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Nuove storie d'ogni colore

Chapter 12: REGI IMPIEGATI
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About This Book

A collection of compact narratives depicting ordinary urban lives through a mix of moral sketches and lighthearted anecdotes. The tales focus on small domestic dramas, personal losses, and everyday commerce, observing how grief, friendship, and economic pressures reshape relationships and routines. Narrative voice moves between ironic detachment and candid sympathy, and the volume alternates earnest reflections with playful episodes to illuminate modest hopes, social manners, and the resilience found in common, quotidian moments.

Ogni quattro battute il contrabasso entra regolarmente con from grave, solenne come la parola di un giudice. Poi il tempo stringe; e il from scatta ogni tre battute più secco, più nervoso: finchè par che diventi irascibile…. Entriamo nel fitto della tempesta sinfonica. Pare che Berlioz voglia descrivere lo scatenarsi degli elementi: squillano gli ottoni raucamente, e il contrabasso deve segnare delle ripide scale decrescenti, oscure come quelle dell'inferno. L'occhio alla musica, la sinistra alle chiavi o alle corde, la destra alla pancia dello strumento, ecco comincia il rinforzato; le scale si fan sempre più lunghe, più buie, più cromatiche e obbligano Napoleone Barbetta a scendere in cantina a prendere una nota grossa e pesante per riportarla su su, assottigliandola, fino alle chiavi. E nello sforzo, nella tensione, la faccia è pallida, la fronte è bagnata di sudore, l'occhio esce dall'orbita e le falde dell'abito nero svolazzano di dietro e gli danno l'aspetto d'uno scarabeo che tenti di volare. Finalmente, dopo il finale scatenamento, il direttore, volgendosi direttamente a lui coll'archetto appuntato come una spada, lo sostiene nell'ultima stretta.

E lui con tutta la forza de' suoi trent'anni si butta sulle corde di mezzo e corre disperatamente in uno affrettato infernale, fino all'ultimo from. Il pezzo bizzarro non piace. Miss Dy ride dietro il ventaglio e fa fare a miss Tennis un bocchino di clarinetto….

Lord From da rosso infiammato diventa bianco come lo sparato della sua camicia. Invano egli invoca uno sguardo di lode, o almeno di compatimento: gli par di capire la ragione di questo improvviso mutamento. Forse istintivamente l'aveva prevista fin da principio, quando aveva evitato, parlando con lei, di dirle tutta la verità… Un suonatore di contrabasso non può essere ideale. Non importa ch'egli sia giovine, bello, elegante gentiluomo, colto, educato: non ch'egli abbia esposta la vita per la patria; nè che abbia salvata quella di una creatura umana… Che, che! il contrabbasso è la prosa; la poesia è di là… sulle corde del violino. Ah donne, donne, tutte eguali! Le donne non vi stimeranno e non vi ameranno per le vostre qualità e per le vostre virtù, ma per la corda che voi saprete toccare.

Questi furono gli irritati pensieri che passarono nella testa dell'infelice e che vennero a mescolarsi alle note e agli applausi per tutto il tempo che durò il concerto. Il quale si chiuse con un nuovo trionfo di Bernardini. Tutti salutarono il valente artista gridando bravo, applaudendo, agitando i fazzoletti. Anche lei applaudiva colle sue piccole mani inguantate: quindi uscì senza nemmeno degnare d'uno sguardo colui che l'aveva scampata da un mortale pericolo e che, ritto sulla soglia della gran porta d'ingresso, pareva messo là a supplicare una limosina di compatimento.

* * *

Lord From non chiuse occhio tutta la notte.—Questa volta il colpo ora stato più forte del suo orgoglio, Egli sentì che non avrebbe avuto più il coraggio di ricomparire sul palco in compagnia del suo sventurato strumento per farsi compatire e canzonare dalla ingrata creatura. Gli pareva che le voci dei violini avessero a ridere di lui.

Il secondo concerto doveva aver luogo tre giorni dopo, ma lord From non si lasciò vedere alle prove. Mandò a dire che si sentiva poco bene, stette chiuso in camera, e dopo un'altra notte non dormita, il suo pensiero era fatto.

Ordinò che gli si portasse nella stanza il contrabasso, che di solito rimaneva nella sala dei concerti e quasi gli ripugnasse la vista, lo coprì della sua veste di panno verde, allacciata con bottoni e nastri rossi, che davano all'istrumento l'aspetto d'un grasso servitore in livrea. L'appoggiò al muro e gli voltò le spalle con un grugnito che voleva dire:—Sta lì, maledetto….—e uscì a passeggiare solo per la deserta stradicciuola del Lunghin.

Quel giorno non pranzò, non parlò con nessuno, finchè non calarono le tenebre a velare i dolori e i rancori del mondo. E quando fu buio del tutto, tolse sulle spalle il contrabasso, e appoggiato a un bastone di montagna, prese una stradina a man destra, svoltò in un'altra e si avviò per quella che costeggia il taglietto di Silz, deserta in quell'ora come ogni altro viottolo del monte.

Da lontano torreggiava nell'ombra la mole massiccia del Kursaal, che guardava nelle tenebre coi cento occhi delle sue finestre illuminate.

L'acqua aveva dei bagliori lividi. Grosse nuvole velavano la cima dei monti circostanti.

Lord From camminò quasi un'ora alla volta di Silz, finchè giunse in un punto ove il lago, restringendosi, s'incanala in un fiumiciattolo. Di qui, passando sotto un ponte di legno, l'acqua scorre più rapida verso gli altri laghetti di Silvaplana e di S. Moritz.

Il luogo era deserto e la notte chiusa.

Stette un istante sul ponte a guardare l'acqua corrente, girò lo sguardo intorno, e quando fu ben sicuro di non essere veduto, attaccata una grossa pietra al collo del contrabasso, con un battito violento di cuore, lo lasciò scivolare nell'acqua fredda e nera.

La cassa dette un piccolo tonfo sonoro, poi venne a galleggiare a fior d'acqua, come se invocasse misericordia; ma il crudele padrone ve la rituffò colla punta ferrata dell'alpenstok e la spinse egli stesso verso il fondo. Un rantolo come di morte gli disse che l'acqua entrava nelle viscere dell'affogato che, gorgogliando, sparì.

Lord From si passò il palmo della mano sugli occhi e voltando le spalle al Maloja e a' suoi abitanti, giunse sul far del mattino a S. Moritz. Di qui per il Bernina scese in Italia, lasciando negli impicci il direttore d'orchestra che, non potendo far senza di un contrabasso, (e questa era la vendetta) dovette sospendere i concerti fino a nuovo avviso.

Lord From non si è più riveduto a Milano; e v'è chi assicura che, rifugiatosi a Trieste, vi abbia aperta una bottega di formaggio parmigiano e di Gorgonzola.

Qualche anno dopo, alle cascate del laghetto di S. Moritz veniva ripescato un cadavere vestito di verde con bottoni rossi, non ancora corrotto, quantunque, preso e conficcato tra gli sterpi e le rupi, fosse rimasto tutto il tempo in molle.

Accorsa l'autorità cantonale, si verificò che l'annegato non era un uomo, ma un contrabasso colle corde spezzate. Nel ventre gli trovarono un piccolo guanto di donna.

Il giornalista locale nel registrare in cronaca lo strano e curioso avvenimento, finiva il suo cenno con una frase, che a quei buoni svizzeri dell'Engadina parve nuova.—Sembra—conchiudeva—che anche questa volta sia il caso di esclamare: «Cherchez la femme!»

PARLATENE ALLA ZIA

(DIALOGO)

PARLATENE ALLA ZIA

(DIALOGO)

Nicolò è un giovanotto maturo, che ha già fatto le sue campagne. Gran buon diavolo nel fondo. Siamo in campagna nella villa d'Incirano. Nicolò in cappello di paglia e in abito grigio chiaro, entra dal giardino e dice a qualcuno che non si vede: Grazie, aspetterò.—Dà un'occhiata intorno, si passa una mano nei capelli e con un breve sospiro d'affanno, dice:

Eccomi qua. Il cuore mi batte come se volesse scoppiare. Ho paura di aver già fatto un passo falso. Basta! sono ancora in tempo a pentirmi e se sarà il caso, infilerò l'uscio.

