A un tratto, mi ricordai d’un appunto preso sul mio quaderno prima di partire per l’Olanda, mi fermai, e feci al mio compagno questa domanda:
“Le serve son anche in Olanda il tormento eterno delle signore?”
Qui mi tocca fare un po’ di parentesi. È noto e arcinoto che le signore non tanto altolocate da non aver che fare direttamente colle loro donne di servizio, le signore, voglio dire, che hanno una donna sola, che fa da cuoca e da cameriera, discorrono, nelle loro visite, per una buona parte del tempo, della loro serva. Son sempre gli stessi discorsi di difetti insopportabili, d’insolenze sopportate, di tu per tu, di ruberie sulla spesa, di sperperi, di menzogne, di pretensioni sfrontate, di congedi e di ricerche e d’altre calamità consimili, che finiscon sempre nel ritornello doloroso: che serve oneste e fidate, come quelle d’una volta che s’affezionavano alle famiglie e invecchiavano nelle case, non ci son più; che bisogna cambiare di continuo; che non c’è più modo di tirare innanzi. È vero? non è vero? è una conseguenza della libertà e dell’eguaglianza delle classi, che ha reso più duro il servire e più esigente chi serve? è un effetto del rilassamento dei costumi e della disciplina pubblica, che si fa sentire anche in cucina? Comunque sia, il fatto è che io pure in casa mia sento battere eternamente quel chiodo, tanto che un giorno, prima di partire per la Spagna, dissi a mia madre: “Guarda, se qualche cosa, a Madrid, potrà consolarmi della lontananza della famiglia, sarà il non sentir più toccare quest’odioso argomento.” Arrivo a Madrid, entro in una Casa de Huespedes, la prima cosa che mi dice la padrona è che ha cambiato tre serve in un mese, che è una disperazione, che non si sa più a che santo voltarsi; e così ogni giorno, per tutto il tempo che stetti là, una lamentazione infinita. Tornai a casa, raccontai la cosa, si rise, e mia madre concludette che quella doveva essere una piaga di tutti i paesi. “No,” io dissi, “nei paesi del Nord non dev’essere così.”—“Vedrai e me ne darai notizie,” mi rispose mia madre. Vado a Parigi, e alla prima signora che conosco, domando: “Le serve sono anche qui come in Italia e in Spagna l’eterno tormento delle signore?” “Ah! mon cher monsieur” mi risponde giungendo le mani e alzando gli occhi al cielo; “ne me parlez pas de ça!” E lì una lunga storia di lotte, di espulsioni, di guai. Scrivo la cosa a mia madre, ed essa mi risponde: “Vedremo Londra.” Vado a Londra, entro in conversazione con una signora inglese a bordo del bastimento che mi conduce ad Anversa, e dopo poche parole, spiegatale prima la ragione della mia curiosità, le faccio la solita domanda. Essa volta la testa da un’altra parte mettendosi una mano sulla fronte e poi risponde spiccicando le parole: “Sono il fla-gel-lum De-i!” Scrivo a casa dandomi per vinto, soggiungendo però che mi resta una buona speranza per l’Olanda, paese quieto, dove le case sono tanto ordinate e pulite, e la vita casalinga così dolce; e mia madre mi risponde che essa pure propende a fare un’eccezione onorevole per l’Olanda. Ma il dubbio rimaneva sempre a lei ed a me, io ero curioso ed essa aspettava le notizie; ecco perchè feci quella domanda al mio cortese Cicerone di Delft. Ora ognuno si può immaginare con che ansietà io stessi aspettando la risposta.
“Signore” mi rispose l’olandese dopo un momento di riflessione, “le risponderò una cosa sola, ed è che in Olanda abbiamo un proverbio, il quale dice che le serve sono le croci della vita.”
Mi cascarono le braccia.
“Prima di tutto,” continuò, “c’è il guaio che, per poco che s’abbia una casa grande, bisogna tenerne due, una per la cucina e una per la pulizia, essendo quasi impossibile, con quella manía che hanno di lavare fin l’aria, che una sola faccia le due cose. Poi son tutte assetate rabbiose di libertà; vogliono star fuori la sera fino alle dieci; avere di tratto in tratto una giornata completamente libera. Poi bisogna tollerare che il loro fidanzato o altro le venga a pigliare in casa; tollerare che ballino per la strada; tollerare che facciano il diavolo nelle feste delle Kermess. Di più, quando si congedano, aspettare che se ne vadano quando piace a loro, e qualche volta si fanno aspettare dei mesi. Oltre a questo, una paga di novanta, di cento fiorini all’anno. Oltre la paga, un tanto per cento su tutti i pagamenti che fa il padrone; mancie, di stretto rigore, da tutti gli amici invitati; regali straordinarii di denaro e di robe; e soprattutto e sempre, pazienza, pazienza, pazienza.”
Ne sapevo abbastanza per parlarne in cattedra con mia madre, e rivolsi la conversazione sopra un argomento meno sconsolante.
Passando per una stradetta appartata, vidi una signora che s’avvicinò a una porta, lesse in un pezzetto di carta che v’era attaccato su, fece un atto di dolore e se n’andò. Dopo un momento, un’altra donna che passava, si fermò, lesse e tirò via. Domandai una spiegazione al mio compagno, il quale mi fece conoscere un uso assai curioso degli Olandesi. Su quel pezzetto di carta v’era scritto che il malato tale dei tali stava peggio. In molte città di Olanda, quando uno s’ammala, la famiglia affigge ogni giorno alla porta il bullettino sanitario, perchè gli amici e i conoscenti non abbian da entrare in casa a domandar notizie. Questa sorta d’annunzi si usano anche in altre occasioni. In certe città si annunzia la nascita d’un bambino appendendo alla porta una palla fasciata di seta rossa e di trina, il cui nome in olandese significa: prova di nascita. Se è una bambina, v’è su un pezzetto di carta bianca; se son gemelli, la trina è doppia; e per alcuni giorni dopo la nascita, si affigge pure un avviso che dice: «Il bimbo e la puerpera stanno bene, hanno passato una buona notte» o il contrario, secondo il caso. Una volta, quando sopra una porta c’era un annunzio di nascita, per nove giorni i creditori della famiglia non potevano picchiare alla porta; ma credo che quest’uso sia caduto, benchè dovesse avere la benefica virtù di promuovere l’accrescimento della popolazione.
