L’AVVOCATO MASSIMO E IL SUO IMPIEGO.
I.
Sulla piazza principale, se pur ce n’è altre, di Castelrenico, una cinquantina di persone se ne stava in crocchi, in un giorno annebbiato d’autunno, ora discorrendo con calore, ora guardando con attenzione, proprio come se ci accadesse qualcosa di grosso. C’era de’ proprietari, de’ negozianti, il sindaco, qualche canonico, qualche impiegato, delle donne, de’ ragazzi, de’ contadini, quanto insomma può rappresentare Castelrenico, borgata di quattro mila anime, se i geografi me la passano.
Che cos’era poi l’avvenimento? Due facchini andavano e venivano portando mobili e masserizie che deponevano nel mezzo della piazza, e due altri le andavano caricando su un carrettone. E per così poco gli ottimati, il clero e il popolo di Castelrenico passano il loro tempo in piazza? Quei di Castelrenico son fior di gente, rispondiamo noi, gente che all’occorrenza saprebbe occuparsi anche di quelle cose più importanti che succedono nelle città: ma se queste cose, dove son loro, non succedono, che colpa ne hanno essi? Del resto, chi legge vedrà che anche l’affare del carrettone, se non era proprio un affare di Stato, non era neanche una cosa che potesse passare con tutta indifferenza.
Sulle prime il carrettiere, per far presto, aveva caricato più di mezzo carrettone senza pensare alla fragilità delle cose umane, e senza badare alla tutela del debole in una società di mobili in viaggio. Qua e là, quando proprio le regole del mestiere parlavan chiaro, per difendere uno spigolo dalle strette un poco violenti di una corda, ci aveva cacciato in mezzo un guanciale del letto o quello d’un sofà. Bel rimedio! E poi, mentre il cielo si andava rannuvolando, e bastava interrogare chi se ne intende per sapere che «forse la si passava senza pioggia, ma forse potevan venire quattro gocce,» il carrettiere non aveva pensato a disporre la roba in modo che le imbottiture rimanessero, in ogni caso, all’asciutto. Voleva mettere le materasse in alto «sapendo di non doverci dormir sopra lui se veniva un acquazzone,» come era andato a dire di crocchio in crocchio un tale che stava a vedere, e a cui era venuta in mente questa riflessione che gli era, a quanto pare, piaciuta molto. Insomma la voleva andar male per quei poveri mobili se dovevano far quaranta miglia a quel modo, per arrivare alla loro destinazione, ch’era Milano.
Anche oggi, quando in Castelrenico se ne parla, e se ne parla spesso quantunque sieno passati parecchi anni, non c’è uno che non dica, che se non capitava Martino a fare quello strepito che fece, e a far ricaricare tutto da capo, quel carrettone avrebbe seminato mobili per tutta la strada, e lo avrebbero veduto arrivare pieno di gambe rotte, come un carro di poveri feriti.
La circostanza più grave che giustificava in quel giorno, non direi l’ozio, ma quell’occupazione che poteva parere poco necessaria, dei cinquanta spettatori della piazza di Castelrenico, era che i mobili appartenevano a Massimo, al signor avvocato Massimo; il quale era nativo proprio di Castelrenico, come dicevano sempre i suoi compaesani, soggiungendo che, in quanto a talento, sarebbe stato sempre il primo anche in una città. Ora, il trasloco di que’ mobili voleva dire (quei del paese però lo sapevano da un mese) che l’avvocato Massimo partiva; che partiva il capo della gioventù del paese, perchè il nostro avvocato aveva soli trentacinque anni; che partiva quel tale insomma che, volessero o no certi barbassori, era il personaggio più importante di Castelrenico.
Siccome però, anche noi, proprio come i suoi mobili, dobbiamo seguire l’avvocato Massimo e lasciar Castelrenico, per non farci che qualche scappatina di tanto in tanto, così prima di prender le mosse cercheremo di chiarire meglio quelle poche circostanze che ci sono già scappate fuori, ma solo in iscorcio, dalla penna. E poichè siamo in piazza, e in piazza, come abbiam veduto, la gente discorre a crocchi torno torno ai mobili e al carrettone, non avremo che a gironzare qua e là per aver la chiave degli avvenimenti. È inutile! le cose, per saperle davvero, bisogna sentirle raccontare dai testimoni oculari: e così faremo noi. Che se i discorsi della piazza non bastassero, perchè di certe cose, tanto eran note, non se ne discorreva più, cercheremo di riempire noi le lacune con la memoria di quel tanto che ne sappiamo.
«Quello che non arriverò mai a capire» diceva il salumaio in un crocchio dove c’erano, tra gli altri, un vetturale e il cursore del Comune «è come si vada a prendere un carrettiere fuor di paese!...»
«Ve lo dico subito io» prese a dire il cursore.
«No, no!» continuò il salumaio «questa non la capirò mai! Pazienza farlo venire da lontano; ma andarlo proprio a pigliare in un paese vicino perchè tutti abbiano a dire che a Castelrenico bisogna ricorrere ai forestieri!... no, no! Questa, se lo lasci dire il signor Massimo, è grossa!»
«Ma lasciatemi parlare! sentirete....»
«No, no!... E infatti cos’è successo? Se non c’era Martin matto, ce la voleva far vedere la bella frittata con que’ mobili, lui.... il signor carrettiere forestiero!... e dopo cinquanta passi!... capite?... Ve lo dico io, senza essere strologo. Ma il signor Massimo se la sarebbe meritata....»
«E in quanto a me avrei detto: ben fatto! perchè in queste cose ci vuole un esempio!» interruppe il vetturale.
«Che se il signor Massimo faceva il contratto col nostro Checco....» continuava il salumaio.
«È qui che vi volevo! Ma se non mi lasciate parlare....»
«Io già so che tutte le volte che Checco ha caricato dei mobili, e in due anni, dal 59 a quest’oggi, ne abbiamo veduti degli impiegati e dei carrettoni andare e venire! ebbene....»
«Ebbene, se mi lascerete parlare vi dirò....» prese a dire questa volta con maggior forza il cursore «che appunto Checco, avendo fatto anche lui una frittata coi mobili del delegato della Questura partito tre mesi fa, quel delegato mandò carta bianca all’avvocato Massimo per farsene risarcire; e adesso Checco, che naturalmente vede il signor Massimo di mal occhio, appena s’è trattato di trasportargli a Milano i mobili, gli ha detto un bel no! L’avete capita ora?...».
«Io però vi dico che della roba n’ho fatta venir tanta anch’io.... casse di sapone, otri di olio, prosciutti di prima qualità.... e Checco non m’ha rotto mai niente! La cosa è che anche il signor Massimo, dopo che se l’intese col Governo per questo grande impiego di cui si parla, non è più l’uomo d’una volta. Rispetto ancora il suo talento.... ma questa è la mia opinione!»
In un altro gruppo poco lontano da questo, c’era chi pretendeva sapere che l’avvocato Massimo prendeva moglie.
«Quanto all’impiego non c’è che dire, perchè quand’uno si porta con sè fin la granata, vuol dire che costui, un impiego, e di quei grossi, se l’è buscato. Ma quanto alla moglie poi....»
«Una moglie, vi dico, e con delle mila lire parecchie!»
«Eh, per bacco! le mila lire poi non fioccano neanche a Milano! Massimo è un buon giovanotto, ne convengo, ma poi....»
«Ma poi, diciamola chiara,» prese a dire un terzo «da che è tornato da Milano, m’ha preso anche lui un certo fare da aristocratico.... A buon conto non è più venuto a berne con la compagnia neanche un bicchiere....»
«Vedete quella cesta.... quella che ha portata il carrettiere.... la vedete? Ecco, ne cava fuori tre cazzarole.... un pentolino.... una caffettiera.... e un’altra cazzarola.... siete persuasi adesso? Tutta roba nuova, capite? roba fatta fare apposta! Ecco se l’avvocato prende moglie o no!»
«Sarà roba vecchia fatta stagnare, e lustrata dalla serva!»
«Volete scommetterne una bottiglia!»
«Eh, eh, non facciamo grandezzate!»
«Scommettiamone mezzo litro....»
«Dite pure un boccale, che mi ci trovo meglio.»
«Come volete voi. Andiamo dal magnano e sentirete.»
«Andiamo pure.»
Intanto l’attenzione degli altri spettatori s’era rivolta improvvisamente a qualcosa di nuovo, e siccome una voce gridava «largo, figlioli!... largo, signori!... largo, di grazia!...» così tutti, per vedere cos’era, si spingevano l’un l’altro addosso a quel pover uomo che domandava precisamente il contrario. Questi era Martino, che con gran fatica e precauzione attraversava la piazza portando sulle spalle una lastra di marmo.
