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Nella lotta

Chapter 13: IX.
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About This Book

The narrative follows a young man's engagement and comfortable life that are upended when his father reveals severe financial and health setbacks, compelling the family to face consequences of past imprudence. Personal relationships, social expectations and business entanglements intertwine as characters make moral and practical decisions under pressure. Scenes alternate domestic intimacy and public dealings, and recurring themes include duty to family, the necessity of foresight and resilience in hardship, showing how private affections and economic realities shape choices during a crisis.

IX.

Roberto dormì tutto d'un fiato sinchè la luce del giorno, penetrando nella camera attraverso gli spiragli delle imposte mal commesse, venne a svegliarlo ad un tratto. Balzò dal letto, si vestì a mezzo, e corse a spalancar la finestra. Maria aveva avuto ragione. La prospettiva era bellissima, e una leggera nebbietta che velava i piani più bassi del quadro non faceva che dar risalto maggiore all'insieme. Non era lo spettacolo imponente che Roberto aveva goduto in qualche punto dell'Alta Italia, ove le Alpi cinte di nevi fanno cornice ai boschi d'abeti e ai torrenti impetuosi; era una natura calma e serena, che attraeva e riposava lo sguardo. La casa sorgeva sopra una collina abbastanza elevata; a destra e a sinistra si vedevano altre collinette, dietro a cui spuntava qualche cima più ardua, più nuda, che lasciava indovinare i prossimi Apennini. Di fronte, verso levante, si stendeva a perdita d'occhio una pianura ubertosa, seminata a cereali ed a canape e frastagliata di mandorli, di viti, d'ulivi. Nè mancavano altri alberi, che con l'abbondante fioritura davano larga promessa di frutti. A capo di lunghi filari di pioppi o in mezzo a brune macchie di cipressi biancheggiava qualche casinetto di campagna illuminato dai primi raggi del sole. Qua e là, sulle pendici o nel piano, un campanile intorno al quale si stringevano poche case. Un fiumicello mezzo asciutto portava con tardo passo le sue scarse acque verso l'Adriatico di cui, a cielo perfettamente sereno, si sarebbe potuta distinguere la striscia azzurra al lembo estremo dell'orizzonte.

Il nostro giovinotto rimase per alcuni minuti appoggiato al davanzale della finestra. Egli non vedeva di là nè l'apertura del sotterraneo, nè il capannone sotto al quale eran collocati i forni delle fusioni, nè alcuna delle principali officine addette alla miniera, e per un momento avrebbe potuto credersi in villa presso un amico, se non lo avesse richiamato alla realtà delle cose l'odore di zolfo che si spandeva per l'aria, e il via vai delle squadre dei minatori che si davano il cambio. Roberto guardò l'orologio. Non erano che le sei. Ci volevano due ore e mezzo prima che Odoardo venisse a prenderlo, e l'Arconti arrossiva di starsene lì in muta contemplazione mentre l'opera del giorno era principiata pegli altri. Anch'egli doveva lavorare, anch'egli doveva lottare.

Lasciò la finestra e si accinse a terminare la sua toilette. Pure, a questo punto, lo prese una tristezza invincibile. Girò gli occhi intorno, e avvertì più viva che mai tutta la differenza tra l'ieri e l'oggi. Quell'asciugamano pulito, ma ruvido, appeso a un chiodo infisso nel muro, quel piccolo specchio malamente inquadrato in una cornice di carta pesta, quella brocca e quel catino di terraglia ordinaria, quelle pareti nude senz'altro fregio che un filo celeste alla base, il complesso insomma di quella camera, che la sera innanzi aveva appena osservata, lo ammoniva che la sua esistenza di giovinotto elegante era finita per sempre, ed era finita non solo in teoria, ma in pratica. Ed è appunto nella pratica che si manifestano le difficoltà maggiori. Poichè l'essere in massima disposti a tutti i sacrifici non toglie che il peso dei sacrifici si senta quando si comincia a compierli.

E ora pell'Arconti il Rubicone era passato davvero, ora s'inaugurava la vita nuova, una vita che imponeva il rifiuto di ogni raffinatezza, di ogni superfluità. Non era senza un certo imbarazzo che egli guardava la sua camicia diligentemente insaldata, e faceva il nodo alla sua cravatta di seta, e passava nell'occhiello i bottoni di pietra dura de' suoi polsini; e mentre si ravviava i capelli davanti allo specchio, era combattuto fra la vecchia abitudine di spartirli col pettine e il timore di rendersi ridicolo con una acconciatura troppo ricercata. Per quanto semplice fosse il suo abbigliamento, egli sentiva che agli occhi di quella popolazione di minatori egli doveva parere come un animale esotico, o peggio ancora, come un gingillo di porcellana che non si può toccar senza romperlo. D'altra parte, le ulteriori trasformazioni che gli sarebbe convenuto subire per acquistare il color locale, per diventar simile, per esempio, a Odoardo Selmi, lo empivano d'un segreto sgomento. Che avrebbe detto Lucilla a vederlo cambiato in tal modo?

E Lucilla intanto gli sorrideva dall'album ch'egli teneva aperto sul tavolino, ed era così bella, così bella! Roberto non ebbe il coraggio di disgustarla, e finì di vestirsi come se avesse dovuto passare da lei. Indi si affacciò alla finestra.

Proprio sotto la finestra c'era in quel momento Maria, chinata a dar da mangiare ai pulcini.

—Buon giorno, signora Maria—disse Roberto.

Ella alzò la testa, e rispose sorridendo:—Buon giorno, signor Arconti. Bella occupazione, non è vero, la mia? Ma credevo che dormisse ancora….

—Le strane idee ch'ella ha di noi cittadini…

—Ebbene, giacchè è alzato, vuol scendere?

—Sicuro.

—Scenda allora, le darò il caffè e latte… E poi la condurrò un poco in giro.

Roberto fu in due salti nel salotto ove aveva cenato la sera innanzi e ove la Caterina stava spolverando i mobili. Anche di quel salotto gli era sfuggita la sera prima la rustica semplicità. Nel mezzo una tavola rotonda dal piano non levigato e dalle gambe tentennanti, a una parete una credenza di legno comune, la cui cornice non correva parallela al soffitto, ma, prolungata, avrebbe fatto con esso un angolo acuto, in giro alcune sedie di paglia, sui muri quattro litografie a colori rappresentanti le quattro stagioni.

Maria s'era dileguata, ma comparve di lì a pochi secondi con un vassoio sul quale c'era una tazza di caffè e latte e alcune fette di pane.

—Troverà il latte piuttosto cattivo—osservò la giovinetta.—Odoardo ricorda sempre quello di Milano… Qui bisogna avvezzarsi a una vita di privazioni.

—Però—rispose Roberto—quest'aria libera, questi ampi orizzonti hanno anch'essi il loro prezzo.

—Ah sì. Mi pare che fra muri non ci potrei vivere…

—A Milano non c'è mai stata?

—Che? Quando c'era Odoardo si viveva coi miei genitori nel nostro paesuccio. Città grandi non ne ho nemmeno vedute… E forse non ne vedrò mai.

—O che dice? È tanto giovine.

—Del resto, che importa?—ella soggiunse stringendosi nelle spalle.—Si sta bene così.

—Ha ragione—replicò Roberto con accento convinto, mentre deponeva la tazza del caffè e latte.

—Dunque vuol uscire?

—Eccomi.

—Non ci si può dilungar troppo perchè alle otto e mezzo deve trovarsi con mio fratello. Dalla parte della miniera andrà con lui. Noi scenderemo al villaggio per una scorciatoia. Passi.

Quando furono all'aperto, la giovinetta si avviò per un sentiero scosceso saltando da un sasso all'altro con l'agilità d'un capriuolo. Roberto, per non esser da meno di lei, faceva prodigi d'equilibrio. A un tratto Maria ebbe uno scrupolo.—Vo troppo presto?

