L'ARLECCHINO, IL BRIGHELLA E IL CÒLA
DEL VOCABOLARIO NOVELLO DELLA CRUSCA
SCHERZO DRAMMATICO[62]
PERSONAGGI
Il Primo Compilatore.
Il Segretario della Crusca.
Arlecchino.
Brighella.
Còla.
Colombina.
Ciapo.
Rontino, bidello della Crusca.
Altre Maschere teatrali.
Due Questurini.
Siamo nel carnevale.
Scena Prima.
(Il Primo Compilatore è seduto su una gerla dinanzi al suo tavolino, e sta lavorando al gran Codice della Nazione. Scrive, pensa e si gratta il capo: ha dinanzi un monte di libri d'ogni sesto)
Ecco fatto. Questa etimología mi è costata sudori di sangue; ma posso dire di aver dato nel segno. (Legge)
«Adrugíno. Avv. Rim. Ant. F. Pucciarell. 2, 219: E s'ella (la piena) vuol pure al tutto affondarmi Nel suo andare a mettermi adrugino, Io mi lamento, e dico: o me tapino! (Forse questo strano vocabolo s'ha a leggere a drugino, e sembra una corruzione di a ritrècine, dicendosi figuratam. Andare a ritrècine, per Andare a rovina, a precipizio. Così qui Mettere a drugino significherebbe Mettere a precipizio.) Sta ottimamente. (Chiama) Rontino!
Rontino—Comandi, chiarissimo.
Compilatore—Portate questa carta a' miei colleghi chiarissimi, chè la búttino nella tramoggia, e ménino il frullone di tutta lor possa. Ma, aspettate un momento: c'è altra roba da portare al buratto.
Rontino—Son qui a' suoi comandi. (Il Compilatore parte)
Scena Seconda.
Rontino solo.
(Legge la carta datagli, e lettala, dà in uno scròscio di risa; poi dice:) Stando fra queste mura, sono avvezzo a sentirne delle grosse, ma qui si passa la parte. Questo barbassore almanacca col ritrècine; e non si è accorto che quell'Adrugíno gli è un error di copista: e giusto ieri copiai per il Fanfani quel sonetto antico, dov'è tal esempio, che legge correttamente A dichino. Ma zitti un po', chè nessuno mi abbia a sentire, e corregger l'errore. Mi diverto tanto quando gli veggo sbagliare. Oh! èccolo!
Compilatore—Tenete; anche questa è roba per il frullone. O di che ridete?
Rontino—Rido di questo metter nel frullone.
Compilatore—Già lo so che siete un mezzo rivoluzionario... ma abbiate giudizio. L'Accademia cribra e affina; e gli Accademici debbono, qui tra queste sacre mura, parlare il linguaggio figurato della impresa della Crusca. Del resto, sappiate voi, e lo sappiano i nemici della Accademia, che sotto questo scherzo del frullone e delle gerle, c'è molta più gravità e molta più sapienza, che gl'ignoranti non pensino, come cantò sul muso a' nostri invidiosi avversarj l'illustre nostro Segretario, vero Boccadoro. (Rontino fa un inchino, e parte)
Scena Terza.
Il Compilatore solo.
È vicino al tocco, e per oggi basta. (Accende il sigaro e passeggia per la stanza.) Birboni! Lavorar come cani dalla mattina alla sera; logorarci la vita e l'ingegno sopra il gran Codice della Nazione, per farlo tale che non ci sia una cosa sola da cancellare; e poi mettersi rabbiosamente a censurarci, ed anche a schernirci! Ma questi son tempi maledetti... Come! qualunque Arzagogo, cioè forestiero venuto da Oga Magoga, potrà censurare e schernire un mio pari senza esemplar punizione? E non c'è più un Granduca che ci protegga, e un boja che bruci i nostri nemici, almeno in effigie?... Basta: per ora le 12,000 lire durano: lasciámoli cantare; e almeno, per far loro dispetto, mostriámoci lieti. (Canta e balla)
Se dura la pasciona
M'imbúbbolo del resto:
Se mangio, bevo e vesto,
E c'è' chi me lo dà,
Che accade disperarsi?
Lasciamo dir chi dice:
Viviam vita felice
Senza pensar più là.
Evviva l'allegría,
Viva la libertà.
Scena Quarta.
Rontino e detto.
Rontino—Oh, viva l'allegría...
Compilatore—(resta un po' sopraffatto, ma poi ripiglia) Sì, diglielo a que' malanni de' nostri avversarj, co' quali spesso tu parli; diglielo che qua dentro si sta allegri, e si ride delle costoro persecuzioni, perchè siamo certi della fiducia del Ministero. Bene; che volete? Che c'è di nuovo?
Rontino—C'è un uomo, bizzarramente vestito, che vorrebbe parlare con V. S. chiarissima.
Compilatore—Fatelo passare. (Rontino parte)
Scena Quinta.
Brighella e detto.
Brighella—(entra facendo un monte d'inchini e di riverenze.)
Compilatore—Venite innanzi senza cerimonie. Chi siete, e che volete?
Brighella—Son Brighella.
Compilatore—Come Brighella! Brighella è una maschera, e non uomo vero e reale.
