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Nella lotta

Chapter 20: XVI.
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About This Book

The narrative follows a young man's engagement and comfortable life that are upended when his father reveals severe financial and health setbacks, compelling the family to face consequences of past imprudence. Personal relationships, social expectations and business entanglements intertwine as characters make moral and practical decisions under pressure. Scenes alternate domestic intimacy and public dealings, and recurring themes include duty to family, the necessity of foresight and resilience in hardship, showing how private affections and economic realities shape choices during a crisis.

XVI.

Il signor Benedetto Dal Bono era divenuto negli ultimi tempi più apprensivo e fastidioso che mai. Vedeva la sua salute in rovina, la sua fortuna in dissoluzione. Ogni momento gli saltava il ghiribizzo d'esser malato, e si cacciava in letto, o per lo meno rimaneva chiuso in camera, costringendo sua moglie a tenergli compagnia e ad ascoltar le sue paternali. E la signora Giulia, donna di bontà passiva, stava rassegnata a sentirlo, e gli rispondeva con monosillabi. Pel signor Benedetto era prossima una rivoluzione. E il gran problema era quello di mettere al coperto i propri averi pel momento del cataclisma. La maggior parte della sostanza Dal Bono era investita in case, ma il signor Benedetto era convinto che le case de' ricchi sarebbero state abbruciate, e voleva quindi trovare un diverso impiego al suo danaro. Voleva, così per modo di dire, giacchè non sapeva mai risolversi a nulla. Le terre gli sembravano destinate alla devastazione, i fondi pubblici alla riduzione dell'interesse, le azioni industriali al fallimento. Pronosticava in tuono lamentevole che avrebbe finito col dover morire sulla paglia, e lo spaventava l'idea di dover esborsar la dote per Lucilla, una dote che l'opinione pubblica s'ostinava a ritenere di duecentomila lire. Invero Lucilla era la sola persona ch'egli amasse, per quanto l'amare fosse conciliabile col suo temperamento egoista. Ella aveva a ogni modo un'influenza reale sull'animo suo; forse la bellezza di lei lusingava la sua vanità. E la lasciava vestire con una certa eleganza, la lasciava andare a qualche festa da ballo accompagnata da sua madre, il cui abbigliamento era sempre più dimesso e che finiva coll'aver l'aria d'una cameriera. Quest'orgoglio paterno del signor Benedetto gli avrebbe certo fatto desiderare per sua figlia un matrimonio cospicuo; un matrimonio che le avesse dato una corona di contessa, se non fosse stato l'affar della dote. Il signor Dal Bono non era uomo da credere che i conti sposino le borghesi non coperte d'oro. Inoltre egli era un po' scettico rispetto alle condizioni economiche dell'aristocrazia, e non intendeva di sostenere co' suoi scudi qualche impalcatura cadente. Aggiungasi a tutto ciò la disposizione sincera a secondare i gusti di Lucilla in quanto la cosa potesse farsi anche a vantaggio dei propri interessi. Trovare uno sposo che si contentasse di vivere in casa ricevendo un assegno annuo invece del capitale, era un'idea che aveva il suo lato buono, e per questo la signora Federica non aveva tutto il torto di dire che il signor Benedetto porgeva benevolo ascolto ai piani di sua moglie e di lei. Di sua iniziativa, il signor Dal Bono non avrebbe scelto sicuramente per genero Roberto Arconti, ch'era a' suoi occhi un sognatore, un poeta, ma se Lucilla persisteva nella sua preferenza per lui, e s'egli dal canto suo si piegava alle condizioni volute, chi sa? il signor Benedetto avrebbe forse avuto la magnanimità di adattarsi a rispondere di sì. Per arrivare a questo punto la signora Federica aveva dovuto usare un'arte infinita, poichè, a sentirla, la signora Giulia, da sola, non sarebbe venuta a capo di nulla. Ella invece, con le sue moine, aveva a poco a poco mansuefatto quell'orso. Approvava le sue idee politiche e sociali, mostrava di dividere le sue paure d'un cataclisma, faceva eco alle sue censure ai ricchi per il loro sfarzo e ai poveri…. perchè erano poveri; giocava spesso alle carte con lui e perdeva quasi tutte le partite lodando la sua rara abilità. Riparava insomma verso il signor Benedetto Dal Bono i torti del suo Mariano. Poichè Mariano aveva mostrato troppo chiaro di non tener nel menomo conto il signor Dal Bono, e queste sono arroganze da non permettersi mai con persone milionarie…. Già Mariano, malgrado dei suoi meriti, certe cose non le capiva. E non aveva capito nemmeno sua moglie, che per lui era una donna di poco cervello, mentre invece ella spiegava una furberia degna di Bismark. È vero che la signora Federica attribuiva all'amor materno lo svolgimento ammirabile delle sue facoltà. In passato era stata un po' visionaria, aveva avuto una certa esuberanza d'idee; adesso era molto più positiva. Infatti le sue idee s'erano condensate in un'idea sola. Sposar Roberto con Lucilla, far anche lei la mezza padrona in casa Dal Bono e aspettar pazientemente che il signor Benedetto, il quale era cagionevole di salute, passasse a miglior vita e lasciasse la figlia ed il genero eredi di tutto il suo pingue patrimonio. Allora Roberto sarebbe diventato ricco davvero, lo avrebbero fatto deputato, senatore, ministro, ed ella avrebbe potuto scialar da gran signora, tener circolo, esser segnata a dito per le strade!… Possibile che Roberto rifiutasse per sè e per sua madre un avvenire simile? Malgrado della dichiarazione esplicita di suo figlio, la signora Federica non sapeva persuadersene. Doveva essere un impeto del momento, bisognava lasciargli tempo di riflettere, bisognava ch'egli vedesse co' propri occhi che non c'era altro modo di possedere Lucilla, di assicurarsi la felicità. Aveva un progetto anche lui? Un progetto bislacco senza dubbio; nè la signora Federica si curava di conoscerlo. Già le ragioni di lei non lo avrebbero convinto. Ne parlasse pure con Lucilla; ella sì avrebbe sfatato i suoi entusiasmi, ella lo avrebbe ricondotto a più umani consigli. Una sola cosa temeva la savia genitrice; ella temeva, cioè, che Roberto non serbasse col signor Benedetto un contegno tale da affidarlo appieno. Ella lo aveva dipinto al Dal Bono come una specie di convertito. A sentirla, le dure prove della miniera avevano fatto di lui uno spirito positivo, tranquillo. A Valduria egli aveva mostrato ch'era un giovine di grande abilità, e i suoi superiori erano pronti a certificarlo, ma nello stesso tempo s'era persuaso che la soverchia baldanza era un difetto, che non conveniva disprezzar l'appoggio degli uomini d'esperienza, e che, al momento della morte del padre, egli aveva fatto male a non gettarsi addirittura nelle braccia di una persona affezionata alla famiglia, quale era il signor Benedetto. E il signor Benedetto, che non avrebbe fatto nulla per l'Arconti, se questi avesse commesso la corbelleria di rivolgersi a lui, si compiaceva di veder riconosciuta l'autorità del suo giudizio e l'efficacia del suo patrocinio. Adesso poi lo lusingava l'idea di trattare con una tal qual aria di protezione il figlio di quell'orgogliosissimo Mariano, che lo aveva sempre tenuto per un dappoco. E se finalmente si fosse risolto a fare di Roberto suo genero, come avrebbe voluto calcargli i piedi sul collo!

Però, fin dal primo incontro che il signor Dal Bono ebbe con l'ingegnere Arconti, gli fu forza persuadersi che l'impresa non era sì facile come egli credeva, ciò che gli fece tentennare il capo e dire fra sè.—Eh, Lucilla, mia moglie e la signora Federica possono discorrere a loro talento. Se il signorino non cangia tuono, di questo matrimonio non ne faremo nulla.

Non era che il signorino fosse sgarbato; tutt'altro. Egli non voleva mancar di riguardi col padre di Lucilla, ma voleva avere le sue opinioni, e le sue opinioni non erano quelle del signor Benedetto. Non imprecava al progresso, non vedeva imminente un cataclisma sociale, non trovava giusto di non far nulla per la paura di tutto. Magnificava le virtù della lotta in cui lo spirito s'affina e il corpo si ritempra, pareva innamorato della sua miniera, parlava con trasporto dei successi che vi aveva ottenuti, e di quelli che contava ottenervi nell'avvenire; nulla accennava in lui al proposito di mutar carriera.

—Vostro figlio—disse il signor Dal Bono alla signora Federica—è sempre un cervello esaltato. Ed ha poi tanta voglia di venir via da Valduria quanta ne ho io d'andarci.

—Lasciate fare a Lucilla—rispose la signora Federica, ch'era sempre piena di fede.

La signora Giulia non divideva queste rosee speranze, ma non contrastava con la sua amica, tanto più ciarliera e procacciante di lei.

Roberto non potè discorrer di proposito con Lucilla che due giorni dopo il suo arrivo. Egli era stato invitato a desinare dai Dal Bono insieme a sua madre, e, durante il pranzo, aveva avuto il piacere di sentir le dissertazioni del suo ospite sul rincaro dei viveri e sulla necessità di restringer le spese della tavola. Appena preso il caffè il signor Benedetto si ritirò brontolando, le due donne si ammiccarono con l'occhio, e con un pretesto si allontanarono anch'esse.

