LA LETTERA
I.
Il professore Attilio Cernieri, glottologo insigne, senatore del Regno, commendatore di più ordini, membro effettivo dei Lincei, socio corrispondente d'un'infinità di Accademie italiane e straniere, s'era fatto aprire dal servo Pomponio due casse di libri giuntigli la sera prima da Padova a piccola velocità. Erano, quei libri, il residuo della biblioteca ch'egli era andato via via formandosi appunto a Padova, quando, una ventina d'anni addietro, apparteneva a quell'Ateneo come assistente al professore di lettere neolatine. Dopo d'allora egli aveva molto viaggiato per iscopi scientifici, era stato chiamato successivamente all'Istituto degli studi superiori di Firenze e all'Università di Napoli, fin che il Ministro lo aveva voluto a Roma, alla Sapienza, creandogli una cattedra apposita, e accordandogli un soprassoldo.
Per qualche tempo, durante le varie peregrinazioni del professore, la biblioteca, fatta incassare e depositata presso un collega, era rimasta a Padova. Poi Cernieri ne aveva richiamato una parte quand'era a Firenze, un'altra parte quando era a Napoli; venuto adesso a Roma con l'intendimento di fissarvi stabile dimora, aveva deciso di ritirar le due ultime casse. In fondo, quei libri non erano punto necessari ad un uomo che oltre ad aver rifornito d'opere recenti la biblioteca propria, aveva a sua disposizione tutte le biblioteche pubbliche e private della capitale. Siamo in un secolo in cui ogni cosa procede a vapore, anche la scienza; la verità dell'oggi può essere una bugia domani, e un volume rischia d'invecchiar sotto i torchi.
Solo non era ancora invecchiata, dopo dieci anni, la celebre monografia nella quale il nostro Cernieri aveva, con poderosi argomenti, rivendicato alla famiglia finnica un gruppo di radici credute d'origine celtica. Il libro, piccolo di mole ma denso di pensiero, era stato tradotto in tutte le lingue, e la geniale scoperta aveva posto il nostro professore sul vertice della piramide scientifica (sono parole di un discepolo entusiasta) accanto al principe dei glottologi viventi, il famoso Löwenstein dell'Università di Upsala. Siccome però sul vertice d'una piramide ci si sta male in due, il Cernieri e il Löwenstein avevano dato in principio l'interessante spettacolo di due lottatori che tentano di cacciarsi abbasso a vicenda, finchè convinti dell'inanità dei loro sforzi, s'erano decisi a mutar la rivalità in alleanza. I due dotti uomini erano sempre due lottatori, ma invece di lottar fra loro lottavano con gli altri.... se mai c'era l'impertinente che osasse alzar troppo la cresta e volesse collocarsi anche lui sul vertice di quella famosa piramide. Chi poi fosse disceso nell'animo di ognuno dei due chers confrères, come si chiamavano scrivendosi, vi avrebbe forse trovato una stima molto mediocre per l'alleato. Il Löwenstein credeva poco alle radici finniche del Cernieri; il Cernieri credeva ancor meno alla rivoluzione portata dal Löwenstein nello studio delle lingue indopersiche.
Ma lasciando stare Löwenstein nella sua lontana Norvegia, noi dobbiamo aggiungere qualche tocco al ritratto del nostro illustre compatriota. E cominciando dall'età, diremo che al momento in cui il servo Pomponio apriva dinanzi a lui le due casse di libri il professore non contava che quarantasei anni, ma pareva già vecchio. Era un po' curvo della persona, aveva fronte ampia solcata da rughe precoci, piccoli occhi miopi nascosti sotto le lenti, ordinariamente socchiusi come d'un micio assopito, capelli scarsi e grigi, barba ispida, negletta e quasi bianca. In gioventù Cernieri si radeva da sè, ma dopo che gli era accaduto più d'una volta, nella sua distrazione, di radersi da una parte sola e di presentarsi così bene acconciato alla scolaresca, egli aveva stimato miglior consiglio di lasciar crescere quella sua appendice in pienissima libertà, salvo ad andar dal parrucchiere quando fosse proprio impossibile di fare altrimenti. Del resto, la distrazione del professore era ormai proverbiale e se ne citavano esempi ancor più caratteristici. Non gli era successo un giorno di perder la corsa ostinandosi a cercar per tutta la stazione di Bologna una valigia che aveva in mano?
