XXIV.
La miniera di Valduria aveva ripreso il solito aspetto. La campana annunziava regolarmente il principio e la fine del lavoro e il cambio delle squadre, i forni ardevano senza interruzione, le caldaie a vapore mettevano in movimento le pompe e la grù, un denso fumo usciva dai caminoni e si svolgeva in spire capricciose nell'aria, i carretti carichi di minerale correvano lungo i binari, lo scoppio delle mine rimbombava nel sotterraneo; e su e giù per la discenderia, e lungo le gallerie, era un andirivieni continuo d'operai e un agitarsi di fiammelle fantastiche.
Insomma tutto s'era rimesso al suo posto, ma non era tornato Cipriano, sia che gli fossero giunte all'orecchio le minacce dei lavoranti, i quali si credevano traditi da lui, sia che meditasse un nuovo colpo, come temeva Maria. Si sapeva che, lasciata la miniera uno dei primi giorni dopo lo sciopero, era andato a casa, vi si era trattenuto pochissimo e n'era uscito per non rientrarvi più. Qualcheduno lo aveva visto nei dintorni, ma egli aveva schivato ogni incontro e non aveva discorso con anima viva. Intanto, coll'assenso della Direzione di Londra, era stato pubblicato un avviso che lo sfrattava dalla miniera.
Maria era piena di tristi presentimenti.—Si guardi, si guardi—ella ripeteva a Roberto ogni volta ch'egli usciva di casa. Ed era travagliata da affannose inquietudini nelle assenze di lui, e quando lo vedeva riapparir di lontano provava una consolazione così forte da durar fatica a nasconderla. Poi Roberto partiva, ed ella ripiombava nelle ansietà di prima. Il cuore è buon profeta, e il cuore di Maria non s'ingannava ne' suoi presagi.
L'ingegnere Arconti tornava un giorno dall'aver visitato una fornace ove si stavano fabbricando delle pietre cotte da servire ad alcune opere di muratura occorrenti a Valduria. Era solo, malinconico, assorto ne' suoi pensieri. La calma che egli aveva contribuito a ristabilire nella miniera non era penetrata nel suo spirito, anzi, dileguate le gravi cure che avevan richiesto l'esercizio di tutte le sue facoltà, gli si addensava nella mente una folla d'idee dolorose. Simile a chi s'aggira tra le rovine della sua patria, egli errava con la fantasia tra le rovine del suo povero amore, che avrebbe voluto, e non poteva, divellere dalle radici. Ogni tanto estraeva di tasca una lettera, l'apriva, vi scorreva su con l'occhio e pareva ritrarne un sentimento indicibile d'uggia e di pena. Era una lettera profumata, con monogramma, una lettera la cui fisonomia aristocratica faceva uno strano effetto in quei luoghi e nelle mani di Roberto che aveva dimessa ogni eleganza cittadinesca e aveva ripreso l'abito e l'aspetto di minatore. Quel foglietto conteneva uno sproloquio della signora Federica, vano e sconclusionato, secondo il solito. Ma la leggerezza di sua madre non era cosa nuova per l'Arconti; ciò che però l'accorava era il vedere ch'esisteva una uniformità assoluta d'idee e di carattere tra lei e Lucilla. Se, diventando suocera e nuora, si fossero mantenute così, sarebbero state da citare a modello. In questa lettera la signora Federica mostrava di aspettarsi dal figliuolo un atto di contrizione; per lei era chiaro come la luce del giorno ch'egli aveva torto marcio, e solo la sua caparbietà naturale gl'impediva di riconoscerlo. Appena se ne fosse persuaso, si sarebbero potuti riappiccare i negoziati; già Lucilla, a condizioni pari, gli dava la preferenza; la signora Giulia non aveva mutato opinione. L'osso più duro sarebbe stato il signor Benedetto, ch'era sdegnatissimo della condotta di Roberto; ma siccome per lui l'essenziale era di non esborsare la dote, non sarebbe stato impossibile di strappargli un nuovo consenso. Tutti questi sragionamenti erano diluiti in un mare d'inezie e di volgarità, sulle chiacchiere della gente, sulle toilettes di Lucilla, sulle bravure di Gipsy, ecc., ecc. I pericoli a cui Roberto era andato incontro a Valduria non parevano nemmeno ricordati da quelle creature frivole, e alla miniera appena si alludeva con ironia sprezzante per chieder conto della damigella d'alto affare che vi dimorava.
—Povere donne!—pensava Roberto.—Quanto più cuore e quanto più ingegno di voi ha la damigella d'alto affare di cui discorrete con quest'aria di superiorità!
Per abbreviare il cammino, egli aveva preso una viottola che s'insinuava serpeggiando tra fitte macchie d'arbusti. L'ora ed il luogo erano pieni di solitudine e di silenzio. Non si sentiva che il ronzio degl'insetti e il mormorio lievissimo delle fronde accarezzate dalla brezza vespertina. Ma ad un tratto parve a Roberto di udir rumore come di una persona che s'avanzasse cautamente da un lato della strada… Tese l'orecchio; non sentì più nulla; aguzzò l'occhio e non riuscì a veder nulla. Pur non era tranquillo: si risovvenne delle ammonizioni di Maria; rammentò il carattere violento di Cipriano, le sue minaccie, la sua scomparsa, e temette un'insidia. Non era uomo da cercar salvezza nella fuga, nè, a ogni modo, sarebbe stato più in tempo di fuggire. L'aggressore, se non era tutta un'allucinazione dei sensi, doveva trovarsi ormai a pochi passi. Deliberò di affrontarlo risolutamente, armò il revolver che portava sempre con sè, e si diresse dalla parte ond'era venuto il rumore, procurando quanto più fosse possibile, di coprirsi colle fronde e coi rami. Non aveva fatto due passi quando la doppia canna d'una pistola luccicò tra le foglie, due colpi echeggiarono uno dopo l'altro, due palle gli fischiarono rasente alla testa e andarono a configgersi nell'esile tronco d'un arbusto dietro di lui. Nello stesso punto s'intese un grido di dolore e di rabbia, e un uomo livido in viso, con gli occhi injettati di sangue, con la barba incolta, coi capelli arruffati, sbucò dalla macchia. Era Cipriano, o piuttosto la larva di Cipriano. Le veglie, il digiuno, i patimenti d'ogni sorta, i malvagi pensieri avevano fatto di lui un altr'uomo. Restava appena una traccia della sua maschia bellezza; la sua fisonomia aveva l'espressione dei momenti peggiori; qualche cosa di sinistro, di selvaggio, di feroce. Parve sulle prime ch'egli volesse scagliarsi sull'Arconti, ma, quando vide che questi teneva il revolver appuntato contro di lui, comprese che era inutile ogni attacco, gettò lungi da sè la pistola scarica, e preferì di aspettare impavido la morte.—Perchè non fa fuoco?—egli chiese a Roberto, arrestandosi e incrociando le braccia.
Roberto abbassò lentamente l'arma e senza rispondere alla domanda disse:—Non vi credevo un assassino.
—Volevo ucciderla. Se l'avessi sfidato a duello, mi avrebbe riso in faccia, non si sarebbe degnato di battersi meco…. Non avevo altro modo che questo…. Se fossi riuscito, direbbero che sono un furfante; ho sbagliato il colpo, e diranno che sono anche un imbecille……. La finisca lei; faccia fuoco; meglio così che sulla forca.
—Disgraziato, e perchè volevate uccidermi?
