LA NEVE
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Ora il sentiero sfiorava la superficie della neve; dai rami degli alberi vicini giudicavo di quanto sovrastassi al suolo; ora correva sulla terra nuda fra due muri di neve alti come la mia persona e tanto stretti da costringermi spesso a passare di sghembo. Imbattutomi una volta in un uomo che scendeva, non mi fu possibile dargli passo; di inerpicarsi su per la parete liscia e ghiacciata non c'era verso, tentammo insieme di scavare [pg!347] un largo, ma la massa compatta avrebbe richiesto troppo lungo lavoro: si finì ch'egli si mise carponi ed io lo scavalcai. In certi luoghi i muri salivano d'un tratto fino a tre o quattro metri d'altezza e l'andito si oscurava sinistramente: il sentiero tagliava lo spessore di una valanga. Là mi era dato giudicare quanta fosse la potenza della enorme massa rovinante. Nel suo spaccato apparivano sezioni d'alberi che un uomo non avrebbe abbracciato. A volte la spaccatura cadeva nel punto preciso dove era seguito lo schianto, il tronco reciso quasi di netto mostrava la violenza del colpo; si capiva che la pianta secolare s'era spezzata senza resistenza, come un fuscello. La gran frana infatti non sradica, tronca, non le occorre assalire l'ostacolo là dove è più debole, ma spazza via quanto le contrasta come la palla da fucile che fora il vetro senza frantumarlo.
Per lo più non si avverte il silenzio che al cessare di un suono. Là il silenzio era così assoluto da diventare uno dei caratteri positivi del luogo. Al suo paragone la più tacita delle nostre notti invernali, sarebbe parsa rumorosa come una fiera. Vi stavo da tre ore e l'avvertivo continuamente e me ne derivava un innalzamento inusato dell'intelletto, una attività fantastica straordinaria, tanto che mi domandavo se non [pg!348] siano i suoni un impedimento all'allargarsi delle idee. Avevo sopratutto centuplicata la facoltà imaginativa, creavo a me stesso visioni di una realtà ingannatrice, passavo d'una in altra rapidamente, m'internavo in ognuna di esse fino a discernervi minutissimi particolari. Mi pareva di afferrare un nesso logico evidente fra idee e fatti disparàti, di risalire alla ragione ultima delle cose, di scoprire leggi fisiche, di illuminare repentinamente certi abissi della mia coscienza, di affacciarmi alle ultime verità divine. E tutto ciò vertiginosamente, ma durandomi una chiara serenità d'animo. Certo le idee, cercando ora di ripensarle, mancavano di determinatezza, erano faccie di verità non verità intere ed afferrabili, erano lampeggiamenti dell'ingegno, che al momento rischiaravano forse qualche vero occulto, ma per ripiombarlo tosto nelle tenebre. Certo ero venuto in una sorta di ebrietà intellettuale e forse anche fisica, perchè sostenni improbe fatiche senza stanchezza. Ma quella esaltazione era deliziosa oltre ogni dire, e ancora mi godo a rammentarla benchè me ne sfuggano gli elementi:
quasi tutta cessaMia visïone ed ancor mi distillaNel cor, lo dolce che nacque da essa.
Rammento un gruppo di tuguri aggrappati [pg!349] alla falda del monte: piccoli, tozzi, lerci, puntellati, cadenti, decrepiti, inverosimili. Tre case in basso, tre case in alto e la strada nel mezzo. Il tetto delle case a valle copre due terzi della strada ed è a sua volta mezzo coperto dal tetto delle case a monte, sicchè la strada non vede mai il cielo. La luce vi scende obliquamente per il vano che corre fra l'altezza del primo tetto e quella del secondo. Quando piove, l'acqua precipita da un tetto all'altro e da questo sulla strada che serba tutto l'anno in riga le bucherelle delle grondaie.
