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Novelle e ghiribizzi

Chapter 26: NOTE:
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About This Book

Raccolta di novelle e brani satirici che alternano racconti umoristici, bozzetti drammatici e scenette di costume; molte storie prendono di mira la vanità sociale e i vizi quotidiani con tono arguto e garbato, illustrando personaggi caricaturali come l'adulatore ingordo e altri tipi borghesi. L'autore inserisce talora battute e riferimenti alle sue dispute filologiche, mescolando erudizione e leggerezza. Lo stile privilegia la farsa linguistica, le ironie sociali e la vivace osservazione psicologica, offrendo letture brevi e variamente calibrate tra il comico e il mordace.

DI ALCUNE ETIMOLOGÍE
DEL
VOCABOLARIO DELLA CRUSCA

Diatriba drammatizzata, fatta sulla piazza dell'Impruneta l'ultimo giorno della fiera.

La Etimología è cosa tanto arrendevole, che di essa può dirsi: È come la cotta de' preti; ne viene da tutte le parti. Tizio sa bene la lingua greca, e tutto viene dal greco; Cajo sa le lingue orientali, e tutto viene da quelle; Sempronio il tedesco, e ogni cosa vien dal tedesco: e tutte quelle cose che parvero miracoli nel tempo addietro, adesso si rifiutano per sogni di infermi; come per tali si rifiuteranno da qui a cento anni le strampaleríe de' nostri etimologisti odierni: sicchè a tutti gli etimologisti passati, presenti e futuri, potrà adattarsi, con le opportune variazioni, quell'epitaffio, che il Salvetti scrisse per uno dei così fatti:

Qui giace Gaudenzio Paganino,
Che fu matto in volgar, greco e latino.

Fra gli etimologisti per altro, che a me vanno molto a fagiuolo, c'è il famoso Carafulla buffone, le cui etimologíe sono rimaste famose, e sono semplicissime, come per esempio la bombarda, è detta così, perchè rimbomba, arde, e ; Prezzémolo perchè suona Chi ti prezza ámalo; Girándola, perchè Gira, arde e dóndola. Mi va a genio parimente quell'accademico della Crusca, che scrive Inghilese, e biasima chi scrive Inglese; allegando la ragione etimologica che, dicendosi Inghilterra e non Inglterra, non si può dire se non Inghilese: anzi narrasi che questo valentuomo stia facendo un'opera col fine di ridurre alla vera ragione etimològica tutti i patronímici, provando che dee dirsi Inghilterrese, e Danimarchese, anzi che Danese, e Spagnese per Spagnuolo; Portogallese per Portoghese, e Firenzino per Fiorentino, come di fatto Sanfirenzini si chiamano una razza di ipocritacci; e via di questo gusto. Ma più di tutti mi va a genio il Tórtoli, etimologista della Crusca, che, quando non copia il Littrè, è più bravo anche del Carafulla. Non lo credete, uditori? E io, tra le tante, ne sceglierò alcune poche, per farvelo toccar con mano. Badate qui.

Bisogna sapere che, tra l'altre cose, l'etimologista della Crusca ha la smania di darci ad intendere che egli è una mezza torre di Babele, simile in questo al famoso bestione Domenico Valeriani, già Segretario della Crusca, di cui parlerò più qua; e come se non fosse suo fatto, scappa fuori a parlar turco, arabo, provenzale, antico francese, olandese, inglese, svedese, e anche biscaíno. Ma incominciamo, pigliando la voce Azzardo. Egli, non solo ci insegna che viene dal francese hasard, ma probabilmente dall'arabo iasara. Capisci? e' si comincia con l'arabái! Il Littrè di tal voce francese hasard ne dà una etimología storica, confermata da un passo dell'antichissimo cronista Guglielmo di Tiro, il quale accerta che viene da un castello chiamato El Azar, cui i Crociati francesi chiamavano Hasart; e dove fu trovato il giuoco di dadi che ha questo nome, e che gli Italiani chiamarono Zara; onde poi il Caso, la Fortuna, sì chiamò hasard. Ma il gran Tórtoli ha voluto far vedere che va oggimai ritto da sè, senza farsi reggere per i lacci dal lessicografo francese, sul muso del quale ha squadernato quell'arábico suo iasara: anzi dicesi che il Littrè è rimasto così sbalordito di tanta sapienza, che ha accaparrato l'etimologista della Crusca per correggere la seconda edizione del suo gran Vocabolario.

