LIBRO SECONDO
CAPITOLO VI.
Leone X, la sua politica e la sua Corte.
Prima di ripigliar l'esame delle opere del Machiavelli, dobbiamo di nuovo fermarci alla storia dei tempi, coi quali esse sono in una continua relazione, e dei quali continuamente discorrono.
Leone X era salito sulla cattedra di San Pietro, destando per tutto, specialmente in Italia, grandissime speranze di sè. Il mondo era stanco degli eccessi scandalosi d'Alessandro VI, e delle audacie irrequiete di Giulio II. Si desiderava un poco di tregua e di pace; il cardinal Giovanni de' Medici sembrava perciò il papa da tutti desiderato. Il Vettori dice di lui, che «aveva saputo in modo simulare, che era tenuto di ottimi costumi.»[3] Certo aveva una generale reputazione di buono, ma anche di assai accorto, che sapeva condurre ed aggirare i cervelli degli uomini. In politica era della scuola di suo padre Lorenzo il Magnifico; ambiziosissimo del potere per sè e pe' suoi, con una grande apparenza di bonomia e di semplicità, serbando sempre quelli che a Firenze chiamavano i modi civili. Ma ciò non impediva punto che, all'occorrenza, sapesse non solo mentire ed ingannare, di che quasi menava vanto; ma porre crudelmente le mani nel sangue. Aveva anche una grande reputazione, e meritata, d'uomo liberalissimo del suo. Dava in fatti quello che aveva e quello ancora che non aveva. «Era tanto possibile,» dice lo stesso Vettori, «che Sua Santità tenesse mille ducati, quanto è possibile che una pietra vada in alto da sè.»[4] «È certo che se le porte del Panteon fossero d'oro, il Papa non le lascerebbe al loro posto,» diceva uno degli ambasciatori veneti.[5] Ed un altro aggiungeva, che non solamente non sapeva tener conto alcuno del danaro, ma che i Fiorentini i quali gli si affollavano d'intorno, e dicevano d'esser suoi parenti, non gli lasciavano mai un soldo in tasca, per il che erano venuti in grande odio alla Corte.[6] Nè minore era la sua fama di mecenate, protettore e cultore delle lettere e di tutte le arti belle. Il palazzo a Sant'Eustachio,[7] quando egli lo abitò da cardinale, era divenuto ben presto un ameno ricetto d'artisti e di letterati, un museo, nel quale collocò la biblioteca Medicea, che nel 1508 aveva comperata dai frati di S. Marco, i quali l'avevano acquistata ai tempi del Savonarola.[8] Di mezzana statura, di testa grossa, d'un colore che tendeva al rosso, con occhi sporgenti, di vista corta in modo che portava sempre una lente, Leone X aveva allora trentotto anni, era vanissimo della sua bella mano, che faceva sempre vedere, ornandola di molti anelli, e più ancora della sua voce armoniosa così nel parlare, come nel cantare. Lo tormentava però molto una fistola che rendeva disgustoso l'avvicinarlo; era assai corpulento ed intollerante d'ogni fatica prolungata. Tutti i poeti cortigiani lodavano, esaltavano i suoi versi latini, che erano assai mediocri, ma che egli improvvisava con molta facilità; tutti lo ammiravano ed applaudivano quando cantava e quando disputava di pittura, di scultura, di musica, d'ogni cosa. In sostanza però egli non riuscì mai a produrre nulla di originale. Era un gran dilettante, un grande amatore delle arti e delle lettere, non altro. Ed in ciò si vedeva assai chiara la sua inferiorità di fronte a Lorenzo il Magnifico, che non solo fu mecenate, ma lasciò anche una impronta personale nella letteratura del suo tempo.
Non era anche sciolto il Conclave, che lo aveva eletto (11 marzo 1513) quando il Papa nominò suoi segretari Pietro Bembo veneziano, erudito latinista, elegante scrittore italiano, amante del bel sesso, del lieto vivere, e Giovanni Sadoleto, altro latinista erudito, vago del conversare ameno e dei piaceri. Simili a costoro erano, più o meno, tutti i prelati di cui si circondò. Un luogo eminente fra loro tenne per qualche tempo Bernardo Dovizi da Bibbiena, il noto autore della scandalosa commedia La Calandra. Questi era un capo ameno, molto pratico però degli affari; aveva assai contribuito all'elezione del Papa, e ne fu compensato col cappello cardinalizio, di cui godè poco, perchè la sua salute era già rovinata, e perchè ben presto il sospetto d'avere intrigato colla Francia, gli fece perdere ogni favore, tanto che la sua morte, seguita poco dopo, venne attribuita a veleno. Quando si trovava in mezzo a questi prelati, ai suoi poeti, ai suoi artisti, Leone X pareva veramente felice. Egli manifestò la propria indole, espresse tutto l'animo suo, quando, poco dopo l'elezione, incontrando il fratello Giuliano, gli disse: «Godiamoci il papato, poichè Dio ce l'ha dato.»[9] Godersi la vita, non tanto sensualmente, quanto esteticamente, era ciò che più di tutto desiderava. «Non vorria nè guerra, nè fatica,» scriveva l'ambasciatore veneto Marin Giorgi.[10] «Pensava a ogni altra cosa che a guerra,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Francesco Vettori.[11] E pure, sebbene tutto egli sacrificasse ai desiderati piaceri, e tanto volesse la pace, fu sempre in guerra, e tenne in agitazione continua l'Italia intera.
Per la sua Corte, per i suoi piaceri e conviti, per i suoi letterati ed artisti, anche per i suoi buffoni, aveva bisogno di molti danari, il che gli faceva tentare ogni via onesta e disonesta per averli, e qualche volta da ciò nascevano dissensi, che erano poi cagioni di guerra. In fatti volse subito l'occhio alle terre di Cervia e di Ravenna, da cui si cavavano cinquantamila ducati l'anno di sale, senza riflettere che così insospettiva ed irritava i Veneziani, che le possedevano.[12] A questo s'aggiungeva una brama ardente di far parlare di sè, d'essere tenuto potente in Italia; ma soprattutto un desiderio vivissimo, che non gli dava mai pace, di rendere potenti anche tutti i suoi. «Il Papa e i suoi Medici,» scriveva l'ambasciatore veneto, «non hanno altra fantasia che di far grande la prosperità della casa, e i suoi nipoti non si contentavano d'esser duchi, ma pretendevano che uno di loro fosse re.»[13] Abbiamo già visto come questi desideri, di cui parlano tutti i contemporanei amici e nemici di Leone X, spingessero di continuo al disegno di formare nell'alta Italia uno Stato di Modena e di Parma, da estendersi poi sino a Ferrara e ad Urbino, il che naturalmente doveva esser causa di guerra cogli Este e coi Della Rovere. Un tale disegno era stato quello che aveva suggerito al Machiavelli l'idea del Principe, nel quale consigliava ai Medici, che s'allargassero addirittura a tutta Italia, riunendola ed armandola. La prima speranza del Papa fu per qualche tempo di dare il nuovo Stato al nipote Lorenzo, supponendo di poter profittare degl'inevitabili garbugli d'Italia, in modo da ottenere pel fratello Giuliano il regno di Napoli. Trovata ben presto impossibile l'effettuazione del secondo e più ambizioso disegno, voleva dar Modena e Parma a Giuliano. Ma questi, che era fantastico e buono, morì nel 1516, e così restò solo Lorenzo, che aveva ventun anno, ed era, secondo l'ambasciatore veneto, «di un animo gagliardo, astuto e atto a far cose grandi, non come il Valentino, ma poco meno.»[14] Costui stimolava continuamente il Papa, tanto più che non gli piaceva punto lo starsene a Firenze, dove poteva comandar più di nome che di fatto.