—Oh scusi—rispose l'ingegnere in tono semiserio—sono alpinista anch'io.

—Davvero?

Egli le spiegò ch'era ascritto al Club alpino, che aveva la sua brava aquila da poter appuntare al cappello, ma che in fondo non aveva bazzicato molto con le montagne.

—Io, che non sono di nessun Club e che non ho nessun'aquila, sono più alpinista di lei—osservò Maria, sorridendo.

Si sentì il mormorio dell'acqua corrente.

—Eccoci al nostro gran fiume—disse la ragazza.—Ora va umile e dimesso, ma nell'inverno è ben altra cosa. Qualche volta fa il cattivo, minaccia la strada e spianta gli alberi.

Giunti sulla via carrozzabile, incontrarono due barocci tirati da muli e carichi di pani di zolfo.

—È zolfo della miniera?—chiese Roberto.

—Non della nostra; d'un'altra più addentro nei monti. E qui abbiamo una raffineria.

Era un fabbricato a un sol piano, dal tetto ingiallito che destò nell'Arconti una vaga reminiscenza dei risotti milanesi.

Due operai ritti sulla soglia salutarono Maria e guardarono con una certa curiosità il bel giovinotto ch'era con lei. Un cane le si avvicinò agitando festosamente la coda. Ella si chinò un momento a lisciargli il pelo.

—La conoscono tutti qui, uomini e bestie—osservò Roberto.

—Sicuro; siamo buoni amici anche noi, non è vero, Leone?… Che cosa c'è?

Questa domanda un po' in forma di rimprovero era rivolta al cane, che s'era permesso di digrignare i denti all'indirizzo dell'Arconti.

Le parole della ragazza disarmarono subito i sospetti di Leone, che si accostò all'ingegnere, lo fiutò, e poi strofinò il muso sulle sue gambe lasciandovi una traccia di zolfo.

Maria si mise a ridere.—Bisogna pur che ci si avvezzi—ella disse a Roberto, il quale si spolverava i calzoni col fazzoletto bianco.—Chi va al mulino s'infarina, e qui lo zolfo non si schiva mai…. Veda il povero Leone come ha la coda e le orecchie gialle.

L'Arconti osservava i suoi vestiti eleganti con lo stesso imbarazzo che avrebbe provato trovandosi in arnese contadinesco a una festa di ballo tra le signore scollate e gli uomini in coda di rondine.

—E questa è Valduria—ripigliò la giovinetta.

Saranno state un venti case distribuite ai due lati della via, alcune assai miserabili, altre d'aspetto abbastanza civile e di costruzione recente. C'era un Ufficio postale, una stazione di carabinieri, un botteghino di caffè e liguori, un paio di bettole, teatro di magnifiche sbornie, un banco di macellaio ove la domenica si vendeva per carne di manzo della carne di vacca, una farmacia nella quale all'imbrunire i magnati del luogo discorrevano di politica. La chiesa sorgeva isolata sopra un piccolo rialto di terra.

Il villaggio si trovava sulla sponda sinistra del fiume; subito dopo le ultime abitazioni c'era un ponte di pietra che metteva alla riva opposta, e che per quella mattina segnò il punto estremo della passeggiata.

Maria non ricondusse però l'ingegnere Arconti per la medesima strada, ma prese una viottola che saliva a zig-zag sul dorso della collina.

—Mi lascia fare una visita, non è vero?—ella domandò al suo compagno.

—Si figuri.

—Oh una visita di due minuti dalla madre d'uno de' soprastanti ch'è infermiccia…. Ma c'è Giorgetto qui—ella soggiunse vedendo un bimbo che si teneva le mani sugli occhi.—Piangi, Giorgetto? Cos'hai?

E corse verso il fanciullo, che poteva avere sei anni e che apparteneva anche lui a una famiglia di minatori.

Giorgetto spiegò con molte lagrime la immensa sventura che gli era toccata. Paolino, il pessimo Paolino, il figlio del direttore della raffineria laggiù, gli aveva tolto a forza un bel bastoncello che il suo babbo aveva tagliato per lui da un albero il giorno prima… Oh lo direbbe al babbo e Paolino starebbe fresco…. Adesso era andato da quella parte.—E segnò col dito alla sua destra.—Se Maria potesse raggiungerlo e dargli uno scapaccione.

—Che spirito vendicativo!—osservò sorridendo la giovinetta.—Non sarebbe meglio far così?

Ella si alzò in punta di piedi, e sfrappò un ramo da un arbusto che cresceva lungo il sentiero. Poi levato di tasca un grosso temperino che aveva una lama adunca a foggia di roncola, spogliò in un momento quel ramo delle sue foglie, ne spianò i nodi e ne fece un bastone simile a quello di cui Giorgetto piangeva la perdita. Il bimbo, nel ricevere il prezioso regalo, spiccò un salto per la consolazione.

—Che armi ha!—esclamò Roberto con piglio scherzoso.

—Non è vero? Sono formidabile.

Salirono in silenzio fino a una casa bianca d'aspetto modesto, ma pulito.

—Se non vuol entrare, mi aspetti qui—disse Maria.—Mi spiccio subito…. Veda, può seder su questo muricciuolo.

—Ebbene, Gertrude, come va stamattina? Già alzata?—cominciò la ragazza avvicinandosi carezzevole a una vecchia che lavorava di calze davanti alla tavola d'una cucina a pian terreno.

—Eh, figliuola mia—rispose la vecchia tossendo.—A poltrire fra le lenzuola non ci si guadagna nulla…. Tanto e tanto questa tosse dovrò portarmela meco finchè vivo.

Maria si frugò nella saccoccia del vestito e ne trasse una scatola di Liebig, che posò in silenzio sulla credenza.

—Oh bimba, bimba, non la finirai più con quei tuoi regali? E io che posso fare per te?

—Volermi un po' di bene, ecco tutto.

—Oh di bene te ne voglio tanto…. E non son sola a volertene.

S'interruppe guardando fuori della porta.

—C'è qualcheduno con te?

—Sì, un amico di mio fratello, che s'è impiegato nella miniera.

—Uno che viene a star qui?

—Già.

—E perchè l'hai lasciato fuori? Fallo entrare.

Maria si affacciò alla soglia e chiamò Roberto, che non s'era seduto sul muricciuolo, ma girava lì presso.

Quando il giovine fu entrato, Maria ne disse il nome e il cognome, e spiegò all'Arconti come Gertrude fosse madre d'uno tra i migliori e più coraggiosi lavoranti della miniera.

—Lo conoscerò forse oggi stesso e spero che diventeremo amici,—rispose Roberto.

La donna non parve provare una gran simpatia per questo nuovo ospite di Valduria.

—Eh desidero anch'io che diventino amici—ella disse squadrando il giovinotto d'alto in basso;—ma mio figlio è un povero minatore, ella è un signorino della città, e mi sembra difficile che possa aver le nostre idee e adattarsi alla nostra vita.

—Le idee si modificano—osservò Roberto—e quando si vuole sul serio, ci si adatta a tutto.

—Sarà—soggiunse Gertrude con aria scettica. Poi, indirizzandosi a Maria.—E non li prendi oggi i tuoi fiorellini? Cipriano li ha lasciati lì apposta per te.

Maria si fece rossa e prese in silenzio alcune margherite che si trovavano sulla tavola.—Ogni giorno, poi—ella balbettò alquanto confusa.—Addio Gertrude, a rivederci.

—Via, te li devi metter nei capelli, quei fiori.

—Oh Gertrude—esclamò Maria in tono di rimprovero.—A rivederci.

Era chiaro che Gertrude aveva insistito sulla faccenda dei fiori perchè c'era un estraneo, e non era men chiaro che Maria s'era mostrata infastidita per la stessa ragione.