(Si abbandona, su un divano). Sicuro, Nicolò: se non concludi qualche cosa quest'oggi, tu morirai nel tuo letto in odore di verginità. No, no: è tempo che tu la pigli questa moglie benedetta! Vedi? (va a guardarsi in uno specchio). Tu sei arrivato a quell'età in cui, se il frutto non si coglie, casca in terra a marcire. Non sei un brutto mostro: che, che? (carezzandosi i baffi). Puoi passare ancora per un giovinetto in gambe, ma…. qua e là comincia a spuntare qualche capello meno nero degli altri. Certe mattine hai la ciera d'un uomo che ha dormito male (parlando alla sua immagine). Sicuro, signor Nicolò: quel vivere di qua, di là, sulle trattorie, sui caffè, sui clubs, in compagnia di scapoloni pari suoi non è più una vita fatta per lei… Lei digerisce male, lei dorme male, diventa sempre più brontolone, bisbetico, incontentabile e a lungo andare finirà col fare uno sproposito. Chi non si marita a tempo, sposa la morte prima del tempo; tranne il caso in cui si sposa la serva (torna a sedere).—Mia sorella Giacomina, che da un pezzo mi ha sul cuore, la settimana scorsa mi disse:—Nicolò, c'è una ragazza che va bene per te: anzi ce ne sono due: le sorelle Bellini, due care creaturine sui ventitrè l'una, sui ventiquattro l'altra, non troppo giovani o nemmeno troppo stagionate, un po' disgraziate nella famiglia, ma buone, belle, con qualche po' di sostanza. Tu non hai che a scegliere. Esse vivono a Incirano con una zia che fa loro da madre, perchè le poverine hanno perduto i parenti e non hanno si può dire nessuno al mondo. Sotto questo aspetto tu fai quasi un'opera di carità. Va a mio nome, cerca della zia, mettiti nelle sue mani e lascia fare alla provvidenza.

Eccomi qui. Ora le vedrò e dovrò scegliere tra le due… (vede sul tavolino alcuni ritratti in piccole cornici). Forse questo è il loro ritratto. Carina questa col suo profilo greco, con que' capelli pettinati alla Niobe. Forse questa è il ventitre.

Ma anche questo ventiquattro non c'è male. Forse questa è bionda, e questa è bruna. Chi mi consiglia? Il biondo è più romantico, più…. simbolico….. troppo Svezia e Norvegia. Il bruno è quasi sempre segno di un carattere ardente, geloso…. troppo Spagna e Portogallo. Che ti dice il cuore, Nicolò? ventitre o ventiquattro?…. (pesa nelle mani i due ritratti). Sentiremo il consiglio della zia, che nella sua esperienza saprà guidare un povero uomo sempre incerto nel cammino della vita. (indicando un altro ritratto grande) Certo questa vecchia cuffia è la zia dei buoni consigli. Lei conosce le due ragazze e saprà dirmi quale delle due ha più disposizioni al settimo sacramento. Per me capisco, che se dovessi scegliere, farei la fine dell'asino che, messo tra due fasci di fieno, si è lasciato morire di fame. Zitto, qualcun si avanza! (si alza, fa una rapida toilette allo specchio) Forse è la vecchia zia. Animo, su, coraggio. Sei stato a Custoza, corpo d'una baionetta, e devi aver paura d'una vecchia cuffia?

Teresita, una vedovella ancor giovane, simpatica vestita con finissima semplicità e con molto buon gusto. Fa un inchino a Nicolò, che resta un istante imbarazzato.

Teresita. Signore….

Nicolò. Signora….

Teresita. Lei ha bisogno di parlarmi.

Nicolò. Sissignora… cioè…. veramente mia sorella Giacomina mi ha detto di chiedere della zia delle signorine, la vecchia zia, sissignora…

Teresita. Sono io la zia delle signorine….

Nicolò. (sorpreso) Ah, lei fa da madre alle due orfanelle…. (avvicinandosi riconosce un'antica amicizia) Oh, ma scusi, noi ci conosciamo. Ah, chi l'avrebbe detto dopo tanti anni? Lei, lei è la signora Teresita…

Teresita. (fingendo di cader dalle nuvole) E lei è il signor Nicolò… Guarda che combinazione! ma si è fatto così grasso….

Nicolò (ridendo con un po' di confusione) Credevo che volesse dire: così vecchio!

Teresita. (amabile) Si è viaggiato insieme sulla strada della vita. Guarda che combinazione!

Nicolò. Guarda che combinazione! (segue un brevissimo imbarazzo d'ambo le parti) Io credevo che la zia fosse una signora in età, colla cuffia.

Teresita. La cuffia verrà… è in viaggio. Ma prego si accomodi, signor Nicolò…. (indica la sedia e siede lei per la prima).

Nicolò. (ripetendo materialmente) Guarda che combinazione… (prende la sedia, vi si appoggia, ma non si siede) Ma da quanto tempo non ci vediamo più?

Teresita. Oh è un gran pezzo! A che cosa devo attribuire l'onore della sua visita?

Nicolò. (giocando colla sedia che fa girare sotto la mano) Mia sorella Giacomina mi ha detto: Va a Incirano, cerca della zia delle sorelle Bellini ed esponi il tuo caso.

Teresita. E qual'è il suo caso?

Nicolò. Il mio è un caso, dirò così, di coscienza: ma ora non so se devo parlarne.

Teresita. Perchè non deve parlarne?

Nicolò. (facendo girare più forte la sedia sotto la mano) Perchè…. io…. (dà in una risata allegra) perchè io credevo che la zia fosse una cuffia….

Teresita. (ride anch'essa mentre si abbandona nella poltrona) Dunque è alla cuffia che lei desidera parlare.

Nicolò. No, stia buona, ora le dirò il mio caso. Ma è certo che, se avessi potuto immaginare di trovar qui lei al posto della…. cuffia… (ride) non sarei venuto.

Teresita. (un po' offesa) Non merito dunque la sua confidenza?

Nicolò. Lei merita tutto, ma il mio caso è di quelli che hanno bisogno di molta indulgenza.

Teresita. Ma sieda….

Nicolò. (mettendosi a sedere sull'angolo della sedia) Intanto mi dica: come si trova qui a far da madre a queste due bambine?

Teresita. Una serie di dolorose circostanze… Oh sapesse quante disgrazie! Morti i parenti di queste due povere figliuole ho pensato ch'io potevo essere utile in questa casa.

Nicolò. (esitando) Ma scusi. Lei non aveva sposato quel marchese?

Teresita. (molto riservata) Si.

Nicolò. (c. s.) E… suo marito?

Teresita. È morto.

Nicolò. (con una certa sorpresa) Ah! è morto anche lui….

Teresita. In duello a Parigi.

Nicolò. In duello a Parigi… Guarda, guarda.

Teresita. (dopo un breve pensiero) Ma non parliamo dei morti. Quel che è passato, è passato.

Nicolò. (astratto in una sua idea) O bello, o bello….

Teresita. Che cosa?

Nicolò. (si corregge, si fa serio, si alza) Mi rincresce di aver risvegliato delle dolorose memorie. Mi scusi…. (in atto di congedarsi) mi perdoni…

Teresita. (restando seduta) Ma che cosa fa? lei non mi ha ancora detto lo scopo della sua visita.

Nicolò. È vero, ma io non so nemmeno se la mia visita abbia uno scopo. Giacomina doveva avvertirmi di queste circostanze.

Teresita. (con tono quasi materno) Bene, si accomodi. Giacomina mi ha scritto tutto. Lei è venuto a Incirano per uno scopo molto lodevole e molto onesto. Vuol prender moglie.

Nicolò. (affettando una certa sicurezza) Sì, voglio prender moglie.

Teresita. (ridendo con gaiezza simpatica) O bello, o bello….

Nicolò. (un po' mortificato) Che cosa c'è di bello?

Teresita. Bello che il signor Nicolò voglia finalmente prender moglie (ride).

Nicolò. (serio) Non rida o mi scoraggia.

Teresita. Ci ha pensato un pezzo il signor Nicolò.

Nicolò. (in tono di rimprovero) E di chi la colpa?