V'era anche un altro Medici, di maggiore età e più autorevole, Giulio (1478-1534), figlio naturale di quel Giuliano che fu ucciso nella congiura dei Pazzi. Nato poco dopo la morte del padre, e notissimo più tardi col nome di Clemente VII, s'era dato ben presto alla vita ecclesiastica; fu poi cavaliere di Rodi, frequentò molto la Corte del cardinal Giovanni, e continuò più che mai, quando questi fu papa Leone X. S'era molto adoperato nella congiura che cacciò il Soderini da Firenze, e venne poco dopo nominato arcivescovo di questa città. Non andò guari che fu promosso cardinale, dopo essere stato prima falsamente dichiarato figlio legittimo, al modo stesso che s'era da Alessandro VI praticato pel Valentino. Insieme con lui ebbero il cappello Bernardo da Bibbiena, il datario Lorenzo Pucci ed Innocenzo Cibo, nipote del Papa per parte di sorella. Questo fu il primo passo, dice il Vettori, dato da Leone X a violare i giuramenti, cosa che incominciò subito a far mutare la buona opinione che s'era prima concepita di lui. Il cardinale Giulio veniva adoperato in tutte le più gravi faccende, e passava per un uomo accortissimo, consigliere non solo, ma quasi guida del Papa.[15] Assai meno dedito ai piaceri, meno curante di fare il mecenate, reggeva meglio al lavoro, e si dava agli affari senza distrazioni. Ma il vero è, che il Papa se ne valeva come di un utile e docile strumento della propria volontà. Per cansar fatica egli adoperava sempre e molto gli altri; ma voleva far le cose a suo modo, ed ottenere il proprio intento, senza punto badare ai mezzi.
Fu sventura per lui salire al pontificato quando l'Europa era travagliata da lotte sanguinose per le gare dei grandi potentati; quando già cominciava l'agitazione della Riforma religiosa; quando l'Italia era lacerata da Francesi e da Spagnuoli, che se ne contendevano il dominio, e vi chiamavano, per farsi a vicenda aiutare, altri stranieri. Egli presumeva farsi grande moderatore della politica generale in tutta Europa. L'autorità della Chiesa, il nome della famiglia, la grande fortuna che lo aveva mirabilmente secondato, lo ponevano certo assai in alto, e facevano a molti sperare, che come suo padre era stato chiamato l'ago della bilancia d'Italia, così il figlio potesse essere arbitro delle grandi contese politiche, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Ad ottenere un tal fine però, Leone X avrebbe dovuto avere un grande scopo ed il carattere proprio d'un uomo di Stato, lasciando da ciò costantemente regolare la sua condotta; ma questo appunto era invece ciò che gli mancava del tutto. Di certo sarebbe un grave errore il credere che, in mezzo a così gravi conflitti, egli non pensasse che ai suoi interessi personali e di famiglia. Doveva anch'esso, al pari di tutti i papi, sentire il bisogno d'assicurare lo Stato della Chiesa, e quindi, se non poteva, come aveva sperato Giulio II, cacciar dall'Italia gli stranieri, impedire almeno ad ogni costo, che uno solo di loro divenisse padrone della Lombardia e del Napoletano. Non poteva un uomo del suo ingegno non vedere, che chi avesse così avuto in mano «il capo e la coda d'Italia», avrebbe circondato e stretto dai due lati lo Stato della Chiesa, privandolo d'ogni possibile indipendenza. Ma il bisogno costante, irresistibile di profittar sempre di tutto a vantaggio non solamente suo e della Chiesa, ma dei parenti, creando a ciascuno di essi uno Stato, era quel che toglieva alla sua politica ogni valore impersonale.[16] A ciò s'aggiungeva quella sua indole amante dei piaceri e del quieto vivere, senza troppi pensieri; il non prendere mai nessuna cosa sul serio; il continuo, l'eterno tergiversare senza mai decidersi; il trattare contemporaneamente con tutti nello stesso tempo, ingannando tutti con una doppiezza, di cui menava vanto, che aveva anzi elevata a principio. Quando si stringe alleanza con uno, egli diceva, non bisogna mai tralasciare d'aprir trattative anche cogli altri, per tenersi sempre aperta una via d'uscita, ed esser sempre pronto agli eventi.[17] Così la sua politica fu una serie continua d'interminabili mutazioni, un caos, un laberinto in cui non è possibile trovare nessun filo conduttore, perchè nessun alto principio la guidava mai. Neppure della tremenda rivoluzione religiosa, iniziata allora da Martino Lutero, egli, indolente e scettico com'era sempre, seppe formarsi un concetto chiaro.
