsi almeno del pane.
E si badi! A questa fame, per mancanza di pane, non vanno soggetti che gli uomini della condizione di Filippo Marliani, a cui è vietato il guadagnar sia pure due soldi. Il miserabile, che vuol lavorare, non sa che cosa sia. Se non trova da guadagnar i due soldi, stende magari la mano all'elemosina e li raccatta. Marliani no. Per capir bene, ripeto, questa situazione, è necessario l'essere andato qualche volta a letto verso il tramonto, quando la fame più assaetta lo stomaco, a tentar di dormire per non provar gli spasimi e l'umiliazione. È necessario sapere qual grado di carattere e di probità abbisogni ad un uomo che veste di panno per affrontare e cacciare indietro le idee invadenti, che fanno ressa e rivolta in faccia al senso morale, protestando rabbioso contro la ingiustizia distributiva, contro il sistema sociale, contro tutto ciò che i politici chiamano l'ordine stabilito.
Filippo Marliani però non pensava che del suo trovarsi in quell'orrendo disagio aveva colpa lui stesso.
Amava meglio prendersela contro l'ordine stabilito.
Camminando alla ventura delle ore intere, resistendo all'idea di andar a trovare Nanà, alla quale non voleva presentarsi a mani e a tasche vuote, egli andava facendo, senz'accorgersi, una quantità di ragionamenti nuovi e di piccole operazioni strane, inusate, senza senso comune. Era capace di tener dei quarti d'ora gli occhi a terra, sperando di trovare sul cammino un biglietto da mille, smarrito da qualche banchiere distratto, o un brillante uscito fuori da un orecchino di donna, o una borsetta piena d'oro, perduta da qualche inglese in viaggio. E in quel momento l'idea dell'obbligo di portar queste cose al Municipio, non gli era nemmeno apparsa in ombra. Nella sua testa non sbucciavano che idee malsane, come in un campo sterile e dimenticato non germogliano che male erbaccie. Disperando a un tratto di trovare pe' sassi qualche oggetto di valore, alzò gli occhi a caso e si trovò accanto alla vetrina di un cambiavalute. Si fermò di botto ed ebbe anche la stupidità di credere che questo fosse un buon augurio. Là dinanzi, cogli occhi intenti sulle monete d'oro e sui biglietti di banca sciorinati nell'interno della vetrina, il povero affamato sentì svilupparsi nel capo dei miasmi di cupidigia morbosa, e nel pugno una smania di sferrar un colpo nella lastra di vetro. Cose tutte che non aveva mai provate di sua vita. "Se si potesse far un buco senza che nessuno se ne accorgesse? Lì c'è appunto un biglietto da mille. Andrei a pranzo, poi stasera pagherei il debito, poi cogli altri dugento… chissà!"
Guardossi intorno come trasognato. Rinsavì; ebbe vergogna de' proprî pensieri; odiò quelle tentazioni; pure il suo sguardo, tra lo spaventato e il suppligante, pareva dire ancora: Chi mi dà un biglietto da mille?
Si staccò da quella vetrina—già, per la intenzione, ladro!—proseguì il suo cammino sempre intontito e in preda al più desolante scoraggiamento. La fame aumentava. Intorno a' suoi pensieri scattavano, ondeggiando come in nebbia opaca, delle fantasticherie di delitto e di rapina. A un certo punto fece anche improvvisa comparsa l'idea del suicidio, ed ei l'accolse di fronte come un ospite che non si attende, ma che fa piacere a vederlo.
"No—diss'egli dopo averci pensato su qualche poco—sono sempre in tempo per questo."
"E Nanà?"
Questo nome ch'egli aveva dimenticato dacchè il pùngolo della fame era incominciato e il suo amor proprio era stato messo a così dura prova dalla necessità di fingere parecchie volte la scena del portamonete dimenticato—in tre o quattro restaurants dov'era conosciuto—gli portò al cuore un'angoscia intollerabile.
"Ah, bisogna uscirne a ogni costo—pensò.—Io non posso lasciare Nanà. Essa mi abbisogna più che il pane da sfamarmi. Non vivo così! È troppo tormento! È necessario ch'io abbia molto danaro. Essa non mi ama al punto da volermi gratuitamente, per me solo. Essa fu mia ancora… senza interesse… è vero. Ma chissà… per temperamento forse. Ma non vorrei io stesso!"
La risultante di tale ragionamento fu questa frase:
"È necessario aver danaro."
E fra tutte le mariuolerie di cui potesse avere in testa un'idea, andò cercandone qualcuna da metter subito in pratica.
Tutt'a un tratto un'idea luminosa lo colpì. Gli tornarono in mente certe parole misteriose che aveva udite per caso, alcuni mesi prima… da un certo tale… parole a cui allora non aveva posto la più piccola attenzione e che ora gli comparivano, come ad un brick che naufraga, l'ancora di salvezza. Fu per lui un momento d'immenso sollievo; la speranza, la meretrice dell'anima, illuminò il suo volto che era divenuto a poco a poco emaciato, e senza pensarci sopra più che tanto, s'avviò.
* * * * *
"Chissà che non sia in tempo io stesso a pigliar quel posto"—diceva fra sè.—"Il signor Giacomino me ne saprà dire qualche cosa."
Andò difilato in piazza del Duomo. Là cercò l'omnibus per Porta Garibaldi, e tutto infervorato nella sua idea, senza pensare che non teneva in tasca neppur il becco d'un quattrino, vi si cacciò dentro.
L'omnibus si mosse e il conduttore gli stese la mano per avere il prezzo della corsa. Fu allora che Marliani si ricordò di non aver danaro. Ma avvezzo ormai a fingere quella manovra del portamonete, mise bravamente la mano destra nella tasca interna dell'abito, poi frugò di qua, frugò di là, fingendo una crescente inquietudine, e finì collo sclamare:
—Cristo! M'han rubato il portafogli!
—Màghero allora!—disse il conduttore dell'omnibus.
—Sicuro. O me l'han rubato o l'ho lasciato in… quella bottega….
Oh povero me!
—Scenda, scenda… non importa. Pagherà un'altra volta.
Filippo non se lo fece dire due volte. Discese, fe' mostra di rifar la strada verso quella bottega, poi, quando l'omnibus fu scomparso, svoltò di nuovo verso Porta Garibaldi.
Giunto a un centinaio di passi oltre il teatro Fossati, entrò in una bottega di parrucchiere—che oggi non c'è più—e ad un figuro di vecchietto che stava là seduto su uno sgabello col sedile a vite, ad aspettare forse qualche pratica, disse:
—Lei è il signor Giovannino, non è vero?