—C'è un romanzetto in aria—pensò Roberto, guardando di sottecchi la fanciulla che aveva perduto la sua primitiva vivacità.—E quella vecchia mi sbirciava con un certo piglio sospettoso come se credesse ch'io potessi essere un rivale del suo figliuolo. Che idee!… Chi sarà poi questo Cipriano?

Maria s'era messo un po' dispettosamente il mazzolino di margherite nei capelli e affrettava il passo verso casa.

Si era già in vicinanza della miniera, quando comparve Odoardo.

—Ebbene—egli disse,—avete fatto un giro lungo?

Maria si rasserenò alla vista di suo fratello, e gli descrisse in poche parole la passeggiata che aveva fatto fare al suo ospite.

—Non sei mica stanco?—ripigliò Odoardo prendendo per un braccio l'Arconti.

—Stanco? Figurati.

—Ebbene, adesso verrai con me fino all'ora del desinare…. Ma vestito così? ah nemmeno per sogno!

L'ingegnere Arconti dovette di buona o di mala voglia ricorrere al guardaroba dell'amico Selmi. Indossò un vestito unto e bisunto, calzò un paio di stivaloni inzaccherati di fango, e si acconciò in testa un cappellaccio che aveva perduta la forma e il colore primitivo. Inoltre Roberto, quantunque non fosse nè piccolo, nè esile di persona, non poteva gareggiare col Selmi nella magnitudine delle forme, onde la giubba gli era troppo ampia, i calzoni troppo lunghi, gli stivali e il cappello troppo larghi. Avrebbe riso del suo aspetto grottesco se il suo sucido abbigliamento non avesse offeso ad un tempo le suscettività del suo odorato e quelle dei suo senso artistico.

—Hai l'aria d'un ragazzo che ha preso l'olio—gli disse Odoardo, che si divertiva fuor di misura alle smorfie del suo antico condiscepolo.—Se tu vedessi come arricci il naso e che sberleffi fai con le labbra.

—In verità—rispose Roberto—se non ho preso l'olio per bocca, lo prendo per infiltrazione…. A spremer questa roba….

—Bazzecole…. Qualche goccia colata dal lume con cui si scende in miniera, un po' di grasso proveniente dall'essere stato troppo vicino a una macchina…. ma il più è fango, sai…. Coraggio, coraggio; anderemo prima sotterra, poi visiteremo i forni fusori e le altre officine…. Avevo ordinato a Cipriano di esser qui…. Ah eccolo….

S'avanzò un giovinotto di statura alta, di carnagione e di capelli bruni, con due occhi pieni d'intelligenza e di fierezza. Poteva avere venticinque anni, era in abito da minatore, ma la lunga consuetudine gli faceva portare il suo vestito con una disinvoltura non priva di eleganza.

—Cipriano Regoli—disse Odoardo presentandolo a Roberto—il migliore dei nostri soprastanti.—E finì la presentazione.—L'ingegnere Arconti, che ormai viene a stare con noi.

—Ho già sentito il vostro nome—rispose Roberto porgendo la mano all'operaio, che ne guardò con una singolare espressione di fisonomia le dita bianche, affilate, aristocratiche.—Ho parlato di voi stamattina con vostra madre….

—Ha visto mia madre?—domandò l'operaio con qualche sorpresa.

—Sì, or ora, nel tornare da una breve passeggiata colla signora
Maria.

Una nuvola passò sul fronte di Cipriano, che disse solamente—Ah!

—Il romanzo c'è—pensò in cuor suo Roberto.

Si avviarono verso l'apertura del sotterraneo.

—T'avverto che ci son centoquindici scalini da fare—osservò Odoardo battendo sulla spalla dell'amico.

Cipriano staccò da uno dei pilastrini dell'arco in pietra cotta, che costituiva la imboccatura della discenderia, tre di quei lumi dal lungo manico uncinato onde sogliono servirsi i minatori di tutti i paesi. Li accese in silenzio, ne consegnò uno al direttore, l'altro all'Arconti, e tenne il terzo per sè.

—Vieni dietro a noi—riprese il Selmi, rivolgendosi di nuovo a Roberto.—Andremo adagio…. Tu puoi con la sinistra tenerti alla maniglia di legno che c'è per buona parte della scala.

La discenderia poteva avere un metro e mezzo di larghezza. Di questo metro e mezzo la metà era occupata dagli scalini, l'altra metà dai tubi delle pompe a vapore destinate a cacciar fuori l'acqua dalla miniera. Indi un continuo stillicidio, che aveva finito col far una pozzanghera del piano d'ogni scalino. Le pareti erano anch'esse umide, lubriche, viscose, rivestite in parte da travi massiccie. Grosse travi sostenevano pure la vôlta alta forse due metri. Su quest'armatura delle pareti e della vôlta, sui tubi delle pompe, sulla poltiglia degli scalini, le lampade a mano proiettavano entro un breve spazio una luce rossastra, fantastica; al di là di quello spazio era una tenebra fitta; solo, voltandosi indietro, verso lo sbocco della miniera, si vedeva un chiarore vago, scialbo, come di crepuscolo mattutino. Cipriano camminava in capofila: dopo di lui veniva Odoardo, e ultimo Roberto, in riguardo al quale i primi due rallentavano il passo. Il Selmi era loquace e scherzoso; gli altri tacevano.

Quanto più si scendeva tanto più l'aria si faceva densa, tanto più distinto si sentiva lo strepito delle pompe.

—Siamo a tre quarti di viaggio—disse a un certo punto Odoardo.

Di lì a poco si vide nel fondo agitarsi qualche fiammella, moversi qualche ombra. Un romore cupo simile a tuono si mesceva di tratto in tratto alla voce assordante delle pompe. Era lo scoppio delle mine.

La scala riusciva a una specie di pianerottolo rettangolare, chiuso all'ingiro da un assito di legno. A destra un uscio aperto nel tavolato metteva al serbatoio dove andavano a versarsi le acque della miniera; per un altro uscio a sinistra si entrava nel locale delle pompe; di fronte c'era l'ingresso a una delle principali gallerie.

Quel pianerottolo, ogni sei ore, era il punto più animato del sotterraneo; tutti i minatori dovevano passarvi, sia nel recarsi al lavoro, sia nell'andarsene, e nell'ora in cui si mutavano le squadre, la scala veduta di laggiù offriva uno spettacolo singolare. Questi salivano e quelli scendevano, cercando di occupar quanto meno spazio fosse possibile per non urtarsi allorchè s'incontravano, talvolta scambiandosi un saluto o una facezia, più spesso taciti e seri, di quella serietà ch'è propria della vita sotterranea. Si sentiva lo scalpitio dei piedi sprofondantisi nella melma, e alla fiamma delle lanterne si vedevano strane faccie illuminarsi di sotto in su, strane ombre allungarsi e accorciarsi sulle pareti e sul piano ripidamente inclinato della scala.

Roberto fu condotto prima nella camera delle pompe dove regnava una temperatura di serra calda e dove il vapore che usciva dalle valvole impregnava l'atmosfera. In mezzo a quella nuvola, che rendeva ancor più incerta la luce di due lampade appese alle pareti, si aggiravano i pompisti, mezzo svestiti, con le maniche della camicia rimboccate fin sopra il gomito, col viso annerito dal carbone e dal fumo, con la fronte stillante sudore. Il movimento si arrestò per qualche minuto affinchè l'Arconti potesse esaminar da vicino i congegni. Una delle pompe non funzionava bene; Roberto la fece lavorare sotto i suoi occhi e credette scoprire il motivo di quell'imperfezione. Era precisamente ciò che aveva sempre detto il pompista anziano, il quale acquistò subito molta stima pel nuovo ingegnere.

