NOTE:
1. Gino Capponi, in uno de' suoi Pensieri, osservando che l'America doveva aver nome da Cristoforo Colombo, e lo ebbe invece da Amerigo Vespucci; il secolo XVI da Giulio II, e lo ebbe da Leone X, conclude: «Coloro cui spettava l'onore secondo presero il primo; due Fiorentini lo tolsero a due Genovesi.» Scritti editi ed inediti. Firenze, Barbèra, 1877, vol. II, pag. 452.
Un altro moderno scrive: «Als den Gründer des Kirchenstaates betrachtet ihn (Julius II) der politische Geschichtschreiber, als den wahren Papst der Renaissance preist ihn der Kunsthistoriker, und gibt ihm zugleich den Ruhmestitel zurück, welchen unbilliger Weise sein Nachfolger Leo X an sich gerissen hatte. Das Zeitalter Julius' II ist das Heldenalter der italienischen Kunst.» A. Springer, Raffael und Michelangelo, pag. 101. Leipzig, Seemann, 1877-78. Questa è una delle migliori opere scritte recentemente sui due grandi artisti e sull'arte italiana nel secolo XVI. — Il Creighton, History of the Papacy, vol. IV, pag. 77 dice: «He (Julius II) may be forgotten as a warrior, as a statesman, but he will live as the patron of Bramante, Raffael and Michelangelo.»
2. Jacob Burckhardt così nella sua opera: Geschichte der Renaissance in Italien (Stuttgart, 1868), che tratta principalmente dell'architettura, come nell'altra, intitolata: der Cicerone (dritte Auflage. Leipzig, Seemann, 1874), che è una Guida artistica dell'Italia, fa osservazioni e dà sull'arte giudizî autorevolissimi ed originali.
3. Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, vol. VIII, pag. 145. Stuttgart, 1872.
4. Il valore scientifico di Leonardo è stato recentemente, coll'esame de' suoi manoscritti, pubblicati dal Ravaisson, dal Richter, e dall'Accademia dei Lincei, messo in nuova luce dal sig. G. Séailles, nella sua pregevole opera, Léonard de Vinci, l'artiste et le savant. Paris, Perrin et C.ie, 1892.
5. A questo proposito osserva il Burckhardt: «Man darf nicht sagen dass er sich zersplittert habe, denn die vielseitige Thätigkeit war ihm Natur.» Der Cicerone. Leipzig, 1874, pag. 946.
6. Come è noto, il gran capolavoro fu recentemente trafugato dal Louvre dove si trovava, nè è stato ancora (1912) rinvenuto.
7. Un artista che, in mia presenza, dipingendo un ritratto, si provò a fare lo stesso, dovette subito smettere, perchè il suo pennello obbediva al ritmo della musica.
8. Vedi il mio libro: Storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi (Firenze, Successori Le Monnier, 1887), vol. I, pag. 314.
9. Si riscontri a questo proposito A. Gotti, Vita di M. Buonarroti narrata con l'aiuto di nuovi documenti (Firenze, tipografia della Gazzetta d'Italia, 1875), vol. II, pag. 35 e seg.
10. Séailles, op. cit., pag. 128 e seg.
11. Alcune sono di Marcantonio e di Agostino Veneziano. Presso il conte di Leicester, in Holkham Hall, trovasi un'antica copia della battaglia, che fu incisa dallo Schiavonetti, e riprodotta poi dall'Harford, nella sua Vita di Michelangelo, ma non è certo che sia stata fatta dall'originale. Lo Springer la suppone condotta col solo aiuto delle antiche incisioni.
12. Vasari, ediz. Le Monnier, vol. XII, pag. 177-179.
13. Cellini, Vita, ediz. Le Monnier, 1852, pag. 22-23.
14. Lo Springer non crede che l'azione artistica di Leonardo su Raffaello cominciasse a farsi sentire collo studio dei cartoni. Le Madonne e i ritratti, che Raffaello dipinse nella sua dimora a Firenze, proverebbero, secondo lui, che egli aveva allora studiato altre opere di Leonardo, ed era lontano ancora da quello stile grandioso che raggiunse più tardi, e di cui il primo germe si trova nei cartoni di Palazzo Vecchio. Springer, op. cit., pag. 57.