I distratti sogliono aver l'umore gioviale, ma il nostro glottologo era un'eccezione alla regola. Da gran tempo le sue labbra non conoscevano altro che il sorriso scientifico, quel sorriso fatto di superiorità e di commiserazione con cui un uomo dotto accoglie la notizia delle cantonate prese da un carissimo collega. In società, se non poteva esimersi dall'andarvi, si teneva volentieri in disparte, sfuggendo la conversazione delle signore alle quali non sapeva che cosa dire, e che, già, non avrebbero saputo che cosa dire a lui.... sebbene, almeno fino a cinque o sei anni addietro, con la scarsezza di mariti che c'è a questo mondo, più d'una madre gli avesse gettato gli occhi addosso come su un partito conveniente per le figliuole. Anzi per un pezzo la contessa Pastori l'aveva tempestato d'inviti a pranzo, sperando di fargli sposare la sua secondogenita che aveva i denti guasti e gli occhi scerpellini e non trovava un cane che la volesse. Invero la ragazza, opportunamente ammaestrata, accoglieva il professore con singolare deferenza, gli preparava di sua mano una squisita marmellata di pesche e mostrava d'interessarsi assai alle radici finniche. Ma Cernieri non morse all'amo, si schermì dagl'inviti, diradò le sue visite e non si lasciò più vedere in casa Pastori fin che non seppe che la contessina era fidanzata a un negoziante di baccalà che conciliava il culto dei salumi con la venerazione pei titoli nobiliari. Indi, reso accorto dall'esperienza, divenne più orso di prima, più di prima inaccessibile a qualsiasi idea galante. Ogni uomo ha nel libro della sua vita una pagina intima che la donna segna di note dolorose o gioconde; pel professore Attilio Cernieri quella pagina era rimasta bianca.... Così dicevano i suoi conoscenti, così avrebbe detto egli stesso se lo avessero interrogato. E lo avrebbe detto in buonissima fede.... Assorto come era nelle sue ricerche dimenticava le cose vicine; o perchè doveva ricordar le lontane?
II.
— Misericordia! — esclamò Pomponio che aveva cominciato a tirar fuori i libri dalle casse. — Misericordia! Quanta polvere!
E soggiunse: — Creda a me, sarebbe meglio che mi lasciasse portar tutto quanto di là e sbrigar da me questa fattura.
Ma il professore si oppose risolutamente. Voleva che l'operazione si compisse nel suo studio, alla sua presenza; voleva, dopo una spolveratina sommaria, riporre i libri egli stesso in uno scaffale pronto a riceverli.
E Pomponio, rassegnato, seguitò a tirar fuori i volumi, a sbatterli alla meglio e a consegnarli al commendatore che, dopo averne guardato il titolo, li metteva a posto. Le tignuole giravano per la stanza, la polvere si spargeva nell'aria, si posava sui mobili, penetrava nei pori, costringeva padrone e servitore a raschiarsi ogni momento la gola e a starnutire.
— Qui poi c'è anche una tela di ragno, — notò Pomponio sollevando un grosso in-folio. Era un atlante del mondo antico, di Teodoro Menke, stampato a Gotha da Justus Perthes. Ora accadde che mentre il servo lo palleggiava, un piccolo rettangolo di carta ingiallita uscì pian piano dal mezzo di due pagine e andò a cadere sul pavimento.
— To', che roba è? — disse Pomponio. — Pare una lettera.
E, deposto l'atlante, si chinò per raccattarla.
Ma il professore l'aveva prevenuto e come inebetito girava e rigirava la lettera fra le mani. Poich'era effettivamente una lettera, ed era una lettera sua, chiusa ancora, col francobollo attaccato, con l'indirizzo scritto di suo pugno, nella sua calligrafia grave, pesante, di uomo nato per esser cavaliere di molti ordini e socio di molte accademie. Del resto, una calligrafia chiara, tale da dar la sicurezza che la lettera sarebbe giunta a destinazione.... se fosse stata impostata.
Alla gentile signorina
Maria Lisa Altavilla
Firenze
Via dei Servi, 25 — 1.º piano.