«Povero martire!» diceva un contadino a un artigiano.
«Povero asino! dite piuttosto; faticare a quel modo per uno che non lo guarda neanche in viso!»
«Avrà fatto, come e qualmente, il suo bravo contratto....»
«Contratto? Scommetto che non gli dà neanche da bagnare il becco!»
«È vero che Martino è uomo da non averne bisogno, perchè se la passa bene, sapete. Adesso ha preso anche qualcosa dell’eredità.»
«Sì, sì, ma ne ha fatte delle vite quel pover uomo! e di tanto in tanto ne ha patita della fame! Ebbene, il suo gran gusto è quello di farsi in quattro per il signor Massimo....»
«Non lo chiamano Martin matto per niente.»
«E credete voi che il signor Massimo gli abbia detto una volta: — ehi, Martino, venite a berne un bicchiere in compagnia? — Mai, capite! Lasciatele dire a me certe cose, che le so!... E pensare che son parenti!... Perchè poi le nostre giacchette abbian da fare tanta paura alle cacciatore di velluto, e anche solo di frustagno, non lo saprei!»
«È perchè le nostre son fatte in casa dalle donne, e le altre le fa quel nano che beve il caffè, seduto a tavolino, sulla porta della bottiglieria insieme ai signori!...»
«La sarà così!»
Un nuovo rumore interruppe anche il dialogo di questi due, i quali mossero con la maggior parte degli spettatori verso il carrettone dove era ricominciato un alterco tra Martino e il carrettiere.
«Credete voi che una lastra, perch’è di marmo, non vada in quattro se riceve un colpo?» gridava Martino. «Ve l’avevo detto io, o no, dove la si doveva mettere?... Via questo cassetto.... svelto!... via questa roba.... Che non si possa andarsene un momento.... Eh per bacco! s’è fatto così scarso il sale in zucca alla gente! Quand’uno fa un mestiere, dovrebbe almeno averlo imparato!...»
«Oh, sapete che ne son pieno! che un rompistivali come voi bisogna farlo fare apposta! Credete d’esser voi il padrone?» gridava alla sua volta il carrettiere. «Credete, perchè fate il legnaiolo, d’esser voi quello che ha inventato il tagliere della polenta?»
Qui gli spettatori diedero in una grande sghignazzata; e Martino senza badarci continuava intanto il suo lavoro.
«Non c’è più corda? Animo, Tonino,» diceva a un suo figliolo;» corri a casa e fatti dare dalla mamma una bella corda lunga.... la casa di Martino non fallirà per questo!»
Dalla porta del caffè, che chiamano il caffè della Fratellanza, dove stavano a crocchio dieci o dodici persone, ora discorrendola con qualcuno ch’era seduto in bottega a legger le gazzette, ora facendo da spettatori anch’essi della mobilia e del carrettone, si erano mossi due o tre al rumore di quella nuova bega, per meglio goderla da vicino.
Ma finito il primo scroscio, quei due o tre eran ritornati nel crocchio a raccontare quel poco che abbiam sentilo anche noi, e a ripigliare il discorso di prima. Il discorso, anche lì, era quello della giornata: Massimo, i suoi mobili e il suo impiego; discorso che, allungato e frammischiato da mille divagazioni, interrotto e ripreso dall’andare e dal venire degli interlocutori, era cominciato nelle prime ore della mattina e si avviava a continuare fino al tramonto.
Dei discorsi che si facevano in bottega, succedeva press’a poco come del caffè che bolliva in una gran caffettiera su un fornello dietro il banco. La caffettiera, piegandosi ora da un lato, ora dall’altro, stava sul fornello da mattina a sera. Ogni tanto capitava il padrone a levarne una chicchera, a rimetterci dell’acqua, o a darci una rimescolata; ma il fondo, poco su poco giù, nelle ventiqualtr’ore era sempre il medesimo.
Di avventori ce n’era d’ogni sorta, perchè dopo una sbevazzata all’osteria, per finirla con un bicchierino di liquore, o con una chicchera di caffè, ci capitavano in via straordinaria anche de’ carrettieri, degli operai, de’ contadini. Gli avventori ordinari però, quelli dei discorsi di lunga durata, erano persone di maggior conto; eran quelli insomma che per avere qualcosa, per esercitare una professione, o per il loro far niente, formavano il ceto più ragguardevole del paese. Questi tutti erano amici dell’avvocato Massimo, compagni antichi di scuola, o compagni recenti di partite al bigliardo e di cene all’osteria; erano suoi clienti o suoi ammiratori; gente tutta avvezza, fino allora, ad avere Massimo in gran concetto, a non far nulla senza di lui, e a riconoscergli, in Castelrenico, il posto più alto nelle sfere della popolarità.
Abbiam detto fino allora, perchè a udire in quel momento le ciarle del caffè, c’era da scommettere che neanche la popolarità dell’avvocato Massimo potesse durar sempre; cosa che solo pochi mesi prima avrebbe giurata chiunque. Povero Massimo!
«Dicevano che Martino volesse litigare con Massimo per l’affare dell’eredità, ma mi paiono amici meglio di prima! Che ne dite? Non se la piglierebbe così calda Martino stamani!...»
«Io dico che tra un mese vediamo diventar ministro, questore o ambasciatore anche Martin matto!» soggiunse un tale che passava le sue giornate sulla porta del caffè, seduto su una panchetta, con una pipa di gesso in bocca e coi gomiti che, a memoria d’uomo, uscivan dalle maniche.
«Sicuro!... Ci sarebbe da scommettere! Avete ragione! Dite bene, voi!» risposero in coro gli altri.
«Per gli impieghi» continuò quello della pipa «l’importante sta nel saper trovare la vena giusta. Trovata la vena, c’è impieghi per chi ne vuole!»
Anche questa volta ci fu un «benissimo» su tutte le bocche. Quando parla quello della pipa, che ha la lingua più lunga di quanti ce n’è in Castelrenico, tutti s’ammazzano per dargli ragione.
«E si sa cosa sia questo grande impiego?»
«Ma non è tutto! Si dice che a Milano ha trovata anche una moglie.... e una moglie con de’ quattrini!»
«Ci credete voi?»
«Eh! se manda a Milano fino i mobili, vuol ben dire che o impiego, o moglie, o qualcosa di simile ci deve essere!»
«Io, a buon conto, non ne credo un’acca!»
«E così resterete con un palmo di naso.»
«Ho capito! Son diventati tutti diplomatici come Massimo! Siete forse lì lì anche voi per buscarvi un impiego?»
«Se me lo date voi!... Eh sì! noi siamo tagliati alla buona, e gli impieghi se li pigliano i furbi, quelli che conoscono la politica!...»
«Non per fargli torto, che anzi sono suo amico, ma per giustizia, domando io che cosa ha fatto questo Massimo per aver dal Governo un impiego? Perchè proprio lui e non un altro? Oh per bacco! che Castelrenico finisca con l’illustrissimo signor Massimo?»
«Ha trovato la vena, come dice l’amico, non la volete capire, voi!»
«Ma insomma si può sapere una volta che impiego è?» ripigliava con maggior forza uno del crocchio che non era ancor riuscito a farsi rispondere.
«Ma è appunto questo che non si sa! E quindi è chiaro che si tratta di qualcosa di grosso! Intanto però io ne so già abbastanza per poter supporre, e in modo positivo, da qual parte venga la protezione.... la vena, come dice l’amico....»
«Oh! alla buon’ora! Sentiamo, dite su!»
«In primo luogo, si dice che ci sia un signore, un pesce grosso, il quale voglia mandar suo figlio avvocato in Castelrenico....»
«In Castelrenico?... un forestiero?...»
«Avvocato, dicevo, in Castelrenico. Dunque bisognava fargli il posto, e per farglielo buono bisognava mandar via Massimo, che è quello appunto che guadagna più degli altri!»
«Un forestiero?... in Castelrenico?»
«Mentre in paese siamo almeno dieci, tutti avvocati e notai, che siam qua tutto il santo giorno sul caffè a star a vedere se ci capita un miserabile posto!...»
«Oh! se viene un forestiero vi prometto io che se ne sentiranno delle belle!»
«Ma credete forse di pigliarlo voi altri il posto di Massimo?» saltò su quello della pipa. «Siamo troppo onesti noi! lo dice anche il foglio. Anch’io, se avessi voluto farmi l’amico dei potenti, ne avrei a quest’ora degli impieghi a bizzeffe!»
«Sicuro! sicuro!» ripetè il coro.
«Che l’impiego venisse da quel tale che abbiamo nominato noi, proprio noi, deputato?» domandò uno con tanto d’occhi fuori.
«Probabilissimo!»