15. Ciò si vede specialmente nei disegni conservati in Oxford.
16. «Durch Raffael ist das Madonnenideal Fleisch geworden.» Springer, op. cit., pag. 58.
17. Una prova di tutto ciò possiamo vederla nelle Lettere di una gentildonna fiorentina (Alessandra Macinghi negli Strozzi), pubblicate da Cesare Guasti. Firenze, Sansoni, 1877. Scritte nel secolo XV, dimostrano assai chiaramente come gli affetti di famiglia si mantenessero ancora purissimi in quella parte della cittadinanza che non era guasta dalla vita pubblica. E così vien confermato che allora continuava ad esservi in Italia una società molto diversa da quella descritta dagli storici, i quali troppo spesso non s'occupano di quel che segue nell'interno delle famiglie, nè della vita privata in genere. Anche le lettere di ser Lapo Mazzei, notaio fiorentino, a Francesco Datini, ricco mercante, scritte in sulla fine del secolo XIV e sui primissimi del XV, pubblicate in due volumi dallo stesso C. Guasti (Firenze, Successori Le Monnier, 1880), possono servire al medesimo scopo. Esse manifestano una bontà, purità e pietà cristiane delle quali assai difficilmente si troverebbe negli storici del tempo qualche notizia.
18. Per la storia dell'arte italiana in questo periodo, oltre le opere già da noi citate, vedi anche: Grimm, Michelangelo's Leben — Clement, Michelangelo, Leonardo und Raffael deutsch bearbeitet, von C. Clauss. Leipzig, Seemann, 1870. — Crowe and Cavalcaselle, History of Painting in Italy, opera ormai notissima. Il volume che ha per titolo, The fine Arts, e fa parte dell'opera, The Renaissance in Italy, pubblicata da John Addington Symonds. London, Smith, Elder, 1875-1877. La biografia di Michelangelo, scritta da A. Gotti, è la prima che abbia potuto profittare delle Lettere del grande artista, pubblicate da G. Milanesi (Firenze, Successori Le Monnier, 1875). Quella scritta dal signor C. Heath Wilson (London, Murray, 1877) è fondata su di essa, aggiungendovi però giudizi propri e ricerche originali, specialmente sulla cappella Sistina. Vedi anche H. Janitschek, Die Gesellschaft der Renaissance in Italien. Stuttgart, Spemann, 1879. Hermann Hettner, Italienische Studien. Zur Gesch. der Renaissance. Braunschweig, Vieweg, 1879. — Recentemente il Symonds ha pubblicato una nuova vita di Michelangelo in due vol. London, Nimmo, 1893, ed il signor von Scheffler, un breve lavoro intitolato: Michelangelo, eine Renaissancestudie. Altenburg, Geibel, 1892.
19. Storia della Repubblica di Firenze, lib. V, cap. VIII.
20. Rime scelte dei poeti ferraresi. Ferrara, Pomatelli, 1713, pag. 55.
21. Carducci, Delle poesie latine edite ed inedite di L. Ariosto, 2ª ediz. Bologna, Zanichelli, 1876, pag. 189 e seg.
22. Sonetti giocosi di Antonio da Pistoia, e Sonetti satirici. Questi sono senza nome d'autore (Bologna, Romagnoli, 1865). Dispensa LVIII della scelta di Curiosità letterarie.
23. Il Carducci, op. cit., a pag. 92, cita i versi dello Strozzi.
24. Vedi quest'ode nel Carducci, op. cit., pag. 81-82.
25. Ibidem, pag. 130.
26. L. Ariosto, Opere minori (Firenze, Le Monnier, 1857, in due volumi), vol. I, pag. 267-76.
27. Orlando Furioso, canto III, st. 62, e canto XLVI, st. 95.
28. I Colonna e gli Orsini.
29. Palestrina, feudo de' Colonna.
30. Allude alle guerre del Valentino in Romagna, e più particolarmente al fatto di Sinigaglia.
31. Ariosto, Opere minori, vol. I, satira I, pag. 159-60.
32. Opere minori, vol. I, satira II, pag. 166 e seg.
33. Nelle Memorie scritte dal figlio dell'Ariosto, riportate dal Barotti, nella sua Vita di L. Ariosto. Ferrara, Stamperia Camerale, 1773; ed in Carducci, op. cit., pag. 202.