Nelle gallerie la temperatura ribassava repentinamente a pochi gradi sopra zero. Erano corridoi alti abbastanza perchè un uomo aitante della persona potesse starci ritto, e d'una larghezza sufficiente perchè il passaggio dei carretti di minerale sopra un binario di ferro non impedisse ai minatori di moversi ai lati. A ogni dieci metri si trovava a destra e a sinistra, un'apertura simile a quella d'un enorme forno che saliva per un buon tratto nelle viscere del monte in direzione perpendicolare al piano della galleria, poi si piegava a gomito, tantochè dal basso non si vedeva ove andasse a finire. Era lì che si procedeva all'estrazione del minerale.

Odoardo s'era accinto a spiegare il sistema d'estrazione, ma Roberto disse:—Vediamo.

Penetrarono così in uno di quei filoni, all'estremità del quale un manipolo di minatori praticava dei buchi nella roccia col mezzo d'un lungo bastone di ferro appuntito, detto palo a mine. Alla venuta del direttore i minatori voltarono un momento la testa, ma il Selmi ordinò che continuassero il lavoro. Ed essi continuarono infatti, animandosi con la voce, picchiando in cadenza col martello sul capo del palo a mine, mentre la punta si apriva faticosamente la strada nel sasso, e ne sprigionava di tratto in tratto qualche favilla.

—Allorchè i fori hanno raggiunta la profondità voluta—osservò Odoardo Selmi facendo da cicerone all'amico—li si riempie di polvere a cui si dà fuoco mediante una miccia. Naturalmente i lavoranti s'affrettano a mettersi al sicuro finchè la mina sia scoppiata. Qualche volta lo scoppio ritarda, e allora c'è un pericolo serio per i minatori, i quali vanno a verificare se la miccia si sia spenta prima del tempo. In più d'un caso l'esplosione è successa proprio nel punto in cui s'andava a esaminare il perchè dell'indugio…. Un brutto accidente davvero…. Vi ricordate, Cipriano, del povero Matteo, l'autunno scorso?

Cipriano si strinse nelle spalle.—Poichè bisogna morire, meglio così che sopra un saccone di paglia.

Si continuò il giro della miniera.—E per di qua si manda sopra terra il minerale—disse Odoardo fermandosi davanti a una discenderia, che differiva dall'altra per esservi, invece che scalini, un doppio binario.—I carretti pieni son tirati su pel binario a sinistra e ritornan vuoti per quello a destra.

Un più minuto esame fu consacrato agli ultimi lavori. S'erano incontrate difficoltà non previste. Minaccie d'avvallamenti, pericoli d'inondazione e di scoppi di gaz, quanto bastava insomma per far venir la voglia di smettere. A questo punto Cipriano, il quale fin allora non aveva pronunciato che pochi monosillabi, entrò con vivacità nella conversazione. Aveva la parola netta, incisiva, era pieno di fede nell'avvenire della miniera; non lo diceva, ma lasciava intendere che per lui Odoardo aveva la colpa d'essere timido. Roberto ascoltava con vivo interesse e di tanto in tanto faceva qualche osservazione col piglio d'uomo che non presume di saperne più degli altri, ma che si limita a manifestar le sue impressioni. In complesso, egli mostrava di propendere più per le idee ardite di Cipriano che per la circospezione eccessiva del Selmi, e il giovine soprastante pareva contento di trovare un ausiliario nel nuovo impiegato.

La visita alla parte esterna della miniera non occupò meno tempo di quella all'interno. C'erano i forni che ardevano dì e notte e dai quali si ricavava lo zolfo mediante la fusione; c'eran le caldaie a vapore; c'era una enorme grù, che, mossa da una manovella, serviva a far salire il minerale dal sotterraneo; c'erano le varie officine inerenti all'opificio, officine di fabbri, di falegnami, ecc., ecc., c'era infine il deposito del combustibile, delle pietre cotte, del legname. L'ingegnere Arconti osservava tutto. Molto di ciò ch'egli vedeva era nuovo per lui, ma la naturale prontezza dell'ingegno e il largo corredo di studi gli permettevano di colmar le lacune del suo spirito e di esprimer su ogni cosa idee giuste e precise.

—È un uomo che la sa lunga—dicevano gli operai.—Non gli manca che la pratica.

Odoardo Selmi era soddisfattissimo della buona impressione prodotta dal suo amico sul personale della miniera, e sussurrava nell'orecchio a Roberto fregandosi le mani.—Ti vedo già ingegnere in capo di qualche grande Società mineraria.

—Canzonatore!

—No, no, parlo sul serio. Ingegnere in capo con quindici mila lire di stipendio…. E allora sai, si può passar lietamente metà della giornata sotto terra….

—Ah ti confesso che preferisco star sopra terra…

—Baje! Alla lunga ci s'innamora anche del sotterraneo. Anch'esso ha il suo fascino, la sua poesia… e tu sei poeta… Ma, capisco, non riesci a persuaderti che la poesia possa trovarsi a suo agio in una miniera di zolfo.

—T'inganni. La poesia c'è dappertutto. Ma non la s'incontra mai alla superficie…. È come un minerale prezioso….. Per trovarla bisogna scavare.

Chiacchierando così, i due amici ritornavano lentamente verso casa.
Cipriano s'era accommiatato.

—Dev'essere un bravo giovinotto, colui—osservò Roberto.

—Ha molta intelligenza…. è un po' violento di carattere, è un po' poeta nelle sue idee…

—A proposito del discorso che si teneva or ora…. Ebbene, la violenza è certo un difetto, ma minore della freddezza, dell'apatia…. E in quanto all'avere un granellino di poeta, tanto meglio….

Odoardo Selmi tentennò il capo.—Meglio fino a un certo punto…. Non quando ci fa correr dietro alle chimere…. Basta, non vorrei che quel ragazzo lì avesse una certa inclinazione per Maria….

—Lo credi?—disse Roberto, che se n'era già accorto.

—Sì…. Io non me ne impiccio…. Maria ha più giudizio di me, e saprà regolarsi benissimo. Non mi opporrei a un suo desiderio, sopratutto in un argomento così delicato, ma non mi sembra partito per lei.

—Eh sì…. A rifletterci bene, in confronto di tua sorella, Cipriano non è poi che…..

—Mi fraintendi,—interruppe Odoardo.—Tu giudichi un po' con le idee cittadinesche…. Non è che Cipriano sia di bassa estrazione per Maria…. Siamo di origine popolana anche noi, e fumi non se n'è mai avuti in casa. Cipriano ha intelligenza e istruzione quanto basta per mia sorella che, poveretta, non ha mai potuto coltivarsi come avrebbe voluto. In famiglia tutti i sacrifizi si son fatti per me; di lei si è detto che ce n'era d'avanzo quando avesse saputo essere una buona massaia. E vedi, se si fosse fatto tutto l'inverso, se si fosse pensato a lei invece che a me, si sarebbe seminato in un terreno molto più propizio…. Quello che voglio dire si è che Cipriano, forse buonissimo di fondo, ha certe intemperanze, certi impeti che non mi piacciono, e temo che quell'angiolo di mia sorella si pentirebbe amaramente di avergli dato retta…. Ma eccoci giunti…. Avrai fame….

Mancavano venti minuti al tocco, ch'era l'ora del desinare.—Salgo a cambiarmi,—disse Roberto, a cui pareva mill'anni di deporre quei vestiti non suoi e d'immergere la faccia in un catino d'acqua. Perciò egli fu piuttosto sconcertato quando vide che c'era qualcheduno in camera sua.

Era Maria, la quale, dopo aver, con l'aiuto di Caterina, rifatto il letto dell'ingegnere, stava in muta contemplazione davanti all'album di fotografie ch'egli aveva lasciato aperto sul tavolino alla pagina ove si trovava il ritratto di Lucilla.

Côlta alla sprovveduta, la giovinetta si voltò in sussulto, divenne rossa e balbettò:—Oh signor ingegnere…. Scusi…. l'album era aperto.

—Scusarla? E di che?

—Che bel ritratto!—soggiunse Maria.—E che bella ragazza!

—Le piace?

—Oh tanto!… È una sua parente?