Brighella—Ecco, signore; coloro che primi rappresentarono sul teatro le maschere, quando furono inventate, vennero per virtù divina, dopo la loro morte, trasportati in corpo e in anima, in un luogo delizioso del mondo di là, dove, con altri begliumori, fanno lieta cera. Non si ricorda del Giornale il Piovano Arlotto? eppur la se ne dee ricordare! Egli descrisse quella regione di Gelocòra, dove sta il Piovano col Berni, col Lasca, e con altri begliumori. Bene: là sto anch'io con le altre Maschere miei compagni; e come nel carnevale, colui che può, ci concede di tornar per ventiquattr'ore nel mondo de' vivi, così di queste ne ho voluto spendere una mezza qui con la vostra signoría.
Compilatore—Ah dunque lei è uno spirito (si segna). Questo è un vero onore (impaurito)... Ma che cosa vuole?
Brighella—Voleva solo ringraziarla...
Compilatore—E di che?
Brighella—Dell'onore fattomi col mettermi nel Vocabolario; dell'avermi fatto nascere in due luoghi, nel bresciano e nel bergamasco; dell'attribuirmi un carattere di piacevolezza e di furbería; e per ultimo dell'avermi fatto essere il contrapposto di quel birbone di Arlecchino, col quale sempre siamo in briga anche a Gelocòra.
Compilatore—Caro signore spirito, le sono gratissimo della sua bontà, la quale mi è soave conforto alle maligne persecuzioni de' nostri avversarj.
Brighella—Però vorrei pregarla anche di una cosa...
Compilatore—Dica, dica pure liberamente; son qua per servirla.
Brighella—Bisognerebbe che, in quest'altra edizione, la correggesse quell'esser io di due provincie. Le par egli che un uomo possa esser nato in due luoghi? Poi bisognerebbe cambiare quel gli s'attribuiva un carattere, perchè io quel carattere lo avevo, e non mi si attribuiva; poi bisognerebbe che la mutasse quel carattere di briga, perchè carattere di briga, è frase ridícola; poi doveva dire che il mio linguaggio è un mescuglio di varj dialetti, con mescolanza di parole straniere; poi doveva dire com'era fatto il mio vestito, che è l'esenziale, parlando di una maschera: poi...
Compilatore—Ma, signore spirito, lei vuol troppe cose...
Brighella—Voglio ciò che mi spetta, e ciò che è suo dovere di darmi.
Scena Sesta.
Rontino e detti, poi Arlecchino.
Rontino—Chiarissimo, c'è un uomo vestito da Arlecchino che vuol parlare con lei.
Compilatore—Ma che storia è questa? Prima Brighella, e ora Arlecchino: ditegli che non posso...
Arlecchino (entra da sè) Come non posso? I' so che l'ha ricevuto Brighella, e voglio passar anch'io; e voglio giustizia.
Brighella—Ma io sono da più di te.
Arlecchino—Bellíno! Tu se' un servitoraccio come me; e per di più sei un accattabrighe e un malanno.
Brighella—Malanno a me? (Gli s'avventa, e Arlecchino gli dà quattro steccate)
Compilatore—O pover a me! che impiccio è questo? Buoni, buoni, figliuoli miei; questo è luogo sacro: rispettate le ombre degli Infarinati e degli Inferigni. Su via, Arlecchino, che cosa volete?
Arlecchino—Lei ha detto nel Vocabolario che io sono un semplicione, e che sono il contrapposto di Brighella, che è un furbo spiritoso: poi ha detto che ho il vestito a scacchi di più colori. Queste son due bugíe, e voglio che siano levate dal Vocabolario. Il mio vestito non è, come vede, a scacchi, ma a toppe di più colori, e di tutte le figure geometriche; circa il semplicione, gli so dire che a furbería rivendo lei e tutti i suoi colleghi; e quanto all'esser contrapposto di questo pezzo d'animale...
Brighella—A me pezzo d'animale? (Si azzuffano da capo, e Arlecchino, lavorando di stecca, ne regala qualcheduna al Compilatore, il quale con gran fatica riesce a ficcargli fuori dell'uscio, ajutato da Rontino, corso al rumore)
Compilatore—Ringraziato Dio! Rontino, bada bene: chiunque venga, io non ci sono. (In questo entra un uomo bizzarramente vestito.)
Scena Settima.
Còla e detti.
Còla—È questa la Crusca? Siete voi (a Rontino) il Cruscajo che fa quel librone?...
Rontino—No, è quel signore là.
Compilatore—Sì, son io: che volete?
Còla—Io sono Còla: e vengo a dolermi con lei, perchè la m'ha messo in quel suo librone, dove sono tanti spropòsiti.
Compilatore—Che modo di parlare è codesto? Portate rispetto, o sarà peggio per voi. Non lo sapete in che luogo siete?
Còla—Lo so: e non ho paura. Come c'entro io nel Vocabolario? E chi le dà facoltà a lei di darmi del balordo? Poi la mi sbattezza, perchè io veramente mi chiamo Giancòla: e poi la mi fa nascere un secolo e più innanzi, intendendo come Dio vuole un verso del Bellincioni. Dunque, o mi levi, o le darò una querela per libello famoso, per diffamazione e per ingiurie.
Rontino—(Ride sotto i baffi)
Compilatore—Impertinente! Rontino, cacciate fuori questo figuro.
Còla—Figuro a me? Ah lei vuol insultare, e poi tratta male chi si risente?... (Fa l'atto di andargli incontro: Rontino entra di mezzo; e mentre, ridendo ambedue, si sospingono, entra Colombina)
Scena Ottava.