Che la condotta d'un tale uomo dovesse riuscire funesta all'Italia, è facile immaginarlo. Non era appena morto Giulio II, che il generale Cardona s'impadronì di Parma e di Piacenza, a vantaggio del ducato di Milano, dove governava, di nome più che di fatto, Massimiliano Sforza, giovine inesperto e debole, il quale perciò si trovava in balìa degli Svizzeri, degli Spagnuoli e dell'Imperatore, a grande dispetto del suo segretario Girolamo Morone, uomo di molto ingegno, di animo audace, irrequieto e pieno sempre di ardimentosi disegni. Il Papa si sentì allora mortalmente ferito per la perdita di quelle due città, su cui aveva fatto pe' suoi parenti grande assegnamento, e cominciò subito ad intrigare. Invitato dalla Francia, che nel marzo del 1513 aveva fatto lega con Venezia, per assaltare Milano, ricusò d'aderire, perchè non gli volevano assicurare la restituzione di Parma e di Piacenza.[18] Faceva quindi mostra d'avvicinarsi invece alla lega, che nell'aprile avevano conchiusa a Mecheln Enrico VIII e l'Imperatore, per difendere Milano e le terre della Chiesa, per assalire la Francia. Girolamo Morone era intanto corso a Roma, sperando d'avere aiuti a difesa del suo signore, ed il Papa, sebbene ancora non si sbilanciasse, gli dava danari per assoldare Svizzeri. La guerra cominciò subito. Da un lato scesero i Francesi, da un altro s'avanzarono i Veneziani; e Milano si ribellò al Duca, cui non restava altro che Como e Novara, nella quale ultima città si rinchiuse. Ma allora scesero dalle Alpi gli Svizzeri, i quali nel giugno diedero alla Riotta una grande disfatta ai Francesi, mutando così lo stato delle cose. Il Cardona in fatti aderì prima in nome degli Spagnuoli, alla lega di Mecheln, e dette Parma e Piacenza al Papa, che, com'era naturale, senza più esitare, aderiva anch'egli. Assalì poi subito i Veneziani, ed arrivò sin quasi alla laguna. Nell'ottobre venne alla Motta a giornata coll'Alviano, che i Francesi avevano liberato dalla prigionia, e lo ruppe. La Francia nello stesso tempo perdette Genova, e fu in casa assalita da Inglesi ed Imperiali, che le diedero una grave rotta a Guinegatte (16 agosto 1513). Gli Svizzeri l'assalirono dalla parte di Dijon; ma al La Trémoille riuscì, con danari e larghe promesse, a farli ritirare da Milano.
Luigi XII capì finalmente che il suo interesse lo portava ad unirsi col Papa, il quale poteva suscitargli contro troppi nemici. Rinunziò quindi al Conciliabolo iniziato a Pisa, e sottomise la Chiesa gallicana al Concilio lateranense, il che era un gran trionfo per il Papa. Così fu subito conclusa una nuova lega tra lui, la Francia e l'Inghilterra. Leone X adunque si trovava adesso legato con la nazione francese, stata sempre avversa alla sua casa; anzi allora appunto s'imparentava col re Luigi XII, mediante il matrimonio di Filiberta di Savoia con Giuliano, promettendo di mandarlo ad aiutare la ripresa di Milano, con la speranza, ben inteso, d'ottenere altri vantaggi. E intanto già cercava in segreto di stringere accordi fra la Spagna, l'Impero, Venezia, Firenze e Milano, tanto per tenersi, come faceva sempre, aperta la via a gettarsi di qua o di là, secondo l'occorrenza. «Pieno di artifizî,» così scrive il Guicciardini, «voleva da un canto che il re di Francia non ricuperasse lo Stato di Milano; da un altro intratteneva lui e gli altri principi, quanto più poteva, con varie arti.»[19] È quindi impossibile tener dietro alle sue mille tergiversazioni. Egli trattava con tutti e non si teneva fermo a nessuno, perchè da nessuno poteva avere le promesse ed assicurazioni che voleva pel reame di Napoli e per l'alta Italia. Tutti conoscevano però quali erano i suoi ambiziosi disegni.[20] Quando si vedeva che Giuliano se ne stava a Roma, quasi disprezzando la dimora in Firenze, si diceva dai più accorti: «Bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non può essere altro che il regno di Napoli.»[21] Quando si vedeva che il Papa permetteva ai Fiorentini d'assalire i Lucchesi; quando si vedeva che invece di restituire Reggio, secondo la data promessa, acquistava Modena dall'Imperatore per 44,000 ducati, tutti capivano quali erano anche da questo lato le sue mire. Siena, Ferrara, Urbino temevano d'essere da un momento all'altro avvolte nelle reti artificiose del Santo Padre, che era perciò circondato da una generale diffidenza. Ma ora un nuovo avvenimento mutava affatto le condizioni politiche dell'Europa. Luigi XII, dopo la morte della moglie Anna, aveva sposato Maria, sorella del re Enrico VIII, bella e giovane tanto, che fu dai malevoli detto aver egli tratto d'Inghilterra «una chinea, che camminò sì forte, che in pochi mesi lo portò fuori del mondo.»[22] Egli era infatti malaticcio, aveva 53 anni, e con una moglie di soli 16, non reggendo al mutato tenore di vita, morì il primo del 1515. Francesco I, che gli successe, non aveva più di 20 anni; era pieno delle memorie di Gastone di Foix, del desiderio di vendicar le disfatte di Novara e di Guinegatte; s'era l'anno innanzi sposato con la figlia primogenita del re Luigi, la quale ereditava dalla madre il ducato di Brettagna, e dal padre le pretese su quello di Milano. Alto della persona, bello, forte, d'animo cavalleresco, amante delle lettere e dei piaceri, capace di concepire e di condurre ad effetto arditi disegni, assunse, con la corona di Francia, il titolo ancora di duca di Milano, e s'apparecchiò all'impresa d'Italia. A questo fine concludeva alleanza con l'arciduca Carlo, rinnovava il trattato con l'Inghilterra, confermava quello già fatto da Luigi XII con Venezia.[23] Ma non gli fu possibile accordarsi col Papa, perchè il nunzio Canossa, vescovo di Tricarico, uomo operoso ed accorto, insisteva, secondo il solito, non solamente per Modena e Parma, ma anche per avere la promessa del regno di Napoli. A tanta insistenza Francesco I fu per perdere la pazienza. «Questa che Nostro Signore ci domanda,» egli rispose, «è troppo gran cosa, e male potremmo concederla senza gravissimo carico nostro e della Corona. Nè egli poi, nè suo fratello Giuliano avrebbero la forza di comandare e governare un regno così vasto, così irrequieto, che non stette mai a lungo sotto uno stesso padrone.»[24]
Senza perdere tempo, il Re raccolse un poderoso esercito tra la Saona, il Rodano e le Alpi, movendo finalmente per l'Italia con 60,000 uomini a piedi, 30,000 a cavallo, e 72 pezzi d'artiglieria. V'erano i celebri uomini d'arme francesi, formati dalla prima nobiltà del regno, comandati dal Re in persona. V'erano molti lanzichenecchi e molti Guasconi, questi ultimi comandati dal Navarro, che aveva disertato la Spagna.[25] Il 17 luglio intanto s'era conclusa una confederazione armata fra l'Imperatore, il Cattolico, lo Sforza ed il Papa, «per la difesa e la libertà d'Italia.» Ad aver l'adesione del Papa era stato necessario cedergli addirittura Parma e Piacenza, promettendo un qualche compenso allo Sforza, che le possedeva. Raimondo di Cardona era già alla testa di otto o dieci mila Spagnuoli, e gli Svizzeri discendevano dalle Alpi in grandissimo numero. Massimiliano Sforza ed il Papa che li avevano arrolati, dovevano non solo pagarli, ma provvederli anche di buona cavalleria, la quale si trovava già pronta sotto il comando di Prospero Colonna. E oltre di tutto ciò, il Papa aveva inviato un esercito di genti fiorentine e pontificie, comandate prima da Giuliano, poi, essendosi questi ammalato, da Lorenzo de' Medici, col titolo di capitano della Chiesa e dei Fiorentini. Ma già si diceva, e si vide poi esser vero, che avevano avuto ordine di non combatter davvero la Francia, conducendosi in modo da cavare pel Papa buoni patti da chiunque vincesse, il che, com'era naturale, riuscì di grave danno al fine della guerra.[26]
Il 13 settembre 1515 i due eserciti vennero presso Marignano a giornata. Gli Svizzeri, in tre corpi di 8 a 10 mila uomini ciascuno, assalirono con vigore e fortuna le genti d'arme francesi, e s'apparecchiavano, secondo il solito, a correre sulle artiglierie, quando Francesco I venne co' suoi all'assalto, e, combattendo sino a notte inoltrata, lasciò incerto l'esito della giornata. Mandò allora ad avvertire l'Alviano, perchè s'avanzasse coi Veneziani; avvertì altri de' suoi generali, e riposò qualche ora appoggiato ad un cannone, ricominciando in sull'alba a combattere. La battaglia fu fierissima, e pareva risolversi a favore degli Svizzeri, quando arrivò l'Alviano che li assalì al grido di Viva San Marco, ed allora dovettero cedere. Fecero ancora un ultimo sforzo disperato, e poi si posero in ritirata, lasciando da 7 ad 8 mila morti sul campo. Questa che il Trivulzio, il quale pur ne aveva visto tante, chiamò battaglia di giganti, recò grave danno alla reputazione per così lungo tempo goduta dagli Svizzeri, i quali d'allora in poi non furono più tenuti invincibili come pel passato. Essi, ciò non ostante, eseguirono la ritirata con ordine ammirabile; lasciarono qualche migliaio dei loro nel castello di Milano, e, ritornando alle Alpi, promisero di scender di nuovo a fare vendetta.