—Finalmente siam soli—disse Roberto—e spero sentirai tu pure il bisogno che ci parliamo col cuore in mano…. Fammi la grazia di metterti a sedere e di badare a me e non a Gipsy.

—Ih! Che solennità!… Via, mi sederò…. Su, Gipsy.

—Ma lasciala andare.

—No, no, quand'è in grembo mio, Gipsy sta tranquilla…. Non è vero,
Gipsy, che non fiaterai nemmeno?….

La cagna saltò sulle ginocchia della giovinetta e si fece in gomitolo, proponendosi di schiacciare un sonnellino.

Roberto frenò un gesto d'impazienza e prese una mano di Lucilla nelle sue. Poi, guardandola, negli occhi bellissimi, le domandò:—Mi vuoi sempre bene?

—Ma sì. Non lo sai?

—È così dolce sentirselo ripetere…. Il tempo, la lontananza non ti hanno mutata?

—E perchè dovrebbero avermi mutata?

—Tanto meglio allora. Tu m'intenderai più facilmente.

—Ma scusa…. A che scopo tutto questo preambolo?…. Tua madre non ti ha comunicato un progetto?….

—Prima ch'io ti risponda su quel progetto, devi ascoltare il mio….

—Saran castelli in aria—interruppe la ragazza stringendosi nelle spalle.

—Non giudicare senza saper di che si tratti…

—Oh!… M'immagino già….

—Senti, Lucilla. Io non ho forse da dire che una parola perchè la mia posizione attuale si cambi radicalmente….

—Nella tua bella Valduria?…

—Non a Valduria, ma lì vicino….

—Sempre in una miniera di zolfo?

—Si, potrei diventar io il direttore di una miniera di zolfo.

—E vorresti condur me in quei paesi?

—Lucilla, Lucilla, lasciami parlare…. Ti condurrei, è vero, in paesi poveri e rozzi, ma dappertutto, credilo, due cuori che s'amano possono trovare la pace e la felicità…. Stammi a sentire…. Non ritirar la tua mano…. Non far quei moti d'impazienza…. Oh fanciulla mia, questo mondo in cui tu vivi non è tutto il mondo…. Ci sono altre gioie oltre a quelle che la tua mente vagheggia…. ci sono anche per la donna altre soddisfazioni oltre a quelle d'andar in carrozza sul Corso, o di far spese in Galleria Vittorio Emanuele, o di assistere da un palchetto di seconda fila alla prima rappresentazione d'un'opera nuova alla Scala…. Prendere interesse ai lavori dell'uomo a cui vuol bene, godere dei suoi trionfi, aiutarlo nelle sue difficoltà, esser la confidente de' suoi pensieri, la regina del suo cuore e della sua casa…. E tu saresti la mia regina, Lucilla, ed io ti cingerei di tanto amore che un giorno tu dovresti chiedermi perdono di aver esitato un momento a esser mia a questi patti.

Roberto era riuscito a incatenar l'attenzione di Lucilla, che sulle prime pareva volerlo interrompere ad ogni istante. Il suo accento sincero, caloroso, commosso, non poteva a meno di far vibrar qualche corda nell'anima d'una giovinetta diciottenne, per quanto ella fosse aliena dagli entusiasmi. Il volto di lei s'era atteggiato ad una espressione pensosa che ne cresceva la bellezza, già una lagrimetta le spuntava sul ciglio, era vinta forse, quando le si affacciò alla mente la immagine di Roberto in costume da minatore, annerito dal fumo, puzzolente di zolfo, cinto da una turba di operai sudici come lui, vide con la fantasia una casa nuda, disadorna, impregnata di vapori molesti, sentì in anticipazione il tedio delle lunghe giornate solinghe e delle lunghe sere monotone, e si meravigliò, si ribellò all'idea che un tale avvenire potesse essere offerto a lei, cresciuta in tutte le raffinatezze della vita cittadina.

Ebbe un impeto subitaneo, si svincolò da Roberto, che le teneva sempre la mano, e, senza badar nemmeno a Gipsy, si alzò in piedi, lasciando che la cagnetta, sorpresa di modi così fuor del comune, andasse ruzzoloni sul pavimento.

—Caro mio—ella disse—siamo pazzi tutti e due; tu a farmi queste proposizioni, io a star lì a darti retta.

—Oh Lucilla!

—Sì, te lo ripeto, la tua è una vera pazzia. Se tu hai la fissazione di sagrificare la tua gioventù in un paese barbaro e in un mestiere bestiale, io non posso certo secondarti…. Vuol dire che tu metti i tuoi capricci al disopra del tuo amore.

—Le tue parole sono ben crudeli, Lucilla. Anche tu parli de' miei capricci come la mamma. Fu dunque per un capriccio ch'io andai a relegarmi in una miniera di zolfo?… Rimasto povero e orfano, i miei amici, gli amici della mia famiglia, gli amici tuoi non seppero darmi che vane parole…. Solo da Valduria mi venne un aiuto, solo di là mi fu offerto un modo di provvedere dignitosamente a me stesso. Dovevo respingere la mano che m'era tesa? E una volta accettato l'ufficio offertomi con tanta generosità, non dovevo portarci tutto il mio ardor giovanile, tutto il mio ingegno, tutta la mia perseveranza? Mi fai una colpa se sono riuscito, e se, come gli altri uomini, non so odiare, non so disprezzare le cose in cui sono riuscito? Oggi vedo la possibilità di conseguire, in quei paesi che tu chiami barbari e in quel mestiere che tu chiami bestiale, un posto onorifico, largamente rimunerato, tale da assicurarmi, più che l'indipendenza, l'agiatezza, e tu ti sdegni perchè non lo rigetto, e ti chiami offesa perchè ti dico: Vieni con me, sii la mia compagnia, sii la mia sposa… Basterò io a mantenerti… Che m'importa della tua dote?

—Oh insomma, no, no…. Non mi persuaderò mai…. Perchè rifiuti ciò che ti si offre qui?

—Ma lo sai proprio ciò che mi si offre?…. Invece dell'indipendenza, mi si offre la schiavitù; invece della lotta che rinvigorisce le membra e lo spirito, mi si offre un lavoro umiliante: invece d'un'agiatezza dovuta a me stesso, mi si offre un salario dovuto alla mia qualità di marito tuo, di genero di tuo padre…. Ma non senti salirti al viso i rossori per me?… Ma non capisci che l'obbligo più sacro di chi ama, è di voler salva la dignità della persona amata?

—Insomma—replicò infastidita Lucilla—io non capisco niente, io non conosco i miei obblighi. Sono una sciocca…. Le ragazze di garbo si trovano a Valduria.

—Oh Lucilla, quanto sei ingiusta!…

—Ma sì, sono ingiusta, son tutto quello che piace al signorino—proseguì con petulanza la fanciulla.—Bisogna venir di laggiù per aver la sapienza infusa…. Le ragazze di Valduria, quelle sopratutto che studiano il francese….

—Le ragazze di Valduria—interruppe Roberto—studino o non istudino il francese, possono valere di più di certi marchesini azzimati che sento lodar molto da qualche ragazza di Milano….

—Dunque, figliuoli, vi siete intesi!—domandò la signora Federica, entrando all'improvviso nella stanza per informarsi dell'esito del colloquio.

—Oh perfettamente!—esclamarono i due giovani con un tòno che scosse un pochino anche la saldissima fede della signora Arconti.

XVII.

A malgrado di tutto, le due madri cui stava a cuore il trionfo del loro piano, non si diedero per vinte. La pazzia di Roberto, poich'eran concordi nel giudicarla tale, non sarebbe durata a lungo; piuttosto di perder Lucilla, egli si sarebbe assoggettato alla gran disgrazia di diventar ricco. La signora Federica sopratutto si stimava sicura del fatto suo; nè con ciò ella credeva menomamente di metter sotto i piedi ogni sentimento di dignità, per sè e per suo figlio. La dignità, secondo lei, era salva appieno. Se i Dal Bono avevano più quattrini, gli Arconti, mercè il defunto Mariano, avevano goduto d'una posizione più elevata in società, e quindi i conti eran pari. Queste belle cose la signora Federica non si stancava di ripeterle a Roberto, ed ella era così facile ad illudersi che ogni leggero sintomo di resipiscenza da parte di lui bastava a farle credere imminente la vittoria. E invero, benchè egli fosse convinto d'aver ragione, benchè fosse deliberato a tirar diritto sul suo cammino, non si può dire che qualche dubbio non lo assalisse talora.