Colombina e detti.
Colombina—(Vedendo que' due abbirrucciati, si spaventa, e si getta nelle braccia del primo Compilatore. Al comparire di questa bella ragazza, la zuffa cessa: Còla va via; e Rontino lo manda via il Compilatore. Colombina quasi vergognandosi) Dio mio, che spavento! Per carità, signore, mi perdoni, se, così impaurita, mi son lasciata andare un po' troppo!
Compilatore—Anzi, grazie. (La guarda ridendo stupidamente) Un bel pezzo di ragazza come voi!... Poche volte ho avuto di queste fortune... Ma, scusate, perchè siete venuta qui?
Colombina—Sa, io sono la Colombina... Le ha lette le Commedie del Goldoni?
Compilatore—Altro se le ho lette! Come! voi siete quella vispa, briosa, e avvenente cameriera, adorata da servitori e padroni?... (Le avvince un braccio alla vita, e la Colombina gli sorride) Che posso io fare per voi?
Colombina—Qui dentro si fa quel libro, che ha in corpo tutte quelle cose... che ci son tutti i nomi; dove c'è anche Arlecchino e Brighella, mie antiche conoscenze, e mi hanno detto che lo fa lei signoría. Ma ecco, perchè si è scordato di me, e ricordatosi piuttosto di quello zótico di Còla, che nella commedia italiana è noto tanto meno di me? Eppure mi dicono ch'ella è cavalier compitissimo... Po' poi mi pare di non avere il viso vòlto di dietro.
Compilatore—(Stringe più forte, e fa pa alla Colombina) Carina mia, proprio fu una svista.
Colombina—Ma che svista? quando era alla voce Colombina, ci voleva tanto a ricordarsene? Ecco: son proprio rimasta male!... Ma spero che la troverà modo di rimediare; e mi ci metterà anche me, è vero? (Lo guarda affettuosamente)
Compilatore—Sì, carina: ti ci metterò quel che vuoi. (Stringe più forte) Ma tu sarai buona con me?
Colombina—Bonissima come le piacerà...
Compilatore—(L'abbraccia e le dà un bacio)
Scena Nona.
Il Segretario e detti.
Segretario—(Di dentro) Si può?
Compilatore—Oh Dio! il Segretario! Se mi vede con una donna!... Colombina, entra per un momento nel buratto. (Colombina entra) Passi.
Segretario—Scusi se la interrompo: ma ricevo questa lettera del Ministro, la quale è gravissima; e bisogna stare un momento insieme per rispondere accortamente.
Compilatore—Se può aspettare un quarto d'ora, verrò io da lei: adesso vorrei dare súbito una ripassata all'articolo Colombiína, che è già nel buratto. Mi è venuto in mente una correzione da fare e non vorrei che mi sfuggisse l'occasione.
Segretario—Come l'occasione?
Compilatore—Voleva dire non mi uscisse di mente. Benedetta proprietà!
Segretario—Bene: faccia pure; e tra mezz'ora l'aspetto. (Parte)
Scena Decima.
Gli stessi, poi Ciapo ed altri.
Compilatore—Esci fuori, Colombina mia. (Esce) Vedi? ti ho fatto accademichessa, mettendoti nel buratto.
Colombina—(Ridendo) Grazie!
Compilatore—Ora dammi un poco di prova che tu sarai bonissima con me.
Colombina—Che cosa posso fare per lei?
Compilatore—Io sono innamorato di te; vieni meco qui nella stanza accanto: soli saremo.
Colombina—Già:
E là, giojello mio, ci sposeremo;
come dice Don Giovanni alla Zerlina. (Ride)
Compilatore—Non mandar la cosa in burla, via! Vieni... ti farò felice.
Colombina—Ice.... (Ridendo)
Compilatore—(Piglia la Colombina a mezza vita, e vuol tirarla per forza nella stanza: intanto entra improvvisamente Ciapo, seguíto da Rontino; i quali, vedendo quel contrasto, restano meravigliati, e fanno atti di stupore. Il Cruscante rimane interdetto: Colombina ride)
Compilatore—(Indispettito) Che volete ora? E tu, Rontino, non t'avevo detto che non lasciassi passar nessuno?
Ciapo—I' lo credo io! E l'ha ragione vosustrissima.
Rontino—Questo contadino e' s'è infilato dentro senza dir nulla, e io gli son corso dietro per rattenerlo.
Ciapo—Ma tu l'ha' fatta a sego. Insomma, sor Cruscajo, la senta me, e po' finirà costì. I' son Ciapo: i' son famoso personaggio delle Commedie d'if Fagiòli: la mette niv Vocabolario ic Còla, e la 'un ci mette me, ch'i' son di casa. (Si sente del rumore nella stanza accanto)
Compilatore—Che diavolo c'è' di là? Rontino, va un poco a vedere. (Rontino va e torna)
Rontino—E' son tre o quattro come mascherati, che voglion parlare con la signoría vostra chiarissima.
Compilatore—Corpo di Santa Nafissa! ma che diavolo è oggi con queste maschere? (Entrano tumultuariamente Carlíno e altre maschere dell'antico teatro)
Tutti—(Parlano un po' per uno e fanno un baccano del diavolo) Vogliamo giustizia.—Se c'è Còla, ci vo' essere anch'io.—Siamo venuti apposta da Gelocòra.