34. Baruffaldi, Vita di Lodovico Ariosto: pag. 137. Antonio Cappelli, Lettere di L. Ariosto con prefazione e documenti. Bologna, 1866, 2ª ediz., pag. XLV-VI.
35. Orlando Furioso, XIX, 7.
36. Ibidem, XIX, 10.
37. Oltre le storie letterarie e molte opere assai note sull'Ariosto, vedi le Notizie per la vita di L. Ariosto, tratte da documenti inediti da C. Campori (Modena, Vincenzi, 1871, 2ª ediz.); Panizzi, The life of Ariosto, premessa all'edizione dell'Orlando Furioso, da lui pubblicata in Londra nel 1834; il libro più volte citato del Carducci sulle Poesie latine edite ed inedite di Lodovico Ariosto; e l'altro pubblicato dal Cappelli, Lettere di Lodovico Ariosto, tratte dall'Archivio di Stato in Modena, con prefazione, documenti e note. Bologna, Romagnoli, 1866. — Un'opera di altissimo valore è quella del prof. Pio Rajna, Le fonti dell'Orlando Furioso. Firenze, Sansoni 1876, e nuova edizione nel 1900. Tutta la materia del poema e le sue fonti sono dall'autore esaminate con la sua grande e ben nota dottrina. Nella Introduzione egli ci dà in breve la storia dei poemi cavallereschi, concludendo che con quello dell'Ariosto è cominciata la imitazione, ed è «venuto a termine quel periodo fortunato, quando il classicismo serviva a promuovere l'originalità,» periodo nel quale si trovò il Boiardo. A noi veramente sembra invece, che nell'Ariosto appunto si veda come lo studio dei classici potè promuovere quella originalità poetica, che in lui certamente più che in ogni altro si ritrova. Nell'Ariosto non v'è decadenza, ci pare, ma invece, letterariamente parlando, il più splendido fiore dell'arte e del poema cavalleresco, che solo dopo di lui comincia a decadere. Se si ragiona della materia del poema, il Boiardo ebbe certo maggiore originalità, essendo stato colui che primo la concepì; l'Ariosto non fece che svolgerla e continuarla. Ma, se nell'arte la forma è sostanziale, non si potrà dire, a me pare, che nel Boiardo si veda, più che nell'Ariosto, come il classicismo abbia in Italia promosso la vera originalità poetica. E tanto meno si potrà, se si riflette che la materia del poema cavalleresco ha poco o nulla di comune col classicismo, il quale fece sentir la sua azione benefica appunto nella forma, che non è certo nel Boiardo correttissima. Il prof. Rajna paragona l'Ariosto a Raffaello, che dipingeva Madonne molto umane, e gli contrappone il Beato Angelico, che dipingeva creature veramente celesti. E sia pure. Ma direbbe egli che in Raffaello il classicismo abbia promosso l'originalità meno che nel Beato Angelico? Si potrà dir solo che il sentimento religioso si manifesta più vivo nei Santi e nelle Madonne dell'Angelico. E se è vero, come noi crediamo, che nell'Ariosto ed in Raffaello si trovi maggiore e più vera originalità artistica, non sapremmo sottoscrivere a queste altre parole dell'illustre scrittore: «Al Boiardo, oltre all'attitudine dell'ingegno, era toccata la sorte di nascere al momento opportuno. Nè prima nè poi sarebbe stato possibile neppure a lui di congiungere la freschezza, la spontaneità spensierata del poeta popolare colla castigatezza, colla esatta e chiara conoscenza degli scopi e dei mezzi proprî del poeta d'arte. Nell'Ariosto, giunto un po' tardi, l'artista è sommo; ma la conoscenza dei classici non si trasforma più in forza viva; al processo di ricreazione si sostituisce l'imitazione.» Rajna, op. cit., pag. 33-34.