—Non lo sa? Perchè vedo in lei la sorgente di tutti i miei mali… Non ne avrà colpa forse, ma che importa? Il fatto non muta per questo… E poi non è un mistero per nessuno…. Io sono cattivo…. C'era un'unica persona che poteva trasformarmi, e non ha voluto…. Per causa di chi? Per causa di lei…. Oh sicuro, lei non se n'è immischiato; la sua amante, la sua fidanzata è a Milano; lei a questa non pensa, ma che vuol dir ciò? Se non fosse mai venuto qui, Maria avrebbe finito coll'amarmi, Maria sarebbe oggi mia sposa…. Invece m'ha rifiutato, e lo vede, il suo rifiuto m'ha travolto il cervello…. Avevo conquistato una brillante posizione nella miniera, e ho perduto tutto; se mi mostrassi, i miei capi mi chiuderebbero la porta in viso e i miei subalterni mi lapiderebbero…. Non vivevo più che per questa vendetta, e m'è fallita anch'essa, e porto ugualmente in fronte un marchio d'infamia… È vero, ho commesso un delitto, ho commesso una viltà…. Bisogna espiarla. Faccia fuoco…. Sarà un'opera di misericordia.
Roberto si guardò intorno. Poi disse con piglio solenne:—Avete ragione; la vostra vita è in mano mia; posso togliervela, e di me nessuno dubiterà ch'io sia un assassino; posso denunziarvi alla giustizia, e nessuno dubiterà ch'io sia un calunniatore… Ma se non volessi fare nè una cosa, nè l'altra?
—E che vorrebbe fare?
—Voglio dirvi: nessuno ci ha visto: quello che è avvenuto può rimanere un secreto fra noi, purchè partiate subito da questi paesi, purchè andiate lontano, purchè non turbiate più la pace d'una persona ch'io giuro di difendere contro le vostre insidie….. Che decidete?
—Mi uccida o mi denunzi. Rimango.
—Sciagurato! Quanti anni avete?
—Ventisei. Che le importa saperlo?
—E a ventisei anni la vita non ha per voi altri allettamenti che l'odio e il pensiero della vendetta? E piuttosto di rinunziare ai vostri feroci propositi, vi rassegnate a chiudere i vostri giorni tra i quattro muri d'una carcere confuso coi delinquenti volgari…. voi che forse eravate nato a qualcosa di meglio?
Cipriano ebbe un istante di esitazione. L'ingegnere Arconti se ne avvide, e continuò con più calore.—Siete giovine, Cipriano, voi potete ancora diventare un altr'uomo, potete spendere la vostra energia, il vostro ingegno in opere sane e feconde, potete conquistare la stima dei buoni, potete amare ed essere amato. Vedete, io credo in voi più che non ci crediate voi stesso; vi credo un traviato più che un malvagio. Badate a me, giacchè v'è aperta una via di scampo, approfittatene prima che sia troppo tardi… Perchè, ve lo giuro, oggi io sono disposto ad agevolare la vostra fuga, a procurarvene anche i mezzi, se non li avete, a tacere, a obliare il triste fatto che mette in mia balìa il vostro nome, la vostra esistenza; ma domani…. oh domani sarò inesorabile…. Valduria non deve essere infestata dagli aggressori di strada.
Mentre l'ingegnere Arconti parlava, cento pensieri diversi attraversavano lo spirito di Cipriano e si dipingevano sulla sua fisonomia mobile ed espressiva. All'ammirazione pel nemico generoso che voleva salvarlo succedeva un odio tanto più fiero ed intenso quanto più egli pativa d'essere umiliato da questa generosità; al sentimento della vita che gli si ridestava nell'anima succedeva la persuasione che tutto era finito, che non c'era più avvenire per lui. La vergogna del delitto tentato contrastava col dolore della vendetta rimasta incompiuta, il nobile impulso di chiedere perdono all'uomo che aveva voluto uccidere era soffocato in Cipriano dall'orgoglio nativo ribelle ad ogni atto di resipiscenza.
E l'orgoglio prevalse. Rilevando solo l'ultima parte del discorso di
Roberto, egli rispose con voce cupa e velata dalla collera.—Domani…..
Ha detto domani…. Prima di domani saprà mie notizie.
Si chinò rapidamente, raccolse la pistola che aveva gettato a terra, e si dileguò in un baleno.
L'Arconti stette un momento in forse se doveva inseguirlo e strappargli il segreto delle sue parole; poi riflettè ch'era miglior consiglio il lasciarlo meditare da solo sull'insidia codarda che aveva teso, sulla proposta di salvezza che gli era fatta; possibile che qualche cosa di buono, che qualche cosa di sano non gli si svegliasse nell'anima? Ma se invece tentasse un nuovo delitto? Contro di chi? Contro di lui per la seconda volta? Ebbene, si difenderebbe. Contro di Maria? Quest'idea turbò singolarmente Roberto, che giurò a sè stesso di vigilar sulla giovinetta fino all'indomani. L'indomani, poi, se Cipriano non dava serie guarentigie di allontanarsi per sempre da Valduria, la giustizia sarebbe stata informata di tutto. Non aveva diritto di tacere; non si trattava soltanto di lui; era Maria, era Odoardo che conveniva tutelare contro gli eccessi d'un forsennato. Giunto a casa, non fece parola dell'accaduto, nè lo sguardo scrutatore di Maria avvertì alcuna alterazione nel suo volto. Ma per quel giorno non volle più scendere in miniera, disse che aveva da rivedere alcuni conti, e si ritirò nello studio per non uscirne che a ora di cena. La sera rimase col Selmi e con sua sorella. Odoardo in maniche di camicia, col colletto sbottonato, fumava, beveva, sonnecchiava, stirando ogni tanto le braccia e mettendo degli sbadigli rumorosi. Maria aveva preso silenziosamente da un cassetto un libro francese e pareva voler dire a Roberto: Quand'è che ripiglieremo le nostre lezioni? Egli indovinò il suo pensiero, e le chiese:—Dunque ha studiato da sola? Ormai capisce quello che legge?
—Mi par di sì.
—Via, mi faccia sentire.
Avvicinò la sedia a quella di lei, e si mise in ascolto.
Ella incominciò a leggere. La sua voce tremava.
—Ha il timor panico?—disse sorridendo Roberto.—Le faccio tanto soggezione?
Ella divenne rossa rossa.
Proprio in quel punto si picchiò forte all'uscio e comparve un giovine lavorante che venia spesso in casa per piccoli servigi e che Maria trattava con molta confidenza.
—Cosa c'è, Luigi?—ella chiese amichevolmente.
—Nulla, signorina—rispose il giovine, che aveva una cera da spiritato.—Volevo….
E fece segno ai due uomini di uscire un momento.
—Dio mio, qualche disgrazia in miniera!—esclamò Maria impallidendo.
Odoardo e Roberto erano balzati tutti e due dalla seggiola.
—Resta qui tu con tua sorella—disse l'Arconti al Selmi.—Sentirò io di che si tratta. Torno subito….
E uscì nell'andito insieme a Luigi.
Il lavorante raccontò molto confusamente che sul far della sera, passando davanti all'abitazione di Cipriano ch'era chiusa da un pezzo, ne aveva visto con sorpresa l'uscio e le imposte spalancate. In una camera, quella in cui era morta la vecchia Gertrude, si vedeva chiaro. La sua prima impressione fu una gran paura, onde se la diede a gambe; ma mentre fuggiva, incontrò il figlio dell'oste, un pezzo di giovinotto alto quasi due metri, che non avrebbe avuto scrupolo a misurarsi col diavolo e che volle a forza andar a verificare coi suoi occhi se la vecchia Gertrude fosse risuscitata.—Meno male se ci fosse andato lui solo—soggiunse Luigi—ma mi prese per un braccio e mi costrinse a seguirlo. Non avevo più sangue nelle vene.
—Spicciati, via.
—Arrivati sul luogo, entrammo. Io tremavo come una foglia…
—Finiscila. Cos'hai trovato? La vecchia Gertrude?
—No, no, la vecchia Gertrude dorme sempre in camposanto, e domani suo figlio le terrà compagnia.