Avrebbe voluto scacciar dal suo cuore l'immagine di Lucilla, e non gli riusciva. La trovava frivola e calcolatrice ad un tempo, priva di quella sacra fiamma di poesia senza della quale par fredda ogni virtù femminile; ma la trovava anche più bella e più seducente di quando l'aveva lasciata. Le sue parole lo disgustavano spesso, ma a un suo sguardo, a un suo sorriso, al tocco della sua mano, egli sentiva il sangue affluirgli al cervello e turbargli i sensi e lo spirito. Non era così che l'aveva amata una volta, non era così che avrebbe voluto amarla; eppure l'amava così. Vissuto come un anacoreta nella solitudine di Valduria, si risvegliavano adesso nel suo corpo giovine e gagliardo i desiderî tempestosi dell'età sua. La Musa ispiratrice de' suoi primi versi era scomparsa, l'angioletto che la sua fantasia aveva vestito d'ali e cinto d'un nimbo era disceso a terra e s'era mutato in un demone tentatore al cui fascino egli non sapeva sottrarsi. Non amare una donna soltanto per la sua bellezza, gli aveva detto suo padre poco tempo avanti di morire; e quelle parole gli sonavano all'orecchio come una verità sacrosanta. Tuttavia egli sentiva, arrossendo, d'amare una donna soltanto perchè era bella.

Ed era geloso. Un giorno, a casa Dal Bono, s'era incontrato col marchesino Moschi, ch'era venuto a fare una visita, e quell'incontro lo aveva stranamente agitato. I due giovani, presentati l'uno all'altro, non s'erano nascosta l'antipatia reciproca che s'inspiravano. Roberto capì che aveva nel Moschi un rivale, e che Lucilla non isdegnava di civettare con lui. S'informò del marchesino e gli dissero ch'era un giovine di assai scarse fortune senz'altro merito che un po' di vernice di società e una bella presenza. Su quest'ultimo punto Roberto aveva un'opinione affatto diversa; egli lo giudicava bruttissimo. Bello o brutto, il marchesino non era secondo a nessuno nel dirigere una quadriglia o un cotillon, e ciò lo rendeva gradito alle ragazze. Andava a caccia d'una dote, e quella di Lucilla gli sarebbe venuta molto a proposito, ma il vecchio Dal Bono, guardingo come era, non gliel'avrebbe sborsata sicuramente. Era però da scommettere che il Moschi, ad onta della sua albagia aristocratica, si sarebbe adattato a ricevere solo gl'interessi, e forse per far la sua formale domanda egli non aspettava che una parola favorevole di Lucilla. Ora, Lucilla questa parola non voleva dirla finchè aveva la speranza di vincere le ritrosie di Roberto, che senza dubbio ella preferiva ad ogni altro. Se poi Roberto persisteva ne' suoi orgogliosi propositi, la faccenda poteva bene mutar d'aspetto!

Queste considerazioni, che chiudevano in sè molto di vero, avrebbero dovuto, a fil di logica, piuttosto raffreddare che accendere il cuore di Roberto. Ma la logica, si sa, entra pochissimo nell'amore, e, se c'entra troppo, si può giurare che l'amore non è di quel buono. Avvezzo sin dall'adolescenza a riguardar Lucilla quasi come cosa sua, l'ingegnere Arconti fremeva pensando che un altro potesse esserle accetto, che ella potesse diventar la donna d'un altro. Cedere il campo al marchesino Moschi, ecco un'idea che lo metteva su tutte le furie, ecco lo spauracchio che la signora Federica agitava sovente davanti a lui.

Nè fra' suoi amici mancavano alcuni che gli consigliavano di rimeditare pacatamente la proposta che gli era fatta.—In fin dei conti—essi dicevano—la tua suscettività è eccessiva. Un uomo del tuo merito non sarà mai il servitore di chicchessia. Quando pure tu consentissi a vivere in casa Dal Bono, ad aiutare il signor Benedetto nell'amministrazione delle sue sostanze, in breve tempo il vero padrone non sarebbe lui, saresti tu. E poi, una volta sposata la tua Lucilla, chi potrebbe impedirti di cercare un'occupazione più conforme a' tuoi gusti, ma tale nello stesso tempo da non costringer tua moglie a una vita che non può a meno di ripugnarle? Coll'ingegno e cogli studi che hai, devi tu stesso esercitare la tua attività in un campo più vasto che non sia una miniera di zolfo. Se resti qui, qual'è la cosa a cui tu non possa aspirare? Un giorno disporrai a tuo talento d'una pingue fortuna, e il bene ch'essa ti permetterà di fare, ti compenserà largamente delle piccole noje che avrai dovuto soffrire per ottenerla.

Ragioni fiacche che non persuadevano Roberto, ma contribuivano ad infastidirlo, a crescere le angustie del suo spirito. Era convinto che non gli restasse ormai che un solo partito degno di lui: dire addio per sempre ad una fanciulla che non sapeva comprenderlo, dire addio a sua madre bamboleggiante in vane illusioni, tornar fra la gente semplice e schietta che l'aveva circondato di benevolenza e di stima, scrivere a M.^r Black dichiarandosi pronto ad accettare la direzione della nuova miniera, ripigliare i suoi lavori, seguir la sua stella. Era convinto di ciò, eppure la passione, il puntiglio, la gelosia gl'impedivano di prendere una risoluzione definitiva. Egli, così pronto fino allora a scegliere la sua via, avrebbe avuto bisogno di un consiglio virile che dissipasse i suoi ultimi dubbi. Ma nessuno voleva mettersi ne' suoi panni; i suoi intimi amici, o erano mutati da quelli d'una volta, o non erano più in Milano. Ed egli si pentiva d'una gita che gli procacciava tante disillusioni, che faceva di lui uno spostato nella sua patria e nella sua casa.

Del resto, si può dire in tesi generale che il rivedere il proprio paese dopo una lunga assenza è cosa che reca infinite dolcezze, ma che non è scevra mai di dolori. Se, partendo, si credeva di lasciar in molte anime un vuoto che avrebbe stentato ad essere riempiuto, non si tarda ad accorgersi che nella maggior parte almeno di queste anime il vuoto fu colmato interamente. Lo hanno colmato nuove abitudini e nuove simpatie, e chi ritorna s'avvede che, ripigliando l'antico posto nei crocchi fidati d'un tempo, egli deve disturbar qualcheduno. Gli si lascierà forse la sedia ch'egli soleva occupare prima della sua partenza, ma chi si alza per cedergliela non presta sempre di buon grado questo servizio, e non sempre quelli che gli seggono ai lati sono lieti del cambiamento. Certo, anche chi è lontano e oggi ritorna ha in questo frattempo vissuto in mezzo ad altra gente e ha patito di nostalgia meno di quanto avesse temuto prima; ma per lui l'idea della patria si associa a tutto ciò ch'egli aveva di caro all'istante di lasciarla. Capisce l'esiglio, non capisce la patria diversa da quella ch'egli ha abbandonata. È la ragione per la quale molti che cominciarono ad essere esuli forzati finiscono coll'esser esuli volontari.

Il colloquio tra l'ingegnere Arconti e Lucilla non aveva condotto i due giovani a un'aperta rottura. Non la volevano essi medesimi; l'avrebbe a ogni modo evitata l'interposizione delle rispettive genitrici. Roberto e Lucilla si vedevano ogni giorno, ora discorrendo confidenzialmente, ora punzecchiandosi a vicenda, ma schivando l'argomento capitale che doveva decidere della loro sorte.—Oh farà giudizio—diceva fra sè la giovinetta. E aspettava sempre di veder l'amante a' suoi piedi. Roberto invece non aveva che una debole speranza nel cambiamento di Lucilla. Le visite ch'egli le faceva lo lasciavano triste: a casa sua sentiva le prediche di sua madre che lo accusava d'essere un figlio snaturato, perchè non sapeva sacrificarle il suo orgoglio e le sue ubbie di delicatezza: al passeggio, ai caffè, ai teatri s'annoiava, tanto i suoi gusti s'eran trasformati nel periodo di tredici mesi. Anche in mezzo ai suoi libri (e la maggior parte della sua biblioteca era rimasta a Milano), anche in mezzo ai suoi libri provava un senso di tedio. Essi non bastavano più a riempiere il suo pensiero: la vita contemplativa non era più fatta per lui; aveva bisogno d'azione. Tutto contribuiva a fargli ridesiderare Valduria! oh perchè, perchè Lucilla non voleva seguirlo?

Lucilla aveva ben altro pel capo. La prossima rappresentazione dei quadri viventi a cui doveva prender parte l'assorbiva tutta, ed ella passava almeno un paio d'ore al giorno davanti allo specchio a studiar l'atteggiamento nel quale si sarebbe mostrata al colto pubblico la sera dello spettacolo. A ciò s'aggiungevano le prove in casa Osnaldi, prove fatte naturalmente in compagnia del marchesino Moschi e dei personaggi destinati a figurare negli altri quadri. Ella vi si recava in compagnia di sua madre, e talvolta anche della signora Federica, cui non pareva vero di cacciarsi dappertutto, querelandosi sempre delle sciagure che l'avevano colpita e che le impedivano di divertirsi in alcun luogo.