Compilatore—Signori spiriti, si ricòrdino che questo è luogo sacro; e non faccian fracasso. Parli uno per tutti.
Uno—Noi siamo tutti maschere, o personaggi notissimi della Commedia italiana: se vosustrissima ha dato gli onori del Vocabolario al Còla, che è di tutti il più oscuro, perchè non lo ha dato a noi?
Tutti—È un'ingiustizia.—Vogliamo anche noi entrar nel frullone.
Rontino—(Da sè) La burla l'è riescita proprio bene.
Compilatore—Signori spiriti, noi abbiamo messo Còla e Arlecchino e Brighella, perchè gli abbiamo trovati negli scrittori citati da noi.
Uno—Oh bella! perchè noi non siamo stati scritti da certi scrittori, cessiamo dunque di essere stati al mondo e su per i teatri, come gli altri?
Tutti—Bella ragione!! ah, ah, ah, ah!!
Compilatore—No, non vogliamo dir questo...
Uno—E a me mi pare che lo voglian dire dirissimo, perchè il fatto dalle SS. LL. porta a questa conclusione: e se le volevano dar notizia a' loro lettori delle Maschere e personaggi dell'antica commedia, e sono arrivati fino al Còla, che è la meno comune, e la meno nota, le ci dovevano mettere anche tutti noi.
Tutti—Vogliamo entrar nel frullone, e se no, lo sfondiamo.—Giù la Crusca.—Viva la libertà. (Fanno un baccano del diavolo)
Scena Undecima.
Il Segretario e detti, poi uno Spazzino.
Segretario—Ma qui va sottosopra l'Accademia! che diavolo è stato?
Tutti—Vogliamo giustizia!
Compilatore—Questi, signor Segretario, sono gli spiriti delle maschere teatrali che si dolgono di non essere stati messi nel Vocabolario. È stato un via vai tutta la mattina, e tra questi, Arlecchino, Brighella e Còla si dolgono di essere stati qualificati a sproposito.
Segretario—(Si segna) O spiriti o non spiriti, qui non si fa baccano; o se no gli farò stare a dovere anche loro. Ai signori Arlecchino, Brighella e Còla, io rispondo che la Crusca è infallibile, che essa cribra e affina; e nel suo Vocabolario non c'è una sola cosa da correggere. Se quelle maschere furono diverse da come le descriviamo noi, la nostra descrizione ha virtù di far loro cambiar natura, e di farle diventare altre da quel che furono. Quelle altre maschere o personaggi che non sono nel Vocabolario, è segno che non ci avevano a essere, e avranno pazienza. La Crusca non rende conto a nessuno di ciò ch'ella fa... (Entra uno Spazzino con una lettera)
Spazzino—Questa lettera di gran premura per il chiarissimo signor Segretario.
Segretario—(La spiega e la legge sottovoce)
«Chiarissimo amico,
«Vi avverto che i nostri nemici hanno architettato una solenne burla alla nostra Accademia, mascherandosi da Arlecchino, Brighella, Còla, con altri personaggi dell'antica Commedia; e verranno costà, a richiamarsi non so di che. I particolari non gli so; ma so che quello mascherato da Colombina è quello sbarbatello del Tommasi, che va sempre col Fanfani. Vi scrivo per mettervi sull'avviso, acciocchè possiate sventare questa mina.
Il vostro G.
Accademico Corrispondente.»
Ah, l'è arrivata tardi! Ma almeno cerchiamo di vendicarci. Rontino.
Rontino—Comandi, chiarissimo.
Segretario—(Sottovoce) Va, e torna con due questuríni.
Rontino—La servo súbito. (Va e, passando d'accanto a una delle maschere, dice) Siamo scoperti: mi manda per due questuríni.
Segretario—Dunque, signori spiriti, ragioniamo un poco tranquillamente.
(Fanno la ridda cantando)
Vorresti ragionare,
Per farci aggraffignare:
Ma noi, che siamo spiriti,
Sul muso ti ridiam.
Se tutti i tuoi destini
Fondi su' questuríni;
Se più assai che la Crusca
Bázzichi il Tribunal,
Lascia, bel Segretario,
Lascia il Vocabolario:
Delle manette il Codice
Méttiti a compilar.
(Sfilano la ridda ed escono ridendo)
Segretario—(Mordendosi il dito) Nemmeno questa è riuscita, e anche questa volta se la ridono!... Ma anche lei, caro collega, lasciarsi sopraffare dalle chiacchiere; e creder che fossero spiriti!...
Compilatore—Che vuol ella? ho udito così spesso V. S. Illustrissima parlare della immortalità dell'anima, che ho creduto...
Segretario—Síe, tutte belle cose; ma quando è tempo di far l'uomo, quelle scioccheríe si lasciano andare.
Scena Ultima.
Rontino con due Questurini.
Segretario—Ecco il soccorso di Pisa!... (Vòlto a' Questurini) Signori, abbian pazienza, la lepre ci è sbiettata: sarà per un'altra volta.
Caporale—Ella sa, signor Segretario, che la Real Questura è sempre disposta a' servigi della illustre Accademia della Crusca. Ha da comandarci?