«Eh sicuro! gli impieghi sono dati dal Parlamento.... dunque.... oh! adesso la si vede chiara!...»
«Questo però ci servirà di norma per un’altra volta!»
«Avete ragione!... Il mio voto non lo piglierà una seconda volta quel signor deputato!... non per altro, ma perchè nelle cose ci vuol giustizia! Il nostro voto non vale forse tanto quanto il voto del signor Massimo? Ma signor no! a Massimo un fior d’impiego, e a noi un fico!»
«Proprio così! In questa faccenda degli impieghi, io dico: o a tutti o a nessuno! Ed è un pezzo che io la vado dicendo questa cosa!»
«Fiato buttato via!»
«Ma ditemi un poco, cosa sarebbe per il Governo il dare un impiego, anche piccolissimo se volete, a tutti quelli che in un paese hanno una certa capacità? La sarebbe una inezia! Si potrebbe far economia in tutt’altro, e si accontenterebbero tutti!»
«Voi volete dirizzar le gambe ai cani! Trovate la protezione e troverete l’impiego! Fate come Massimo....»
«Vi confesso che io avevo una grande opinione di Massimo, e che una cosa simile non me la sarei aspettata mai! Domandare un impiego tutto per sè, piantare gli amici, e non dir niente a nessuno.... Oh! dico il vero, di queste non me ne aspettavo proprio da Massimo!.........»
«Oh! ecco il nostro Massimo!»
«Qua, qua, ma insomma gli è mill’anni che non ci vediamo!»
«Adesso poi non ci scappi! Non sia mai detto che si lasci partire il nostro Massimo da Castelrenico, senza che se ne beva una bottiglia alla sua salute!»
«Bene, benissimo! Si faccia un pranzo!»
«Un pranzo! Ecco la parola d’un uomo di talento!...»
Era stata, come si vede, l’improvvisa comparsa di Massimo la causa di quel subito cambiamento di discorso. L’avvocato Massimo, che s’avviava verso il carrettone a vedere qual sorte era toccata a’ suoi mobili, dopo che li aveva mano mano consegnati ai facchini, non avrebbe veramente voluto imbattersi negli amici in quel momento. In altri tempi avrebbe detto loro: «oggi non posso badare a voi,» e avrebbe tirato diritto, sicuro che una sua risposta, più aveva l’aria d’esser burbera, e più sarebbe stata presa in buona parte.
Ma questa volta si sentì come impacciato; si sentì come debitore, d’un impiego almeno, verso tutti quegli amici; non ritrovò la solita disinvoltura; e per quanto gli premessero i mobili, rimase inchiodato lì sulla porta del caffè.
«Al vino ci penso io. Sarà un vino che farà perdere la diplomazia anche al nostro Massimo«! Oh, questa volta il nostro Massimo lo facciamo cantare!»
«Che volete che canti?» rispose Massimo «con gli amici non ho segreti.. Mi pare d’averlo detto tante volte.»
«Sicuro! e i mobili si mandano a fare un viaggetto a Milano, non per altro, che per far veder loro la città e il ballo nuovo della Scala.... eh, la è chiara!»
«Insomma, caro Massimo, dobbiamo proprio aspettare che ce lo dica il giornale che cos’è questo impiego? Scommetto che hai la nomina in tasca! fuori dunque! falla vedere agli amici!... »
«La nomina in tasca non l’ho davvero....»
«L’avrai in casa.»
«Neanche.»
«In una cassetta dei mobili, là.... sul carrettone, o in una valigia!»
«Ma se vi dico di no!... Potrebb’essere in viaggio, non lo nego, ma non è arrivata.»
«E l’impiego è?...»
«Ah, questo poi non lo so!»
«Come? Non lasci in Castelrenico neanche la trappola dei sorci, e mi vorrai dire che non sai che cosa vai a fare laggiù?»
«Eppure è così!... lo so e non lo so!...»
«Sarà un impiego grosso.... e non lo si potrà dir tutto in una volta.»
«Dunque lo sapremo a poco a poco....»
«Lo saprete, ve lo prometto. Sarete i primi a saperlo.... abbiate pazienza....»
La comparsa improvvisa di un nuovo personaggio che, in quel momento passando davanti al caffè, rivolse la parola a Massimo, venne a troncare quel dialogo ostinato che minacciava di continuare un pezzo, con poco frutto di quelli che interrogavano, e con nessun gusto di chi doveva rispondere. Però Massimo avrebbe preferito d’essere salvato in altro modo.
Il nuovo personaggio, di cui faremo conoscenza più tardi, era il marchese Renica, il quale dopo aver salutato l’avvocato Massimo, gli ricordò che tra mezz’ora l’aspettava a pranzo.
L’avvocato rispose con un gran saluto e con qualche parola di complimento un po’ biascicata; poi si accomiatò dagli amici dicendo di voler dare un’ultima occhiata a’ suoi mobili. Egli capì che quel pranzo in casa del marchese non sarebbe piaciuto agli amici, e che il pranzo e l’impiego li avrebbe forse potuti giustificare separatamente, ma non tutti e due in una volta.
«Avete veduto?»
«Sicuro!»
«Avete sentito?»
«Avete veduto che Massimo s’è fatto tutto rosso in viso?»
«Avete sentito?... Massimo va a pranzare in casa del marchese!... Oh! adesso si capisce tutto!»
«Sicuro!»
«Massimo che pranza in casa del marchese!»
«Oh, adesso la cosa è chiara!»
«Chiarissima!»
«Chi l’avrebbe detto!»
«Oh! adesso si capisce tutto.... tutto si capisce!...»
E ripetendo tutti, a buon conto, che avevan capito ogni cosa, quei del crocchio se ne andarono mano mano pei fatti loro, non essendoci altro per quel giorno nè da scoprire nè da capire.
L’avvocato Massimo, data un’occhiata ai suoi mobili e fatte quattro parole col carrettiere, se ne ritornava in fretta verso casa per levarsi la cacciatora e mettersi il soprabito.
Anche Martino, assicuratosi che tutto era in ordine, e che le corde non si sarebbero allentate, seguiva una sua bambina venuta a dirgli che la minestra era scodellata.
Noi li seguiremo tutti e due, prima Massimo, poi Martino, perchè oramai cala la notte, la piazza si vuota, e non c’è più nulla da vedere. È comparso, è vero, un lampione a una cantonata, ma siccome questo lampione ha l’incarico, per cumulo d’impieghi, di rischiarare a un tempo la piazza, un crocicchio di tre vie, e la finestra del segretario comunale, così non si può pretendere che ci lasci vedere gran cosa.
II.
Non si creda però che a vuotare le stanze dell’avvocato Massimo bastasse quella sola carrata di mobili che abbiam veduta sulla piazza. Massimo se l’avrebbe a male di certo se qualcuno sospettasse una cosa simile, e per ciò soggiungiamo che il carrettiere dovette fare un secondo viaggio e ripartire con un carico poco minore del primo. Infatti, noi troviamo ora Massimo nella sua camera, in cui c’è pure, oltre il letto, un cassettone, un candeliere, e uno specchio appeso all’intelaiatura dei vetri della finestra. Peccato che non ci sia anche un tavolino!... Massimo non avendo preveduto il caso di doversi mettere quella sera una cravatta allo specchio e al lume della candela, non aveva pensato a tenersi in casa un qualche arnese da posarvi su un candeliere. Così anche questo problema era venuto ad aggiungersi a parecchi altri, che in quel momento confondevano la testa di Massimo, e gli mettevano addosso un’impazienza vicina a dare in uno scoppio di furia. Aveva finito col posare il candeliere sul mattonato; aveva sciupato due solini l’un dopo l’altro nel metterseli in fretta e quasi all’oscuro, e non aveva ancor deciso a quale cravatta e a qual panciotto dovesse dare la preferenza. Intanto i minuti, che erano contati, passarono, e a Massimo pareva già di arrivare in casa del marchese a minestra finita.
Un altro problema ancor più grave, a cui aveva pensato tutto il giorno e che credeva d’avere sciolto, gli ricompariva adesso dinanzi con tutte le sue difficoltà ad imbrogliarlo anche in quel po’ di nodo alla cravatta, per il quale avrebbe tanto desiderato una certa tranquillità d’animo. Era un dubbio, un’alternativa, da cui, come vedremo, credeva d’essere uscito. Si pensi dunque la sua impazienza nel vedersi tornare ancora dinanzi quel punto interrogativo, nel sentirsi ancora domandare una risposta! Così, chi lo crederebbe? mentre faceva di tutto per cacciar via la tentazione di que’ dubbi, avrebbe voluto che gli si staccasse un bottone dal colletto della camicia, e avere così un minuto ancora per discutere e per risolvere.