—Cipriano è morto?
—Sì….. In che stato l'abbiamo visto! Era lungo disteso per terra in un lago di sangue….. Stringeva ancora in pugno una pistola. Sulla tavola ardeva un lume, e c'erano queste due lettere….
—Per me?
—Una è per lei—disse Luigi consegnandogliele tutte e due.—L'altra per la signorina.
Odoardo e Maria s'erano affacciati sulla soglia inquietissimi.
—Dunque!… Un'esplosione?…
—No—rispose Roberto—la miniera non c'entra….
—E allora?
L'Arconti rientrò nella stanza, riluttante a parlar davanti a Maria. Ma ella lo costrinse a uscir dal suo riserbo.—Dica la verità, c'è qualche bricconeria di Cipriano?
—Non una bricconeria; un atto di disperazione. Insomma, quell'infelice s'è ucciso….
—Ucciso!—gridarono a una voce Maria ed Odoardo.
—Sì…. E ha lasciato una lettera per me e una per lei, signora
Maria.
—Me la dia qui—ella disse.—E appena l'ebbe, ne ruppe il suggello con mano convulsa. In pari tempo Roberto leggeva il foglio diretto a lui.
Non c'erano che queste poche parole: «Non accetto benefizi da chi detesto. Oggi non ha voluto uccidermi. M'uccido io stesso. È il solo partito che mi rimane da prendere. Ha fatto la mia rovina, procuri di non far anche quella d'un'altra persona.»
La lettera per Maria era più lunga, e conteneva una rivelazione, che gelò il sangue della giovinetta.
«Alcune ore fa—scriveva Cipriano—ho tirato due colpi di pistola contro l'ingegnere Arconti, che, colpevole o no, è la prima origine delle mie sciagure. L'occhio e il braccio m'hanno tradito. La mia vita apparteneva al mio nemico, che non volle prendersela e mi promise di non denunziarmi purchè io acconsentissi ad andarmene per sempre da questi paesi. Non gliene sono riconoscente. Accettar la sua offerta sarebbe stato un subire la peggiore delle umiliazioni. Ciò che egli non ha voluto fare lo faccio io. Allorchè riceverà questa lettera, Cipriano avrà cessato di vivere. C'era un ostacolo alla sua felicità, signora Maria; quest'ostacolo è tolto…. Si ricordi di me con benevolenza. Del giudizio degli altri non m'importa; del suo, sì. Pensi che l'ho amata molto, che non ho amato al mondo che mia madre e lei.»
—Oh Dio, è possibile?—gridò Maria nel leggere le prime righe di questa lettera. E quando l'ebbe finita, ridomandò con voce affannosa e tenendosi alla spalliera d'una seggiola:—Ma è vero dunque, ma perchè non m'ha detto nulla?
—Si calmi, cara Maria—rispose Roberto.—Lo vede, aveva promesso di tacere pel momento, e, se quel disgraziato di Cipriano mi avesse dato ascolto, avrei taciuto sempre…. Ma ora si calmi; per me non c'è più pericolo, e per lui pur troppo non c'è più rimedio…. Povero giovine!
—Che povero giovine d'Egitto!—scappò fuori Odoardo, che aveva raccolto il foglio caduto di mano a Maria.—Era un pazzo e un furfante, e il meglio che poteva fare era di levarci l'incomodo….
—Odoardo!—interruppero in tono di rimprovero Roberto e Maria.
—Sì, sì, io non ho i vostri sentimentalismi ridicoli. Non ci sarebbe stata pace a Valduria finchè colui fosse vissuto…. La sua morte è una vera liberazione, e per lui non meno che per gli altri. Con quei caratteri lì non si vive mai bene nel mondo.
—Forse è vero, ma ciò non toglie che Cipriano sia più da compiangere che da condannare. Aveva la stoffa d'un uomo superiore; e se fosse nato in condizioni diverse, chi sa che cosa avrebbe potuto divenire…. Basta tanto poco a determinare il destino degli uomini!
Odoardo tentennò la testa in segno d'incredulità. Maria invece guardò l'Arconti in un modo che voleva dire:—Come parla bene, come sono d'accordo con lei!
XXV.
Con la morte di Cipriano cessò l'ultimo soggetto d'inquietudine rimasto a Valduria dopo lo sciopero. L'ingegnere Arconti e Maria, le due persone per le quali Cipriano era stato più direttamente una minaccia e un pericolo, furono forse le sole che provarono un dolore sincero della sua tragica fine. Non si accetta mai volentieri l'idea di aver cagionato la morte di qualcheduno, e i due giovani, per quanto rassicurati dalla loro coscienza, non potevano negare di aver avuto una parte in questa catastrofe. N'era derivato poi un imbarazzo molto naturale nelle loro relazioni. Ciò che aveva sconvolto la mente di Cipriano era il pensiero fisso che l'Arconti gli avesse rapito il cuor di Maria, e Maria sapeva e l'Arconti indovinava che questo pensiero non era falso del tutto. Ella era ormai convinta di amar Roberto e Roberto era convinto di essere amato, ma ella non avrebbe osato confessare il suo amore, ed egli non sentiva ancora di poter ricambiarlo. L'imagine di Lucilla non gli usciva dall'anima; riconosceva ch'ella era indegna di lui, era forse vicino a non amarla più, ma diceva a sè stesso: Se non amerò lei, non amerò più nessuna.—Proponimenti che si fanno…. e non si mantengono.
Sia quel ch'esser si voglia, questa situazione era penosa per tutt'e due, ed era intollerabile in particolar modo a Roberto, che ne comprendeva meglio i pericoli. Che la lettera di Cipriano avesse pronosticato il vero? Che realmente egli fosse destinato a far la rovina d'un'altra persona, e proprio di quella che meritava su tutte di esser felice, e pel cui bene egli avrebbe con entusiasmo sparso il suo sangue? Era dunque una fatalità che pesava su lui? Dover nuocere quando voleva giovare; trovar l'indifferenza dove cercava l'amore; trovar l'amore dove si sarebbe contentato dell'amicizia? Adesso invece, dell'amicizia gli eran negati, se non i sentimenti, i conforti, perchè come discorrere a Maria di ciò che più gli stava a cuore? Come dire a lei (che lo amava) ch'egli non sapeva decidersi a non amare un'altra? Come svelare i disinganni che per colpa dell'altra aveva provato? Come chiederle consiglio prima di tagliar l'ultimo filo che lo univa all'affezione di tutta la sua giovinezza?
Mentre s'agitava in questi contrasti, gli capitò molto opportuna una lettera di M.^r Black, il quale lo sollecitava a decidersi circa alla proposizione che gli aveva fatta poco più d'un mese addietro a Valduria. Le trattative per l'acquisto della miniera di Rignano erano tanto avanzate da potersi dire conchiuse, semprechè egli accettasse il posto di direttore. Un buon direttore era indispensabile, e nessuno poteva esser migliore di lui. Nè si pretendeva più di tener segreto l'affare. Oltre che all'Arconti, M.^r Black scriveva anche a Odoardo Selmi, pregandolo d'interporsi presso l'amico affinchè troncasse gl'indugi e desse senz'altro una risposta favorevole. Per la miniera di Valduria, si diceva, non c'era ormai bisogno d'un secondo ingegnere della levatura dell'Arconti; le cose erano bene avviate, e bastava un buon impiegato che assistesse il Selmi negli uffici amministrativi. Invece a Rignano c'era da rifar tutto di pianta, e ci voleva precisamente un uomo ricco d'idee e di iniziativa. Del resto, la Direzione di Londra non intendeva di togliere all'Arconti ogni ingerenza nell'andamento della miniera di Valduria; essa desiderava anzi ch'egli vi facesse un paio d'ispezioni all'anno e che lo si consultasse in ogni difficoltà. A Roberto in particolare M.^r Black dimostrava poi una maraviglia alquanto stizzosa che gli occorressero sì lunghe meditazioni per afferrar la fortuna. Non ostante tutti i suoi meriti, si vedeva che egli non era inglese. Non sapeva se sua madre gli avesse messo degli scrupoli in testa: a ogni modo, egli soggiungeva, per degne di rispetto che siano le opinioni e i desideri di sua madre, un uomo non può sagrificare ad essi tutta la propria carriera.