Voci. E' farà proprio il suo bollo!

Coraggio, e avanti, uditori miei: èccovi i giganti, chiamati, così per dire, Badaloni dal Pulci; e il Carafulla della Crusca, benchè nel poema sieno gente terribile, accorta e forzuta, gli fa esser Perdigiorni, Scioperoni, e gli fa nascere dal verbo badare, ridendo sul muso alla logica e al senso comune. E parendogli troppo comune l'accettata etimología dal noto Bátalo dell'Eneide...

Un uditore m'interrompe; e si fa il seguente

Dialogo tra me e uno degli uditori.

Ud. Ecco, a me mi basterebbero queste due, a giudicar la sapienza e la gravità etimològica...

Io. Abbi un altro po' di pazienza; chè per lo meno ti spasserai un poco. Hai udito del Badalone, che vien da Badare: o senti ora di questo Badare. Te la do a indovinare alle mille.

Ud. Neanche alle dumíla: chi può mai arrivare alla stranezza di certi cervelli?

Io. Dunque senti: Badare viene da Patet; e il primo significato di Badare, è quello di Essere aperto.

Ud. (Si fa il segno della Croce.) Ma che diavol dicete, Fanfani mio: questa la non può essere se non una barzelletta delle vostre.

Io. Barzelletta delle mie? O leggi qui. Eccoti il Vocabolario novello, ed ecco la voce Badare.

Ud. (legge) «Badare. Neutr. Indugiare, Trattenersi, Perdere il tempo. Dal provenz. badar, badeiar, franc. badauder, che probabilmente ha l'origine nella voce latina patet; giacchè il primo significato della voce badare è quello di Essere aperto; e il significato di Osservare attentamente non è che un traslato, quasi Stare a guardare a bocca aperta; il che i Latini esprimevano col verbo Inhiare

Io. Che ti par egli?

Ud. A me mi par di sognare! Lasciamo star quella nannuccesca erudizione del Badar, Badeiar, e Badauder; ma quel Patet e quel primo significato di Essere aperto, l'è cosa proprio da Bonifazio[63]. Scusate, vediamo gli esempj di questo Badare per Essere aperto.

Io. Che esempj?

Ud. To'; s'e' lo insegnano, ne daranno esempj.

Io. Nemmen per sogno.

Ud. E allora bisogna proprio dir: Légalo![64] Dunque un uomo che Perde il tempo si può dir che Patet, perchè sta a bocca aperta!!!

Io. Ma tu lasci il più bello. Lo stare a guardare a bocca aperta, a un tratto non è più il Patet, ma l'Inhiare.

Ud. Questa è più garbata della etimología carafullesca del Prezzémolo; e a me mi basta: non ne vo' sentir altre. Addio.

Io. Addio.

Ud. (Tornando indietro) A propòsito: quanto ci costano queste garbatezze della Crusca?

Io. Quarantatremila lire l'anno.

Ud. Viva la faccia di chi gliele dà!

Uditori benevoli, non mi lasciate voi altri, perchè, crediate, c'è da spassarsi. Udite la Baldòria:

«Baldòria Sost. femm. Propriamente vale Allegrezza, Gioja, onde i modi Far baldòria per Far allegría; Essere in baldòria per Essere in allegría. Dal provenzale Baudor, se non da Baldo, provenz. Baud, nel significato di Allegro.»

Badate, cioè state a bocca aperta, dinanzi alla erudizione provenzale dell'etimologista, che sa a menadito tutto il Renouard; e ammirate la recòndita sapienza di quella Baldòria, che propriamente vale Allegrezza e Gioja. E dire che fino adesso tutti sono stati così ciechi che hanno tenuto per fermo esser appunto il rovescio, argomentando che, facendosi la baldòria per segno di pubblica esultanza, ne fosse derivato la frase far baldòria per Stare in allegrezza. Dunque avete capito, uditori; secondo le occorrenze, dite: La nascita d'un figliuolo mi è stata cagione di molta baldòria; ovvero: Provo gran baldòria per la sua ricuperata salute. La vale 43,000 lire questa sola cosa della Baldòria! Ma ora state a sentire una novellína della Pera burè.