Francesco I, che s'era fatto sul campo di battaglia ordinar cavaliere dal Baiardo, entrò in Milano, imponendole una taglia di 300,000 ducati. Poco dopo s'arrese la cittadella, non ostante i consigli contrari del Morone, che riuscì a fuggire dalle mani dei Francesi.[27] Massimiliano Sforza, stanco ormai degli Svizzeri e dell'avversa fortuna, si pose nelle mani del Re, e, ritiratosi in Francia, si godette una pensione di 36,000 ducati senza più pensare ad altro. Il Cardona, disgustato del Papa e dei Fiorentini, le cui genti avevano sempre tergiversato, mancando poi al bisogno, se ne andò verso Napoli. Francesco I si fermò a Pavia, donde voleva muovere a prendere Parma e Piacenza, andando poi anche più oltre. Queste notizie, come è da immaginarsi, posero uno spavento grandissimo nell'animo del Papa, il quale si vedeva abbandonato dagli amici, lasciato in preda ai nemici. Nel primo giorno della battaglia di Marignano, la fama dei vantaggi ottenuti dagli Svizzeri, s'era per via ingrossata in modo che era giunta a Roma, annunziando piena disfatta dei Francesi e dei Veneziani. Il cardinal Bibbiena fece subito illuminare la città, Leone X da sè stesso volle dar la grande notizia all'ambasciatore veneto Marin Giorgi. Questi però, avuto il giorno seguente lettera della Signoria, che annunziava la vittoria, vestitosi in gala, corse al Vaticano, fece svegliare il Papa, che uscì di camera sbalordito e ancor mezzo spogliato. «Padre Santo,» gli disse l'oratore, «ieri Vostra Santità mi diede una cattiva nuova e falsa, io gliene darò oggi una buona e vera: gli Svizzeri sono rotti.» E così dicendo gli mostrò la lettera della Signoria, letta la quale, Leone X esclamò tutto spaventato: — «Quid ergo erit de nobis, et quid de vobis? — «Di noi sarà bene,» rispose l'oratore, «che siamo col Cristianissimo re, e Vostra Santità non avrà male alcuno. — Ci metteremo nelle mani del Cristianissimo, domandando misericordia,»[28] — concluse il Papa, che neppure in quel momento volle dire di rimettersi nella Signoria di Venezia.
Prima d'avventurarsi a nuove imprese, Francesco I, da vero uomo di Stato, cercò di consolidare quello che aveva acquistato. Dopo quindi aver preso Brescia ed alcune altre terre, dopo aver tentato di prender Verona, che però fu difesa dall'Imperatore Massimiliano, fece un trattato con l'arciduca Carlo a Noyon (13 agosto 1516), promettendogli in moglie la propria figlia, che avrebbe portato in dote i diritti sul reame di Napoli, il che poteva metter fine a dispute e guerre altrimenti interminabili. Intanto il re Cattolico, cioè lo stesso arciduca Carlo, per la morte di Ferdinando d'Aragona (23 gennaio 1516) successo al trono della Spagna, che governava ora per mezzo del cardinal Ximenes, doveva pagare 100,000 scudi d'oro ogni anno, sino al compiuto matrimonio, necessariamente ritardato per l'età troppo tenera della sposa. Carlo, autore principale di questi accordi, fece consentir Massimiliano a cedere con nuovo trattato (Bruxelles, 3 dicembre 1516), mediante pagamento di 200,000 ducati, Verona ai Veneziani, i quali si trovavano così insieme con la Francia padroni dell'alta Italia. Un'alleanza perpetua venne inoltre conclusa da Francesco I coi tredici Cantoni svizzeri (Friburgo, 29 novembre 1516), ai quali il Re dovè pagare grosse somme di danaro. E finalmente il dì 11 marzo 1517 fu concluso il trattato di Cambrai, mediante il quale Carlo, Massimiliano e Francesco I si garentivano a vicenda i propri Stati. In questo modo l'Arciduca, divenuto già sovrano dei Paesi Bassi e della Spagna, s'assicurava il dominio del Napoletano, e cominciava a spianarsi la via alla sua straordinaria potenza in avvenire. Ma per ora gli occhi del mondo restavano rivolti sempre verso Francesco I, il quale, dopo avere umiliato gli Svizzeri, se ne era assicurata l'amicizia; e dopo essersi fatto padrone del Milanese, levava dalle mani del fantastico ed irrequieto Imperatore Verona, chiave del Tirolo; si faceva assicurare i propri Stati dalla Spagna e dalla Germania, rimanendo amico dei Veneziani.[29]
Quest'opera sarebbe però rimasta incerta e precaria, se Francesco I non fosse riuscito ad assicurarsi del Papa che, restando nemico, poteva di nuovo suscitargli avversari per tutto. Furono quindi iniziate pratiche, a concluder le quali venne deliberato, che il Re ed il Papa s'incontrerebbero a Bologna. Leone X giunse in Toscana verso la fine di novembre del 1515, e a dar tempo di compiere i grandi apparecchi che si facevano in Firenze, per riceverlo solennemente, si fermò qualche giorno a Marignolle, nella villa dei Gianfigliazzi. Il 30 del mese entrò per la Porta di San Pier Gattolini,[30] di cui fu necessario demolir l'antiporto, perchè il Papa potesse passare col suo numeroso seguito, del quale facevano parte diciotto cardinali. Alloggiò a Santa Maria Novella, donde si recò il giorno seguente al palazzo dei Medici, ripartendo il 3 dicembre per Bologna. Affermano i cronisti che per più d'un mese s'erano a Firenze adoperate circa duemila persone, spendendo settantamila fiorini e più, per apparecchiare le feste.[31] Le vie e le piazze, per cui doveva passare il Papa, erano piene di archi trionfali, di statue, di obelischi, di tempii, opere tutte dei migliori artisti d'Italia, che allora fiorivano in grandissimo numero nella Città.[32] Alcuni di questi lavori riproducevano antichi monumenti romani,[33] altri erano invenzioni nuove. Antonio da San Gallo aveva fatto un tempio ottagono in piazza della Signoria; Baccio Bandinelli, un gigante nella Loggia; più di tutto richiamava l'attenzione del pubblico la facciata del Duomo, condotta in legno. L'architettura, con bassorilievi e statue, era opera di Iacopo Sansovino, dipinta da Andrea Del Sarto. L'idea prima ne era stata già altra volta suggerita da Lorenzo il Magnifico.[34] Leone X, partito da Firenze, fece il 7 dicembre solenne ingresso a Bologna, dove il Re giunse l'11, per ripartirne il 15. Ritornò il Papa a Firenze il 22 dicembre, restandovi tra feste continue tutto il Natale ed il Carnevale, fino al 19 febbraio, quando ripartì finalmente per Roma.[35].
