WeRead Powered by ReaderPub
Nella lotta cover

Nella lotta

Chapter 27: XXIII.
Open in WeRead

About This Book

The narrative follows a young man's engagement and comfortable life that are upended when his father reveals severe financial and health setbacks, compelling the family to face consequences of past imprudence. Personal relationships, social expectations and business entanglements intertwine as characters make moral and practical decisions under pressure. Scenes alternate domestic intimacy and public dealings, and recurring themes include duty to family, the necessity of foresight and resilience in hardship, showing how private affections and economic realities shape choices during a crisis.

—Ebbene—ripigliò Maria—non domandatemi più di quello che posso darvi. Siate ragionevole; io vi stimo, io ho per voi tutto l'affetto d'una buona amica….

—Ma non mi ama, ma non mi ha amato mai—interruppe il giovine con impeto—ecco la conclusione.

—Come intendete voi, no, non vi ho amato.

In viso a Cipriano era evidente lo sforzo ch'egli faceva per non prorompere.

—Eppur no, non è vero, non fu sempre così—egli disse.

—Spiegatevi…. Non vi capisco.

—Perchè accettava i miei fiori? Perchè se ne adornava i capelli? Perchè? Perchè? Era meglio che li calpestasse allora come calpesta adesso tutte le mie speranze.

—Ebbene—rispose Maria—se la paura di recarvi offesa con un rifiuto, se la simpatia che realmente avevo per voi mi fece commettere una leggerezza, io ve ne chiedo perdono…. Sarei tanto lieta di poter espiare la mia colpa…. E lo potrei se lo voleste… Lasciatemi essere la vostra confidente, la vostra amica…. O Cipriano, che minaccia c'è nei vostri sguardi?

—C'è…. c'è questo…. Qualcheduno s'è posto fra lei e me, qualcheduno è venuto dal di fuori a impedirle d'amarmi…. Oh, è un pezzo che lo so….

—Le vostre parole non hanno senso—disse la fanciulla.—La persona a cui alludete è oggi presso la sua fidanzata.

—Che importa? Quell'uomo amerà forse un'altra donna, ma egli mi ha tolto il suo cuore, Maria, ed io l'odio.

—Vergognatevi, Cipriano. Parlar d'odio in un giorno come questo!

—Oh, anche mia madre odiava colui…. E mia madre aveva l'istinto sicuro…. Se gli facessi del male, ella ne esulterebbe sotterra.

—Voi bestemmiate….

—Lasci pur ch'io bestemmi, poichè non m'ama…. Chi si cura più di me?… Mia madre è morta…. ed ella, Maria, è la sua ultima parola quella che ha detto?

—Calmatevi, Cipriano….

—No, no, è la sua ultima parola? Non vuol esser mia moglie?

—Vostra moglie, no—disse Maria con accento risoluto.

I suoi occhi s'incontrarono con quelli di Cipriano che mandavano lampi sinistri. Egli voltò la testa quasi temendo l'influenza pacificatrice di quello sguardo dolce a un tempo e sicuro, di quello sguardo che pareva ansioso di medicare le ferite recate dal labbro. Ella non lo amava, ed egli non voleva ad altro patto sacrificarle la ferocia ingenita del suo carattere.

—Addio—egli balbettò con voce soffocata dalla collera.—Qualcheduno dovrà pentirsi….

—Quanto vi compiango, Cipriano!

—Oh! Il compianto!…

—Sì, vi compiango, perchè capisco che avevate ragione… Non siete buono.

—Ella poteva farmi buono e non ha voluto… Ma basta… A lei non torcerò mai un capello… Non abbia paura….

—Paura?—esclamò Maria con alterezza.—Non ne ho mai avuta.

—Tutta la soavità della donna e tutto il vigore dell'uomo—pensò
Cipriano.—E non deve esser mia?

Le si riavvicinò come se volesse riattaccare il discorso, ma ella, allungando il passo e prendendo una scorciatoja, gli disse—Addio—e gli fece segno di non seguirla.

Egli non ebbe il coraggio di disubbidire, e si diresse da un'altra parte.

XXI.

Tutta la forza d'animo di Maria non bastò a farle dissimulare il turbamento prodotto in lei da questa scena. Nel vedersela comparir davanti pallida e stravolta, Odoardo comprese che doveva esserle accaduto qualche cosa di grave e la incalzò di domande. Ella voleva schermirsi, attribuendo la sua commozione all'aver assistito ai funerali di Gertrude, ma non potè trarre in inganno il fratello, avvezzo a trovarla calma e serena anche in mezzo alle cure più fastidiose. Messa alle strette, narrò del suo colloquio con Cipriano, smorzandone le tinte quanto più le fosse possibile e supplicando Odoardo a non darsene pensiero. Ormai tutto doveva ritenersi finito.

Il Selmi però non era di questo parere, e si pentiva anzi della sua passata indulgenza.

—Sono una bestia—egli disse.—Mi ero accorto da un pezzo delle intenzioni di colui, e avrei dovuto immischiarmene. In casi ordinari forse il meglio era affidarmi al tuo buon criterio. Tu hai più giudizio di me e sai regolarti senza bisogno de' miei consigli….. Io non potrei che accogliere a braccia aperte l'uomo a cui tu dessi la preferenza, e non direi parola a favore di quello che tu respingessi… Ma nel caso presente, col carattere violento di Cipriano, dovevo impedire che le cose arrivassero a questo punto.

Maria, addoloratissima delle confidenze che si era lasciata sfuggire, fece quant'era in lei per indurre Odoardo a conservar la neutralità, ma egli non volle prometterle cosa alcuna. E infatti, quella sera stessa, intimò molto recisamente a Cipriano di non turbar più la pace di sua sorella. Contro l'aspettazione di Odoardo, il fiero giovine non accolse le sue parole nè con uno scoppio di collera, nè con un silenzio minaccioso. Per un istante egli riuscì a domare la sua fierezza, il suo orgoglio, e le sue labbra si piegarono alla preghiera.—Non lo si respingesse così…. Amava tanto Maria che l'avrebbe fatta felice. Per lei sola si sarebbe corretto dei suoi difetti, ella sola poteva essere il suo angiolo salvatore. Lo si mettesse alla prova, un anno, due anni, quanto tempo si voleva…. Egli avrebbe taciuto, avrebbe seppellito dentro di sè il suo segreto…. Ma non gli si togliesse ogni speranza.

Odoardo gli parlò con molta benevolenza; gli disse che apprezzava le sue eccellenti qualità, che non considerava certo una colpa in lui il suo amore per Maria, ma poichè questo amore non poteva condurre a nessun risultato, era assolutamente necessario di soffocarlo.

Le lagrime che inumidivano gli occhi di Cipriano si rasciugarono, la sua fisonomia prese una espressione cupa e dura; egli si morse il labbro inferiore, e si ritirò senza soggiunger nulla.