La partecipazione di Lucilla a questi quadri viventi era per Roberto uno spino nell'occhio, ma le preghiere ch'egli aveva rivolte alla ragazza affinch'ella si dispensasse dal comparire come Margherita insieme al marchesino Moschi erano cadute a vuoto. Prima di tutto, si trattava d'un impegno preso da un pezzo e a cui non era lecito di mancare; poi le obbiezioni di Roberto non avevano senso comune; e finalmente con che diritto Roberto domandava sacrifici agli altri, egli che agli altri non voleva sacrificar nulla?—Eh carino—gli diceva sua madre—per aver voce in capitolo bisognerebbe essere ufficialmente il promesso sposo di Lucilla. Avresti torto a ogni modo, perchè un uomo non deve mai fare il tiranno, ma almeno potresti parlare. Invece il tuo contegno ti chiude la bocca, e puoi anzi ringraziare Lucilla e i suoi genitori se ti permettono ancora di bazzicar in casa loro.

La vigilia della rappresentazione, la signora Federica, reduce dall'ultima prova, fece a suo figlio uno sproloquio più lungo.—Gli Osnaldi ti aspettano senza fallo domani sera, e io mi sono impegnata formalmente per te. Mancando, useresti uno sfregio a loro e a Lucilla…. Vedrai, vedrai come Lucilla sta bene abbigliata da Margherita…. E anche il marchesino Moschi è un bel Faust…. Non nego però ch'è un poco svenevole…. Non ha quel chic…. so io ciò che voglio dire…. quel chic che avevi tu una volta, prima di andarti a seppellire, povero grullo che sei, fra quei montanari di Valduria… Gli altri quadri sono mediocri…. Bisogna confessare che le belle persone son rare. La cugina degli Osnaldi, per esempio, che fa da Giuditta nel momento in cui ammazza Oloferne, ha due occhi che non son brutti, ma è tozza e le si legge in viso la provinciale a un miglio di distanza…. È di Vimercate, come gli Osnaldi, che si stabilirono qui dal 1860 e non hanno mai acquistato l'aria cittadina. Adesso poi, dopo una nuova eredità che han fatta, paiono ancora più parvenus d'una volta…. Spendono e spandono per farsi metter nelle gazzette…. tutta vanità…. Leggeremo i panegirici della festa e dell'appartamento, e sì che ci sarebbe molto da ridire…. Ma a noi poco monta…. Se diverremo ricchi, sapremo far le cose con assai miglior garbo….

—Cara mamma, noi non diverremo mai ricchi, e di queste cose non ne faremo nè bene nè male—interruppe Roberto.

—Aspetta a parlare domani sera—ripigliò la signora Federica in tuono solenne.—Quando avrai visto Lucilla sotto le spoglie di Margherita capirai che il vero Faust di quella Margherita devi esser tu…. Intanto preparati a ballare, che già come tutti i salmi finiscono in gloria, così tutte le feste dove c'è gioventù finiscon col ballo…. Io dovrò raffazzonare alla meglio una vecchia toilette…. Pur troppo son ridotta a tal punto…. io che mi facevo ogni mese un vestito nuovo!

XVIII.

La sera della rappresentazione, l'ampio salotto di casa Osnaldi era pieno di gente.

Dalla parte delle finestre s'era improvvisato un piccolo palco scenico; il resto della stanza era occupato dal pubblico; le signore sedute sul davanti, gli uomini ritti e pigiati dietro le sedie. Quelle si facevano fresco col ventaglio, questi col cappello, quando però riuscivano a mover le braccia. In generale, si diceva che non eran trattenimenti da darsi in giugno. Ma lo si diceva a bassa voce, perchè la signora Osnaldi, sottile, instancabile, era onnipresente come domeneddio. Ora si cacciava nell'interstizio di due sedie, ora fendeva l'angusta corsia che divideva le sedie dalle pareti e lungo la quale s'eran disposti dei panchettini pei bimbi, ora faceva capolino dietro il sipario del palcoscenico, ora compariva nell'anticamera, ora riusciva a insinuarsi nella folla degli uomini scambiando sorrisi, complimenti e strette di mano. La signora Osnaldi non era nè bella nè giovine, ma la sua bassa statura, la sua magrezza, la rapidità de' suoi movimenti le davano una certa aria infantile, sopratutto se la si paragonava al marito, ch'era grande e grosso come una balena ed era altrettanto tenero della quiete quant'ella era appassionata del moto. Infatti il signor Amilcare Osnaldi, con la scusa d'essere il primo a ricevere gl'invitati, aveva quella sera preso domicilio nell'anticamera e si dondolava in un seggiolone di canna d'India. Ogni momento sua moglie, la signora Elvira, sbucando fuori d'improvviso da destra o da sinistra, gli si avvicinava, e gli susurrava qualche parola all'orecchio.

Fu in uno di questi momenti che l'ingegnere Arconti giunse insieme a sua madre, e potè così presentar i suoi omaggi contemporaneamente ai due padroni di casa.

—Entri, entri in salotto—disse la signora Elvira—e veda di trovarsi un buon posto…. C'è folla, proprio folla…. Davvero non avrei creduto…. E lei, signora Federica, venga con me. Già m'immagino che vorrà assistere alla toilette della nostra Margherita… Cara ragazza! Non s'è fatta aspettare. È qui con sua madre dalle otto… Venga, venga, signora Arconti…. Ah scusi, son subito con lei….

E la minuscola signora andò incontro con molta effusione ad un giovinetto di primo pelo che s'avanzava con incesso maestoso.—Bravo, signor Dalla Noce, ha tenuta la sua parola…. Osnaldi, saluta il signor Dalla Noce…. Ci sarà un posticino apposta per lei, un posticino da cui potrà veder tutto e prendersi i suoi appunti…. Adesso la condurrò io…. Sappiamo che per lor signori giornalisti ci vogliono speciali riguardi.

Il signor Dalla Noce si levò l'occhialino che aveva inforcato al naso e s'inchinò con molta gravità.

Allora la padrona di casa si ricordò che doveva prima condurre la signora Federica nella camera ove c'erano le signore Dal Bono, e chiese un istante di sofferenza al sacerdote della libera stampa. Ma la Arconti, che non era donna da confondersi pei troppi riguardi e conosceva benissimo la disposizione della casa Osnaldi, se n'era già andata senza bisogno di guida, onde la signora Elvira potè insediar subito il grave pubblicista nel posto distinto ch'ella gli aveva serbato. Colà giunto, il signor Dalla Noce si rimise l'occhialino e girò uno sguardo dominatore sull'adunanza. Indi si levò i guanti, li voltò e piegò con grandissima cura e li ripose in tasca del soprabito. Quei guanti, che gli avevano già servito in un pajo di solennità, dovevano servirgli ancora per assistere ad un banchetto che stava preparandosi in onore d'un celebre uomo politico straniero, di passaggio per Milano, banchetto a cui la stampa cittadina si sarebbe fatta rappresentare da' suoi direttori o da' suoi cronisti. E il signor Dalla Noce era appunto un cronista, com'era facile indovinare da quella sua aria di uomo che ha bisogno di persuadersi della propria importanza per giustificare a sè stesso il suo intervento gratuito dappertutto.

Intanto l'ingegnere Arconti era penetrato nella sala e s'era confuso cogli altri invitati. Perchè era venuto dagli Osnaldi? Non lo sapeva nemmen lui; sapeva soltanto che soffriva immensamente a trovarsi colà, e che avrebbe sofferto anche di più a veder Lucilla esposta agli sguardi d'un pubblico indiscreto e curioso, insieme ad un uomo ch'egli abborriva e sprezzava. Pure una forza maggiore di lui lo teneva inchiodato al suo posto.

—Arconti,—gli disse un antico conoscente che gli era vicino—non saluti nemmeno gli amici?

—Oh—rispose Roberto,—scusa, non ti avevo visto.

—Resti ancora a Milano un pezzo?

—Oh no…. pochissimo.

—E torni laggiù alla tua miniera?

—Sì….

Questo breve dialogo ricordò all'ingegnere Arconti che il suo congedo di quindici giorni non era lontano dal termine e che egli non aveva ancor preso un partito definitivo. I Dal Bono e sua madre non dubitavano di finire coll'indurlo a fare a modo loro, e il suo silenzio contribuiva a mantenerli nella loro illusione. No, non era possibile di durar più a lungo così. Domani, quella sera stessa forse, egli avrebbe fatto un ultimo tentativo con Lucilla, e se anche questo gli fosse fallito, ebbene, a costo di morire poi di dolore, egli avrebbe, senz'altri inutili indugi, ripreso la via di Valduria, e spezzato un vincolo che gli imponeva il sacrifizio della sua dignità.