A Bologna fu concluso un trattato, che era già stato formulato il 13 ottobre 1515. Con esso Leone X non solamente disdisse l'accordo già fatto con l'Imperatore; ma, quello che fu più duro al suo cuore, dovette restituire al Re Parma e Piacenza; promettere di restituire Modena e Reggio al duca di Ferrara, il quale avrebbe reso a lui la somma già pagata all'Imperatore. Francesco I prometteva dal canto suo di difendere Firenze e lo Stato della Chiesa, dare al fratello ed al nipote del Papa dignità e rendite in Francia. La Prammatica Sanzione fu abrogata con un accordo, che sempre più sottometteva la Chiesa gallicana al Re ed a Roma.[36] In questa occasione Francesco I fece due nuove domande. Chiese d'avere in dono il gruppo del Laocoonte, da poco trovato nelle Terme di Tito, e del quale era corsa per tutto il mondo la fama. Leone X che, secondo l'espressione d'un moderno, avrebbe più volentieri ceduto la testa d'un apostolo,[37] promise, con la intenzione però di dare invece una copia. La ordinò infatti a Baccio Bandinelli, ma neppur questa andò poi in Francia, trovandosi anche oggi in Firenze. Chiese inoltre che fosse perdonato al duca d'Urbino, Francesco Maria della Rovere, il quale, dopo aver preso soldo dal Papa, s'era nella guerra inteso colla Francia. Ma qui Leone X tenne duro. Aveva perduto ogni speranza su Napoli; aveva dovuto cedere Parma e Piacenza, promettere Modena e Reggio; voleva pei suoi poter fare assegnamento almeno sopra Urbino, il cui duca egli odiava. Rispose, quindi, che i proprî sudditi voleva punirli, secondo che meritavano le loro colpe. Ed il Re non insistette.[38]
Il Papa s'era liberato da un pericolo imminente; ma era tutt'altro che contento. Egli odiava la Francia, si sentiva umiliato perchè nulla aveva ottenuto pe' suoi, e quindi già sottomano cercava d'avvicinarsi a Massimiliano, a Venezia, per aprirsi la via a nuovi intrighi, a nuove diserzioni. Al duca di Ferrara, che fu subito pronto col danaro, invece di cedere Modena, secondo l'accordo, dette solamente parole. Intanto apparecchiava la guerra d'Urbino, che doveva essere condotta da Lorenzo. Questi esitava, perchè vedeva la difficoltà dell'impresa; ma fu spinto dall'ambizione propria e della madre Alfonsina, dall'insistenza del Papa, che diceva di voler mantener salvo l'onore della Chiesa di fronte al Duca. Se non lo puniva, egli aggiungeva, ogni più piccolo barone dello Stato si sarebbe ribellato.[39] E pubblicò subito l'accusa di fellonia contro il povero Duca. Lorenzo, avanzatosi allora alla testa d'un piccolo esercito, fu in poco tempo padrone del Ducato, e n'ebbe dal Papa l'investitura. Ma ben presto lo spossessato Duca, secondato da Odetto di Foix, signore di Lautrec, che governava Milano per la Francia, ed era scontentissimo della mala fede del Papa; aiutato efficacemente da Federigo di Bozzolo, ardito venturiero, si pose insieme con lui alla testa di numerose bande di ventura, rimaste disoccupate dopo l'ultima guerra, e s'impadronì da capo del proprio Stato, col favore delle popolazioni. Il Papa allora, tutto pieno di sdegno, ricorse agli alleati, che trovò indifferenti e diffidenti.
Si decise perciò di assoldare nuovi capitani di ventura, parte in nome proprio, parte dei Fiorentini, che così costringeva a spendere per una impresa alla quale essi erano affatto estranei ed indifferenti. La guerra intanto ingrossava con grave danno delle popolazioni, taglieggiate da tutti quei soldati di ventura, i quali, non avendo altro da fare, la portavano in lungo più che potevano. E quando le paghe non arrivavano, perchè il Papa spendendo sempre ne' suoi piaceri, pe' suoi cortigiani e protetti, si trovava a secco, essi si rifacevano saccheggiando e taglieggiando di nuovo. Lorenzo così continuava a guidare e comandare l'impresa, ma era poco o punto obbedito dai suoi. Vi furono, ciò nonostante, diversi scontri, in uno dei quali egli venne ferito, e dovette, prima di poter tornare al campo, curarsi alcune settimane a Firenze. Francesco Maria della Rovere era invece rinforzato dai soldati che disertavano il Papa; s'avanzava quindi e devastava spesso il territorio occupato dal nemico. Avrebbe allora potuto vincere, se non si fosse anch'egli trovato alla testa di bande di ventura, delle quali non poteva in nessun modo fidarsi, tanto più che dall'una e dall'altra parte erano a combattere Spagnuoli, i quali non volevano fra loro ammazzarsi. Pertanto, stanco, sfiduciato e senza denari, si decise a cedere il suo Stato, avendo con la mediazione di re Francesco e di re Carlo ottenuto di portar seco le sue robe, specialmente la libreria, con tanti sacrifizî raccolta dal duca Federigo. Così nel settembre del 1517 ebbe fine questa malaugurata guerra, che costò 800,000 ducati, buona parte dei quali il Santo Padre addossò ai Fiorentini, dando loro in assai magro compenso San Leo ed il piviere di Sestino.[40] Fu questo il tempo in cui, essendo morto Giuliano, il Machiavelli mutò la lettera dedicatoria del suo Principe, indirizzandola invece a Lorenzo, che aveva allora sperimentato che cosa erano i soldati di ventura, e trovavasi padrone d'uno Stato nuovo, acquistato per fortuna e per armi. Non sembra però, come già notammo, che il piccolo volume riuscisse mai ad essere presentato ed accettato.