Per qualche giorno non si avvertì in lui alcun mutamento che il dolore della madre perduta non bastasse a giustificare. Ma egli era in preda a una fiera tempesta. Tutte le malvagie passioni che un affetto nobile e puro aveva sopite nella sua anima si svegliavano più violente e imperiose, come ridomandando il posto ch'era stato loro conteso. Esse gli dicevano con amaro sarcasmo: Che ti valse disciplinar la tua tempra indomita, aprire il tuo cuore agli affetti gentili, armarti di pazienza e di mansuetudine? Quello che varrebbe alla vipera lo spogliarsi del suo veleno. Cessando d'esser temuta, non sarebbe amata. La natura t'aveva dato le qualità onde l'uomo divien formidabile; torna come la natura ti fece. Se non puoi aver le voluttà dell'amore, procurati quelle dell'odio; se non puoi esser tra i felici del mondo, vendicati di loro, fa soffrire quelli che ti fanno soffrire.

Queste voci gli suonavano insistenti all'orecchio nelle profondità della miniera, nelle passeggiate solitarie fra i monti, nel deserto della sua casa, ove nessuno domandava più le sue cure e gli prodigava le proprie, ove nessuna mano gli si posava più sulla fronte, ove nessun saluto amichevole lo accoglieva all'arrivo e lo accompagnava alla partenza.

Pure egli si forzava di resistere ai perfidi impulsi che lo spingevano al male. Chi ha visto zampillare la sorgente cristallina torna riluttante a dissetarsi all'acqua limacciosa, chi porta negli occhi i riflessi d'un cielo azzurro stenta ad avvezzarsi alle tenebre.

E anch'egli aveva, come in un sogno, pregustato le gioie sane della vita. Anch'egli, nella sua fantasia, aveva evocato l'immagine geniale di una cameretta modesta che una donna semplice e vereconda riempiva con le grazie ineffabili del suo sorriso. Da lei egli attingeva il coraggio nell'ore dello sconforto, sul suo seno egli trovava il riposo nell'ore della stanchezza, al suo sguardo limpido e soave egli chiedeva il segreto dell'indulgenza e della bontà.

Questa visione fuggente aveva lasciato dietro a sè come un solco di luce che illuminava l'abisso in cui egli era sul punto di precipitarsi seguendo le suggestioni dell'odio e della vendetta. Se avesse potuto resistervi! Se avesse potuto soffrir con calma serena le ingiustizie della fortuna e degli uomini! Se con la condotta laboriosa, paziente, tranquilla, avesse potuto vincere l'inesorabile fanciulla che lo respingeva da sè!

No, no; eran vane illusioni; erano esitanze codarde. Qualcheduno dovrà pentirsi—egli aveva detto a Maria, e la sua minaccia si sarebbe compiuta. Come? Su chi? Non lo sapeva ancora; sentiva soltanto un prepotente bisogno di nuocere.

E cercava di persuadersi delle mille ragioni che aveva per abborrire il Selmi, per abborrire l'Arconti, per agognar la rovina della miniera. Non lo si era stimato mai al suo vero valore; per più anni egli era rimasto confuso nella folla degli operai; se l'ingegnere Arconti l'aveva distinto dagli altri, era stato per servirsi di lui; se la Società gli aveva reso una tarda giustizia, essa non aveva fatto in suo pro la metà di quello che egli meritava. Lo si condannava sempre ad essere un esecutore degli ordini altrui, ed egli non ammetteva la superiorità intellettuale dei suoi capi. Non teneva in nessun conto il Selmi e non si reputava da meno dell'Arconti, quantunque l'ingegno e la dottrina di quest'ultimo lo avessero colpito in passato. Ma egli aveva particolari ragioni per detestarlo; era lui, era lui sicuramente che gli rapiva il cuor di Maria; era su lui più che su tutti ch'egli doveva sfogare il suo livore. Gli avrebbe aizzato contro il personale della miniera, avrebbe intralciato la riuscita de' suoi lavori, avrebbe fatto il possibile per distruggere la sua riputazione.

Non mancavano a Valduria gli elementi torbidi. Odoardo Selmi aveva fin dal principio additato a Roberto alcuni minatori su cui pesava un delitto di sangue. Erano nature fiere, iraconde, uomini pronti a metter mano al coltello, spregiatori della vita altrui e della propria.—Sono belve addomesticate—diceva Odoardo.—Quando meno si crede, possono digrignare i denti e spiegare gli artigli.—E all'amico che gli domandava se fosse davvero indispensabile di tener nella miniera gente siffatta, egli rispondeva che, in fin dei conti, ormai avevano espiato la loro condanna, che non era giusto metterli al bando della società, che, respinti da tutti, avrebbero finito coi gettarsi alla campagna, mentre invece, posti a lavorare e assicurati d'un pane, potevano forse correggersi. L'essenziale era di mostrar sempre che non si aveva paura di loro.

Invero essi non avevano dato nemmeno a Roberto argomento a serie lagnanze. Avevano preso a rispettarlo subito, e poichè egli era fermo senza esser aspro, lo vedevano di buon occhio.

Cipriano non s'era mai sentito attratto verso costoro. Non vedeva in essi che l'energia brutale, ed egli apprezzava soltanto la forza congiunta all'intelligenza. Nè finchè aveva potuto sperar di conseguire i suoi scopi per le vie regolari, s'era curato di farsene dei docili stromenti. Essi sarebbero stati i primi sui quali egli avrebbe aggravato la sua mano, sui quali avrebbe sfogato la sua libidine di dominio. E neppur essi lo amavano. Per loro, come del resto per tutti gli operai della miniera, egli aveva il gran torto di essersi fatto strada da sè. Uscito dalle file degl'infimi, si era creato a poco a poco, dicevano, una posizione brillante, e l'alterigia gli era cresciuta con lo stipendio. Dalle riforme introdotte a Valduria essi non avevano tratto il menomo vantaggio; egli sì; avevano lavorato, avevano faticato per lui. Così pei livellatori era anche lui un'altezza da spianare, era un naturale nemico.

Ad onta di ciò, allorchè Cipriano fu invaso dal demone della vendetta, egli comprese che doveva rimestare in questi bassi fondi. Uscì dal suo riserbo sdegnoso, e con la scusa che dopo la morte della madre la casa gli era divenuta intollerabile, si cacciò nei crocchi più turbolenti, tentando di scandagliare gli animi. Accolto sulle prime con diffidenza, potè notar tuttavia che il momento era abbastanza propizio per suscitare un'agitazione. Che importava agli operai che la miniera fosse serbata a grandi destini se la retribuzione del loro lavoro rimaneva la stessa? La Direzione aveva pensato ai capi, ma in quanto a loro, s'era limitata a dir belle parole, a far vaghe promesse per l'avvenire. C'erano bensì le sue brave prediche, i soliti eccitamenti al risparmio, a inscriversi alla Società di mutuo soccorso, tutti consigli ipocriti e interessati per metter meglio i piedi sul collo ai poveri proletari.