Questo è ciò che il Rajna scrisse nella prima edizione del suo classico libro. Nella seconda attenuò e modificò alquanto il suo pensiero. Io avrei perciò soppresse le osservazioni da me qui sopra fatte. Le lascio tuttavia per due ragioni. Perchè esse valgono sempre a render più chiaro quale è il mio pensiero nella questione. E perchè, quando si tratta di un uomo illustre come il Rajna, le varie forme che ha prese il suo pensiero serbano un valore storico, anche se hanno poi subìto qualche modificazione.
38. Sebbene la schiavitù fosse da lungo tempo abolita in Italia, massime a Firenze, pur v'erano ancora schiave orientali.
39. Ricordi autobiografici nelle Opere inedite, vol. X, pag. 32 e seg.
40. Ricordi autobiografici, pag. 68.
41. Op. cit., pag. 71.
42. «Cominciai a scrivere a dì 13 aprile 1508,» dice egli fin dal principio.
43. A pag. 250 di essa, parlando della istituzione del tribunale della Ruota nel 1501, scrive: «dura ancora che siamo a dì 23 febbraio 1508,», il che nello stile nuovo risponde al 1509. Notiamo che il Guicciardini, in questa Storia, seguì lo stile fiorentino, secondo il quale, come tutti sanno, l'anno cominciava il 25 marzo (ab Incarnatione); ma in quella d'Italia, invece, seguì lo stile romano, che faceva cominciar l'anno il 25 dicembre (a Nativitate).
44. Solo per darne un esempio, giacchè hanno poco importanza, pubblichiamo in Appendice, documento I, qualcuna di quelle che si trovano nelle Carte del Machiavelli, cass. IV, n. 57, 58, 79, 80, 113. Molte altre se ne trovano nelle medesime Carte, ed in archivî privati di Firenze, come avremo occasione di notare. Vedi anche Opere (P. M.), vol. V, pag. 339 e 353.
45. Opere (P. M.), vol. I, pag. LXVIII e LXIX, e vol. V, pag. 249.
46. Dal novembre 1508 al febbraio 1509 ne propose e ne fece nominare 584. Canestrini, Scritti inediti di N. Machiavelli, pag. 339 e seg., in nota.
47. Canestrini, Scritti inediti, pag. 283-365. Abbiamo già notato che questa pubblicazione è molto abborracciata, e che la scelta dei documenti sembra fatta senza un criterio direttivo. Assai migliore, perchè condotta con uno scopo determinato, è quella parte (pag. 383-395) che risguarda la Milizia fiorentina, e che era stata già pubblicata dallo stesso Canestrini nel vol. XV dell'Arch. Stor. It. Il documento LXV però, che trovasi in questo volume, a pag. 258, senza data, senza nome d'autore, e che il Canestrini dice forse scritto dal Machiavelli, a noi non par tale nè per la forma nè per la sostanza. Non vi sono in ogni modo ragioni per poter affermare che sia di lui. Restano tuttavia inedite molte altre lettere del Machiavelli sulla Milizia (Archivio fiorentino, Cl. XIII, 2, n. 159, f. 15-161), delle quali diamo in Appendice, documento II, solamente tre, per mostrare di quali minuzie egli dovesse allora occuparsi. Ne aggiungiamo una quarta, che si riferisce però alla guerra di Pisa. Appendice, documento III.
48. Massimiliano I, non essendo stato ancora incoronato, aveva solo il titolo di Re dei Romani. Nell'anno seguente fu — Imperatore eletto, in Germania Re. — E così veniva chiamato ora Re ed ora Imperatore.
49. Nelle Opere, vol. VII, pag. 146, v'è una lettera dei Dieci, in data 18 maggio 1507, che lo mandavano a Piombino, per far dimostrazione d'amicizia a quel «Signore assai vicino ai Pisani, e però da tenerne conto.» Ma, arrivato a Volterra, fu subito richiamato indietro, con lettera del 20 maggio (Carte Machiavelli, cass. IV, n. 141), per essere, si diceva, divenuta inutile quella commissione.
50. Opere, vol. VII, pag. 147-155. Le lettere sono del 10, 12 e 14 agosto 1507.
51. Henry Martin, Histoire de France, tome VII, liv. 45 (4ª ediz.); Dareste, Histoire de France. Paris, Henry Plon, 1866, tome III, liv. XIX, pag. 410 e seg.