Segretario—Grazie tanto. (I Questurini partono stringendo la mano al Segretario) Per questa volta sette loro! Ma ride ben chi ride l'ultimo, e sarà certo più efficace l'arte nostra, e la nostra potenza, che le chiacchiere del Fanfani, e de' suoi amici. Ma, caro collega, oportet orare et non deficere, chè senza l'aiuto di Dio nulla di buono può farsi. È vero per altro che Dio dice ajutati ch'i' t'ajuto; e però, oltre la santa orazione, bisogna studiare assiduamente di mettere in pratica i sani precetti dell'aria di Don Basilio; e studiare ogni modo di tenere alle còstole de' padroni delle persone di grande autorità, acciocchè non ci manchi la loro fiducia, nè le 42,000 lire. Ora andiamo súbito a rispondere alla lettera ministeriale, e facciamo una risposta da pari nostri. (Partono e cala la tela)
IL CODINO
GHIRIBIZZO DRAMMATICO
PERSONAGGI
La Giustizia.
La Temperanza.
La Monarchía costituzionale.
L'Aristocrazía.
La Democrazía.
La Libertà.
La Licenza.
La Crusca.
L'Autore.
Rontino, bidello della Crusca.
ATTO UNICO
Scena Prima.
La Crusca, L'Autore e Rontino.
Autore—Ma che diavol di faccenda sia questa? come mai esser invitati a questo tribunale la Crusca ed io? Che ci sia qualche pasticcio? Oh oh! zitti, ecco la sora Crusca. Guarda come gli lustra il pelo, e come l'è in ghíngheri! Chi la sa non la insegni!
Crusca—(Entrando vede l'autore, e fa appena pena l'atto di chinare il capo, ma assai muffosamente: l'autore fa altrettanto con lieve riso corbellatorio. La Crusca, voltandosi indietro, dice) Rontino, dammi da sedere.
Rontino—(Porta innanzi una sèggiola) I' non gli posso dar altro che questa ciscranna che qui: la non lo vede che mobilia ch'e' c'è in questa stamberga? S'i' credeo, i' portao con meco una delle nostre gerle.
Crusca—Veramente invitare una mia pari in un luogo come questo!...
Autore—(Ridendo da sè) Una sua pari!... Jam fuimus Troes, madama, Jam fuimus Troes.
Crusca—(Piano a Rontino) Ohe Rontino, ma non l'ha' visto chi c'è?
Rontino—Aittro s'i' l'ho visto! E' mi saitterebb'iggrillo, ved'ella?... Ma ecco roba: zitti.
Scena Seconda.
La Monarchía costituzionale, l'Aristocrazía, la Democrazía, la Libertà, la Temperanza e la Licenza.
Monarchía—A che tempi siam noi! si dee veder la Monarchía citata dinanzi ad un tribunale! Mi pareva che dovendosi definire un piato filologico potessero bene questi signori venire alla mia residenza.
Democrazía—Oh carina! l'è la Giustizia, sai, quella che ci ha fatto chiamare; ed a lei tutti dobbiamo star soggetti. Che ha' tu da brontolare? Non ci siamo venuti noi, che certo siamo da quanto te?
Licenza—Da quanto lei? i' dico da più io. Guarda con chi mi vorrebbe metter alla pari! con quella codinaccia!
Temperanza—Zitte con codesta parola: è quella su cui oggi si dee dar giudizio; e finchè la sentenza non è venuta, non dee più proferirsi.
Licenza—O brava monachína infilzata, via!
Crusca—(Da sè) Ah, ora comincio a capir qualosa! mi hanno richiesto per un voto filologico. Ma che ci ha che fare il Fanfani? Starò a vedere; ma con lui non ce ne voglio di certo.
Autore—(Da sè) Oh bella! Io e la Crusca siamo qui per un voto filologico. S'ha rider un po'.
Scena Terza
La Giustizia e tutti i precedenti.
Al giungere della Giustizia tutti si alzano: la Monarchía sta nell'usato sussiego: l'Aristocrazía e la Democrazía fanno col capo un lieve cenno di riverenza: la Libertà fa riverenza nobile e profonda: la Licenza fa una smusatura, e per poco non volta le spalle alla Giustizia: la Crusca anch'essa sta sulle sue: l'Autore fa riverenza, come è suo debito, e osserva tutti: la Giustizia, fatto un cortese salutare, si pone sopra il suo seggio, e dice:
È nata, o signore, fiera disputa tra voi, circa il vero significato della voce Codíno, e come avviene delle cose politiche, anco leggiere, che troppo si fanno gravi, così è avvenuto di questa, leggerissima se altra ne fu; la qual potrebbe partorir effetti assai spiacevoli tra coloro a cui si dà tale appellativo, e coloro che ad essi lo danno, quando non si determini bene chi proprio se lo merita. Ciascuna di voi la intende a modo suo; ed i partigiani vostri si danno del codíno tra loro con tanta confusione e con tanta stizza, che la cosa non patisce più indugio. Però vi ho raccolte qui per sentir proprio dalla vostra bocca che cosa intendete ciascuna per questo benedetto Codíno: ed ho pure invitato qui la Crusca e il Fanfani, acciocchè diano il loro voto filologico in questa materia, prima che io ne porti sentenza.
Crusca—Io non rifiuto, o signora, di dare il mio voto, ma non accetto per compagno un Fanfani.