Le idee e le frasi del socialismo, come si vede, principiavano a infiltrarsi a Valduria, fra quella gente rozza, inquieta, settaria per indole e per tradizioni. Lo spirito positivo di Cipriano non si era mai lasciato abbagliare da dottrine fantastiche, e in massima le disuguaglianze del mondo non gli spiacevano, pur di poter essere fra coloro che stavano in alto. E adesso ci stava infatti, sebbene non ci stesse in proporzione al concetto smisurato che aveva di sè medesimo. Comunque sia, se Cipriano soffiava nel fuoco, non era già perchè si fosse convertito al verbo socialista, ma perchè voleva servirsi di quella materia infiammabile. La passione gli aveva posto una benda agli occhi. Non vedeva che mediante la rovina altrui consumava la propria. O piuttosto lo vedeva, e si gettava spontaneamente nel baratro. Il danno ch'egli sperava di fare lo compensava di quello ch'egli temeva di subire.

—Tu sei fra i gaudenti—gli dicevano.—Parli contro il tuo interesse e non puoi essere in buona fede. Avrai i tuoi secondi fini.

Egli si sbracciava a dimostrare che non era vero; che un salario eguale al suo avrebbero potuto averlo tutti gli altri minatori, quando si fosse risparmiato il danaro che si gettava in tante cose inutili, e quando gli azionisti si fossero contentati di men lauti dividendi. C'erano due direttori de' quali ormai si poteva fare a meno….

—Senza l'ingegnere Arconti però la miniera sarebbe forse liquidata—osservava qualcheduno.

Nè Cipriano lo negava; soltanto sosteneva che adesso non c'era più bisogno di lui, nè di Selmi.

—Vorresti essere il direttore tu;—mormoravano i più maligni.

—No, no—gridavano altri—nessun direttore fisso. I soprastanti, uno dopo l'altro, per turno….

—Che diamine?—urlavano i radicali.—I soprastanti soli? Bel gusto aver tanti padroni! Tutti devono poter dirigere, uno per settimana.

—E la miniera dev'esser nostra—soggiungevano ingrossando ancora più la voce gli arrabbiati della montagna.—Siamo noi che ci rischiamo la nostra pelle, siamo noi che ci mettiamo le nostre fatiche. Perchè il frutto del nostro sudore e del nostro sangue deve impinguare quei signori di Londra, i quali non hanno da fare altro che raccogliersi una volta per settimana in un salotto ben riscaldato a dir quattro chiacchiere?….

—E le ore di lavoro devono essere diminuite—interrompeva uno che badava ai risultati positivi e palpabili.

—E la misura del compenso aumentata—diceva un altro.

—Non ci devono esser più nè salari fissi, nè compensi a cottimo.

—Come?

—Naturalmente…. Ci saranno i dividendi.

—Ma se non ci sono?

—Devono esserci…. I capitalisti si son tutti arricchiti coi dividendi. Vuol dir che i dividendi ci sono.

Cipriano s'impensieriva di questo crescendo di bestialità, e prevedeva quanto gli sarebbe stato difficile di dominar l'incendio ch'egli voleva far divampare. Egli cercava nondimeno di calmare gli spiriti. Non era possibile, ripeteva, di ottener tutto in una volta. A mettersi in lotta aperta con la Direzione, si rischiava di tornarsene indietro malconci. Bisognava proceder con cautela e veder intanto di ottenere un aumento nella misura dei compensi. Quanto meglio l'operajo è pagato, tanto meno esso è alla mercede de' suoi padroni, tanto più è in grado di far economie e di dettar legge in avvenire.

Questo suggerimento pareva più pratico degli altri e raccoglieva perciò i maggiori suffragi. Cipriano diceva che a lui non ispettava alcuna iniziativa verso l'ingegnere, che la sua interposizione poteva anzi compromettere il buon successo; che a ogni modo, se fosse stato chiamato a dir la sua opinione, avrebbe appoggiato senza dubbio i suoi compagni. Ove poi non si riuscisse a nulla, egli discuterebbe volentieri con loro i provvedimenti da prendersi.

—Ci lascia in ballo—borbottavano alcuni.

—Vuol stare al coperto.

—Non bisogna fidarsene.

Però il seme gettato fruttava, e l'idea di domandare un aumento di paghe si faceva strada non solo tra gli operai riottosi, ma anche tra i buoni. A loro pure sembrava che la venuta dell'ispettore della Direzione non avrebbe dovuto esser utile soltanto ai capi. Non pensavano che pochi mesi addietro s'era discorso sul serio di sospendere o almeno di ridur considerevolmente i lavori, e quindi il numero delle braccia occupate nella miniera; pensavano soltanto alla disillusione presente. È proprio del cuore umano il dimenticare i mali evitati per ricordarsi soltanto dei beni che non si sono potuti conseguire. I migliori avrebbero voluto attendere il ritorno dell'ingegnere Arconti, ch'era un uomo equo e avrebbe sostenuto validamente la loro causa. Ma le impazienze dei pochi soverchiavano la calma dei molti; anche in questa occasione, come in tante altre, i meno tiravano i più.

Cipriano aveva tutto l'interesse a far sì che la cosa venisse a maturità prima dell'arrivo dell'Arconti, di cui egli sapeva l'influenza sull'animo degli operai. Perciò tenendosi apparentemente in disparte, faceva del suo meglio per organizzare al più presto un movimento ch'egli sperava dovesse rispondere alle sue mire, quale pure ne fosse il risultato. Poichè, o si faceva ragione ai reclami dei minatori, e il suo potere sopra di essi ne sarebbe cresciuto; o le loro domande erano respinte, ed egli avrebbe tratto partito dal malcontento inevitabile che ne sarebbe stato l'effetto.

XXII.

Quella naturale indolenza di spirito che, come sappiamo, faceva riscontro in Odoardo Selmi alla vigoria delle membra e al coraggio nei momenti del pericolo, gl'impedì di sorprendere le machinazioni dei minatori. Non gli sfuggì forse la premura che alcuni d'essi mettevano ad evitarlo, nè gli passarono inosservati i capannelli che si scioglievano al suo avvicinarsi; pure non vi diede importanza. Solo un giorno chiese ridendo ad uno dei lavoranti, che aveva visto più accalorato in un crocchio, se c'era in aria una congiura; ma l'altro ebbe pronta una spiegazione qualunque, e Odoardo non approfondì le sue indagini. Continuava la solita vita; in miniera quel tanto che occorreva, poi a casa davanti al suo fiasco di vino e con la sua pipa in bocca, oppure nella valle dietro a qualche amorazzo.

