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Nella lotta

Chapter 10: VI.
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About This Book

The narrative follows a young man's engagement and comfortable life that are upended when his father reveals severe financial and health setbacks, compelling the family to face consequences of past imprudence. Personal relationships, social expectations and business entanglements intertwine as characters make moral and practical decisions under pressure. Scenes alternate domestic intimacy and public dealings, and recurring themes include duty to family, the necessity of foresight and resilience in hardship, showing how private affections and economic realities shape choices during a crisis.

—Non parliamo adesso degli azionisti—le disse Roberto.—Il peggio si è che il babbo sta male davvero.

—Male! Male!—replicò la signora Federica.—Sarà una cosa passeggera…. effetto della commozione….

—Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio padre è gravissima.

Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima, il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era sdraiato su una poltrona.

Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura! Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che dava sempre ragione a suo padre.

Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto che c'era.

Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato, che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.

E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio, proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi, è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire, come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti; la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito. Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova toilette.

Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico, il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:—Lasciala stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.

Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le migliori compagne della vita.—La moglie—gli scappava detto qualche volta con suo figlio—dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.

Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.

V.

Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed uggita.

In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto, curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.

—Non parlerà più? Non si sveglierà più?—disse Roberto.

—Forse sì—rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi nell'infermo.

Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine sopra di lui.—Addio, Rebaldi—egli balbettò con voce fioca—grazie delle tue cure…. Addio, Roberto, figliuolo mio…. E la mamma?

—Vuoi che la faccia venire?

—No, Roberto…. Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian portata di là, e han fatto bene…. soffriva troppo…. Abbi pazienza con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama…. e fu una buona compagna per me…. oh sì…. si adatterà anche alle nuove condizioni della famiglia…. Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci siano altre carte che appartengono all'Unione…. Se ce ne sono, le porterai all'ufficio…. Ah! soffoco…. Passami il tuo braccio qui sotto la testa…. così…. Dunque sii forte, Roberto…. non lasciarti spezzare dalla sventura…. Ora che non hai più da assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli che ci furon larghi delle loro promesse…. facile generosità…. E non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla…. Non è bello viver sulla dote della moglie.

—Oh! E puoi credermi capace di una tale bassezza?

Vi furono alcuni istanti di silenzio.

Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.

—Non ancora—disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo a suo figlio:—Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più, o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il tuo!… Con tanto ingegno, con tanta cultura!… Le lotte della politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe aspettato!… E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non hanno potuto ottenere…. E invece….

—Oh babbo—interruppe il giovane—tu non sai che male mi faccia a sentirti a parlare così…. tu mi lasci ciò che vale più della fortuna di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia, della tua probità…. Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il migliore, tu l'ottimo dei padri….

—Grazie—bisbigliò il signor Mariano—grazie, figliuol mio.

E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il medico si chinò sul moribondo.

—La lucerna si spegne—disse con un filo di voce l'Arconti, riconoscendo il dottore.

La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra; la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì. Successe una breve agonia, e poi la morte.

Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma, come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia. Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener responsabile l'Unione della disgrazia…. Già a questo proposito ella aveva le sue idee, da cui non si doveva sperar di rimoverla.

Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di questo tono.

Quando Roberto s'avvide che nè le sue parole, nè le sue carezze potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, nè si poteva darle torto.

Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi siano avvenuti ad altri che a noi.

Alla lunga Roberto si risentì dal suo torpore, si guardò intorno, e si alzò da sedere. Che brividi aveva per l'ossa! Si avvicinò alla finestra. La pioggia batteva sui vetri; non uno squarcio azzurro nel cielo; per quanto la pupilla si protendeva lontano era una sola nuvola, grigia, uniforme, ampia come la volta del firmamento. Roberto si mosse di nuovo e diè un'occhiata alle sue biblioteche. I suoi libri, i suoi cari amici, la cui schiera era cresciuta con lui, essi che avevano alimentato il suo pensiero, che avevano svegliato la sua immaginazione, erano lì raccolti in bell'ordine, legati quasi tutti in marocchino col titolo in oro sul dorso, a ricordargli un tempo finito per sempre, il tempo dei cari studi, degli ozi fecondi, dell'agiatezza. Molti tra quei libri glieli aveva regalati suo padre, o nel giorno della sua festa, o al capo d'anno, o dopo gli esami, o in altra ricorrenza qualsiasi, chè già al signor Mariano non mancavano mai pretesti per far regali, E con che gusto eran scelti! C'era il meglio di cinque letterature, la latina, l'italiana, la francese, la tedesca, l'inglese. Poi c'erano i volumi comprati da lui, spendendo buona parte della mesata che suo padre aveva cominciato a passargli quando aveva compiuto i dodici anni e che gli aveva a grado a grado aumentata col passar del tempo. Egli non aveva da pensare che a' suoi minuti piaceri e a provvedersi i suoi testi di scuola. S'era quindi formato una buona biblioteca scientifica, che poteva essergli preziosa anche in avvenire.

Ah, la sua camera da studio! Quante ore liete vi aveva passate! Come in essa tutto gli rammentava la sua infanzia gioconda, la sua adolescenza felice e cinta d'affetto! Quando i suoi condiscepoli venivano a visitarlo—oh!—essi dicevano—il tuo non è uno studio, è una reggia.—Quei mobili così di buon gusto, quel parafuoco che la sua mamma gli aveva ricamato, quel tagliacarte d'avorio, dono di Lucilla, quei gingilli sparpagliati sulla consolle, quelle stampe appese alle pareti, quel ricco album di fotografie, tutto insomma rivelava un'esistenza confortata dagli agi e dalla tenerezza domestica. Poi i cassetti della sua scrivania chiudevano altri tesori. In uno v'erano i suoi versi, poichè il suo ingegno aveva pari disposizione per le lettere e per le scienze, e i suoi versi, senz'essere capolavori, erano spontanei, affettuosi; in un altro c'era una cartella co' suoi disegni; progetti di fabbriche con le relative piante, cogli spaccati e coi vari dettagli decorativi; più basso si trovavano i suoi quaderni, i suoi calcoli algebrici, le sue formule, tutti i ricordi insomma della scuola.

Ah, la sua camera da studio! Com'ella si rallegrava quando Lucilla vi faceva una rapida apparizione col pretesto di veder una nuova litografia, di prender un libro, oppure, senza tanti preamboli, per salutarvi il suo amico. Vi restava per tutta la giornata come un torpore di sole, come un profumo di fiori. Ma non era soltanto la venuta di Lucilla che vi era cara e desiderata. Spesso il signor Mariano entrava nel santuario di suo figlio, e vi si tratteneva per un paio d'ore a fumare e a discorrer di mille cose. Pareva impossibile come in mezzo a tante faccende il signor Mariano conservasse una freschezza di fantasia da disgradarne un giovine che si affaccia alla soglia dell'esistenza, come sapesse tenersi a giorno di tutte le novità scientifiche e letterarie, come in tutti gli argomenti riuscisse a essere un colto e amabile parlatore. I condiscepoli di Roberto non s'infastidivano della sua presenza, non ammutolivano davanti a lui, ma rimanevano stupefatti di tante cognizioni e di tanta festività.