—Per servirla. Vuol fare la barba?
—No, per ora. La faremo dopo, in caso. Io sono venuto da lei per vedere se…. Si ricorda lei di avermi veduto, sarà un paio di mesi, col signor Silvestre Bonaventuri?
—Mi ricordo. Lei è il signor Filippo Marliani.
—Bravo! Allora ella disse al mio amico che non gli era ancora riuscito di trovare un giovine un po' educato e vestito bene, che volesse assumersi quell'incarico, ancorchè avesse offerto cinquecento franchi al mese…. Si ricorda?
—Altro che ricordarmi.
—Ebbene, l'ha trovato?—domandò il Marliani col cuore in sospeso; giacchè quella risposta poteva forse decidere della sua vita.
—No—rispose il signor Giovannino.—Tutti hanno paura di cader in trappola.
—Si può sapere di che si tratta? Se si tratta di avere del coraggio, sono qua.
Il signor Giovannino espose la faccenda a Marliani. Questi domandò se si poteva parlare coi signori che proponevano l'affare.
—Sicuro che si può. Me ne parlarono giusto anche stamattina. La signora Bibiana sopratutti è scaldata e vorrebbe trovare un giovine come dice lei, che sarebbe certo di far fortuna.
—Chi è la signora Bibiana?
—È quella che ha il morto. Una vedovona, che ce ne voglion tre di noi per abbracciarla.
—Potrei parlare a questi signori?
—Lei? È pronto lei ad accettare?
—Sì—rispose secco il Marliani.
—È giusto l'ora che son riuniti in bottega—soggiunse il parrucchiere.
—Andiamoci allora.
—Andiamo pure. Cecco, dove sei?
Cecco uscì dalla retro-bottega.
—Io vado un momento con questo signore, e torno subito.
Così detto, uscì seguito da Marliani.
Dati una ventina di passi parlando fra loro sottovoce, il parrucchiere svoltò dentro in una bottega da rigattiere.
Una donnicciuola che se ne stava ebetamente seduta in un canto di quella uggiosa camera all'avvicinarsi dei due sconosciuti allungò il collo e ravvisato il signor Giovannino tornò a raggomitolarsi nella sua cretina immobilità.
Il parrucchiere si avvicinò ad un uscio a due battenti socchiusi, che s'apriva nella parte di faccia all'entrata e che metteva in una tetanzuccia o retrobottega e fe' cenno a Marliani di fermarsi.
Mise l'occhio allo spiraglio e pronunciò a voce melliflua:
—È permesso?
—Avanti—s'intese rispondere una voce secca; e sgarbata dal didentro.
Il vecchietto si volse al suo compagno gli fè cenno di venir innanzi e schiuse l'uscio.
Nella stanza dove erano per entrare il parrucchiere e Filippo Marliani stavano raccolte tre persone due uomini e una donna.
Gli uomini erano entrambi in quell'età che non è giovinezza ma che non si potrebbe ancor dire maturità.
La donna nei quarant'anni, che vestiva con volgare eleganza e mostrava un viso campagnuolo e rubicondo da farla giudicare per una fittavola o per la moglie d'un pizzicagnolo, era la signora Bibiana.
Quelle persone se ne stavano sedute in silenzio a ridosso della luce che entrava da due finestre a vetri smerigliati, a destra e a sinistra d'un altro uscio, che metteva nel cortile. In tal modo i tratti del loro viso restavano in ombra mentre essi avevano il destro di vedere perfettamente rischiarato il volto di chi fosse venuto a parlar con loro. Facevano come certe donne sul tramonto che vogliono nascondere le grinze ai loro visitatori.
—Venga avanti signor Giovannino—disse un di coloro al parrucchiere, che aveva domandato licenza di entrare.
Questi si fermò accanto all'uscio lasciando il passo a Filippo
Marliani.
Gli occhi dei radunati si fissarono curiosamente; nelle sembianze del giovane sconosciuto.
—La chiuda l'uscio—disse la signora Bibiana al signor Giovannino.—E lei—ripigliò volgendosi a Filippo con un sorriso—la tenga pure il suo cappello in capo e s'accomodi.
—Comodissimo—rispose questi sedendosi sulla prima sedia che si trovò d'accanto.
In questa il parrucchiere domandò licenza di andarsene, ma venne trattenuto dalla donna.
—Che fretta! Stia qui un pò anche lei a sentire. Poi voltasi al
Marliani:
—Lei sarà già informato spero della cosa.
—Gli ho spiegato io l'affare all'ingrosso—rispose il signor Giovannino.—Egli è pronto a firmare il contratto basta che entro domani gli sieno sborsate due mila lire.
—Andiamo adagio—sclamò uno dei tre uomini levando la mano verso il vecchio—una cosa per volta e senza alzar la voce che nessuno qui è sordo.
La donna volgendosi allora al giovine riprese.
—Capirà anche lei… signor… signor?
—Marliani—rispose questi.
—Signor Marliani, che prima di stringere un contratto importante come questo, bisogna conoscersi un poco, perchè dove c'è da obbligarsi in faccia ai terzi; le cautele dei galantuomi non sono mai bastanti.
—Troppo giusto—disse Marliani piegando il capo in segno di assentimento. Ma i suoi occhi si socchiusero nello stesso tempo con una espressione di ironica malizia.
Quel sorriso non isfuggì all'occhio della donna la quale dissimulando riprese.
—Dica dunque lei le sue intenzioni su quello che già le comunicò il signor Giovannino.
—Il signor Giovannino mi propose di entrare come socio e col mio nome in una ditta commerciale senza esposizione da parte mia di alcun capitale—rispose Marliani.
—Va bene—rispose la signora Bibiana.—I signori che lei vede qui riuniti sarebbero appunto i soci fondatori di una casa in pannine, di cui ella assumerebbe la gerenza alle condizioni che forse già conosce.
—Le condizioni sarebbero di firmare col mio nome le cambiali della ditta.
—Primo.
—Nel caso di fallimento ch'io sia pronto a subire tutte le conseguenze conservando il massimo segreto sugli affari della casa.
—Va bene.
—Che in caso fosse necessario per salvare la ditta di far in prigione l'anno ed il giorno, io debbo esser pronto a prestarmi, e nel caso invece che la ditta credesse meglio, ch'io sia pronto a fuggire.
Il giovine si fermò per avere un segno di assentimento. Le tre persone che gli stavano di contro erano immobili come cariatidi.
—Non credo si esigano da me altri sacrifizi—rispose il giovine con una espressione di mal celata amarezza.