Invece Maria era piena di ansietà. Non avrebbe voluto pensar male di Cipriano, pure il cuore le diceva che le minacce di lui non erano ciance vane. Spesso domandava timidamente a suo fratello—Cipriano l'hai visto?

—Sicuro che l'ho visto.

—E com'era d'umore?

—Non ci ho badato. Che t'importa? Si direbbe ch'egli ti preme molto, e che sei pentita di non averlo accettato in isposo.

Ella non soggiungeva nulla, ripugnandole il destar sospetti a carico d'una persona già troppo infelice per cagion sua; pur non era tranquilla, e si turbava sopratutto pensando a ciò che poteva accadere al ritorno dell'ingegnere Arconti, così ferocemente odiato da Cipriano. Questo ritorno, da una parte, ella lo avrebbe desiderato con tutte le forze dell'animo; Roberto era una compagnia, una difesa, la casa era tanto vuota senza di lui! Ma se poi lo aspettava un pericolo, se Valduria doveva essergli fatale, s'egli doveva espiare il delitto d'averle ispirato una simpatia di cui forse non s'era nemmeno accorto, alla quale in ogni modo non avrebbe conceduto altro ricambio che una sterile compassione? Del resto, che fare? Dirgli che ritardasse la sua venuta? Dirgli che facesse ciò che non avrebbe fatto sicuramente, ciò che Maria non avrebbe voluto vedergli fare, una viltà?

La ragazza non osava confidar le sue angustie al fratello. Egli avrebbe indovinato il suo segreto, ed ella non voleva scoprirlo a nessuno.

Mentr'era in queste incertezze, la bomba scoppiò.

Una mattina Odoardo tornò dalla sua prima visita alla miniera con aspetto sì frastornato che sua sorella, tutta sgomenta, gliene chiese la cagione. Egli le raccontò subito come una deputazione d'operai gli avesse presentato con gran solennità un memorandum, nel quale si chiedeva in primo luogo un aumento nella misura delle retribuzioni, poi la soppressione di alcune discipline di non lieve importanza.

—La faccenda non è liscia—soggiunse il Selmi.—C'è qualche mestatore. Ma se credono di farmi paura, la sbagliano.

—Povera gente!—interpose Maria, che aveva l'animo inclinato alla pietà.—Se vogliono migliorar la loro condizione, bisogna scusarli…. Non ci sarebbe modo di secondare i loro desideri, almeno in parte?

—Ecco le donne!—esclamò Odoardo infastidito.—Anche le più intelligenti, di certe cose non ne capiscono nulla. Gli operai di Valduria sono i meglio pagati di tutta la regione, e per uno di loro che se ne vada, ne capitan cento ad offrirsi.

—Ed hai già risposto di no?

—Per quello che riguarda il regolamento, ho risposto un no chiaro e tondo; pel resto ho telegrafato a Londra.

—E intanto?

—Intanto c'è tregua, e i lavori continuano al solito.

—Chi sa che a Londra non facciano qualche concessione….

—Non ne faranno nessuna, e non devono farne… Quello che preme è che si decida subito perchè non v'è nulla di peggio che lasciar marcire la piaga…. Non perdonerò mai a me stesso d'essermi fatto cogliere alla sprovveduta…. Bisogna sfrattare i caporioni; l'essenziale è di conoscerli… Ad ogni modo scommetterei che c'è la zampa di Cipriano in questo brutto garbuglio…. Si guardi, però.

Maria n'era persuasa anche troppo, e la riprovevole condotta del giovine la giustificava a' suoi propri occhi del non aver dato ascolto alle sue parole d'amore; nondimeno, era una grande afflizione per lei il pensare ch'ella era la prima cagione d'un avvenimento dal quale potevano derivar tanti guai. Fino allora s'era compiaciuta nell'idea che la sua presenza a Valduria potesse essere utile a qualcheduno; adesso ella si disperava pensando che tutto il bene che aveva fatto non equivaleva certo al male che stava per accadere.

Fu una giornata assai triste per lei. Nè contribuì a fargliela finir lietamente la risposta recisa, categorica che giunse da Londra verso sera al telegramma di Odoardo, e ch'egli si affrettò a comunicare a sua sorella.

Respingete in modo assoluto domande operai. Procedete con energia, informandoci giorno per giorno.

—Almeno questi non tentennano—esclamò il Selmi soddisfatto.

—Bella bravura!—disse Maria.—Son lontani, loro.

—Bah!… Pur di mostrare i denti, la faremo finita presto. Domani una parlatina in regola, e se ci saran riottosi, tanto peggio per loro. Non entreranno più in miniera… Certo che se fosse qui Roberto sarebbe meglio. Egli ha la lingua più spedita di me, e farebbe intender ragione più presto a costoro…. Ma non importa, saprò ben levarmi d'impiccio anch'io.

La mattina seguente, però, egli dovette accorgersi che l'impresa non era così agevole come aveva creduto, giacchè dopo ch'egli ebbe chiamato a sè la deputazione del giorno prima e partecipatole il dispaccio di Londra, corse una parola d'ordine fra gli operai, e pel mezzodì i lavori furono sospesi tanto nell'interno quanto nell'esterno della miniera. Evidentemente il rifiuto era previsto e al rifiuto s'era deliberato di opporre lo sciopero. La solita deputazione venne con grande solennità a darne l'avviso all'ingegnere, soggiungendo in nome proprio e dei propri mandanti che questo sciopero sarebbe durato finchè non fossero state accolte le comuni rimostranze.

Odoardo mise sott'occhio ai delegati le conseguenze d'un passo sì grave, e li prevenne che come oggi non si lasciava intimidire dalle minacce, così più tardi non si sarebbe lasciato commovere dalle preghiere, e avrebbe inesorabilmente ricusato di riammettere nella miniera gl'istigatori di questo movimento. Ci pensassero finch'erano in tempo. Egli accordava loro ventiquattr'ore per venire a resipiscenza.

Poi tentò prendere a parte qualcheduno degli operai ch'egli conosceva per pratica come più alieni da tumulti e da chiassi. Ma essi, o procuravano d'evitarlo, o cercavano di cavarsela con monosillabi. Era chiaro che parecchi non erano entrati spontaneamente in quel brutto impiccio; senonchè, una volta entratici, non sapevano come uscirne. Chi si sentiva vincolato da una specie d'impegno d'onore verso i compagni, chi aveva paura di tirarsi addosso qualche peggior malanno facendo causa da sè.

Cipriano, com'è naturale, non aveva partecipato allo sciopero. Egli era tra i gaudenti, come dicevano i minatori, e non poteva chieder nulla per conto suo. Ma reso cieco dalle sue passioni, spingeva gli altri in una via a capo della quale c'era un abisso che avrebbe ingoiato anche lui.