Quei tuguri abitati l'estate i soli giorni che durano i lavori ed i raccolti nelle terre circostanti, servono l'inverno a deposito di fieno, foglie, legnami ed attrezzi agricoli. La loro estrema bassezza li fa parere inginocchiati e l'oscurità della via li impicciolisce ancora, sicchè fanno pensare a gente rannicchiata che ci viva carponi. Sembrano balocchi di giganti o tane di pigmei, a nessuno viene in mente che siano destinati alla razza umana. Tale bassezza, già incredibile l'estate, è resa più mostruosa dall'inverno. Quando io vi giunsi, i tetti reggevano un metro di neve, e parevano schiacciati sotto il peso. Traverso la neve il giorno filtrava nella viuzza con una luce verdognola, fievolissima, una luce da cripta o da acquario. E nella viuzza dormente [pg!350] era un tepore di stalla, come vi soffiasse l'alito di un gregge invisibile. Uscito dalla lucentezza brunita e fredda della valle, quel luogo chiuso, ombroso e tepido mi parve animato. Entravo colla fantasia negli stambugi e li vedevo occupati da gente nana e silenziosa. Omuncoli da stare in boccetta, che mi guardavano dimenando la testa ed ammiccandosi, punto impauriti della mia corpulenza. Mi pareva di inoltrarmi circospetto per tema non me ne venisse qualcuno sotto i piedi. Erano in numero sterminato, bianchi bianchi come la neve, barbe lunghe e capelli lanosi. Erano i padroni del luogo, della valle, della stagione. La grave rovina invernale era opera loro. Essi si aggiravano turbinando per l'aria, piombavano sulle cime, e voltando la neve per forza di poppa l'approdavano sull'orlo delle scogliere, donde la facevano smottare in valanga. Vedevo le braccia e le manine minuscole agitarsi per l'aria con segni di minaccia grotteschi e paurosi. E intanto mi sonava nel cervello non so qual musichetta col sordino che voleva esser gaia ed era di una tristezza mortale. Quanto tempo mi accompagnò quella musica! Avevo da un'ora oltrepassato i tuguri e non potevo levarmela dagli orecchi.
Chi ha la mala abitudine di scrivere la notte, conosce certo a prova il supplizio dei suoni. O [pg!351] versi o prosa, quando egli smette di lavorare e cerca il sonno, sente la cadenza ritmica della strofa o del periodo, risonargli stucchevolmente nel cervello. Larve di strofe e di periodi, metri e frasi, senza parole e senza pensieri, contorni armoniosi vuoti di sostanza armonica, che ingombrano la mente e li spossano più che non faccia la cosciente attività del lavoro. Così mi ingombrava il cervello un inganno sonoro. E gli omuncoli di poc'anzi danzavano al ritmo di quelle note. Danzavano sulla neve piana, sui cornicioni ghiacciati minaccianti l'abisso, sui rami scheletriti degli alberi, sui ponti, sulle croci che sorgono lungo la via. E inchinavano danzando la testa e la piegavano in cadenza verso le spalle con un garbo infantile, con un sorriso infantile, che mi empivano l'anima di angoscia. Già ho torto, credo, di scrivere queste cose, sento di non bastare a rendere anche lontanamente l'effetto di quelle strane e continue allucinazioni. Chi non vide lo spettacolo di una grande nevicata alpina, non può comprendere l'esaltazione che ne deriva ai sensi ed all'intelletto. Gli scrittori Russi, il Tourguèneff sopra tutti, raccontano e commentano stupendamente simili errori del cervello. Ma forse l'immacolata e durevole bianchezza e il profondo silenzio invernale, rendono loro più facile avvertire non solo le lacrime ed [pg!352] i contorni, ma i sospiri e le fuggevoli ombre delle cose. E forse la grande pietà che è nelle opere loro è anch'essa dovuta alla lunga tristezza invernale dei loro paesi, la quale deve maravigliosamente disporre gli animi ad accogliere e sviluppare i sentimenti misericordiosi, la tenerezza e l'amore della sofferenza. Qui in Italia, fuori della valle del Po, chi conosce, chi immagina con giustezza lo squallore di certe invernate alpine? Le maggiori nevicate da Firenze in giù, anche a giudicarne dalle più iperboliche descrizioni, mi parvero sempre tenui e mansuete. Inverno da dilettanti o di parata, che viene per la mostra e che il primo scirocco o scioglie o mitiga in gran parte. La neve che ha tre, quattro, cinque metri di spessore, ha un aspetto ben diverso da quella che si misura a centimetri. La sua bianchezza è più immacolata, più lucente, più metallica, non c'è potenza germinativa che vinca e dissodi la sua compagine, traverso i suoi cristalli, nulla traspare della bruna faccia terrestre, il suolo ch'essa ricopre ne ha modificata la struttura; le linee, i profili non sono più quelli. E quella immensa pace bianca a chi conosce la montagna racconta un convulso disordine di cose. Sotto quei morbidissimi velluti, i fianchi del monte sono corrosi, lacerati, sparsi di enormi massi