Questa guerra ebbe parecchie gravi conseguenze. Scontentissimi restavano i Fiorentini, per le grandi spese, cui erano stati, senza ragione, costretti, nè meno scontenti erano allora in Roma i cardinali. Sino all'aprile del 1517 Leone X non ne aveva nominati che otto; e quindi molti nel Collegio erano ancora gli eletti o aderenti di Giulio II, venuto appunto dalla famiglia Della Rovere, e dovevano naturalmente essere assai irritati dalla guerra mossa al duca Francesco Maria. E v'era già nel Collegio un'altra causa di fiero malumore. Il Papa, durante la sua ultima dimora in Toscana, s'era mescolato nelle cose di Siena, favorendo una rivoluzione, per la quale fu spossessato Borghese Petrucci figlio di Pandolfo e fratello del cardinale Alfonso, ponendovi invece un altro Petrucci Raffaele, cugino di Borghese. Ora Pandolfo era stato fra coloro che molto s'adoperarono pel ritorno dei Medici in Firenze, ed il Cardinale aveva anche assai contribuito all'elezione di Leone X. La rivoluzione promossa ora dall'ingratitudine del Papa non solo obbligava il Cardinale ad abbandonar Siena, ma lo privava ancora de' suoi averi. Egli se ne stava quindi a Roma, pieno di tanto sdegno, che portava il pugnale quando usciva a caccia col Papa, e persino quando andava in Concistoro, sperando d'avere occasione ed animo alla vendetta. Cercava intanto e trovava aderenti ad una congiura, e questi crebbero di numero per la guerra d'Urbino. Guadagnò facilmente l'animo del cardinal Soderini, che non aveva mai perdonato al Papa la cacciata del fratello ex-gonfaloniere, sebbene questi sembrasse viversene tranquillo ed onorato in Roma, dove morì poi nel 1522, e fu sepolto in Santa Maria del Popolo. Nè aveva mai perdonato la promessa fatta e non mantenuta del matrimonio fra casa Medici e casa Soderini. Il cardinal Riario, che era parente dello spodestato duca d'Urbino, tenuto in disparte e non curato dal Papa, s'unì anch'egli ai malcontenti. Tutto era pronto, quando furono intercette alcune lettere del cardinal Petrucci al suo segretario, dalle quali appariva che la congiura era ordita e vicina ad avere effetto. Un chirurgo assai celebre, Battista da Vercelli, che veniva a Roma sotto colore di curare il Papa della sua fistola, doveva amministrargli il veleno. Senza indugio vennero allora messi in carcere i cardinali Petrucci, Sauli e Riario. Il primo fu strangolato; il suo segretario ed il chirurgo, che fu preso a Firenze, finirono fra atroci tormenti. Il cardinal Sauli venne liberato pagando 50,000 ducati, ed il cardinal Riario fu condannato a pagarne 150,000. I cardinali Soderini ed Adriano, che furono in Concistoro costretti a confessare la loro partecipazione alla congiura, vennero condannati in 12,500 ducati ciascuno. Quando però avevano già convenuto di dover essere liberati mediante una tal somma, questa venne dal Papa raddoppiata, ed essi si dettero allora alla fuga. Il primo fu lasciato vivere tranquillo a Palestrina, il secondo fu degradato e privato dei suoi averi.[41]
In tutto questo processo Leone X dette prova d'una gran mala fede, perchè egli volle non solo punire i colpevoli, ma far le sue vendette, e profittar della congiura, per cavar dai cardinali più danaro che poteva, avendone in quel momento grandissimo bisogno. E di ciò s'ebbe nuova conferma quando, il 26 giugno 1517, nominò in una sola volta 31 cardinali, dai quali ebbe una somma grossissima, che si disse ascendere sino a 500,000 ducati, che tuttavia non bastavano alle larghe e continue spese. Con una così scandalosa infornata di cardinali, il Papa mirava anche a riempire il Collegio di sue creature, ed avere in esso una sicura maggioranza, che lo secondasse nelle faccende politiche, e non ponesse ostacolo alla elezione, che voleva allora fare al cardinalato, del cugino Giulio, il quale in gran parte aveva anche consigliata e condotta la lucrosa operazione.[42]
Leone X cercava intanto di trar profitto dalla Francia, valendosi dell'opera di Francesco Vettori, che trovavasi colà ambasciatore dei Fiorentini, e per mezzo di lui concluse il matrimonio fra Lorenzo de' Medici e Maddalena de la Tour d'Auvergne, congiunta alla famiglia reale. Nel marzo del 1518 Lorenzo andò ad Amboise con un lusso non minore di quello del Valentino, con doni ricchissimi per la sposa e la regina, doni ai quali si attribuiva il valore di 300,000 ducati. Egli tenne a battesimo il Delfino, e fu tra continue feste, che si ripeterono poi al suo ritorno in Firenze, dove ricominciò a governare, sempre però con poca voglia di restarvi;[43] giacchè non poteva fare a suo modo, ma doveva destreggiarsi fra i repubblicani della Città, e gli ordini imperiosi del Papa, che lo voleva docile strumento ai suoi disegni. Stando al giudizio del Vettori, ed a quello ancora più esplicito del Machiavelli, Lorenzo s'era finalmente persuaso che solamente con quelli che chiamavano i modi civili, si poteva governare Firenze, ed era così riuscito ad essere accetto ai Fiorentini.[44] Ma pare che appunto per la necessità di governare in tal modo, e per la sua mal ferma salute, sempre più affranta da vecchi morbi e da continui vizî, si fosse di tutto ciò annoiato; onde se ne andò a Roma, dove ben presto fu chiaro che s'avvicinava rapidamente alla morte. Non volle allora altra compagnia che quella del cognato Filippo Strozzi e di un buffone, il quale pareva gli fosse unico conforto nelle ultime ore della sua vita, che finì il 4 maggio 1519. Sei giorni prima era morta la moglie, dopo aver partorito una figlia, che fu la celebre Caterina dei Medici, divenuta poi così infausta regina alla Francia. Giuliano era già morto il 17 marzo 1516, e quindi con Lorenzo finiva la stirpe legittima di Cosimo il Vecchio. Non restava che il Papa e qualche figlio illegittimo, fra i quali principalissimo il cardinal Giulio, che venne ora a governare Firenze. Uomo pratico degli affari, prudente, semplice nel vivere, ecclesiastico e però anch'egli senza eredi, faceva sperare che gli dovesse riuscire più agevole il governare con quella civile temperanza e quella apparenza di libertà, tanto amate dai Fiorentini. Fu questo infatti il momento nel quale molti autorevoli cittadini vennero consultati sulla forma di governo più adatta a Firenze; e si ebbero, come vedremo, molti pareri, fra i quali uno dal Guicciardini ed uno dal Machiavelli. Il primo consigliava al solito un governo ristretto in mano di pochi amici fidati; il secondo, invece, un governo fondato sul favore del popolo,[45] com'era stata sempre sua costante opinione. Ma tutti questi discorsi rimasero discorsi.