S'era vantato con Maria di non essere ipocrita, e fino allora non era parso mai tale; ma la sua condotta in quest'occasione smentiva le sue parole e i suoi precedenti. Quand'era coll'ingegnere biasimava gli scioperanti, o tutt'al più suggeriva qualche piccola concessione che, secondo lui, avrebbe calmato gli animi; appena poteva recarsi nei ritrovi dei collegati, li confortava a resistere assicurandoli che la notizia dello sciopero avrebbe indotto la Direzione di Londra ad aprir subito le trattative per un componimento amichevole. Odoardo, sebbene non fosse un fino osservatore, non era però tratto in inganno dall'ambiguo contegno del giovine, e si riservava di colpirlo al momento propizio.

Le ventiquattr'ore accordate dal Selmi trascorsero senza che i minatori dessero alcun segno di voler venire a patti. Tuttavia non accadevano ancora disordini. È il solito di queste faccende; il primo stadio è più ch'altro d'allegria e di spensieratezza. Quell'audace sfida contro la fortuna ha in sè qualche cosa d'inebbriante, quel trovarsi raccolti in grandi masse, fermi (almeno si crede) in un solo proposito, dà un concetto esagerato della propria forza; la stessa interruzione dei lavori contribuisce ad eccitar favorevolmente gli spiriti. Non è ancora l'ozio; è una tregua da fatiche incresciose.

Gli operai s'erano agglomerati nelle due osterie di Valduria, ove non s'era spacciato mai tanto vino in un giorno. Gli osti però si rallegravano poco di questa cuccagna, giacchè bisognava vendere a credito con limitate speranze di rimborso, sopratutto se lo sciopero durava un pezzo. D'altra parte, come rifiutarsi di servire questi rispettabili avventori che si presentavano a dozzine e avevano l'aria di essere pronti a spillar le botti da sè?

Mentre in paese c'era tanto chiasso, nel recinto della miniera regnava il silenzio e l'immobilità della morte. I forni che solevano arder sempre s'erano spenti per mancanza di braccia che li alimentassero di nuovo combustibile; la grù e le caldaje a vapore erano inoperose, i carretti pieni di minerale non giravano lungo i binarii, non si vedeva più il fumo del caminone, non si sentiva lo strepito delle pompe e il cupo rimbombo delle mine, segnale della vita sotterranea. Solo nelle officine dei fabbri e dei falegnami, ove la coalizione non aveva trovato proseliti, si attendeva per forza d'inerzia a qualche lavoro già iniziato nei giorni precedenti; ma vi si attendeva con quella malavoglia che deriva dall'incertezza del domani.

In risposta al secondo dispaccio di Odoardo Selmi che annunziava lo sciopero, la Direzione di Londra aveva telegrafato:

Nessuna concessione. Se gli operai non capitolano, chiamatene altri.

Era ciò appunto che si disponeva a fare il Selmi, ma prevedendo che la cosa non sarebbe passata senza tumulti, ne aveva avvertito la Prefettura da cui dipendeva Valduria, affinchè desse in tempo le disposizioni per la tutela dell'ordine. Un delegato di questura, un brigadiere e pochi carabinieri non potevano certo tenere in freno più centinaia d'operai.

Ma sia che Odoardo non sapesse presentare al vivo lo stato delle cose, sia che la Prefettura non ne intendesse tutta la gravità, fatto si è che i rinforzi spediti furono assolutamente insufficienti, tali da esacerbare gli animi, non da impedire ogni violenza. Cosicchè, quando al terzo giorno dello sciopero, comparve a Valduria la prima squadra di lavoranti (una trentina circa) che il Selmi era riuscito con molta fatica a raccozzare nelle vicinanze, lo sciopero si mutò in vero ammutinamento, e i collegati, messi già sull'avviso, assunsero un contegno tanto minaccioso verso i nuovi venuti, che questi, temendo di rimetterci la pelle, abbandonarono subito la partita. Le poche guardie che s'erano provate a far qualche arresto tra i più turbolenti furono anch'esse costrette a rinunciare all'impresa, e dovettero limitarsi a difender la miniera dai colpi di mano dei sediziosi. Correvano già sinistri propositi; s'eran sentite grida di morte: si diceva che qualcheduno avesse in animo di far saltare il deposito della polvere; che altri volessero dar fuoco alla casa dell'ingegnere e rubare il denaro che doveva esserci in cassa, altri distruggere i forni, e così via, Era, come si dice, un darsi la zappa sui piedi, perchè, se gli operai mandavano in rovina la miniera, di che avrebbero poscia vissuto? Ma chi non sa che, nello scoppio delle selvaggie passioni, le moltitudini smarriscono affatto il criterio del loro utile e il male diventa scopo a sè stesso?

Se l'ingegnere Selmi aveva mancato di previdenza, non si poteva certo accusarlo di mancar di coraggio. Egli si mostrava dovunque c'era un pericolo, e raccogliendo intorno a sè i pochi addetti alla miniera che non avevano partecipato al movimento, si preparava, se fosse stato necessario, a far pagar cara la propria vita. I carabinieri si lasciavan dirigere da lui, come da persona che conosceva i siti ed era in grado di disporre opportunamente le difese.

La situazione di Cipriano diventava intanto sempre più delicata. Odoardo non gli nascondeva la sua diffidenza, e deciso di non trovarsi un nemico in casa, l'aveva allontanato con un pretesto.

Gli operai lo accusavano di doppiezza, e gl'intimavano di gettar giù la maschera e di fare apertamente causa comune con loro. I più tranquilli, quelli che s'eran lasciati rimorchiare dagli altri, non gli perdonavano di averli cullati nell'illusione che quest'impiccio si sarebbe risolto in modo conforme ai loro desideri. Invece dove si andava a finire? Con che mezzi si sarebbe prolungata la resistenza?

Cipriano era ormai in grado di misurare l'enormità dello sproposito commesso. Egli aveva procurato, è vero, delle molestie agli altri, ma quanti maggiori guai tirava addosso a sè medesimo! Non era un aumento di credito ch'egli avrebbe trovato alla fine del conto, era la perdita di una posizione che aveva conquistato a palmo a palmo a forza di lavoro e d'ingegno, era il disprezzo, era l'odio di quelli ch'egli aveva ingannati, era l'odio, il disprezzo di Maria…. E quest'ultimo pensiero gli era il più penoso di tutti…. Maria egli l'amava sempre…. Talora nell'animo esacerbato egli si raffigurava la voluttà di una suprema vendetta. Portar la devastazione e la morte nella miniera, sottraendo al disastro la sola Maria. Presentarsi a lei come un salvatore e come un padrone: difenderla contro tutti, ma volerla per sè.