52. W. Maurenbrecher, Studien und Skizzen zur Geschichte der Reformationszeit (Leipzig, 1874), pag. 101 e seg.; Bryce, The Holy roman Empire (Loudon, Mac-Millan, 1866), chap. XVII; Ranke, Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation. Berlin, Duncker und Humblot, 1852.
53. Albèri, Relazioni degli Ambasciatori veneti, serie lª, vol. VI, pagine 26-27. V. Relazione del Quirini.
54. Gregorovius, vol. VIII, pag. 68-69; Alb. Jäger, Ueber Kaiser Maximilians I. Verhältniss zum Papstthum (Sitzungsberichte der K. Akad. d. Wissenschaften, XII Band. Wien, 1854); Brosch, Papst Julius II (Gotha, 1878), Fünftes Capitel, pag. 144.
55. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. III, lib. VII, pag. 281.
56. Storia Fiorentina, cap. XXX, pag. 346.
57. Guicciardini, Leo, Sismondi.
58. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. III, cap. VII, pag. 299.
59. Parenti, Historia Fiorentina, Biblioteca Nazionale di Firenze, cod. II, 131 (copia), vol. VI, f. 145. Avendo, così pel Parenti come pel Cerretani, preso alcuni degli appunti da due copie antiche, altri dall'autografo, siamo costretti a citare codici diversi.
60. Guicciardini, Storia Fiorentina, cap. XXX, pag. 340.
61. Parenti, Historia, ecc., (copia), loc. cit., giugno 1507.
62. Parenti, Historia, ecc., cod. II, IV, 171, f. 2, ottobre 1507 (originale). Strano è il vedere come quell'iniquo strangolatore, che fu così lungamente tra i più fidi del Valentino, non solo fosse chiamato a servire Firenze, ma venisse anche protetto da molti cardinali. Quando infatti egli era ancora prigioniero nelle mani di Giulio II, che esitava su quel che doveva farne, l'ambasciatore fiorentino, Giovanni Acciaiuoli, scriveva da Roma ai Dieci, in data 20 ottobre 1504: «Non voglio obmectere dire ad V. S., che per non si trovare, ut aiunt, in D. Michele alcuno peccato, per il quale meriti la morte, et perchè dieci cardinali hanno interceduto per lui, si dice per tucta Roma sarà liberato.» (Archivio fiorentino, cl. X, d. st. 4, n. 82 a c. 46t). E così fu poi di fatto.
Noi abbiamo altrove (vol. I, pag. 397) accennato, come quest'uomo da quasi tutti chiamato (anche dal Parenti) don Michele spagnuolo, fosse poi, sulla fede d'una lettera di Niccolò degli Alberti, creduto da alcuni erroneamente veneziano. Dicemmo allora che la lettera, cui accennava vagamente una nota nelle Opere, non si trovava e, trovata, non sarebbe, secondo noi, valsa contro l'autorità dei cronisti e dei documenti ufficiali. Ora però l'abbiamo trovata in una filza di lettere autografe di varî al Machiavelli, posseduta dalla signora Caterina Bargagli, nata contessa Placidi, che con grande cortesia la mise a nostra disposizione, di che le professiamo qui la nostra gratitudine. Sebbene la lettera non possa mutare il nostro avviso, nè abbia importanza storica, pure essendo molto breve, trovandosi spesso citata, e riferendosi al tempo in cui don Michele fu licenziato, la diamo in Appendice, documento IV. Aggiungiamo poi una curiosa lettera dello stesso don Michele al Machiavelli, che è cavata dalla medesima filza, e dà qualche idea dell'uomo e dei tempi. Vedi Appendice, documento V.
63. Parenti, Historia, ecc., cod. II, IV, f. 171 (originale).
64. Cerretani, cod. II, III, 76, f. 316 (copia). Ciò che dimostra il mal animo del Cerretani contro il Soderini, è la sua affermazione, che questi mandasse il Machiavelli, perchè scrivesse secondo il loro accordo «con avvisi che molto erano simili a quelli di Francesco Vettori, i quali confermavano la passata, e con gagliardissima mano.» Se ciò fosse vero, sarebbe stato superfluo insistere tanto per mandarlo. Era poi notissimo a tutti, che il Soderini parteggiava per la Francia e non per la Germania. Merita di esser notato, che il Parenti, il Cerretani ed il Guicciardini si mostrano, nelle loro Storie fiorentine, egualmente avversi al Soderini, di cui pure non possono mettere in dubbio l'onestà politica. Un partito a lui contrario s'era già formato, e andava crescendo.