In quella breve passeggiata per le strade di Delft, incontrai pure certe figure funebri che avevo già viste a Rotterdam, senza capire se fossero preti o magistrati o becchini, perchè il loro vestiario e il loro aspetto avevan un po’ delle tre cose. Portavano un cappello a tre punte, con un gran velo nero che scendeva sui fianchi, un vestito nero a coda di rondine, calzoni corti e neri, calze nere, mantello nero, scarpe con fibbie, cravatta e guanti bianchi; e un foglio listato di nero fra le mani. Il mio compagno mi spiegò che si chiamavano con un vocabolo olandese intraducibile aansprekers, e che il loro ufficio era di portar l’annunzio delle morti ai parenti ed amici dei defunti e di annunziarle per le strade. Il loro vestiario cangia in qualche particolare da paese a paese, e secondo che son cattolici o protestanti. In certe città hanno un enorme cappello alla don Basilio. Son per lo più pulitissimi e qualche volta vestiti e pettinati con una ricercatezza che contrasta irreverentemente col loro carattere d’impiegati della morte o, come li definì un viaggiatore, di lettere mortuarie viventi.
Ne vedemmo uno fermo dinanzi a una casa. Il mio compagno mi fece osservare che le finestre di quella casa avevano le imposte socchiuse, e mi disse che ci doveva esser morto qualcuno. Domandai chi. “Non lo so,” mi rispose “ma a giudicar dalle imposte non dev’essere un parente molto prossimo del padrone di casa.” Quest’argomentazione parendomi un po’ strana, egli mi spiegò che in Olanda, quando muore qualcuno in una famiglia, si chiudono le finestre con uno due o tre dei battenti mobili delle imposte, secondo che il parente è più o meno stretto. Ogni battente dinota un grado di parentela. Per il padre o la madre si chiudon tutti meno uno, per un cugino se ne chiude un solo, per un fratello due; e via discorrendo. Uso, c’è da credere, molto antico, e che dura ancora perchè in quel paese nessun uso si smette per capriccio, e si cangia soltanto quello che importa seriamente di cangiare, e dopo essersi arcipersuasi che si cangia in meglio.
Avrei voluto vedere, a Delft, la casa dov’era la birreria del pittore Steen, e dove egli prese probabilmente quelle sbornie famose, che furono oggetto di tante questioni fra i suoi biografi. Ma il mio ospite mi disse che non ce n’era memoria. Però, a proposito di pittori, mi diede la gradita notizia che io mi trovavo in quella parte dell’Olanda compresa fra Delft, l’Aja, il mare, la città d’Alkmar, il golfo d’Amsterdam e l’antico lago d’Haarlem, la quale si potrebbe chiamare propriamente la patria della pittura olandese, e perchè i più grandi pittori vi nacquero, e perchè, presentando degli aspetti singolarmente pittoreschi, l’amarono e la studiarono con predilezione. Ero dunque proprio nel seno dell’Olanda e partendo da Delft mi sarei sprofondato nel suo cuore.
Prima di partire, vidi ancora di sfuggita l’arsenale militare che occupa un grande edifizio, il quale serviva prima di magazzino alla Compagnia delle Indie orientali, e comunica con un’officina d’artiglieria e una gran polveriera posta fuori della città. V’è ancora, a Delft, la grande scuola politecnica degl’ingegneri, la vera scuola di guerra dell’Olanda, dalla quale escono gli ufficiali dell’esercito di difesa contro il mare, e son questi giovani guerrieri delle dighe e delle cateratte, trecento circa, che danno vita alla tranquilla città di Grozio. Mentre mettevo il piede nella barca che mi doveva condurre all’Aja, il mio olandese mi descriveva l’ultima festa quinquennale celebrata a Delft dagli studenti; una di quelle feste particolari dell’Olanda, specie di mascherate storiche, che sono come un riflesso della sua grandezza passata, e servono a mantener viva nel popolo la tradizione dei personaggi e degli avvenimenti illustri d’altri tempi. Una grande cavalcata rappresentava l’entrata in Arnhem nel 1492 di Carlo d’Egmont, duca di Gheldria, conte di Zuften; di quella famiglia d’Egmont, che diede col nobile e sventurato conte Lamoral la prima grande vittima della libertà olandese alla scure del duca d’Alba. Duecento studenti a cavallo, con bardature principesche, con armature, con cotte d’armi dorate e stemmate, agitando alteramente i grandi pennacchi e le grandi spade, formavano il corteggio del duca di Gheldria. Seguivano gli alabardieri, gli arcieri, i lanzichenecchi vestiti delle foggie pompose del decimoquinto secolo; suonavan le bande musicali; la città brillava tutta di lumi; e per le sue strade formicolava una folla immensa accorsa da ogni parte d’Olanda a godere quella splendida visione d’un’età lontana.
L’AJA.
La barca era vicina a un ponte, in un piccolo bacino formato dal canale che va da Delft all’Aja, e ombreggiato dagli alberi della sponda come un laghetto di giardino.
Le barche che portan passeggieri da una città all’altra si chiamano in olandese trekschuiten.
Il trekschuit è la barca tradizionale, emblematica dell’Olanda, com’è per Venezia la gondola. L’Esquiroz la definì: il genio della vecchia Olanda galleggiante sulle acque. E infatti, chi non ha viaggiato in trekschuit, non conosce l’aspetto più originale e più poetico della vita olandese.
È una grande barca occupata quasi tutta da un casotto, della forma d’una diligenza, diviso in due scompartimenti: quello a prora per la seconda classe e quello a poppa per la prima. Sulla prora è piantata un’asta di ferro con un anello per il quale passa una lunga corda che da una parte si va ad annodare vicino al timone, e dall’altra a un cavallo di rimorchio montato da un barcaiolo. Le finestrine del casotto hanno le loro tendine bianche; le pareti e le porte sono dipinte; dentro lo scompartimento di prima classe vi son dei sedili con cuscinetti, un piccolo tavolino con qualche libro, un armadio, uno specchietto; ogni cosa lucidissimo. Posando la valigia, lasciai cadere un po’ di cenere di sigaro sotto il tavolino; dopo un minuto rientrai e non ce la vidi più.
Ero solo; non ebbi da aspettare molto tempo; il timoniere fece un cenno, il rimorchiatore montò a cavallo, e il trekschuit cominciò a scorrere mollemente sul canale.
Era un’ora dopo mezzogiorno e splendeva un bellissimo sole, ma la barca passava nell’ombra. Il canale era fiancheggiato da due file di tigli, di olmi, di salici, e da siepi alte, che nascondevano la campagna. Pareva di navigare a traverso un bosco. A ogni svoltata si vedeva una lontananza profonda, tutto verde e chiuso, e qualche mulino a vento sulla sponda. L’acqua era coperta di un tappeto di lemna, e in alcuni punti tempestata di fiorellini bianchi, d’iridi, di ninfee, di lenti palustri. L’alta spalliera di verzura che fiancheggiava il canale, s’apriva qua e là in brevi tratti, e allora si vedeva come da una finestra l’orizzonte lontano della campagna, che subito era rinascosto.