Follie! L'intelligenza di Cipriano non era tanto offuscata da non capire ciò che vi fosse di assurdo in questi propositi di mente inferma. Quand'anche il resto gli fosse riuscito, Maria non avrebbe mai accondisceso a esser sua. Bensì promovendo, secondando gl'istinti brutali che si manifestavano nella schiuma dei collegati, egli avrebbe potuto far di lei una creatura derelitta ed infelicissima. Combattuto così da affetti diversi, spesso tentava di moderare quelli che aveva aizzati, e sentiva l'aura della popolarità ritirarsi rapidamente da lui e il terreno vacillare sotto i suoi piedi.

Comunque sia, il contegno risoluto di Odoardo Selmi impose rispetto ai minatori, e nella notte successiva all'ammutinamento nessun colpo di mano fu tentato contro la miniera. I peggiori soggetti (una quarantina circa) costrinsero gli osti a tener aperte le bettole e a dar loro vino senza risparmio. Pagherebbe, dicevano, la Direzione di Londra.

Col sorger del giorno finì la baldoria. Le notizie dei nuovi disordini avevano commosso le autorità del capoluogo, e alla mattina i pacifici abitanti di Valduria furono rinfrancati dall'arrivo di uno squadrone di cavalleria. Più tardi giunsero il Procuratore del Re e il giudice istruttore, e procedettero ad alcuni arresti dopo aver sentito l'ingegnere Selmi e il segretario comunale. Il sindaco Ludovici non c'era. Non volendo uscire da una savia neutralità, egli s'era recato altrove fin dal primo manifestarsi dello sciopero.—A trovarsi in mezzo a queste cose non ci si guadagna mai—egli osservava prudentemente. Fu detto da un bell'umore che il conte Ugolino mangiasse i figli per conservar loro un padre; così il signor Ludovici lasciava nelle male peste i suoi amministrati per conservar loro un Sindaco.

Se la neutralità era sì cara al signor Ludovici, lo star con le mani alla cintola durante questo scompiglio riusciva invece intollerabile a Maria. Odoardo aveva dovuto usare poco men che la forza per indurla a rimanersene in casa mentr'egli s'esponeva al pericolo. Nella notte ella non aveva mai chiuso occhio, pronta sempre ad accorrere ove avesse visto o sentito un segno d'allarme. Alla mattina poi, quando l'arrivo della truppa l'ebbe assicurata che suo fratello non correva pel momento alcun rischio, il suo cuore gentile fu commosso dall'idea d'altri dolori. Pensò alle povere famiglie che questa crisi avrebbe piombate nella miseria, alle donne e ai bambini che avrebbero pagato il fio delle colpe dei mariti e dei padri. Che squallore in quelle capanne ov'ella, visitatrice pietosa, aveva portato tante volte il conforto d'un sorriso e d'una parola di simpatia!

Ubbidì agl'impulsi dell'animo, e senza dir nulla a Odoardo intraprese un pellegrinaggio per la valle. Chi sa ch'ella non avesse potuto esercitare un apostolato di pace e di carità! A lei forse avrebbero dato retta. Avrebbero capito ch'ella non parlava che per desiderio del bene.

E infatti quasi dappertutto ella fu accolta con affetto e con deferenza. In qualche famiglia la si aspettava, s'era avvezzi a vederla nei giorni del dolore. Nella maggior parte delle abitazioni non c'erano soltanto le donne, i vecchi, i fanciulli; c'era anche l'elemento vigoroso della casa, l'uomo che per solito lavorava, guadagnava, sostentava gli altri. Torvo o accasciato, con le braccia ciondoloni e con la testa china sul petto, egli non aveva più la baldanza dei primi giorni di battaglia; soffriva delle sofferenze dei suoi cari, o imprecava al destino che l'aveva condannato a servire. Maria cercava di persuadere uomini e donne a non ostinarsi in una contesa inutile; quei signori di Londra erano ricchi e potevano attendere; invece, loro, poveri operai, che avrebbero fatto se fossero stati licenziati definitivamente? La sua voce non si perdeva nel deserto; quand'anche non le si dava ragione, quand'anche si voleva sostenere il diritto dei minatori a un maggior salario, si riconosceva d'aver agito con precipitazione, di essersi lasciati abbindolare da quelli che pescan nel torbido. In quanto a capitolare, alcuni ci sarebbero stati disposti, ma come si faceva? C'era un vincolo coi compagni: bisognava che fosse una cosa fatta d'accordo fra tutti.

Maria usciva da queste visite con uno stringimento al cuore. Dopo aver visto quelle cucine senza pentola al fuoco, quegli uomini sparuti, quelle donne avvizzite, quei bimbi macilenti, che pur si sforzavan di sorriderle in mezzo alle lagrime, ella avrebbe voluto arrivar d'un balzo a Londra, penetrare nei palazzi degli azionisti della miniera e dir loro: Siate generosi, siate misericordiosi, sacrificate una parte del vostro lusso per dare un pane di più alla povera gente. Maria non s'era mai curata di far la diagnosi delle società anonime; ella credeva in buona fede che gli azionisti fossero gli esseri più felici del mondo, e non si preoccupava punto del rapporto tra i salari e il costo di produzione.

Un nome aveva suonato spesso all'orecchio della giovinetta nel suo pellegrinaggio, un nome pronunciato per lo più con accento d'ira e di sprezzo: quello di Cipriano. Dov'era costui? Perchè, dopo aver sobillato gli altri, si nascondeva? Tra gli arrestati ce n'erano di meno colpevoli. A loro non si sarebbe badato; si sapeva che erano cervelli malati e spiriti guasti; ma quando si sparse la voce che un uomo come Cipriano prometteva il suo appoggio e assicurava il buon successo, allora fu cosa diversa…. Invece Cipriano li aveva abbandonati, li aveva traditi…. oh ma ne pagherebbe il fio!

Non c'era più dubbio! Era veramente da Cipriano ch'era partita la prima scintilla destinata a far divampar tanto incendio. Nè Maria poteva ignorare le cagioni che avevano travolto in tal guisa la sua intelligenza. Così allo sdegno ch'ella provava si mesceva un senso d'infinita pietà. Com'egli doveva essere infelice!

Una forza maggiore di lei la indusse, nel ritorno, ad avviarsi dalla parte ove abitava il giovine soprastante. Era forse desiderio d'incontrarlo? E che gli avrebbe detto? E s'egli, ormai alla disperazione, le avesse fatto ingiuria?

Ella non si dissimulava il suo sgomento, eppure non si ritraeva dal suo cammino. Già nell'ombra del crepuscolo biancheggiava la casa ov'ella era andata tante volte a visitare la vecchia Gertrude; il pioppo alto e sottile che cresceva lì vicino dondolava gravemente il capo con un lieve stormire di fronde. Maria si avvicinò trattenendo il respiro. L'uscio dell'abitazione era chiuso, eran chiuse le imposte. Maria chiamò timidamente—Cipriano!—Nessuno rispose. Non c'era nessuno.