65. Così racconta egli stesso nella lettera del 17 gennaio 1508, scritta da lui, e firmata dal Vettori, Opere, vol. VII, pag. 163. Già i Dieci avevano scritto il 21 novembre al Vettori, che il Machiavelli era partito, «acciò che ti portassi la resoluzione nostra, e arrivando male le lettere, ti potessi referire a bocca il medesimo effetto: e speriamo si condurrà salvo.» Il 29 gennaio esprimevano il loro dispiacere per la perdita delle lettere, che avrebbero servito a far meglio intendere l'animo loro. Vedi Opere (P. M.), vol. V, pag. 251 e 272.
66. Gli editori delle Opere (P. M.) dicono di avere riscontrato gli autografi, ma è chiaro che l'han fatto solo di tanto in tanto; altrimenti si sarebbero avvisti, che non solo alcune, ma tutte le lettere di questa legazione sono autografe del Machiavelli (Archivio fiorentino, Dieci di Balìa, responsive, filze 87, 89, 90, 91). Non avrebbero neppure così spesso, come fanno qui ed altrove, riprodotto gli errori delle altre edizioni.
67. Vedi la lettera del 17 gennaio e quella del 24, ambedue firmate dal Vettori.
68. Nell'enumerare i 12 Cantoni la stampa pone Tona (Thun) invece di Zug.
69. In una breve Memoria, letta dal signor Alessandro Daguet a Neuchâtel, nella Società cantonale di storia, l'anno 1875, si dice: «Machiavel en personne est venu en Suisse. Il a passè quelques jours sur notre territoire, bien peu de jours, il est vrai; mais un temps suffisant pour donner à cet esprit pénétrant par excellence l'occasion de se faire une idée exacte de l'organisation politique des Confédérés, du fort et du faible de leurs institutions, et pour qu'il ait appris à connaître les traits distinctifs du droit public qui unissait les 12 Ligues ou Cantons, dont se composait en ce moment le corps helvetique.» Machiavel et les Suisses, Étude d'histoire nationale et étrangère (Extrait du Musée Neuchâtelois, juillet-aôut 1877): Neuchâtel, Wolfrath et Metzner, 1877. — I Cantoni erano in quel tempo dodici, gli altri essendo entrati solo più tardi nella Confederazione.
70. Prima lettera del 17 gennaio. In quel tempo era ambasciatore veneto presso Massimiliano Vincenzo Quirini, i cui dispacci trovansi inediti a Venezia; la sua Relazione fu pubblicata dall'Albèri (serie 1ª, vol. VI, pag. 5-58). In essa abbiamo (a pag. 39-41) altre notizie sulla Svizzera, che non è inutile paragonare con quelle date dal Machiavelli. Secondo lui, i dodici Cantoni potevano mandar fuori, lasciando ben fornito il paese, 13,000 fanti. La Lega Grigia poteva darne 6000, i Vallesi 4000, San Gallo ed Appenzel 3800. Ciascun cantone aveva la sua bandiera, i dodici ne avevano una in comune, e così la Lega Grigia. Nessuno poteva combattere, pena la vita e la confisca dei beni, contro il proprio stendardo, nè contro quello della Confederazione, i quali si potevano portare solo dai soldati mandati per accordi fatti coi Cantoni o con la Confederazione. Lodovico il Moro, per tornare nel proprio Stato (1500), assoldò molti di quegli Svizzeri che si chiamavano Freie, perchè andavano alla spicciolata con chi li pagava, senza aver proprio stendardo. E fu questa la ragione per la quale non vollero, e non potevano senza perder la patria e la roba, combattere contro quelli assoldati da Luigi XII, che avevano lo stendardo della Confederazione. Così ne seguì inevitabilmente la sua rovina, almeno secondo la narrazione del Quirini, il quale aggiunge che i Vallesi, i Grigioni, Appenzel e San Gallo avrebbero fatto lo stesso.