Teresita. Di chi?

Nicolò. Ah Teresita! non si dovrebbero ricordare certe cose… (picchia nervosamente il bastoncino sul cappello).

Teresita. (gravemente) Proprio!

Nicolò. E tanto meno si dovrebbe ridere.

Teresita. (sospirando) Si ride quando si è finito di piangere.

Nicolò. (con una punta d'ironia) Beata lei che ha finito! Le donne son così facili a dimenticare…

Teresita. Si dimentica… per non odiare.

Nicolò. Io non ho meritato il suo odio. (con un leggiero tono di sarcasmo) A ogni modo la donna che sposava il marchese di San Luca deve aver trovato nel fasto del suo blasone qualche conforto a' suoi dolori.

Teresita. (offesa) Nicolò, non dite queste parole che offendono una donna che fu già troppo infelice nella sua vita. Voi sapete come sono andate le cose. Il mio matrimonio fu per me una di quelle necessità che solo il cuore d'una donna sa comprendere e sa compatire. Voi sapete che mio padre era un uomo rovinato, che sulla nostra casa stava il disonore e il fallimento, che soltanto un matrimonio di convenienza poteva salvare una vecchia esistenza dalla disperazione. Allora voi eravate un giovine ufficiale senza fortuna, nell'impossibilità di mettere una casa. Poi venne la guerra e voi partiste per il campo…

Nicolò. (con amarezza) E quando tornai dai pericoli della guerra, seppi che Teresita Morando era diventata la marchesa di San Luca.

Teresita. (con un moto di ribellione) Già, e non pensaste nemmeno ch'io avessi potuto fare quel passo per un sentimento di abnegazione e di dovere. Voi pensaste solamente e semplicemente che Teresita Morando, ragazza vana, leggera, smaniosa di brillare, inebriata all'idea di portare una corona sul suo biglietto di visita, avesse dimenticato volontieri il povero tenente per darsi nelle braccia di un vecchio nobile… sciupato dai piaceri. Questo solo voi avete pensato: e non sareste stato un uomo se aveste pensato altrimenti. L'egoista non è obbligato a compatire e meno a comprendere… e tanto meno a perdonare.

Nicolò. (si alza, resta un istante come combattuto, e mormora) Se sapeste invece quanto ha sofferto questo egoista!

Teresita. (alzandosi anch'essa) E quest'ambiziosa oh! non ha forse sofferto! no. Rapita dai bagliori de' suoi diamanti questa vittima incoronata non ha versata mai una lagrima… Nei tre anni del suo matrimonio con quell'infelice boulevardier essa passò di trionfo in trionfo…. invidiata da tutto le miserabili che non hanno una corona sulla carrozza,… e un supplizio nel cuore. (abbandonandosi, alla sua passione) Voi non vi siete più occupato di me; ma per qualche motivo avete stentato a riconoscermi. Voi avete trovato facilmente dei dolci compensi… (arrestata improvvisamente da una specie di rimorso, cangia tono, e con affettata naturalezza ripiglia) Ma di che cosa si parla? oh buon Dio! questo non è lo scopo della vostra visita. A che pro diseppellire cose morte e finite? Sediamo; animo, sedetevi… Veniamo all'argomento, (come smarrita) Giacomina mi ha scritto… Che cosa mi ha scritto la buona amica? che voi volete accasarvi, che è tempo anche per voi di mettere giudizio. È giusto. Sa che le povere mie nipoti son buone e brave ragazze e anch'io sarei contenta di vederle collocate. Ma sedetevi dunque, parlate.

Nicolò, (con espressione patetica) No, no, non ho più nulla a dire. Scusate, Teresita, io non son più degno di accostarmi a una donna… (si ritira qualche passo per andar via).

Teresita. Non andate in collera per quello che vi ho detto. Vi domando scusa se vi ho offeso. Sedetevi, ragioniamo. Accettate almeno un bicchierino di vermouth…. (_toglie da uno stipo una bottiglia di cristallo e offre un bicchierino a Nicolò).

Nicolò. (sforzandosi a rifiutare) No, no, lasciatemi andare. Non merito più nulla. La mia vita è finita da un pezzo.

Teresita. Devo proprio mettermi una vecchia cuffia in testa per persuadervi a ragionare? (Nicolò accetta il bicchierino) Se vi ho offeso perdonatemi. Voi avete per errore messa una punta di ferro sopra una cicatrice e io ho gridato di dolore. Ma ora è passato. Qua… (lo fa sedere e siede anche lei) Posso aiutarvi, voglio consigliarvi, perchè in fondo ho molta stima di voi.

Nicolò. Io invece non ho nessuna stima di me. Io ho sempre creduto che non valesse la pena di voler bene a una donna. Ho atrocemente sofferto, ma non per pietà della vittima inghirlandata. Ho sofferto solamente per il mio orgoglio ferito. Avete detto bene poco fa. Il mio nome è Egoista. Quando un uomo non è capace di comprendere, di compatire, di perdonare non merita più che una donna gli voglia bene… (volta via la faccia alquanto commosso, tracanna d'un fiato il bicchierino, va a collocarlo sullo stipo, e si prepara a congedarsi.)

Teresita. (si alza, un po' soprapensiero) Permetta che le presenti almeno le bambine. Per quanto senza cuffia so esercitare i doveri dell'ospitalità.

Dal giardino risona un campanello.

Ecco, son le ragazze che tornano colla governante.

Nicolò (cercando di sfuggire) No, no, non voglio veder nessuno; non voglio lasciarmi vedere.

Teresita, Mettiamoci qui, dietro a questo paravento. Da qui possiamo vederle senza essere vedute.—(conduce Nicolò per mano fin presso la porta dietro un paravento e indica le ragazze che passano in giardino). Guardi la prima, la bionda, ha ventidue anni, è un angiolino di bontà, piena di sentimento. Si chiama Eugenia. L'altra, la buona Annetta, è un carattere più serio, ha molto ingegno, conosce molto bene la musica…

Nicolò, stringendo la mano di Teresita, trascinato dalla forza dell'antica passione, posa un bacio sui capelli di lei e resta come fulminato dalla sua stessa audacia.

Teresita, sfuggendogli, dice con accento di profondo rimprovero, ma senza ira:—Che cosa fa, Nicolò…. (va a sedersi e nasconde la faccia nelle mani).

Nicolò, dopo essere rimasto un gran poco come trasognato, si accosta pianino a Teresita e con voce sommessa piena di note tenere e appassionate, dice, quasi curvo su di lei:)

Io non ho conosciuto che una donna nella mia vita e basta! la bionda, la bruna, la sentimentale e la donna assennata, tutte le bontà e tutte le bellezze di una creatura di donna son già passate nel mio cuore il giorno che vi siete passata voi, Teresita. Voi vi avete lasciato un modello così sublime, che, al confronto, tutte le altre mi sembrano immagini sbiadite. Chi ama bene una volta, ha amato per sempre. Il destino non ha voluto che voi foste mia, e amen! È bene che io non guasti il mio ideale. Se Giacomina non mi avesse cacciato qui, io non sarei venuto mai a questa ricerca di commesso viaggiatore. È peccato sciupare l'amore vivo con degli amori artificiali; non barattiamo l'oro nella carta… Addio.

Teresita. (non contenta) Che dovrò scrivere dunque a Giacomina? che abbiamo fatto fiasco?

Nicolò. Le scriverò io, se permettete. Siccome non tornerò a casa sua prima della fin del mese e forse più tardi, è bene che le mandi due righe. Se mi favorite carta e penna.

Teresita. (preparando le cose su un altro tavolino) Intendete viaggiare?

Nicolò. (siede al tavolino a prende la penna) Sì, ho bisogno di cambiar aria. Son mezzo malato, mi sento vecchio e malinconico. Andrò a Parigi anch'io in cerca di distrazione, (scrive) Cara Giacomina….

Teresita. (seduta in disparte ha preso in mano un lavoruccio) Parigi non è una città troppo indicata per della gente ammalata. Voi avete bisogno d'una buona infermiera.

Nicolò. Cara Giacomina…. Aiutatemi a scrivere questa lettera….