XXIII.

In quel giorno medesimo, Odoardo Selmi spediva all'ingegnere Arconti il dispaccio che i lettori conoscono. Non lo aveva chiamato nel momento del maggiore pericolo, ma adesso sentiva di non poter far a meno del suo aiuto e del suo consiglio. La presenza dello squadrone di cavalleria a Valduria sino a cose finite era una guarentigia contro il ripetersi dei disordini; non bastava però a far cessare lo sciopero. Gli operai non potevano esser ricondotti per forza nella miniera. Bisognava rappacificare gli animi, e inoltre c'erano parecchie quistioni da risolvere. Chi si doveva riammettere, chi escludere; come si dovevano colmare i vuoti? Certo l'Arconti era molto più adatto del Selmi a sciogliere tutte queste difficoltà, e Odoardo operava saviamente invitandolo ad affrettare la sua venuta.

Roberto, noi lo sappiamo, non aveva esitato un istante. Egli era partito da Milano poche ore dopo ricevuto il dispaccio, e nel partire ne aveva dato avviso telegrafico all'amico.

Quando Maria seppe che Roberto era in viaggio per Valduria, il suo primo movimento fu di gioia schietta e vivissima. Ma alla gioia successe il terrore. Cipriano odiava Roberto com'egli sapeva odiare, e non aveva certo dimesso l'idea di rifarsi sopra di lui dei mali che aveva attirati sul proprio capo. Scomparso momentaneamente perchè si sentiva inviso a tutti e non era ben sicuro di non esser tratto in arresto se si mostrava, egli avrebbe ben trovato il modo d'uscire dal suo nascondiglio per compiere o per tentare una vendetta.

Maria rivelò le sue angustie al fratello, che ne rimase alquanto impensierito, ma alla fine si strinse nelle spalle e disse:—Che vuoi farci? Staremo in guardia. Ad ogni modo, un uomo ne vale un altro, e Arconti non ha paura di nessuno.

Con queste inquietudini nell'anima, la giovinetta s'accinse a preparar la camera dell'ingegnere. Non aveva però soltanto queste inquietudini. Altri pensieri non lieti le passavano pel capo.

—Egli torna—ella diceva fra sè.—Per dividere i nostri pericoli lascia più presto la sua splendida Milano, lascia sua madre, la sua fidanzata. Ma per quanto tempo starà con noi? Adesso che ha riveduta la sua città natale, adesso che ha riveduta la sua Lucilla, gli parrà mille volte più squallido e triste questo soggiorno…. Aver negli occhi una cara immagine, aver l'anima piena di sogni d'amore, e venir qui in questo tugurio, in mezzo alle malinconie d'uno sciopero…. Che prepotente bisogno sentirà d'andarsene!

—Si sposeranno presto—continuava Maria.—Roberto troverà una bella posizione in qualche città… dev'essergli tanto facile di ottener ciò che vuole….. E se invece persuadesse la sua sposa a venir qui?… Lei, avvezza a tutti gli agi, a tutte l'eleganze di una capitale? Come potrebbe adattarvisi?… A ogni modo, se ci venisse?

Questa idea faceva spuntar le lagrime agli occhi di Maria. Si vedeva mortificata, avvilita da quell'altera bellezza cittadinesca che le avrebbe tolto persino l'amicizia di Roberto. Apriva istintivamente l'album di fotografie ch'era sul tavolino dell'ingegnere, e contemplava il ritratto di Lucilla. Oh sì, ell'era bella, assai bella, e Roberto aveva ragione d'amarla…. Però quest'amore lo rendeva felice davvero? Perchè, dopo essersi ripromesso di parlarne sovente con lei, non gliene aveva parlato più? Perchè aveva pronunziato così di rado il nome di Lucilla? Aveva forse indovinato, aveva forse compreso?…

Un vivo rossore copriva le guancie di Maria. No: egli non poteva aver nulla indovinato, nulla compreso. Che concetto si sarebbe fatto di lei se avesse compreso, se avesse indovinato? Come l'avrebbe trovata temeraria, come l'avrebbe trovata ridicola!… No, s'egli non parlava di Lucilla, era soltanto perchè non poteva dirne tutto il bene che avrebbe voluto…. Forse Lucilla non lo amava abbastanza, non lo amava com'egli meritava… Ed egli meritava tanto amore, ed egli meritava tanta felicità…

Mentre Maria seguiva il corso di questi pensieri, Roberto Arconti viaggiava verso Valduria nello stato d'animo che ci è facile immaginare. Ormai non lo legava che un ben tenue filo al passato; la speranza, ahi debole tanto, che Lucilla si pentisse del contegno serbato con lui a Milano e ne facesse ampia ammenda per lettera. Oh se ell'avesse trovato quelle frasi appassionate che vengon dal cuore, egli le avrebbe perdonato tutto! S'ella gli avesse parlato quel linguaggio che non lascia dubbio sulla sincerità dell'affetto, le avrebbe perdonato anche di non voler venire a Valduria! Non avrebbe accettato certo la posizione subalterna che gli si offriva in casa Dal Bono; avrebbe detto: aspettiamo ancora; e fiducioso nell'avvenire si sarebbe posto in traccia di un altro impiego. Più assai che il rifiuto di Lucilla di abitare nelle solitudini inospitali d'una miniera, lo aveva afflitto, lo aveva offeso la sua frivolezza. E pur troppo questa frivolezza gli faceva presentire che il male era senza rimedio. Si correggono le opinioni, non si mutano i sentimenti e gli istinti.

Ma la persuasione che una rottura con Lucilla era inevitabile non era fatta per consolar Roberto. Quando per tanti anni s'è vissuti in un pensiero, quando non s'è compresa la vita che confusa nella vita d'un'altra persona, il bel gusto a dover dire: m'ero sbagliato; quella persona non è adatta per me!

In questo triste ritorno a Valduria la prospettiva più lieta per l'ingegnere Arconti era quella delle difficoltà che l'aspettavano. La febbre della lotta e del pericolo poteva solo fargli dimenticare le mille angustie che gli travagliavano lo spirito.

Così, quando alla stazione più vicina a Valduria, gli dissero che i tumulti erano già cessati, egli n'ebbe più noia che soddisfazione. Nondimeno, giunto alla miniera, gli si allargò il cuore all'accoglienza di Odoardo e di Maria. Maria era profondamente commossa, la sua mano tremava nello stringere la mano di Roberto, un vivo incarnato s'era diffuso sulle sue guancie pallide, e in tutto il suo aspetto splendeva quella bellezza che la natura concede anche ai volti meno regolari nei momenti in cui l'anima s'affaccia agli occhi. Del resto, Maria s'era cambiata in modo notevole da quando l'ingegnere Arconti l'aveva vista la prima volta. I suoi capelli corti eran cresciuti, e ricadendole a ricciolini sulle tempie incorniciavano leggiadramente la sua fronte candida; le sue spalle esili, le sue braccia sottili s'erano un po' arrotondate; all'aria di bontà e d'intelligenza, che l'aveva sempre resa simpatica, s'era aggiunta un'espressione di dolce malinconia, che le dava un'attrattiva tanto maggiore quanto meno in quella malinconia si poteva sospettare l'artifizio.