Ma ormai questa camera da studio non aveva più pregio pel nostro giovine. Essa apparteneva al passato, apparteneva al periodo felice della sua vita, a quel periodo che la morte di suo padre chiudeva per sempre.

E in ogni modo, fino a quando avrebbe potuto rimanervi? Gli era pur forza romper gl'indugi, rinunciare agli agi, gettarsi a capo fitto nella lotta. Forse suo padre s'apponeva al vero rimproverandosi di averlo avvezzato troppo bene. Oh! d'ora in poi non avrebbe camminato sui soffici tappeti, non avrebbe potuto adagiarsi nelle poltrone a molle e fumare il sigaro contemplando gli stucchi del soffitto. Chi sa quale sarebbe stata la sua prima tappa nel viaggio faticoso? Anche rimanendo in Milano (ed egli contava di andarsene per sottrarsi alla tentazione di continuar nelle vecchie abitudini), anche rimanendo in Milano gli sarebbe stato indispensabile cambiar casa, e questo era anzi uno dei primi provvedimenti a cui egli doveva persuadere sua madre.

Roberto non si dissimulava le infinite difficoltà che lo aspettavano al varco, ma egli non era accasciato sotto il peso di queste; sentiva in sè una fibra virile più atta a spezzar gli ostacoli che disposta a lasciarsi spezzare. Ciò che l'opprimeva era il peso del suo dolore. Oh il suo povero babbo! Il suo povero babbo!

I tristi uffici che la morte impone nelle case da lei visitate non consentirono a Roberto di perdersi in troppo lunghe meditazioni. Alcuni amici suoi e amici del defunto si erano offerti di alleggerirlo di molte cure strazianti: egli li ringraziò, ma volle far quasi tutto da sè. Scrisse di suo pugno gli avvisi mortuari, diede egli stesso tutte le istruzioni pei funerali. Sua madre, in un momento di calma, l'aveva fatto chiamare, aveva voluto veder l'avviso che le era parso troppo semplice, e con la frivolezza vanitosa ch'era una delle sue caratteristiche, gli aveva detto:—Bada di far le cose per bene. I funerali del tuo povero padre devono esser splendidi…. Bisogna che tutta Milano si accorga dell'uomo che ha perduto…. E che vi siano necrologie su tutti i giornali.

A questo punto s'era messa a piangere…. Poi aveva imposto a Roberto di spedir gli inviti a parecchie famiglie dell'aristocrazia con cui ella era in qualche relazione.—Non siamo da meno di loro…. E voglio saper esattamente chi sarà venuto e chi no…. per regolarmi in avvenire.

La signora Federica parlava sempre dell'avvenire come s'esso avesse potuto esser uguale al passato, come se non ci fosse per lei la necessità di cambiar radicalmente il suo sistema di vita.

Comunque sia, il desiderio della signora Federica circa allo splendore del servizio funebre fu pienamente esaudito, non tanto pel lusso della cerimonia, quanto pel concorso delle pubbliche rappresentanze e dei cittadini. Il cavaliere Arconti poteva aver avuto i suoi difetti, poteva aver abusato alquanto della sua influenza nell'Unione per trascinare la Società a qualche impresa un po' arrischiata e non conforme appieno all'indole dello Statuto, ma le sue qualità eminenti d'ingegno e di cuore, ma i sacrifizi da lui fatti in ogni tempo per la sua patria gli avevano creato numerose simpatie e avevano reso generale il compianto per la sua fine immatura. Vecchi commilitoni del 48, antichi conoscenti perduti di vista da un pezzo, Associazioni operaie che noveravano il cavaliere Mariano fra i membri onorari, avevano voluto far atto di presenza intorno alla sua bara, insieme agli amici più intimi, alle rappresentanze del Municipio e della Camera di Commercio, ai consiglieri, agli impiegati e a molti azionisti dell'Unione, accorsi, malgrado le recenti vicende, a rendere un estremo omaggio al già onnipossente direttore della società. Nè erano mancate le carrozze dell'aristocrazia, il cui intervento stava tanto a cuore alla signora Federica. E in mezzo al dolore sincero ch'ella provava, quand'ella ebbe la relazione del funerale, quando seppe che il carro mortuario era stato seguito dall'equipaggio di casa X e di casa Y, quando lesse le numerose necrologie comparse nei principali fogli della città, non potè a meno di prender un'aria di trionfo e di esclamare:—Oh gli Arconti sono qualche cosa in Milano!—indi la signora Federica ebbe un'idea, una delle sue solite idee. Bisognava ordinare al Vela la statua di Mariano. Non era possibile che Mariano non avesse un monumento, mentre lo avevano tanti asini e tanti farabutti.

VI.

Erano giorni ben tristi per Roberto. Tutte le difficoltà della sua nuova situazione gli si affollavano addosso imperiose e gli toglievano quasi il respiro. In primo luogo, non era piccola noia per lui il dover combattere le idee strampalate che nascevano come funghi nel cervello balzano della signora Federica. Sappiamo che le era venuto il ghiribizzo del monumento; poi s'era fitta in capo che si avesse da far causa all'Unione; finalmente una mattina era entrata per tempissimo in camera di suo figlio a suggerirgli un'operazione sui fondi turchi. Un amico d'una sua amica aveva guadagnato una bella sommetta in una speculazione simile, ed ella non capiva perchè Roberto non dovesse tentar la fortuna. Chi non risica non rosica,—ella soggiungeva sentenziosamente. Il giovane cercava alla meglio di persuader sua madre a lasciarlo cheto, ma non vi riusciva che a mezzo. Poichè, sebbene la signora Federica non rimanesse a lungo sopra un pensiero, appena le era passata una fantasia gliene veniva un'altra, e la sua mente era un'instancabile officina di fuochi artificiali.

Comunque sia, questa non era che una delle tante brighe di Roberto. Quantunque egli avesse consentito a farsi aiutare da qualche amico in alcuni uffici di minor conto, come scambio di biglietti, ringraziamenti ai giornalisti, ecc. ecc., c'erano lettere a cui doveva rispondere egli stesso, c'erano visite ch'egli non poteva ommettere, nè poteva delegare ad altri. E ciò gli lasciava pochissimo agio di occuparsi delle cose più serie, vale a dire di cercar l'impiego che gli era tanto necessario. Aveva scritto alla direzione delle Ferrovie meridionali per sentire se fosse ancora disponibile il posto che gli era stato offerto mesi addietro in Calabria, ma quel posto non c'era più; era stato dato da tre mesi a uno dei sessant'otto postulanti che s'erano presentati. E da ogni parte gli si rispondeva che bisognava aver pazienza, che il paese attraversava un periodo di crisi, che tutte le aziende pubbliche e private rigurgitavano di personale, che in ogni modo si sarebbe veduto, si sarebbe cercato; era giovine tanto, l'avvenire era per lui. Parole, sempre parole, nulla più che parole—egli osservava malinconicamente.