Autore—Nè io d'esser compagno vostro ho punta ambizione, tali scagnozzi avete accettato tra la vostra famiglia.
Crusca—Siete un insolente e un birbante...
Autore—Brava! le solite vostre onorate ragioni...
Giustizia—Signori, questo non è luogo da gattigliare così. Attendete a quello per che vi ho chiamato, ponendo ben mente alle ragioni che allegheranno queste rispettabili matrone, per poi significare il vostro pensiero nella soggetta materia.
Monarchía—Io come io, credo che Codíno propriamente non possa dirsi se non chi avversa in tutto ogni prerogativa del monarca costituzionale: chi crede esser solamente governo legittimo quello della mia sorella maggiore Monarchía assoluta, e che per mantenerla darebbe anche la sua patria nelle mani dello straniero.
Aristocrazía—Anch'io suppergiù la penso così. Tra' codíni per altro mi parrebbe necessario il metterci anche coloro che tengono in riverenza solo la persona del Monarca e quasi se ne fanno idolo, tenendo per nulla la dignità e la nobiltà de' magnati.
Democrazía—Eh! non ci sarebbe male! senti un po' a che vorrebbero ridurre quelle signore garbate il numero dei codíni! Le dicano: per loro il popolo non c'è, è vero? o se c'è, non ha diritto veruno, eh? Lo sanno chi sono i codíni? Sono i monarchici tutti e tutti gli aristocratici: sono tutti coloro che credono nel diritto divino, negando la sovranità popolare; che portano croci all'occhiello, livree ricamate e simili mostre di servitù. Quelli sono i codíni.
Licenza—E per me lo sapete chi sono i codíni? Son tutti coloro che, dovendo andare a un fine, si fanno inciampo di leggi, di trattati, di lealtà, di diritti acquisiti o non acquisiti, di proprietà o pubbliche o private, di giuramenti e di simili altre favole, rimanendosi dalle loro imprese per via di esse. Non bado appunto appunto chi è rosso o turchino, dico solo che quel che è utile in politica, è onesto, e che il fine santifica i mezzi. Chi non crede ciò è codíno: chi non è con me, è codíno.
Temperanza—Già, disse bene il Giusti: A detta di Caino, Abele era codíno. Ma a codesta regola il mondo sarebbe codíno tutto, sai?
Licenza—Tutto? oh povera grulla! Ma dimmi un po'; in questi ultimi anni che ha' tu fatto? ha' dormito sempre?
Giustizia—Dico da capo che questo non è luogo da battibecchi. A te, Libertà.
Libertà—Anch'io, benchè lontanissima dalle spavalderíe della Licenza, in una cosa convengo con lei, cioè nel non badare al colore politico. In ogni stato civile, o monarchico o democratico o aristocratico, io posso trovarmi soddisfatta, purchè chi governa abbia a cuore i veri e più santi diritti del popolo: studii alla sua prosperità, e al suo avanzarsi di bene in meglio così materialmente come moralmente; professi la eguaglianza civile, e ne faccia legge, e la faccia osservare; coltivi nel cuore de' sudditi l'amor della patria e della sua indipendenza da qualsivoglia straniero, estirpandone ad un tempo le male erbe dell'interesse e del turpe guadagno; maledíca ed estèrmini que' ribaldi che della Italia si fan copertína allo sfogo de' loro odj e delle loro bestiali passioni o che se ne fanno svergognata bottega; aborra da qualunque sopruso, rispettando, e facendo rispettare le leggi; non ponga vincoli alla manifestazione del pensiero, ma non comporti per altro che la stampa, la quale è il più efficace strumento di vera libertà, si converta in istrumento di licenza e di anarchía. Ora, venendo al propòsito nostro, mi pare che Codini si debbano propriamente chiamar coloro, i quali si mostrano avversi ad ogni principio di libertà e di progresso, e che vorrebbero l'Italia presente foggiata com'era nel bel mezzo del secolo passato, quando cioè gli uomini portavano ancora la coda.
Temperanza—E anch'io son dell'avviso medesimo della mia cara sorella Libertà.
Giustizia—(Voltandosi alla Crusca e all'Autore) Avete udito quali sono le opinioni di queste signore? Tocca adesso a voi a formulare il vostro voto. Madonna Crusca, siate la prima.
Crusca—Veramente al C non ci sono ancora arrivata, perchè, come sapete, quella benedetta A sono 24 anni che mi tiene impicciata, e non so come levarne le gambe. E poi, in quanto alla voce Codíno, che vuole? essa è così variabile di significato... Non sente? anche quelle signore, chi la intende così e chi cosà! Dall'altra parte io non vorrei disgustarmi nessuna di loro, perchè po' poi in questo mondo si può aver bisogno di tutti... Ecco: la mi dispensi via... tanto, veda, io nel Vocabolario questa voce non ce la metterò neanche. Senta il Fanfani: lui abbocca ogni cencio dell'uso, e lui di certo ha da perder meno di me.
Giustizia—Brava madonna Crusca:
«Guelfo non son nè ghibellin m'appello,»
con quel che segue. La vostra risposta è stata proprio degna! Eh! se l'Italia fosse governata da un... Basta non usciam dal propòsito. Fanfani, a voi.