Uno dei due uomini che non aveva ancora aperta bocca, alla nuova intonazione con cui il Marliani aveva pronunciate le ultime parole gli ficcò in viso gli occhi e disse:
—Non sono sagrifizî codesti; sono condizioni naturalissime in chiunque si assume obblighi di questa specie. Non c'è nulla che sia fuori del consueto, anzi non faceva neppur bisogno di parlarne, giacchè poi si spera di non aver bisogno di fallire o di andar in prigione o di scappare.
—Ho voluto enumerarli!—rispose il Marliani per mostrare a loro signori che io conosco le eventualità a cui posso andare incontro mettendomi in questo affare e per togliere loro il sospetto che io possa essere un novizio o un guastamestiere.
—Ora parliamo delle condizioni in favore—disse la signora
Bibiana.—Il signor Giovannino ha parlato di due mila lire subito.
—Mi sono indispensabili.
—Due mila lire è una bella somma—sclamò uno dei tre—ci vorrebbe una piccola garanzia.
Marliani si alzò in piedi.
—Cari signori—disse—se avessi una garanzia non sarei venuto a esporre il mio nome ai pericoli d'una gerenza commerciale di cui non dovrò tenere la cassa, nè avere neppure una piccola parte nell'amministrazione. Se avessi una garanzia andrei a levar i denari al dieci o al dodici per cento dal primo onesto banchiere che passa in strada, e il signor Giovannino non sarebbe venuto ad offrirmi di fare il prestanome.
—Lei s'inganna—rispose la signora Bibiana con voce insinuante.—Io le dirò che prima di tutto non è vero che lei dovrà servire soltanto di prestanome perchè invece dovrà trattare in persona con me gli affari della ditta, far qualche viaggio e avere la sua brava parte di utili nei dividendi.
—Se ce ne saranno—osservò uno dei tre.
—Sicuro già, se ce ne saranno!—sclamò la donna stizzosamente.—In secondo luogo lei s'inganna se al giorno d'oggi crede di poter trovar danaro al dieci o al dodici per cento, a mena che non porga la garanzia di un proprietario.
—Vedo insomma che lor signori non sono disposti a sborsarmi le duemila lire di cui ho bisogno—disse il Marliani.
—Caro signore—rispose la donna sempre più dolce.—Il commercio è arenato. Per vivere col decoro che porterà la di lei posizione di rappresentante la ditta Marliani e C. bisognerà che noi le fissiamo anche una bella mesata. Vede bene che farle oggi una anticipazione di due mila lire ci sarebbe impossibile.
—Di quanto sarebbe questa mesata?—domandò il Marliani.—Di trecento franchi—rispose la donna. Marliani si alzò e mosse un passo verso la porta lisciando il pelo del suo cappello a tuba e disse:
—Siccome i patti non sono quelli che m'aveva lasciato sperare il signor Giovannino, che mi parlò di cinquecento franchi al mese, così mi duole di non poter accettare, e mi tocca di rivolgermi ad altre offerte.
—A un'altra volta—rispose uno dei due uomini.—E nel caso che la ditta si risolvesse a fare maggiori sacrifizî il signor Giovannino lo avviserà.
Marliani uscì lasciando l'uscio socchiuso.
* * * * *
Si capiva che la signora Bibiana era desolata.
Un bel giovine di quella fatta!
—La chiuda quell'uscio, Giovannino—disse ella. Poi voltasi ai compagni proruppe:—Non bisogna lasciarlo scappare. Sembra fatto a posta pel nostro affare.
—Ritornerà. Scommettiamo che ritorna da sè senza mandarlo a chiamare?
—Ora una notizia—riprese la signora Bibiana. Sapete che in casa O'Stiary ci ho messo il Giacomo come palafreniere. Egli mi ha dato nuove informazioni sullo stato delle sostanze del conte Enrico suo padrone, che ha firmata ieri un'altra cambiale di diecimila a fine novembre.
—Sono buone queste notizie?
—Eccellenti. I fondi valgono circa mezzo milione, il palazzo trecentomila, la rendita altri duecentomila. Con Bonaventuri a tutt'oggi è compromesso per quattrocentomila franchi, dei quali fatto il calcolo, gliene avremo sborsati a dir molto duecento. Egli ha poi perduto molto al giuoco dalla Luisa! È sfortunato! In casa della Luisa de' suoi danari ne saranno rimasti per circa cinquantamila. A noi di questi è toccata la metà, dunque bisogna detrarla dai duecento mila. Restano centosettantacinquemila. Sono dunque duecento venticinquemila lire nette in tre anni! Faccio il calcolo che in un paio d'anni ancora, lavorando con prudenza e con disinvoltura potremo portargli via il milione netto come il pomo di Tell.
—Tanto meglio.
—Ecco dunque il da farsi per domani. Lei Giovannino la cerchi di rivedere il signor Marliani e di indurlo ad accettare la rappresentanza della ditta. Gli dica che ci ha persuasi di portare la cifra della mesata a quattrocento. Gli dica anche che per garanzia della sua riputazione commerciale la ditta è pronta a depositare presso la Banca nazionale o presso la Banca Spagliardi una trentina di mila lire. Lei, signor Bonaventuri—continuò volgendosi ad uno dei due seduti—domani andrà a combinar l'affare con questa signora francese, che chiede cinquemila franchi a tre mesi. Si faccia mostrare le gioie, e se può cerchi di far il pegno. Lei, signor Paolino—ripigliò la signora Bibiana volgendosi all'altro, un uomo sui trentacinque anni, anche lui bene in arnese, con anelli di brillanti al dito mignolo e un catenone d'oro al farsetto—lei, stasera, come siamo intesi, andrà in conversazione dalla Luisa, dove so che ci deve essere anche il conte O'Stiary e comincerà a parlare della vincita fatta in Borsa dal Marliani, e della sua intenzione di mettersi in commercio. Per ora non ho altro a dire. Io debbo andarmene. A domani qui, verso le due.
* * * * *
Al domani il signor Giovannino andò a trovare il Marliani che si lasciò persuadere a tornar nel luogo infetto.
La signora Bibiana, facendogli già l'occhio pio, trasse di tasca un foglio e cominciò a leggerlo sottovoce al giovane e a' suoi compagni. Era il contratto per la fondazione della società di commercio sotto la ditta Marliani e C.
Poi mise sul tavolo un biglietto da mille e una cambiale che il
Marliani firmò.
Furono fatte poche parole.
Quando anche l'atto fu approvato e sottoscritto colla più grande serietà, come se fosse il più regolare e santo contratto del mondo, il signore dai brillanti in dito riprese la parola.