Ogni tanto s’incontrava un ponte. Era bello vedere la rapidità, con cui l’uomo a cavallo, e un altro, fisso là di guardia, facevan la manovra delle corde per far passare il trekschuit; e come i due conduttori, quando i trekschuiten s’incontravano, si cedevano il passo, l’uno facendo scorrer la corda sotto quella dell’altro, senza dire una parola, senza salutarsi neanco con un sorriso, come se la serietà e il silenzio fossero obbligatorii. Per tutta la strada non si sentiva altro rumore che il frullo delle ali dei mulini.
S’incontravano dei barconi carichi di legumi, di torba, di pietre, di botti, rimorchiati con una lunghissima corda da un uomo aiutato qualche volta da un grosso cane con una cordicella al collo. Alcuni erano rimorchiati da un uomo, una donna e un ragazzo, l’uno dietro l’altro, colla fune legata a una specie di sottopancia di cuoio o di tela; tutti e tre tanto inclinati innanzi da non capire come malgrado il ritegno della fune potessero tenersi in piedi. Altri barconi eran rimorchiati da una vecchia sola. Su parecchi, c’era al timone una donna con un bambino al seno; altri bambini intorno; un gatto sur un sacco, un cane, una gallina, dei vasi di fiori, delle gabbie d’uccelli. Su altri la donna faceva la calza dondolando una culla col piede; su altri faceva da mangiare; in alcuni, tutta la famiglia, meno uno che rimorchiava, stava mangiando in crocchio. E non si può dire la pace che spirava nei visi di quella gente, nell’aspetto di quelle case acquatiche, di quegli animali divenuti, in certo modo, anfibii; la placidità di quella vita galleggiante, l’aria sicura e libera di quelle famiglie erranti e solitarie. E così vivono in Olanda migliaia di famiglie che non hanno altra casa che la barca. Un uomo piglia moglie, fra tutti e due comprano un battello, ci s’installano e portan le derrate da un mercato all’altro. I bambini nascon sui canali, sono allevati e crescon sull’acqua; la barca porta le masserizie, il piccolo peculio, le memorie domestiche, gli affetti, il passato, tutto il bene presente e tutte le speranze dell’avvenire. Si lavora, si risparmia, e dopo molti anni si compra un battello più grande, vendendo la vecchia casa a una famiglia più povera, o lasciandola al figlio maggiore che vi condurrà una sposa cresciuta sur un altro battello, e adocchiata per la prima volta in un incontro sul canale. E così di barca in barca, di canale in canale, la vita scorre soave e tranquilla, come la casa vagabonda che la ricetta e l’acqua silenziosa che l’accompagna.
Per un pezzo non vidi sulle due sponde che piccole case di contadini; poi cominciai a vedere villette, chioschi e capanni, mezzo nascosti fra gli alberi; e negli angoli più ombrosi, qualche signora bionda, vestita di bianco, seduta, con un libro in mano; o qualche grosso signore avvolto in un nuvolo di fumo, coll’aria soddisfatta del negoziante arricchito. Tutte queste villette son dipinte d’un color roseo o azzurrino, hanno i coppi del tetto inverniciati, terrazzi sostenuti da colonnine, e giardinetti davanti o intorno, con aiuole e sentieri da presepio; miniature di giardini, puliti, lisciati, leccati. Alcune case son poste sull’orlo del canale, col piede nell’acqua; e lascian vedere i fiori, i vasi e i mille ninnoli luccicanti dell’interno delle stanze. Quasi tutte hanno un’iscrizione sulla porta, che è come l’aforismo della felicità domestica, la formula della filosofia del padrone, come:—La pace è denaro.—Piacere e riposo.—Amicizia e società.—I miei desiderii sono soddisfatti.—Senza fastidi.—Tranquillo e contento.—Qui si godono i piaceri dell’orticultura.—Qua e là c’era qualche bella vacca bianca e nera, accovacciata sulla sponda, col muso a fior d’acqua, che sollevava placidamente la testa verso la barca. Incontravamo degli stormi d’anitre che si scansavano per lasciarci passare. C’erano di tratto in tratto a destra e a sinistra dei canaletti quasi coperti da due alte siepi che consertavano i rami formando una vôlta di verzura, sotto la quale si vedevano allontanarsi e sparire nell’oscurità delle barchette di contadini. Di tempo in tempo, in mezzo a tutto quel verde, saltava fuori all’improvviso un gruppo di case, un villaggetto variopinto e lindo, coi suoi specchietti e i suoi tulipani alle finestre; senza un’anima viva; e quel silenzio profondo era rotto da un’arietta allegra d’un campanile che non si vedeva. Era un paradiso pastorale, un paesaggio da idillio, pieno di freschezza e di mistero; un’arcadia chinese, tutta piccoli nascondigli, piccole sorprese, piccoli artifizi innocenti di bellezza, che facevan l’effetto come di tante voci sommesse di gente invisibile che bisbigliassero:—Siamo contenti.
A un certo punto il canale si biforca; un braccio che si nasconde fra gli alberi va a Leida, l’altro volge a sinistra e va all’Aja. Dopo questo punto, il trekschuit cominciò a soffermarsi ora dinanzi a una casa, ora dinanzi alla porta di un giardino per ricevere involti, lettere e imbasciate a voce da portare all’Aja.
Un vecchio signore uscì da una villa e salì accanto a me. Parlava francese, attaccammo discorso. Era stato in Italia, sapeva qualche parola d’italiano, aveva letto Les fiancés; mi domandò dei particolari sulla morte di Alessandro Manzoni: dopo dieci minuti, l’adoravo. Da lui ebbi dei ragguagli sul trekschuit. Per capire la poesia di questa barca nazionale, bisogna fare dei viaggi lunghi, in compagnia di gente del popolo. Allora ognuno ci s’installa come in casa sua, le donne lavorano, gli uomini salgono a fumare sul tetto; desinano tutti insieme; dopo desinare, si adagiano fuori del casotto per vedere tramontare il sole; i discorsi si fanno più intimi, la brigata diventa una famiglia. Vien la notte; il trekschuit attraversa come un’ombra dei villaggi immersi nel silenzio, scivola sui canali inargentati dalla luna, si nasconde nelle macchie, esce nell’aperta campagna, rasenta le case solitarie in cui brilla la lucerna del contadino, e incontra barche di pescatori che gli passano accanto come fantasmi. In quella pace profonda, in quell’andar lento ed eguale, uomini e donne s’addormentano a poco a poco gli uni accanto agli altri e la barca non lascia più dietro di sè che il bisbiglio confuso dell’acqua e dei respiri.