Massimo, in Castelrenico, se l’era sempre passata benone: con un po’ di bonomia e di furberia aveva saputo essere l’amico di tutti; tutti l’avevano in gran conto: si trattasse di politica o di merende, il capo era sempre lui. Aveva qualcosellina del suo; come avvocato guadagnava discretamente, e da ultimo aveva avuto anche una piccola eredità. Si sarebbe detto insomma che non gli mancava nulla: ma, venuto il 59, un diavolo tentatore cominciò a fargli sapere di qualche suo compagno dell’Università che s’era buscato di colpo un grosso impiego; e poi mano mano gli fece passare nelle vene un certo filtro che non gli dètte più pace; gli empì di fumi la testa, e non gli lasciò veder altro che onori, cariche, e un futuro Massimo di grande importanza.
Massimo sulle prime non disse nulla in paese, ma fece il suo disegno. Sotto vari pretesti lasciava Castelrenico a ogni tratto, e scendeva a Milano a riannodare delle conoscenze vecchie o a farne delle nuove che potessero dar colore ai suoi disegni. Trovò un deputato per Castelrenico, e se lo fece suo: trovò speranze e promesse per l’impiego che sognava fin che ne volle; e quando proprio gli parve d’essere a tiro, fece partire i mobili, e ne fece anche una più grossa, come vedremo a suo tempo.
Però, quando vide i mobili uscire di casa, Massimo cominciò a riflettere più seriamente di quello che non avesse fatto fino allora, che l’impiego doveva, è vero, venire, ma non era ancora venuto. Fu allora che pensò di preparare un piano di riserva per il caso che i piani principali andassero falliti, e cominciò a discutere tra sè, se dovesse raccomandarsi al marchese Renica, il quale aveva di certo chi sa quante di quelle conoscenze in alto, di cui una sola basta, come pensava Massimo, per ottenere tutto quello che si vuole. Ma gli si presentavano due cose rincrescevoli: la prima era quella di dover confessare che quel tale impiego, di cui tutto il paese parlava e per il quale andava accettando le congratulazioni, non era finora che una speranza; e la seconda era quella di dover pregare il marchese, personaggio di colore aristocratico, e col quale, com’egli aveva detto tante volte con gli amici, poteva tutto al più dividere un pranzo, ma non una sola delle opinioni politiche.
Massimo dunque aveva dubitato tutto il giorno; ma di mano in mano che vedeva uscire un mobile di casa, anche i dubbi gli diminuivano, e alla fine s’era deciso di raccomandarsi al marchese e di parlargli dell’affar suo quella sera stessa, subito dopo il pranzo.
Ma, come abbiamo veduto, i dubbi nella scelta della cravatta gli avevano ridestati tutti i dubbi di quella giornata, e per discutere ancora, andava tirando i bottoni per assicurarsi che fossero saldi. Lo erano; e in quel punto sonavano le sei. Massimo allora, fatti gli scalini a quattro per volta, infilò le strade di corsa, e come fu al portone del palazzo Renica non pensò più ad altro che a cercare il modo migliore per confidarsi col marchese e domandargli la sua protezione. A proposito di questa protezione gli amici avrebbero potuto dirne molte, e a proposito del marchese egli ne aveva dette, altre volte, moltissime; ma in quel momento al suo pensiero non si presentò nulla di tutto questo: tante sono le cose che si dimenticano quando si chiede un servigio!: e dopo poi, quando il servigio è stato reso, se ne dimenticano ancora di più.
Il cameriere del marchese Renica, nell’annunziare il signor Massimo Della Valle, annunziò anche ch’era in tavola. Il marchese, data a Massimo una stretta di mano, andò a porgere il braccio a sua nuora, e s’avviò verso la sala da pranzo seguito dai commensali. Oltre al marchese Antonio Renica, sedettero a tavola il maggiore de’ suoi due figli il marchese Giorgio, la moglie di lui la marchesa Giulia, il curato, il signor Mevio ingegnere della casa, il signor Rocca consigliere di tribunale in pensione, il nostro Massimo, e don Gilberto.
Don Gilberto, di professione uomo elegante, possidente, celibatario, e che aveva passati, non si sapeva da quando, i cinquant’anni, dopo essere stato il compagno indivisibile di tutte le scappate giovanili del marchese Antonio, gli era ora il collega fedele d’ogni sera a’ tarocchi, togliendosi per un’ora al bel mondo al quale non aveva mai rinunziato. Don Gilberto era appunto venuto in quel giorno da Milano, e s’era trovato per istrada col signor Mevio e col signor Rocca.
Durante quei primi momenti di silenzio che cominciano con la minestra, Massimo, dopo aver aggiunto a’ suoi piani, lì su’ due piedi, anche quello di non fare le sue confidenze al marchese che dopo il pranzo e a quattr’occhi, se ne stava già tutto con l’animo sospeso per timore che, durante la tavola, qualcuno scappasse fuori a parlare del suo impiego, e così gli mancasse poi l’occasione o il coraggio di riparlarne col marchese in un momento più favorevole. Ma con sua gran consolazione si cominciò a parlar di tutt’altro. Don Gilberto, seduto vicino alla marchesa Giulia, aveva subito preso a raccontare una filza di storielle campagnole e cittadine raccolte di fresco, e tutte nuove per i suoi ospiti. La marchesa, che pareva rinascere, interrompeva a ogni tratto con domande don Gilberto, e nel lasciare mano mano l’aria svogliata e troppo rassegnata che aveva di solito a Castelrenico, si faceva bella ancora per un momento come fosse in città. Il marchese Giorgio, giovane marito, rideva; rideva fin troppo, perchè certe cose è prudenza ascoltarle come argomenti di studi, lasciando da parte le risate.
Il marchese Antonio si divertiva anche lui, e il suo gusto era quello di compiere le frasi quando don Gilberto si fermava e ne ravvolgeva la fine in qualche velo elegante. Gli altri commensali di tanto in tanto fingevano di prender parte anch’essi a quei discorsi e di divertirsene, benchè non ne capissero nulla; circostanza di cui don Gilberto non pareva curarsi molto.
L’ingegnere Mevio, in qualche momento d’intervallo, aveva cercato di far ripetere al curato, per la centesima volta, una vecchia storia di certe orecchie d’asino scambiate da lui, andando a caccia, per le orecchie della lepre; e il curato, facendo il sordo, aveva cercato deviare l’attenzione dalle sghignazzate dell’ingegnere voltandosi verso Massimo con un «dunque, signor avvocato, quand’è che si va a Milano?» Ma l’avvocato facendo il sordo anche lui, s’era voltato verso il marchese e verso don Gilberto, e raccogliendo qualche loro parola s’era fatto animo a domandare la spiegazione di qualcosa, ripetendo poi in tono d’approvazione qualche sentenza udita nei loro discorsi. Questi minuti d’agitazione tanto per il curato che per Massimo s’erano ripetuti più d’una volta, ma erano durati poco, perchè don Gilberto non era uomo da tacere un pezzo, e a proposito d’un discorso finito ne incominciava subito un altro che non ci aveva nulla a che fare.
A questo modo il nostro Massimo attraversò il desinare abbastanza felicemente, e giunse nel porto delle frutte proprio secondo i suoi disegni. Alle frutte s’era deciso a parlare anche il consigliere Rocca, e aveva avuta l’ispirazione infelice di lanciare una parola di malumore contro l’attuale legislatore, come diceva lui, a proposito di un’ultima storiella campagnola raccontata da don Gilberto, in cui c’era un’avventura galante d’un giudice di mandamento.
Il marchese Antonio aveva preso fuoco contro il consigliere in difesa del legislatore; e il consigliere, che non pareva in vena di cedere, rinforzava i suoi argomenti, richiamando soprattutto le cose stesse che il marchese soleva dire ogni momento. Il marchese continuava la sua tirata senza ascoltare il consigliere; così e l’uno e l’altro andavano innanzi a una voce col loro soliloquio, scostandosi mano mano dall’argomento e affannandosi a rispondere a quello che il loro interlocutore non s’era mai sognato di dire.