Quel nome balzato così d'improvviso agli occhi del professore Attilio Cernieri lo riconduceva a vent'anni indietro, faceva uscir dalle nebbie dell'oblio l'immagine d'una giovinetta un po' magra, un po' gracile, ma con una rara espressione di dolcezza nella bella fisonomia intelligente. Per lei, per lei sola il suo cuore aveva battuto una volta; per lei sola egli aveva un giorno, un'ora pensato alla possibilità di prender moglie.... E poi?...
Il servo Pomponio, che aveva il vizio di esser curioso, s'era avvicinato in punta di piedi al professore, e borbottava: — Come mai si sia cacciata in quel libro?...
Cernieri si scosse, e bruscamente: — Che cosa fate qui?... Andatevene.
— Non devo continuare?
— No, per ora, no.... Andate.
— Le occorre nulla?
— Nulla.... In caso vi chiamerò.
Pomponio si ritirò a malincuore. Avrebbe pur voluto sapere che razza di lettera fosse quella che turbava così il suo padrone.
Rimasto solo, il professore sedette sulla sua poltrona e aperse con dita tremanti la busta che Maria Lisa Altavilla non avrebbe aperta mai più. Ecco ciò ch'egli aveva scritto da Padova il 15 ottobre 1875:
“Cara signorina,
“Ho ricevuto stamane il tristissimo annunzio e non voglio tardare ad assicurarla della parte che prendo al suo giusto dolore.
Già nel luglio scorso, quand'ebbi l'onore di trovarmi spesso a Venezia con suo padre e con Lei, io ero testimonio delle sue trepidazioni per quella preziosa e insidiata esistenza. Si ricorda di quella passeggiata, per me indimenticabile, lungo il mare? Avevamo visitato prima San Lazzaro ove il suo babbo s'era compiaciuto di porger così benevolo ascolto alle mie spiegazioni circa alla mummia conservata nel museo di quei Padri Mechitaristi; quindi, fattici tragittare a Sant'Elisabetta del Lido, ci eravamo recati al nuovo Stabilimento di bagni. Il professore, un po' stanco, si fermò nella sala in compagnia dell'ingegnere Livorni. Noi scendemmo sulla spiaggia. La giornata era mite; il sole, nascosto spesso fra i nuvoli, non dava noia, ed Ella tenne chiuso quasi sempre il suo ombrellino di seta rossa. Le piccole onde venivano a morire ai nostri piedi che lasciavano l'orma sulla sabbia umida. Ella, intanto, mi diceva come, da un anno e più, la salute del suo papà fosse profondamente scossa, come i vari medici consultati avessero suggerito a caso ora questa cura ora quella senza che nessuna potesse arrestare il deperimento che la spaventava. Mi diceva altresì con che tenera sollecitudine quel suo diletto si sforzasse a nasconderle ciò che soffriva, egli che non le aveva mai nascosto nulla. Di confidenza in confidenza, Ella passò a discorrermi della loro vita intima e casalinga, dell'accordo pieno dei loro sentimenti e dei loro pensieri, del loro affetto reciproco suggellato dalla sventura, perchè di una numerosa famiglia, erano rimasti loro due soli nel mondo. Vinta dalla commozione, Ella tacque: i suoi occhi erano pieni di lacrime. Quali parole mi salirono allora sul labbro? Non certo tutte quelle che avevo nel cuore. Sono assai timido per mia natura; ho, lo confesso, un grande sgomento di ciò che può distrarmi da' miei studi, togliermi alle mie abitudini. Ma so di averle pur fatto intendere quanta simpatia mi attirasse a Lei, signorina; so di averle detto ch'Ella poteva fare assegnamento sopra di me in qualunque occasione. Grazie, Ella sussurrò dolcemente. E la sua mano tremò nella mia. Poi Ella mi pregò che ritornassimo sui nostri passi. Non parlammo nel ritorno; ma mi pareva che le nostre anime fossero tanto vicine! Di lì a un pajo di giorni Ella lasciò Venezia senza che ci si presentasse più l'opportunità di trovarci a tu per tu.
Adesso, signorina, la maggiore delle disgrazie l'ha colpita; adesso è giunto per lei il momento di mettere alla prova i suoi amici. Sarei voluto venire io stesso a Firenze, ma devo partir fra poche ore per Londra affine di assistere al Congresso degli Orientalisti che s'apre in quella metropoli il 19 corrente. Dall'Inghilterra potrei forse intraprendere un lungo lungo viaggio fuori d'Europa; ma dipenderà da Lei ch'io lo intraprenda o no. Una sua parola avrebbe la virtù di ricondurmi in Italia. A ogni modo io sarò a Londra per tutto l'ottobre, e la prego di farmi aver colà una sua riga ferma in posta. Pensi che sono anch'io, e da molto più tempo di Lei, solo affatto nel mondo.