Nella sala s'era fatto quel profondo silenzio che precorre i grandi avvenimenti. La padrona di casa, allontanandosi dal signor Dalla Noce a cui aveva dato alcune spiegazioni da lui richieste pel suo entrefilet di cronaca, salì sopra uno sgabello, per rendersi visibile ai servi, e battè le mani palma a palma. Le fiamme della lumiera a gas, che rischiarava la stanza, si abbassarono d'improvviso in mezzo a un oh sommesso e prolungato degli spettatori adulti e a un uh clamoroso e festante dei bimbi. In pari tempo si alzò la tenda, e nel palcoscenico, illuminato dalla luce elettrica, apparve Caino in atto di uccidere Abele. La luce elettrica in questo primo quadro ne fece delle sue, brillò a sprazzi, ora fulgida come un sole, ora tremula e fioca come un lumicino da notte. Poi, sul più bello, l'apparato si mosse, e il fascio di raggi invece di cadere su Caino ed Abele, li lasciò perfettamente al bujo, e venne ad abbagliare gli spettatori, obbligandoli a ripararsi gli occhi con le mani, o coi fazzoletti, o coi ventagli o coi cappelli. Il successo di questo primo quadro fu mediocre. Il secondo ci trasportava in Egitto ai tempi della grandezza romana. Era la morte di Cleopatra. La superba regina, sdrajata sopra un letto, stendeva la mano verso un canestro di frutta, che le era presentato da una schiava, e nel quale si trovava l'aspide che doveva por fine ai suoi giorni. Il personaggio di Cleopatra era rappresentato da una signora assai grassa e matura, e più di qualcheduno osservava sommessamente che Antonio aveva avuto un gran torto ad innamorarsene. Nondimeno, al calar del sipario, gli applausi scoppiarono unanimi, e la signora Osnaldi colse l'occasione favorevole per insinuarsi tra le sedie e venir a raccogliere le congratulazioni del pubblico.—Pare la biscia di Cleopatra—disse un bell'umore al suo vicino.

Per la terza volta la sala rimase nell'ombra, e il sipario, alzandosi, scoprì il triste caso di Oloferne. L'esito di questo quadro fu compromesso da un'inezia. L'Oloferne di quella sera era un pacifico cittadino ammogliato con prole, e i teneri figlioletti si trovavano appunto fra gli spettatori. Vedendo Giuditta che stringeva in una mano i capelli del genitore, e con l'altra gli teneva sospesa una spada sulla testa, essi si misero a battere i piedi e gridare.—No, ferma, ferma!—Dal canto suo, Oloferne, nell'udir le grida strazianti delle sue creaturine, non potè a meno di sollevare il capo, e di chiedere a Giuditta che cosa fosse accaduto. La tela calò in fretta, per nascondere un incidente non rammentato dai libri sacri.

La signora Elvira, un po' turbata dall'inatteso contrattempo, affrettò la riscossa, facendo anticipare il quadro su cui ella contava di più; il primo incontro di Fausto con Margherita. Margherita, con gli occhi chini al suolo, con le treccie bionde che le scendevano giù per le spalle, col suo libriccino di preghiere in mano, era in atto di schermirsi da Fausto che le offriva il braccio per accompagnarla. Un pianoforte invisibile intuonava sommessamente il famoso Permetteresti a me, ecc., dell'opera di Gounod. Un applauso immenso e spontaneo scoppiò nella stanza, e si chiese e si ottenne il bis una prima e una seconda volta. Fu davvero un grande successo. Margherita non poteva esser più bella, la sua parrucca bionda dava maggior risalto allo splendore delle sue pupille nere, le linee scultorie della sua persona si disegnavano mirabilmente sotto il semplice e succinto vestito azzurro ch'ella indossava. Anche Fausto faceva una discreta figura, ma, come si può immaginarsi, non era su lui che s'appuntavano tutti gli sguardi.—Chi non darebbe l'anima al diavolo per quella Margherita?—susurravano gli uomini fra di loro.

E Roberto non l'aveva ammirata meno degli altri, ma la sua ammirazione era mista di tanto dolore! Gli faceva male vederla lì sopra una specie di palcoscenico insieme ad un damerino sciocco e ridicolo, al quale egli avrebbe voluto somministrare una buona lezione. Egli capiva benissimo che, dato il carattere di Lucilla, gli applausi ond'ell'era l'oggetto non potevano a meno d'inebbriarla, di alienarla maggiormente dall'ideale casalingo e modesto a cui le era dato aspirare unendosi a lui.

Seguirono ancora alcuni quadri, ma non ebbero che un successo di stima, e, a spettacolo terminato, il nome della seducentissima Margherita continuava ad essere su tutte le labbra. I personaggi della rappresentazione si mescolarono al pubblico nei loro rispettivi abbigliamenti. Abele riconciliato con Caino, Oloferne scampato al ferro di Giuditta, Giuditta dimentica de' suoi feroci propositi, e Cleopatra guarita dalla puntura dell'aspide, passeggiavano per la sala, ricevendo congratulazioni e strette di mano dai parenti e dagli amici. La padrona di casa conduceva in giro l'astro più fulgido della serata, Lucilla, al fianco della quale ella faceva una ben meschina figura. E Lucilla sentiva d'esser la regina della festa; ella passava sotto quel fuoco di sguardi infiammati, in mezzo a quel bisbiglio lusinghiero che non giunge mai impunemente all'orecchio d'una donna. Tutti volevano esserle presentati, tutti le dirigevano parole piene di sincero entusiasmo. La signora Elvira stimò suo dovere di farle conoscere anche il signor Dalla Noce, il grave cronista, il quale, con un sorrisetto a fior di labbro, le lasciò intendere che l'indomani la stampa si sarebbe occupata di lei. E Lucilla, orgogliosetta con gli altri, fu affabilissima con l'insigne scrittore. Ella stava già leggendo con la fantasia la prosa fiorita del signor Dalla Noce quando le si avvicinò Roberto.

—Oh!—diss'ella.—Finalmente si fa vedere, signor Arconti.—Poi soggiunse, rivolta alla signora Elvira.—Questo è l'uomo selvaggio, l'orso bianco della Norvegia. Vive gran parte dell'anno sotto terra, fugge la luce e il consorzio civile.

Il giovine ingegnere rimase alquanto sconcertato dal tuono burlesco della fanciulla, e specialmente dal Lei cerimonioso ch'ella, del resto con ragione, aveva usato parlandogli. Tuttavia egli riprese:—La bella Margherita consentirebbe a fare un giro con me?

—Volentieri—rispose Lucilla—se la signora Elvira lo permette.

La signora Elvira lo permise.—Vado—ella disse—a dar le disposizioni perchè sbarazzino questa sala. Intanto passeremo tutti di là.

L'appartamento degli Osnaldi era vasto e la folla si disperse nelle altre stanze.

—Come sei bella!—susurrò l'Arconti all'orecchio di Lucilla, mentre premeva sotto il suo braccio il braccio di lei.

Ella si finse sorpresa di sentir questo complimento da Roberto, e osservò con l'aria scherzosa di prima:—Anche l'uomo selvaggio si occupa di queste cose?

—L'uomo selvaggio, Lucilla, tu lo sai benissimo, non ha mai trovato bella altra donna che te. Ed egli vorrebbe dar tutta la sua vita per questa donna, vorrebbe che questa donna fosse sua, unicamente sua.

—Sulla cima d'una montagna?

—Tu ridi sempre!

—Parla adagio, non farti sentire a darmi del tu.

I due giovani entrarono in un gabinetto ove in quel momento non c'erano altre persone, e si appoggiarono al davanzale d'una finestra aperta, respiciente un giardino, da cui esalava un soave odore di caprifoglio.

—Ti ricordi—disse Roberto abbassando la voce—del tempo in cui, fanciulli, giocavamo insieme? Noi si stava allora verso Porta Venezia, avevamo un bel giardino più grande di questo, e tu ti divertivi tanto a correre pe' suoi sentieri tortuosi. Mi par di sentire la ghiaja scricchiolare sotto i tuoi piedini…. Io t'inseguivo, ti raggiungevo, ti tenevo prigioniera…. E allora ci giuravamo di restar sempre uniti, fino alla morte. Te ne ricordi?…. Adesso io sto per ripartire…. sì, la mia licenza finisce lunedì, e se ci separeremo così sarà lo stesso ch'esserci detto addio per sempre.

—Di chi la colpa?

—Lascia ch'io ti parli ancora una volta, Lucilla….

—Non in questo momento…. Bisogna tornar nella sala….

—Non in questo momento; ma stasera stessa… più tardi. Abbandona presto la festa…. Persuadi tua madre a ritornar a piedi…. Io vi accompagnerò…. È una notte d'incanto….

—Abbandonar presto la festa? Ma è impossibile….

—Chi te lo vieta?

—Sono impegnata per quasi tutti i balli….

—Trova una scusa…. Di' che non ti senti bene….

—No, no, non mi crederebbero, farei una cattiva figura…. Ah, che cosa suonano adesso?

—Non so, una polka, un valzer, che mi importa?

—È una polka. Il marchesino Moschi mi cercherà.

—È il tuo cavaliere?

—Sì, per la prima polka e per il cotillon.

—Lucilla, balla pure la polka, ma se mi vuoi ancora un po' di bene, sciogli l'impegno pel cotillon.

—Perchè? Per darti il gusto di farmi un nuovo sermone questa notte istessa?…. Non puoi venire domani a casa? Già se non hai mutato idea, mi dispiace, sprecherai il fiato.

—Lucilla—ripetè il giovine con passione.—Ha ben ragione chi dice che l'amore è cieco. Non dovrei amarti, e t'amo tanto.

—È una sgarberia, o è un complimento?

—È la verità, crudele che sei…. Non lo vedi che fai di tutto per tormentarmi?

—Insomma, adesso non posso più darti retta…. Riconducimi in sala, o ci vado da me.

E si mosse dalla finestra.