Il marchese Antonio non aveva avuto dalla natura il dono di vedere anche quel tanto di buono che ci può essere nelle cose di questo mondo, frammisto pure a tutto il male possibile; del qual male bisognava sempre convenire con lui, per non dargli un dispiacere troppo forte. Egli vedeva ogni cosa in colori neri; prevedeva male di tutto; e l’esito, secondo lui, gli dava sempre ragione. Questa disposizione d’animo non lo rendeva troppo amico delle molte novità che vedeva da qualche anno, e finora non ce n’era stata una sola di cui non avesse trovato da dire o da pronosticar male. Ma a dirne male poi voleva essere solo. Anche in questo i tempi non gli erano favorevoli. Le censure e le opposizioni alle cose nuove, in cui trovava un seguito facile e numeroso, sia che gli paressero un segno di concordia, cosa in cui diceva di non credere, sia che lo toccassero su di una corda giovanile che forse vibrava più di quello che egli volesse ammettere, lo stizzivano presto, e quelli che credevano di fargli coro, se lo trovavano a un tratto di contro oppositore e battagliero, con loro grande maraviglia. La corda giovanile era stata quella di una grande avversione al dominio straniero. Era stato tra i più attivi finchè s’era trovato sulla breccia in compagnia di pochi; ma poi, quando aveva veduto crescere le file, s’era tirato in disparte, come se gli avesse dato noia anche in questo la troppa compagnia. Un certo sorriso ironico che gli sfiorava le labbra al solo udire il nome di cose nuove o di uomini nuovi, e le sue tirate a proposito d’ogni più piccola novità, gli avevano procurata la riputazione d’uomo retrivo, e di fautore dell’assolutismo. Quelli però che l’avevano in questo concetto non sapevano che il marchese Renica era troppo aristocratico per volere al disopra di sè de’ padroni assoluti. A Castelrenico si credeva quello che credevano i più, e non si andava poi a guardar troppo per il sottile.
Il consigliere aveva appena finito di rispondere a una parte della sfuriata del marchese Antonio, quando questi levandosi da tavola e porgendo di nuovo il braccio alla nuora s’era avviato verso la sala. Lo seguirono i suoi commensali, alcuno dei quali non prevedendo una conclusione così brusca, e sicuri che la discussione li avrebbe lasciati assaporare in pace un bonissimo marsala, dovettero abbandonare sulla tavola il bicchiere pieno; ad eccezione però dell’ingegnere che, essendo in maggior confidenza con la casa, si levò per l’ultimo, e lo vuotò.
Ma il consigliere, che aveva ancora da rivedere il conto al legislatore, aveva ripreso in sala un punto della discussione per mettere al muro il marchese, intanto che un cameriere e un servitore erano entrati col caffè. La marchesa Giulia, suo marito e don Gilberto erano andati a sedere presso un tavolino da lavoro, in uno degli angoli della sala, e avevano ripreso a mezza voce i loro discorsi. Gli altri erano rimasti in piedi in giro al marchese, e andavano sciogliendo lo zucchero nelle tazze col cucchiaino, intanto che il consigliere cercava di sciogliere contemporaneamente quel tal suo punto.
«Le chiacchiere sono chiacchiere, e io torno alla mia conclusione,» disse il marchese deponendo la sua chicchera.... «Se tutti, dal primo all’ultimo, devono comandare, tocca a voi, caro consigliere, a fabbricarmi quel tale che dovrà ubbidire!...»
«Non è questa la questione, vi ripeto, perchè quando io critico il nuovo legislatore, è quando lo considero obbiettivamente. Dio mi guardi dal portare attentato, soggettivamente, all’autorità del legislatore. Se non mi fate questa distinzione, non ci intenderemo più. Io voglio indiscutibile e venerata l’autorità del legislatore soggettivo; ma, obbiettivamente parlando, posso dire che il legislatore mi fa delle corbellerie, senza punto contraddirmi, perchè è molto chiaro che....» Ma era molto bollente anche il caffè, e il consigliere che aveva voluto berne un sorso in quel momento, dovette troncare di nuovo la sua tesi, e con una smorfia che non ci aveva nulla a che fare.
«Finchè le faccio io queste critiche,» ripigliò il marchese, «e finchè le fate voi per conto vostro, vi dirò: va benissimo. Ma quando me ne fate una teoria, allora vi dico: guardatevi attorno! guardate il bell’effetto della vostra teoria! Tutti gl’imbecilli sono diventati tanti commentatori di codici, e il vostro legislatore riveritissimo può fin d’ora domandare un posto d’usciere al suo lustrascarpe!»
«Voi dite hoc post hoc, ergo propter hoc,» continuò il consigliere a cui era passata la scottatura.
«Ci vuol altro che gli hoc, caro consigliere: negatemi il fatto se potete.»
«Cioè, anche qui bisogna distinguere. Se voi mi dite oppressi sumus non solo dalle opinioni del volgo, ma etiam dalle opinioni hominum leviter eruditorum, come diceva Cicerone, allora siamo d’accordo. Ma se poi dobbiamo considerare nella sua natura e nelle sue conseguenze il nuovo diritto pubblico, quello voglio dire del regime libero....»
«Oh! ecco la gran parola! mi congratulo di sentirla anche da voi! Il regime libero! La libertà! Sicuro che io la voglio la libertà! Anzi quel tale che mi deve avere per suo servitore umilissimo non è mai nato, e non ha neanche l’intenzione di nascere, ch’io mi sappia. Sicuro che io la voglio la libertà! Ma la voglio per me, per voi se la vi garba, e per quelli che sanno che cosa sia e che cosa voglia dire! Ma oggi si vuol far credere che la libertà sia una cosa fatta per tutti quelli che passano per strada, e così vi domando io che succede poi della mia libertà e della vostra?»
«Sono lontano anch’io, caro marchese, lontanissimo dall’essere fautore della libertà come la s’intende in oggi, e se i tempi non consigliassero una certa prudenza, vorrei proclamare ciò pubblicamente, senza soggezione di nessuno. Sicuro che di questo passo, rotte le dighe d’ogni stabile autorità, andiamo diviato verso quella tal società dei pesci, di cui parla l’Eineccio, ubi major devorat minorem. Ma è appunto per ciò ch’io criticavo il legislatore. Lasciatemi dunque ritornare al punto principale della questione....»
Il curato che, per mostrare di seguir con interesse la discussione, avrebbe voluto metterci qualche parola del suo, e che fino allora non aveva trovato il punto opportuno, si approfittò della società dei pesci per esclamare un «benissimo» accompagnato da una risata e da una fregatina di mani.
Massimo taceva. Si poteva pensare, e forse lo pensava il curato, che il silenzio di Massimo fosse un silenzio di disapprovazione all’indirizzo delle cose che dicevano il marchese e il consigliere. «Questa volta però mandale giù!» diceva fors’anche tra sè il curato; ma in verità questa volta Massimo era occupato di tutt’altro. Le sue opinioni politiche erano in quel momento l’ultimo de’ suoi pensieri; ma piuttosto andava pensando che una discussione messa per quella via, e a quel modo, poteva anche durare tutta la sera; che il marchese si faceva sempre un tantino più aspro e intollerante; e che a lui intanto sarebbe mancata l’occasione, o l’animo, di porgere in bel modo, e con buon successo, quella tal parlatina per il suo impiego. Così, nella sua mente, egli aveva già perduti di vista i due che discorrevano, e aveva sostituito un nuovo piano, quello di andarsene al più presto e di ritornare l’indomani, spiando il momento di potersi trovare a quattr’occhi col marchese.
Il piano era deliberato, e già gli era data un’ultima mano, quando la discussione del consigliere e del marchese, la quale a furia di logica faceva le più lunghe strade in pochi minuti, era venuta a minacciar Massimo da vicino, senza che egli se ne avvedesse, in un modo spaventoso.
Dal legislatore si era venuti al tempio della giustizia e alla maestà del magistrato. Il tempio della giustizia aveva messo di nuovo sossopra il marchese, e il magistrato poi lo aveva fatto scattare del tutto.
Per calmare il suo avversario, il consigliere aveva cercato di abbandonargli, come vittime espiatorie, gli impiegati amministrativi; ma con ciò s’era creduto tanto più in diritto di non transigere d’un punto quanto a quelli della magistratura giudiziaria; e s’era piantato sui due piedi, e con le mani in tasca, col piglio d’un uomo risoluto a non cedere d’un passo. Il marchese non voleva distinguere neanche questa volta, e siccome tra la molta gente che non gli andava a genio c’erano pure gl’impiegati, e ci avevano anzi uno dei primi posti, così metteva in un medesimo fascio anche quelli del tempio della giustizia, con grande sorpresa dell’antico consigliere.
Il curato, che non aveva tenuto dietro bene alla questione, ma che spiava sempre il momento di venir fuori anche lui con una parola del suo, sorpreso a un tratto da una pausa che si fece nella discussione, si credette arrivato al punto buono; e poichè aveva udite tante esclamazioni a proposito di impiegati e d’impieghi, esclamò anch’egli: «Un bell’impiego e, a quanto si dice, un impiego in grande, è toccato qui al nostro avvocato! Non so se il signor marchese lo sappia?...»