Via via che s’andava innanzi, i giardini e le ville spesseggiavano. Il mio compagno di viaggio mi accennò un campanile lontano, e mi nominò il villaggio di Ryswijk, dove fu firmato nel 1697 il celebre trattato di pace tra la Francia, l’Inghilterra, la Spagna, l’Alemagna e l’Olanda. Il castello del principe d’Orange, dove convennero i firmatari, non esiste più, e fu alzato in suo luogo un obelisco.
Tutt’a un tratto, il trekschuit uscì di mezzo agli alberi, e vidi una vasta pianura, un gran bosco e una città coronata di torri e di mulini a vento.
Era l’Aja.
Il barcaiolo mi chiese e ricevette i denari in un sacchettino di cuoio. Il rimorchiatore stimolò il cavallo. In pochi minuti arrivammo in città, e dopo un quarto d’ora io mi trovavo in una stanza luccicante dell’Albergo Turenna, chi sa! forse nella stanza medesima dove il celebre maresciallo aveva dormito da giovanetto quando era al servizio dell’Olanda.
L’Aja—in olandese S’Gravenhage o S’Hage,—la capitale politica, la Washington dell’Olanda, della quale Amsterdam è la New-York,—è una città mezza olandese e mezza francese, con larghe strade senza canali; vaste piazze piene d’alberi, case signorili, alberghi splendidi, e una popolazione composta in gran parte di ricchi, di nobili, d’impiegati, di letterati, d’artisti; e d’un popolino più raffinato che quello delle altre città olandesi.
Nel primo giro che feci per la città, quello che mi colpì di più furono i quartieri nuovi, dove abita il fiore dell’aristocrazia danarosa. In nessuna città, nemmeno nel sobborgo Saint-Germain a Parigi, mi sentii tanto povero diavolo come in quelle strade. Sono strade larghe e diritte, fiancheggiate da palazzini di forme snelle e di colori gentili, con grandi finestre senza persiane, per le quali si vedono i tappeti, i vasi di fiori e i mobili sontuosi delle sale a terreno; con tutte le porte chiuse; e non una bottega, non un annunzio sui muri, non una macchia, non una festuca a cercarla con cent’occhi. Quando passai per quelle strade, v’era un silenzio profondo. Solo di tratto in tratto incontravo qualche carrozza aristocratica che scorreva sul pavimento di mattoni quasi senza far rumore, e vedevo qualche lacchè impalato dinanzi a una porta, o qualche testa bionda di signora dietro a una tendina. Passando rasente le finestre, osservavo colla coda dell’occhio il mio meschino vestiario di viaggiatore riflesso spietatamente dalle grandi vetrate, mi pentivo di non aver portato i guanti, provavo una certa umiliazione di non essere almeno cavaliere di nascita, e mi pareva di udire qua e là delle voci sommesse che dicessero:—Chi è quel pezzente?
Della città antica, la parte più considerevole è il Binnenhof, un gruppo di vecchi edifizi di differenti stili d’architettura, che da due lati guarda, su due vaste piazze, e da un altro sopra un grande stagno. In mezzo a questo gruppo di palazzi, di torri, di porte monumentali, d’un aspetto medioevale e sinistro, v’è uno spazioso cortile, nel quale s’entra per tre ponti e tre porte. In uno di quegli edifizi risiedevano gli Statolderi, e ora v’è la seconda Camera degli Stati generali; dalla parte opposta, v’è la prima Camera, i Ministeri e diversi altri uffici d’amministrazione pubblica. Il ministro dell’interno ha il suo ufficio in una piccola torre bassa, nera, lugubre, che pende a filo sulle acque dello stagno.
Il Binnenhof, la piazza che si stende ad occidente chiamata Buitenhof, e un’altra piazza di là dallo stagno chiamata Plaats, nella quale si giunge passando sotto una vecchia porta che faceva parte d’una prigione, furono il teatro dei più sanguinosi avvenimenti della storia d’Olanda.
Nel Binnenhof, fu decapitato il venerando Van Olden Barneveldt, il secondo fondatore della repubblica, la più illustre vittima di quella lotta secolare tra il patriziato borghese e lo statolderato, tra il principio repubblicano e il principio monarchico, che travagliò così miseramente l’Olanda. Il patibolo ora innalzato dinanzi all’edifizio dove sedevano gli Stati generali. Dalla parte opposta v’è la torre dalla quale si dice che Maurizio d’Orange, non visto, assistesse al supplizio del suo nemico. Nella prigione ch’è fra le due piazze, fu torturato Cornelio De Vitt accusato ingiustamente d’aver tramato contro la vita del principe d’Orange. Nel Plaats furono trascinati dal popolo furioso, laceri e insanguinati, Cornelio e Giovanni De Vitt, il gran pensionario, e là sputacchiati, calpestati, uccisi a colpi di picca e di pistola; e poi mutilati e vilipesi i loro cadaveri. Nella stessa piazza fu pugnalata Adelaide di Poelgest, amante d’Alberto, conte d’Olanda, il 22 settembre del 1392; e si mostra ancora la pietra sulla quale cadde spirando.
Queste memorie funeste, quelle porte massiccie e basse, quel gruppo disordinato di edifizi cupi, che la notte, quando la luna batte sulle acque del lago morto, presentano l’aspetto d’un castello enorme e inaccessibile, destano in mezzo a quella città allegra e gentile, un sentimento di tristezza solenne. Il cortile, di notte, non è rischiarato che da qualche raro fanale; le poche persone che passano, s’affrettano come se avessero paura; non si sente il rumore dei passi, non si vede una finestra illuminata; vi si entra con una vaga inquietudine e se n’esce quasi con piacere.
Fuor di questo, l’Aja non ha monumenti considerevoli nè antichi nè moderni. Vi sono parecchie mediocri statue di diversi principi d’Orange; una cattedrale vasta e nuda e un palazzo reale modesto. Su molti edifizi pubblici si vede scolpita una cicogna, ch’è l’animale araldico della città. Parecchi di questi uccelli passeggiano liberamente nella piazza del mercato dei pesci, mantenuti a spese del municipio come gli orsi di Berna e le aquile di Ginevra.
Il più bell’ornamento dell’Aja è il suo bosco; una vera meraviglia dell’Olanda e uno dei più magnifici passeggi del mondo.
