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Natalìa ed altri racconti

Chapter 42: V.
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About This Book

A collection of short stories that examine domestic and social life through compact episodes of scandal, moral quandary, and quiet observation. Tales unfold around clandestine letters, disrupted households, funerals, seaside interludes and visits to health establishments, each focusing on characters who navigate reputation, desire, and conscience. The narration balances ironic detachment with psychological sympathy, presenting moral ambiguity without neat resolutions. Together the stories offer close studies of social hypocrisy, human frailty, and the tensions between public appearance and private longing.

COSCIENZE AGITATE

I.

Posto sul pendio d'un'amena collina che monti più alti difendono dai venti di settentrione, ricco d'acque sorgive che abbeverano tutto l'anno le belle praterie circostanti, il paese di Sant'Angelo dei Pastori godeva sino a poco tempo addietro la fama invidiabile d'esser uno dei luoghi d'Italia ove le malattie sono più rare ed è minore la mortalità. Non è quindi da maravigliarsi che il vecchio albergo ed il nuovo fossero ogni autunno pieni di forestieri e che vi si fabbricassero ville e chalets a cui non mancavano mai gl'inquilini.

Nè Sant'Angelo dei Pastori si vantava soltanto del suo clima, della sua posizione, delle sue acque e della sua salubrità; esso andava superbo altresì del suo segretario municipale, signor Geronimi, che sostituiva il sindaco sempre assente, del suo parroco don Prospero, affabile, gioviale, gran giuocatore di bocce, e del suo farmacista Saverio Dorini, detto il Mago.

Anzi, per esser sinceri, il signor Dorini era tenuto anche in maggior conto del segretario e del parroco. La sua farmacia all'insegna del Leone e della Giraffa alla quale la gente veniva a provvedersi di medicinali da quindici, da venti miglia di distanza, era considerata una gloria locale. E quella farmacia non poteva scindersi dalla persona del suo proprietario e conduttore, che l'aveva portata a così alta riputazione con la sua opera sagace e indefessa.

I confratelli invidiosi schizzavano veleno contro il signor Saverio, mettevano in canzonatura il suo soprabito scuro che gli scendeva fino alle calcagna ed era chiuso fino al collo, le sue scarpe di panno, il suo berretto di velluto col fiocco di seta, la sua faccia macilenta e legnosa ove brillavano due occhietti che parevano fatti col succhiello; e, quasi ciò non bastasse, malignavano sulla sua aria di mistero, sulla sua vita solitaria, sul suo gatto Masaniello dal pelo nerissimo, dagli occhi lucenti come due monete d'oro, gettavano sospetti sulla sincerità dei suoi prodotti farmaceutici, cercavano nuocergli presso i contadini ignoranti chiamandolo il Mago. E l'epiteto aveva fatto fortuna; ma, volutogli dare dai rivali con un significato ingiurioso, era rimasto aggiunto al suo nome come un titolo nobiliare per merito de' suoi compaesani. Un mago sì, un mago benefico che aveva saputo arricchire giovando agli altri, che non si concedeva riposo nè di giorno nè di notte, e che attendendo quasi solo ai suoi negozi non aveva mai commesso una svista.

Del loro affetto per questa fenice dei farmacisti, gli abitanti di Sant'Angelo dei Pastori diedero una prova solenne tre anni or sono, quand'egli, ridotto in fin di vita da una fiera malattia, superò insperatamente la prova. Vi fu allora persino chi propose di erigergli addirittura un piccolo ricordo marmoreo, come fece la Repubblica di Venezia al doge Francesco Morosini, adhuc viventi. L'idea fu abbandonata per desiderio espresso del modesto signor Dorini che ne aveva avuto sentore, ma intanto s'era potuta raccogliere in cinque giorni la somma di undici lire e venticinque centesimi, erogate subito in opere di pubblica beneficenza.

II.