Teresita (con energia, dopo aver buttato via il lavoro). Sì, scrivete sotto dettatura:—Cara Giacomina, siccome io sono…. un uomo di poca fede…

Nicolò. (scrive sotto dettatura: qui s'interrompe).

Teresita. (comandando) Scrivete, animo! «Son destinato a soffrir sempre per non conchiudere mai nulla.» Avete scritto? (si alza e passeggia un po' nervosa).

Nicolò. (scrive) Mai nulla…. Ho scritto.

Teresita. Punto e a capo. «Io non credo nella virtù della donna…

Nicolò. Scusate…

Teresita. (lasciandosi sempre più trasportare dalla passione) No, no. Dovete scrivere la vostra condanna. «Non credo… che una donna… possa aver conservato puro il suo ideale… mentre… (parlando direttamente a Nicolo die lascia cadere la penna) mentre intorno a lei si commerciavano gli affetti e si commettevano le più ignobili vigliaccherie. Non credo che una donna possa sopravvivere al suo stesso dolore e alle sue umiliazioni: non credo che possa ancora conservare intatto il tesoro de' suoi affetti e possa compensare un uomo d'averla amata bene una volta…

Nicolò. (afferra lo mani di Teresita, le porta alla bocca, inginocchiato davanti a lei) Dunque tu mi ami ancora?

Teresita. (svegliandosi da una specie di sogno) Che fate? io non parlavo di me. Scrivete.

Nicolò. Donna di poca fede, perchè ingannarci ancora?

Teresita. Io parlavo di queste povere ragazze orfane.

Nicolò. Esse hanno bisogno di un padre. Scrivete voi, detterò io… (la fa sedere al suo posto).

Teresita. (resistendo) Nicolò, che cosa ho detto? io provo un rimorso… Voi non siete venuto per me.

Nicolò. Scrivete «Cara Giacomina….

Teresita (si sforza a scrivere).

Nicolò (detta) Ni… co… lò mi a… ma;—punto e virgola.—-Io a… mo Nicolo. Dunque t… o… to. E Teresita non dice di no. E la cara zietta, senza la cufietta, si lascierà finalmente baciare la bocca da un vecchio ragazzo che l'ama da dieci anni.

Teresita Odiandola…

Nicolò. Sì. L'amore perchè resista al tempo bisogna come l'oro mescolarlo in una piccola lega d'odio o di gelosia. Sì, io ti ho odiata, ti odio… perchè ti amo.

Teresita. Zitto, le ragazze…. (si alza un po' spaurita e con voce supplichevole soggiunge) E andrete proprio via?

Nicolò. Sicuro, bisogna che io corra ad avvertire Giacomina di queste novità. Ve la manderò qui.

Teresita. Qui no: ci son troppe ragazze. Andrò io da lei. Mio Dio! e che diranno queste povere figliuole? io che dovrei pensare al loro destino, e invece… Bella zia che sono! ma non sono invecchiata, Nicolò? (va a guardarsi nello specchio) Non sono magra e distrutta dal dolore? Non merito proprio una cuffia? Che cosa dirà il mondo?

Nicolò. (ridendo mentre passa il braccio nel braccio di lei) Il mondo dirà che amor vecchio non invecchia: e che il miglior modo per prender moglie è… di parlarne alla zia.

Questo dialogo fu due volte interpretato in famiglia con vera intelligenza d'artisti dalla signora Maria Nessi o dal Dott. Giuseppe De Capitani d'Arzago, ai quali m'ispirai nella correzione o nella riproduzione della scena.

AI TEMPI DEI TEDESCHI

AI TEMPI DEI TEDESCHI

—Tutte le mattine la salutavo con un bel trillo di flauto (allora il flauto era di moda): e tutte le sere, prima di levarmi le scarpe, le mandavo un altro saluto con una volatina di note, che volevan dire:—Bona note, siora, Nina!

—Lei, insomma, era innamorato della sua vicina.

—Come un angelo, ero innamorato. A vent'anni l'amore va tutto in fiore, o quando la sorte ti mette accanto a una bella donnina, il meno che si possa fare è di farle la corte col flauto.

—E il marito?

—Il marito d'una bella donnina è sempre un brutto mostro, un tiranno, uno scimmiotto, questo si sa. Nel caso mio, il sior Malgoni, imp. reg. impiegato alla contabilità, un omaccione linfatico e geloso, meritava qualche riguardo, prima perchè in fondo voleva bene a sua moglie, e poi perchè aveva delle amicizie in polizia e a quei tempi non c'era troppo a fidarsi. Parlo dei tempi dei tedeschi.

—Ho capito. Lei non andava più in là del flauto.

—Ero un matricolino sui vent'anni, un po' timido, come chi non è mai uscito dal suo guscio. Qualche volta mi arrischiavo di gridare dalla finestra:—La se pèttena, siora Nina? vol piovere? vol far belo, siora Nina?

—E la siora Nina?

Sì, sior Angolo, vol piovere, vol far bel tempo!…

—Un'arcadia!

—E non mancavano i sonetti.

—Anche i sonetti?

—Sicuro; li stampavo sul Trovatore, un giornaletto teatrale di Padova, e glieli facevo pervenire con delle iniziali molto trasparenti. Seppi più tardi che la siora Nina non sapeva leggere più in là del suo libro da messa; ma le donne, quando amano, son come i gatti; ci vedono anche al buio. Suo marito se l'era tirata in casa ancor ragazzina, con una gonnella di cotone e un paio di zoccoli sui piedi; l'aveva mandata a scuola un po' di tempo dallo monache, e quando la servetta gli parve cresciuta abbastanza, se l'era sposata per avere una compagna fedele, il poveretto, più vecchio una ventina d'anni, pativa d'asma e di mal di cuore, ed è sempre prudenza aver qualcuno che ti assista in un bisogno e ti faccia compagnia la notte.

—Era bella?

—Bellissima no, ma un musettino gustoso di servetta friulana, con dei riccioli biondi che incorniciavano un bell'ovale colorito e sano. Gaia, spiritosa come tutte le nostre venete, la fortuna non l'aveva fatta salire in superbia. Nella sua ignoranza aveva un fascino naturale, non guasto dalle solite compassature del galateo sociale.

Gente in quella casa ce ne andava poca, tranne qualche provinciale, che capitava di tempo in tempo a trovar la Mina diventata parona.

L'unica persona di riguardo, che visitava con qualche frequenza l'imp. reg. impiegato della contabilità, era il dottor Franzon, un professore della facoltà medica, compatriota del Malgoni e suo medico curante. Franzon era già una mezza celebrità fin da quel tempo per le sue fortunate operazioni ostetriche, e la gran scienza faceva perdonare in lui il naso d'aquilotto e i modi di villan scozzonato o superbo, che gli avevano meritato il titolo di dottor Grobiàn.

L'onore e la scienza di tanto uomo si riverberavano sulla modesta casa Malgoni, specialmente dopo che Franzon era salito in auge alla Corte per una felice operazione, che aveva salvato alla monarchia uno dei trecentotrentatre arciduchini d'Austria. E poi fa sempre comodo d'aver un dottore amico, quando si soffre d'asma e di palpitazione di cuore.

La siora Nina era in una continua trepidazione davanti a un omo de tanto riguardo, molto più che Malgoni, indulgente su molte cose, diventava ancora il paron terribile, quando si trattava d'invitare a pranzo l'illustre Franzon. Guai se il manzo non era a giusta cottura! guai se il caffè non aveva quel tal profumo delicato! guai se Nina non faceva gl'inchini bene e non rispondeva a tono:—Sior sì, sor dottor; sior no, sor professor…. «Un omo che aveva delle influenze a Corte, che, con poco rispetto parlando, aveva visto un'arciduchessa in camicia, un dottor di quella forza, un professoron come Franzon, che si degna de magnar la tua minestra, non è un caso che capita a tutti; oltre all'onore, poteva sempre far del bene a un imperiale e regio impiegato, onesto, religioso e di sani principii.»

—Ho capito. La siora Nina non si divertiva troppo.

—Eh no, poverina! quando i due cravattoni cominciavano a parlar di politica, o a tirare in scena la Dieta e Metternich e a, parlare in barlich e barloch e in flit e futter, essa usciva volentieri col secchiello a prender l'acqua sul pianerottolo.