M.^r Black faceva un inutile spreco di eloquenza. Egli predicava ad un convertito. La miniera di Rignano s'affacciava ora a Roberto come una tavola di salvamento che non gli era lecito di respinger da sè. Un sì detto a M.^r Black gli precludeva la strada a ogni debolezza verso Lucilla e lo allontanava da Valduria, ove la sua presenza non riusciva che a insidiar la pace della buona Maria. E poi egli avrebbe avuto nuovi ostacoli da vincere, nuovi rischi da affrontare, e solo in una attività raddoppiata egli poteva sperare di dimenticar le sue pene. Pareva un destino che la sua esistenza dovesse essere una perpetua battaglia. Nè se ne rammaricava; s'era avvezzo a non sentir la pienezza della gioventù e della vita che nell'ansie affannose della lotta.
Tuttavia non si sarebbe risolto ad accettar l'ufficio onorifico che gli era offerto se avesse creduto, accettandolo, di recar dispiacere a Odoardo Selmi, alla cui schietta amicizia, alla cui fraterna ospitalità andava debitore di tanto. Ma il Selmi, spensierato, indolente, mediocre d'intelligenza, aveva un cuor d'oro, ed era incapace di considerazioni piccine. Trovava la cosa più naturale del mondo che il suo amico, del quale riconosceva la superiorità, salisse più in alto di lui, e com'era stato il primo a metterlo in vista, così era il primo ad applaudire ai suoi lieti successi. Egli accolse quindi con vera letizia l'annunzio datogli da M.^r Black ed eccitò calorosamente Roberto a far pervenir subito a Londra la sua adesione.
—Non sei fatto per una posizione subalterna—diceva l'ottimo Selmi—e nemmeno per dividere il comando con altri. Tu devi essere il padrone assoluto. Se ci lasci, abbiamo il conforto che non vai che a pochi chilometri di qui. Inoltre, non ci abbandoni del tutto; sei il nostro ispettore, e sarai il nostro consulente nei casi dubbi…. Non l'avevo predetto che saresti in breve tempo direttore d'una miniera?
E Maria? Maria soffriva assai, ma faceva del suo meglio per non mostrarlo e per rassegnarsi. Non poteva succedere altrimenti; non era lecito supporre che l'ingegnere Arconti rimanesse sempre a Valduria. E sarebbe forse stato desiderabile che vi rimanesse? Già le confidenze d'un tempo non erano più possibili; Roberto aveva indovinato almeno una parte del vero, e ciò li costringeva tutti e due a un inusato riserbo. Ebbene, meglio così; meglio ch'egli se ne andasse via. Ella sarebbe tornata quella ch'era prima di conoscerlo; avrebbe fatto la pace, vivendo soltanto per suo fratello, soccorrendo i malati, amando e facendosi amare dai bambini della valle. Era decisa più che mai a restar zitella, a non pensare mai, mai ad un altr'uomo. Alzar gli occhi fino a lui era stata una pazzia; lo sapeva e non aveva diritto di lagnarsi di nessuno. Di quando in quando lo avrebbe rivisto, e quest'idea la consolava. Forse anch'egli avrebbe sentito qualche volta il desiderio della sua compagnia. Era vissuto fino allora come in famiglia; invece a Rignano si sarebbe trovato solo…. Solo? E Lucilla? No, Lucilla non sarebbe venuta. Maria n'era sicura. E su questa sicurezza ricostruiva timidamente, involontariamente, il suo bel castello di carte. Ma era così debole, così fragile da non durar che un istante.
Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso, l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla Sulphur Society, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione Centrale.
L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la Sulphur Society come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle zolfatare di quella provincia.
Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra città. Nè s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era nè forte abbastanza da farle tollerare il soggiorno d'una miniera, nè abbastanza tenace da resistere alla prova del tempo.
Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla alla stazione.
Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo, perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?
Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla stazione di… all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a Valduria.
—Mamma, come mai qui?—domandò Roberto con ansietà, aprendo lo sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora Federica a scendere.
—Un momento—ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto di batista profumato di muschio.—Capisci che, se son venuta sin qui col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.
—Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere…. Ci sono disgrazie? Lucilla?
—Lucilla è un fiore.
Roberto respirò.—Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per te.
—A Valduria?—esclamò inorridita la signora Federica.—Dio me ne guardi… Qui ci sarà un albergo, m'immagino…
—Diamine. Adesso ci andremo.
E fece salir sua madre in una vettura.
—Bella carrozza, non faccio per dire…. Non c'è di meglio in questi disgraziati paesi?… Figuriamoci poi Valduria.
—Bisogna adattarsi—soggiunse Roberto sorridendo.—E dunque… queste ragioni?
—Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato…
Tentennò la testa in aria patetica e continuò:—In che arnese sei!
Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei lions di
Milano!… Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.
—Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.
La signora Federica tirò fuori da un nécessaire di bulgaro una boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.
L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora
Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.
—È il migliore?—ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come il fanciullo che deve prendere una medicina.
—Appunto.
Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era venuto il momento di farsi valere.
La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno peggio.
—In mezz'ora sono con te—ella disse al figlio.—Ordina intanto il desinare.
Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il padrone del Grand Hôtel Royal di…. scontò con qualche piccola noja l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.
Ella non comparve nella salle à manger che dopo un'ora e più di toilette. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola, sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò pessimo, come pure trovò shocking l'ambiente, indecorose le stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione filosofica:—Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in mezzo alla sporcizia senza accorgersene.
Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato il sacco delle sue querimonie,—Mamma—le disse giungendo le mani in atto supplichevole—toglimi di pena; spiegati…
—Il motivo del mio viaggio?… Eccomi qua…
Basta che tu non m'interrompa…. Hai sempre quel brutto vizio…
—Non t'interromperò… Parla.
—Devi dunque sapere… Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi notte.
XXVI.
—Devi dunque sapere—ripigliò la signora Federica dopo che il cameriere ebbe posato sulla tavola un lume a petrolio—che da un paio di settimane il marchesino Moschi stringe un po' i panni addosso a Lucilla.
Roberto si lasciò scappare un—Imbecille!—che veniva dal cuore.
—No—soggiunse la signora Federica con gravità—il marchesino Moschi non è un imbecille. È un giovine per bene, pieno di riguardi anche per me, quantunque non possa ignorare ch'io invigilo tutti i suoi passi e combatto le sue mire…. Ma questo non importa…. Il fatto sì è che, dopo la sera dei quadri viventi, il marchesino s'è messo a frequentar la casa Dal Bono molto più assiduamente di prima e, a quel che mi consta, è entrato abbastanza nelle grazie di quell'orso che è il signor Benedetto.
—E di quella colomba ch'è Lucilla—osservò Roberto con ironia.
—Tu sai—continuò la signora Federica—se quella cara ragazza abbia confidenza in me. Si può dire anzi che se la intende più con me che con sua madre. Anche questa volta mi ha parlato col cuore in mano. Il marchesino Moschi, ella mi disse, è un buon giovine, è un bravo giovine, è nobile e ben veduto in società, è insomma un eccellente partito; ma io non ho alcun entusiasmo per lui, e preferirei sempre Roberto, malgrado della sua stravaganza… (Scusa, ha detto proprio così). C'è però da considerare una cosa, continuò Lucilla (pare impossibile come quella ragazza abbia le idee nette), c'è da considerare che Moschi fa proprio sul serio, e ha già lasciato intendere che verrebbe ad abitare in casa, e per la dote si accomoderebbe alle disposizioni del babbo… Roberto invece ha le sue idee matte, ha la sua superbia, non si degna, e sì che quando si degna un marchese… A questo punto puoi credere che m'è salita un po' la mosca al naso, e ho detto che gli Arconti non la cedono a nessuno, che se non hanno titoli, è perchè non hanno voluto rovistare negli archivi….