Una mattina, reduce da alcune faccende, egli trovò nel suo studio uno de' più servizievoli amici suoi, il giovane ingegnere Giorgio Leoni, il quale stava scrivendo gli indirizzi su alcune buste che contenevano delle carte da visita. Oh—disse Roberto—guardando uno di quegli indirizzi.—Selmi aveva mandato il biglietto?

—Sì, eccolo qua.

Roberto lesse: Odoardo Selmi, miniera di Valduria in Romagna. Indi soggiunse, rivolgendosi al suo amico.

—Lo sapevi che egli aveva quest'impiego?

—Io no. Da quando ha finito il Politecnico, e lo ha finito un anno prima di noi, io non ne avevo più saputo novella.

—A ogni modo, fu una cortesia il ricordarsi di me in questa circostanza. Gli si era mandata la partecipazione?

—No….

—Avrà letto qualche necrologia sui giornali.

—Povero Selmi—soggiunse Leoni—era un ottimo diavolaccio, leale, affettuoso, ma non era un'aquila, nè aveva una grande istruzione.

—Era paziente, attivo…. Non so se avesse famiglia….

—I genitori eran morti…. Deve aver avuto una sorella minore. Forse si sarà maritata…. La nominava spesso.

—Ebbene, intanto egli ha un impiego.

—Sì, in una miniera. Bel gusto! C'è da morire di malinconia.

—Chi sa?

Roberto si allontanò dall'amico e andò verso la sua scrivania, ove s'immerse nell'esame di alcune carte. Ormai egli possedeva tutti gli elementi necessari per farsi un'idea esatta della situazione economica della famiglia. I conti non s'eran fatti aspettare; appena morto il cavalier Mariano, i vari creditori s'erano affrettati a mandar le loro polizze; dal canto loro, i nuovi preposti all'Unione, non avevano perduto troppo tempo. Avevano trasmesso a Roberto una copia della partita del defunto Direttore, partita che, per i prelevamenti fatti nell'anno, si saldava con un piccolo deficit, anche accettando il bilancio quale era stato presentato all'Assemblea generale e tenendo conto del dividendo sulle dieci azioni del cav. Mariano. Tuttavia la Società dichiarava non solo di rinunciare al ricupero del suo credito, ma altresì di assegnare alla vedova del benemerito Direttore per una volta tanto la somma di dieci mila lire. Quantunque fosse una soluzione men disastrosa di quello che si poteva attendere con gli umori che spiravano nella Società, la signora Federica montò sulle furie, disse che diecimila lire erano un insulto, che dovevano essere almeno quarantamila, e che bisognava assolutamente far lite, nè si lasciò convincere del contrario dalle ragioni di Roberto. Bensì le venne in soccorso anche questa volta la sua insanabile leggerezza, che di lì a brevissimo tempo le fece volger ad altro il pensiero.

—Insomma—ella chiese un giorno a suo figlio—si può saper positivamente quello che ci resta, pagati tutti i debiti?

Roberto l'aveva detto altre volte, ma non ebbe nessuna difficoltà di ripeterlo.

—Le diecimila lire dell'indennità—egli rispose—possiamo ritenerle assorbite dalle vecchie passività e dalle spese straordinarie di questi mesi; ci restano ancora le tue ventimila lire di dote investite in rendita, le dieci azioni dell'Unione che appartenevano al babbo, cioè altre diecimila lire, le cinque azioni mie, le cinque tue, diecimila lire anche queste. Sono quarantamila lire da potersi realizzare a nostro piacere. Poi c'è l'impianto della casa, poi ci sono le tue gioie, che importeranno anch'esse qualche migliaio di lire….

—Non curiamoci delle gioie—interruppe la signora Federica.—Hai detto che c'è una quarantina di mila lire realizzabili quando si voglia?

—Sì. Ebbene?

—Ebbene—continuò la signora Federica—quarantamila lire sono un discreto capitale.

Roberto, che sapeva come in casa sua si fossero spese fino alla morte di suo padre circa trentamila lire all'anno, non potè a meno di sorridere.—Ti pare?—egli disse.

—Sicuro, non già per viverci sopra senza far nulla….

—In nome del cielo!—esclamò il giovine, cui non pareva vero di sentir dalla bocca di sua madre una cosa ragionevole.

—Un discreto capitale—proseguì la signora Federica—per farlo girare, per metterlo in commercio.

—In commercio? E chi dovrebbe metterlo in commercio?

—Oh bella! Tu stesso!… Vedi, Roberto, tu hai poca fede nel tuo ingegno…. E sì che l'ingegno non ti manca…. Ti manca l'iniziativa…. Capisco le tue obbiezioni alla proposta di far affari di Borsa…. Quelli lì han rovinato molta gente…. Ma il commercio è tutt'altra cosa…. E adesso anche i giornali dicono che ci sarà da guadagnare un bel gruzzolo di moneta nei grani…. Guarda piuttosto, guarda co' tuoi occhi.

Si tolse di tasca un numero d'un giornale, e segnò a suo figlio un articolo che cominciava con queste parole: «Tutto sorride quest'anno ai negozianti di cereali. La corrente dell'aumento è pronunziatissima, e non si fermerà così presto.»

—Cara mammina—disse Roberto, restituendo il giornale piegato alla signora Federica—quando ti persuaderai che di queste faccende me n'intendo un pochino più di te…. e che nemmeno i tuoi grani fanno al caso nostro?

—Il presuntuoso? Se ne intende?… Con quella pratica di mondo che ha! Non sa che criticar tutto, e non suggerisce nulla, e così si lascerà venir l'acqua alla gola.

Era uno strano modo d'invertire le parti, e Roberto si lasciò scappare un punto ammirativo, che la signora Federica rilevò alquanto stizzita.

—Già; e tu, che ridi sempre delle mie idee, potresti farmi sapere un po' quali sono le tue?

—Oh mi spiccio in due parole. Col primo del mese si cambia casa, si smette la carrozza, si licenzia la servitù, ad eccezione d'una persona….

—Questo vuoi fare?—proruppe scandalizzata la signora Federica.

—Sì, cara mamma—egli soggiunse, prendendole le mani nelle sue—e tu mi aiuterai, perchè sei buona, e non puoi volere che il tuo Roberto finisca coll'andare in prigione per debiti….

Ma la signora Federica non volle sentir altro. Si svincolò da suo figlio, e uscì dalla stanza gridando ch'era vittima della peggiore di tutte le tirannie.

Nondimeno, la sua resistenza si spuntava contro la volontà calma, ma inflessibile, di Roberto. Prima che si compisse il termine stabilito, egli aveva già posto ad effetto la massima parte dei suo programma. Lo splendido appartamento in via Monte Napoleone era stato mutato in un quartierino modestissimo in una delle nuove strade della città, la servitù s'era ridotta ad una persona, la carrozza era scomparsa, quantunque la signora Federica avesse dichiarato eroicamente che, piuttosto d'uscire a piedi, ella sarebbe rimasta in casa tutta la vita. Inoltre Roberto aveva provveduto in modo che sua madre non potesse disporre senza il suo consentimento della modesta sostanza che l'era rimasta. Ch'ella vivesse con la sola rendita non era possibile; però il capitale non doveva essere toccato che a poco per volta. Presto o tardi, Roberto sarebbe stato in grado di colmare il disavanzo co' suoi guadagni.