—Andremo poi dal notaio per le altre formalità di legge. Prima però la permetta che le esponga qualche cosa. Lei non è un ragazzo e deve avere una certa pratica di mondo; sapere perciò che le parole sono parole e i fatti sono fatti. Noi facciamo sagrifizio di lire mille e le presentiamo inoltre un avvenire. Naturalmente la cambiale è in nostre mani e sarà rinnovata alla scadenza fino a che a lei non piaccia di pagarla… e basta così.
Marliani strinse le labbra.
—Dal canto suo lei dovrà informarsi alle nostre istruzioni. Prima di tutto ella dovrà sempre andar vestito all'ultima moda, come si conviene al gerente della ditta Marliani e C., che avrà depositato un capitale di trentamila lire presso la Banca. In secondo luogo è necessario che ella cominci a mettersi in buona vista presso i negozianti e presso i banchieri; e che non dia menomamente a supporre di conoscerci e di essere nostro socio, giacchè siccome, glielo dico francamente, noi tutti qui, qual più, qual meno siamo rimasti sotto a delle disgrazie, così è bene che alla Camera di Commercio e in piazza non si sospettino legami fra noi.
—Ma—osservò Marliani—il contratto sottoscritto poc'anzi non deve essere noto?
—No signore; questo sarà un contratto inter nos per garantire i nostri reciproci diritti e doveri in caso di contestazioni che speriamo non abbiano a sorgere mai. Per la Camera di Commercio v'è un'altra modula a cui penseremo più tardi; del resto lei deve persuadersi che adesso per fare e per ottenere tutto a questo mondo non c'è che l'apparenza. Per l'apparenza dunque le ripeto, ella ha bisogno di vestirai molto bene, di frequentare le migliori società, e se è possibile, di farsi credere conte, o per lo meno nobile. Marliani è un bel nome. Faccia stampare dei biglietti di visita colla corona di conte. Conte… il suo nome di battesimo è?
—Filippo.
—Conte Filippo Marliani andrebbe a maraviglia.
—Le faccio osservare che io sono già molto conosciuto a Milano.
—Bene, abbandoniamo la contea e lasciamo supporre che lei abbia fatta una vincita in lotto.
—Ma io non mi presterò mai a gabbare il mondo così—disse il
Marliani.
—Lei non deve che lasciarlo credere—saltò su la Bibiana.—Ci penseremo noi a propalare la notizia come si deve. Lei non dovrà far altro che dissimulare e non dire di no. Questo è facile.
—Manco male!—biascicò il Marliani che di transazione in transazione si lasciava persuadere a diventar un fior di briccone.
—Fra quindici giorni esporremo la ditta al pubblico e cominceremo gli affari. Intanto dirameremo al commercio le circolari e scriveremo le lettere firmate da lei a tutti i corrispondenti. Il locale della ditta è già preso. È in via Valpetrosa. Se crede adesso possiamo andarvi insieme a vederlo.
Su questo invito della signora Bibiana la congrega si sciolse e Marliani, colla grassona, entrarono in un brougham e a cortine calate si fecero portar in via Valpetrosa. Esaminato il locale, il Marliani corse difilato a pagar il suo debito di giuoco col biglietto da mille, per avere il quale aveva venduta la coscienza di galantuomo.
VII.
Fra le otto dichiarazioni d'amore, ricevute da Nanà quel tale venerdì, non ce ne furono che due fortunate e degne di risposta: quella del Marliani e quella del conte Enrico O' Stiary.
A lui Nanà rispose così:
"Signore,
"Voi desiderate essermi presentato? Io straniera, libera di me stessa, venuta in questa vostra bella Italia per dimorarvi forse a lungo, trovandovi un'aria confacente alla mia salute e al mio appetito, sul punto di rimettermi al teatro, avrei cattiva grazia se rifiutassi l'onore di fare la vostra conoscenza.
"Avendo stabilito adunque di riunire in casa mia i signori ai quali fui raccomandata e che ebbi il bene di conoscere in questi giorni di mia residenza in Milano, vi esprimo il piacere, signor conte, che avrei di vedervi da me a pranzo domani, sabato, alle sei e mezza, nel mio nuovo alloggio di Via Rastrelli.
"TERESA."
* * * * *
Fu uno de' non meno strani capricci da cocotte parigina codesto, di vedere riuniti a tavola tutti i suoi adoratori di Milano.—Anzi ella spinse il capriccio fino a trovar modo di averci presente anche uno dei non presentabili, il cameriere dell'albergo, che l'aveva servita a tavola ne' primi giorni, il quale, come già dissi, le aveva confessato, che se ella gli avesse comandato di buttarsi giù dalla finestra, le avrebbe obbedito sull'istante. Lo volle presente anche lui, e lo chiese in prestito all'albergatore per servire la tavola.
Nanà si riprometteva da quello spettacolo un gran divertimento tutto intimo. S'imaginava che nessuno di quegli otto o dieci signori sapesse dell'amore dell'altro, e godeva di vedere che muso si sarebbero fatto reciprocamente. Si ricordava della famosa cena data a Parigi, per festeggiare il successo delle Varietès, e contando sulle dita gl'innamorati presenti allora, trovò che a Milano erano aumentati di numero.
Il pretesto per quell'invito era trovato. Ella voleva posarsi come artista della Compagnia Blanche et Babil. Dopo pranzo, ella avrebbe cantati dei couplets e avrebbe fatta una scena a monologo per mostrar al direttore della Compagnia francese, che ella non era un'oca, come pur qualcuno insolente le aveva detto a Parigi.
Era dunque necessario un pubblico.
Quale pubblico migliore di coloro che le avevano già protestato ammirazione ed amore?
Il difficile era d'invitare i quattro spasimanti che non conosceva ancora. Ella non voleva disseminare in Milano i poulets. Le convenienze del resto non erano il forte di Nanà. Ad un'artista, dopo tutto, le eccentricità stanno così bene! Quanto più ella avesse fatte le cose fuor delle regole, tanto più ell'era certa di farsi della rèclame.
"Incaricherò quelli che conosco già, di invitare i quattro che non conosco ancora" pensò dessa. Dirò che un redattore del Figaro ed altri miei amici di Parigi mi hanno dato delle lettere di raccomandazione presso questi signori; che a me secca di andarli a trovare, ma che desiderando pure di essere a loro raccomandata, per non far torto a' miei amici di Parigi, li invito a pranzo. Così raggiungo il mio scopo e faccio buona figura."