—Questo hai detto?
—Già, ho detto questo. E non ho parlato a caso, perchè un professore
che pratica dai Dal Bono mi assicurò un giorno che c'erano degli
Arconti ai tempi degli Sforza, e ch'erano una gran famiglia…
Mariano, senz'alcun dubbio, discendeva da quelli….
—Tira via.
—Tu pur troppo non capisci più nulla delle cose del mondo.
—Sarà, ma veniamo alla conclusione.
—La conclusione è questa. Lucilla mi dichiarò che non può essere la serva umilissima de' tuoi capricci, nè può restar zitella indefinitamente, e che quindi sposerà il marchesino Moschi se tu non ti decidi ad agire da uomo ragionevole…
—Cioè a lasciar questi luoghi e a supplicare il signor Benedetto Dal Bono che mi dia un posticino in casa sua, e mi faccia l'onore di prendermi per genero e per commesso.
—L'onore lo fai tu a lui…..
—Va benissimo—disse Roberto con calma forzata.—E tu cos'hai risposto?
—Ho pensato che non era più tempo da ciarle ma da fatti. Ho detto a me stessa. Per vincere la cocciutaggine di mio figlio non c'è che un modo, andar in persona a parlargli.
—Povera mamma!
—Fu una decisione presa lì per lì, in ventiquattr'ore…. Non avevo nemmeno una toilette da viaggio. Figurati, non m'ero più mossa da Milano dopo la morte del mio povero marito…. Ma la Chaillon ha fatto miracoli…. Dalla mattina alla sera mi ha approntato questo vestito, ch'è un bijou…. È inutile, le altre sarte non hanno quel chic che ha lei… Basta; questa mattina mi son levata all'alba, ti ho spedito un telegramma, e mi son messa in viaggio…. Guai se noi altre mamme non si sapesse, nei casi estremi, prendere di queste risoluzioni disperate.
—Povera mamma!—ripetè Roberto commosso all'idea di dover togliere l'ultime illusioni a lei, che credeva in buona fede di avergli reso un servigio inestimabile.
—Adesso tocca a te a parlare—disse la signora Federica.—Vuoi che usciamo all'aperto?… Questa sala mi fa oppressione di respiro.
—Usciremo or ora—osservò l'ingegnere.—Se non ti dispiace, la mia risposta la darei a Lucilla con due righe in iscritto….
—Come? Io non saprò nulla?
—Mi son spiegato male….. Le due righe le scriverò qui sotto i tuoi occhi e le consegnerò a te.
—Ma…
—Credi, mamma, è meglio così.
Roberto scosse il campanello, e ordinò al cameriere qualche foglietto di carta da lettere e qualche sopraccoperta.
Quand'ebbe l'occorrente, egli scrisse l'intestazione: «Cara Lucilla.» La mano gli tremava; si alzò, e fece un pajo di giri per la sala, sperando di calmare un poco l'agitazione de' suoi nervi.
La signora Federica aveva un vago presentimento che le cose non sarebbero andate a seconda de' suoi desideri. Pure la sua insanabile leggerezza le fece fare un'osservazione stupida:—Dev'essere impossibile scrivere su quella carta.
—Il marchesino Moschi ne avrà certo di migliore—rispose Roberto, rimettendosi a sedere. La signora Federica avrebbe voluto soggiungere qualche cosa, ma suo figlio la supplicò di lasciarlo tranquillo mentre scriveva. E scrisse infatti poche righe, interrompendosi ogni momento, come se avesse bisogno di riprender lena.
Alla fine porse in silenzio il foglio a sua madre. La signora Federica lesse:
«Cara Lucilla. L'offerta ch'io t'avevo fatta era una prova di amore e di rispetto, perchè alla donna rispettata ed amata l'uomo non può offrir nulla di più onorevole che di divider con lui la posizione ch'egli ha saputo conquistarsi col suo lavoro. L'offerta che tu mi rinnovi col mezzo di mia madre mi avvilisce e mi umilia. Pur troppo noi intendiamo in modo diverso i sentimenti e i doveri su cui si fonda un'unione destinata a durar tutta la vita. Cresciuti insieme sin dalla prima età, nutriti nella speranza di non dividerci mai, noi ci troviamo invece costretti a una separazione penosa. Addio, Lucilla. Che tu possa esser felice. Io non sarò più tale sulla terra. Da quando è morto mio padre, non ho sofferto mai come oggi. Addio, saluta i tuoi genitori, e specialmente la buona signora Giulia.
«ROBERTO ARCONTI.»
La lettura di questa lettera strappò alla signora Federica una serie di esclamazioni che esprimevano la sorpresa, lo sdegno, il dolore. Giunta alla fine, non seppe più tenersi, e, rossa in viso dalla collera, lacerò il foglio, protestando che non avrebbe certo acconsentito a portare un simil messaggio.
Roberto, spiegando una sovrumana energia per non prorompere, raccolse i frammenti della lettera e disse.—Quand'è così ricopierò il mio scritto e mi servirò della posta.
Ma una tale tranquillità non riusciva che a irritare maggiormente la signora Federica.
—È un'infamia—ella disse.—Tu non hai nè testa, nè cuore. Rovini il tuo avvenire, pianti Lucilla, e getti nella miseria tua madre.
—Povera mamma! Tu fai i conti in una certa maniera…. Credi sul serio che saremmo più ricchi di adesso il giorno in cui fossi in casa Dal Bono a godermi i frutti della dote di Lucilla e il piccolo stipendio che forse mi darebbe il signor Benedetto come suo agente?
—Oh il signor Benedetto non vive molti anni, e allora….
—Via, non facciamo questi calcoli vergognosi…. Sappi invece che, quando mi capitò il tuo dispaccio, io stavo per iscriverti che ero nominato direttore della miniera di Rignano a pochi chilometri da Valduria, e che la mia posizione è mutata in modo da permettermi di portare il tuo assegnamento mensile a cinquecento lire. Aggiungi a questo il frutto della tua dote, e l'altre piccole entrate che ti rimangono…. È la miseria?
In altri tempi questa notizia avrebbe prodotto un gran piacere alla signora Federica, ma infatuata com'era nell'idea del matrimonio, ella si strinse nelle spalle e disse:—L'interesse? Mi curo forse dell'interesse? È il decoro che mi preme…. Un Arconti minatore, mentre potrebbe essere accolto a braccia aperte nella miglior società di Milano come marito d'una ricca ereditiera…. Oh, questo colpo non me l'aspettavo….
—Eppure, cara mamma, ho parlato sempre ad un modo.
—Non lo nego, ma chi poteva immaginarsi un'ostinazione simile? Anche Mariano era ostinato, ma non così, non così…. Già per me è finita…. È come se non avessi più figlio.
—Vuoi venirci a stare con questo figliolo snaturato?
—Io in questi luoghi? Io ridurmi una contadina?
—È vero, qui tu staresti a disagio, e io non insisto. Ma sappi che le braccia e la casa di tuo figlio ti son sempre aperte. Un giorno gli darai forse ragione.
—Mai, mai—rispose la signora Federica. E soggiunse:—Adesso voglio partire al più presto; anche questa notte, se c'è una corsa.
—Non puoi partire che domattina…. Avrai bisogno di riposo…. Va nella tua camera…. Dormirò anch'io in questo albergo, e ti accompagnerò domani alla stazione…. E, a proposito, hai tutto il denaro occorrente pel viaggio?