Del matrimonio non si parlava più che come di cosa remota. Il giovine Arconti sapeva che, prima d'acquistar il diritto di favellarne, egli doveva vincere ben altre battaglie che quelle combattute sinora. Ma egli vedeva spesso Lucilla, perchè le Dal Bono venivano sovente dalla signora Federica, e perch'egli si recava qualche volta a casa loro. Queste visite infastidivano il signor Benedetto, che ne rimproverava le sue donne; ma non osava proibirle direttamente a Roberto. Il temperamento focoso degli Arconti sbigottiva il valorosissimo uomo, il quale, durante la malattia del signor Mariano, s'era fitto in capo di avere anche lui un'affezione al cuore, e temeva che tutto potesse esacerbarla.

La signora Federica andava pazza per Lucilla, che le dava ragione in molte delle sue lagnanze contro il suo figliuolo, e specialmente in quella relativa alla carrozza.

—Roberto è un esagerato—diceva la ragazza con la sua frase preferita.—La carrozza non è una cosa di lusso. Chi c'è in Milano che stia senza carrozza?—Indi rivolgendosi a Gipsy, che l'accompagnava quasi sempre, soggiungeva sentenziosamente:—Ah Gipsy, questi uomini son proprio tutti d'uno stampo…. Su, bella, ritta, sulle due zampe di dietro…. così…. Brava, Gipsy, brava!

E la spensierata fanciulla batteva le mani alle prodezze ammirabili della sua cagnetta.

Roberto vedeva tutto con gli occhi di innamorato, e si sforzava di persuadersi che il tempo avrebbe dato a Lucilla la serietà che le mancava. Ch'ella gli volesse bene era certo, ed egli gliene voleva tanto!

Qualche volta egli riusciva ad aver un colloquio a quattr'occhi con lei, e usava della sua eloquenza, che non era poca, per convincerla ch'egli non poteva agir diversamente da quello che agiva.—Credilo—egli le diceva—è anche nell'interesse del nostro matrimonio che tengo questa via. Vedendomi assestato, economo, previdente, tuo padre avrà minor difficoltà a consentire alle nostre nozze, quando, ottenuta una buona posizione, io gli farò la domanda formale della tua mano.

—Sì, sì—rispondeva Lucilla, tentennando il capo—sarà verissimo che tutte le strade conducono a Roma, ma quella che hai scelta è la più lunga…. Con un po' di audacia….

—Oh! le ubbie della mamma….

—Ubbie fin che vuoi, ma intanto la famosa posizione che stai sempre aspettando non si vede….

—Si vedrà.

—Ci sposeremo a ottant'anni. Nella cronaca dei giornali cittadini del secolo venturo si leggerà: Oggi si è celebrato davanti al Sindaco il matrimonio di due venerabili….

—Zitto—interruppe Roberto, e le mise la mano sulla bocca.—Dimmi piuttosto, se in questo frattempo….

—In quale frattempo? Da oggi al 1920? Al 1930 forse?

—Bambina! Se nei tre o quattro anni ch'io impiegherò a conquistare il mio posto nel mondo, ti si presenterà qualche gran signore…

—E mi chiederà in moglie?

—Sì.

—Risponderò: signore, scusi tanto, ma sono impegnata. Come a una festa quando vi domandano una polka che si deve ballare con un altro.

—Non far queste similitudini….

—Oh l'uomo grave! Non permette scherzi….

—Se verrà qualche marchese, qualche conte con le sue nove palle sul biglietto da visita?…

—Lo manderò pei fatti suoi….

—Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di nobiltà?…

—E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no…. Mi basta esser madama….

—Perchè madama?

—Via, signora, la signora Arconti. Va bene?

—Oh va tanto bene.

E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride guancie della sua fanciulla.

Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle lusinghe d'una vita puramente intellettuale!

Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua attenzione—Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna.—Aveva scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse un'occupazione alla miniera?

Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta postale.—Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che ho spedita per raccomandarmi?

—Che numero?

—Centoventitrè. E sai a chi è diretta?

—Come vuoi che lo sappia?

—A Odoardo Selmi.

—Oh diavolo?…. E speri ch'egli possa….

—Trovare un posto per me nella sua miniera…. Sia un posto d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso….

—Andresti a seppellirti a Valduria?

—Perchè no?

—E tua madre?

—Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano….

—Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera….

—Ho meno bisogni che tu non creda.

Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia.

—Oh!—disse Roberto—tu non puoi capacitarti…. Guardi alla mia toilette accurata, alla mia aria da zerbinotto…. È vero, nei primi giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante…. Non si può cambiar natura in ventiquattr'ore…. Aspetta un poco, e vedrai…. Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno?

—Pazzie!

—Non sono pazzie…. Ne fumavo sei o sette…. È un risparmio da non disprezzarsi…. Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini…. È per questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi per qualche anno alla vita cittadina.

Leoni chinò il capo in silenzio.

—Del resto—soggiunse Roberto—val proprio la spesa di discorrere della mia partenza per la miniera…. Vedrai che è un'altra lettera sprecata…. C'è una iettatura per me.

VII.

Questa volta Roberto s'ingannava. Prima che passasse la settimana, egli riceveva una lunga lettera da Odoardo Selmi. Era uno scritto in cui si rilevava l'uomo un po' rozzo, ma franco, buono, modesto. Egli cominciava col chiedere scusa al suo condiscepolo di non avergli mandato una riga in occasione della morte del padre, e col lagnarsi che Roberto avesse aspettato tanto a ricorrere a lui. Poi narrava la sua vita da un anno a quella parte. Una fortunata combinazione l'aveva fatto divenire ingegnere capo della miniera di zolfo di Valduria, ed egli viveva abbastanza contento di quell'eremitaggio insieme con sua sorella Maria, ch'era la sola persona di famiglia che gli rimanesse. C'era da lavorar molto, e, in confidenza, egli si sentiva inferiore all'ufficio. Adesso la Direzione che risiedeva in Londra (poichè la miniera apparteneva alla Sulphur Society residente nella metropoli inglese) gli aveva concesso di prendersi un aiutante per le funzioni amministrative. Però a questo nuovo impiegato non gli si permetteva di assegnare che 200 lire al mese. Poteva convenirgli questa posizione? In caso affermativo, era sua. Avrebbe avuto alloggio nel locale stesso abitato dal Selmi e spettante alla miniera. Badasse bene però che il luogo era inospite e non presentava altra attrattiva che quella di qualche punto di vista e d'un'aria eccellente. Società, come poteva credere, non ce n'era affatto. Il meglio che restasse da fare, finito il lavoro, era di bere un buon bicchier di vino e di andarsene a letto. La festa si poteva giocare alle boccie e passeggiar pei monti. Nella miniera la vita era dura e faticosa; nell'amministrazione ci sarebbe stata minor fatica ma più noia, appunto in ragione del maggior numero d'ore di libertà. Per chi era avvezzo alle mille distrazioni cittadine l'abituarsi a questa nuova esistenza era un affar serio. Anche a lui, che pure era stato sempre un uomo selvatico ed era nato da quelle parti, anche a lui i primi mesi di soggiorno lassù eran parsi un supplizio. Pensava agli anni del Politecnico, alle allegre brigate, alle belle donnine di Milano, e aveva giorni d'uno spleen terribile. Ma a poco a poco s'era assuefatto e ora non si lagnava più. Insomma Roberto pesasse il pro e il contro, e gli rispondesse quanto prima gli era possibile. Non aveva bisogno di dirgli che lo avrebbe accolto a braccia aperte.