È però un caso singolare. Appunto da circa tre anni, le cose di Sant'Angelo dei Pastori non vanno più come una volta. Il paese, sfido io, non ha mutato nè situazione, nè clima, e le sue acque continuano a scorrere limpide, pure, abbondanti; il signor Geronimi è sempre il factotum del Comune, gli stessi due medici si dividono la clientela, don Prospero regge sempre la parrocchia, il signor Saverio Dorini, detto il Mago, siede sempre dietro il banco della sua farmacia sulla cui insegna dipinta a nuovo il fiero leone dalla lunga criniera e la mite giraffa dal lunghissimo collo seguitano a guardarsi in patetico. E, fino a ieri, il gatto Masaniello, tacito e grave, compiva le solite evoluzioni fra i boccali e sugli orli delle scansie, o si accosciava sulla soglia in atteggiamento di Sfinge.

Ma il signor Geronimi, uomo versato negli studi statistici, ha notato un piccolo aumento nella media della mortalità a Sant'Angelo dei Pastori, e questo fatto unito ad un altro che cade sotto gli occhi di tutti desta le sue ansietà patriottiche. L'altro fatto è questo: il farmacista ed il parroco hanno cambiato umore e abitudini. Sarà discutibile se abbiano cambiato in meglio od in peggio; il cambiamento è sicuro. Il signor Dorini, il quale prima d'ammalarsi non andava in chiesa che nelle feste solenni, adesso mostra uno straordinario fervor religioso e si confessa ogni mese. Bisogna dire però che la fede non gli dia la pace dell'animo, perchè è turbato, inquieto, come se un pensiero molesto lo crucci. Nè passa più due o tre ore ogni notte chiuso nel suo laboratorio con l'unica compagnia del suo gatto; lo si vede invece, in quell'ore, girar solo nell'orto, con la testa china sul petto e le mani dietro la schiena, lasciando che Masaniello, privo delle usate occupazioni, si dedichi sfacciatamente al libertinaggio, corra sui tetti, penetri nelle case altrui e spaventi le oneste famiglie col miagolio petulante e il luccicar delle gialle pupille. Don Prospero, dal canto suo, già così gaio e socievole, sfugge le allegre brigate, gioca di rado alle boccie, ed è sovente nervoso e irascibile, sopratutto dopo i suoi colloqui spirituali con l'amico Saverio. E sì che per un ministro del Signore non dovrebb'esser piccola soddisfazione l'aver ricondotto all'ovile una pecorella smarrita.

Povero don Prospero! Non vorremmo calunniare un degno ecclesiastico, ma abbiamo forti ragioni per credere ch'egli dica spesso in cuor suo: — Benedetto uomo quel Saverio! Dal momento ch'egli era giunto sulla soglia del Paradiso, che ghiribizzo gli è saltato di far frontindietro e di rimanere in questo brutto mondacccio ove rischia di compromettere di nuovo la salute dell'anima sua?

Ah, il giorno della confessione di Saverio Dorini (della prima) era stato un dì memorabile pel parroco di Sant'Angelo dei Pastori. Con zelo d'apostolo egli era accorso al letto del moribondo, con mansuetudine di santo ne aveva ascoltato le rivelazioni inattese, con gaudio di sincero credente ne aveva accolto il pentimento e gli aveva concessa l'assoluzione. Quindi ai curiosi che affollati intorno alla farmacia tentavano strappargli qualche indiscrezione egli s'era contentato di dire: — Fa una gran bella morte.... Una morte da vero cristiano.

— Non poteva essere altrimenti, — qualcheduno aveva soggiunto. — Dopo una così bella vita!

Senza rispondere, don Prospero s'era ritirato frettolosamente in canonica, ove alla serva Cesira che lo tempestava di domande aveva ripetuto l'identica dichiarazione: — Fa una gran bella morte.

Ma la sera, tornando dal Mago, l'aveva trovato in condizioni molto migliori; la mattina il medico era venuto in persona ad annunziargli, che, secondo lui, il signor Saverio era fuori di pericolo.

— Diamine, diamine! — aveva borbottato fra i denti il buon prete.

III.

Tutti i particolari di quella confessione erano stampati in caratteri indelebili nella memoria di don Prospero a cominciar dalla fuga precipitosa del gatto Masaniello che, sguisciando dalla camera del malato in un accesso di folle terrore, gli si era impigliato nella tonaca e fra le gambe. C'erano momenti in cui egli sarebbe stato in grado di ripetere parola per parola le cose dettegli dal farmacista, e di aggiungervi l'esclamazioni che la sorpresa gli aveva strappato dal labbro, le interruzioni, l'esortazioni che aveva fatto. Gli bastava chiuder gli occhi per rievocare la scena.