Ma si pentì subito della sua domanda, e tornò a dire in fretta:—Oh scusi…. Sono un'indiscreta.

E si mosse per andarsene.

Malgrado la sua fretta di rimaner solo, Roberto la trattenne.—Ma no, ma no, signora Maria, non se ne vada così…. La ringrazio anzi della sua domanda…. Così avrò agio di parlar qualche volta con lei di Lucilla.

—Si chiama Lucilla?

—Sì.

—Sarebbe la sua fidanzata?—ripigliò la ragazza con qualche esitazione.

—Quasi.—E spiegò la sua condizione di fronte a Lucilla.—Se Lucilla aspetta,—egli concluse,—-sarà mia sposa.

—Vuole che non aspetti?—disse Maria, come offesa dal dubbio, e quasi volesse prender le parti della giovine assente.

Lontan dagli occhi lontan dal core—sussurrò Roberto.

—Oh ell'ama la sua Lucilla?

—Se l'amo?…. Quanto si può amare una donna.

—E non la stima?

Roberto comprese il significato di queste parole e disse:—Ha ragione.

Maria cambiò discorso.—La lascio… Or ora si va a pranzo…. A proposito…. ha la nota della sua biancheria?

—Io? no….

—No? E la roba l'ha riposta tutta nel cassettone?

—No davvero. Ce n'è ancora molta nel baule.

—Tanto meglio. La metterò a posto io e farò l'inventario… A rivederci; appena è pronto scenda…. Troverà già in tavola.

X.

—Signor ingegnere, è arrivata la sua cassa di libri.

Maria pronunziò queste parole entrando vivamente nella camera che suo fratello aveva battezzata col pomposo nome di studio e nella quale egli aveva insediato l'Arconti. Costui era immerso nell'esame di alcuni quaderni, in cui cercava il bandolo dell'arruffatissima contabilità della miniera. Non pretendeva d'essere un gran ragioniere, ma ne sapeva abbastanza da capire che il sistema seguito fino allora era fatto apposta per ingenerar confusione e che bisognava cambiarlo da cima a fondo.

All'annunzio recatogli da Maria, egli si scosse, guardò l'orologio, e parve combattuto fra il desiderio di rivedere i suoi vecchi amici e quello di continuare il lavoro a cui s'era accinto.

—Venga, venga,—disse la giovinetta, che indovinò il suo pensiero,—ha lavorato anche troppo. Son già le sei. Venga finch'è giorno a dare un'occhiata alla sua cassa. Ho fatto restar di là l'uomo che l'ha portata, e che si offerse d'aprirla davanti a lei.

—Allora eccomi qui,—esclamò Roberto. E il piacere che provava in quel momento gli colorava d'un vivo incarnato le guancie.

La cassa era nella camera dell'ingegnere, accanto al baule. Appena fu aperta, l'identica domanda venne sul labbro all'Arconti e a Maria:—Dove si metteranno tutti questi libri?

Quantunque fossero cento volumi al più, in Valduria non s'era mai visto una biblioteca simile; solo il brigadiere dei carabinieri possedeva una ventina di romanzi à sensation, la cui lettura manteneva in istato di umidità permanente gli occhi della maestra comunale. L'ingegnere Selmi si contentava di tre o quattro opere tecniche, e Maria, ch'era la letterata della famiglia, aveva di sua esclusiva proprietà i Promessi Sposi, il Marco Visconti, i Bozzetti militari del De Amicis, e il primo volume della Gerusalemme liberata. Il secondo mancava.

I libri del giovane Arconti erano tutti legati con gran cura e alcuni anche con lusso. C'erano perfino due o tre edizioni illustrate splendidamente. Ricordi d'altri tempi, ahimè, ormai tanto lontani. Roberto stesso riconosceva che que' libri, a Valduria, fuori del loro nido elegante, fuori della loro bella biblioteca di noce, facevano un effetto singolare. Eppure non sapeva pentirsi di averli portati seco. Se lo prendeva la nostalgia, se lo assaliva una subitanea e profonda tristezza, a chi avrebbe potuto ricorrere se non a quei fidi compagni del suo pensiero?

—Diavolo!—esclamò Maria, rispondendo alla domanda ch'ella stessa s'era rivolta un momento prima.—Il posto è presto trovato. Qui no, ma nella stanza attigua, dove, come le dissi jersera, passo parte della giornata a lavorare… Ma potrò fare anche a meno di starci, io…. La lascerò tutta per lei…

—A questo patto no…. Non accetto….

—Bene, bene… Ne riparleremo…. In quanto ai libri, sfido io, se non li mette là, dove vuol metterli? lasci fare a me, ordinerò al falegname gli scaffali… Oh, Bastiano fa le cose a modo….

Si rammentò che l'ingegnere veniva da una grande città, che aveva abitudini raffinate e non poteva esser di così facile contentatura com'era lei. Onde soggiunse un po' confusa:—Bisognerà, per altro che abbia una grande indulgenza… Poveri libri! Alloggiavano molto meglio una volta.

La giovinetta non seppe resistere alla tentazione di chinarsi sopra la cassa e di prendere in mano qualcheduno di quei volumi. Poi li riponeva con infinita delicatezza, e alzava gli occhi verso Roberto come a chiedergli scusa della libertà che s'era presa.

Ma egli l'incoraggiava con lo sguardo e con la parola.—Faccia, faccia; quando vedo festeggiare i miei libri, mi par d'essere una mamma che si rallegra delle cortesie usate ai suoi bimbi.

Pur c'era una cosa che turbava Maria. Molti tra questi libri non erano italiani, e la ragazza, dopo averne guardato il frontispizio, si affrettava a ricollocarli a posto con una certa aria di mortificazione.

—Che peccato,—ella disse finalmente,—di non poter sapere nessuna lingua straniera, nemmeno il francese.

—Non sa proprio nulla di francese?—domandò Roberto con interesse.

—Odoardo aveva cominciato a insegnarmene i principii, ma poi ha smesso…. Ha tanto poco tempo, ed io ero una scolara di testa così dura!

Se Odoardo fosse stato presente, egli, con la ordinaria franchezza, si sarebbe affrettato a smentire la sua troppo modesta sorella, e a confessare che quelle lezioni erano state interrotte soltanto per colpa del maestro, il quale doveva convincersi della sua insufficienza.

—Vorrebbe ritentare la prova con me?—chiese l'ingegnere Arconti.

—Con lei!—esclamò Maria, quasi non credendo a sè stessa.—Si prenderebbe questo disturbo?

—Si, davvero. Sarebbe uno svago.

—Oh com'è buono! Com'è gentile!—replicò la fanciulla, che per poco non si metteva a saltare dalla contentezza.—E quando….

S'interruppe arrossendo… Egli sorrise e disse:—Quando che cosa?… Oh via, non si confonda…. Vuol che la finisca io la frase…. Quando si comincia?…. Ebbene, si comincerà domani sera…. Stasera voglio scrivere a casa.

E infatti, subito dopo cena, Roberto si ritirò nella sua camera e scrisse a sua madre. Gli era convenuto rinunciare, per qualche tempo almeno, a una corrispondenza diretta con Lucilla, giacchè la signora Giulia aveva subordinato a questa condizione la sua promessa di patrocinar la causa de' due amanti. Del resto, la lettera di Roberto alla signora Federica era, per tre quarti, consacrata a Lucilla. Il nome della giovinetta ricorreva una quindicina di volte nelle sei facciate dell'ingegnere. Se Lucilla avesse veduto lui, l'antico frequentatore dei teatri e dei balli, camuffato da minatore! E poi Roberto descriveva a sua madre (e a Lucilla) la famigliuola che lo aveva accolto con tant'effusione: Odoardo un po' grossolano di gusti, ma tutto cuore, tutto ospitalità, e Maria così buona, così intelligente, così desiderosa d'apprendere. Egli s'era impegnato a insegnarle un po' di francese. Non era però bella, Maria, e quantunque fosse piuttosto alta di statura, aveva ancora l'aspetto d'una fanciulla. Che confronto con Lucilla! Pure c'era qualcheduno a cui questa Maria piaceva moltissimo. E qui Roberto discorreva di Cipriano e della vecchia Gertrude, la quale pareva in sospetto di tutti gli uomini che avvicinavano la ragazza. L'aveva vista anche lui, ed ella gli aveva fatto il viso dell'arme, la buona femmina, come a un possibile rivale di suo figlio. Che ne pensava Lucilla? Sarebbe gelosa? Lucilla, sempre Lucilla, tanto è vero che, se alla lunga la lontananza raffredda gli affetti, in principio li riscalda e li avviva.