Era in quei momenti e durante quelle brevi scappate ch'io coglievo l'occasione per recitarle il mio sonettino, per dirle che le volevo bene, per baciarle la punta di un dito. Non più in là, s'intende.

Essa non era donna da dar confidenze agli studenti e io, povero matricolino, ero troppo ingenuo per far della concorrenza a Metternich.

La cosa andò avanti così un bel pezzo, tra un trillo di flauto, un sonetto e un secchiello d'acqua, quando Malgoni ammalò gravemente di quel suo battito di cuore e parve sul punto d'andarsene all'altro mondo.

Franzon si mise al letto dell'amico e gli usò una assistenza fraterna.

Quando non bastava il dì, rimaneva la notte accanto alla siora Nina che scaldava i brodi; e siccome ogni servizio merita compenso, e non c'è amicizia che in qualche modo non si faccia pagare, il bravo dottor e professor, forte dell'amicizia di Metternich e della sua prepotenza, credette d'onorare anche la moglie del suo vecchio amico.

La Nina, una povera servetta senza esperienza, còlta di sorpresa, nella sua suggestione, nella sua paura, al buio, di notte, accanto al marito quasi morente, dominata dalla forza d'una passione brutale e poi spaventata dal sofisma del fallo compiuto, dopo essere stata vittima, si credette quasi complice del tradimento. E tacque e simulò.

Franzon poteva fare del bene a Malgoni; ma poteva anche fargli del male. La povera donna sprovveduta nella sua ingenua ignoranza d'ogni energia morale, credette, simulando, di evitare a suo marito un gran dolore. C'era da farlo morire di crepacuore quel pover'uomo, se gli avesse detto di qual refe era fatta l'amicizia di Franzon. E non si accorse che intanto l'uomo scaltro ed erudito la dominava colla sua stessa paura e l'aggiogava come una schiava al carro della sua colpa.

Quando tornai a Padova, dopo le vacanze, mi parve di leggere nel volto meno chiaro della bella, Nina come una nota misteriosa di dolore o di avvilimento. Essa mi fece capire che aveva qualche ragione segreta di vivi dispiaceri. Malgoni stava abbastanza bene e aveva ripigliato il suo ufficio, ma l'amico di casa s'era impadronito così bene del cuore del suo malato, che ormai il pover'uomo non vedeva che per gli occhi del dottore, non parlava che per la sua bocca.

Non ci vuole che un marito per non vedere: ma la gente cominciò a mormorare. Le donnette volevan quasi far credere che il dottore mirasse ad avvelenare Malgoni colla digitale o a corroderne la vita coi deprimenti. Questa calunnia, messa fuori colla solita sventatezza delle teste piccine, non fu senza conseguenza per una fantasia riscaldata come la mia; la malinconia, il pallore e le lagrime della povera siora Mina non erano per sè un terribile capo d'accusa?

Da quel dì cominciai a guardare in cagnesco il piccolo dottor Grobian, dal naso d'aquilotto, dalle spalle di facchino, che andava schiacciato sotto l'enorme tuba e infagottato nell'enorme cravattone di seta. E siccome ringhio suscita ringhio, anche Franzon imparò a conoscermi e a guardarmi in cagnesco tutte le volte che m'incontrava sul pianerottolo o nell'androne della casa. Anche lui aveva le sue spie e qualcuno doveva avergli parlato dei miei sonetti e de' miei trilli di flauto.

Si arrestava con sfacciataggine a squadrarmi, colle mani dietro la schiena, colle quali dimenava una grossa canna come una coda e con quegli occhi pesti pareva dirmi:—Ocio, matricolino, che so tutto e ti posso far legare.—Il Trovatore aveva dello velleità patriottiche, io era allora un bel giovinetto, con un bel pizzo di barba: e anche quel po' di barba poteva essere interpretata come un'idea sovversiva. Parlo dei tempi dei tedeschi.

Mosso tra un marito geloso e un ringhioso amico di casa, il meno che potessi fare era di usar prudenza, di rimettere il flauto nell'astuccio, di sacrificare qualche sonetto, di compatire da lontano a una povera donna caduta come un'agnella negli unghioni d'un orso buono e stupido e di un lupo furbo ed affamato.

E le cose sarebbero andate avanti un pezzo così, e sarebbero fors'anche finite in qualche maniera colla pace o colla noia, se tutto ad un tratto l'illustre Franzon non fosse stato ufficiato ad assumere la direzione dell'Ospedale delle partorienti a Venezia, carica che portava il grado di medico di Corte e il titolo di cavalier della Corona di ferro. Bagatella!

Questa nomina che lusingava la sfrenata ambizione e l'avidità del bravo ginecologo, poteva essere per la siora Nina una vera liberazione.

Ma la poverina aveva fatto i conti senza il lupo. Franzon non era uomo da rinunciare troppo facilmente a una passione e a una comodità, neanche per l'onore della Corona di ferro. Scrisse da Venezia all'amico che c'era una bella combinazione, un posto vacante alla contabilità di quella delegazione, con qualche vantaggio di soldo, che lui poteva raccomandarlo a persone influenti: e poi tornò a scrivere che l'aria delle lagune più calma, più carica di sale, era fatta apposta per i mancamenti di respiro; non perdessero tempo, inoltrassero subito una domanda all'I. R. delegato: al resto pensava lui….

—Il lupo voleva avere la pecorella vicina…

—Precisamente così. La povera Nina che di quella maledizione ne aveva abbastanza, usò di tutta la sua influenza presso il marito perchè non si movesse; gli dimostrò che a Padova stavan bene, che vi avevano amici e parenti, una bella casa, tutte le migliori comodità, mentre un trasloco è una tempesta, un danno, un fastidio infinito. Pregò tanto, carezzò tanto la barba grigia del suo Malgoni, che costui, pigro già la sua parte e nemico dei trambusti, finì col ringraziare l'amico lontano e disse di no.

Questa risposta non fece che aguzzare la voglia dell'illustre ginecologo e colla voglia il dispetto e la rabbia. Tornò a scrivere; ma vedendo che sprecava il suo inchiostro, e che Malgoni era deciso a non muoversi, cominciò a insinuare bel bello qualche sospetto nell'animo dell'amico. Gli fece capire che la Nina aveva qualche motivo di non abbandonare Padova, città allegra, piena di studenti e di capi scarichi, che fanno all'amore coi sonettini o coi trilli di flauto….

—Birbo!

—….Tre volte birbo! Il marito, facile a insospettirsi, aprì gli occhi, osservò, dissimulò, e può essere che cogliesse qualche segno a volo. Ma non volendo far scene per paura d'uno scandalo, una sera, detto fatto, annuncia alla Nina che aveva accettato il posto: si preparasse a sbarazzare la casa e a partire per Venezia….

La povera donna, che cominciava appena a respirare e a godere la sua libertà, còlta in un momento cattivo, dichiarò a Malgoni che lei a Venezia non sarebbe andata….

«Ah! tu non vuoi venire?…—gridò con voce ironica il vecchio geloso: e siccome l'amico lontano in quei giorni aveva avuta la bontà d'inviargli tutta la raccolta de' miei sonetti innocenti, in cui il nome di Nina tornava spesso a rimare con divina, armato di quei documenti, si scagliò sulla povera donna e cominciò a batterla.

«So tutto, svergognata! so tutto, brutta traditora, senza cuore e senza carità. E tu fai all'amore, mentre hai il marito malato, quasi moribondo? e tu dimentichi così il bene che ti ho fatto, brutta servaccia?»

E siccome non cessava di picchiare con un pezzo di riga sulla spalla e sulla testa della povera donna, alle grida, ai pianti di costei, si risvegliò la casa, si aprì qualche finestra, comparvero dei lumi, e cominciarono gli uhè…. di sotto o di sopra.

La Nina che non capiva bene per colpa di chi la battesse il suo padrone, aveva cercato di scappare dall'uscio sul ballatoio; e fu allora che il vecchio esasperato, pensando forse che volesse fuggire di casa, le sbarrò il passo, l'afferrò pei capelli e la fece strillare come un'aquila.