—Ti riconduco subito—disse Roberto trattenendola.—Ma promettimi di lasciar la festa prima del cotillon.

—La lascerei volentieri se non fossi impegnata.

—È appunto per questo che ti supplico di lasciarla:

—Per questo?

—Sì, perchè quel tuo Moschi m'è antipatico, m'è odioso, e non voglio che tu balli con lui.

—Non vuoi? Con che diritto?

—Col diritto di un uomo che t'ha amata fin da bambino….

—Sì, e che rifiuta l'unico mezzo possibile per farmi sua moglie.

—Non l'unico, non l'unico….

—L'unico possibile, ripeto….

—Ascoltami, Lucilla….

—Riparleremo domani…. Andiamo adesso….

—Un'ultima parola…. Se, dopo questa polka, tu balli ancora col marchesino, ti giuro ch'io provoco quello stupido bellimbusto.

—Uno scandalo?

—E sia pure.

—Fa quello che ti piace…. Io non ricevo intimazioni….

Il tuono freddo con cui furono proferite queste parole fece impallidire Roberto. Lucilla parve un momento pentirsene, e col piglio carezzevole ch'era una tra le sue maggiori seduzioni, soggiunse:—Sei un fanciullo.

Egli non le rispose, ma le porse il braccio in silenzio, e l'accompagnò nella sala, ove la padrona di casa l'accolse con un oh prolungato, e ove il marchesino Moschi s'affrettò a venire a reclamare il suo giro di polka.

La giovinetta ebbe un istante di esitazione, guardò Roberto, ch'era serio, impassibile; poi si lasciò condur via dal suo ballerino.

—Ecco Fausto e Margherita—dicevano gli spettatori ammirando la elegantissima coppia.

Lucilla fu più volte sul punto di annunziare al suo cavaliere che non avrebbe potuto ballare con lui il cotillon perchè si sarebbe assentata prima da casa Osnaldi. Ma le si affacciavano difficoltà insuperabili; le avrebbero chiesto il motivo di questa sua partenza, la signora Elvira avrebbe giudicato in lei una scortesia il privar la festa del suo più bell'ornamento, sua madre stessa, quantunque sempre disposta a far a modo suo, non si sarebbe mossa senza infastidirla con una infinità di domande. La verità si era che i trionfi di quella sera l'inebbriavano, e ch'ella non aveva voglia di rinunciarvi così presto.

Inoltre, perchè non doveva avere anche ella la sua dignità, come Roberto, che ne discorreva a ogni piè sospinto? Che figura avrebbe fatto cedendo? Ma s'egli avesse avuto davvero l'intenzione di provocare il marchesino? Lucilla si sforzava di persuadersi che gli umori di Roberto sarebbero sbolliti naturalmente, che sarebbero stati lampi senza tuoni. E poi, chi può dire che nel suo cervellino leggero ella non si sentisse lusingata dall'idea di far nascere un duello per cagion sua? Già ella vedeva dalle cronache dei giornali che i duelli si risolvono in graffiature.

XIX.

Ad onta della stagione poco propizia, il ballo di casa Osnaldi continuava abbastanza animato. Lucilla era quasi sempre in movimento. Ne' suoi brevi riposi ella veniva a sedere vicino a sua madre, o alla signora Federica, o alla signora Elvira, seguita da un nugolo di ammiratori. La signora Federica non riusciva ad intendere il contegno di suo figlio, che stava ritto in fondo alla sala, addossato allo stipite di un uscio, vicino a tre o quattro uomini seri, con cui probabilmente discorreva della sua miniera. Ella lo aveva visto prima insieme a Lucilla, ma non sapeva ciò che i due giovani s'erano detto, e non aveva potuto chiederlo nè a lui, nè alla ragazza. Intanto ella pativa nel suo amor proprio di madre. Perchè Roberto si teneva in disparte? Perchè non ballava? È vero, egli non era mai stato un ballerino appassionato, nemmeno a' suoi tempi brillanti; ma chi non sa ballare una quadriglia o una polka? Perchè non aveva mai invitato Lucilla a fare un giro con lui? E se era geloso, perchè non suscitava alla sua volta la gelosia della fanciulla corteggiando qualche altra donna? Aveva dunque disimparato i primi rudimenti del viver sociale, egli che prometteva d'essere uno fra i giovani più vivaci, più eleganti, più graditi d'una città come Milano? Un anno in mezzo allo zolfo l'aveva ridotto a tal punto? E pensare che s'era incaponito di tornar laggiù, anzi di fissarvi stabile dimora, e di condurvi Lucilla, se ella avesse avuto l'ingenuità di andarci! La signora Federica non poteva a meno di osservare, in seguito a tutte queste riflessioni, come siano avventati i giudizi del mondo. Roberto era reputato generalmente un uomo d'ingegno; ella invece godeva d'una mediocrissima considerazione; eppure a lei non pareva dubbio di avere il cervello a segno assai più di suo figlio.

L'ingegnere Arconti continuava a discorrere di soggetti scientifici, senza mai perder di vista Lucilla. Ella se n'era accorta, ed evitava di rivolgere l'occhio dalla sua parte, ma sentiva ugualmente sopra di sè quello sguardo indagatore, e non sapeva sottrarsi a una vaga inquietudine. C'era qualche cosa di sforzato, di eccessivo nel suo brio, nella sua gajezza; parlava per istordirsi, non badando più che tanto a ciò che le veniva sul labbro. Però lo spirito d'una donna giovane e bellissima passa sempre per spirito di buona lega; l'editore fa accettar l'edizione.

Erano quasi le due dopo mezzanotte, e il momento critico si avvicinava, perchè gli Osnaldi non desideravano che la loro festicciuola durasse fino a un'ora troppo avanzata del mattino.

Non si tardò a dare il segnale del cotillon, e i giovinotti di maggiore iniziativa si affrettarono a disporre convenientemente le sedie intorno alla sala.

Il crocchio degli uomini seri, che discorrevano con Roberto, s'era sciolto appena la parola cotillon aveva risuonato nell'aria; il giovine ingegnere era invece rimasto immobile al suo posto insieme con un suo vecchio amico, di alcuni anni maggiore di lui, già ufficiale d'artiglieria e ora direttore tecnico in un'officina.

Però alla prima battuta della musica anche costui fu preso dalla voglia di andarsene pe' fatti suoi, e porse la mano all'Arconti per congedarsi.

—Se ti pregassi di restare?—disse Roberto.

—Perchè? Io non ballo e non ho voglia di stare alzato tutta la notte. Inoltre mi pare che la nostra conversazione muoja per mancanza di alimento. Tu sei occupatissimo a guardar laggiù.

—È vero. Potrei aver bisogno di te.

L'altro si fece serio.—Allora la cosa è diversa. Ma che c'è mai? Un duello in aria?

—Forse.

I cavalieri andavano alla ricerca delle loro dame: alcune coppie passeggiavano a braccetto su e giù per la sala. Il marchesino Moschi si avvicinò a Lucilla, che si alzò in piedi, consegnò a sua madre il ventaglio, e prese il braccio che le era offerto.

L'ingegnere Arconti divenne pallidissimo, si arricciò i baffi con un movimento convulso, e respingendo una sedia che gli impediva il passo, si diresse verso la parte onde venivano Fausto e Margherita.

Ma s'era mosso appena quando sentì dietro di sè una voce che chiamava—Signor Arconti, signor Arconti.

Era la signora Osnaldi in persona, la quale lo avvertiva esserci in vestibolo un fattorino del telegrafo che chiedeva di lui. Roberto dovette subito andar a vedere di che si trattasse. C'era infatti un telegrafista, che, non avendolo trovato a casa, gli portava presso gli Osnaldi un dispaccio.

Il nostro giovine ne ruppe la busta con viva curiosità, e corse tosto con l'occhio alla firma. Non c'era che un nome: Selmi.

Quel telegramma veniva da Valduria e diceva così:

Ammutinamento e sciopero di minatori. Tua presenza indispensabile. Scongiuroti affrettare ritorno.

Roberto rientrò nella sala da ballo. L'amico ch'egli aveva poc'anzi pregato di rimanere a sua disposizione era sulla soglia ad aspettarlo e lo interrogava con lo sguardo.

—Senti—gli disse l'Arconti—credi che ci voglia più coraggio a battersi in duello o ad affrontare una massa d'operai ammutinati?

—Ad affrontare gli operai, non c'è dubbio.

—E quale delle due imprese stimi più utile, più degna d'un uomo?

—E puoi chiederlo? La seconda…. Badiamo però…. La sfida non è ancora successa?

—No, vi rinuncio e parto per la mia miniera, ove mi chiamano per telegrafo. Qual'è la prima corsa per la via di Piacenza e Bologna?

—Ma…. quella delle 6.10, credo.

—Ebbene, prenderò quella.

A Lucilla non era sfuggito alcuno dei movimenti di Roberto. Allorchè l'aveva visto in atto di dirigersi dalla sua parte, tutta la sua baldanzosa spensieratezza non aveva potuto difenderla da un certo sgomento; ella aveva, suo malgrado, dovuto confessare a sè stessa che non era senza responsabilità in ciò che stava per accadere. Quando invece Roberto era uscito dalla sala, la giovinetta, ignorandone la ragione, s'era stretta nelle spalle e aveva detto in cor suo:—Lo sapevo ch'erano fuochi di paglia.—E nella tranquillità succeduta alla sua inquietudine entrava forse una piccola dose di dispetto.