Andò ella stessa ad invitare madame Blanche. Questa le domandò:
—Ci saranno altre signore?
—Finora non potrei dirvi altra signora che la mia padrona di casa… una vedova coll'amante—rispose Nanà.—Io non conosco altre donne a Milano. Voi ne conoscete?
—Se volete, vi presenterò la prima amorosa e la grande coquette prémièr rôle.
Nanà accettò e invitò a pranzo anche la prima amorosa e la grande coquette prémièr rôle.
* * * * *
Aldo Rubieri e Sappia, a cui s'indirizzò pe' primi, si schermirono di fare degli inviti per lei. Essi non conoscevano nessuno dei quattro signori che Nanà aveva loro nominati.
Allora ella mise tutto sulle spalle di Marliani, che quantunque le avesse lasciato credere d'aver fatta una grossa vincita in Borsa e che era comparso da Nanà vestito a nuovo ed elegante come nei giorni di abbondanza—era stato messo un poco da parte.
—Saremo in tanti uomini quante donne?—domandò il Marliani, che soffriva fremendo la nuova freddezza di Nanà.
—Non mi pare. Mancano ancora due donne.
—Ci penso io.
—Ma quali donne, di grazia?
—Non saranno principesse del sangue… ma via, demi-monde più o meno legittimo.
—E con chi verranno?
—Con me.
—Chi saranno?
—La Romea, che è libera perchè fu lasciata appunto la settimana scorsa dal suo Tizio; è una donna divisa dal marito, che ha una buvette molto chic sul Corso… e la signora Marco Polo.
—Mi fido?
—Fidati.
—Sono belle? Perchè io di brutte non ne voglio.
—Sono belle.
—Più di me?
—Farçeuse!
"Il mio divertimento così sarà completo—pensò Nanà.—Esse non sapranno magari parlar il francese e diranno spropositi da cavallo. Io godrò di vedere queste bellezze milanesi trascurate in un canto per me. In ogni caso, esse mi serviranno di rifugio quando fossi troppo assediata o stufa dei complimenti degli uomini."
* * * * *
Alle sei e mezzo Enrico arrivò e trovò già molte persone radunate in sala.
Alle sette gli invitati erano a tavola. Nanà aveva fatto il suo dovere di padrona di casa con un garbo perfetto. Si avrebbe detto che ella fosse stata allevata nel palazzo dell'Eliseo. Nessuno degli invitati certo—tranne il Marliani ed il Sappia—che però non l'avevan detto ad anima viva, avrebbe imaginato che quella Francese, la quale sapeva ricevere in quel modo, fosse stata un'allieva di madame Tricon.
Da una parte della tavola oblunga Nanà stava seduta in mezzo a O'Stiary ed a Sappia; a sinistra del marchesino c'era la Giannella che mangiava a quattro palmenti; poi veniva monsieur Babil, il direttore della Compagnia francese—poi la Luisa, amante del Sappia,—Marliani e madama Bianche.
Dall'altra parte, a destra del conte Enrico, sedeva la Romea, più imbellettata, infarinata e stupida che mai—quindi il Bonaventuri aiutante, la padrona della casa,—il conte di vieille roche—poi la coquette première rôle—poi Ernesto Cantis, lo scrivano dell'avvocato Delguasto,—la prima amorosa—e finalmente il banchiere Strunzinweill, di Francoforte sul Meno, che compiva il giro accanto a madama Bianche.
* * * * *
In tutto sedici persone, otto uomini e otto donne.
Il cameriere dell'albergo che serviva la tavola, gettando spesso degli sguardi inquieti sotto di essa, tentava di scoprire il segreto lavorìo de' piedi di O'Stiary e di Sappia, e andava con ansia affannosa cercando di indovinare quale fosse fra quegli invitati il preferito da Nanà. Ma essa era impenetrabile; rideva con tutti e faceva bella ciera a tutti nello stesso modo.
Degli altri convitati nessuno sarebbe stato in grado di far quello studio del cameriere. Ciascuno era così occupato di sè stesso, così attento a dissimulare agli occhi di tutti gli altri, tranne che a quelli di Nanà, la propria cotta, che non aveva tempo di fare delle osservazioni fisiologiche sugli altri.
La grande faccenda per essi era di non lasciarsi scorgere preoccupati, e di cercar tutti i mezzi per comparire spigliati e brillanti in faccia a Nanà.
Enrico O'Stiary solo era serio e riservato. Egli non aveva ancora diretto un complimento a Nanà nè alcuna allusione alla propria lettera.
—Voi, conte, siete anche pittore, non è vero?—domandò Nanà ad Enrico sulla fine del pranzo, mentre girando la manovella a vite sgretolava nel casse-noisettes i gusci delle noci di cui era ghiottissima.
—Dilettante?
—Sì, signora.
—Di figura?
—Di tutto. Studio la figura e studio il paesaggio. Amo però la figura assai più del paesaggio.
—Sapete che Rubieri mi fa il ritratto?
—Altro che, e l'ho veduto.
—Come vi pare?
—Stupendo! Fortunato Rubieri!
"Finalmente!"—pensò Nanà.
E domandò come un'ingenua:
—Perchè fortunato?
—Perchè egli ha trovato da ispirarsi ad un corpo di donna come oggidì non se ne vedono quasi più… a Milano.
Egli si arrestò; ma Nanà questa volta non gli porse la replica. Voleva vederlo venir a lei con qualche frase sentita, espressiva, infuocata, e non ci riusciva.
Sappia poco dopo si interpose, parlando di tutt'altro, e Nanà restò colla sua voglia in corpo.
* * * * *
Poco dopo un immenso scoppio di riso si fece intendere dall'altra parte della tavola.
Bonaventuri stava dando ad intendere un'enorme frottola alla
Giannella, che era cascata, come sempre, nella ragna.
Il Cantis poco prima aveva per caso nominati i volontarî di un anno.
—Volontarî di un anno?—aveva chiesto la Giannella a bocca piena—Possibile? Già volontarî a un solo anno?
Tutti avevano capito che essa stava per fare una delle sue solite confusioni famose.
—Sicuro! sicuro!—sclamò Bonaventuri, prima che altri pensasse a disingannarla.—È una trovata di Marco Minghetti, ministro di agricoltura e commercio. Ora abbiamo dei volontarî di un anno di fanteria e di cavalleria.
—Faccia piacere!—sclamò la Giannella.
—Ma come, non lo sa? Tutti gli Italiani devon esser soldati, d'ora innanzi, appena usciti dalle braccia della balia.
—È possibile?—ripetè la Giannella.