In complesso Roberto non si mostrava troppo scontento della sua sorte. Se non fosse stata la separazione dalle persone care, a tutto il resto si poteva adattarsi. A proposito, egli stimava suo dovere di annunziare un gran cambiamento che stava compiendosi nel suo aspetto esteriore. Si lasciava crescer la barba. Non aveva pazienza di radersi da sè, e gli mancava il coraggio di affidarsi all'opera del barbiere e veterinario di Valduria. Il periodo di transizione era scabroso, ma, in meno d'un mese, egli sperava di esser di nuovo un bel giovine, anzi più bello di prima.

Roberto chiudeva la sua lettera col pregar sua madre di scrivergli diffusamente, e col prometterle l'invio d'un vaglia postale alla fine del mese, appena avesse incassato il suo stipendio.

Quel giorno stesso, Cipriano tornò a casa cupo e taciturno.

—Cos'hai?—gli chiese sua madre.

—Nulla—egli rispose seccamente.

Ma Gertrude non era donna da smettere così presto.

—Lo so quello che hai—ella soggiunse. Egli si strinse nelle spalle.

—È odioso anche a te lo zerbinotto venuto iersera da Milano a mangiare il pane della miniera. Dev'essere uno sciocco.

Cipriano fece un gesto d'impazienza:—Non è uno sciocco. Ecco il peggio. Quell'uomo lì diventerà il vero direttore della miniera.

Gertrude inarcò le ciglia.—E l'ingegnere l'avrebbe fatto venir qui per questo?…. Oh quel signor Odoardo non ha senso comune…. Se lo tiene in casa, anche, con sua sorella.

La vecchia aveva proprio messo il dito sulla piaga.

A Cipriano salirono le fiamme al viso.—Cosa penseresti, mamma?

—Nulla, nulla, ma sono imprudenze che una persona di giudizio non commette.

—Che l'ingegnere vagheggiasse un matrimonio di sua sorella con questo signore?

—Potrebbe anche darsi, ma s'ingannerebbe a partito. Figurati se quel bellimbusto lì è uomo da sposare una ragazza come Maria…. Sposarla, no….

—E allora?

—Allora? Metti un giovinotto senza scrupoli vicino a una fanciulla senza esperienza….

Cipriano balzò come un leone ferito, tantochè la vecchia Gertrude si pentì delle sue reticenze maligne. Le accadeva spesso con le sue parole imprudenti di andar oltre il segno.

—No, no,—ella riprese—non dar retta a me…. Ho avuto torto…. Maria è una ragazza troppo seria da lasciarsi accalappiare dalle lusinghe d'un damerino…. E poi, anche l'altro, anche quell'ingegnere l'ho accusato a caso….

E Gertrude esortava il figliuolo a mangiare la minestra ch'ella gli aveva scodellata sulla tavola.

—Oh s'egli si provasse a toccar Maria—esclamò Cipriano stringendo il manico d'un coltellaccio che portava sempre con sè.

—Per amor del cielo, Cipriano, non tiriamoci addosso i guai…. Via, la minestra si raffredda.

Cipriano diede una spinta alla zuppiera rovesciandone mezzo il contenuto, e soggiunse:—Anche stamattina era con lei….

—Sì, l'ho visto appunto allora.

—Ed ella prese ugualmente i fiori che le avevo lasciati?….

—Si è schermita un momento….

—Ah…. vedi….

—Ma li ha presi, li ha presi…. e se li è messi nei capelli….

—La mia disgrazia la so ben io qual è—proruppe Cipriano abbandonandosi sulla sedia e prendendosi la testa fra le mani—la mia disgrazia è d'essere un povero minatore.

—Oh…. come s'ella fosse una contessa….

—No, ma è più di me, è sempre una signorina in confronto…. La mia disgrazia è d'essere un ignorante. E sì che qui dentro ci sarebbe qualche cosa….

E si picchiò la fronte con le nocche delle dita.

—Perchè non mandarmi a una buona scuola in qualche grande città?—egli continuò.—Perchè non farmi istruire?

—Oh Cipriano—disse Gertrude, colpita nel cuore da questo rimprovero—come si doveva fare? Siamo sempre stati povera gente…. Tuo padre era un semplice minatore ed è morto a trent'anni; io non avevo nulla di mio…. Si è sempre campato a fatica…. Cipriano, Cipriano, non essere ingiusto.

E la vecchia, così spesso acre e maligna nel giudicare gli altri, trovava nella sua voce una nota profondamente commossa.

Ma egli l'ascoltava appena.—E adesso la differenza tra noi due si fa maggiore, adesso che c'è l'altro, il cittadino, con la sua eleganza, con la sua facondia, co' suoi libri. Seppur ella non lo ama, seppur egli non si cura di lei, lo sento, costui è un nuovo ostacolo alla mia felicità…. Come se non ce ne fossero già abbastanza! Ma io perchè l'amo, questa fanciulla?… Quante, più belle di Maria, sarebbero orgogliose s'io rivolgessi loro uno sguardo, un sorriso!

—Oh sì,—esclamò Gertrude, enumerando con materna compiacenza una dozzina di ragazze, che, a sentirla, ambivano la mano del suo figliuolo. E ce n'erano di ricche, di quelle che avevano dei campi al sole, mentre Maria non possedeva un soldo di dote. Fisicamente poi valevano tutte assai meglio di questa creatura esile, dai capelli corti, dalla tinta sbiadita…. Però si capiva che nemmeno Gertrude era persuasa appieno di quanto diceva. Che le ragazze da lei nominate languissero per Cipriano, quest'era naturalissimo; ma esse erano, qual più qual meno, contadine zotiche e rozze, e Cipriano si sarebbe abbassato a curarsi di loro…. Maria invece, a malgrado della sua semplicità, pareva cresciuta in un altro ambiente; volere o non volere, si doveva riconoscere in lei un essere superiore, e perciò appunto Gertrude, ch'era ambiziosa, trovava ch'ella era la sola degna dell'affetto di suo figlio.

Ond'egli non fece che interpretare il pensiero di lei quando rispose:—Che mi importa di loro? Nè io le intendo, nè esse intendono me. Esse vivono contente del loro stato, contente del mondo in cui nacquero; io no…. Ma, le poche volte che io posso avvicinarmi a Maria, mi par di respirare un'altr'aria, l'aria fatta pei miei polmoni…. Ma ella non mi ama…. oh non mi ama!

—Abbi pazienza, e ti amerà—disse Gertrude, ansiosa di calmar la tempesta ch'ella stessa aveva provocata.—Ella conosce il bene che tu le vuoi, e non lo respinge….

—Non lo respinge per compassione—ruggì Cipriano.—Perchè è dolce, perchè è soave, perchè non vorrebbe veder soffrire nessuno…. Oh da questo lato non mi somiglia…. Soffrano pure quelli che non amo…. Soffro tanto anch'io….

E mentre parlava così, nelle contrazioni del volto e di tutta la persona, gli si leggeva un dolore che ignora lo sfogo delle lagrime.