Roberto non esitò un momento, non consultò nessuno, e rispose accettando con infinita riconoscenza l'offerta, e annunciando che sarebbe partito per Valduria anche subito, se la sua presenza era necessaria. In caso diverso fissava il giorno del suo arrivo al primo di maggio. S'era allora verso la metà di aprile.

Egli era dunque riuscito finalmente. Lo aveva questo impiego tanto desiderato. A ventitrè anni, dopo esser vissuto sino a quel tempo nella persuasione d'esser ricco, egli aveva saputo adattarsi al suo stato e mettersi in grado di non dipender da nessuno. Duemila quattrocento lire all'anno erano pochine assai, specialmente per chi dovesse anche aiutar la madre, ma in ogni modo si trattava di cominciare. L'alloggio, tenendo conto dell'offerta di Odoardo, non gli sarebbe costato nulla; pel vestito se la sarebbe cavata a buon mercato, chè egli non doveva già far la corte alle belle di Valduria; tutto si riduceva quindi a mangiare, e quelli non eran paesi ove si rischiasse di rovinarsi per le delicatezze dei banchetti luculliani.

La prontezza con cui Odoardo Selmi era venuto in suo soccorso lo commoveva. Tanti amici di suo padre, tanti amici intimi suoi non avevano saputo far nulla per lui, e questo condiscepolo dimenticato accoglieva la sua domanda con una sollecitudine piena di fiducia e d'affetto. Ebbene, egli avrebbe saputo mostrarsi degno di questo affetto e di questa fiducia. Avrebbe messo al servizio di Odoardo tutto il suo ingegno, tutte le sue cognizioni. Non sarebbe, no, alla lunga rimasto a far lo scribacchino, avrebbe anch'egli affrontato coraggiosamente i pericoli della vita sotterranea, e avrebbe spiegato tanto coraggio, tanta energia che la sua opera non avrebbe potuto essere inavvertita. E in capo a un paio d'anni, con una posizione certo migliorata, si sarebbe presentato ai Dal Bono, dicendo:—Ormai sono un uomo, eccomi a sposar Lucilla…. Lucilla! Qui c'era un punto nero. Era possibile che Lucilla si adattasse a vivere accanto a una miniera? E se vi si fosse adattata lei, era sperabile avere il consenso della famiglia? A questo pensiero, gli entusiasmi di Roberto si raffreddavano notevolmente, e gli era forza ammettere che l'impiego da lui conseguito non poteva esser che provvisorio, e che se voleva sul serio sposar Lucilla, bisognava che in un termine non troppo lungo egli se ne trovasse un altro. Era la prima volta che il suo matrimonio gli si affacciava sotto forma dubitativa.

Egli non s'era punto illuso sull'effetto che la sua risoluzione produrrebbe su sua madre e sulla ragazza da lui amata. Agli occhi loro non c'era scusa per lui, o, a meglio dire, ce n'era una sola, era divenuto pazzo addirittura. Chi avesse un grano di sale in zucca non consentirebbe mai a principiar la sua carriera sotto sì tristi auspici. C'era proprio sugo ad aver studiato tanti anni, a esser stato fra i primi della scuola per finir poi a tener i conti d'una miniera, o, peggio ancora, a scendere in fondo ai pozzi cogli operai a rovinarsi la salute e a rischiar la pelle! Come se gli mancasse il pane da mettersi alla bocca, come se non potesse aspettare fintantochè offrivano anche a lui la direzione d'una Banca, o una cattedra d'Università. Professore d'Università, transeat; ma scribacchino di miniera!

La requisitoria della signora Federica era la più severa e stringente. Per poco ella non si persuadeva che suo figlio era un mostro di perversità. Intanto dalle strettezze a cui l'aveva condannata si capiva benissimo ch'egli aveva il brutto difetto d'essere avaro. Però un avaro pieno di contraddizioni. Perchè aveva sdegnato d'insistere presso la Società L'Unione, per un componimento più vantaggioso? Perchè non cercava di propiziarsi il signor Dal Bono e non tentava di farlo aderir subito a un matrimonio che avrebbe rimesso a galla la barca sdrucita? Le signore Arconti e Dal Bono avevano in sociale una idea. Con un contegno più modesto, più umile, Roberto avrebbe potuto indurre il signor Benedetto a tenerlo presso di sè per la contabilità dell'amministrazione, per la riscossione degli affitti, ecc., ecc. E allora tutto il rimanente sarebbe venuto da sè. Ma solo a parlarne di lontano a Roberto, la signora Federica aveva provocato una tempesta sul suo capo. Evidentemente, Roberto, oltre che avaro, era orgoglioso. Senonchè qui pure c'era la sua contraddizione. Era orgoglioso e accettava il posto offertogli da quell'insignificantissimo Selmi che la signora Federica si rammentava d'aver visto una sola volta e che l'aveva colpita per la sua goffaggine e la sua ineleganza! Sì, Roberto era un orgoglioso incoerente; pur troppo non aveva logica. Ma c'era di peggio. Egli era un egoista. Fittosi in capo una cosa, la faceva senza preoccuparsi del dispiacere recato agli altri. Lasciava sua madre, lasciava Lucilla, non voleva pensare che a sè. Un egoista, un vero egoista. Roberto non amava nessuno. Prometteva di mandar a casa ogni mese quasi tutto il suo stipendio, ma col danaro non si curano le piaghe morali. Roberto non aveva delicatezza di sentimenti. Gli pareva di essersi sdebitato di tutto dicendo a sua madre: Provvederò io a parte del tuo mantenimento. Roberto era cattivo, era cattivo pur troppo, e che pensiero è più triste di questo per un cuore materno? Quand'era giunta a siffatta conclusione, la signora Federica pigliava l'atteggiamento di Niobe. S'avvicinava il primo di maggio, e Roberto, non lieto ma risoluto, faceva i suoi preparativi per la partenza. Dalla raccolta de' suoi libri, che nella nuova casa stavano a disagio, egli trasceglieva i più cari, i più necessari al suo spirito e li collocava in una piccola cassa che avrebbe portato seco. Erano, per un terzo, volumi scientifici, pegli altri due terzi opere di letteratura, di poesia sopratutto. Oh la poesia egli l'amava tanto! Trovava in essa tanti conforti! E come ne avrebbe avuto bisogno nelle solitudini di Valduria, lì senza una persona con cui discorrer mai d'arte, d'ideale, chè Odoardo Selmi era un cuor d'oro, ma non aveva forse letto due versi in vita sua!