Capitava anni e anni addietro nella bottega del librajo Piatti quel bestione celebre di Domenico Valeriani, che fu Segretario della Crusca; e della cui asinità diede prove così manifeste il Nannucci. Era costui un vero pallone pien di vento: e per aver imparato alla peggio qualche parola di lingue orientali, e di altre moderne, si presumeva di esser da più del Mezzofanti; ma diceva tali e tanti spropòsiti che era lo spasso di tutti. Una mattina fra le altre, passando di lì un fruttajuolo col suo barroccino carico di belle frutte, le andava bociando con una graziosa cantilena la qual sempre si chiudeva con la pera burè; e da ciò uno della brigata prese occasione a domandare, come fosse originato tale appellativo a quella sorte di pere. «Ci vuol poco, rispose non so chi di essi: il popolo chiama burrone alcune specie di frutte che hanno la loro polpa morbida come il burro; ma quando venne la corte di Lorena, che, parlando francese, franceseggiò molto la lingua, e molti affettavano il gallicismo per atto di adulazione, questa pera burrona si infrancesò chiamandola pera burè, e così chiamasi tuttora.» Tutti acclamarono:

Ma la proposta al cor del Valeriani
Non talentando; in guise aspre, il superbo,

si mise a schernire la ignoranza del semplice etimologista, derivando con recòndita erudizione la pera burè da un pesce, (così egli disse) da un pesce detto in francese Buret, che dicevasi somministrare un color rosso. Questa pera-pesce, che SOMMINISTRAVA il color rosso, tutti si accorsero alla prima dover essere una delle solite Valerianate; ma dissimularono: e solo fu mostrato il desiderio di accertarsi che pesce fosse questo Buret, cui nessuno conosceva; e si misero a cercarlo per i Vocabolarj francesi più recenti: ma cercarono invano. «Ma, Professore, questo Buret, nemmeno nel Vocabolario dell'Accademia francese si trova; non si trova neppure nel Littrè.» E il Valeriani, facendo un risettíno di compassione, si rizza, va a pigliare un antico Vocabolario francese; cerca la voce Buret, e la dà all'oppositore, il quale legge «Buret (Murex), Poisson d'où l'on tirait autrefois la pourpre.» Come ebbe letto, l'amico si volse ridendo al Segretario: «Caro signor Professore, questa voce Buret è sparita da due secoli fa dalla lingua francese, e la pera burè è appellativo del secolo passato: la vede bene che la sua congettura non regge: e poi non lo vede che il Richelet, il cui vocabolario la mi ha dato a leggere, dice che Buret corrisponde al latino Murex? Lo sa ella che cosa significa Murex?» Sicuro che lo so «—Bene; che significa?—Significa la Murena—» Qui fu una risata generale; e l'oppositore ricominciò: «Signor Segretario, Murex è la conchiglia, onde si traeva la porpora; e se il Murex poteva senza scandalo battezzarsi per pesce avanti il Buffon, la dee pur confessare, che è da bestie il chiamarla Pesce adesso.» Il Segretario montò sulle furie: dispensò a tutti dell'asino e dell'ignorante; e se n'andò accompagnato dalle più grasse risate della conversazione.

Ora l'etimologista della Crusca, dopo 40 anni dal fatto, dà alla pera burè l'istessa origine dátale dal Valeriani, che ne fu tanto scorbacchiato e deriso; e per di più, dopo aver detto che è di colore giallógnolo sparso di rosso, reca un unico esempio del Lastri, dove si dice che le pere burè sono bianche e grigie!!! E per queste belle cose si spendono 43,000 lire l'anno! Nè meno garbata è l'etimología di Ciofo, voce non si sa di qual dialetto, ma registrata nel Vocabolario per Uomo sciatto nel vestire; dicendosi che forse è forma varia di Ciompo. Da Ciofo a Ciompo mi pare che ci scattino parecchj filari d'émbrici, e che non possano esser nemmeno parenti alla lontana: il bello, è che la etimología vera l'avevano lì sotto gli occhj, e la son iti a cercare in Oga Magoga. Carciofo lo registrano essi per Uomo da nulla, e simili: ci voleva tanto a vedere che ciofo non è se non un'aferesi di carciofo? Questa per altro non arriva alle mille miglia la famosa etimología di Cipiglio, che per essi è quasi Piglio del ciglio, sorella carnalissima del Prezzémolo, quasi chi ti prezza ámalo. Piglio del ciglio! a pensarci un anno non può dirsi cosa più buffonesca; nè s'indovina come possa esser nata nella zucca dell'etimologista. Zitti; èccolo: Cipiglio si divide in Ci-pi-glio: la prima e l'ultima sillaba formano la parola ciglio: la sillaba del mezzo PI, vale potenzialmente piglio; e così Cipiglio è piglio del ciglio. Ma vediamo che cosa è piglio per la Crusca: Piglio, essa dice, è un modo di guardatura,... Ah! ho capito: il cipiglio è un modo di guardatura del ciglio; e per conseguenza nelle ciglia risiede la virtù visiva. Caspiterína! si spendono 43,000 lire l'anno; ma almeno questo Tórtoli primo compilatore etimologista ci tiene un po' allegri!—Ora state a sentir questa:

«Abento e Abente. Quiete, Riposo. Anche nel moderno dialetto siciliano abbentu significa Avvento, e per traslato Riposo, Pace; forse perchè la venuta di Cristo portò al mondo La tant'anni lacrimata pace, come disse Dante. Potrebb'essere anche voce composta della preposizione a e di vento; quasi a riparo del vento, e quindi Riposo.»

Anche l'Avvento del nostro Signore, con la tant'anni lacrimata pace di Dante! Questa la poteva fare il Prete Tigri. Guardate come c'entra l'Avvento? Ma quell'Avvento che a un tratto diventò a vento vale una Golconda. E poi A vento che vale A riparo del vento, e quindi riposo! Ma, signori Accademici miei, A vento, non potrà mai venir a dir codesto; anzi verrà a dire il contrario. E poi le mi dicano: che relazione necessaria vi è tra l'essere a riparo del vento, e il riposo?... Non si può negare che il signor Ministro non ponga bene la sua fiducia!

Coraggio e avanti: ci si fa incontro un Arzagogo con una nuova foggia; chi mai sarà egli?—Pare, risponde il Tórtoli, che sia un forestiero venuto di lontani paesi, e d'aspetto singolare e strano, quasi venuto d'Oga Magoga—O di che ridete?

Uno degli uditori. Ridiamo perchè questa etimología a orecchio, ci ricorda, la chiusa di quel sonetto del Bellincioni:

Non vuol dir altro Arma virumque cano
Che un uomo armato con un cane in mano;

e così il Tórtoli a quell'Arzagogo gli è parso di sentir Oga Magoga, e lo ha messo nella Crusca, benchè ci abbia che fare quanto il cávolo a merenda.

Io. Bravo! per l'appunto così. Il Sacchetti, sul cui esempio è fatta l'etimología, non parla per niente di forestieri, ma di un arfasatto fiorentino pur che sia, a cui salti il ticchio di vestire una strana foggia: e se l'etimologista avesse posto mente all'esempio del paragrafo seguente, che è pur del Sacchetti, dove la voce Arzagogo sta per una specie di Nibbio, e si fosse ricordato che Nuovo nibbio si disse per Uomo semplice, sciocco e strano; se avesse posto mente alla voce Arzigògolo, nato senza fallo da questa, e che fu parimente usata per Uomo semplice e strano, come registrano i vecchi Accademici; si sarebbe risparmiato questa buffonata. Ma quell'agogo nella sua caraffullesca mente gli si trasformò in Oga Magoga; e non la potè tenere: e chi sa quel che gli pareva di dire.

Dunque s'intuoni al Tórtoli alleluja,

Gloria ed osanna.

Ma c'è molto di meglio. Interpretano, e dànno ragione anche della lingua asinina. Vedete qui in Ajari; e' c'insegnano che è voce imitativa d'un certo verso che fa l'asino specialmente quando è in caldo...»

Ud. 1.—L'asino in caldo? ma in caldo ora si dice che vanno le cagne.

Ud. 2.—E poi qual è quel verso che fa l'asino quando è in amore? O che è un uccello, che fa il verso?

Ud. 3.—To'! o non si chiama l'usignuolo di maggio?!