Comunque sia, al ricomparire dell'Arconti, Lucilla, già in figura col suo cavaliere, provò per un istante le apprensioni di prima. Però, con sua immensa sorpresa e con una mortificazione pari allo stupore, Roberto questa volta si curò appena di lei. Cogliendo il momento propizio, egli traversò la sala, e andò difilato da sua madre, la quale s'era fatta un piccolo uditorio di signore mature, e le intratteneva col racconto delle sue passate grandezze.

Ella parve sbalordita di ciò che Roberto le sussurrò in un orecchio, e, dopo aver detto alle sue vicine:—Scusino, torno subito—si ritrasse con suo figlio in un angolo della sala.

—Ma è una pazzia—ella disse.—Partire questa mattina stessa, senz'aver nulla concluso….

—Non ho più nulla da concludere—rispose Roberto—e non posso mancare al mio dovere.

—Che dovere? La tua licenza finisce soltanto di qui a tre giorni.

—Non importa, hanno bisogno di me, e io non ho il diritto d'esitare un minuto.

Roberto guardò l'orologio e soggiunse:

—Sono le due passate. È meglio andar via subito, alla sordina, senz'accommiatarsi dai padroni di casa.

—No, no, è impossibile…. sarebbe una increanza…. E poi voglio prevenire la Giulia Dal Bono…. Dio mio. Dio mio, che uomo sei! Non puoi aspettare almeno fino a posdomani, fino a domani sera, fino a una corsa più tardi?

—Non lo posso, mamma. È meglio che tu non insista.

Roberto aveva un piglio così risoluto che la signora Federica s'era a poco a poco andata persuadendo ch'era inutile cozzar con lui.

Pur fece un ultimo tentativo.—E puoi lasciar Lucilla in questo modo?
Senza una parola? Senza un saluto?

—Le scriverò una riga prima di partire—rispose il giovine.—È meglio ch'io non le parli. Ella è occupatissima…. Non disturbiamola.

Oramai la signora Federica avvertiva tutta la gravità della situazione. Il matrimonio sul quale ella fondava lo splendido edifizio delle sue speranze si rendeva sempre più improbabile; Roberto pareva deciso a condannar sè, a condannar lei a un'ignobile mediocrità.

—Mio figlio ebbe una chiamata per telegrafo dalla sua miniera, e vuol partire con la prima corsa per Piacenza—ella disse alla signora Osnaldi, scusandosi di lasciar la festa. Indi, facendo segno alla Giulia Dal Bono di avvicinarsi, la ragguagliò in due parole dell'accaduto, e le soggiunse a bassa voce:—Se tu potessi trattenerlo….

Ma la flemmatica signora Giulia non era donna da esercitare un'influenza su Roberto Arconti.

—La ringrazio, signora Giulia, della bontà ch'ella ha sempre avuto per me—le rispose Roberto, stringendole affettuosamente la mano.—La ringrazio dei piani che aveva concepiti e favoriti per l'avvenire mio e d'una persona a lei carissima. Se quei piani non son destinati a compiersi, io le conserverò sempre la mia gratitudine…. Sia felice e possa veder felice sua figlia.

Questo dialogo aveva luogo nella stanza ove gli invitati avevano deposto la loro roba, mentre la signora Federica, ajutata da un cameriere, si metteva la mantiglia e il cappuccio.

Intanto Lucilla, che aveva visto allontanarsi sua madre insieme alla signora Federica e a Roberto, fu punta da una grande curiosità, e approfittando di quella indipendenza di movimenti che è consentita dal cotillon, si affacciò all'uscio che dalla sala metteva alla guardaroba.

Quando la signora Giulia si accorse della sua presenza, ella lasciò
Roberto e si avvicinò a lei.

—Che cosa c'è?—chiese Lucilla.

—Roberto fu richiamato per telegrafo a Valduria e parte tra poche ore—rispose la signora Giulia.

—Parte?—esclamò la giovinetta colpita da questa notizia.

L'Arconti vide che non era più possibile esimersi da una spiegazione, e domandò licenza alla signora Dal Bono di dire una parola a sua figlia.

—Non ti trattengo che due minuti—egli cominciò appena ebbe condotta Lucilla in disparte.—Potrai tornar subito al tuo cotillon. Ho dimesso l'idea di provocare il tuo stupido marchesino. C'è qualche cosa di meglio da fare a questo mondo, e me n'è capitata in buon punto l'occasione.

Ella lo guardava con aria un po' scettica.

—Leggi—e' gli disse, estraendo di tasca il telegramma. E soggiunse, mentr'ella ne scorreva con l'occhio le poche frasi.—Il pericolo che affronto è maggiore di quello che fuggo. Qui non avrei davanti a me che un floscio bellimbusto, laggiù mi troverò faccia a faccia con uomini avvezzi a sfidare ogni giorno la morte…. E, vedi, ringrazio il destino che mi ha fatto giunger questo dispaccio in tempo. S'esso arrivava un momento più tardi, sarei adesso impicciato in una cosidetta questione d'onore, perchè quando la signora Osnaldi mi avvertì che un fattorino del telegrafo chiedeva di me, io ero in procinto di venir a dire una grossa impertinenza al tuo bel cavaliere. È meglio, è mille volte meglio così.

Lucilla cercò di nascondere il suo turbamento sotto un'affettata ironia.

—Ci sarà anche da difendere una donna in quella famosa Valduria. La signorina che studia il francese…. Maria, se non isbaglio.

—Maria—replicò l'Arconti—è una ragazza seria, esercitata sin dall'infanzia alla rigida disciplina del dovere. Non è bella, è appena mezzanamente istruita, ma ha il sentimento di tutto ciò che è nobile e generoso, e l'uomo che ella amasse sarebbe degno d'invidia…. Io non l'amo, io non devo esser nulla per lei; ella non ignora per altro che può contar su me ogni volta che la minacci un pericolo.

La vispa e petulante Lucilla s'era ammutolita.

Roberto le ritolse di mano il dispaccio; poi riprese con voce commossa.—Addio, Lucilla, io non so se tu meriti più di essere amata, ma so che il cuore non muta in un giorno, che in un giorno non si scancella tutto il passato. Verrà un tempo forse in cui la tua immagine non empirà più la mia mente; oggi io non posso fingere un'indifferenza che non ho. Sento che ti amo ancora, sento che sarei ancora il più felice degli uomini se tu volessi dividere con me le aspre battaglie della vita. Ma ora te lo dico più fermamente che mai; non ti farei mia ad altro patto. Addio, Lucilla, torna nella sala dove ti aspettano. Domani, quando i fumi della festa si saranno dissipati, il tuo pensiero si volgerà al compagno della tua infanzia…. Tu sai dove puoi fargli giungere una tua parola…. Addio, addio.

Sentendosi soverchiare dalla commozione, Roberto afferrò il braccio di sua madre e uscì con lei nel vestibolo prima che Lucilla potesse rispondergli.

Intanto nella sala da ballo il direttore del cotillon, col piglio risoluto d'un generale che riordina sul campo di battaglia il suo esercito côlto dal panico, gridava a piena gola—A vos dames et à vos places. Grande ronde.

Lucilla approfittò della momentanea confusione per riprendere il suo posto. Ma aveva perduto la sua ilarità, nè le svenevolezze del marchesino Moschi valevano a ridonargliela.

Mentre si compiva tristamente per lei una festa principiata sotto auspici così brillanti, Roberto doveva rinunziare all'impresa di calmare gli spiriti esacerbati di sua madre. Poichè tutti i suoi argomenti non riuscivano che a convincerla sempre più della dissennatezza e della perversità del figliuolo, egli s'era rassegnato a lasciar libero corso alle sue querimonie e a terminare in silenzio i preparativi per la partenza.

—Vedi—gli disse la signora Federica nel momento in cui egli s'accommiatava—io non ti guarderei nemmeno in viso se non avessi la sicurezza che, appena giunto in quella tua maledetta Valduria, mi scriverai una lettera di scusa e mi supplicherai di riannodar le pratiche coi Dal Bono.

Roberto non volle toglierle questa illusione.

XX.

Riconduciamoci adesso col pensiero a Valduria, nel giorno in cui Roberto ne era partito insieme a M.^r Black per recarsi a Milano. Maria, la quale, come sappiamo, aveva accompagnato fino alla carrozza i due viaggiatori, nel tornare a casa trovò un contadino tutto trafelato che veniva a chiamarla per parte di Gertrude Regoli. La vecchia, inferma da un pezzo, s'era aggravata improvvisamente nella notte ed era ormai in fin di vita.

Solita a correr senz'indugio dove c'era bisogno di lei, Maria non si fece attendere nemmeno questa volta. Allorchè ella giunse, Gertrude aveva già perduta la parola. Ma negli occhi le si leggeva ancora la piena coscienza di sè, e alla vista di Maria quegli occhi brillarono d'una luce più viva. Ella accennò alla ragazza d'avvicinarsi. Maria s'inginocchiò fra Cipriano, che stava ritto al capezzale in atteggiamento di cupo dolore, e il curato che sedeva a piedi del letto, recitando le orazioni degli agonizzanti.