È un bosco d’ontani, di quercie e dei più grandi faggi che si vedano in Europa, del circuito di più d’una lega francese, posto ad oriente della città, a pochi passi dalle ultime case; una vera oasi deliziosa in mezzo alla malinconica pianura olandese. Appena vi s’è entrati, appena si sono oltrepassati i padiglioni, le casette svizzere, i chioschi sparsi in mezzo ai primi alberi, par di essersi smarriti in una foresta sterminata e solitaria. Gli alberi sono fitti come un canneto, i viali si perdon nel buio; ci son laghi, canali quasi nascosti dalla verzura delle sponde; ponti rustici, crocicchi di sentieri abbandonati, recessi chiusi, oscurità profonde e fresche in cui par di respirare l’aria d’una natura vergine e d’essere infinitamente lontani dai rumori del mondo.
Questo bosco, che come quello della città di Haarlem, si vuol che sia un resto d’un’immensa foresta che copriva anticamente quasi tutta la costa dell’Olanda, è rispettato dagli Olandesi come un monumento della loro storia nazionale. Nella storia d’Olanda, in fatti, si trovano moltissimi atti che gli si riferiscono, e che provano che in ogni tempo si ebbe una cura gelosa della sua conservazione. Gli stessi generali spagnuoli rispettando questa specie di culto nazionale, preservarono il bosco sacro dalle offese dei soldati. In più d’un’occasione di gravi strettezze finanziarie quando il governo sarebbe stato disposto a decretarne la distruzione per vender le legna, i cittadini scongiurarono il pericolo con una oblazione volontaria. Mille ricordi sono legati a questo bosco diletto: ricordi d’uragani spaventosi, ricordi d’amori principeschi, di feste celebri, di avventure romanzesche. Alcuni alberi portano il nome di re e d’imperatori, altri di elettori germanici; un faggio ha la fama d’esser stato piantato dal gran pensionario e poeta Giacobbe Catz; altri tre, dalla contessa d’Olanda, Giacomina di Baviera; e si accenna ancora il luogo dove essa soleva riposare delle sue passeggiate. E ci lasciò il suo ricordo anche il signor Voltaire, che ci ebbe non so che ripesco galante con la figliuola d’un parrucchiere.
In fondo al bosco, dove la piccola vegetazione presa da una sorta di furia conquistatrice, s’alza, s’ammucchia, s’arrampica su per gli alberi, s’intreccia sopra i sentieri, si stende sulle acque, e intercetta da tutte le parti il passo e la vista, come se volesse celare i misteri di qualche dimenticata divinità silvestre, si nasconde un palazzotto reale, chiamato la Casa del Bosco, una specie di Casa del labrador della villa d’Aranjuez, eretta nel 1647 dalla principessa Amelia di Solms in onore di suo marito Federico Enrico lo Statoldero.
Quando andai a visitare questo palazzo, mentre stavo cercando cogli occhi la porta d’entrata, vidi uscire e salire in carrozza una signora d’aspetto nobile e benevolo, che presi per una viaggiatrice inglese, che avesse terminata la sua visita. La carrozza mi passò accanto, mi levai il cappello, la signora fece un cenno del capo e scomparve.
Seppi un momento dopo da una cameriera del palazzo che quella «viaggiatrice» era niente meno che sua maestà la Regina d’Olanda.
Mi sentii una leggera scossa al sangue. La parola «regina» m’ha fatto sempre, indipendentemente dalla persona a cui si riferisca, quest’effetto; e non saprei dirne chiaramente il perchè. Forse perchè mi ricorda certe visioni luminose e confuse dell’adolescenza. L’immaginazione amorosa d’un ragazzo di quindici anni qualche volta striscia sulla terra e qualche volta si slancia con desiderii mostruosamente audaci a un’altezza vertiginosa. Sogna delle bianchezze sovrumane, dei profumi che danno il delirio e delle voluttà che fanno cader fulminati, e suppone che tutto questo si ritrovi nelle creature misteriose e inaccessibili che la fortuna ha poste in cima della scala sociale. E fra i mille casi strani, insensati, impossibili, che s’avvicendano nella sua mente nelle notti febbrili, sogna anche di superare nelle tenebre, colla sua agilità infantile, muri altissimi, cancellate formidabili, fossi profondi, di sospingere porte misteriosamente aperte, di passar per corridoi senza fine, in mezzo a gente assopita, per sale immense, nel silenzio; di salire per scale aeree, di arrampicarsi su pei rilievi d’una torre, rischiando la vita, a una tremenda altezza, sopra i grandi alberi d’un giardino illuminato dalla luna; e infine di giungere spossato e insanguinato sopra un balcone, e là sentir da una voce sovrumana parole d’una pietà profonda, e rispondere con altre parole d’una tenerezza immensa, scoppiare in pianto, invocar Dio, curvar la fronte sul marmo, coprir di baci disperati un piede scintillante di gemme, abbandonar il viso nei rasi profumati, e sentirsi fuggir la ragione e la vita in un amplesso più forte della natura umana.
In quel palazzo, chiamato il Palazzo del Bosco, v’è, fra le altre cose considerevoli, una sala ottagona coperta dal pavimento alla vôlta di pitture dei più celebri artisti della scuola del Rubens, fra le quali uno smisurato quadro allegorico del Jordaens che rappresenta l’apoteosi di Federico-Enrico; una sala piena di preziosi regali dell’imperatore del Giappone, del vicerè d’Egitto e della Compagnia delle Indie; e un’altra elegante saletta decorata di pitture a chiaroscuro che si scambiano, anche considerate attentamente, per bassorilievi: opera di Jacob De Witt, pittore che acquistò in quell’arte corbellatrice una grande rinomanza sul principio del secolo scorso. Le altre son sale piccine, belle, ma senza fasto, e piene di tesori che non dan nell’occhio, come si convengono alla grande e modesta casa d’Orange.
Mi parve strano quell’uso di lasciar entrare gli stranieri nel palazzo nel momento stesso che la Regina ne usciva; ma non mi fece più specie quando conobbi altre consuetudini, altri tratti popolari, il carattere, in una parola, della famiglia reale d’Olanda.