Zitti: state a sentir la cosa di questo Ajari. Dunque, esso è il verso dell'asino in caldo: e tal voce è antica nella lingua italiana, come provano con un esempio del Sacchetti, che canta così: «Egli è meglio uno ajari che cento pì pì

Ridi, che ben n'hai donde, udienza mia;

ridi, chè più belle di questa è impossibile nemmeno il sognarle. Piglia le novelle del Sacchetti; cerca il luogo qui accennato, e troverai che si parla di una dama provenzale, la quale, vedendo uccelli in amore, e udendo quel loro pì pì, che risolveva poco o nulla, eccoti un asino tutto baldanza, il quale ragliava di santa ragione, e corso alla sua asina, se ne sbrigò in un áttimo; a che, vòltasi la dama alla sua cameriera Marietta (uso le proprie parole del Sacchetti) le dice in sua lingua: O Marione, per mie foye, ch'egli è meglio un ajari che cento pì pì; il quale ajari (se il Sacchetti scrisse così) vedesi dato dall'autore per voce di altra lingua con significato di raglio. E l'etimologista la registra per voce antica italiana, e ci sente (che orecchie!) il verso dell'asino quando è in caldo!!

Mi penso, uditori umanissimi, che questo piccolo saggio di etimologíe sarà più che sufficiente a valutare che razza di cervello debba avere l'etimologista della Crusca; ma, se non siete stanchi, vorrei darvene a gustare un altro pajo.

Voci. Sì, sì, ci si diverte più con queste etimologíe che con Stenterello.

Bene, e io ve le dirò; e ci sarà un altro pochino di Asino. Ecco qui messa a registro la voce Arrilibro: che sarà essa mai? L'etimologista la dice «capricciosamente composta da Arri e Libro, quasi che il libro, invece d'essere spiegato allo scolaro, sia dal maestro incitato a fare da sè;» e lo autèntica con un solo esempio, dove si legge d'Ascensio «che insegna l'a b c a cómpito e arrilibro.» Ora bisogna sapere che l'etimologista, e i caporioni de' Cruscanti, hanno il baco di voler essere uomini serii; e per parer tali mi vengono fuori col far essere un libro un asino, e come un asino farlo stimolare coll'arri!! Tutte le prove della stoltezza di questa etimología, proprio degna del prete Tigri, le ho date nel mio—Antico sentire—: qui, uditori, ridiamo insieme; e dicendo un altro arri all'etimologista, facciamoci insegnare la etimología di artagoticamente. Vo' sapete, uditori, che il Boccaccio fa fare a un de' suoi personaggi un discorso composto di voci strane senza verun significato, per derisione di un certo imbecille, tra le quali c'è questo artagoticamente, la quale gli antichi Accademici, che avevano senno, dichiararono: «Voce che per sè medesima non significa nulla; ma è detta ad uno scimunito quasi in senso di Miracolosamente.» Ma il senno degli antichi Accademici era corto per gli Accademici novelli: essi non avevan sì acuta la vista dell'intelletto, che potessero mirare la dottrina che si asconde sotto il velame della strana voce. Il primo compilatore etimologista però l'ha compresa ben egli; e, seguitando le sicure orme etimologiche del Carafulla, ha affermato che tale avverbio in sostanza vale Con arte gotica, cioè Barbaramente.

Voci. «Légalo, è matto.»

Veramente un uomo savio, e che ha tutti i suoi giorni, queste scioccheríe non può dirle. Lasciamo stare la parte etimologica, sorella del prezzémolo di Carafulla, ma quel cioè barbaramente è cosa da gente più che barbara e più che cretina. Il Boccaccio scrisse prima del rinascimento, quando l'arte gotica dominava per tutto il mondo civile, (nè d'altra arte gotica può parlarsi, perchè l'arte architettonica era solo conosciuta), e l'etimologista pretenderebbe che il Boccaccio stesso la volesse battezzare per barbara!! e confermandolo esso in nome proprio con quel cioè, viene a dire che son fatti con arte barbara quegli edifizj gotici che tutto il mondo ammira anche adesso, e che tutti gli artisti studiano ed illustrano mirabilmente. Queste sciocchezze può dirle Stenterello per far ridere il popolíno della Piazza Vecchia, e di Borgo[65]; ma che s'abbiano a vedere poste sul serio in quel gran codice della Nazione che costa 43,000 lire l'anno... Ma per ora basterà, uditori miei riveriti: continueremo un'altra volta.

Un popolano. L'ha detto che il Vocabolario costa 43,000 lire l'anno: o chi le paga?

Io. Le paga il Governo.