Le cose d'Europa intanto s'ingarbugliavano di nuovo, ed il Papa, sebbene non avesse più il fratello Giuliano, nè il nipote Lorenzo cui pensare, pur teneva sempre con la stessa avidità rivolti gli occhi a Parma, Piacenza, Ferrara e Perugia, che voleva adesso avere per tutelare, così almeno diceva, l'indipendenza della Chièsa. Un tentativo fatto contro Ferrara verso la fine del 1519, gli andò a male. Nel seguente anno gli riuscì invece un assalto improvviso contro Perugia, donde s'era allontanato il signore Giovan Paolo Baglioni. Questi, sebbene si fosse sempre condotto da volpe e da lupo, ora si lasciò invece, come un agnello, cadere nelle mani del Papa, che, invitatolo prima colle lusinghe, lo prese e decapitò poi in Castel Sant'Angelo, nel giugno del 1520.
Intanto, ai primi del 1519, era morto Massimiliano I, e cominciò subito la gara tra re Carlo e Francesco I per la corona imperiale. Il Papa, che non voleva la elezione nè dell'uno nè dell'altro, trattava in segreto con ambedue, e sperava di veder riuscire invece qualcuno dei principi elettori della Germania. Alleato della Francia, egli aveva nello stesso tempo discusso un accordo segreto con Carlo, da durare tutta la loro vita. Sembra però che, saputo appena della morte di Massimiliano, non volesse più firmarlo, e concludesse invece una capitolazione con Francesco I, mostrando di volerlo favorire nella elezione. Parlavasi anche d'un altro segreto accordo con Francesco Maria Sforza, figlio del Moro, erede presuntivo della Lombardia, tenuta sempre dai Francesi. Lo Sforza, dicevasi, avrebbe fatto cessione di tutto al cardinal Giulio, ricevendone in cambio il cappello cardinalizio, la cancelleria ed i benefizî che questi godeva allora, con l'entrata di cinquantamila ducati.[46] Ma il 28 giugno 1519 veniva eletto come re dei Romani Carlo, che fu quinto di questo nome. Giovane, ambizioso, di grande ingegno politico e militare, egli univa adesso la potenza dell'Impero alla sovranità della Spagna, dei Paesi Bassi, del reame di Napoli; era quindi prevedibile, che fra poco sarebbe stato l'arbitro dei destini dell'Europa. Il Papa perciò insisteva sempre di più per stringere alleanza con la Francia; aveva anzi già firmato il trattato, e lo inviava a Francesco I, che esitava, temendo sempre i soliti inganni. E allora, senza perder più tempo, strinse invece accordo con Carlo V, il quale gli promise non solamente di difendere gli Stati de' Fiorentini e della Chiesa; ma di cedergli anco le tanto agognate provincie di Parma e Piacenza, di aiutarlo contro il duca di Ferrara. Milano sarebbe stata ripresa per darla a Francesco Maria Sforza; e pel cardinal Giulio, che aveva promosso e condotto questo trattato, fu stipulata una pensione sul vescovado di Toledo; un'altra fu stipulata pel fanciullo Alessandro, bastardo del duca Lorenzo.[47]
Si disputò assai lungamente sulle ragioni che potevano aver indotto il Papa a gettarsi così repentinamente nelle braccia di un principe tanto potente, rendendolo ancora più potente, abbandonando il re di Francia, col quale s'era poco prima imparentato. Si pretese da alcuni che lo avesse fatto per dar forza a Carlo V contro la Riforma, che vedeva sorgere minacciosa. Ma coloro che più lo conoscevano, negarono fede a tali supposizioni, inclinando a non vedere in lui altro che ragioni d'interesse personale, sopra tutto l'eterno desiderio di aver Parma e Piacenza, che Francesco I non volle dare, e Carlo V promise. Così dice il Vettori, che era stato allora ambasciatore fiorentino in Roma ed in Francia.[48] Il Guicciardini nega anch'egli risolutamente, che il Papa fosse in tutto ciò mosso da alcun vero interesse per la religione, ed anzi attribuisce a colpa di lui il progresso che fece la Riforma, pel modo scandaloso con cui lasciava vendere le indulgenze pei vivi e pei morti, a solo fine di far danaro. La indignazione salì al colmo, egli dice, quando si videro molti ministri vendere per poco prezzo, o giocarsi nelle taverne la facoltà di liberare le anime dei morti dal Purgatorio, e quando si sentì che il Papa, con incredibile leggerezza, aveva concesso a sua sorella Maddalena l'emolumento e la esazione delle indulgenze in molte parti della Germania.[49] «Forse,» egli conchiude altrove, «il Papa fu mosso dal desiderio di aver Parma, Piacenza e Ferrara; forse dalla paura di vedere i due sovrani unirsi a suo danno, e forse anche dalla speranza di fare qualche gran cosa prima di morire. Il cardinale dei Medici, conscio di tutti i segreti del Papa, mi disse che questi sperava cacciar prima con l'aiuto di Carlo V i Francesi da Genova e da Milano; poi, con l'aiuto dei Francesi, Carlo V dal Napoletano, vendicandosi quella gloria della libertà d'Italia, alla quale aveva prima manifestamente aspirato l'antecessore. Sapeva bene, che questo non gli poteva riuscire colle proprie forze, e che non era facile avere poi per alleato colui che aveva prima combattuto; ma pure sperava che a suo tempo avrebbe potuto, con elezione di cardinali francesi e con altre lusinghe, indurre il Re ad aiutarlo, e quasi pigliare in luogo di sollazzo, che a Cesare accadesse il medesimo che era accaduto a lui.»[50] E questo è il più probabile. Sebbene dominato sempre da personali interessi e poco curante della religione, Leone X era pure un uomo d'ingegno ed assai ambizioso. Non avendo omai eredi a cui dover pensare, lasciavasi più facilmente indurre a meditare qualche disegno grandioso e d'interesse generale, che potesse farlo passare appresso i posteri come principe liberatore. Ma anche in ciò era come sempre mutabile ed incerto; e quindi ora lasciava credere, e forse anche credeva per un momento egli stesso, di voler ricostituire la repubblica in Firenze; ora mostrava e pareva davvero che volesse, come il suo predecessore, liberare l'Italia dagli stranieri, ed assicurare lo Stato della Chiesa. Questa grande, sebbene incerta e mutabile ambizione, fu quella che più volte illuse il Machiavelli, il quale, dominato come era sempre dai suoi ideali politici, troppo facilmente sperava. Così era stato ispirato a scrivere il Principe, e tante lettere aveva mandate al Vettori e ad altri, per alimentare una fiamma, la quale, quando più sembrava riaccesa, spegnevasi da capo a un tratto, senza lasciare alcuna traccia di sè.