Ecco, dopo liberatosi la coscienza di alcuni peccatucci minori, il signor Saverio si alzava faticosamente sul gomito, e tirando un sospirone principiava: — Ella sa, caro don Prospero, di quanta stima io godessi come farmacista....

A cui egli, il sacerdote: — Stima meritatissima, figliuolo. Ma non conviene esaltarsi.

— Eh si tratta di ben altro che di esaltarsi.... Se su cento medicinali esistenti nel mio laboratorio ce n'eran dieci di genuini è già molto.... L'olio di ricino, la cassia in canna, la polpa di tamarindo, non dico.... Ma il resto! Pillole, acque minerali....

Qui a don Prospero era scappata una frase di cui egli si pentiva amaramente, come di quella che tradiva una preoccupazione affatto personale: — Anche le acque minerali!

Don Prospero faceva ogni estate la cura delle acque di San Pellegrino.

— Le acque minerali sopratutto, — continuava l'infermo.... Però in modo da non recar danno alla salute....

— Meno male.... Avanti, avanti, figliuolo.

— Ah, da questo lato non ho rimorsi.... Delle disgrazie non ne son successe per causa mia.... Forse col mio sistema se ne sono evitate.... Si ricorda, don Prospero, quel giovine tedesco che anni sono, mentr'io ero fuori di paese, era riuscito a procurarsi dal mio garzone una fortissima dose di laudano ch'egli ingoiò tutta d'un colpo credendo di morire? Invece egli se la cavò con una dormita di ventiquattr'ore.... Mi son sempre servito di sostanze innocue.... Per i medicamenti liquidi, dell'acqua del mio pozzo, ch'è la migliore del paese.... Avevo un buon assortimento di bottiglie, di etichette, di tappi e facevo da me tutto il lavoro.... Per esempio da una bottiglia d'acqua di Vichy ne venivano tre.... Per le polveri, per le pillole, c'era la farina finissima, la gomma arabica....

A questo punto il signor Saverio s'era sentito mancar le forze e aveva lasciato ricader la testa sul capezzale.

— Basta, figliuolo, basta, — aveva detto don Prospero. — Non vi affaticate, non vi agitate.... Senza dubbio il peccato è grande. Avete ingannato la buona fede del pubblico.... vi siete arricchito illecitamente.

— Ho fatto molte carità, — sussurrò il farmacista con un filo di voce.

— Non sono carità buone quelle che si fanno coi danari carpiti agli altri.... A ogni modo, voi riconoscete il vostro torto?.

Il malato accennò di sì col capo.

— La misericordia di Dio è infinita e non manca mai a chi si pente con sincerità ed effusione di cuore. Vi pentite, figliuolo?

— Sì, sì.

Docile, ubbidiente, il signor Saverio, col poco fiato che gli rimaneva, compì il suo atto di contrizione, ripetè con fervore le preghiere recitate dal sacerdote, promise, se il cielo gli accordava ancora qualche anno di vita (non lo sperava, ma al Signore nulla è impossibile) promise di condurre d'allora innanzi la farmacia secondo le norme della più rigorosa onestà, di frequentare le funzioni di chiesa, di osservare il magro e i digiuni, di ristaurare a sue spese il campanile e di andare nel settembre in pellegrinaggio alla Madonna di Monte Balestro. Tutte cose che spiegavano l'affermazione enfatica di don Prospero: — Fa una gran bella morte.

IV.

Appena guarito, il signor Saverio Dorini portò al parroco un acconto della somma necessaria pei lavori del campanile, vi aggiunse un'offerta per i poveri, e s'intrattenne lungamente di soggetti religiosi, mostrando tutto lo zelo d'un neofita.

— Bravo, bravo, figliuolo, — diceva don Prospero. — Mi avete dato una delle maggiori consolazioni della mia vita.... Ma intendiamoci, veh.... Voi dovete mantenere il vostro impegno circa alla farmacia.... Non più sotterfugi, non più falsificazioni.... Prodotti genuini, e nient'altro.