Autore—La Crusca va compatita: l'ha bisogna di star bene con tutti; se no, come potrebbe avere 24 anni di A sulla groppa? E poi quell'A è proprio un affare serio, sapete? Sentite, (ma già lo sapete) e' n'aveva, pigia pigia, stampati sette fascicoli quattordici anni fa, che ne fece quella nobile e vittoriosa difesa quel suo facchino; e poi la gli ha dovuti mandare al gas e rifarsi da capo. Che volete? si tratta almeno di dar fuori questo magno primo volume, per dare il fermo alle chiacchiere de' malevoli e de' nemici invidiosi: poi l'avrà tempo di sbirbarsela quanto le pare; chè, il secondo, o un'altro primo volume, lo vedranno i figliuoli de' figliuoli de' nostri figliuoli.
Giustizia—Ma come c'entrano tutte queste brache? Vo' sapere che cosa pensate della voce Codíno.
Autore—Ah, è vero, sì: perdonatemi se ero uscito di via. Nello sdebitarmi per altro sarò molto breve, perchè io non saprei dare o proporre altra definizione a tal voce, che quella dátane poc'anzi dalla Libertà, e confermata dalla Temperanza. Solo aggiungerò che chi si fece bello di aver trovato questa voce Codíno, e' non trovò cosa nuova, dacchè fino dal secolo XVI si usò per appellativo di Uomo all'anticaccia e con idee all'antica, il nome di una disusata foggia di portare i capelli, dicendosi ai così fatti o zazzere o zazzerotti, come si può vedere nelle Commedie del Cecchi, stampate dal Le Monnier, vol. II, pagina 428: «È una usanza da zazzere lunghe fino alle calcagna.» E vol. I, pag. 33: «Un nostro zazzerotto, in un suo giardino, in viva pietra, avea fatto scolpire una statua al naturale, ecc.»
Crusca—(Da sè) Eccolo con la erudizione a spropòsito!
Giustizia-Alla definizione della Libertà dunque si stia: e niuno sia mai più ardito di abusare la voce Codíno come si è fatto fin qui, sotto pena della mia disgrazia.
(La Giustizia parte salutando; e tutti salutano tacendo; la sola Licenza, dice tra sè:) Síe, canta canta! e sai, ti darò una bella retta!—(Poi partono tutti)
IL COLLARE DELLA SS. ANNUNZIATA
TRAGEDIA DI UN VERISTA IN TRE ATTI
PERSONAGGI
Lo Shach di Persia.
Il Gran Visir.
Il principe Mohamed Mirza, Ministro per i finimenti e la sella del cavallo.
Il principe Osman, preparatore della pipa e del caffè.
Il ministro degli affari esteri del regno d'Italia.
Grandi del regno di Persia, il Boja, e Popolo.
La scena ne' primi due atti è a Torino nelle stanze destinate allo Shach per il suo soggiorno; nel terzo a Teheran.
ATTO PRIMO
Scena Prima.
Lo Shach e il Gran Visir. Lo Shach è accoccolato in terra e sta fumando.
Shach—Questo Re d'Italia è bravo e cortese.
Gran Visir—Ed amato dal suo popolo.
Shach—Come c'entra il popolo? Chétati.
Gran Visir—(Fa profonda riverenza)
Shach—Ed il Kan di questi preti di Torino è bravo anche lui. Dágli 500,000 franchi per il suo Shach, che è prigioniero in Roma.
Gran Visir—Gli mangerà mezzi per sè.
Shach—Chétati.
Gran Visir—(Fa profonda riverenza)
Scena Seconda.
Osman e detti.
Osman—Sire, c'è qua il Ministro degli affari esteri del regno d'Italia.
Shach—(Accenna che può entrare)
Scena Terza.
Il Ministro degli affari esteri e detti.
Il Ministro—(Fa tre profondissime riverenze) Sacra Maestà, il mio augusto signore, se V. S. M. lo permette, ha mandato per il suo Gran Visir il Collare della SS. Annunziata. Posso io presentarglielo?
Shach—(Senza muoversi nè smetter di fumare) Presèntalo.
Gran Visir—E io posso...
Shach—Píglialo.
(Il Ministro fa entrare due araldi dell'Ordine che portano su un bacile d'argento il Collare: il Gran Visir s'inginocchia, e il Ministro glielo mette al collo, mentre lo Shach guarda ogni cosa facendo bocca da ridere. E cala il sipario)
FINE DELL'ATTO PRIMO.
ATTO SECONDO
Scena Prima.
Lo Shach e il Gran Visir.
Il Gran Visir ha il Collare.
Shach—Pare che tu sia più ambizioso di codesto Collare, che delle decorazioni del Leone e del Sole.
Gran Visir—No, sire; ma tuttavía è cosa di molto onore. Chi ne è insignito diventa cugin del Re.
Shach—(Ridendo ironicamente) Oh, anche tu dunque hai qualche cosa di regale... Fatti in qua che veda cotesta catena. C'è delle lettere: che sono?
Gran Visir—Per tutto ci sono queste quattro lettere F. E. R. T.; e uno di questi grandi del regno mi ha detto che l'Ordine dell'Annunziata è antichissimo, che fu istituito quando un principe di Savoja prese d'assalto Rodi, e che quelle lettere significano Fortitudo ejus Rhodum tenuit.
Shach—Espugnò Rodi? E chi lo teneva Rodi? Gente del nostro sangue, della nostra religione... (Con isdegno)
Gran Visir—(Tutto spaurito e tremante) Sire... Maestà...