Un altro oggetto prezioso il giovine Arconti aveva messo insieme a' suoi libri prediletti. Era il suo album di fotografie, quell'album ove c'erano i ritratti de' suoi genitori, de' suoi amici, e ove c'era il ritratto di Lucilla, Lucilla nel fiore de' suoi sedici anni, con la testina leggermente piegata da un lato, cogli occhi scintillanti, con un sorriso malizioso sul labbro.

Oh il giorno in cui egli s'accomiatò da lei, essa non lo aveva più il sorriso sul labbro! Era combattuta fra il dolore e il dispetto! Pareva anche a lei che Roberto fosse reo di una colpa ben grave.—Non dovrei nemmeno volerti bene, non dovrei nemmeno salutarti—ella gli disse.—Anzi, non ti voglio bene….

—Oh Lucilla, è una bugia—interruppe Roberto seguendo con lo sguardo una lagrimetta che le colava giù per la guancia.

—Cosa c'è'?… Non è vero, non piango—ella rispose.—Anzi, sì, piango, ma di rabbia…. Va via, sei cattivo.

E intanto altre lagrime più grosse le rigavano il viso.

—Oh Gipsy è molto più buona—continuava la ragazza, carezzando la cagnetta che le scodinzolava vicino e si stropicciava il muso sul suo vestito.

—Guarda—riprese Roberto afferrando la mano di Lucilla.—Tu mi dai un dolore che non ha nome. Credi tu che non significhi nulla per me lo staccarmi da tante cose care? Eppure tu potresti con una parola rinfrancare il mio spirito, farmi lieto quasi….

Lucilla si strinse nelle spalle.

Egli proseguì.—Se tu mi dicessi: «Capisco che quello che fai lo fai per il meglio, capisco che lo fai anche un poco per me, capisco che non puoi agire diversamente,» se tu mi dicessi questo, oh sentirei nel mio animo raddoppiarsi la lena, mi sentirei sicuro di vincere ogni ostacolo.

—Non lo dirò, non lo dirò—proruppe Lucilla battendo i piedi con dispetto infantile.

La signora Giulia, che assisteva al colloquio, interpose una buona parola.—Andiamo, ragazzi, non bisticciatevi adesso. Siete ostinati tutti e due, e già non vi persuadereste…. Per me, non so chi abbia torto e chi abbia ragione…. Speriamo nell'avvenire.

L'ottima signora Dal Bono era una natura un po' inerte, che avrebbe sempre voluto contentar tutti. In fondo, ella subiva il fascino di sua figlia; con suo marito non si metteva mai in contraddizione aperta, ma gli opponeva quella resistenza passiva ch'è l'arma più efficace dei deboli. Per Roberto ell'era, in complesso, una fida alleata; aveva sempre vagheggiato il matrimonio di lui con Lucilla, nè le mutate fortune degli Arconti le avevano fatto cambiar opinione. Desiderava sinceramente la felicità di sua figlia, e le pareva che questa felicità potesse dargliela meglio Roberto che qualche sposo sconosciuto di gran censo e di gran lignaggio. Però la lotta non era il fatto suo. Chiudeva volentieri gli occhi, e, come aveva detto poc'anzi, sperava nell'avvenire.

Nel giorno stesso in cui Roberto disse addio a Lucilla e alla signora Giulia, egli volle prender commiato anche dal signor Benedetto, che avrebbe fatto molto volentieri a meno di questa visita. Il signor Benedetto era nel suo studio, ritto dietro a un banco, cogli occhi sprofondati nelle pagine d'un grosso e polveroso registro. Aveva in testa un berretto di velluto nero col fiocco di seta, indossava una lunga vesta da camera di lana grigia alquanto sgualcita, teneva aperta sul banco alla sua destra la tabacchiera da cui fiutava prese abbondanti che ricadevano in parte sulla pagina 114 del suo libro mastro, e precisamente sulla partita relativa alla casa via Maravigli N. 37. Quantunque facesse abbastanza caldo, tutte le finestre della casa erano ermeticamente chiuse, e pareva d'entrare in una serra.

Convinto che la troppa commozione fa male alla salute, il signor Dal
Bono accolse Roberto con un riserbo pieno di decoro.—Sicuro—egli
disse—benissimo fatto ad accettare un impiego fuori di Milano….
Speriamo buona fortuna.

Il signor Benedetto evitava i pronomi, perchè non voleva incoraggiar troppo le confidenze di Roberto dandogli del tu come il solito e non sapeva d'altra parte come fare a dargli del lei.

Roberto faceva il possibile per essere espansivo, per tirare il discorso sull'avvenire.—Oh lavorerò senza tregua; nessuna fatica mi parrà troppo penosa, nessun pericolo troppo grave.

—Ventisette e sette trentaquattro e porto tre—disse il signor Dal Bono continuando una somma. Poi alzò lentamente il capo.—Già…. anzi….

Temette di esser troppo laconico, e proseguì.

—Per fortuna la mamma non è sprovvista affatto…. e un giovine solo fa presto ad accomodarsi.

Il circospetto signor Dal Bono aveva senza volerlo offerto all'Arconti l'addentellato per mettere in campo un argomento scabroso.

—Oh ma io non intendo di esser sempre un giovine solo…. Intendo farmi una famiglia.

—Male—rispose il signor Benedetto dopo qualche esitazione.—Che le donne si maritino, sta bene, ma che gli uomini prendano moglie….

E si fermò qui, forse perchè stentava anch'egli a capire questa singolare condizione di cose, in cui le donne prenderebbero marito senza che gli uomini prendessero moglie.

Ma Roberto ormai era bene avviato.—Quando si ama ardentemente una fanciulla onesta, signor Benedetto, ciò che si desidera sopra tutte le cose al mondo è di sposarla.

—Amare, amare!—disse il Dal Bono, cacciandosi su pel naso una presa di tabacco.—Sono riscaldi di fantasia, sono fuochi di paglia.

—Oh non creda—proruppe il giovine, che non sapeva più contenersi.—E poi a che servono tutte queste circonlocuzioni? Lei sa benissimo chi amo, chi ho sempre amato, chi amerò sempre…. Amo sua figlia….

Il signor Benedetto, che s'era immerso più che mai nella contemplazione della pagina 114 del suo libro mastro non potè far a meno di scuotersi.—Oh! Ah!… Via, ragazzate…. Son cose da dirsi, son cose da pensarsi in questi momenti, con tanto bisogno di attendere al serio?…

—L'amo—continuò l'Arconti, curandosi poco dell'interruzione—l'amo, ma di quell'amore che può aspettare degli anni perchè è sicuro di sè…. E quando mi ripresenterò a lei e le tornerò a esporre la mia ferma intenzione di sposar Lucilla….