Era troppo ormai anche per un matricolino. Corsi di sopra, piombai su quel disperato, che al mio comparire si fece livido; poi non so dire quel che sia avvenuto.

Pare che l'emozione fosse troppo forte per il vecchio malaticcio, o che una violenta stretta di cuore soffocasse insieme la bile, il sangue e la vita.

Cadde come un sacco slegato, lo circondarono, lo portarono sul letto, e nella notte stessa morì, con infinito spavento della povera Nina, che s'immaginava quasi d'averlo ammazzato.

Due giorni dopo questi fatti alcuni compagni corsero a casa mia ad avvertirmi che avevano arrestato Branchetti, il direttore del Trovatore e che la polizia era in cerca di me. Non era il caso di stare ad aspettarla.

Le guardie entrarono in casa mia o sequestrarono le carte, le robe, il flauto, Padova non era più aria buona per me: e per non aspettare di peggio, la notte stessa presi la strada del confine.

—Era anche questo un intrigo di Franzon?

—…. Còlto nel segno! Coll'ingegno che natura gli ha dato egli aveva saputo dimostrare alla polizia centrale di Venezia che a Padova si congiurava contro l'ordine costituito e che un branco di giovinastri mazziniani nelle conventicole del Trovatore inneggiavano all'Italia sotto l'allegorico nome di Nina.

—Che talento! Non poteva vendicarsi con più spirito. E come finì?

—Finì che, morto Malgoni, e venuto al mondo, sei mesi dopo il funerale, un bel maschietto, la povera Nina trovò ancora della sua convenienza di andare a Venezia e d'acconciarsi in casa del suo nuovo padrone e tiranno; il quale qualche tempo dopo trovò della sua convenienza anche lui di sposare la vedova e tirarsi in casa quel po' di ben di Dio che Malgoni le aveva lasciato sul testamento. La siora Nina dev'essere morta qualche tempo prima che entrassero gli Italiani in Venezia.

—Bella storia! e Franzon?

—Franzon sano, robusto, vispo come un pesce, di trionfo in trionfo, oggi è diventato una mezza illustrazione della scienza europea. Si dice che alla prima infornata abbiano a farlo senatore.

—…È naturale! Non son più i tempi dei tedeschi.

REGI IMPIEGATI

1.°

R. UFFICIO POSTALE
DI
CASTAGNAZZO.

N. di posizione ……… 3A N. di protocollo generale .. 34 N. di partenza ……… 25

OGGETTO: TOPI

Castagnazzo, addì 5 aprile 1880.

Essendosi verificato in questo Uffizio postale il grave inconveniente di topi rosicchianti che provenendo dal vicin canale entrano a guastar carte, lettere, ed eziandio gl'indumenti; non bastando a scongiurare i danni le varie trappole e stiaccie distribuite con opportuna oculatezza dal locale distributore, non che le paste velenose disseminate all'uopo, son venuto nella determinazione di assumere due gatti, naturali nemici a siffatti animali, che rimanendo in Uffizio in ispezial modo nelle ore notturne, potranno colla loro presenza e vigilanza intimorire i dannosi rosicchianti. A tale intento mi rivolgo a codesta direzione provinciale, perchè mi voglia ottenere un corrispettivo assegno sia per l'acquisto, come pel mantenimento dei due animali per tutto il tempo che non potrà essere riparato definitivamente il danno. Con osservanza

                  l'uff. dir.
                  PACCHIOTTI

All'Onor. direzione provinciale delle regie poste

In Broccasecca

2.°

R. UFFICIO POSTALE DI BROCCASECCA.

    N. di posizione …….. 545B
    N. di Protocollo generale .. 671
    N. di partenza ……… 844

    OGGETTO:
    TOPI e GATTI

Broccasecca, 20 aprile 1880.

L'Ufficio di Castagnazzo dipendente da questo circolo postale ci scrive con lettera del 5 andante mese come uno stormo di topi infesti danneggino le carte, le corrispondenze, non che gl'indumenti e i mobili di detto locale; onde si muove per mezzo nostro istanza a codesta Onorevole Direzione centrale affinchè voglia provvedere con una pronta riparazione o quanto meno assegnare un'adeguata somma per l'acquisto e il mantenimento di due animali felini, resi necessari dall'urgenza e condizione delle cose.

                               Per il Reggente
                                   BALOSSI

All'Onorevole direzione Centrale delle Regie poste

Milano

3.°

DIREZIONE GENERALE DELLE REGIE POSTE DI MILANO

    N. di posizione ……. 567494
    N. di Protocollo generale 278944CC
    N. di partenza ……. 27945

OGGETTO: GATTI E TOPI

Milano, 30 maggio 1880

Eccellenza,

Si è riscontrato nel'ufficio postale di Castagnazzo (Broccasecca) che le carte e le corrispondenze d'ufficio, non che vaglia e oggetti personali sono frequentemente danneggiati dai topi dell'attiguo canale. A rimuovere l'anzidetto inconveniente prego V.E. a voler ordinare un'ispezione di tecnici a detto locale e ad autorizzare intanto con equo assegno il dirigente ufficio ad acquistare e a mantenere due gatti comuni. Per il che credo possa bastare un assegno di L. 70 (settanta).

Con profondo ossequio.

Il direttore PASQUALIGO

All'Eccell. Ministro delle R. Poste

Roma

4.°

R. MINISTERO DELLE POSTE e dei r.r. TELEGRAFI

N. di posizione…….4448894 N. di Protocollo generale. 2496AAB N. di partenza…….4894215

OGGETTO: ASSEGNO PER ANIMALI FELINI.

Risposta a lettera 30 maggio N. 278944CC

N. di posizione……. 562494 N. di Protocollo generale. 278944CC N. di partenza…….27945

Roma, 27 giugno 1890.

Ho ordinato a codesto ufficio tecnico una sollecita ispezione all'ufficio di Castagnazzo onde sia al più presto ovviato all'inconveniente, di cui nella emarginata nota; e nello stesso tempo ho ordinato che sia concessa la somma di L. 70 (settanta) in aumento alla dotazione annua dell'ufficio di Castagnazzo, circolo di Broccasecca, per l'acquisto e il mantenimento di due Gatti. Detta somma sarà dietro speciale mandato pagata dalla Regia Tesoreria di Milano e la S. V. avrà cura che nel Rendiconto annuale siano allegate le relative pezze giustificative.

                              per il Ministro
                                   PECORA

All'Onor. direzione della R. poste

Milano

5.º

R. TESORERIA DI MILANO.

Milano, 15 luglio 1890.

Avverto codesta Direzione che è arrivato, un mandato di L. 70 intestato Gatti.

                Il cassiere,
                   BOTOLA

Alla direzione delle R. Poste

Milano

6.º

REGIA DIREZIONE DELLE POSTE DI MILANO.

20 luglio 1890

Non esiste in questo ufficio il nominato Gatti per cui giace mandato di L. 70. Avverto invece che al cavalier Ratti non fu ancora pagato l'aumento sessennale. Prego verificare se è incorso errore.

Il direttore SALA.

All'Onor. R. Tesoreria

Milano

7.º

21 luglio.

Caro Sala! Il mandato dice Gatti; e in quanto allo spettabile cavaliere Ratti fate piacere a scrivere voi d'ufficio. Io vado a far colazione con un osso buco e spaghetti.

Vostro BOTOLA.

8.º

DIREZIONE DELLE R. POSTE DI MILANO

Milano, 1 agosto 1880.

Eccellenza,

Giace in questa Tesoreria un mandato di L. 70 intestato Gatti che si suppone appartenente a quest'ufficio. Credo sia incorso errore di nome, mentre all'egregio cavalier Ratti, nostro vice-cassiere, non è stato ancora pagato il dovuto aumento sessennale maturato col giugno u.s. Del che dò comunicazione a V.E. per le verifiche e rettifiche del caso.

Il direttore SALA.

A S. E., ecc.

9.º

DIREZIONE DELLE R. POSTE

Ufficio tecnico.

N. di posizione…….. 15 N. di Protocollo generale. 24CC N. di partenza……. 21875

OGGETTO: RIPARAZIONI,

Milano, 3 agosto 1880.