Si pensi che cattivo scossone fossero quelle parole per Massimo, il quale stava appunto mettendosi in salvo mentalmente. Tanto più che le parole del curato furono subito afferrate dal consigliere, il quale, avendo a che fare con un avversario più ostinato di lui, fu lieto di vedersi aperta improvvisamente una porta, e di poter così uscire senza arrendersi, e senza consegnare il tempio. Allora cominciò una tempesta di domande e di congratulazioni del consigliere e del curato al povero Massimo, il quale s’imbrogliava come un pulcin nella stoppa, e non pareva proprio più quel tale che aveva la riputazione d’essere l’uomo più disinvolto di Castelrenico.
Il marchese intanto s’era fatto silenzioso; e, alla fine, quando il consigliere e il curato lo vollero tirar per forza nel discorso e vollero cavare anche da lui delle congratulazioni, pigliando una delle sue attitudini più serie e più asciutte, si rivolse a Massimo e gli disse:
«Lei sa, caro avvocato, ch’io nè balbetto, nè faccio complimenti, mai. Ora, a proposito di questo impiego, le posso fare degli augurii, ma congratulazioni.... no! Se mi avesse domandato il mio parere in tempo, le avrei detto che se era stanco di passarsela bene, lei poteva preferire all’impiego il nostro campanile del paese, e con un salto rompersi il collo in un modo più spiccio. La sarà una mia prevenzione.... ma che vuole? io le avrei detto così! Ora, che la cosa è fatta, le auguro, come si suol dire, una luminosa carriera; e sarò ben lieto di fargliene poi le mie congratulazioni.... E ora, lei ci favorisce a far la partita?»
Il marchese s’era interrotto a quel modo, vedendo ch’era entrato un cameriere a disporre il tavolino da gioco. Massimo si scusò col pretesto di qualche faccendola da sbrigare, dovendo partire la mattina dopo; e sull’affare dell’impiego biasciò quattro parole che furono quasi un soliloquio. Poi salutò tutti quanti, e cercò e trovò il suo cappello, dopo aver preso perfino quello del curato. Il curato e il consigliere rimasero in un profondo silenzio senza dar segno di volerne uscire così presto; e il marchese, picchiando sulla spalla di don Gilberto, gli andava ripetendo che il tavolino era pronto.
L’avvocato Massimo scese le scale, uscì dal portone, e appena fu in strada, presa una delle còcche della cravatta, con una brusca tirata e con una bestemmia sciolse quel nodo che aveva composto con tanta fatica in onore del marchese. Poi andò diviato a casa, dove lo lasceremo in compagnia de’ suoi bauli e de’ suoi pensieri.
III.
Quando Massimo e Martino il legnaiolo lasciarono la piazza, dopo aver dato ciascuno un’ultima occhiata al carrettone, abbiamo promesso di seguirli tutti e due, e di chiudere quella prima giornata del nostro racconto in compagnia prima dell’uno e poi dell’altro. Ora dunque che abbiamo lasciato Massimo, andiamo a cercar Martino, e andiamo ad aspettarlo in casa sua, mentre Caterina, sua moglie, fa levare il bollore alla minestra, dopo aver mandato la figliola a dire al babbo che la minestra era scodellata da un pezzo.
In un angolo della cucina, e lontana dal focolare, perchè guai a sentir la fiammata, stava seduta la Ghita, che molti però cominciavano già a chiamare la signora Ghita, perchè mortole il marito che faceva il bottaio, e rimasta senza figli e con qualcosina, aveva chiuso bottega e viveva del suo. La Ghita filava con grande attenzione una rocca di filaticcio per tirarne filo da calze, ch’era il regalo che faceva ogni anno al curato per Natale. Le due donne di tanto in tanto parlavano tra loro, ma parlavano piano per non essere intese dai ragazzi, i quali però erano occupati di tutt’altro. Il più grandicello, seduto sul margine del ripiano del focolare, era tutto intento a sagomare col coltellino un pezzetto di legno; mentre il fratellino minore, ritto sulle punte de’ piedi, osservava tutto assorto anch’esso la gara che facevano tra loro i fagioli coi grani di riso nel venir su e nello scomparire dalla superficie bollente della pentola. E seduta anch’essa sullo stesso margine, al lato opposto, se ne stava una bambina in gran faccende ad acconciare un pezzetto di carta a guisa di cuffia intorno al faccione rassegnato d’un bel gatto grigio, il quale chiudeva gli occhi e lasciava fare, senza punto aver l’aria di pigliarsi a male quegli scherzi, perchè sapeva che erano scherzi innocenti.
«Oh che mi dite, povera Caterina! A dirvi la verità, ne avevo sentito parlare, perchè tutto il paese ne parla.... e se sentiste che cosa si dice! ma io non ci volevo credere.... e sono venuta qua apposta; ed ecco che voi mi dite le stesse cose. Ma dite su, dite su, povera Caterina; perchè quando si hanno dei dispiaceri è una gran medicina quella di parlare, di sfogarsi, e di non tener niente sullo stomaco!»
«Insomma, come vi dicevo, dopo quella volta che è andato in Svizzera, quattr’anni fa, il mio uomo non è stato più lui.»
«Eh! però, un po’ di estro il vostro Martino lo ha sempre avuto!»
«Ma vi dico di no! Prima che andasse in Svizzera era l’uomo più tranquillo di questo mondo.»
«Eppure lo diceva sempre anche il mio Andrea, buon’anima, ch’era quell’omone che sapete!... Basta, dite su.»
«Insomma, tornato dalla Svizzera, dove l’aveva voluto condurre a lavorare per qualche mese un mastro di quei luoghi, cominciò a dire che lui aveva vedute cose, cose da perderci dietro la testa!... che aveva rubati quattro o cinque mestieri, e che un giorno o l’altro lo si sarebbe veduto fare, tutto in una volta, il segatore, il tornitore, lo stipettaio, il bottaio....»
«Il bottaio? Ah, pover uomo! si vede che aveva proprio perduto la testa! Ma non sapete quello che diceva il mio povero Andrea, lui! lui che indovinava le capruggini alla prima!...»
«Ebbene, state a sentire. Da quel giorno Martino cominciò a guardare, senza poter più levarne gli occhi, quell’acqua che chiamano della valletta; quella che vien giù forte, come sapete, dal monte, e che poi va perdendosi in quel primo prato giù al piano e vi stagna un poco. Oh se avessi quattrini! esclamava sempre, e ogni giorno andava a guardar l’acqua. Ma che volete farne voi di quell’acqua? gli dicevo io; non ne ha fatto niente mai nessuno!... Cosa farne? diceva lui; lo so io cosa farne! lo so io! E poi picchiandosi la fronte, ogni tanto tornava a esclamare: eppure qua dentro c’è qualcosa!»
«Che gli avessero fatto qualche incantesimo in quei paesi che dite voi?... Che son paesi dove c’è anche la religione falsa!»
«A dirvi la verità, questo pensiero l’ho fatto anch’io, e una volta ne parlai col curato; ma il curato mi rispose: andate là!... andate là!...»
«Avete fatto male a parlarne col curato, che è un bravissimo uomo del resto, ma che di queste cose se ne intende poco. Dovevate dirlo al frate che viene a primavera a benedir le campagne e a far scappare i grilli.... quello se ne intende!...»
«Avete ragione. Questa volta, se a primavera sono al mondo, farò come dite voi. Tanto più che col mio pover uomo la va di male in peggio. Non ch’io ne possa dir male, che anzi lui lavora da mattina a sera.... galantuomo poi come lui non ce n’è altri!...»
«Eh! ma il povero Andrea! Quello sì ch’era un uomo!...»
«Ma adesso io parlo del mio. Lavoratore, galantuomo, e tutto cuore! Del cuore poi ne ha fin troppo; è il suo difetto. Oggi, per esempio, ha buttata via tutta la giornata per quell’asino, a dirla chiara, d’un suo parente, quell’aristocraticone di avvocato che non lo guarda neanche in viso, e non gli dirà neanche un crepa!»
«Vedete! vedete! povera Caterina!... Dunque voi mi dicevate di quell’acqua....»
«Or bene, mio marito l’ha comperata, e ha comperato anche il prato....»
«Ha comperato il prato? e anche l’acqua? Dunque è vero quel che si dice!»
«Sicuro! e ha spesi tutti i nostri risparmi.... che ci son costati tanti sudori! e vuol mettere una sega, vicino a quell’acqua che si perde, perchè dice che non la si perderà più....»
«Figuratevi!»
«E dice di voler fare una fabbrica su quel prato, per fare tante cose che sa lui, e che non vuol dire! Chi l’avrebbe detto che quel codicilio, come lo chiamano, che abbiamo ereditato dallo zio, doveva essere la nostra disgrazia? Se mio marito non aveva quella eredità, a poco a poco non avrebbe pensato più a quella benedetta acqua!... Ora, invece, parla di fabbricare, di spendere tutto quel poco che lo zio, per sua grazia, morendo ha lasciato; e per di più vuol fare anche un grosso debito, perchè quel tanto che c’è, non basta....»