La signora Federica guardò nella borsa e si accorse di non aver che poche lire. Sulle prime ne fu maravigliata perchè le pareva d'esser uscita di casa col portamonete ben fornito, ma poi si ricordò che alla stazione di Milano aveva avuto la debolezza di comperare un piccolissimo pappagallo offertole per quaranta lire, una miseria. L'aveva consegnato alla cameriera perchè lo mettesse nel salottino; sarebbe stata una compagnia; era così sola! Sperava poi che questo pappagallo non farebbe la riuscita dell'altro che ella aveva avuto in passato; questo era giovine, se lo sarebbe educato lei.
Roberto, malgrado della tristezza che l'opprimeva, non potè a meno di sorridere.
—Ecco, i pappagalli non si possono proprio ritenere una spesa necessaria…. Pazienza…. Domattina comprerò io il biglietto…. E questo vestito da viaggio quanto ti costa?
—Non lo so, non ho fissato il prezzo.
—Quando ricevi il conto, mandalo a me…. T'avrò fatto un piccolo regalo.
—Se speri di ammansarmi con queste moine, t'inganni—rispose la signora Federica, che aveva però rimesso alquanto della sua baldanza dopo la confessione dell'acquisto del pappagallo.
Fatto si è che la mattina seguente ella si alzò molto più calma. Non che si fosse persuasa delle ragioni di suo figlio; tutt'altro. Persisteva sempre a volerlo sposare con Lucilla, ma aveva una nuova idea. Avrebbe parlato con un tale, persona molto influente in paese, raccomandandogli di trovar subito a Milano un posto per Roberto che gli rendesse quanto la direzione della miniera. Allora, per Bacco, non ci sarebbero più obiezioni.
—Ce ne sarebbero due sole—osservò Roberto—la prima ch'io sono impegnato con la Sulphur Society per cinque anni, la seconda che il matrimonio tra Lucilla e me ormai è impossibile. Tu non vuoi portare a Lucilla la mia lettera, e sia pure. Questa lettera la imposterò alla stazione io medesimo.
—Sei un caparbio—disse la signora Federica, arrabbiandosi di nuovo.—Ma io farò che Lucilla non dia retta a quello che tu scrivi, io ti salverò tuo malgrado.
—Povera mamma!—esclamò Roberto, ripetendo ancora una volta una frase che gli era venuta sulle labbra così spesso nello spazio di poche ore.
Prima di salire in vagone, la signora Federica sussurrò all'orecchio di suo figlio:
—E le cinquecento lire cominci a spedirmele il mese venturo?
—Sì, mamma. Bada però di non comperare altri pappagalli.
Il treno si mosse portando seco la signora Arconti, che non poteva certo lodarsi dell'esito del suo viaggio, ma si consolava nella fiducia di esser presa per una gran dama da due inglesi i quali si trovavano nello stesso scompartimento.
Roberto seguì con l'occhio il convoglio che si dileguava, poi s'avviò tristamente in cerca d'una vettura che lo riconducesse a Valduria. Era dunque finito tutto? Con la lettera scritta a Lucilla egli aveva dunque messa la pietra sepolcrale sul suo passato? Addio sogni lungamente accarezzati con la fantasia, addio speranze di chiuder la vita accanto alla donna che, prima, gli aveva svegliato nel petto i palpiti dell'amore! A voltarsi indietro col pensiero, Roberto vedeva sempre Lucilla. La vedeva bambina, vispa, snella, ricciuta, dai labbri di corallo e dai grand'occhi neri, ch'erano un incanto; poi fanciulla capricciosetta e bellissima, più bella di quant'erano le fanciulle della sua età, poi si ricordava d'un periodo assai breve, quattro o cinque mesi forse, in cui quella bellezza s'era alquanto offuscata per rifiorire dopo più splendida, più superba di prima. E si ricordava d'aver protetto la bambina, d'aver diviso i giochi della fanciulla, d'aver detto alla giovinetta tante dolci parole, d'averne tante sentite da lei. Si credevan da un pezzo due promessi sposi; e si prendevan le confidenze di due promessi sposi. Quante volte le loro labbra s'eran toccate, quante volte il braccio di Roberto aveva cinto la svelta e flessuosa persona di Lucilla! Ed egli le aveva aperto tutto il suo cuore; l'aveva messa a parte di tutto ciò che c'era in lui di più geloso e di più segreto…. e adesso, adesso ella era in procinto di diventar moglie d'un altro, e quelle confidenze, ch'egli aveva deposte nella sua anima come in un santuario, stavano per essere profanate da un'intimità nuova. Quest'idea era intollerabile a Roberto, e lo faceva dubitare di ciò che poc'anzi gli appariva limpido e chiaro come la luce del sole. Perchè aveva gettato Lucilla nelle braccia del marchesino Moschi? Perchè le aveva scritto una lettera secca, recisa, che toglieva l'adito a ogni riconciliazione? Perchè non aveva studiato un mezzo termine? E infine, a Milano, perchè non s'era almeno preso il gusto di dare una sciabolata al temerario che aveva osato insidiare il suo bene? Santo Iddio! Queste domande non se le era già fatte un milione di volte? Non vi aveva risposto in modo soddisfacente? Non aveva acquistato la convinzione d'aver seguito l'unica via che un uomo d'onore potesse seguire? E come mai ricadeva ora nelle antiche incertezze?
Egli arrivò così a Valduria col proponimento di scendere nelle gallerie sotterranee appena si fosse cambiato vestito. Odoardo era in giro per la miniera; Maria invece era in casa occupata a rimendare un abito di suo fratello.
Come spesso le accadeva, ella era tranquilla d'aspetto, agitatissima di spirito. La venuta della signora Arconti era parsa anche a lei un fatto così singolare da non poter trovare la sua spiegazione che in qualche avvenimento straordinario. Aveva perciò atteso con impazienza febbrile il ritorno di Roberto; ora che egli era tornato, la paura d'esser indiscreta l'ammutoliva. Pur si fece coraggio, e sentendolo passare nell'andito gli disse:—Signor Roberto, non viene nemmeno a salutarmi? Non ha bisogno di nulla?
—Venivo anche da me, sa—rispose l'ingegnere, sforzandosi di assumere un fare scherzoso, ed entrò nella stanza con la mano tesa verso Maria,—Venivo anche da me, e non perchè avessi bisogno di qualche cosa.
Quand'ella lo vide, il doppio istinto della donna, e della donna che ama, le rivelò subito che, se egli aveva il sorriso sul labbro, aveva la morte nell'anima.—Dio mio—ella esclamò—soffre?
In viso alla giovinetta era dipinta una simpatia così vera, così viva, così profonda che Roberto ne fu scosso in tutte le fibre. Il bisogno di espansione, di confidenza, prevalse in lui ad ogni altro riguardo; si abbandonò sopra una seggiola e disse:—Sì, soffro.
—Una disgrazia?
—Quando giunsi a Valduria—replicò Roberto—le raccontai il principio d'una storia d'amore. Poi tacqui. Quella storia d'amore mi costava tante pene!… Vuol saperne la fine?
Allora Roberto espose in tutti i loro particolari i fatti che già conosciamo. Alla fine estrasse di tasca i frammenti della lettera a Lucilla che sua madre aveva lacerato in un impeto di collera, e li ricompose sotto gli occhi di Maria, dicendole:—legga e poi giudichi.
—Giudicare io?…. No, no—supplicò Maria turbata, commossa, frenando a stento le lagrime. E intanto divorava con gli occhi le poche righe contenute in quel foglio.
—Giudichi lei—ripetè Roberto—lei che ha il cuore così buono e il criterio così giusto. Potevo subire le umiliazioni che mi si offrivano? Potevo continuar ad amare una fanciulla che non voleva fare per me nessun sacrificio e mi imponeva quello della mia dignità?