Autorizzo codesto ufficio provinciale a voler in relazione al rapporto del 20 aprile u.s. ordinare un sopraluogo all'ufficio di Castagnazzo, dipendente da codesto Circolo postale e a trasmettere colla massima sollecitudine un preventivo delle spese occorrenti in detto ufficio onde riparare agli inconvenienti lamentati nella sovracitata nota.

L'ing. capo VIRGOLA.

All'ufficio postale di Broccasecca.

10.º

UFFICIO POSTALE DI BROCCASECCA

    N. di posizione……..555B
    N. di Protocollo generale.915
    N. di partenza…….916

OGGETTO: RIPARAZIONI.

              Broccasecca, 15 agosto 1880.
  Urgentissima

Avverto codesto ufficio che per ordine del Regio Ufficio tecnico avrà luogo nei giorni di giovedì e venerdì della vegnente settimana un'ispezione dei signori ingegneri cavalier Cardone e cavalier Tarocco per provvedere al più presto a quei lavori di riparazione di cui è cenno nella Nota dello scorso 5 aprile.

                Il ff. di direttore
                     PERETOLA.

All'Ufficio Postale di Castagnazzo.

11.º

TELEGRAMMI DI STATO

Direttore poste Milano

Assegno Gatti Castagnazzo ordino pagamento Ratti.

Ministro.

(Continua….. sempre così).

ELOGI FUNEBRI

«Giusta di glorie dispensiera è morte» ha detto il poeta: o che sia presso a poco vero lo dimostra il seguente fatterello accaduto in Milano quest'inverno scorso, di cui possono far fede tutti coloro che hanno gli occhi per leggere un libro stampato.

Guai se non ci fosse la speranza che almeno sulla tua tomba il mondo ti renderà giustizia! Come potrebbero i galantuomini sopportare i titoli, gli onori, le ricchezze profuse ai furbi matricolati e ai birboni di mestiere, mentre gli onesti sdegnosi son lasciati nel cantuccio delle ragnatele, se pur non patiscono la fame e la malinconia? Come potrebbero gli artisti o gli scrittori morigerati sacrificare la vita all'ideale, al casto e magro ideale dell'arte che non si vende, mentre basta un'elegante porcheria per far di te un uomo di genio e per rendere famoso il tuo nome ai quattro punti cardinali? Ma consolatevi, o ignorati! ecco scende per voi la morte, giusta dispensiera di luce elettrica. Se non lascerete gloria e denari, vistosi monumenti e rimbombanti panegirici, immortale e invisibile sederà sulla vostra fossa la soddisfazione d'aver compiuto il proprio dovere; sul vostro capo cresceranno le simboliche ortiche, e meste circoleranno le lucertole dai glauchi occhi soavi. Detto questo, ecco il fatterello….

Quest'inverno scorso, quando più infieriva l'influenza e a Milano si moriva come muoiono le mosche ai primi freddi, tra i morti illustri che la città ebbe il dovere di rimpiangere e di portar via in fretta ci fu anche il commendatore Ugolino Cerbatti, un chimico di gran valore, membro effettivo del R. Istituto Lombardo, uno dei XL di Modena, S.c. della K.K. Ph. Ps. W.G. di Berlino e, se non sbaglio, cavaliere dell'Aquila nera, del Sole di Persia e di molti eccetera. Era insomma uno di quegli uomini illustri molto complicati, che portan via essi soli una pagina intera dell'Annuario della Pubblica Istruzione e che vanno al mondo di là vaiolati di asterischi e di onorificenze. I giornali, còlti in un momento di crisi politica e di raffreddori, non dissero quasi nulla dell'Uomo. Registrarono semplicemente con quattro righe la notizia della grave perdita tra un fatterello di cronaca e un rebus monoverbo, riportando al più i titoli sbagliati dei libri che il Cerbatti aveva scritti e anche di quelli che non aveva mai scritti. Si dette poi il caso che in quel giorno fosse mancato anche un uomo mezzo politico, certo Palamede Bottigella, ex cuoco dell'albergo Rebecchino, ex garibaldino, vicepresidente dell'associazione dei giovani di caffè, un vecchio combattente delle gloriose Cinque Giornate, che fece una spietata concorrenza all'altro morto dell'Istituto lombardo. Specialmente i fogli radicali, che non avevano una parola per il chimico illustre, profusero un barile d'inchiostro a celebrare le virtù, il disinteresse e i sensi veramente liberali del valoroso Bottigella, che in fine per la patria non si era nemmeno fatto ammazzare.

Io non spingo la mia aristocrazia intellettuale fino al punto da preferire sempre e in ogni circostanza un membro del R. Istituto lombardo a un cuoco onesto che sappia bene il suo mestiere; anzi come m'inchino ai meriti della scienza, così m'inchino ai meriti del patriotismo. Ma vorrei che la stampa davanti alle tombe fosse meno avara di carattere garamone anche verso gli uomini che fanno progredire le scienze, le lettere e le arti e che, onorando sè, onorano insieme la patria e l'umanità.

Se Chevreul non avesse scoperta la stearina, avremmo noi le candele steariche? Se Hoffmann non avesse saputo estrarre i colori d'anilina dal carbon fossile, avremmo noi i bei colori di anilina? Senza l'ingegno di un Liebig avrebbe potuto il Bottigella preparare una buona tazza di brodo e servirla calda in cinque minuti?

Questo basta a dimostrarvi che in tutti i campi dell'umana attività l'ingegno e la volontà si equivalgono, perchè da molte parti l'umanità concorre a ungere le ruote del civile progresso. Tornando al povero Comm. Cerbatti, s. c. della K. K. ecc., appena si seppe ch'egli era morto davvero, il presidente dell'Istituto, un poco influenzato e febbricitante anche lui, non potendo prender parte personalmente, scrisse al socio corrispondente professore Falci per pregarlo di voler compiacersi di rappresentare il sodalizio ai funerali del compianto collega.

Chi ha qualche cognizione di spettroscopia sa che Federico Falci è oggi uno dei più stimati cultori di questa scienza, Ma pochi sanno che strano uomo sia nelle cose ordinarie della vita e come ogni avvenimento che esca un dito da' suoi studi basti a fargli perdere la sinderesi e a buttarlo in una tremenda confusione di spirito.

Figlio di un portinaio di casa Gambarana, venuto su a forza d'ingegno, di studio e di sussidi di carità; costretto per molti anni a vivere nella soggezione di una mezza povertà, egli ama vivere nel suo guscio, tra i suoi libri, sotto la guida e la protezione di sua sorella, una donnona grassa, ignorante, tutta esperienza, che lo veste come un abate e lo mantiene come un ragazzo. Il Falci poco o nulla sa di quel che accade nel mondo politico e nel mondo elegante: poco o nulla legge di quel che si stampa fuori de' suoi libri e delle sue riviste irte di formole matematiche. Serafina pensa a vestirlo, a nutrirlo, a fargli la barba, a parlare, a rispondere per lui tutte le volte che cápita di trattare qualche piccolo interesse di famiglia e si persuade, l'ingenua donna, che i libri son fatti apposta per imminchionire gli uomini. Nell'animo suo la Serafina pensa che, se non ci fossero gli ignoranti a salvare il buon senso, il mondo diventerebbe in breve andare una gran gabbia di matti.

Guai se la buona Serafina non pensasse a mettere in disparte tutti i mesi qualche soldo degli stipendi del suo Taddeo, il pover'uomo, a lasciarlo fare, ingolfato a leggere e a graffiare que' suoi libracci mezzo greci e mezzo turchi, si lascerebbe marcire la camicia indosso. Essa ha trovato apposta per lui il nome tondo di Taddeo, perchè le pare d'indicar meglio e di riassumere meglio con questo nome la bontà e la dottrina balorda di suo fratello scienziato.

Delle passioni umane, oltre i libri, il Falci non ne conosce che una, per il suo caffè nero, quel buon caffè nero un po' lungo della Serafina, ch'egli beve caldo in una scodella larga di maiolica, come se fosse brodetto, e che lo tien alacre e sveglio tutta la notte sui libri, finchè i passeri vengono a saltellare sul davanzale e il sagrestano muove le campane della vicina chiesa.