— Si figuri, don Prospero.... E poi non verrò da lei ogni mese?.... Non le racconterò tutto.... in confessione?

— Anche fuori di confessione.... quando volete.... nel mio orto, a tu per tu, con un buon bicchiere di vino davanti.

— No, no, son temi delicati.... E mi raccomando, per carità.... Di quello che ha saputo....

— Mi meraviglio! — interruppe don Prospero, scandalizzato del dubbio ingiurioso.

Pei primi tempi le cose andarono a gonfie vele, e il farmacista ebbe persino l'eroismo di distruggere con le sue mani alcuni vecchi medicinali adulterati per non cedere alla tentazione di rimetterli in vendita.

— È proprio un sant'uomo, — pensò don Prospero il giorno in cui ricevette questa confidenza sbalorditiva.

Era anche l'opinione delle donnicciuole del paese, le quali, quando videro il Mago accompagnarsi a loro per andare a piedi, secondo il voto ch'egli aveva fatto, in pellegrinaggio alla Madonna di Monte Balestro, ruppero in esclamazioni ammirative e vollero una per una baciargli il lembo del vestito.

Naturalmente, fra gli spiriti forti, vi furono scrollatine di spalle e allusioni sarcastiche. E ch'erano ostentazioni bell'e buone, e che i farmacisti devono attendere al loro mestiere e non fare i collitorti, e che certo il signor Saverio aveva dei gran peccati sull'anima se provava il bisogno di bazzicare tanto in chiesa.

E c'erano gl'indiscreti che tastavano il parroco. — Ah, don Prospero, chi sa che orrori avrà sentito da quel signor Saverio! Se potesse parlare!

— Zitti là, scomunicati! Quel Saverio è un sant'uomo.

Don Prospero diceva così, forse convinto, forse no.

E presto il sant'uomo cominciò a dargli non poche tribolazioni.

Veniva al confessionale, s'accusava di parziali ricadute negli antichi errori. Rispettava i medicamenti solidi; gli accadeva talvolta, per distrazione, di allungare i liquidi.

— In nome di Dio benedetto! — esclamava il sacerdote. — Non torniamo da capo.

— Che vuole? Con tutte quelle bottiglie, quelle etichette, quei tappi che mi son rimasti in magazzino, con quel pozzo eccellente che ho sotto le mani, è uno scongiuro....

— E voi distruggete le vostre bottiglie, le vostre etichette, i vostri tappi.... Avete pur fatto qualcosa di simile in passato.

— Delle scatole di pillole, delle cartoline di polveri son presto distrutte.... Ma quella roba voluminosa....

— Vendetela quella roba.... o regalatela.

— Oh sì.... Sarebbe il modo di svegliare i sospetti.

— Chiudete il pozzo allora.

— E per gli usi domestici?

— C'è tanta acqua in paese.

— No, don Prospero, le giuro che d'ora in poi starò in guardia. M'imponga che penitenza crede, ma mi assolva per oggi.... Vedrà, vedrà.

Don Prospero si lasciava commovere, imponeva la penitenza e rimandava assolto il peccatore.

Una volta però egli fu irremovibile. Il Mago aveva avuto l'impudenza di proporgli una specie di compromesso. Avrebbe limitate le sue manipolazioni a certe acque, astenendosi scrupolosamente dal toccar le altre.... quelle di San Pellegrino, per esempio.

L'onesto sacerdote scattò. — Ma questo è un ricatto. E avete il coraggio di tenermi un discorso di questa specie, in confessione? Profanatore! Via, via subito.

E poichè il signor Saverio s'indugiava, biascicava delle scuse, don Prospero lo piantò in asso.

La lezione servì, e successe un periodo nel quale il nostro farmacista non sgarrò d'un punto.

— Nessuna miscela, nessuna sofisticazione? — chiedeva il parroco.

— Nessuna.

— Proprio?

— Che il Signore mi punisca qui all'istante se dico una bugia.

— Bravo, amico mio. Perseverate.

Ma una mattina, dopo che nella settimana c'erano stati due funerali in paese, Dorini si presentò turbatissimo al suo confessore. — Caro don Prospero, io ho una gran paura che volendo far il bene noi facciamo il male.