—Ma, signor Roberto, perchè vuol che pronunzi un giudizio? Sono anch'io una povera donna…. direi uno sproposito….
—Ciò significa che non vuol condannare un'altra donna…. Condanna piuttosto me….
—Ah no!—ella proruppe con un grido sublime d'impeto e di verità.
—Grazie, buona Maria, di questa parola—esclamò l'ingegnere afferrandole la mano.
Ella era trasfigurata da una folla di sentimenti e d'impressioni che non avrebbe saputo definire. Era immensamente felice, e arrossiva, si vergognava pensando che ciò che l'aveva fatta felice era l'annunzio d'una sventura che aveva colpito l'amico suo. Nella confusione in cui si trovava non seppe dire altro che:—Coraggio! l'avvenire la compenserà di quello che soffre oggi…. Merita tanto d'essere amato..
Capì d'aver detto troppo, e si fece del color della porpora.
Ma Roberto non raccolse quest'ultima frase. Lasciò la mano di Maria, e tentennando tristamente la testa, disse a mezza voce:—Oh! l'avvenire….
Poi si affacciò alla finestra, e stendendo il braccio verso un punto lontano nella campagna riprese:—Si ricorda di quel pioppo laggiù, colpito dal fulmine l'estate scorsa, poche settimane dopo il mio arrivo? si regge ancora, vivo forse, ma senza foglie. La primavera non ne ha fatto una sola sui suoi rami intristiti. Così sarà di me… Anch'io fui colpito dal fulmine… M'hanno schiantato il cuore… A lei, Maria, serberò gratitudine eterna.
La commozione gli troncò la voce; si passò rapidamente la mano sulla fronte e uscì dalla stanza. Nè vide che gli occhi di Maria si erano nuovamente riempiuti di lagrime. Era troppo occupato del suo dolore da accorgersi del dolore altrui.
XXVII.
Da oltre quindici giorni la zolfatara di Rignano era stata consegnata alla Sulphur Society. Il signor Max Rundberg era partito per Monaco, sperando di trovarvi la buona birra e le floride Kellnerinnen che avevano rallegrato la sua prima gioventù; e l'ingegnere Roberto Arconti aveva assunto la direzione d'una miniera nella quale le cose erano da anni e anni trasandate a un punto da non potersi credere. Si lavorava appena in un pajo di gallerie, la fusione del minerale era fatta coi metodi più antiquati, le pompe vecchie e logore adempivano malissimo al loro ufficio, onde l'acqua invadeva ogni tanto il sotterraneo, recando gravi danni e cagionando grandi pericoli. Il signor Tranquilli, mugnajo e sindaco del paese, nel salutare il nuovo ingegnere a nome dell'intera cittadinanza, gli aveva rivolto un discorso assai involuto, concludendo col dire che la miniera di Rignano, esercitata fin dai tempi mitologici, doveva, per merito suo, tornar ad esser la prima di tutto l'orbe terraqueo.
Roberto non aveva mire così ambiziose, ma egli non era uomo da mettersi a mezzo in un'impresa ed era anche in tali disposizioni d'animo da non trovar pace che in un lavoro assiduo e febbrile. La sua attività, sempre maravigliosa, pareva essersi raddoppiata; delle ventiquattr'ore del giorno si può dire che non ne consacrasse cinque al riposo. Aveva pel momento preso alloggio in un paio di stanze già occupate dal suo predecessore, ma non ci stava che per dormire…. La solitudine gli era intollerabile, e finchè la stagione glielo permetteva amava meglio di attendere alla parte amministrativa del suo ufficio sotto una tettoia fradicia e scompaginata che serviva come luogo di deposito provvisorio del minerale e ove c'era un viavai di gente. Aveva bisogno che nulla lo distraesse dalle cure della miniera; ogni sosta, ogni interruzione era una breccia aperta ai tristi pensieri che lo assediavano. Nè questi pensieri si riferivano soltanto ai suoi disinganni amorosi; egli confrontava anche il vecchio col nuovo soggiorno, e ridesiderava Valduria, ove nella casa del suo amico Selmi aveva trovato una seconda famiglia. Rammentava con commozione le sere passate nel salottino mentre Odoardo fumava la sua pipa e sorseggiava il suo bicchiere, e Maria lavorava d'ago o studiava il francese. Povera Maria! S'egli non fosse andato a Valduria con l'immagine di Lucilla nel cuore, se non avesse poi per un anno continuato a idoleggiar questa fanciulla ad onta delle prove più patenti d'indifferenza, se oggi la grandezza medesima della sua disillusione non lo avesse reso incapace di aprir l'anima ad un nuovo affetto, Maria avrebbe potuto esser sua sposa e farlo felice. E sarebbe stata felice anche ella, perchè lo amava, e per amor suo aveva soffocata forse un'altra simpatia nascente, e aveva spinto alla disperazione quello sciaguratissimo uomo di Cipriano. Povera Maria! Gli era pur forza convenire che la mancanza di lei era un vuoto nella sua vita. Gli pareva vederla, bella di quella bellezza che dà la bontà accoppiata all'intelligenza, girar tranquillamente operosa nella casa attendendo alle faccende domestiche, o accingersi semplice e modesta a uno di que' suoi pellegrinaggi nella valle di cui ell'era l'angelo tutelare e ove ella, senza saperlo, ingentiliva i modi e i costumi. Che cos'era al paragone Lucilla, malgrado della sua splendida avvenenza, e delle sue eleganze cittadine, e del suo cinguettare in più lingue, e della sua cultura di frontispizi? Ah, Lucilla stava per anteporgli un nobiluccio floscio e linfatico? Ed egli perchè non le aveva risposto mostrandole che sapeva farsi amare da donne migliori di lei? No; nè egli poteva così ad un tratto cambiar l'oggetto del suo culto, nè Maria meritava l'offesa d'essere amata per far dispetto ad un'altra. E poi egli le aveva detto il vero. Egli era simile al pioppo di Valduria colpito dal fulmine: la sua esistenza era distrutta, il suo cuore era morto.
E pareva realmente che ormai egli amasse ben poco la vita. Il suo coraggio naturale era spinto fino all'audacia, fino alla temerità, e destava maraviglia ne' più intrepidi fra i minatori. Pure a vederlo uscire incolume dai maggiori pericoli, quella gente rozza andava via via formandosi l'opinione che egli fosse invulnerabile. E qualche fatto singolare aveva dato credito a quest'opinione. Un giorno, per esempio, in cui una mina tardava molto a scoppiare, l'ingegnere Arconti insieme a un pajo d'uomini s'avvicinò per vedere se la miccia era spenta. Accortisi subito ch'essa ardeva ancora ed era quasi consumata per intero, si ritirarono a precipizio, e riuscirono ad imboccare in tempo una galleria laterale, tantochè, quando successe l'esplosione, i rottami non vennero a colpirli. Non poterono però evitare d'essere avviluppati dai vapori di zolfo e di prendersi ciò che nelle miniere di Romagna chiamano una fumata. Ma mentre i due che avevano seguito l'ingegnere furono a un pelo di rimanerne asfissiati e non poterono lavorare per una settimana, egli se la cavò con una leggera raucedine. In un'altra occasione una scala a piuoli per la quale si discendeva in una delle gallerie più profonde s'era rotta appena egli aveva messo il piede a terra. Un secondo prima lo avrebbe travolto nel precipizio. Ora, quello che crea la riputazione d'invulnerabilità non è già che i pericoli, anche affrontati, non si presentino, ma che presentatisi, si scampino.