71. Lettera del 17 gennaio, firmata dal Machiavelli, più sopra citata.
72. Le due lettere del 25 e 31 gennaio sono pubblicate nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 271 e 276, tralasciando la più gran parte dei brani in cifra. Gli editori danno però le seguenti parole della lettera 25 gennaio, che sono anch'esse quasi tutte in cifra: — Per questa mi occorre scrivervi come questa lettera non contiene nulla; ma scrivesi acciocchè le vere si salvino, trovando questa. — Esaminando gli altri brani in cifra, si vede che veramente, come osservano gli stessi editori (P. M.), contengono parole che non hanno senso.
73. «In diesen späten Neuerung sprach Maximilian den Grundsatz aus, dass die in Deutschland fortdauernde Kaisergewalt von der Krönung durch den Papst unabhängig sei.» Gregorovius, Geschichte der Stadt Rom, volume VIII, pag. 53. — V. anche Ranke, Deutsche Geschichte in Zeitalt. d. Reform., I, 117.
74. Il 19 gennaio i Dieci avevano scritto al Vettori, che poteva promettere 40,000 ducati, facendo il primo pagamento di 16,000, quando Massimiliano fosse entrato in paese veramente italiano. Trento non doveva risguardarsi come tale, potendovi esso andare quando voleva, come in terra sua. Si potevano anche promettere 50,000 ducati, e pagarne 20,000 a Trento; ma ciò solo in caso d'urgenza estrema, e quando fossero certi della venuta. Il giudicare di ciò rimettevasi al Vettori. Opere (P. M.), vol. V, pag. 272.
75. Opere, vol. VII, lettera 8 febbraio, 186-187. Le parole scritte di mano del Vettori furono nelle varie edizioni stampate in modo scorrettissimo; ma nelle Opere (P. M.) vennero corrette sull'originale. Fra le altre cose, là dove le antiche edizioni dicono: «Al Machiavello manca gran danari; per me non ne mancherà ancora a lui:» bisogna leggere: «Al Machiavello, in mentre arò danari per me, non ne mancherà ancora ad lui.» Opere (P. M.), vol. V, pag. 288.
76. Leo, Storia d'Italia, lib. XI, cap. II, § V.
77. Abbiamo già altrove spiegato che queste parole significano: con la probabilità di 15 su 20, la lira fiorentina essendo di 20 soldi.
78. Opere (P. M.), vol. V, pag. 317, nella lettera dei Dieci al Vettori, 9 aprile 1508.
79. Lettera 29 marzo, data che nelle Opere (P. M.) è stata erroneamente mutata in 28 marzo. Essa trovasi in doppio originale nell'Archivio fiorentino, Dieci di Balìa, carteggio, responsive, filza 90, a c. 423 e 429, col deciferato di mano del Buonaccorsi a c. 434, sempre colla data 29 marzo. V. anche la lettera scritta nei giorni 14, 19 e 23 febbraio, e quella dell'8 giugno.
80. Lettera 30 maggio.
81. Lettera del 14 giugno. In fine dice come un tal Serentano, che era appresso all'Imperatore, aveva detto al Vettori, che nella tregua v'era posto anche pei Fiorentini, i quali l'Imperatore avrebbe nominati come suoi aderenti, se volevano. Bisognava però decidersi presto. E qui l'autografo ha un brano che manca in tutte le edizioni. Esso viene dopo le parole: «e' Franzesi vi cominciassino a mandare gente,» ed è il seguente: «Crede Francesco che costui (il Serentano) abbi mosso questa cosa, credendo esserne di meglio qualche cosa; e crede che con mille ducati che si dessino fra lui et uno altro, la si condurrebbe. E però prega V. S. li ne dieno subito adviso. Partirà Francesco domani da Trento, per ire ad la Corte. Dio lo conduca.» Archivio fiorentino, Dieci di Balìa, carteggio, responsive, filza 91, a c. 342.