—Così è; il nostro Governo vuole che tutti gli Italiani imparino gli esercizi dal giorno che sanno reggersi in piedi. Si chiamano i volontarî di un anno per questo.
La povera Giannella in fondo non aveva tutti i torti di capir male il senso di quella frase. Essa è sbagliata di pianta. Infatti per esprimere quella idea la logica e la sintassi insegnerebbero a dire volontarî per un anno, e non volontarî di un anno.
—Il vostro bambino che età ha?—le domandò serio serio il
Bonaventuri.
—Nove mesi.
—Bene, fra tre mesi egli entrerà nel volontariato.
—Chi me l'avrebbe detto!—sclamò la Giannella guardandosi sospettosa intorno e parendole di vedere sulle faccie degli astanti un sorrisetto tra carne e pelle… che tradiva la burla.
—Ma che cosa gli insegnano poi?—domandò perplessa.
—Gli insegnano la manovra, la tattica, e….
—Anche la balistica—aggiunse Sappia.
—Ma mi faccia piacere!
—Come! Voi dunque non sapevate che c'erano i volontarî d'un anno?
—Sì, li ho sentiti a luminare, ma non credevo poi che dovessero cominciar la manova a quell'età. Credevo che non la fosse altro che una iscrizione che facesse il Governo… per sapere poi… e che so io?
—Eppure è così come io ve lo dico, cara Giannella. S'è veduto che cominciando a istruire militarmente i bambini appena che sono spoppati diventano poi eccellenti coscritti.
Uno degli astanti non potè più reggere a star serio e tutti scoppiarono nella risata.
La Giannella, avvezza a queste cose, alzò le spalle, mescè un bel bicchiere di vino e se lo trangugiò in un fiato in santa pace.
* * * * *
Allora la conversazione si fece generale, varia, moltiforme, intrecciata, da un capo all'altro della tavola. E le frasi, e i motti e gli scherzi venivano mandati e rimandati nel frastuono come il sughero pennuto colle racchette nel giucco del volante.
—Si dice infatti che Gounod voglia scimmiottare List ma non ci credo.
—Io conosco Gounod—sclamava Nanà—e vi so dire ch'egli è un libertino di prima forza, altro che prete.
Correva in que' giorni la voce che l'autore del Faust volesse farsi uomo di chiesa.
—Ma certo—rispondeva dall'altro lato il giovine di avvocato—che la causa Nunziante Antonelli farà un grande scandalo….
—Certe donne—sclamava a sua volta il Bonaventuri, parlando alla Romea—sono come le costolette. Quanto più le si battono tanto più diventano tenere.
—Stenterello spera bene nel contatore—si udiva uscir la voce fessa di un altro, che ciarlava col conte vielle roche.—Ne ha comperati mille in Francia e centoventi lire, mentre poteva averli qui in Italia a settanta.
Costui dava il sopranome di Stenterello al ministro Cambrai-Digny, che teneva allora il portafogli delle finanze.
—Oh la donna indovina se è amata assai prima che glielo si dica!
Questo aforismo era uscito dalle labbra della prima amorosa che parlava col banchiere Strunzinweill.
—Ma che genio, che genio! Lo ha fatto vedere or ora nello Spiritismo se ha genio. Egli deve accontentarsi di scrivere degli idilli… d'un atto e non tentar la grande drammatica.
—Eh già! Talvolta chi sa far delle conquiste colle madamine fa poi delle tòpiche colle grandame.
—Io ho in bottega del famoso Marsala Ingham—strillava la Romea che pensava a far la _reclamé _alla sua buvette.
—Ora che la valigia delle Indie passerà per Brindisi noi saremo salvi.
—Eppure—gridò Bonaventuri, già leggermente brillo—l'anno scorso a
Montecarlo io coll'ultimo scudo, ho guadagnato otto mila franchi!
A questo punto Nanà si levò e tutti passarono nella sala a bevere il caffè.
* * * * *
Que' signori avrebbero desiderato allora di mettersi un poco accanto a Nanà; ma tranne due arrischiati e positivi, il conte di vieille roche e Bonaventuri che la stringevano ai panni, gli altri quasi per timore di farsi scorgere troppo premurosi le stavano lontani. Da noi questa specie di spavento semi-fanciullesco è per così dire contagioso, tantochè lo subivano in quel punto perfino il Sappia e il banchiere di Francoforte che non erano poi novellini.
Anzi vi fu un momento in cui Nanà stupì di essere lasciata sola. Ella vedeva bene che gli occhi dei suoi adoratori, le erano continuamente tutti addosso e strisciavano continuamente su di lei, sfuggevoli, furtivi, come pavidi di essere colti in flagrante dagli altri. Ma tutti facevano il disinvolto; ella dal canto suo aveva un gran da fare a non mostrare predilezione per nessuno e a lasciar supporre a ciascuno di potersi credere il preferito.
Intanto però cominciava a provare un principio di dispetto che quel solo, ch'ella preferiva davvero, non si curasse di lei.
Enrico infatti s'era seduto in un angolo della sala, aveva acceso un avana e fingeva di stare guardando attentamente un album di fotografie. In sostanza spiava anch'egli Nanà.
A un certo punto questa s'attaccò al braccio di Sappia e lo condusse nella strombatura d'una finestra.
—Ascoltate—gli disse.—L'altra sera in teatro non potevo dirvi chiaramente quello che mi preme di dirvi ora. Voi, per mia sventura, mi avete conosciuta a Parigi in un luogo dove, Dio mi è testimonio, io c'era andata due o tre sole volte… per ragioni che se le sapeste mi compatireste assai…
—Lo credo—disse il Sappia con una certa convinzione.
—Mi giurate voi marchese che sarete abbastanza gentiluomo, per non dir a nessuno, almeno finchè starò in Milano, che voi mi avete conosciuta in quel luogo?
—Io ve l'ho già promesso una volta ed ora vi ripeto se volete il giuramento.
—Mi basta e vi ringrazio,—disse Nanà stendendogli la mano.—Voi avrete sempre in me una amica devota.
E stava per staccarsi da lui; ma il Sappia la trattenne.
—Ricordatevi però che fra i presenti io non ero solo a quel convegno, e che non fui nemmeno il fortunato.
—Lo so. Volete parlare di Marliani?
—Sicuro.
—Egli non dirà nulla. Me ne ha dato anche lui la parola d'onore. Egli mi ama ancora.
—Ora ditemi almeno che cosa posso io sperare da voi?
—Niente e tutto—rispose Nanà col suo più incantevole sorriso.
—Spiegatevi.