Finchè la zolfatara di Rignano era esercitata dalla vecchia Società non la si poteva dire più malsicura dell'altre. Ma la sicurezza si era acquistata a prezzo dell'inerzia abbandonando tutti i punti ove sarebbe stato necessario un maggiore impiego di forza o una maggior ricchezza d'espedienti. Adesso invece si trattava di rimettere in opera anche quella parte della miniera ch'era trascurata da lungo tempo e per la quale non s'eran voluti fare nemmeno i lavori indispensabili per la conservazione dello statu quo. Così i rischi presenti erano frutto della negligenza passata.
Il render praticabili le vecchie gallerie era una delle prime cose a cui si doveva pensare, e non era certo nè la più facile nè la meno costosa. Le armature di legname che le rivestivano, infracidite per l'umidità e non racconciate mai, avevano ceduto in parecchi luoghi e minacciavano di cedere dappertutto sotto il peso che sostenevano. Bisognava rinnovarle di pianta, ma anche in ciò era necessaria una grande circospezione, perchè, solo a porvi la mano, succedevano parziali avvallamenti che potevano finire in un vero disastro. L'ingegnere Arconti, molto più cauto pegli altri che per sè, dirigeva i lavori con somma prudenza, nè permetteva agli operai di avanzarsi oltre quei punti ch'erano già muniti di valide difese. Se c'erano ricognizioni ardite da fare, preferiva farle egli stesso.
Una mattina, volendo vedere co' propri occhi lo stato d'una di queste gallerie, nella quale erano appena principiate le riparazioni, egli s'era spinto avanti da solo, ordinando a tre o quattro minatori, che l'avevano seguito fino all'imboccatura, di fermarsi ad attenderlo. La galleria era stretta e bassa per modo da non potervi star ritti; le due file di travi che sostenevano le pareti, premute dai due lati, mostravano una tendenza irresistibile a gettarsi l'una sull'altra e già, invece di formar due linee parallele, formavano due linee convergenti. Sulla loro superficie poi l'umidità aveva fatto spuntare certe strane escrescenze, alcune della natura dei funghi, tenacemente abbarbicate al legno, altre somiglianti a bioccoli di lana, che, a toccarle, restavano attaccate alle dita. Il piede si sprofondava nel terreno inuguale e melmoso, e giù dalla vôlta e lungo le pareti l'acqua gocciava con un rumore assiduo, monotono, come dalle gronde dopo una giornata di pioggia.
L'Arconti, tenendo in mano la lampada, aveva percorso tutto quest'angusto corridojo lungo forse una trentina di metri ed era giunto a una specie di stanza a vôlta (se si può chiamarla così), che portava ancora nei fianchi i segni delle mine con cui era stata scavata. Ci si stava comodamente in piedi, e ad arrivarci dopo aver dovuto camminar quasi carponi, si provava un senso di sollievo come di chi è alleggerito di un incubo. Senza dubbio, in altri tempi, di là doveva esser estratto il minerale in gran copia, e il giovine ingegnere s'era messo ad esaminare ansiosamente la natura della roccia, picchiando in vari punti con un piccolo martello che aveva portato seco.
Ma nel passar davanti all'apertura della galleria in fondo alla quale brillavano, come stelle nelle tenebre, i lumi dei minatori che attendevano il suo ritorno, lo assalì d'improvviso un pensiero orribile. Non ci era altra uscita che quella; se per un accidente essa si fosse otturata, sarebbe stato sepolto vivo! Intrepido com'era, quest'idea gli gelò il sangue nelle vene; afferrò la lampada che aveva confitta nella roccia, e chinando la persona entrò nella galleria. Ma appena vi aveva posto il piede, fu costretto a retrocedere spaventato. Pochi passi avanti a lui l'armatura della vôlta e delle pareti crollava con uno scroscio; per un momento attraverso uno spiraglio rimasto si videro i lumi lontani avvicinarsi, s'intesero delle voci angosciate che gridavano—Si salvi, si salvi;—poi si sentì un nuovo scroscio, anche quello spiraglio si chiuse, i lumi disparvero, le voci umane s'ammutolirono.
Come ci sono dei sogni che pajono realtà, così ci sono delle realtà che pajono sogni. Nel suo sbalordimento, Roberto si stropicciò gli occhi in atto di persona che vuol destarsi, chiamò a raccolta i suoi pensieri, riandò in un baleno tutto ciò che aveva fatto nell'ultima mezz'ora, e dovette convincersi che non era, no, in preda a una allucinazione dei sensi, ch'era veramente prigioniero là dentro senza modo di scampo, che forse ogni tentativo di salvarlo sarebbe fallito, che forse egli sarebbe morto di fame. Inorridì, i capelli gli si drizzarono sulla testa, e dal petto gli usci un urlo di disperazione e di rabbia, che echeggiò lugubremente nella sua tomba. Aveva sfidato con animo risoluto i multiformi pericoli della miniera, lo scoppio delle mine, l'esplosione dei gaz, le cadute giù per le scale lubriche ed erte; aveva affrontato senza impallidire le collere della natura e le vendette degli uomini, ma questo supplizio, ma questa fine probabile oltrepassava le sue previsioni. O a meglio dire, l'aveva prevista, ma troppo tardi, quando non aveva più tempo di sfuggire alla catastrofe che s'era dipinta con la fantasia. La sua stoica fortezza l'abbandonava; egli maledisse l'istinto codardo che gli aveva fatto preferire una morte lenta e terribile a una morte immediata. Perchè, quando vide rovinar la galleria da tutte le parti, non si precipitò avanti invece di chiudersi volontario nella sua carcere? Non era meglio restar seppellito all'istante sotto le macerie che penar lunghe ore in una dolorosa agonia? E forse i minatori lo credevano bell'e spacciato, e in questa persuasione non si curavano nemmeno di accorrere in suo ajuto.
Chiamò, e nessuno gli rispose; ascoltò attentamente e gli giunse all'orecchio uno strepito sinistro, come d'una rotta di fiume; certo di là dalla frana, l'acqua aveva invaso la galleria. Crescevano così le difficoltà di salvarlo. E a ogni modo, chi si sarebbe messo a capo dell'impresa? Chi avrebbe conservato il sangue freddo necessario per adottare gli espedienti opportuni, la perseveranza indispensabile per non iscoraggiarsi ai primi insuccessi? Ah! se uno de' suoi operai si fosse trovato nel caso suo, ed egli fosse stato fuori a dirigere l'opera di salvamento, aveva fede che sarebbe riuscito, aveva la coscienza che nessun ostacolo sarebbe bastato ad intimidirlo. Egli era simile al medico che giace infermo, e crede di conoscere il farmaco richiesto dalla sua malattia, ma non può nè parlare nè scrivere, e intanto ha ragione di ritenere che i dottori i quali circondano il suo letto sbaglieranno la cura.
Era istupidito, inchiodato al suo posto, facendo dondolare macchinalmente la lampada che teneva in mano. Un sudor freddo gli colava dalla fronte e dalle gote, le sue membra tremavano tutte. A un tratto si tastò in una saccoccia del soprabito, e un lampo fuggitivo di gioia brillò sul suo viso livido. Egli aveva con sè il suo revolver, e quell'arma, in quel momento, gli apparve come un'amica, come una benefattrice. A lei, quando avesse perduto ogni altra speranza, quando i suoi patimenti fossero intollerabili, egli poteva sempre chiedere la liberazione suprema. Questo pensiero gli rese un po' di calma; egli infisse nuovamente il lume nella parete, raccolse da terra l'orologio che gli era caduto nel primo sforzo fatto per islanciarsi fuori della sua prigione, e sedendo su una sporgenza del masso, incrociò le braccia e stette ad attendere. Aveva ancora negli occhi il sole veduto un'ora prima, e il verde dei prati, e l'azzurro immacolato del cielo; le gioconde immagini della vita gli danzavano innanzi, e non sapeva persuadersi di dover morire….