Gertrude, persuasa che, pel momento, a discorrere farebbe peggio, s'era rassegnata a tacere, e non era piccolo sacrifizio per lei. Ella rimetteva a posto in silenzio la zuppiera, e riempiva di vino il bicchiere di Cipriano.

A un tratto fu colta da un eccesso di tosse e dovette sedersi.

Nella fisonomia del giovane si dipinse una cura diversa da quella che l'aveva oscurata fino allora. Egli si alzò e si avvicinò dolcemente alla vecchia che, nello sforzo, s'era tinta la faccia di pavonazzo e dal cui petto usciva un suono cupo e profondo.

—Sempre quella tosse, mamma?

—Non è niente…. Passerà—ella rispose fra un colpo e l'altro.—Ma tu, mettiti a mangiare…. fallo per me.

Cipriano sedette di mala voglia e prese alcune cucchiaiate di minestra. Non aveva fame; pensava al suo povero amore, pensava alla sua povera mamma, e al deserto che gli si sarebbe fatto d'intorno quand'ella fosse morta. Ma nel suo animo altero e iracondo s'agitavano anche altri pensieri. Era invidia, era odio verso quelli che a lui parevano i privilegiati della fortuna e che egli avrebbe voluto schiacciare sotto ai suoi piedi.

XI.

Una lettera da Milano! Una lettera listata di nero, con un acuto odore di patchouli e con la soprascritta in bella calligrafia: All'egregio signor ingegnere Roberto Arconti.—Miniera di Valduria, in Romagna.

Il procaccino la consegnò a Roberto una sera mentr'egli insegnava a Maria Selmi a coniugare in francese i verbi ausiliari. La lezione aveva luogo nel salottino terreno alla presenza di Odoardo, il quale se ne stava sibariticamente fumando la sua pipa, ch'egli di tratto in tratto levava di bocca per sorseggiare un bicchiere di vino. E quando deponeva il bicchiere e ripigliava la pipa, non mancava mai di dire:—Ci vuol proprio una vocazione speciale per mettersi a studiare dopo cena!

La vocazione speciale Maria l'aveva. E il suo maestro stava congratulandosi con lei del modo in cui ell'aveva ripetuto il soggiuntivo presente del verbo essere allorchè l'arrivo della posta interruppe la lezione.

«Caro Roberto»—scriveva la signora Federica a suo figlio—«Sai che la tua lettera è extrémément bourgeoise? Si direbbe che tu vada in solluchero per codesti luoghi pieni di miseria e di sudiciume! Un giovinotto come te, avvezzo a tutto il chic di Milano, avvezzo a vivere con la fine fleur della società, come mai può adattarsi a un ambiente simile a quello di Valduria? Ci sei voluto andare, non hai voluto attendere un impiego migliore che con un po' di pazienza avresti sicuramente trovato, e capisco che fino a un certo punto oggi tu faccia bonne mine à mauvais jeu. Ma via, non bisogna prendere il Purgatorio per il Paradiso, nè dimenticare che costì ci devi rimanere meno che sia possibile. La Giulia Dal Bono, che è la platitude in persona, si sbracciava ieri a provarmi che in fin dei conti è meglio che tu ti trovi bene che male. Niente affatto—saltò a dire Lucilla:—Se si trova bene, finisce col non moversi più.—E Lucilla aveva ragione.

«Santo Iddio! Quando mi figuro mio figlio in mezzo allo zolfo, al carbone, all'unto, al grasso e a tutte le altre porcherie della miniera, domando a me stessa s'è un cattivo sogno quello che faccio. Anche il mio povero Mariano ne sarebbe scandalizzato. E sì che quello lì ha lavorato pei suoi giorni. Ma alla cura della sua persona egli non ci rinunciava per tutto l'oro del mondo, e non mi ricordo d'averlo mai visto con una macchia sul vestito o con la cravatta a sghimbescio.

«E anche la gente con cui ti tocca a vivere, povero Roberto, lasciamelo dire, che supplizio dev'essere! Saranno buone creature, lo ammetto, e non ti nego che questa sia una qualità da tenersi in gran conto. Ma l'educazione, mio caro, l'educazione! Quell'Odoardo Selmi m'è bastato di vederlo una volta anni addietro per capire che zotico egli sia, e sua sorella, di cui vanti l'intelligenza, farà una bella figura in virtù del noto proverbio: Beati i monocoli in terra di ciechi! Ma, in nome del cielo, cosa può essere una ragazza la quale, ai tempi che corrono, non sa una parola di francese?

«S'è riso con Lucilla dell'idea saugrenue che t'è venuta di dirozzare questa mezza selvaggia, e ti auguriamo buona fortuna. Ma vedrai che sarà un pestar l'acqua nel mortaio. Bada piuttosto che il ciclope sentimentale il quale spasima per mademoiselle non ti mangi vivo, e che la sospettosa madre di lui non ti graffi gli occhi…. In quanto a Lucilla, credi pure ch'ella non è gelosa. Ella non fa questo onore alla tua scolara.

«Ma parliamo d'altro. Lucilla la vedo quasi ogni giorno, e sta bene. Ieri la ho accompagnata da Madame Chaillon a ordinarsi un vestito. È il primo ch'ella si fa dalla Chaillon, e non c'è voluto poco a persuadere il signor Benedetto che una ragazza come Lucilla ha diritto d'avere almeno un abito all'anno fatto da una brava sarta. Scelsi io la stoffa ed il taglio sull'ultimo figurino di Parigi…. Immaginati un piquet…. oh ma c'è proprio sugo a discorrer con te di questa roba!… La Chaillon mi diceva: E lei, madama Arconti, non comanda nulla? Mi son sentita una stretta al cuore a pensar che una volta commettevo due o tre toilettes ogni stagione e che adesso invece mi tocca prolungare il lutto intero per non aver quattrini da farmi un vestito da mezzo lutto. Caro Roberto, ciò che ti proponi di mandarmi ogni mese è molto se si considera il tuo stipendio, ma come si può tirare avanti così? È necessario, è indispensabile che tu cerchi una posizione migliore. E intanto non far troppo il puritano, e lasciami mangiar la mia dote a porzioni meno omeopatiche. Il faut bien vivre.

«T'assicuro che anche il tenere una sola persona di servizio alla lunga non va, non va assolutamente. Ho dovuto licenziar la Teresa, che cucinava abbastanza bene, ma non sapeva introdurre con un po' di garbo le visite in salotto. Quella che ho preso ora, invece, il garbo l'ha, ma non riesce a portarmi in tavola un piatto che non sappia di fumo. È una disperazione. A ogni modo capisco che la terrò in virtù de sa bonne mine.

«Delle mie relazioni non posso lagnarmi. Anche venerdì ebbi quasi una dozzina di signore, e fra queste la marchesa Trivelli e la contessa Lippi. E tutte queste visite dovrò restituirle a piedi, o in un fiacre, che è ancora peggio. È dura, assai dura. Una dama che si rispetta non è possibile che stia in Milano senza carrozza propria. Per me è una mortificazione che mi accorcia la vita… Ma finirà. Mi dirai visionaria, ma ho il presentimento che finirà presto. Al primo del mese venturo c'è l'estrazione della gran lotteria, e scommetterei che sortirà uno dei nostri biglietti. Qualcheduno deve pur vincere; e perchè non possiamo noi esser quelli che vinceranno?

«L'altro ieri fui al cimitero a deporre una ghirlanda di semprevivi sulla tomba del tuo povero babbo. Credimi, Roberto, l'epitaffio che hai fatto incidere sopra la lapide è troppo semplice. Mariano Arconti meritava di meglio. E tu dirai ch'è vanità, ma già io non so rassegnarmi all'idea che non si sia eretto un piccolo monumento all'uomo che abbiamo perduto. Se non si voleva ricorrere al Vela, c'era il Barzaghi, che ha finito testè il busto di Giovanni Romilli commessogli dalla vedova. E quel busto di marmo di Carrara, lo collocheranno a giorni sopra un cippo di bardiglio a poca distanza dalla tomba di Mariano. Giovanni Romilli che guarda d'alto in basso Mariano Arconti! Son cose da far strabiliare.