Mi creda sempre
Suo aff.mo
“Attilio Cernieri.„
III.
Due volte il professore rilesse le quattro pagine di questa lettera, sforzandosi di richiamare alla sua memoria il giorno, l'ora, il luogo in cui l'aveva scritta, cercando di spiegare a sè medesimo, come potesse averne dimenticato l'impostazione, come il silenzio di Maria Lisa Altavilla non avesse fatto nascer nel suo animo nessun sospetto, come non avesse avuto l'idea di riscrivere, d'informarsi.
Ecco, egli ricordava. L'avviso mortuario gli era arrivato la mattina mentr'egli stava facendo il bagaglio, e il suo pensiero era corso subito alla povera giovinetta che aveva conosciuto tre mesi addietro a Venezia e che gli aveva destato una così viva simpatia. Indi per tutto il giorno aveva agitato il quesito se dovesse mandarle soltanto le sue condoglianze o se dovesse dirle qualche cosa di più, qualche cosa di meglio rispondente ai sentimenti ch'Ella gli aveva inspirati e a cui forse ella partecipava.... Non era una ragazza delle solite, la Maria Lisa. Pareva nata per essere la compagna d'un uomo di studi. Non aveva fatto da segretario al padre, non poteva far da segretario a lui? Imparar due o tre lingue per aiutarlo, prender note per suo conto, metter in pulito i suoi lavori, correggergli le bozze di stampa, e quand'egli partiva per un Congresso, per una missione scientifica preparargli i bauli, accompagnarlo alla stazione, anche accompagnarlo in viaggio qualche volta, sollevandolo dalla briga di prendere i biglietti, di trattare cogli albergatori, di discutere coi fiaccherai, eccetera, eccetera? Visto sotto questa luce, il matrimonio non gli era apparso più un abisso senza fondo, ma un porto tranquillo ove riposarsi dopo le tempeste. E, la sera, unitamente a parecchie altre lettere, aveva scritta anche quella per la Maria Lisa. Aveva scritto con un'espansione, con un abbandono di cui s'era meravigliato allora, come si meravigliava adesso, ma, questo pure si ricordava, provando, nello scrivere, una dolcezza inusata.
Era nella cameretta del suo quartierino di Padova; sulla tavola ardeva un lume a petrolio; dinanzi a lui era spalancato l'Atlante del Menke, alla pagina che portava l'intestazione Aegyptus ante Cambysii tempus. Quella carta egli l'aveva consultata nel rispondere al suo amico Morrison dell'Università di Edimburgo che insisteva per visitare insieme le rovine di Tebe nell'Alto Egitto. Ed egli, lasciando sospesa la sua decisione fin dopo il Congresso, aveva, nell'ipotesi del viaggio, corretto e ampliato l'itinerario, comprendendovi Itithia, Apollinopolis e Syene.
E, ancora, il professor Cernieri si ricordava. La sua padrona di casa era venuta a picchiare all'uscio e a dirgli che la carrozza era pronta e ch'ella vi aveva fatto mettere le valigie, il plaid e l'ombrello. In fretta egli aveva chiuso e riposto nello scaffale l'Atlante, in fretta s'era cacciato in tasca le lettere a cui aveva applicato già il francobollo, in fretta aveva disceso la scala ed era salito in vettura. Ma per quale strana combinazione una delle lettere fosse andata a finire dentro l'Atlante; per quale negligenza, nel gettare in buca le altre, in numero di cinque o sei, egli non si fosse accorto che ne mancava una, quella che doveva essere la più importante per lui, ecco l'enigma che il dotto professore non avrebbe risolto mai.