Il re, in Olanda, è considerato quasi più come statoldero che come re. V’è in lui, come diceva del duca d’Aosta quel tal repubblicano spagnuolo, la minor quantità di re possibile. Il sentimento che il popolo olandese nutre per la famiglia reale non è tanto di devozione per la famiglia del monarca quanto di affetto per quella casa d’Orange che partecipò a tutti i suoi trionfi e a tutte le sue sventure, che visse, per così dire, della sua vita per lo spazio di tre secoli. Il paese, in fondo, è repubblicano, e la sua monarchia è una sorta di presidenza coronata, senza alcun fasto monarchico. Il Re pronunzia dei discorsi ai banchetti e nelle feste pubbliche come da noi i ministri; e gode anzi la fama di oratore, poichè parla all’improvviso, con una voce potentissima e un certo impeto d’eloquenza soldatesca, che eccita un indicibile entusiasmo nel popolo. Il principe ereditario, Guglielmo d’Orange, studiò all’Università di Leida, sostenne esami pubblici e prese la laurea d’avvocato. Il principe Alessandro, secondogenito, sta studiando ora nella stessa Università, è membro del Club degli studenti, e invita a pranzo i suoi professori e i suoi compagni di scuola. All’Aja, il principe Guglielmo entra nei caffè, discorre coi vicini, s’accompagna per la strada coi giovani suoi conoscenti. Nel bosco, la regina si mette a seder sur una panca accanto a una povera donna. E non si può dire che usin così, come altri principi, per acquistare popolarità, poichè la famiglia d’Orange non ne può nè acquistare nè perdere, non essendoci in quel popolo, per natura e per tradizione repubblicano, nemmeno un indizio di fazione, non dico che voglia la repubblica, ma che ne pronunzi il nome. Per contro, quel popolo, che ama e venera il suo re, che nelle feste in onor suo gli stacca i cavalli dalla carrozza ed esige che tutti portino una coccarda color d’arancio in omaggio al nome d’Orange, nei tempi ordinari non si occupa punto dei fatti suoi e della sua famiglia. All’Aja mi ci volle molto per sapere che grado avesse nell’esercito il principe ereditario. Uno dei primi librai della città, al quale rivolsi quella domanda, si meravigliò della mia curiosità che gli parve puerile, e mi disse che probabilmente non avrei trovato in tutta l’Aja cento persone che sapessero darmi una risposta.
La sede della corte è all’Aja; ma il re passa una buona parte dell’estate in un suo castello nella Gheldria, e va ogni anno a star qualche giorno in Amsterdam. Il popolo dice che v’è uno statuto il quale obbliga il re a passare in Amsterdam dieci giorni all’anno, e il municipio di quella città a fargli le spese per quei dieci giorni; suonata la mezzanotte dell’undecimo, un fiammifero che bruci Sua Maestà per accendere il sigaro, è a carico suo.
Tornando dalla villa reale all’Aja, trovai il bosco animato dalla passeggiata della domenica: musica, carrozze, una folla di signore, i caffè pieni di gente, e stormi di bambini da ogni parte.
Allora osservai per la prima volta il bel sesso olandese.
La bellezza è un fior raro in Olanda come in tutti i paesi; ma vidi nondimeno assai più donne belle in un giro di cento passi nel bosco dell’Aja, che non ne abbia viste in tutti i quadri dei Musei olandesi. Non si vede fra quelle signore nè la bellezza scultoria delle romane, nè gli splendidi colori delle inglesi, nè l’espressione vivacissima delle andaluse; ma una finezza, una grazia innocente e affabile, una leggiadria tranquilla, un’ideina che piace. Hanno l’attrattiva, disse giustamente uno scrittore francese, del fiore di valeriana che adorna i loro giardini. Son piuttosto alte che piccine, e grassotte; hanno i tratti del viso irregolari, la pelle unita e brillante, d’un bel bianco pallido o d’un roseo delicatissimo, che vi sembra stato suffuso dall’alito di un angelo; i pomelli delle guancie salienti; gli occhi d’un azzurro chiaro, sovente chiarissimo, in alcune di un’apparenza vitrea, che danno uno sguardo vago come quello d’una persona distratta. Si dice che non hanno bei denti: non lo potrei affermare perchè ridon poco. Camminano con meno leggerezza che le francesi, con meno rigidezza che le inglesi; vestono alla moda di Parigi; con più grazia all’Aja che ad Amsterdam, benchè meno riccamente; e mettono in pomposa evidenza le loro grandi capigliature bionde.
Mi fece specie il vedere ancora vestite da bimbe, colle sottane corte e i calzoncini bianchi, ragazze che da noi hanno già il vestire e l’aria di donne fatte. In Olanda, dove la vita è lenta e l’impazienza un sentimento ignoto, le ragazze non hanno fretta di smetter gli usi e l’aspetto della puerizia, e d’altra parte, entrano naturalmente assai più tardi che in altri paesi in quella età così critica, nella quale, come dice mirabilmente, al solito, Alessandro Manzoni, par che entri nell’animo una potenza misteriosa, che solleva, adorna e rinvigorisce tutte le inclinazioni e tutte le idee. Raramente una ragazza si marita prima di vent’anni. Non dico le bambine del regno di Decan che per quel che si racconta piglian marito all’età di ott’anni e son nonne prima dei venti; ma le italiane e le spagnuole che si sposano a quattordici o quindici, in Olanda sono considerate come creature miracolose. Là le ragazze quindicenni vanno sole alla scuola coi capelli giù per le spalle, e non c’è anima nata che le guardi. Ho inteso parlare quasi con orrore d’un giovanotto dell’Aja accusato da altri giovanotti di cercare delle avventure amorose in quell’età per essi non meno sacra dell’infanzia.
Un’altra cosa che si nota subito in una città olandese,—eccettuata Amsterdam,—è la mancanza della prostituzione elegante. Quell’abbigliamento e quei modi particolari, che dicono:—Son del bel numer una,—non si vedono affatto o quasi; e quel che si vede, c’è da scommettere nove volte su dieci che viene dall’immenso semenzaio della Senna.—“Badate,” mi dicevano certi olandesi liberi pensatori, “siete in un paese protestante, c’è molta ipocrisia.” Sarà; ma non può essere una gran piaga quella che si può ancora dissimulare. Società equivoca non n’esiste: non ce n’è ombra in pubblico, non ce n’è idea nella letteratura; la lingua stessa è ribelle alla traduzione d’una sola delle formule infinite che costituiscono il linguaggio doppio, lubrico e guizzante di quella società, nei paesi dov’ella si trova. D’altra parte, nè padri, nè madri non chiudon gli occhi sulla condotta dei figli scapoli, sian pure uomini tanto fatti; la disciplina della famiglia non fa eccezione per le barbe lunghe; e quello che poi cospira colla disciplina è il temperamento freddo, l’abitudine all’economia e il rispetto dell’opinion pubblica.
Parlare del carattere e della vita delle donne olandesi, coll’aria di esporre i frutti dell’esperienza propria, non essendo stato che qualche mese in Olanda, sarebbe una presunzione più ridicola ancora che impertinente; mi debbo dunque contentare di far parlare i libri e gli amici.