«Che se invece impiegavate quel codicilio con un buon pegno in mano, come faceva il mio Andrea....»
«Ma! Che volete? E poi.... e poi....»
Intanto Caterina s’era messa a grattare il formaggio per la minestra, dopo essersi asciugata una lacrima col dorso della mano.
La Ghita guardò Caterina con nuova e maggiore curiosità; poi, fatta una cocca del filo sulla punta del fuso, con uno scatto dato dalle dita fece girare il fuso rapidamente su di sè, intanto che ripigliava in tono compassionevole:
«Dite su! dite su! povera Caterina, che lo sfogarsi nelle tribolazioni è, per così dire, un vero elettuario.»
«Insomma, a dirvela tutta, dovete sapere che mio marito parla anche di mandare il mio Tonino, che vedete lì, in quel paese della Svizzera dove è stato lui, e anche più in là, per fargli imparare tutte quelle cose che lui ha in testa, e delle altre ancora.»
«Misericordia! E voi che cosa contate di fare?»
«Questo è quello che non so!»
«Mandare i propri figli in paesi che non s’è sentito mai nominare!... lasciarli in mano di nessuno! Ah! se fossi nei vostri panni....»
«Cosa fareste?»
«Cosa farei? Farei un rapporto, di quelli in carta bollata, e a chi si deve!... Perchè se ci sono dei matti, bisogna farli legare!...»
«Oh! io poi.... fare di questi torti al mio uomo.... perchè l’uomo poi è buono, sapete!»
«Grazie!... e la vostra coscienza? La vi par cosa da poco, a voi?... Lasciar tirare su i vostri figlioli a piacimento dei matti!...»
«Matto.... matto.... Adesso non ragionate bene neanche voi! Se mio marito volesse far imparare a Tonino un mestiere solo, lo terrebbe qui; ma lui, capite, vuol fargliene imparare due o tre, perchè possa poi guadagnare qualcosina di più, e aiutarci meglio anche noi quando saremo vecchi!»
«Due o tre mestieri? ma vedete se non son cose da matti!...»
«E perchè? Quando uno ha avuto un po’ di studio, può bene mettere bottega di segatore, di legnaiolo e di bottaio, per dirne una!»
«Mi diventate matta anche voi? Un legnaiolo fare il bottaio? Lo potete giusto dir voi, o vostro marito, perchè non sapete neanche da che parte si cominci a fare il tappo d’un barile!... Se ci fosse a sentirvi il mio povero Andrea!... Vedete cosa vuol dire star coi matti!...»
«Oh! finitela anche voi con questa parola! Se le consolazioni che mi volete dare son queste!...»
«Gran novità! Il Martin matto! Non è così che lo chiamano tutti in paese, vostro marito?»
«Oh smettete! che ce ne volevano quattro dei vostri Andrea per fare un uomo come il mio!...»
«Il mio però non l’hanno chiamato mai il matto!»
«Lo chiamavano il pilucca pitocchi!»
La Ghita saltò in piedi. Raccolse sul fuso, facendolo girare rapidamente, la lunga gugliata del filo; fece uscire la rocca dall’allacciatura della vita e dal cappio appuntato alla spalla, dove era rattenuta; mise rocca e fuso sotto l’ascella in aria di sfida; mandò giù la saliva, e stava per sbuffare chi sa che cosa.... quando a un tratto entrò la bambina ch’era andata a chiamare Martino, gridando «il babbo! il babbo!»
Caterina, che aveva voltate le spalle alla Ghita, scodellava intanto la minestra.
«Buona sera, Ghita,» disse Martino, levatosi il grembiale e appeso il cappello a un chiodo del muro. «Se volete gradire una scodella di minestra e un bicchiere di vino, non c’è neanche da dir grazie.»
La Ghita prima di rispondere ci pensò un poco per trovarne una salata; poi disse a un tratto: «Tante grazie!» e se ne andò. Ma appena fuori della porta, rifece un passo indietro, e aperto l’uscio di nuovo, soggiunse: «Ho già desinato del mio!» poi se ne andò definitivamente, e molto più soddisfatta.
«La signora Ghita è di cattivo umore, a quanto pare,» disse Martino sedendosi e mettendosi a mangiare la minestra. Caterina non rispose; fece sedere su due seggioline a braccioli i due bambini più piccoli, legando loro intorno al collo un tovagliolo; poi si mise a sedere anch’essa in mezzo a loro. Anche il gatto prese il suo posto sulla tavola vicino alla scodella della bambina, dopo essersi sbarazzato della cuffia di carta con lo zampino e con una leggiera crollatina di capo.
«Vi siete bisticciate con la Ghita?» riprese Martino.
«Non si può dir questo,» rispose Caterina. «Però la Ghita, se disse qualcosa, non aveva neanche torto!...»
«Ah! l’avevo capito io che c’è stato del brusco! E si può sapere?...»
«Del brusco non ce n’è stato niente affatto!... La Ghita ha parlato, perchè anche il mondo ne parla....»
«Di che cosa?»
«Oh non è poi necessario dir tutto! tanto più quando uno può ben capire da sè!»
«Allora ho capito! La signora Ghita invece di metter male, farebbe meglio a tenere la saliva per filare!...»
«Adesso siete voi che parlate male: la Ghita è una bonissima donna!»
«E invece di mettere il naso nelle cose che non capisce....»
«Chi non capisce invece siete voi, se parlate così!...»
«Allora dite su! Ma se non parlate, cosa volete che ne sappia io? Cosa volete che sappia di quel che dice la gente, io che bado ai fatti miei e non vado a far pettegolezzi per le strade?»
«La gente dice.... se la volete sapere, che quando si hanno quattro figlioli bisogna tener di conto delle giornate; lavorare per guadagnare, e non far grandezze a lavorare per guadagnar niente! Bel pagamento che avete avuto quest’oggi! ammazzarsi dalla fatica, non vedere la croce d’un quattrino, e non avere neanche un grazie!... perchè dir grazie a un parente povero, per lui è uno sporcare l’avvocatura e tutta la sua carta bollata!... La gente vede queste cose, e la gente parla!...»
«E voi lasciatela parlare! Se son questi i fastidi della signora Ghita, capisco come la diventi di così bella cera. Se a mio cugino dà noia che io sia un povero legnaiolo, a me non dà noia che lui sia un signore. Non ho invidia di lui, non gli domando nulla, nè gli vado tra i piedi mai. Se però proprio diamo di naso l’un nell’altro, allora faccio il mio dovere;... son pover’uomo sì, ma creanzato! Non sarei andato a dirgli: avvocato, se volete, per caricare i vostri mobili son qua io. Ma, passavo per la piazza, vedo una carrata di mobili, tutta a gambe e a spigoli per in su e per in giù, come anime del purgatorio; sono i mobili di Massimo: chi rideva, chi ne diceva una, chi un’altra; ma nessuno sapeva dare una mano, nessuno si moveva. Allora mi sentii movere il sangue. Che volete? se avessi tirato diritto, allora sì che la gente avrebbe avuto ragione di credere che tra me e Massimo ci fosse una picca! E questo non stava bene. Allora sì che ne avreste sentite delle chiacchiere! Avrebbero detto che sono invidioso; che per avere ereditato meno di lui mi è andato il sangue in aceto, e che, ad andar bene, la finiremo a busse. Capite? Lì per lì, a dirvi la verità, tutti questi ragionamenti non li ho neanche fatti; ma adesso, a pensarci, mi persuado d’aver fatto bene a fare quel poco che ho potuto. E poi ve ne dirò un’altra.... Oh, cosa succede là! Beppina....»
Beppina a quel punto era venuta alle prese col gatto, il quale era stato del parere che l’ultima cucchiaiata di minestra dovesse toccare a lui; e se l’era presa, rovesciando la scodella sulla tavola. Beppina l’aveva picchiato col cucchiaio, poi s’era messa a piagnucolare alla distesa. Caterina prese la bambina sulle ginocchia e le diede da mangiare nella sua scodella.
«Dovete dunque sapere....» continuò Martino.... «Oh! aspettate che adesso mi è uscito di mente quello che vi volevo dire....»
«Voi però lo avete avuto sempre troppo nell’anima quel vostro cugino; e dire che non ve ne ha mai fatta una delle buone!» prese a dire Caterina.
«Eh, chi sa mai! Potrebbe venire il giorno in cui avessi bisogno di domandargli un servigio: allora, sapete, ci andrei diritto, e sono persuaso che me lo farebbe. A sentir la gente, tutti mi dicono di star alla larga da quelli che hanno studiato; ma io, che volete? ho un altro pensare!»