Egli poteva giurare che nemmeno per un secondo gli era balenata l'idea di non aver impostata la lettera. Anzi, per parecchi giorni, adesso se ne rammentava, era rimasto come sbalordito della propria temerità. Perchè non ci aveva pensato su? Perchè, con una di quelle parole che non si riprendono, s'era messo al rischio di sacrificare il massimo dei beni, l'indipendenza? Perchè aveva giocato il suo avvenire sopra una carta? Era un galantuomo; data una risposta favorevole della Maria Lisa Altavilla, non gli era lecito tirarsi indietro.... Se poi ella rispondeva di no, egli s'era procurato uno scacco inutile. Dio buono, che furia aveva avuta? C'era da scommettere che, anche di lì a uno, a due, a tre anni, la ragazza, non bellissima e senza un soldo di dote, sarebbe stata libera; e intanto a lui si sarebbe certo presentata l'opportunità di vederla, di conoscerla meglio, di pesar meglio il pro e il contro.... Così a Londra, nella prima settimana, mentre gli crescevano le tentazioni del viaggio in Oriente col Morrison e con un giovine docente di Heidelberg che si era loro offerto a compagno, egli era stato inquieto, nervoso, trepidante a ogni distribuzione di posta e non sapendo più che cosa desiderare o temere. Quindi di mano in mano che il tempo passava e ch'egli, relatore intorno a due temi, era assorbito dai lavori del Congresso e attratto nell'orbita degl'illustri eruditi salutanti in lui un futuro luminare della scienza, l'immagine della povera orfana andava gradatamente scolorandosi, e una timida, segreta speranza gli si faceva strada nel cuore: quella di ricuperar la propria libertà pel silenzio continuato di Maria Lisa, senza patir l'umiliazione di un aperto rifiuto. Egli avrebbe potuto dir sempre che il suo dovere l'aveva fatto; non era colpa sua se le sue offerte non erano state accolte.
E un giorno, uno dei primissimi giorni di novembre, egli pure, come Giulio Cesare, aveva esclamato: Alea jacta est. Aveva traversato di volo l'Europa centrale e l'Italia fino a Brindisi, e insieme al Morrison e al dottore di Heidelberg s'era imbarcato su un vapore della Peninsulare per Alessandria. Due anni era vissuto fuori d'Europa, ora nell'Alto Egitto, ora nell'Abissinia, studiando i geroglifici e le rovine, inviando preziose monografie alle principali Riviste del mondo. E Riviste, e giornali, e lettere di scienziati, e voti di accademie gli giungevano dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania; gli giungeva anche da Padova qualche epistola spropositata della sua padrona di casa. Da Firenze, dalla Maria Lisa Altavilla, nulla.
Del resto, al suo ritorno in patria, egli l'aveva quasi interamente dimenticata. Non eran trascorsi che due anni, ma quei due anni per lui valevano due secoli, e i fatti anteriori si perdevano a' suoi occhi in una lontananza vaga e nebulosa. Onde quando gli dissero che, tre mesi addietro, la Maria Lisa aveva sposato un pretore residente in un paesello della Sicilia, egli non se ne commosse più che tanto. Aveva ben altro pel capo. Aveva da vagliare le diverse offerte pervenutegli dal Ministero; aveva da scrivere per la Edimburgh Review un articolo sulle antichità assire; aveva infine da maturare il tema gravissimo di quelle radici finniche o celtiche per amor delle quali egli era ormai risoluto a dedicarsi interamente alla glottologia lasciando da parte ogni altra ricerca. La Maria Lisa Altavilla era così piccola, così piccola al paragone, e il matrimonio sarebbe stato tale un impiccio! Solo qualche tempo dopo, sul punto d'accettar la cattedra di Firenze, gli era capitato uno scrupolo. Se, per un trasloco del marito, quella donna fosse di nuovo in Toscana? Se s'incontrassero? Che contegno dovrebb'egli tenere con lei? Far l'indifferente, o fingere di non riconoscerla, o rinfacciarle il modo inurbano in cui ella lo aveva trattato?
Ahimè, il professore fu tolto assai presto da queste angustie. La Maria Lisa Altavilla? La figliola del cavaliere Giuseppe? Quella che aveva sposato il pretore Carlucci? Poveretta! Era morta laggiù in Sicilia, d'una febbre di malaria, in capo a dieci mesi di matrimonio.
Morta! Certo, nell'udir la notizia, Attilio Cernieri aveva provato un senso di pietà e di rammarico. Morta così giovine, quella che avrebbe potuto esser sua moglie! Dunque oggi egli sarebbe vedovo, avrebbe la casa in lutto, sarebbe come un naufrago della vita? Ah, quand'era così, meglio, mille volte meglio che la Maria Lisa non gli avesse risposto. Meglio per lui non aver preso delle abitudini che gli sarebbe stato forza troncare, meglio non essersi avvezzato ad aver una femmina al fianco.... Quelli che ci si avvezzano dicono ch'è tanto difficile farne senza!...