«Del resto, mi assicurano che all'Unione ci sia dégringolade completa. Ne ho piacere per quella petulante della nuova direttoressa, che appena si degna di salutarmi quando m'incontra.

«Milano è un mortorio. Fa già un gran caldo, e non c'è uno spettacolo tollerabile. Parlo par oui dire, perchè, come puoi credere, io non andrei a teatro nemmeno se ci fosse la Patti. Per solito, sto la sera a casa, e t'assicuro io che m'annoio. Brigola continua a spedirmi i nuovi romanzi francesi, che rimando tali e quali. È molto se ogni mese ne trattengo uno. Sfido io a prendermi il lusso dei libri con quegli avanzi che ho.

«Per due giorni ebbi la compagnia di un bel pappagallo che m'era stato ceduto a buon prezzo da un signore che va a stabilirsi a Firenze. Son così sola che quella bestia mi sarebbe stata carissima, ma ho dovuto sbarazzarmene rivendendola a metà del costo. Figurati! Aveva imparato a dir tante parolaccie da far arrossire un soldato di cavalleria.

«Oh, ma è tempo di por termine a questa lettera décousue. Mille saluti di Lucilla e di sua madre. Mi dimenticavo dirti che una sera alla settimana gioco alle carte col signor Benedetto. È una seccatura messa a frutto…. Sono una buona madre, io…. Gipsy ha imparato a starsene ritta sulle due zampe di dietro, e in compenso di questa sua bravura io le ricamerò un collarino nuovo.

«Addio, addio. Leoni t'ha scritto? A me non venne ancora a far visita!
Non si degna forse? Addio.

«La tua affez. mamma.»

«P.S. A proposito, scordavo il meglio. Lucilla ed io disapproviamo assolutamente la tua risoluzione di lasciarti crescer la barba. Ma già codesto soggiorno ti fa diventare un uomo selvaggio».

Allorchè Roberto s'era accinto a leggere la lettera di sua madre, Maria aveva chinato lo sguardo sul suo libro di temi. Però, mentr'egli scorreva rapidamente i foglietti vergati dalla signora Federica, gli occhi della giovinetta s'erano alzati più di una volta dal quaderno e avevano cercato di indovinare nella fisonomia dell'ingegnere l'impressione prodotta in lui da quella lettura. Una lettera della mamma? Pareva a Maria che dovesse di là sprigionarsi tanta dolcezza quanta può venirne da cosa alcuna nel mondo. Una lettera della mamma! Oh se anche a lei fosse dato riceverne! Con che festa l'accoglierebbe! Con che delizia pascerebbe lo sguardo nei rozzi e disadorni caratteri di quella sua diletta!… Ma pur troppo la sua mamma non le avrebbe scritto mai, pur troppo la sua mamma era morta. Invece Roberto, lui felice, aveva la sua mamma viva, ed ella gli scriveva in foglietti profumati di patchouli, e la sua calligrafia era elegante come la sua persona, ed ella aveva lasciato correr la penna sulla carta e gli aveva senza dubbio parlato di mille cose interessanti e di quella che lo interessava più di tutte, di Lucilla. O perchè il viso di lui, invece di atteggiarsi alla gioia, si atteggiava allo sconforto, perchè talvolta sulla sua fronte passava una nuvola, come un segno d'impazienza e di dispetto?

—Non ha mica ricevuto qualche cattiva notizia?—chiese Maria appena egli ebbe ripiegata e posta in tasca le lettera.

—No, grazie,—egli rispose.—Tutt'altro.

E compose il labbro a un sorriso, ma era un sorriso così languido, così forzato che metteva in maggior risalto l'espressione di mestizia diffusa in tutto il suo volto. Nello stesso modo il raggio di sole che sbuca furtivo e timido dalle nuvole fa spiccar di più la tristezza d'una giornata d'inverno.

Maria non aveva diritto di chiedere altre confidenze; anche in questa occasione forse ella era stata troppo indiscreta. Era un difetto che non s'era accorta di avere prima della venuta dell'ingegnere Arconti.

Arrossì, e sfogliò con mano distratta il libro che teneva davanti a sè.

Roberto si alzò dalla sedia, e porgendo la mano alla giovinetta,—Non mi tenga il broncio,—le disse,—se oggi interrompo la lezione più presto del solito. Ci rifaremo domani sera… Voglio lavorare ancora un poco… Buona notte… Addio, Odoardo.

—Oh,—borbottò il Selmi che aveva chiuso gli occhi e stava per prendere sonno con la sua pipa in bocca.—Buona notte, Roberto…. È già ora di andare a letto?

—Forse no, ma vado a finire la relazione da spedirsi a Londra.

—Ih! Che furia….

—Cosa fatta capo ha.

Odoardo stirò le braccia, mise un lungo sbadiglio e soggiunse:—Tutti i gusti son gusti.

L'ingegnere Arconti accese una candela ed uscì.

Giunto che fu nello studio, tirò fuori macchinalmente da un cassetto un mucchio di carte e sedette davanti alla scrivania. Per qualche tempo non gli venne fatto di raccapezzare un'idea. Era lì immobile, coi gomiti appoggiati al piano della tavola, col viso nascosto fra le palme. I bei conforti che gli venivano da Milano! I belli incoraggiamenti a proseguir la sua via! Ma non doveva aspettarselo? Sua madre non era stata sempre così? Ebbene, è vero, doveva aspettarselo; tuttavia egli non aveva rinunciato alla speranza che a poco a poco ella fosse andata formandosi un più giusto concetto della situazione, ch'ella avesse finito col render giustizia a suo figlio. Follie! Come se una donna potesse cambiar indole a più di quarant'anni! Ma Lucilla almeno avrebbe dovuto considerar le cose da un altro punto di vista, e invece, pur troppo, era evidente che Lucilla si trovava all'unissono con la signora Federica. Roberto ebbe un momento d'abbandono, di sfiducia tetra e desolata; ma ben presto lo sovvenne la sua consueta energia. No, no, egli non aveva il diritto d'esitare, non aveva il diritto di dubitare di sè, della rettitudine della sua condotta e de' suoi propositi. Quand'anche gli mancasse ogni altro appoggio, quand'anche si sentisse come un naufrago nell'Oceano, la sua tavola di salvamento egli l'aveva. Era il lavoro. S'immerse nelle sue carte, concentrò tutte le forze della mente nella relazione che s'era prefisso di compiere in quella notte; non volle pensar ad altro, e riuscì a non pensar ad altro. Le idee che si eran fatte tanto aspettare accorsero in folla, e la forma si piegò docile ad esprimer le idee. Egli scrisse per più ore di seguito, e, quand'ebbe finito, rimase sorpreso egli stesso dell'opera sua. Gli pareva davvero impossibile d'esser lui l'autore di una memoria, che nel nitido stile acconcio agli affari riassumeva tutti i dati principali della gestione della miniera e dava una guida sicura per non ismarrirsi in un labirinto di cifre. Questa virtù della perspicuità egli l'aveva ereditata dal padre suo, e nel rileggere il suo manoscritto un'intima voce gli diceva che suo padre non avrebbe rifiutato di apporvi la propria firma. Oh, come gli sarebbe stata dolce in quell'istante una parola di suo padre, un sorriso, una lode! Tuttavia la coscienza che se il cavalier Mariano fosse vissuto, quella lode non gli sarebbe mancata, il convincimento ch'egli aveva di meritarla, gli riempiva l'anima d'un'ineffabile dolcezza. Sua madre e Lucilla calunniavano la sua vita dipingendola come gretta e prosaica; agli occhi di lui essa era illuminata dalla forte poesia del dovere, e tutti gli scherni del mondo non potevano bastare a fargliela tenere a vile.