82. Dai documenti che trovansi nell'Archivio fiorentino, e che furono pubblicati dal Passerini (Opere (P. M.), vol. I, pag. LXIX-LXX), apparisce che la elezione del Machiavelli fu fatta dai Dieci il 17 dicembre 1507, cum salario alias declarando. Partì lo stesso giorno, e tornò il 16 giugno 1508. Ebbe per le spese occorrenti 110 fiorini larghi in oro, dei quali 80 e 10 soldi furono, secondo il conto presentato, spesi nel viaggio sino ad Innsbruck. Il suo salario fu di lire 10 di piccioli netti il giorno, finchè era fuori, compreso in esse il suo ordinario salario di lire due, soldi quattro e denari undici il giorno. Così l'aumento fu di lire sette, soldi quindici e denari uno di piccioli; e quindi per 183 giorni d'assenza ebbe il soprassoldo di 1419 lire.
83. Nelle Opere (P. M.), vol. VI, pag. 375, si afferma, senza provarlo, che è diretta invece a Francesco de' Medici; ma è un errore perchè trovasi in Archivio diretta al Girolami.
84. Istruzione fatta per Niccolò Machiavelli a Raffaello Girolami, Opere, vol. IV, pag. 177-182. Ha la data del 23 ottobre, senza indicazione d'anno. Ma Ferdinando d'Aragona morì nel gennaio 1516, e gli successe Carlo nipote di Massimiliano imperatore. Questi morì il 12 gennaio 1519: nello stesso anno Carlo andò in Germania per succedergli nell'Impero, e nel 1522 tornò nella Spagna, dove il Girolami fu a lui inviato. Il signor H. Heidenheimer in un pregevole scritto (Machiavelli's erste römische Legation, Dissertation zur Erlangung der Doctorwürde, etc.: Darmstadt, 1878) discorre anche (pag. 59 e seg.) di questa Istruzione, e dandole, a nostro avviso, troppa importanza, la esamina minutamente e, quasi fosse un vero e proprio trattato scientifico, cerca in essa una precisione matematica di linguaggio, ed in alcune parole anche un significato recondito che non hanno, creando così difficoltà dove non sono. Il Machiavelli dice: «Lo eseguire fedelmente una commissione sa fare ciascuno che è buono; ma eseguirla sufficientemente è difficultà.» Ed il signor Heidenheimer disputa (pag. 60) sul significato vero delle parole buono e sufficientemente in questo luogo, quando è chiarissimo che l'autore vuol dire: ad esser fedeli basta la bontà; ma a riuscire sufficientemente, o sia abbastanza abilmente, occorre anche prudenza e sagacia. Dove il Machiavelli dice che «mettere nella bocca vostra il giudizio vostro sarebbe odioso,» il signor Heidenheimer esamina il significato della parola odioso, e cerca la causa di questo odio. «Worin dieses odium aber bestehe, wird nicht gesagt. Jedenfalls aber ist auf den ausserordentlich starken Ausdruck odioso sehr zu achten» (pag. 64). Ma anche qui è chiarissimo il significato delle parole citate, le quali vogliono dir solamente, che il dare giudizi, in proprio nome, sui paesi e sugli uomini presso cui l'ambasciatore è inviato, e sui probabili eventi, può generare odio, cioè può offendere l'orgoglio di qualcuno, può sembrare presuntuoso, ecc. E per questa ragione, egli conclude, come abbiam visto, col dire che coloro i quali sono pratici del mestiere usano, in simili casi, scrivere, invece: gli uomini prudenti che si trovano qua, giudicano ecc. Nonostante però alcune sottigliezze, il lavoro del signor Heidenheimer è pregevole per diligenza e dottrina.
85. Vedi i tre scritti sulla Germania nelle Opere, vol. IV, pag. 153 e segg.
86. Gervinus, Historische Schriften, pag. 97: «Seine Ritratti von Frankreich und Deutschland beweisen wie scharf er in die Eigenthümlichkeiten der Völker einzugehen verstand, wie eindringend er die politische Lage, den innem Zustand fremder Länder, die Natur der Nationen und der Regierungen beurtheilte. Seine statistischen Notizen über Frankreich sind ganz vortrefflich, und über den Charakter des Kaisers Maximilian und des deutschen Regiments ist vielleicht nichts besseres noch gesagt worden, als was er in seinen Berichten und gelegentlich sonst vorbringt.»