—Ci perdonerai d'aver troncato prima del termine stabilito le tue beate vacanze di Milano?—disse Odoardo all'amico.

—Non parliamo di ciò—rispose Roberto, rannuvolandosi e mostrando una fretta di sfuggire questo argomento, che non passò inosservata a Maria.—Raccontami piuttosto per filo e per segno tutto ciò ch'è successo.

Il Selmi espose i fatti che già conosciamo, soffermandosi particolarmente sopra la condotta di Cipriano, la cui disparizione era, del resto, la miglior conferma delle accuse che gli si movevano.

—Oh si guardi, si guardi—disse in tono supplichevole Maria all'Arconti.—Cipriano odia lei più di tutti gli altri, ed è capace di tutto.

—E perchè mi odia tanto?

Maria arrossì e non rispose.

—T'odia—rispose Odoardo—perchè s'è sognato di veder in te un ostacolo al suo matrimonio con mia sorella…. Sciocchezze! Se Maria l'ha respinto, non fu pei suggerimenti d'alcuno, ma perchè ha capito che Cipriano non era sposo per lei…. E aveva ragioni da vendere.

Roberto avrebbe potuto soggiungere che, per un momento, egli aveva piuttosto patrocinato che osteggiato presso Maria la causa del giovine minatore, ma non voleva aver l'aria di persona che cerca d'attenuare la sua responsabilità.

—Checchè egli pensi sul conto mio—disse fieramente l'ingegnere
Arconti—e checchè egli mediti a mio danno, io non ho paura di lui.

—Oh per carità, per carità—esclamò Maria, giungendo le mani—non faccia imprudenze. Se le accadesse una disgrazia non me lo perdonerei più per tutta la vita.

—Buona Maria—rispose Roberto—non si accori così. Vedrà che non succede nulla…. Se tutte le minaccie avessero effetto! pensiamo piuttosto al resto.

Entro la giornata si concertarono tra i due amici i provvedimenti da prendersi.

E infatti nella mattina successiva venne affisso a Valduria un manifesto, in cui si annunciava che sarebbero riammessi nella miniera alle condizioni di prima quelli fra gli operai che si presentassero nel termine di ventiquattr'ore, trascorso il quale non si farebbe più grazia a nessuno.

Da questa specie d'amnistia erano esclusi però dodici fra i più noti caporioni del movimento, e i loro nomi figuravano appiedi del manifesto.

Di Cipriano non era fatta menzione. Selmi e Arconti avevano deciso di licenziar lui pure, ma non credevano di poterlo fare senza preavvisarne la Direzione di Londra, dalla quale recentemente il Regoli era stato encomiato e promosso. Si stabilì quindi di trasmettere a Londra la formale proposta del congedo in base al contegno ambiguo di Cipriano nei primi giorni dello sciopero, alla voce pubblica che lo chiamava colpevole, e alla sua misteriosa disparizione.

La baldanza dei collegati era svanita da un pezzo. Nessuno sciopero era mai stato iniziato così all'impazzata, senza un fondo di riserva, senza una probabilità al mondo di trovar lavoro nei paesi vicini. S'era calcolato d'intimorire la Direzione, non riflettendo che la violenza ben di rado assicura agli operai la vittoria nella questione dei salari. Per vincere bisogna essere in grado di opporre a lungo la resistenza passiva dell'inazione, e per oppor questa resistenza bisogna aver quattrini da parte, o trovar chi ne somministri. Ora, ai minatori di Valduria mancava l'una e l'altra cosa.

È facile argomentare da ciò che, quando comparve il manifesto, moltissimi avevano già una gran voglia di cedere; di maniera che, prima che spirassero le ventiquattr'ore, tre quarti e più degli scioperanti s'erano ripresentati a far atto di sommissione. Le lacune furono colmate scegliendo i migliori fra i molti ch'erano venuti od offrir l'opera loro, guarentiti ormai contro ogni molestia dalla presenza d'uno squadrone di cavalleria.

Alla mattina del quarto giorno dopo l'arrivo di Roberto, le cose erano pienamente assestate. Prima però che ricominciassero i lavori, l'ingegnere Arconti raccolse tutti i minatori sulla spianata davanti all'apertura del sotterraneo, e tenne loro un discorso pieno di belle parole e di savi pensieri. «C'è corso un equivoco fra noi—egli concluse;—dimentichiamolo. Riprendiamo d'accordo il nostro combattimento d'ogni giorno e d'ogni ora contro le forze della natura, e nel bene della miniera cerchiamo il bene di tutti noi altri quanti siamo, grandi e piccini, a cominciare dal più ricco fra gli azionisti per andar fino all'infimo degli operai. Se l'azionista, questo avaro azionista che sinora ha perduto sempre, principierà a guadagnar qualche cosa, sarà sperabile anche al lavorante di migliorare la sua sorte. In caso diverso, la miniera sarà piantata e non so che utile ne avrà chi ci vive sopra. Eh, cari amici, la buona armonia fra il capitale e il lavoro sarà spesso un sogno e non basterà a dare il segreto della felicità; ma si può esser certi che tutte l'altre teorie che si predicano con tanto fracasso e che si risolvono nell'aizzare il lavoro contro il capitale, sono assai più sbagliate e creano molte più miserie intorno a sè.

Che la bontà di questi argomenti apparisse con uguale evidenza a tutti gli ascoltatori, non oseremo affermarlo, quantunque l'Arconti credesse aver letto nella fisonomia degli adunati un esplicito assenso alle sue idee. Ma si sa che la prima persuasione di ogni oratore è quella di aver persuaso il suo uditorio.

Mischiandosi nella folla, l'Arconti avrebbe sentito qualcheduno borbottare a mezza voce:—Tutti i salmi finiscono in gloria: State cheti, state buoni; non avete ragione di lagnarvi.—Oppure:—Il sugo del discorso è questo: Voi siete deboli e avete torto.—O finalmente:—Non la deve mica andar sempre così…. Basta, s'è pagato il maestro, e la lezione non sarà perduta.

Il fatto si è che queste osservazioni parziali non esprimevano che il pensiero di una piccolissima minoranza. I più applaudivano senza riserva il simpatico ingegnere, e parecchi dicevano:—Se ci fosse stato lui nei giorni passati, non sarebbe accaduto nulla di quel ch'è accaduto.