Dato un uomo di questa natura, è facile immaginare come la preghiera del Presidente gli dovesse orribilmente seccare. Oltre alla perdita di tempo, al pigliar freddo, al bagnarsi i piedi con tutta la neve ch'era caduta in terra, bisognava vestirsi di nero, mettersi in vista, leggere un discorso…. C'era da sudar caldo e freddo per un uomo come lui! Tuttavia nella sua docile obbedienza, che in fondo si riduceva a una grande incapacità di disobbedire, per non saper che scuse pescare, per paura di mancare a un sacro dovere, per rispetto al morto, accettò la rappresentanza. La Serafina tirò fuori dall'ultimo cassettone i calzoni neri, che mandavano un acre odore di canfora e di pepe, li sciorinò all'aria; poi dalla guardaroba cavò il palamidone di panno, preparò i guanti, la camicia di bucato, il cappello a cilindro, bello lucido e spazzolato, e suggerì anche qualche idea del discorso funebre. Il povero Taddeo, così dotto come sapete, così agguerrito di spettroscopia, era un pesce fuori dell'acqua messo a trattare di argomenti in cui entrasse un poco di sentimento e di bello stile.

Col Cerbatti non si eran trovati che poche volte nella sala quasi oscura dell'Istituto e forse non gli aveva detto dodici parole in tutta la sua vita, Poco o nulla sapeva delle virtù che il morto aveva avute o avrebbe dovuto avere prima di morire, e nella sua fanciullesca ignoranza non pensava nemmeno a quel che tutti sanno, cioè che i morti hanno tutte le virtù possibili e specialmente quelle che non hanno avute. Ma la Serafina che era sempre il suo braccio diritto in tutte le contingenze, vedendolo più impicciato d'un pulcino nella stoppa, pensò d'andar lei in cerca di notizie. Uscì, cercò del bidello dell'Istituto, un suo vecchio vicino di casa, che la presentò al segretario: e dopo qualche ora tornò con un foglietto pieno di dati biografici e bibliografici che presentò al fratello dicendo:

—Eccoti il tuo morto. Gianella dice che questo tuo scienziato era un avaro dannato, che non regalava mai un soldo di mancia a nessuno; ma non è necessario che tu lo dica nel tuo elogio. Dirai anzi il contrario, che aveva le mani buche, che aiutava i poverelli. Si dicon tante bugie per i vivi, che si può dirne una anche per un morto. E a questo proposito mi ricordo d'aver conservato l'elogio che hanno stampato a Lecco, quando morì quel nostro povero zio prete, che fu un gran mangiatore di libri anche lui e che a furia di libri morì pitocco come Giobbe. Penso che ci siano lassù dei periodi che possono andar bene anche per questo avaro. Ogni paio di calze e ogni camicia vanno bene ad un morto. Del resto Gianella mi ha anche detto che il tuo scienziato era sordo come una campana; per cui gli puoi cantare anche l'Epistola che lui non sente lo stesso.

Con questi incoraggiamenti e coll'aiuto della necrologia stampata in onore dello zio prete, a furia di pestar nel calamaio colla penna, riuscì anche a Taddeo di mettere insieme trent'otto righe di belle parole non prive d'un certo suono, colla solita citazione del Foscolo: «Sol chi non lascia eredità d'affetti… Cominciava così:» Davanti a questa bara che racchiude i resti mortali del nostro compianto collega ed amico, la voce vien meno e altro non resta che di pronunciare un mesto addio a nome di quell'Istituto di cui egli fu gloria e ornamento…

E finiva coll'epifonema:—Salve, spirito eletto! tu hai finito di soffrire in questa dolorosa battaglia della vita…. (Questa frase era tolta di peso dall'elogio dello zio prete morto dopo lunga malattia d'un cancro allo stomaco) …. Valga l'esempio delle tue nobili virtù d'incitamento a tutti noi, che abbiamo imparato alla tua scuola come si possa congiungere la scienza all'ideale, la modestia alla virtù, la costanza dei propositi alla bontà indulgente dell'animo. (Tutta roba rubata allo zio prete).

* * *

Serafina trovò il discorso fin troppo bello per un avaraccio, che non dava mai un soldo di mancia a nessuno. Vestì il suo Taddeo, lo spazzolò una volta più del solito, gli accomodò la cravatta, gl'infilò i guanti neri sui diti grossi come salamini e lo buttò fuori dell'uscio che già sonavano le nove e mezza, l'ora stabilita per il trasporto.

Taddeo sceso in furia le scale e nella confusione di spirito in cui si trovava, invece di piegare a destra, nella direzione di San Giorgio, seguendo l'abitudine di tutti i giorni, voltò a sinistra verso Brera e l'Istituto. Non si accorse d'aver sbagliato, se non quando fu sulla porta del palazzo. Questo contrattempo aiutò a scombussolarlo ancor di più.

Tornò in fretta sui propri passi e col suo andare sconnesso e frettoloso che gli dava l'aria d'un barile rotolato, passò in mezzo al gran via vai delle strade, coi pensieri arruffati, masticando macchinalmente la prima frase del discorso: «Davanti a questa bara» col fastidio di chi sente dolere il dente guasto mentre sale le scale del dentista.

Non poteva quel benedetto Presidente incaricare qualche altro di questa faccenda? C'è della gente che va così volentieri ai funerali e par fatta apposta per accompagnare i defunti illustri, per far dei discorsi, per mettersi in vista come lampadari! C'è chi non manca mai al séguito d'un morto di talento, e ci tiene anzi a far sapere che c'è, a far mettere il nome sul giornale. A queste piccole fiere del dolore non manca mai chi ha da spacciare un residuo di vanità insoddisfatta. Ebbene, perchè non fanno una società di mutuo accompagnamento questi lampadari, che si accendono alla fiamma d'un illustre che se ne va, e perchè non lasciano stare in pace i poveri diavoli, che amano lavorare nel loro guscio?

In queste idee ch'egli brontolava mentalmente insieme a frasi smozzicate dell'elogio funebre, il Falci arrivò alla casa del morto, in via dei Piatti; ma sentì che il morto era già partito.

Voltò subito ancora più sconcertato verso la chiesa di S. Giorgio, e visto sulla porta di questa un nomo vestito di rosso, lo scaccino, gli domandò:—Il morto? voglio dire il Commendatore?

—Eh, eh!…—rispose lo scaccino, tagliando l'aria colla mano, per significare:—A quest'ora è già in paradiso.—Però se imbocca San Sisto e infila Santa Marta, in dieci minuti lo può raggiungere…. È un funeralone, non può sbagliare.

Lo scaccino parlava ancora che già il nostro Taddeo imboccava San Sisto e infilava Santa Marta: di là scendeva verso la piazza del Castello: e finalmente, giunto nelle vicinanze della chiesuola detta della Madonnina, gli parve di vedere il suo morto, cioè una gran folla nera che si addensava dietro un carro alto coperto di fiori, nella nebbia di quella giornata bigia di febbraio. E non aveva ancora raggiunto il corteo che risonò in lontananza una malinconica marcia funebre, che dopo aver messo anche il nostro Taddeo al passo cadenzato delle meste circostanze, lo commosse un pochino. Quei clarinetti parevano gemere sulla vanità delle glorie umane….. Ma! Taddeo si asciugò la fronte (era stata una bella corsa!) si mise in coda anche lui in mezzo ai poveri, e lentamente, quanto fu lunga quell'eterna strada, seguitò il suo morto, badando a schivare il fango e le pozze d'acqua.

Al cimitero monumentale, (così detto perchè ci sono dei brutti monumenti) il feretro fu deposto sotto un portico praticabile alle correnti d'aria e ai dolori reumatici e venne subito circondato dalle rappresentanze e da molte bandiere. Il prof. Falci, agitando il suo foglietto, cercò di farsi strada in mezzo ai dolenti, finchè trovò un buon parente, meno dolente degli altri, che lo fece passare mentre già si recitava un discorso. Il nostro amico un po' per la distanza, un po' per il bisbiglio, un altro po' per la confusione e per la soggezione, non afferrò di quel primo discorso che qualche frase più sonora, come…. patrie battaglie…. sentimenti liberali… principii immortali della democrazia….