Molti scrittori hanno trattato scortesemente le donne olandesi. Uno le chiamò macchine da bambini; un altro massaie apatiche; un anonimo del secolo scorso spinse l’impertinenza fino a dire che come gli uomini, in Olanda, sogliono cercare le loro amanti nella classe delle fantesche, così le donne (le signore, intende di dire) non spingono molte volte più in alto le loro aspirazioni. Ma questi son giudizi dettati dalla stizza di qualche corteggiatore scorbacchiato. Daniele Stern, che come donna ha in questa materia un’autorità particolare, dice che sono altere, leali, attive, caste. Qualcuno lasciò trapelare dei dubbi intorno alla tanto predicata placidità dei loro affetti. Sono acque chete, scrisse l’Esquiroz, ma si sa quel che si dice delle acque chete. Sono vulcani gelati, disse l’Heine, che quando sgelano....! Ma di tutti i giudizi letti, mi parve il più notevole quello di Saint Evremont: che le donne olandesi non sono abbastanza vive per turbare il riposo degli uomini; e che ce ne sono, sì, delle amabili; ma che non v’è nulla a sperarne, o per la loro saggezza, o per una freddezza che tien luogo in loro di virtù.
Un giorno, in un crocchio di giovanotti dell’Aja, citai questo giudizio di Saint Evremont, e domandai bruscamente:—È vero?—Sorrisero, si guardarono, uno rispose:—Direi...;—un altro:—Mi pare...;—un terzo:—Sarebbe...;—infine s’accordarono tutti nel dire che era vero. Altre volte raccolsi degl’indizi provanti che le cose corrono oggi tale e quale come ai tempi dello scrittore francese. Si parlava in un crocchio d’un personaggio leggermente ridicolo. “Eppure,—disse uno,—quell’ometto d’apparenza così posata è un donnaiolo di prima riga.” Io domandai colla frase sacramentata: “Turba il riposo delle famiglie?” Si misero tutti a ridere e uno rispose: “Che! Turbare il riposo delle famiglie in Olanda! Sarebbe una delle dodici fatiche di Ercole.” “Noi olandesi,”—mi disse una volta un amico,—“non siamo conquistatori, e non possiamo esserlo perchè ci manca la scuola. Non c’è nulla di più falso in Olanda che la famosa definizione: il matrimonio è come una fortezza assediata; chi è fuori vorrebbe esser dentro; chi è dentro vorrebbe esser fuori. Qui chi è dentro ci sta bene e chi è fuori non pensa ad entrare.”—“La donna olandese,” mi disse un altro, “non sposa l’uomo, sposa il matrimonio.”—Questo che si dice all’Aja, città elegante, nella quale è grande l’influsso della civiltà francese, è anche più vero detto delle altre città dove i costumi antichi si son serbati più schietti. E dicano e scrivano pure i viaggiatori galanti che in Olanda si dorme, e che la felicità domestica vi è un bonheur un peu gros. Questa donna che esce poco, che balla poco, che ride poco, che non s’occupa che dei suoi bambini, di suo marito e dei suoi fiori, che legge libri di teologia e guarda la strada collo specchio per non farsi vedere alla finestra, quanto è più poetica.... Oh perdonami, stavo per dirtene una dura, Andalusia!
Sino a questo punto, potrebbe credere qualcuno ch’io voglia far sott’intendere che so la lingua olandese. Mi affretto a dire che non la so e a scusare la mia ignoranza. Un popolo, come l’olandese, grave e taciturno, più ricco di qualità nascoste che di belle qualità lampanti, che vive, se posso così esprimermi, molto più dentro che fuori di sè, che fa molto più di quello che dice, che non si spende per quello che vale; si può studiare anche senza comprendere la sua lingua. D’altra parte, in Olanda è straordinariamente diffusa la lingua francese. Nelle grandi città non v’è quasi persona colta che non parli francese correntemente, non v’è bottegaio che non sappia spiegarsi bene o male, non v’è quasi ragazzo, anche tra il popolo minuto, che non sappia quelle dieci o venti parole, che bastano a cavar d’impiccio uno straniero. Questa diffusione d’una lingua così diversa da quella del paese, è un fatto tanto più ammirabile quando si pensi che non è la sola lingua straniera che si parli comunemente in Olanda. L’inglese e la tedesca vi sono quasi altrettanto conosciute che la francese. Lo studio di tutte e tre queste lingue è obbligatorio nelle scuole medie. Le persone colte, quelle che in Italia sono quasi in dovere di sapere il francese, in Olanda leggono la maggior parte libri inglesi, tedeschi e francesi colla medesima facilità. Gli Olandesi hanno una particolare disposizione ad imparare le lingue, e un’incredibile franchezza nel conversare. Noi Italiani, prima di rischiarci a parlare una lingua straniera, vogliamo saperla tanto da non lasciarci sfuggire dei grossi errori; arrossiamo, quando ci scappano; evitiamo le occasioni di discorrere finchè non siamo sicuri di parlare in modo da tirarci un complimento; e così facendo, allunghiamo sempre più il periodo del nostro noviziato filologico. In Olanda segue soventissimo d’incontrare gente che parla francese rimestando con infiniti sforzi un capitale di cento parole e di venti frasi; ma parla, regge una lunga conversazione e non mostra di curarsi menomamente di quello che voi possiate pensare dei suoi spropositi e della sua audacia. Portinai, facchini, ragazzi, interrogati se sappiano il francese, rispondono colla più grande sicurezza:—Oui, o—un peu, e s’industriano in mille modi per farsi capire, ridendo qualche volta essi medesimi delle stravaganti contorsioni del loro linguaggio, e arrotondando ogni risposta con un s’il vous plaît o un pardon, Monsieur, detto il più delle volte così graziosamente a sproposito, da doverne ridere ad ogni costo. E pare così ovvio a tutti il sapere il francese, che quando qualcuno deve rispondere che non lo sa, tituba, si vergogna, e se è interrogato per la strada, finge d’aver fretta e vi pianta su due piedi.