Insomma Cernieri non aveva tardato a confortarsi.... E poi.... e poi il tempo aveva compiuto l'opera sua, stendendo un velo densissimo su quel fuggevole episodio, coprendo d'oblio persino il nome di Maria Lisa Altavilla. Adesso la vecchia lettera trovata fra le pagine del vecchio Atlante rievocava le cose scomparse. Innanzi all'uomo maturo, invecchiato negli studi, indurito nell'egoismo, sorgeva per incanto un ricordo della giovinezza, lo investiva violento come fiamma che divampa, come raffica che si leva improvvisa. Stringendo nelle mani il povero foglio ingiallito, egli rivedeva la dolce figura di Maria Lisa; la vedeva pallida e mesta; pareva ch'ella gli dicesse: — Perchè nell'ora dell'afflizione non m'hai mandato una parola, un saluto? Gl'indifferenti compiansero al mio dolore; tu, che m'avevi lasciato creder d'amarmi, tu sei rimasto muto, insensibile. E t'ho atteso, sai, t'ho invocato.... Ahi misera chi si fida in un uomo!
Questo pareva a Cernieri che la Maria Lisa dicesse, ed egli pensava ch'ella aveva portato con sè nella tomba l'acerbo giudizio, che non avrebbe udite le sue discolpe, nè conosciuta la verità.... È pur triste dover fermar la mente sull'idea dell'irrevocabile, dover crucciarsi di torti che non si possono riparare, di malintesi che non si possono togliere.
Ma la lettera che il grave professore seguitava a tener spiegata davanti a sè non lo avvertiva soltanto che Maria Lisa era morta reputandolo peggiore di quello ch'egli non fosse; essa gli ricordava, quasi per irriderlo, che nella sua vita c'era stato un minuto di poesia, d'abbandono, d'amore, e che quel minuto era rimasto infecondo. Mai più, mai più egli avrebbe trovato un minuto simile; mai più il suo cuore avrebbe palpitato per una donna; mai più dalla sua penna sarebbe sgorgata una prosa, che a noi può sembrar fredda e convenzionale, ma che a lui sembrava riboccante di calore e d'affetto.
Ed egli chiedeva a sè stesso: — Se la lettera fosse partita? Se fosse arrivata alla sua destinazione? Se Maria Lisa avesse risposto: — Intendo ciò che tu accenni, ti ringrazio, ti amo, consento a esser tua. Vieni. —? Certo egli non avrebbe, almeno allora, intrapreso il suo gran viaggio fuori d'Europa; non avrebbe percorso l'Egitto e l'Assiria, nè decifrato i geroglifici, nè interpretato il linguaggio delle rovine; forse gli sarebbero sopraggiunti i figliuoli; forse le cure domestiche avrebbero inceppata la sua attività; la sua fama sarebbe stata ritardata, non sarebbero piovuti così abbondanti sul suo capo gli onori e sul suo petto le decorazioni; forse egli non avrebbe fatta la sua luminosa scoperta intorno alle radici finniche; forse altri occuperebbe oggi il suo posto sul vertice della piramide scientifica, accanto al celebre Löwenstein dell'Università di Upsala.
Sì, tutto ciò sarebbe potuto accadere, e un uomo come il professore Attilio Cernieri doveva rallegrarsi che ciò non fosse accaduto.... E pure.... e pure un dubbio insistente, affannoso gl'impediva di quietar l'animo in questa consolante filosofia. Non sarebbe stato meglio sacrificar un poco di gloria per aver un poco d'amore?
Il professor Cernieri non ebbe il coraggio di lacerare, di distrugger la lettera; la ripose nella scrivania, richiamò il servo Pomponio e gli ordinò di ripigliare il lavoro interrotto. Ma la sera, nel suo studio, lo vinse di nuovo la tentazione di riveder que' suoi caratteri di vent'anni addietro, e ormai non passa giorno, si può dire, ch'egli non tiri fuori dalla busta il piccolo foglio sgualcito e non lo scorra con l'occhio. Indi ne guarda la sopraccarta, ne guarda il francobollo su cui la posta non impresse alcun segno, e ripete fra sè la domanda: — Se la lettera fosse partita?