rovinanti, di case frantumate, talora di [pg!353] cadaveri umani. Tali violenti contrasti sorgono ad ogni passo. Quel dolce candore così radioso sotto il sole meridiano, così soavemente rosato al tramonto, se appena il cielo si appanna o cessano i raggi, diventa subitamente spettrale. Nell'attimo che il sole va sotto, voi passate di scatto dalle più splendide alle più funeree visioni. Prima sono tesori favolosi: smeraldi, topazi, rubini, zaffiri e quante altre gemme sfavillano sui diademi reali ed imperiali, o sul collo e sul petto delle miracolose madonne, o alla fantasia delle più ingorde cortigiane. Sale da ogni parte come un incenso di nebbiuzze opaline, la terra irradia luminosamente per l'aria la sua bianchezza, sembra sciogliersi in candori e vaporare e confondersi colla fulgente gloria del cielo. Ma quella gloria è un'agonia. Il manto gemmato si muta sull'attimo in lenzuolo sepolcrale e nell'aria passa la morte. Passa senza un soffio, senza un brivido, nella immobilità rigida delle cose. E allora il cielo, la valle, le montagne, la neve, vi diventano subitamente nemiche e vi sentite l'anima piccina, vi cadono le forze, vi prende lo sgomento della pochezza umana. Il mare più torbido, i più spaventevoli uragani danno un senso meno profondo di paura e di abbandono. Fra la collera degli elementi, la morte è più vicina, ma meno visibile. Nei [pg!354] grandi sconvolgimenti delle cose c'è un'esuberanza di vita. L'uomo è trascinato a combattere e soccombe lottando, il pericolo determinato attira a sè tutte le facoltà della mente; tutte le attività vitali sono intese a superarlo; non c'è tempo nè modo di abbandonarsi e di disperare. Qui, che cos'è che vi minaccia? Cercatevi attorno: gli elementi non infuriano e non vi assalgono, stanno inerti in attesa. Il nemico è in voi, nell'animo vostro sgominato dalla gran morte circostante. Ad ogni passo sentite di affondare nel nulla, vi pare che il mondo vitale vada sempre più allontanandosi e staccandosi da voi e vi assale uno stanco tedio della vita e un anelare incosciente a quella pace che vi circonda e vi atterrisce. Sopratutto provate lo sconforto dell'impotenza; vi sentite vili e disperate di mai più ricuperare l'energia delle membra e dell'animo. E mille dubbi minacciosi si affacciano ingrossandosi a vicenda. Se si aprisse il suolo, se smottasse il monte, se vi travolgesse la valanga, se vi assiderasse il freddo, se smarriste la strada, se, se, se, quanti ne può mettere la mente sviata, che fare? dove cercare aiuto? a che abbrancarsi? per chi urlare nella notte? E allora tutti i pericoli immaginari creano il pericolo reale dello scoramento e vi viene voglia di gettarvi per vinto sul gran letto bianco, di darvi alle tenebre, [pg!355] all'inverno, alla morte. E sempre le visioni paurose trovano alimento nella bianchezza morta di ogni cosa. Vi pare che la notte fitta farebbe dileguare quei fantasmi. Come tarda a giungere la piena notte! il sole è sotto da gran tempo, a quest'ora già al piano è buio pesto, perchè non qui? La piena notte è già venuta, e di più non raffittisce, il cielo è nerissimo, ma sulla terra albeggia un chiarore di lampada funeraria.
Oh! allora come vi assalgono i ricordi domestici e il miraggio delle stagioni ridenti. Allora avvertite con uno struggimento di tenerezza quanto siano vivi e parlanti i fili dell'erbe, i cespugli, le foglie e persino i sassi nudi della strada. E come sia carnosa la negra faccia della madre terra. Oh! affondare le mani nell'umido tepore dei solchi appena smossi, e baciare la terra e chiamarla protettrice e soccorritrice! Quanta compagnia fanno le cose, i colori ed i suoni! Cantano dunque veramente gli usignuoli nelle dolci notti di primavera?
Ricordo che imbruniva quando giunsi in vista di Ronco; il villaggio mi appariva nero e fumante mezzo miglio lontano. Camminavo da cinque ore, e la mattina di quel giorno istesso avevo già fatto, pure a piedi, tre altre ore di strada per visitare in Val di Ribordone una borgatella seppellita intera dalla valanga. A Ronco [pg!356] c'è un albergo: ero sicuro di trovarci buon pranzo e discreto alloggio; ma appena il sole fu sotto, appena vidi smorire e allividire quella immensa bianchezza, sentii che non potevo più fare un passo in salita. Mi parve che una mano mi respingesse, pensai che se avessi passata una notte fra quella neve non ne sarei uscito mai più, provai un tale smarrimento, un tale senso di solitudine e di paura, che mi voltai indietro senza esitare e rifeci di notte tutta la lunga strada, pure di togliermi alfine da quella valle silenziosa e spettrale. Giunsi a Pont verso le nove di sera, presi tosto una carrozza e non ebbi pace finchè non ebbi veduto da Cuorgnè il cielo aperto e largo della pianura.