«È perchè voi siete sempre stato infatuato di quello lì!»
«Ma dite un po’, Caterina, l’esserci un avvocato, un uomo di studi che si chiama Della Valle, non è un onor grande anche per noi che ci chiamiamo così? Non è un onor grande per la famiglia? Se avessi studiato anch’io, allora sarebbe un altro par di maniche. Allora sì, casa Della Valle, anche con la bocca di Martino, potrebbe dir le sue ragioni!... le potrebbe dire, perchè qui, sapete, c’è dentro qualcosa....» e si picchiava la fronte con la mano. «Basta, se vivremo, qualcosa s’ha da vedere! Son anni e anni che lavoro come un cane per risparmiare quel poco che sapete; ma non credevo di arrivarci. Ora però, con quello che m’ha lasciato lo zio Tonio, che Dio gliene mandi tanto bene, posso dire: ci sono! Ora, che ho qualcosa da garantire, posso anche fare un debituccio, e messo tutto insieme....»
«Oh, per carità. Martino, cosa dite mai! Anche un debito!»
«È fatto! Ma non abbiate paura....»
«Misericordia!... e i vostri poveri figlioli!... Non sapete che i debiti son come il tarlo, mandano le case in polvere!»
«Non abbiate paura, Caterina; voi non vedete quello che vedo io!... Dovete sapere, Caterina, che ci sono delle seghe che in Castelrenico nessuno ha veduto mai! con lame fini come nastri; seghe senza staggio, senza fune, senza manichetti, che vanno da sè, e che girano, girano!... seghe che in un minuto fan disegni che la è una maraviglia!... proprio come se avessero studiato!... seghe che paion cristiani, e che quando le senti cigolare contro il legno, ti fan tendere l’orecchio perchè quasi scommetteresti che parlino!... Ma silenzio, Caterina! non fatene parola con nessuno!»
Caterina guardava fisso negli occhi suo marito tacendo, e come compresa da un sentimento di maraviglia e di timore. I ragazzi s’erano messi a giocare per la cucina, e Martino ripeteva ancora con l’indice traverso le labbra: «Caterina, silenzio! silenzio, per amor del cielo!»
In quel punto qualcuno picchiò all’uscio, e una voce domandò: «Ehi, di casa!» Martino saltò in piedi, e riconosciuta subito la faccia rubizza che in quel momento faceva capolino dall’uscio, «Ah siete voi, Simone!» disse «avanti, avanti! Che buon vento vi mena qui? Saluto anche la compagnia,» soggiunse poco dopo, ma in tono più asciutto, rivolgendosi a due altri che vide entrare in coda a Simone. «Sedetevi» continuò Martino, «e se ne volete un bicchiere, tal qual’è.... Caterina, portamene su un boccale.»
«Oh! così va bene! un bicchiere non si rifiuta mai, nevvero voi altri?» esclamò Simone.
«Mai, mai!» risposero subito gli altri due, che da certi occhi lucidi lasciavano capire a prima vista come in quella sera avessero già più volte messa in pratica tal massima. Caterina uscì per il vino e rientrò poco dopo con un fiasco che depose sulla tavola; poi uscì di nuovo conducendo i ragazzi a dormire, ad eccezione di Tonino, il quale riprese con grande attenzione il suo lavoro sulla soglia del focolare.
Simone con la faccia gioviale, e dopo una fregatina di mani, prese una sedia di paglia, si assicurò che fosse ben forte, si mise a sedere, e depose il suo cappello sulla tavola. Poi si adattò, facendolo scendere alcun poco sugli orecchi, il suo fido berretto di maglia che non soleva togliersi di capo mai fuorchè nel caso rarissimo in cui si trovasse dinanzi a un creditore. Il berretto era di cotone color turchino scuro, e dello stesso colore erano le calze. Le brache poi, che ben inteso eran corte, e la giubba scarsa e a falde cortissime, erano d’un velluto che ai suoi tempi era stato di color verde.
Tirata una presa di tabacco, Simone assaggiò il vino; trovatolo buono, ne empì i bicchieri dei due compagni, e tutto ciò senza complimenti e proprio come se fosse in casa sua, non perchè mancasse di creanza, ma per quella tal ragione ch’era in casa d’un debitore, o d’uno almeno che lo doveva diventar tra poco.
«Dunque,» prese a dir Simone in tono d’uno che conchiude più che d’uno che comincia, «domani andremo dal notaio a fare il contratto con scrittura legale, per quel tale interesse. Questi sono i miei testimoni, idonei e consenzienti, per gli effetti legali. Però, essendomi consultato con me stesso per i miei diritti di legge, ho pensato al modo di far le cose più in regola, e il modo sarebbe questo. Io vi do a prestito le diecimila lire; voi, invece di darmi l’ipoteca, mi fate una vendita dell’acqua e del prato, con annessi e connessi, infissi e fabbricati, esistenti e da farsi, compresa, s’intende, anche questa vostra casetta, per maggior mia sicurezza; il tutto, badate bene, redimibile dopo cinque anni....»
«Patti d’oro!» esclamò uno dei testimoni vuotando il bicchiere.
«E che faccio con voi, Martino, per l’amicizia!» continuò Simone. «Ah! ma voi avete l’aria di pensarci su! Se non vi garbano, amici come prima, e non vado avanti....»
«Non avete finito? andate avanti, andate avanti» soggiunse Martino.
«Credete forse che la voglia comperar io davvero questa roba? Bel negozio! Si fa così per far le cose più legali, capite! E anche voi ci avete il vostro interesse, perchè se dopo i cinque anni trovate della vostra convenienza di vendere qualcosa piuttosto che restituire il capitale, ecco che l’affare è già bell’e fatto, senza nuove spese di istrumenti e di notai; e se restituite il capitale, voi ritornate possessore del fatto vostro. La vi par chiara adesso? Vedete che bella comodità! Il codice, e io l’ho letto da capo a fondo, ne ha delle leggi belle di tanto in tanto! Il tutto sta nel saperle adattare al caso proprio.»
«Insomma fate voi!... fate voi!» ripeteva Martino passeggiando per la cucina, e picchiandosi di tanto in tanto la fronte.
«Quanto agli interessi poi, fate come vi garba meglio. Mi terrò, se volete, a tutto mio rischio l’usufrutto del prato e della casa. Non lo volete? Datemi il sei per cento anticipato, ossia pagatemi fin d’ora l’importo dei cinque anni levandolo dalle dieci mila lire, e così non ci pensate altro.... Sono formalità, se volete, ma formalità legali di cautela per me, e di comodo per voi....»
«Insomma voi con una mano me ne date dieci, e con l’altra me ne levate tre, se ho capito bene.»
«Se avete diffidenza, caro Martino, non ne facciamo niente!... parliamo d’altro.»
«Ma se per piantar la sega mi occorrono dieci mila lire, vi domando io come faccio se voi me ne portate via tre mila?... sia pure per una formalità, come dite voi.»
«Vi darò poi anche le tre mila, siete contento? Ve le darò quando avrete finita la fabbrica, prima di pagare i conti.... e allora faremo un altro contratto. Insomma lasciate fare a me; domani, prima di andar dal notaio, verrò qui con una carta bell’e fatta, una carta che vi piacerà e che farò far io, a tutte mie spese, da chi si deve; da uno che la sa lunga più di qualsiasi avvocato; che fa carte di ferro, carte come non se ne fanno di eguali in tutta la provincia. Voi non pagherete che i testimoni, questi due amici che vedete qui; qualcosina per il loro incomodo è troppo giusto....»
«Eh, questo si sa!» esclamò l’uno dei due. «Ognuno vive del proprio mestiere. Il mio maestro non c’insegnava che a fare nome e cognome; per imparare di più bisognava portargli a scuola anche la legna: così nel resto dell’avvocatura sono rimasto orbo. Eh! senza questo guaio, l’estro di far carte l’avrei bene anch’io!... Basta.... Caterina, se ce ne date un altro bicchiere, lo beveremo alla vostra salute!»
Caterina che era entrata in quel punto, scambiò un’occhiata con suo marito, uscì di nuovo e ritornò poco dopo col fiasco riempito.
«Fate benone, maestro Martino, a metter la sega!» riprese Simone. «E dire che in Castelrenico non ce n’era una! E anch’io questi denari ve li do di gusto, non per quel miserabile interesse, ma proprio per il bene della patria, come si dice adesso. Però, non so capire, se è vero quel che si dice, perchè mai vogliate mandare un figliolo a fare il garzone fuor di paese, proprio nel momento in cui ne dovreste aver bisogno voi. Ne imparano d’ogni risma, questi ragazzi, quando vanno fuori!»