— Cosa c'è? Che fisime son queste? Spiegatevi.

— Ha visto di quei poveri Giorgetti e Silanda?

— Son morti, pur troppo.... Me ne dispiace perch'erano due buoni diavoli, due padri di famiglia.... Meno male che avevano qualche po' di terra e i figliuoli non restan nella miseria.... Insomma, pulvis sumus.

— Ebbene, avevano l'identica malattia e son stati curati con gl'identici rimedi, arsenico e noce vomica, che quattr'anni fa si son somministrati al gastaldo del conte Ferro e a Gigi Bonai, il maniscalco, i quali son guariti tutti e due e adesso stanno meglio di noi.

— Oh bella, si sa, con la stessa malattia, con la stessa cura chi guarisce e chi no.

— Sissignore; però, quattr'anni fa, quei veleni, perchè sono veleni, uscivano in ben altra forma dalla mia farmacia. Un bambino avrebbe potuto prenderne qualunque dose senz'accorgersene. Ora sono genuini, e ammazzano.

— Ammazzano, ammazzano? I medici sapranno il loro mestiere.

— Sarà: per me son convinto che s'io non cambiavo sistema quei due disgraziati campavano.

— Che vorreste concludere?

— Niente. Lei fa il suo dovere a ordinarmi quello che mi ordina, io faccio il mio a ubbidirle. Ma roviniamo il paese. Anche iersera, in farmacia, il segretario Geronimi e il dottor Cianchi dicevano che la salute pubblica è peggiorata, che i forestieri cominciano ad essere in sospetto e che da due autunni si notano delle diserzioni.

V.

Don Prospero rimase con questa spina nel cuore. Gli pareva assurdo, gli pareva immorale il pensare che la maggior lealtà d'un farmacista dovesse aver per effetto un peggioramento nella salute pubblica; tuttavia, se in qualche punto Dorini avesse ragione, se l'abuso dei rimedi fosse fatale e se il render innocui questi rimedi fosse un correttivo della mala tendenza dei medici a esagerare nelle ricette? Un gran problema. A ogni modo, poteva egli permettere, tollerare le frodi? Al penitente che si accusava d'ingannare la propria clientela poteva egli dire — Continuate? — Poteva cader nell'agguato che forse Dorini gli tendeva, e, con le sue compiacenze, legittimar dei guadagni illeciti?

E il guaio si era che quel furbo del Mago non si lasciava sfuggir una sillaba sull'argomento fuori di confessione, e imponeva quindi a don Prospero il più scrupoloso segreto, sotto pena di sacrilegio.

Si tirava avanti così. Con l'usata regolarità Saverio Dorini veniva a fare il suo atto di contrizione ed era rimandato ora assolto ora no, perchè se il farmacista aveva abbandonato le falsificazioni su larga scala, ricascava ogni tanto nelle piccole. Comunque sia, egli accettava con mansuetudine le penitenze che gli erano inflitte, ma di tratto in tratto tornava volentieri sulla sua teoria di medicinali semplificati, e citava casi, anche recenti, di malati gravi ch'eran guariti prendendo poco più che dell'acqua fresca o della farina schietta mentre credevano di prendere o l'antipirina, o il calomelano, o l'aconito, o qualche pasticcio simile.

Un giorno don Prospero commise un'insigne debolezza.

— Sentite un po', caro Saverio. Con quelle che chiamate semplificazioni voi otterrete una gran riduzione sul costo....

— Oh Dio, non dico di no.

— E vendete ai prezzi degli altri?

— È necessario, per non rovinare il mestiere.

— Ecco, se tutto quello che risparmiate, fino all'ultimo soldo, lo deste ai poveri, chi sa ch'io non fossi più corrivo?

Ma Dorini protestò. Del danaro in carità ne spendeva già molto; non poteva esporsi al rischio di passare per dissipatore e di perdere il credito di cui ogni industriale ha bisogno.

Il rifiuto del farmacista fu una fortuna per don Prospero che s'era accorto immediatamente di aver messo il piede in fallo e sarebbe stato in un bell'impiccio se il Mago avesse accondisceso a stringere il contratto. Anzi, riflettendoci, egli temette d'esser caduto in peccato mortale pel solo fatto della proposta.