Pop. Ig Goerno? O ig Goerno e' cattrini di doe gli lea[66]?

Io. Dalle imposizioni.

Pop. Ma le'mposizioni le si pagano noi: dunche tutti che' cattrini e' si pagano con le nostre tasche. La sa icch'i' gli ho a dire? che questa faccenda la 'un va bene; perchè spende' tanti filussi per farsi cuculià da' forestieri, l'è cosa da grulli. Loro letterachi le ci pensino, e ricorrino a chi si dee, perchè faccia smétte, questa burletta[67]...

Io. Caro amico, noi l'abbiamo detto e ridetto, nè cesseremo di dirlo; ma gli Accademici vanno insinuando che siamo gente trista e invidiosa: mettono de' pezzi grossi alle còstole di chi comanda, acciocchè questa burletta che tu dici tu, la si perpétui...

Pop. E' pezzi grossi si segano, e si mettan su if foco[68]...

Qui tutti diedero in una gran risata: io dovei promettere di fare un'altra diatriba etimològica per la sera della Befana; e chi andò in qua, chi in là.

FINE.


INDICE


Novella I. Don Ficchíno Pag. 1
" II. La consolazione della vedova " 15
" III. I tordi-merli " 19
" IV. Le píllole bachícche " 25
" V. La discrezione de' Frati " 33
" VI. Una scommessa " 37
" VII. Il Genio d'Italia col capo di cavallo " 43
" VIII. Sero sapiunt Phryges " 49
" IX. Il mio ciuco è andato sempre di qui " 51
" X. Di un francese che voleva digiunare " 53
" XI. Il sarto raddirizzagobbi " 55
" XII. Del frate cambiato in asino " 59
" XIII. Sette di vino " 61
" XIV. Una gita degli alpinisti sul medio evo " 63
" XV. Il diavolo scolaro de' Gesuiti " 71
" XVI. L'ipòcrita còlto al laccio " 77
" XVII. La pasta frolla " 83
Ghiribizzi drammatici.—La visita di un Ispettore scolastico; commedia fatta per celia " 89
" L'Arlecchino, il Brighella e il Còla del Vocabolario novello della Crusca; scherzo drammatico " 157
" Il Codíno " 177
" Il Collare della SS. Annunziata; tragedia
di un verista, in tre atti
" 189
Di alcune Etimologíe del Vocabolario della Crusca; diatriba drammatizzata, fatta sulla piazza dell'Impruneta l'ultimo giorno della fiera " 203

NOTE:

[1] Vedi in fin del volume le Illustrazioni, al N. I.
[2] Frucchíno è colui che mette le mani per tutto, che si profferisce a tutti, che entra ne' fatti di tutti. Lecchíno, è colui che loda e adúla per entrare nella grazia altrui.
[3] Trasporto alla sepoltura di bambini morti prima dei sette anni.
[4] Madonníno era una moneta toscana di quattro crazie (28 centesimi); e tanto soleva darsi agli abatónzoli, i quali assistevano alle funzioni.
[5] La cassetta, dentro cui sta chiuso un piccolo braciere, sulla quale tengono i piedi le signore nell'inverno.
[6] Gli venne gli áscheri, modo familiare per dire Gli venne voglia, Gli prese vaghezza.
[7] Essere a piedi. Non essere sufficiente a una cosa.
[8] Fare pa è modo fanciullesco, che vale Carezzare strisciando soavemente la palma della mano sulle gote.
[9] Dante disse:
«Intra duo cibi, distanti e moventi
D'un modo, prima si morría di fame,
Che liber uom l'un si recasse a' denti,»
Par., C. IV.
[10] Acqua leggermente purgativa, di cui c'è la sorgente a Montecatini nella Val di Nièvole.
[11] Ripicchiarsi, Acconciarsi, o Vestirsi con ogni cura.
[12] Trottolare è camminare a passi corti e presti, andando e riandando, in piccolo spazio.
[13] Una capatína. Dare una capata, o capatína in un luogo, è andarvi, senza molto trattenervisi.
[14] Riscaldarsi è del freddo; refocillarsi, del cibo.
[15] Iperbole dell'uso comune, per significare l'archeggiamento di stomaco prodotto da cibi sudici e puzzolenti.
[16] Grassoccia ed attraente.
[17] Necci sono stiacciatine di farina di castagne, cotta fra due lastre infocate.
[18] Suol dirsi quando la soverchia stizza ci fa parere amaro il cibo.
[19] Sbuzzare, Aprire, stracciando o tagliando, la sopraccarta di un plico, per vedere o leggere i fogli che vi son dentro.
[20] Vedi Illustrazioni, N. II.
[21] Modo dell'uso comune per significare il superlativo con più efficacia.
[22] Vedi Illustrazioni, N. III.
[23] Avventore è colui che abitualmente va a comprare ad una tal bottega, o si giova dell'opera d'un artefice.
[24] Questi passaggi dal narrativo al drammatico sono frequenti appresso gli antichi, e, saputi fare, sono veramente efficaci.
[25] Di quello, cioè Squisito, Eccellente. Questa reticenza, o ellissi, è comune nell'uso; e ciascuno ascoltatore o lettore la compie agevolmente da sè.
[26] Levarli dallo spiedo, dove sono infilati.
[27] Zolfíno si dice comunemente di una persona, che per cosa a nulla si accende d'ira.
[28] Sdrúcio è ferita assai larga e lacerata.
[29] Storcere, usato intransitivamente, è Fare un atto con la bocca, storcendo in una parte le labbra chiuse; il che significa disgusto, o che una cosa si fa di mala voglia.
[30] Nel mezzo de' mezzi, modo usato da' nostri artefici a significare il preciso punto di mezzo, rispetto a larghezza.
[31] Calettare, di uso comune tra' nostri artefici, è quando un pezzo di legno incastrato in un'altro, calza bene e combacia esattamente in ogni punto.
[32] Permío è esclamazione di sdegno o di maraviglia, comunissima nell'uso, per non dirne un'altra dov'entra il nome di Dio.
[33] Il vero Cruscajuolo ha già rinunziato alla ragione, per ascoltare solo l'autorità. Lo 'nfarinato e lo 'nferigno sono i veri profeti; il signor Arciconsolo è il solo papa; unico vangelo linguistico il vocabolario della Crusca, la quale è pur essa infallibile: i censori della Crusca sono eretici, ciurmatori, furfanti. Spesso il Cruscajuolo è un professoricchio di ginnasio, o un impiegatuccio d'archivio, che lustra le scarpe, e fa il servitorino a' capi Cruscanti, o per avere avanzamenti, o per essere fatto accademico. Se, per caso rarissimo, il Cruscajuolo ha un po' d'ingegno, o prima o poi si vergogna, e abjura la fede cruschevole.
[34] Modo proverbiale usato dagli antichi comici, e non uscito al tutto d'uso; della cui vera o supposta origine parla, raccontando anche una graziosa novella, il Passarini ne' suoi Modi di dire proverbiali. Si usa per significare, Qui sta il punto formale della questione; che suol dirsi anche qui sta il busillis, dove per altro c'è di più l'idea di una difficoltà da vincere.
[35] Il povero Gabriello.... gli pareva di sognare. Costruito comunissimo nel parlar familiare, e usitatissimo anche appresso i buoni scrittori; nè tal uso è contrario alla ragione, come mostrai nel mio opuscolo Di alcune proprietà della lingua italiana. Il costrutto grammaticale sarebbe stato al povero Gabriello... parve di sognare; ma ne scapita la efficacia e la naturalezza.
[36] Modo dell'uso comune a significare fiero disgusto, e ripudio assoluto.
[37] Gli soggiornava. Aveva per essi tutte le cure più gelose, affinchè nulla mancasse loro.