—Vi dirò; io non sono più la donna che voi avete conosciuta a Parigi, in un momento di crisi terribile. Io sono assai migliore. Sono diventata immensamente difficile e rangée. Ora è necessario conquistarmi per possedermi; sappiate conquistarmi e chissà ch'io non diventi la vostra amante.
—Ah!—sclamò il Sappia spiegando nella frase che stava per dire, un lato caratteristico dell'indole meneghina.—Volete farmi fare tanta fatica?
—Ma no! Voi siete uno dei giovani più simpatici e più ammodo ch'io abbia conosciuti. Non dovreste far tanta fatica! Vi basta? A rivederci. Non vorrei che la vostra Luisa si insospettisse di me.
E si allontanò.
* * * * *
Mezzo minuto dopo la Luisa domandava a Sappia.
—Che cosa ti ha detto quell'antipatica pettegola?
—La mi ha detto, che il direttore le ha offerto mille franchi al mese per le parti di grande coquette. E la mi domandava se doveva accettare.
—E tu?
—Io le ho detto di accettare.
* * * * *
Spiccatasi da Sappia, Nanà, s'incontrò in Ernesto Cantis, che la stava aspettando al varco con aria sorridente ma coll'agonia nel cuore.
Quel colloquio serrato e segreto col marchesino, avevano destate nel petto del povero giovinetto certe furie della gelosia che non aveva ancora provate in sua vita.
Era fatto così!
—Caro signor Cantis, che cosa mi contate di bello?—domandò Nanà.
—Che io muoio d'amore per voi—s'arrischiò di balbettare il giovinetto.
—Lo so, lo vedo.
—E null'altro?
—Ma che cosa vorreste vi rispondessi, mio Dio!—rispose Nanà sottovoce.—Io ci tengo che voi abbiate di me una buona opinione. Io sento che verrà forse un giorno in cui io potrò essere infelice, e voglio farmi dei veri amici, i quali abbiano per me dell'affezione calma e della stima. Se io vi dessi delle speranze, e che poi non dovessi esaudirle, mi farei un nemico di voi. È meglio che ci fermiamo qui.
E s'allontanò anche da lui.
—Oh Nanà!—sclamò il giovinetto vedendola staccarsi così presto. E disse quel Nanà come un uomo che s'annega e che cerca soccorso alla sponda.
Nanà comprese quello spasimo, e sorrise fra sè, beata. Essa lo considerava come un piccolo tributo dovutole, e ne godeva. L'idolo, sotto al cui naso si brucia tutto il giorno dell'incenso, ne sentirebbe forse ancora il profumo, per quanto avesse narici per sentirlo? Ormai ell'era troppo avvezza a vedere uomini agonizzanti di amore a' suoi piedi.
"Tutti fanno lo stesso a Milano come a Parigi!—pensa Nanà—Sarei quasi per desiderare che Enrico facesse diverso del solito! S'io giungessi a farmi sposare da lui a furia di amor vero, di amor sincero, che mi facesse redenta a' miei occhi… ed anche a' suoi, quando venisse a sapere il mio passato?
* * * * *
Qualcuno in quel mentre si fece udire a parlare di Garibaldi e della guerra sui monti.
Nanà sapeva che Enrico vi aveva preso parte.
—Sì, sì—gridò. E tutti udendo la voce di lei tacquero come per incanto.—Conte raccontateci qualche aneddoto della guerra. A me piacciono le storie di guerra.
Enrico si schermiva. Il Sappia si alzò a magnificare un certo aneddoto dei piedi gelati, che secondo lui era una bellezza.
Non si è mai traditi tanto bene, come da' proprî amici.
—Ha un aneddoto che è delizioso—gridò il Sappia…—Racconta Enrico l'aneddoto dei piedi gelati.
—Sì, sì, vogliamo i piedi gelati—si gridò da ogni parte.
O'Stiary s'arrese.
—La cosa è semplicissima—disse.—Eravamo in distaccamento avanzato in cima a una montagna tutta coperta di neve. Faceva un freddo da lupi, e io lo pativo tanto ai piedi da veder le stelle anche di giorno. Non c'era nè bevere acquavite o rhum, nè portar doppie calze di lana, nè camminare e saltare, io li avevo sempre gelati. Un giorno mi lamentavo di questo incomodo con un vecchio garibaldino d'un altro battaglione, un povero diavolo, contadino di origine, che mi aveva reso qualche servigio, ma non mi conosceva più che tanto. Lo vedo spalancar gli occhi e dirmi:
"Ma diavolo! Perchè non l'ha detto prima a me?
"Che! Voi avreste un rimedio contro il freddo a' piedi? gli domandai io.
"Altro che! mi risponde. Un vero tocchesana, un rimedio infallibile, caro camerata.
Io lo invitai a parlare. E lui cominciava:
"La si figuri che io appena venuto a far il volontario, specialmente d'inverno, pativo anch'io un tal freddo ai piedi, che…..
Io lo interrompevo spingendolo alla conclusione, e lui invece:
"Un poco di pazienza, mi diceva; bisogna prima che io vi faccia la storia del rimedio.
"No, non m'importa di sapere la storia; vorrei la pratica, replicavo io, ma non c'era verso. Da vero contadino zuccone, lui voleva andare per le lunghe.
"Dicono l'acquavite. sì, l'acquavite non dico. Se se ne ha, è buona anch'essa, ma quand'è passata fuori, lascia i piedi più freddi di prima.
"E dunque?" chiedevo io.
"Dunque invece io l'ho trovato il vero rimedio.
"Su dunque. Che cosa avete fatto?
"Una cosa di nulla, a pensarci sopra. Eppure è eccellente. Bisogna sapere prima di tutto, che io prima non avevo mai usato di portare le calze….
"Sì. Ebbene?
"Dal giorno che misi un paio di calze di cotone sotto alle scarpe, il freddo è passato come per incanto. Provate, camerata, e vedrete."
L'aneddoto era buono e si rise. Allora Nanà si mise a magnificare il modo di raccontare del conte, e tutti o quasi tutti si diedero a raccontar il loro piccolo aneddoto. Fu una confusione da non dirsi. Tutti raccontavano e nessuno ascoltava.
* * * * *
—Come mi trovate?—non potè trattenersi dal dire, a Enrico, Nanà, dopo d'essersi congratulata con lui della sua storiella.
—Io vi trovo degna di Vandick e di Tiziano. Nanà gli domandò chi fosse Tiziano.
E dopo:
—Io, partendo da Parigi, avevo idea di far questo viaggio in Italia, paese dell'arte, specialmente nella speranza di trovar un pittore che mi sapesse ritrarre come dico io….