Shach—(Ridendo ironicamente) Il Re d'Italia la poteva spender meglio... O lo ha fatto per ischerno?...—Va via, e mandami Mohamed. (Il Gran Visir parte)
Scena Seconda.
Mohamed Mirza e lo Shach.
Mohamed—(Si prosterna a terra senza parlare)
Shach—Sta su. (Mohamed si alza) Dimmi un po': cos'è questo Collare... questa Annunziata?...
Mohamed—Sire... Direi... Non so...
Shach—Di', e di' súbito.
Mohamed—Il Gran Visir ha fatto male ad accettarlo: è quasi atto di ribellione. Ora si è imbrancato con quasi tutti i capi rivoluzionari... Lanza, Ricasoli, ecc.
Shach—Ribellione!! Rivoluzionari!!—Tágliali la testa.
Mohamed—Sire! qui non è prudenza il farlo. E poi dice che quel collare è fatato, e chi lo porta al collo non può esser decapitato. (Così gli verrà voglia di provare.)
Shach—Vo' provar súbito: mándamelo qua.
Mohamed—Sire...
Shach—(Stato un po' sopra pensiero) Basta, ora dissimuliamo, e divertiamoci un poco alle sue spalle. Vallo a chiamare; e secóndami.
Scena Terza.
Gran Visir e detti.
Shach—Cugino del Re? Rivoluzionari? Te lo darò io!...
(Entrano tutti lieti Mohamed ed il Gran Visir)
Shach—Mi era venuto qualche sospetto; ma il tuo amico Mohamed gli ha tutti dissipati. Gòditi il Collare; e io me ne rallegro, perchè è alto onore che un mio vassallo sia cugino di un Re. Tornati a Teheran, farò di ciò solenne festa. Tu, Mohamed, fagli atto di riverenza, e baciagli il piede.
Mohamed—(Ubbidisce e dice fra sè) A Teheran ci riparleremo!
FINE DELL'ATTO SECONDO.
ATTO TERZO
Scena Prima.
Lo Shach e Mohamed.
Shach—Quel Gran Visir mi dà sospetto.
Mohamed—Sire, e' cerca di farsi amare dal popolo. Nel viaggio d'Europa si è innamorato di quella falsa civiltà, nemica dei Re... e va più sul sicuro, perchè sa che quel Collare gli salva il collo.
Shach—Vedremo se è più potente il Dio de' Persiani o quel dei Cristiani. Oggi c'è' il gran convito ordinato a festeggiare il mio ritorno, e le onorificenze ottenute dal Gran Visir. Pensa che tutto vada in regola.
Mohamed—(Fa profonda riverenza e parte)
Scena Seconda.
Lo Shach e il Gran Visir.
Gran Visir—(Entra tutto affannato) Sire, il popolo vuol vedere la vostra sacra persona...
Shach—Il popolo? Che cos'è il popolo? È roba da Europa questa: e badiamo che sia la prima e l'ultima volta che odo sulle tue labbra questa parola. In Persia non c'è altri che lo Shach e i suoi schiavi. (E fingendo buon umore) Oggi debb'esser giorno di letizia, nè voglio pensare a cure di regno.
Mohamed—(Entra tutto ansante) Sire, per varie strade di Teheran si sono udite delle grida di sedizione.
Shach—Dillo ai carnefici, e fa che non risparmino nessuno.
Gran Visir—Maestà, la clemenza è la più bella virtù dei Re.
Shach—Cose da Europa! Tu, Mohamed, va, e fa il tuo dovere; e tu, Visir, fa' di venir al convito con tutte le tue decorazioni e specialmente col Collare.
Scena Ultima
Lo Shach e tutti i grandi del regno sono a una tavola sontuosissima, ed il convito è quasi al suo fine. Il Gran Visir ha il Collare dell'Annunziata. Fatte molte libazioni in onore dello Shach, il principe Mohamed Mirza si alza e dice:
Mohamed—Si beva alla salute del Gran Visir...
Shach—(Si alza con atto di ferocia, dicendo) Al Gran Visir il brindisi che merita glielo farò io. Esso avrebbe preso gusto alla civiltà europea: almanacca già con le idee di clemenza, di diritti del popolo, di libertà. (Qui il povero Visir diventa bianco come un panno lavato, e trema come una vetta) Già si vanta cugino di Re; e chissà fin dove giunge la sua ambizione: e lo fa con sicurtà, fidandosi in quel Collare che gli vedete al collo, insegna d'un Ordine cavalleresco fondato per ricordare una vittoria di Cristiani sopra Musulmani; e che secondo la religione cristiana è incantato, e chi lo porta al collo non può essere decapitato. (Atti di orrore fra tutti quei grandi) Ma Dio è grande, ed io farò vedere chi ne può più, o gli incantesimi de' Cristiani, o la fede e la forza de' credenti. (Volgendosi al Boja) Aly, tagliagli la testa.
(Il carnefice viene innanzi, piglia per i capelli il Visir, lo trascina nel mezzo della sala, e con un colpo di scimitarra gli fa cadere la testa a' piedi. Allora lo Shach alzando gli occhi e le braccia al cielo esclama:)
—Dio è grande: la Persia è salva.
(Tutti ripetono quegli atti e quelle parole, e cala il sipario)
Fine della tragedia.