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Una Partita a Scacchi—Il Trionfo d'Amore. Un vol. in-18º con illustrazioni a capo d'ogni atto (9ª edizione), 1885, L. 4 —
Il Fratello d'Armi. Dramma in 4 atti in versi. Un volume in-18º, 1878. L. 4 —
Il Conte Rosso. Dramma storico in 3 atti in versi con prologo. 3ª edizione. Un vol. in-18º con illustrazioni a capo d'ogni atto, 1881, L. 4 —
Il Marito amante della Moglie. Commedia in 3 atti in versi. Un vol. in-18º, con illustrazioni a capo d'ogni atto (2ª edizione), 1879, L. 4 —
Luisa. Dramma in 3 atti in versi.—Sorprese notturne. Commedia in un atto in versi. Un vol. in-18º con illustrazioni a capo d'ogni atto, 1881, L. 4 —
La Sirena.—Intermezzi e Scene. Un vol. in-18º. (Si pubblica in Marzo 1886), L. 3 —
Il Filo. Scena filosofico-morale per Marionette (2ª edizione, con illustrazioni di Edoardo Calandra). Un volume in-12º impresso sopra carta di filo a mano, L. 2 —
Fiori e Frutta. Discorso letto il 9 sett. 1882 in occasione del 2º Congresso degli Orticoltori e Floricoltori italiani. In-12º, L. 1 —
Di prossima pubblicazione:
Un vol. in-12º con disegni e fototipie.
Teatro in Prosa.—Vol. I: Al Pianoforte—Acquazzoni in montagna—Non dir quattro, se non l'hai nel sacco—Storia vecchia. Un vol. in-12º.
Vol. II: Resa a discrezione. Commedia in 4 atti.
Vol. III: L'onorevole Ercole Mallardi. Commedia in 4 atti.
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Tomes III & IV
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Libreria-Editrice F. CASANOVA—Torino
Covino A.—Guida al Traforo del Cenisio—Da Torino a Chambéry. (3ª ediz., coll'aggiunta del viaggio da Chambéry a Parigi, Lione e Ginevra). Un vol. in-12º, con 30 incisioni e 5 carte, L. 3 — Ed. francese, L. 3 50—Ed. tedesca, L. 6 50.
Faldella Giovanni.—Un viaggio a Roma senza vedere il Papa. Un volume in-12º, 1880, L. 1 50 —Verbanine. Lettere di un commesso viaggiatore, trovate da G. Faldella, con disegni del pittore Giuseppe Ricci. Un vol. in-12º (in preparazione).
Gallo Carlo.—In Valsesia. Note di taccuino. Un vol. in-12º, con 30 disegni ed una carta, 1884, L. 4 —
Garelli G.—La cura termale in Acqui. Guida per i medici e per i balneanti. Un vol. in-18º con una carta geog., L. 2 —
Babajoli C.—Guida alle Terme di Vinadio. Un volume in-18º con carta geog., 1877, L. 1 50
Ratti C. e Casanova F.—Alcuni giorni in Torino e dintorni. Guida descrittiva-storica-artistica illustrata. (Pubblicata per commissione del Municipio). Un vol. in-18º con 50 disegni, una carta dei dintorni e la pianta della Città, 1884, L. 1 — La stessa in francese L. 1.
Ratti Carlo.—Da Torino a Lanzo e per le Valli della Stura. Guida descrittiva, storica e industriale. Un vol. in-12º di 190 pagine con 33 vedute ricavate da fotografie, 1883, L. 2 —
Santanera V.—Brevi cenni sulle acque minerali, ed in particolare sulle acque di Courmayeur e Pré-St-Didier. Nuova Guida pratica. Un vol. in-18º, 1879, L. 3 —
Vaccarone e Nigra.—Guida-itinerario per le escursioni nelle Valli dell'Orco, di Soana e di Chiusella. Un volume in-18º con carta corografica, 1878, L. 2 50
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (mormorìo/mormorio, capo-luogo/capoluogo, precipizî/precipizi e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi [tra parentesi il testo originale]:
*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK NOVELLE E PAESI VALDOSTANI ***