Il Papa aveva sino all'ultima ora vacillato anche con Carlo, ma questi lo fece decidere con la minaccia d'un Concilio, e così finalmente il giorno 29 maggio 1521 fu firmato il trattato, e subito si cominciò la guerra. Insieme coi Fiorentini mise in pronto 600 uomini d'arme; altrettanti ne conduceva da Napoli il Marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos, con 2,000 fanti. Al campo imperiale si trovavano già 2,000 Spagnuoli, 4,000 Italiani ed altrettanti fra Tedeschi e Grigioni. Francesco Guicciardini, che era pel Papa governatore di Reggio, mandò 10,000 ducati al Morone, che se ne stava a Trento presso Francesco Maria Sforza, coi fuorusciti milanesi, per scendere ad assalire i Francesi dalla parte di Parma. V'era però sempre una generale e grandissima diffidenza del Papa, temendosi che, avuto una volta quel che voleva, abbandonasse gli amici. Sapevasi bene che anche i Fiorentini assai di mal animo combattevano contro la Francia, avendo grandissimi interessi commerciali in quel paese. Da un altro lato però i Francesi erano malissimo comandati, essendo per intrighi di Corte caduti in disgrazia e stati allontanati dal campo i migliori generali, come il Conestabile di Borbone ed il vecchio Trivulzio, dando invece il comando dell'esercito a Odetto di Foix, signore di Lautrec, il cui merito principale era quello d'esser fratello della contessa di Châteaubriand, amante del Re. Così ne avvenne che i capitani imperiali poterono condurre l'esercito nel Mantovano, e, dopo aver passato prima il Po e l'Adda, s'unirono agli Svizzeri, già arrivati colà, e tutti insieme andarono verso Milano, che il Lautrec non seppe difendere, e fu subito presa.[51]
Leone X se ne stava alla sua villa di Magliana, quando il 28 novembre gli giunse la fausta nuova, e ne fece gran festa, esclamando: questo mi piace più del Papato. Era d'inverno, egli teneva nella stanza acceso il fuoco ed aperta la finestra, alla quale accorreva di continuo per vedere coloro che facevano sollazzo celebrando la vittoria. Questo bastò a far peggiorare di molto un raffreddore che aveva preso alla caccia, e che, essendosene egli tornato subito a Roma, lo condusse colà a morte il dì 1º dicembre, quando già Parma e Piacenza erano state occupate, ed il duca di Ferrara trovavasi circondato e stretto dai soldati della Chiesa. Al solito si parlò anche di veleno, e si fecero molte ipotesi senza fondamento. Il continuo e rapido passaggio dal caldo al freddo, era più che sufficiente a provocare la febbre che lo uccise. Il Vettori osserva, a questo proposito, essere piuttosto da meravigliarsi che non fosse morto prima. Sebbene avesse solo 46 anni, non era punto d'una forte costituzione. «Il suo capo era di una grossezza assai poco proporzionata al corpo, sempre pieno di catarro, e neppure poteva egli dirsi regolato nel vivere, perchè a volte digiunava troppo, a volte invece eccedeva nel mangiare. Ebbe nella sua vita molte vicende; ma gli ultimi otto anni furono davvero fortunatissimi, così pel suo ritorno a Firenze, come per la elezione, e continuò durante tutto il papato, nel quale quanti più errori commise, a tanti più rimediò la fortuna, la quale anche nella congiura dei cardinali gli dette modo di rinnovare il Collegio, empiendolo di suoi amici. Non voleva noie, eppure se ne procurò molte, pel continuo desiderio d'ingrandire i suoi; ma la fortuna, per favorirlo sempre, lo liberò anche da questo pensiero, levandogli, oltre al fratello, il nipote.»[52] E dopo di ciò il Vettori rimane incerto, se in Leone X vi fosse più da lodare o da biasimare. Anche il Guicciardini dice, che in lui si trovava molto dell'uno e molto dell'altro, essendo riuscito più prudente ed assai meno buono che non era stato prima giudicato.[53] La sua morte fu pianta assai dai ricchi banchieri, che gli avevano prestato grandi somme che perdettero, e dai moltissimi cortigiani coi quali egli era stato sempre largo di favori. Contro di essi e contro del Papa uscirono allora sonetti e satire pungenti. Nè mancò chi scrisse da Roma, che questi era morto con pessima fama, e che solo fra Mariano buffone gli aveva raccomandato l'anima.[54]
Certo non poche furono le contradizioni e singolarità del suo carattere. In mezzo ai più grandi avvenimenti politici, quando si combattevano continue e sanguinose battaglie; quando la Riforma divideva, lacerava la Chiesa, Leone X passava il suo tempo fra artisti e letterati, sopra tutto fra improvvisatori, cantori e buffoni. Vago della musica, vanissimo sempre della bella mano e della voce armoniosa, pigliava parte ai concerti de' suoi cortigiani, facendo lauti doni a chi accompagnava il suo canto. Giuocava di continuo agli scacchi ed alle carte coi cardinali; ma più di tutto si dilettava a sentire improvvisare in latino, anche in ciò facendo egli stesso a gara cogli altri, beffandosi di coloro che si credevan poeti solo perchè avevano facilità di far pessimi versi. Molti erano i suoi poeti istrioni. Celebre fra gli altri un Andrea Morone da Brescia, pel suo porgere e per l'arte con cui s'accompagnava colla musica. Credesi che Raffaello lo ritraesse nel suo celebre sonatore di violino. Un altro, per nome Camillo Querno, aveva scritto un poema di ventimila versi, pei quali l'Accademia Romana gli dette una corona di cavoli e d'alloro, e per maggior dileggio anche il titolo d'archipoeta. Il Papa soleva dargli di buoni bocconi, e porgendogli da bere nel proprio bicchiere, annacquava il vino se i versi non riuscivano; se invece gli piacevano, rispondeva subito improvvisandone altri.