—Ma…. adagio….

—Allora, signor Benedetto, dovrà dire: se l'è meritata…. Stia sano, signor Benedetto, e a rivederci.

—Servitor suo…. Però…. mi pare….

Ma Roberto, che si sentiva scoppiare davanti a quell'uomo subdolo e pauroso, aveva già lasciato la stanza. Dal canto suo, il signor Dal Bono si rassegnò molto facilmente a inghiottire il discorsetto che egli voleva fare al bandanzoso giovinotto. Già quegli Arconti gli avevano suo malgrado inspirato sempre una gran soggezione. Erano nature energiche, trattenute a vero dire nei loro impeti, ma in cui si capiva ad ogni modo che c'era una polveriera disposta ad esplodere.

—Intanto se ne va via—riflettè il signor Benedetto—e questo è l'essenziale…. Il tempo…. la lontananza…. le distrazioni faranno guarir Lucilla…. Il meglio sarebbe maritarla addirittura ad un altro, ma prima di tutto ella non acconsentirebbe, e poi che fretta c'è di tirar fuori la dote?

VIII.

Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito, e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta.

Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe ritirata il dì appresso.

La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale, sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore, protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo, se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che domandava gusti speciali e speciali attitudini?

La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni, chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di zolfo.

L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.—Ci vuol molto ad arrivare?

—Un quarto d'ora—-fu la risposta.

—Tanto fa scendere—soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di lumaca.

Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un po' di moto gli facesse bene.

Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura.

Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via, la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta.

Finalmente s'intesero delle voci. Erano minatori, che tornavano dal lavoro. Sfilarono davanti a Roberto, davanti alla carrozza, scambiando qualche parola con Andrea, accorgendosi appena del giovine con cui sino dal giorno successivo avrebbero dovuto far conoscenza. Apparsi come ombre, come ombre si dileguarono. Tornò a regnare il silenzio, e intanto le tenebre divenivano più fitte. Tremolavano le stelle nel firmamento, cantavano i grilli, gracchiavano le cicale sugli alberi. Era notte fatta. Roberto non ne poteva più. Non era la stanchezza del viaggio, era la solitudine, era un senso penoso d'isolamento che l'opprimeva. Se in quell'istante gli avessero detto: Rinuncia alla tua idea di essere un impiegato di miniera, e sarai in un attimo a Milano nella tua casa, vicino a Lucilla, vicino ai tuoi amici, forse egli non avrebbe saputo resistere alla tentazione di accettar la proposta.

Un lumicino brillò nell'oscurità a un centinaio di metri. Fissando gli occhi da quella parte, si vedeva sorgere un fabbricato.

—Ci siamo?—tornò a domandare Roberto.

—Io ci sono—rispose Andrea—perchè qui c'è l'osteria e qui si lascia il cavallo. Ella deve fare ancora una salita di dieci minuti.

—Qualcheduno mi accompagnerà—soggiunse con piglio infastidito l'Arconti—perchè io non ho l'obbligo di saper la strada. E il bagaglio non lo posso già prender in ispalla.

—Adesso vedremo—disse il cocchiere di malavoglia.—Ci sarà il figlio dell'oste.

Andrea scese dalla vettura e prese il cavallo pel morso. A quel punto, un uomo d'alta statura uscì dall'osteria e gridò—Arconti, sei qui?

Era la voce di Odoardo Selmi.

—Sei tu, Odoardo?—chiese Roberto brancolando nel buio, e tutto consolato di trovar finalmente una persona amica.

Si sentì cinto da due braccia poderose, e ricambiò di gran cuore due baci scoccatigli sulle guancie dal suo condiscepolo.

—Bravo Roberto! Scusa se non ho potuto venire incontro. Esco da mezz'ora appena dalla miniera…. Quanto piacere m'hai fatto ad accettare la mia offerta! Ci vorrà in te una bell'abnegazione ad acconciarti a questa vita, ma insomma alla lunga ci si avvezza a tutto e vedremo di stare alla meno peggio….

—Grazie, Selmi, grazie di queste buone parole…. Avrò proprio bisogno della tua affezione e della tua indulgenza…. Ma per bacco! Sei cresciuto di volume da quand'eri a Milano…. Che spalle hai fatto, e che torace!

—Eh, me la passo…. Son sempre quella materia greggia ch'ero al Politecnico. A fronte di voi azzimati, eleganti, spiritosi, che figura ci facevo!…. Povero Roberto! Che disgrazia doveva toccarti! E perchè non iscrivermi prima?… Ma adesso non è tempo da chiacchiere…. Avrai fame…. Ancora pochi minuti e ci siamo…. Qui, per questa scorciatoia…. A casa troveremo pronta la cena…. Il mio maggiordomo fa le cose benino.

—Il tuo maggiordomo?—disse ridendo Roberto, mentre a braccio dell'amico saliva per un sentiero erto e sassoso.

—Sì, mia sorella Maria…. Te la presenterò….

—Ah, tua sorella… Mi ricordo che me ne parlavi qualche volta.

—Sì, allora era una fanciulla…. Adesso è una ragazza fatta. Ma così esile e mingherlina da non mostrar che quindici anni. E ne ha venti compiti…. All'aspetto non par certo mia sorella…. E nemmeno all'intelligenza…. Oh, quantunque non sia stata al Politecnico, val tanto più di me…. Siamo rimasti soli, e me la son condotta meco…. Del resto, guai se non l'avessi…. E non è un angelo per me solo…. ma per tutti i nostri minatori, per la nostra valle…. È semplice, modesta…. vedrai…. Ah, guardi quel coso nero laggiù?… È un caminone…. E quelle baracche lì in fondo?… Sono magazzini…. E a destra ci sono i forni per le fusioni. E più a basso le due caldaie a vapore…. Nella miniera poi s'entra di là…

E accennò a sinistra. Indi soggiunse.—Ma, con questo buio, sfido a vederci….. Domani, domani.

Chiacchierando così, si arrivò ben presto a una casa isolata in cima alla collina. La porta d'ingresso era aperta, e lasciava veder una tavola apparecchiata e rischiarata da un lume a petrolio. Nel vano della porta si disegnava una figura di donna.

—Ecco mia sorella, ecco il nostro ospite Roberto Arconti—disse Odoardo, facendo la duplice presentazione.—Roberto sarà il compagno della nostra vita per un pezzo, spero…. Bisogna trattarlo come uno di casa.

—Come un altro fratello—rispose senza enfasi, ma spontaneamente Maria, mentre stringeva la mano al nuovo arrivato. E proseguì, non lasciandogli tempo di ringraziare.—Vuol esser condotto nella sua camera, o vuol cenar prima?

Roberto preferì di cenare. Non gli pareva vero di trattenersi ancora un poco in quell'ambiente schietto, sereno, affettuoso.