[38] Darsi l'intesa è il trovarsi d'accordo, due o più persone, di fare in un dato caso una cosa. Qui n'è detto per traslato.
[39] Quella po' di minestra. Modo usitatissimo per significare la scarsezza, e anche la povertà, del mangiare contadinesco.
[40] Trabiccolajo è voce del popolo, che significa, enfaticamente, qualunque luogo erto e scosceso.
[41] Castroneria è grave errore, di giudizio più specialmente, quasi dica errore da qualificare chi lo fa per un castrone.
[42] Stralinco è l'uomo storto e contraffatto di tutte le membra.
[43] Sghengo equivale presso a poco a Stralinco.
[44] Rimpolpettare, voce dell'uso familiare, è Studiarsi, provando e riprovando, di ridurre in miglior forma un'opera o lavoro qualunque.
[45] Pettata è salita così faticosa che affatica il polmone, e fa venire, come suol dirsi, il fiato grosso.
[46] Cortina è quello spazio delle mura esterne di una fortezza, che è tra baluardo e baluardo. A Pistoja si chiamano Cortine i quattro comuni suburbani, per rispetto al loro territorio che sta dinanzi alle quattro cortine della fortezza. È insomma quel medesimo che erano per Milano i Corpi santi.
[47] Battibecco è contesa di parole assai vivace.
[48] Luogo di riunione delle persone civili, così detto per antonomasia.
[49] Berlicche è nome col quale i nostri fanciulli chiamano il diavolo.
[50] Ciaccherino, e Buon ciaccherino si dice ironicamente per Uomo tristo, e pien d'ogni magagna.
[51] Sanfirenzini si chiamano coloro che frequentano l'oratorio di Filippo Neri, che in Firenze è nella chiesa di S. Firenze; e s'intendono per una specie di ipòcriti tristi.
[52] Sul Ponte. Per antonomasia si chiama così il Ponte vecchio dagli orefici fiorentini, che vi hanno le botteghe.
[53] Miglioramento, per la migliore e più nobil parte di suppellettili, di gioje, o simili che uno possiede, è bella voce usata per antico; è viva tuttora a Siena, e la uso anch'io perchè vorrei vederla diventare di uso comune.
[54] Strizzava limoni. I falsi devoti, per parer santi, essendo in chiesa, congiungono le mani in atto di preghiera, e spesso, quasi presi da impeto di amor divino, le premono molto, ristringendosi nelle spalle, e alzando gli occhi al cielo. Quell'atto di stringer forte le mani, è simile a quello di chi strizza limoni, e però il popolíno usa questa frase in tal caso; e quell'alzar degli occhi al cielo lo chiama stralunargli: il quale stralunare è anche più diabolico di quello de' diavoli danteschi
«Che stralunavan gli occhi per ferire.»
[55] Vedi nell'Appendice.
[56] In quell'anno che andai io allo spedale, ci venne anche Filippo Pacini, che adesso onora tanto la scuola medica fiorentina.
[57] Spianare la pasta è ridurla in larga falda, passandovi e ripassandovi sopra col matterello, detto per ciò anche Spianatojo.
[58] Impazzare si dice di ogni vivanda liquida fatta con latte, o torli d'uovo sbattuti, quando, o per troppo bollire, o per altre negligenze, venga granellosa o a stracci.
[59] Chiccajo si chiama colui che va attorno vendendo paste dolci fatte alla peggio, le quali esso porta sopra una gran téglia, o una larga paniera.
[60] Gli errori de' quali qui si tocca, sono stati veramente detti e stampati da persone che hanno ufficj nell'insegnamento; e questo dell'angelo scambiato con Beatrice lo fece veramente il prete Tigri, dandolo per soggetto a un pittore, e facendo poi egli stesso la illustrazione di quel dipinto, la quale illustrazione, che si fonda tutta sopra questo incredibile errore, è stampata. L'autore si è giovato di tali errori, per applicarli al suo personaggio ideale.
[61] Far pa, si dice del Far carezze a' bambini fregando loro amorosamente la mano sulle gote.
[62] È questo un puro scherzo, il quale non tocca minimamente la persona di questo o di quell'Accademico; ma solo l'ufficio accademico.
[63] Così chiamano a Firenze lo Spedal de' matti.
[64] Esclamazione con la quale si vuol dar del matto ad altrui.
[65] Sono due teatri popolareschi di Firenze.
[66] Il Governo? O il Governo? i quattrini di dove gli leva?
[67] Ma le imposizioni le si pagano noi: dunque quei quattrini e' si pagano con le nostre tasche. Lo sa quel che gli ho a dire? che questa faccenda la non va bene: perchè spender tanti filussi (denari) per farsi cuculiare da' forestieri, l'è cosa da grulli. Loro letterati ci pensino, e ricorrano a chi si deve, perchè faccia smettere questa burletta.
[68] I pezzi grossi si segano e si mettono sul fuoco.—È un di que' giuochi di parole tanto amati dal nostro popolo che gli ha in bocca ogni momento. Qui si scherza sul doppio significato di pezzi grossi che vale uomini di molta autorità, e grosse legne da ardere.