E a pranzo non toccò quasi cibo, tanto aveva la coscienza angustiata.

La serva Cesira, che da un pezzo lo vedeva così diverso da quello d'un tempo, uscì allora in queste gravi parole:

— Lo so io che cosa c'è di guasto in paese.

— Eh? — fece il parroco.

— C'è il diavolo, — affermò la donna con serietà imperturbabile.

Don Prospero trasalì. Era figlio di contadini, e nonostante il suo naturale buon senso non era mai riuscito a liberarsi interamente dai pregiudizi ereditari.

Pur volle fare il disinvolto. — Sciocchezze!

— C'è il diavolo, — ripetè la serva. — E son parecchi anni che c'è.

— Finiamola! — disse don Prospero nella vaga apprensione di sentir accusar il suo penitente Dorini. E soggiunse ironico: — Son parecchi anni che c'è, e aspettate adesso ad avvisarmene?

Con l'ostinazione delle sue pari, la femmina riprese: — Finchè il Mago se lo teneva con sè la notte, fin che lavoravano insieme, non dava disturbo a nessuno, e forse la farmacia andava meglio. Ora il Mago è rientrato in grazia di Dio e quello si sbizzarrisce a spese dei cristiani.

Il parroco era in preda a un indistinto malessere. Quello? chi era quello? Chi era il misterioso collaboratore di Dorini?

— Alle corte, spiegatevi. Chi è questo signor diavolo?

— Come non se lo immagina? È il gatto Masaniello che anche questa notte è venuto nel nostro orto a rubare una gallina.

Don Prospero avrebbe voluto ridere, ma non poteva. Senza dubbio erano minchionerie; nondimeno egli si ricordava di certe storie udite nell'infanzia, secondo le quali il demonio non isdegnava di vestir la forma di qualche animale domestico per sorprendere la buona fede delle famiglie.

— Provi a esorcizzarlo, — suggerì la Cesira.

— Un gatto?

La serva si meravigliò dell'obbiezione. Nel suo villaggio, da bimba, ell'aveva visto esorcizzare una capra.

— Basta, — disse don Prospero, alzandosi in piedi. — Tronchiamo questo discorso. — La Cesira uscì proferendo minaccie incomprensibili.

Dopo una notte insonne, don Prospero prese una risoluzione energica e partì all'alba pel capoluogo ove chiese ed ottenne un'udienza dal vescovo della diocesi. Allorchè, ventiquattr'ore più tardi, egli rientrava in canonica meditando su gli aurei consigli del venerabile prelato, gli si affacciò sulla soglia la Cesira, nell'atteggiamento di Giuditta reduce dal campo nemico. Anch'ella aveva ucciso il suo Oloferne, e ne teneva la spoglia esanime, sospesa.... per la coda.

— Masaniello! — esclamò il parroco.

— Gli ho teso un laccio e l'ho strozzato, — disse la donna con magniloquente brevità.

Indi, gettando la fredda salma lungi da sè, fornì ulteriori schiarimenti. — Voleva mordermi, ma io con un segno di croce e una tiratina di spago l'ho ridotto all'impotenza.... E son più convinta che mai ch'era il diavolo.... Vedrà, vedrà se adesso tutto quanto non si rimette a posto.

La Cesira era così sfolgorante d'orgoglio per l'azione eroica compiuta (aveva strozzato il diavolo, nientemeno!), si mostrava così sicura dei risultati finali della sua magnanima impresa che don Prospero rimase senza parola. Non osò nè lodarla nè rimproverarla; le invidiò la sua fede; si sforzò di credere che l'eccidio del gatto Masaniello, bestia scontrosa e antipatica, potesse, secondo la frase della serva, rimetter tutto quanto a posto. Monsignor vescovo, forbito oratore, gli aveva ben detto, pur dianzi, che le vie della Provvidenza sono imperscrutabili.

Ma la Cesira, che non comprendeva il riserbo del suo padrone, raccolse da terra la sua vittima e si ritirò sdegnosamente in cucina, borbottando: — Oh, gli uomini!