Gertrude fece un altro segno a Cipriano, che pendeva da ogni suo movimento. Il giovine la sollevò a sedere e con infinita cura le acconciò il guanciale sotto la testa. Quindi cadde egli pure in ginocchio accanto al letto. La moribonda con uno sforzo supremo alzò ambe le braccia e impose le mani sul capo dei due giovani, come accomunandoli in un'ultima benedizione. Le sue pupille dilatate si fissarono prima sul volto fieramente contratto di Cipriano, poi sulla faccia pallida e mesta della dolce Maria, e parvero voler esprimere un voto, una preghiera che il labbro non era più capace d'articolare. Un tremito convulso le agitò tutta la persona, un gemito lungo le uscì dal petto, e la sua testa canuta si piegò sulle spalle del rude minatore, che la stringeva fra le braccia chiamando—Mamma, mamma!

—È morta!—disse il prete avvicinandosi.

Cipriano mise un ruggito—Non è vero!—

E seguitava a chiamare—Mamma, mamma!

—Coraggio, Cipriano!—susurrò Maria con accento pieno di soavità.

Al suono della nota voce, le guancie illividite del giovine si tinsero d'un lieve rossore; un'espressione più calma si diffuse sulla sua fisonomia. Egli si lasciò persuadere a deporre sul capezzale il peso inerte che gli si era abbandonato sull'ómero; e mentre Maria con atto pietoso chiudeva gli occhi dell'estinta, egli, ritto ed immobile, con le braccia ciondoloni, con le mani intrecciate, ricorreva nel pensiero i giorni della sua infanzia, quando sua madre lavorava con indomita energia per fargli men dura la vita; e, aspra con gli altri e con sè, prodigava solo per lui tesori d'affetto e di tenerezza. Anch'egli per molto tempo aveva amato lei sola; poscia insieme a lei, un'altra persona. E il suo avvenire dipendeva tutto da quella persona. Ella poteva farlo felice o sventurato senza fine, poteva farlo buono o malvagio. Ma bench'ella gli fosse vicina, in quell'ora, in quella stanza, bench'ella si associasse al suo lutto, come sua madre l'aveva associata a lui nella sua benedizione suprema, egli se ne sentiva più lontano che mai; il suo bel sogno gli pareva più che mai destinato a rimanere un sogno. Nè sapeva rassegnarvisi, e il suo sangue ribolliva, e le sue vene si gonfiavano all'idea che un altr'uomo potesse essere amato da Maria.

—Coraggio!—ripetè la fanciulla nel prender commiato.

Egli le afferrò con forza la mano e la portò alle labbra ardenti.

Maria uscì di là con una profonda tristezza nell'anima. S'era affezionata alla vecchia Gertrude, che l'aveva assistita un pajo d'anni addietro nella sua malattia e che la trattava sempre quasi come una figliuola. Però, assai più che l'estinta, le faceva compassione Cipriano, pel quale ella teneva in serbo un così gran dolore. Poichè non le era dato ignorare ch'egli l'amava, che voleva farla sua sposa, ella invece era decisa di non appartenergli mai, nè vedeva senza sgomento approssimarsi l'istante in cui le sarebbe convenuto dissipar le ultime illusioni del giovine. Talora ella ricordava il passato, e chiedeva a sè medesima se ella avesse sempre pensato ad un modo, se il suo contegno non fosse mai stato tale da alimentare le speranze di Cipriano. Le pareva di no; tuttavia non poteva dissimularsi che un cambiamento era successo in lei, che la sua risoluzione di restar fanciulla era adesso più salda, più irremovibile d'un tempo. Sì, di restar fanciulla; il secreto del suo cuore non aveva preso ancora altra forma.

Nel pomeriggio del dì seguente ebbe luogo il funerale di Gertrude. La vecchia non era amata in paese. I suoi modi acri, la sua incapacità a veder altro di bello al mondo fuor che suo figlio, le avevano alienato gli animi. Così, pochi accompagnarono il suo feretro al camposanto.

Tra i pochi c'era Maria, che quando la bara fu calata nella fossa e coperta di terra, sparse sul tumulo alcuni fiori, poi s'avviò a casa meditabonda e soletta. Non aveva fornito ancora metà del cammino quando si sentì chiamare per nome.

Era Cipriano, che aveva seguito di lontano i suoi passi e ora la raggiungeva per una scorciatoia.

Ella non avrebbe voluto incontrarlo in quel momento; pur gli tese la destra in atto amichevole, e gli domandò con dolcezza:—Come state, Cipriano?

Il giovine le si pose a fianco. Era pallido, più negletto del solito nel vestire; aveva la barba e i capelli rabbuffati.

—Grazie di quello che ha fatto per la mia povera mamma—egli disse.—Oh, la mamma le voleva tanto bene!

—Lo so, Cipriano….

—Le ultime parole ch'ella potè pronunziare jeri mattina furono queste: E Maria non verrà?

—Io sono accorsa appena fui avvertita….

—Oh sì, ma pur troppo mia madre aveva ormai perduto la favella….
Però la sua mente era limpida, e le leggevo negli occhi tutti i
pensieri…. E quand'ella ci benedisse entrambi, lo ha compreso,
Maria, ciò ch'ella voleva dire?

Maria sentì ove mirava il discorso di Cipriano, e chiamò a raccolta tutta la sua energia.

—Voleva dire—ella rispose chinandosi sul margine della strada a raccogliere un fiorellino di campo—Siate sempre buoni amici. E lo saremo, non è vero, Cipriano?

—No, no, non voleva dir questo solo—soggiunse il minatore con enfasi.—Voleva dire più che buoni amici

—Cipriano, ve ne prego, smettete…. Parliamo di vostra madre, che fu sepolta pochi minuti or sono….

—È giusto, signora Maria, questo non sarebbe il momento, ma ho il cuore che mi trabocca…. Son due anni, sa, son due anni che combatto, che peno, che non ho il coraggio di aprirle tutto l'animo mio…. Oh ma non è un segreto per lei, ella non può dirmi che sia un segreto.

Maria tacque. Ella non voleva mentire.

—Ad ogni modo—proseguì Cipriano—nell'immensità del mio dolore trovo oggi la forza che non ho trovato mai…. L'amo, Maria, l'amo come un pazzo….

La fanciulla voleva interromperlo; egli continuò:—E non mi son dissimulato gli ostacoli. Mi son detto tante volte: Cosa sei tu di fronte a Maria? Ella è una signorina, e tu sei un rozzo operajo; ella è un angelo di bontà e tu sei cattivo…. Oh, sì, la natura mi ha dato istinti perversi; sento che ho la capacità di fare il male…. sento che guai a me se si scatena il demonio che tengo chiuso qui dentro…. Vede, io non mi faccio la corte…. ipocrita, no, non lo sono…. Insomma mi son detto, mi son ripetuto che non avevo il diritto d'amarla, e l'ho amata lo stesso…. E quando mi sono accorto che non potevo fare altrimenti, ho cambiato tattica; mi son prefisso di rendermi degno di lei…. Ho studiato quel poco che potevo studiare, ho messo in opera tutta la mia forza di volontà per sollevarmi dalla mia posizione subalterna, e ci son riuscito, e non son più il meschino minatore d'una volta, e ho anch'io un avvenire, e quantunque non esca dall'Università, dai Politecnici, posso sperare anch'io d'essere un giorno a capo di una miniera come tanti altri. Ma non è la sola cosa che abbia fatto. Ho represso i miei impeti, le mie collere, i miei odî, ho cercato di domare il mio carattere…. tutto per lei, per lei sola…. Oh s'ella mi manca, Maria, l'uomo di prima ritorna….

—Non lo dite, Cipriano. Noi non dobbiamo far dipender da un'altra persona le nostre virtù e i nostri vizi.

—Avrà ragione, ella ha sempre ragione…. ma io non diventerei virtuoso per amore della virtù, lo diventerei per amor suo…. Maria, mi dica una parola, mi dia una speranza…. o, piuttosto, no…. se non ha vinto le sue incertezze, si prenda tempo a rispondermi…. Aspetterò…. Ho aspettato tanto.

Maria comprese che al punto in cui eran le cose bisognava rimover per sempre ogni equivoco. Sentiva ch'era in procinto di fare un gran male a Cipriano, ella che, in vita sua, non aveva fatto male a nessuno, e gliene doleva nell'anima, ma non c'era rimedio. No, il sacrificio del suo cuore nessuno aveva il diritto di chiederglielo. Alzò verso Cipriano i suoi occhi dolci e profondi, e con un tremito nella voce cominciò:—Cipriano, lo sa Iddio, lo sa vostra madre che adesso forse vede i pensieri miei più riposti, se il cuore mi si spezzi all'idea d'amareggiarvi di più in questo giorno…. Io non lo volevo….

—L'ho voluto io, l'ho voluto io. Parli—esclamò Cipriano la cui fisonomia s'era penosamente contratta a quest'esordio di cattivo augurio.