L'invito era troppo diretto per non accoglierlo.
—Volete, Nanà, che io mi provi a dipingere questa vostra magnifica testolina?
—Provarvi in che modo?—domandò Nanà. E volgendosi repente a un invitato che s'era messo al pianoforte e vi traeva degli accordi, gli gridò:
—Ma volete finirla voi?
—Io vi propongo di farvi il ritratto, mezza figura, nel mio piccolo studio.
L'emozione di Enrico, mentre faceva a Nanà questa proposta, era grandissima. Egli sembrava di marmo, tanto s'era fatto pallido ed immobile aspettando la risposta di Nanà. La sua voce era tremolante.
Nanà sorridendo, cogli occhi abbassati, che si sarebbero fin detti modesti in quel punto, faceva saltar sul palmo la nappetta d'un cuscino che le stava accanto. E non rispondeva. Essa cominciava a trionfare e assaporava con voluttà il piacere della vittoria.
Enrico ripetè:
—Non volete?
Nanà gli stese la mano, e rispose:
—Ci si può riflettere.
E lo piantò là, perchè… forse… qualcuno l'aveva chiamata.
Nessuno assolutamente l'aveva chiamata.
* * * * *
Tutti però segretamente la reclamavano. La conversazione, dove non era lei, languiva. Non per quello che ci mettesse lei, ma per quello ch'essa, senza volerlo, ispirava agli altri.
Un ah! generale fra gli uomini l'accolse dunque quand'ella si staccò da Enrico e venne a sedere fra la Romea e la grande coquette prémièr rôle.
Allora la conversazione si rifece generale.
—L'assenza dell'oggetto che si ama—sclamò Bonaventuri che non faceva segreti delle sue ammirazioni per Nanà—l'assenza dell'oggetto amato fa lo stesso effetto del vento sulle fiamme: spegne le fiamme deboli e aumenta le forti.
—Che filosofo!
—Non sono io. È Larochefoucauld.
—Voleva ben dir io!
—Che cos'è l'adulterio? Ne ho letta una definizione nuova non so dove… aspettate… Non mi ricordo. L'adulterio è una bancarotta fraudolenta della moglie a cui il marito resta sotto col proprio capitale. Va bene?
—Sì, e poi?
—Soltanto che invece di essere disonorato chi ha fatto fallimento resta disonorato chi ci resta sotto.
* * * * *
Verso le undici venne il thè.
Nanà aveva dichiarato a' suoi amici che avrebbe recitata la sua scena e cantati i couplets dopo il thè, per tenerli tutti riuniti fino ad ora tarda.
Nel porgere la tazza ad Enrico gli disse sotto voce:
—Ora mi vedrete nel mio costumino di Parigi, pettinata alla greca; e se mi direte che ho proprio una testa artistica forse… forse mi deciderò a venire da voi.
Di lì a poco Nanà entrò nel suo penetral più sacro a travestirsi.
Comparve mezz'ora dopo in un delizioso costumino di fantasia che faceva risaltar in modo mirabile le forme opime.
Un applauso entusiastico l'accolse. Battevan palma a palma anche le donne, che pur fremevano di rabbia nel loro interno.
Nanà era così innamorata di sè e degli applausi che non s'accorgeva o non pensava al dolore che essa procacciava alle proprie amiche, alle quali toccava assistere a' di lei trionfi intimi.
Nessuna donna è più nemica di colei che si mostra seducente e adorata in sua presenza.
Guardate in una festa da ballo, dove compaia a un tratto qualche astro, e vedrete le occhiate bieche, e gli sguardi di traverso, in tutte le altre donne che prima comparivano sciolte, sorridenti e felici.
La Romea, per esempio, che si sapeva tanto diseredata di curve, arrabbiò come una dannata al mostrarsi di quella maravigliosa figlia di Eva, sfolgorante di gioventù e di bellezza, e si sentì presa a un tratto da un'immensa voglia di piangere. Fu la sola che non ebbe l'ipocrisia di battere le mani. Ben inteso che le altre fingevano di battere; ma accostavano adagino palma a palma per non aumentar il fracasso.
* * * * *
Gli uomini invece pareva volessero impazzire di gioia e di ammirazione. E avevano perfettamente ragione. Chi non si scuote all'idea della bellezza artistica è un ciuco. Inebbriati da quella apparizione essi perdevano perfino la misura delle manifestazioni decenti e scordavano appunto che in mezzo a loro stavano sette infelici creature, che sorridendo si mordevano le labbra a sangue e soffrivano per quegli omaggi e per quei gridi, come se ricevessero in viso le più mortali ingiurie.
Ma è così.
Certi giovinetti non sanno dissimulare e mentire se non precisamente quando farebbero invece assai meglio a dire la verità.
Un "zitto, silenzio, basta" s'elevò da ogni parte quando Nanà fè' cenno che avrebbe incominciata la scena.
Ella si mise dunque a recitare abbastanza male un monologo che la si era fatta scrivere per un'occasione consimile, tutto pieno di motti a due tagli e di idee lascive.
Gli spettatori, tranne O'Stiary, giubilavano. Le donne facevano mostra qualche volta di scandolezzarsi onde aver il diritto di dire poi di Nanà cose oscene, per ringraziarla del pranzo.
Quel monologo era una birbonata qualunque, intermezzato da couplets, che Marliani accompagnava al piano.
Gli applausi scoppiavano fragorosi, pazzi, ad ogni refrain.
E le donne intanto sussurravano sottovoce agli uomini di condurle a casa. Una aveva l'emicrania, l'altra male al petto. La Romea protestava mal di denti.
Non c'erano, che la buona Giannella e la signora Fanny, che avessero pigliato il loro partito e che lodassero schiettamente l'artista e la donna bella.
Appena ebbe finito l'ultimo couplet, Nanà fuggì via con un fare modesto ed infantile, che piacque immensamente agli uomini, e che fece sempre più bestemmiar le donne, in petto. Marliani tentò da balordo di seguirla verso la stanza da letto, ma Nanà gli chiuse bravamente l'uscio in faccia.
Questo tratto sollevò una salva sterminata di nuovi applausi, e un ridere saporito e grasso in tutti quanti.
—Che ne dite?—domandò Nanà a Enrico tornando nel salotto vestita come dianzi.
—Voi siete adorabile, e io vi amo come un pazzo—disse Enrico.
Nanà trasse un lungo e tacito respiro dal petto.
—Verrete voi nel mio studio?
—Domani alle due aspettatemi.