Maria non era bella. Era magra, pallida, con fattezze piuttosto irregolari; ma aveva due grandi occhi cilestri pieni di dolcezza e di pensiero, e una bocca facile a sorridere e guarnita di bianchissimi denti. Due anni addietro una malattia le aveva fatto cadere i capelli. Aveva dovuto tagliarseli corti corti, e adesso le crescevano lentamente, ciò che contribuiva a darle un'aria quasi infantile. La sua vocina era melodiosa, insinuante, di quelle che fanno spiccare ogni parola.

—Maria esercita la sua alta direzione anche sulla cucina—disse
Odoardo.

—Davvero? Mi congratulo con lei della sua abilità,—osservò l'ingegnere Arconti, che trovava saporitissime le vivande.

Durante la cena, un ragazzo portò il baule, ch'era rimasto all'osteria.

—Aspetta lì—disse la giovinetta—or ora bisognerà metterlo nella camera dell'ingegnere.—Intanto bevi un bicchier di vino.

—Ci sarà poi anche una cassa—soggiunse Roberto.—La vettura non la conteneva, e bisognò lasciarla alla stazione. Mi assicurarono che ci sarà modo di averla qui domani.

—Senza dubbio—rispose il Selmi.—Dovevo immaginarmelo che in quella timonella tutto non ci sarebbe stato….

—Se avessi badato a me—insinuò Maria.

—Avrei fatto meglio—assentì Odoardo. Indi rivolgendosi all'amico:—Sarà una cassa di biancheria.

—Veramente—disse Roberto con qualche esitanza—è una cassa di libri.

Odoardo non seppe trattenere un'esclamazione di sorpresa.

—Libri? Che cosa vuoi farne? Qui? Quando avrai lavorato tutto il giorno, avrai ben altra voglia che di leggere.

Maria slanciò a suo fratello un'occhiata di rimprovero.—Hai torto.
Un'ora per aprire un libro la si può trovar sempre, e il signor
Roberto ha fatto bene a portar con sè qualcheduno de' suoi vecchi
amici.

L'Arconti guardò con riconoscenza la giovinetta che prendeva le difese della lettura.

—Sì, sì—ripigliò Odoardo vuotando un bicchiere di vino.—Capisco ch'io non sono buon giudice…. Non ho mai vegliato sulle dotte pagine, io…. ma rispetto i gusti degli altri. Del resto, quando avrai i tuoi libri Maria ti aiuterà a metterli a posto…. È una ragazza che trova tempo a far tutto…. anche a dar da mangiare ai cani.

Infatti la fanciulla distribuiva i rilievi della mensa fra due cani da caccia, che erano entrati silenziosamente nella stanza.

Di lì a poco, ella si alzò, accese una candela e disse:—Vado a vedere se tutto è in ordine nella camera del signor Roberto.

I due giovinotti rimasero soli col bicchiere di vino davanti e col sigaro in bocca. Ricorsero gli anni della scuola e si raccontarono le vicende successe dacchè non si erano visti. Odoardo, modesto per sua natura, attribuiva a una combinazione fortunata l'aver potuto trovar così presto un ufficio onorevole e lucroso. Qualche volta gli pareva che la responsabilità fosse superiore alle sue forze, ed era tentato di rinunciarvi. Nel complesso però non si trovava male; la vita attiva, faticosa si confaceva al suo fisico robusto; alcune delle qualità richieste per la miniera sentiva di averle. Non mancava di coraggio, di sangue freddo, di perseveranza.—Ma son sempre stato corto di cervello, questo è il guaio—egli soggiungeva picchiandosi il fronte.

E poichè Roberto rideva.—No, no, parlo sul serio—continuava il Selmi, mentre vuotava allegramente uno dopo l'altro i bicchieri di vino;—capisco che sono un buon generale di divisione, ma non sono un buon generale in capo. E c'è stato dell'egoismo nel consigliarti di venir qui; sentivo che tu avresti supplito alle mie deficienze.

—Io?

—Sì, sì, vedrai…. Oh me lo ricordo bene ch'eri il primo della tua classe.

—Questo vuol dir molto!…. Si è portenti in iscuola e asini fuori…. e viceversa…. Eh, caro Selmi, la voglia di far bene la ho, ma volere non è sempre potere…. E sa Iddio se riuscirò anche negli uffici che mi destini, e che, tra parentesi, ignoro ancora quali siano precisamente.

—Domani intanto faremo un giro per la miniera, che tu devi conoscere in ogni sua parte…. Vedrai i lavori compiuti, i lavori progettati, e ti formerai un'idea delle difficoltà vinte e di quelle che restano da superarsi. Ti presenterò ai minatori; c'è della scoria, ma c'è anche della brava gente…. A proposito, hai un revolver?

—No…. Perchè?

—Perchè in questi luoghi il revolver bisogna sempre averlo. Te ne darò uno io.

—Siamo dunque sul piede di guerra?

—Tutt'altro. Ma è opportuno di far sapere che non si sarà mai colti alla sprovvista.

Si vis pacem, para bellum—esclamò Roberto con una risatina.

—Appunto. Col latino non ho confidenza, ma questo motto lo conosco. Del resto, tu per ora sei addetto all'amministrazione, ma se ci troverai gusto, credo che finirai a poter occuparti della miniera. Bisogna prima che tu metta un po' d'ordine alla contabilità. Tuo padre era un bravo uomo d'affari, e qualche cosa avrai imparato da lui.

—Molto poco; pure mi ci proverò, ma ti confesso che, nella mia qualità d'ingegnere, preferirei occuparmi di cose tecniche.

—Te ne occuperai a suo tempo: sta sicuro; ho intenzione di farti il mio capo di stato maggiore…. Ma ecco di nuovo mia sorella.

—Forse il signor Roberto è stanco—disse la giovinetta entrando.—Se vuole che lo accompagni nella sua camera.

—Stanco no—egli rispose—ma non so le abitudini della miniera.

—Abitudini da montanari—osservò il Selmi.—Coricarsi presto e alzarsi presto…. Alle sei sono già nel sotterraneo. A ogni modo, per te che sei nell'amministrazione non ci sarà adesso un orario così faticoso…. Domani verrò a prenderti alle otto e mezzo, dopo la mia prima ispezione.

—E adesso che ore sono?

—Le nove passate.

—Chiacchierando s'è fatto tardi…. Vado dunque…. Se la signorina
Maria m'indica la strada.

—Verrò io stessa,—disse la ragazza.

Riprese la candela, che non aveva ancora spenta, e si avviò. Roberto la seguì dopo aver stretto cordialmente la mano all'amico.

Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a un uscio.—Eccoci—ella disse—non s'immagini di trovare una bella camera…. Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica vista. È tutto quello che ci può esser qui.

Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai.

—Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello—ella soggiunse.—Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?—e additò un usciolino laterale.—Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da mattina a sera… e in ogni modo non disturbo…. Faccia conto che sia un salotto… Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere… non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io…. per la nota del bucato…. Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule, che è la, nell'angolo…. O piuttosto, non ne levi adesso che quello che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani… Buona notte….

Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse la mano a Roberto, e lo lasciò solo.

L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla Scala o al Club.