Quanto alla lingua olandese, per chi non sappia il tedesco è buio pesto; e anche sapendo il tedesco, si può capirne qualcosa nei libri, con un po’ di studio; ma a sentirla parlare, è buio egualmente. Se avessi da dire l’effetto che fa sull’orecchio a chi non la intende, direi che par tedesco parlato da gente che abbia un pelo nella gola; il che è dovuto alla frequenza d’un’aspirazione gutturale che somiglia alla jota spagnuola. Gli Olandesi stessi non trovano che la loro lingua sia armoniosa. Mi accadde spesso di sentirmi domandare con un’aria scherzosa:—Che effetto le fa?—quasi sottintendendo che dovesse essere un effetto poco gradevole. Eppure ci fu chi scrisse un libro per dimostrare che Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, parlavano olandese. Ma benchè parlino tante lingue straniere, gli Olandesi tengon molto alla propria; e s’indignano quando uno straniero ignorante mostra di credere, così per sentita dire, che l’olandese sia un dialetto tedesco; cosa, per verità, creduta da molti di coloro che conoscon quella lingua soltanto di nome. È quasi superfluo il rammentare la storia della lingua. I primi popoli del paese parlavano il teutono nei suoi varii dialetti. Questi dialetti si fusero e formarono l’antica lingua neerlandese, la quale passò nel medio evo, come le altre lingue d’Europa, per le differenti fasi germanica, normanna, francese, e ne uscì l’olandese attuale, nel quale rimane il fondo dell’idioma primitivo, con qualche impronta latina. Certo v’è una grande somiglianza fra l’olandese e il tedesco, e soprattutto un’infinità di radicali comuni; ma ne differisce molto la sintassi, nell’olandese assai più semplice, e moltissimo la pronunzia. E questa medesima somiglianza è cagione che gli Olandesi parlino per lo più men bene il tedesco che l’inglese o il francese, sia per la difficoltà che nasce dalla facilità dell’equivoco, sia perchè, non dovendo fare un gran sforzo per riuscire a comprendere la lingua e a parlarla per il proprio bisogno, s’arrestan lì, come segue a molti di noi per il francese, che lo parliamo già a dieci anni e non lo sappiamo ancora a quaranta.
È tempo ora d’andar a vedere il Museo di pittura che è il più bel gioiello dell’Aja.
Appena entrati, ci si trova dinanzi alla più celebre di tutte le bestie dipinte: il toro di Paolo Potter; quell’immortale toro che, come ho detto, ebbe l’onore, nel Museo del Louvre, quando c’era la manía di classificare i quadri in una sorta di gerarchia di celebrità, d’esser posto accanto alla Trasfigurazione di Raffaello, al san Pietro martire del Tiziano e alla Comunione di san Geronimo del Domenichino; quel toro, che l’Inghilterra pagherebbe un milione di lire, e l’Olanda non darebbe per il doppio; quel toro infine, sul quale furono certamente scritte più pagine che non ci abbia dato pennellate il pittore, e su cui si scrive e si disputa ancora, come se invece d’una immagine fosse una creazione vera e viva d’un nuovo animale.
Il soggetto del quadro è semplicissimo: un toro di grandezza naturale, ritto, col muso rivolto verso chi guarda; una vacca accosciata in terra; alcune pecore, un pastore, un paesaggio lontano.
Il merito supremo di questo toro, si dice in una parola: è vivo. L’occhio grave ed attonito, che esprime il sentimento d’una vitalità vigorosa e d’una alterezza selvaggia, è reso con tanta verità, che, a primo aspetto, vien quasi fatto di scansarsi a destra e a sinistra, come si fa in un sentiero in campagna, quando s’incontra uno di quegli animali. Le narici umide e nere, par che fumino e assorbiscano l’aria con un’aspirazione profonda. I peli son resi uno per uno con tutte le pieghe, le torsioni, le traccie dei fregamenti contro gli alberi e la terra, e sembran peli veri attaccati alla tela. Gli altri animali non son da meno: la testa della vacca, la lana delle pecore, le mosche, l’erba, le foglie e le fibre delle piante, il muschio; ogni cosa è reso con una verità prodigiosa. E mentre si capisce l’infinita cura che deve averci messo l’artista, non si vede la fatica, la pazienza della copia; par quasi un lavoro d’ispirazione, di foga, nel quale il pittore, infiammato da una sorta di furore del vero, non abbia avuto un momento d’esitazione o di stanchezza. Furon fatte su questo «incredibile colpo d’audacia d’un giovane ventiquattrenne» infinite censure. Si censurò la sua grandezza eccessiva per la natura volgare del soggetto; la mancanza d’effetto luminoso, perchè la luce v’è uguale per tutto e dà risalto a ogni cosa, senza contrasto d’ombra; la rigidezza delle gambe del toro; il colorito secco delle piante e degli animali lontani; la mediocrità della figura del pastore. Ma con tutto questo, il toro di Paolo Potter riman coronato della gloria dei grandi capolavori e l’Europa lo considera come l’opera più magistrale del principe dei pittori d’animali. «Col suo toro,—disse giustamente un critico illustre—Paolo Potter ha scritto il vero idillio dell’Olanda.»
Questo è il grande merito dei pittori d’animali dell’Olanda, e del Potter soprattutto. Egli non ha soltanto rappresentato gli animali; ma ha reso visibile e celebrato colla poesia dei colori l’amore attento, delicato, quasi materno, che nutre per essi il popolo agricolo dell’Olanda. S’è servito degli animali come d’interpreti per rivelare la poesia della vita rustica. Ha espresso con essi il silenzio e la pace dei campi, il piacere della solitudine, la dolcezza del riposo e la soddisfazione del lavoro tranquillo. Si direbbe ch’egli era riuscito a farsi capire da loro e a ottenere che s’atteggiassero espressamente per essere copiati. Ha saputo dar loro tutta la varietà e l’attrazione di personaggi. La tristezza, la quiete contenta che segue la soddisfazione dei bisogni, il sentimento della salute e della forza, l’amore e la riconoscenza per l’uomo, tutti i barlumi d’intelligenza e gli embrioni d’affetti, tutte le varietà di carattere, li ha afferrati e significati con fedeltà amorosa, ed è riuscito a trasfondere negli altri il sentimento che l’animava. Guardando i suoi quadri, ci si sente risvegliare a poco a poco non so che istinto primitivo di vita pastorale, un certo desiderio innocente di mungere, di tosare, di lavorare con quegli animali benefici, pazienti e belli, che rallegrano l’occhio ed il cuore. Paolo Potter, in quest’arte, s’è innalzato su tutti. Il Berghem è più fine, ma egli è più naturale; il Van de Velde ha più grazia, ma egli ha più energia; il Du Jardin è più amabile, ma egli è più profondo.
E pensare che l’architetto, che fu poi suo suocero, non voleva da principio accordargli la figliuola perchè non era che un pittore di bestie; e che il suo celebre toro fu fatto, se si sta alla tradizione, per servir d’insegna alla bottega d’un macellaio, e venduto per 1260 lire!
Un altro capolavoro del museo dell’Aja, è un quadretto di Gherardo Dov, l’autore della celebre Donna idropica, ch’è nel Museo del Louvre fra i quadri di Raffaello e del Murillo; uno dei più grandi pittori di scene intime della scuola olandese, e il più paziente tra i più pazienti artisti della sua patria. Il quadro non rappresenta che una donna seduta vicino a una finestra, con una culla accanto; ma in questa semplicissima scena, v’è una così cara e santa aura di pace domestica, un riposo così profondo, un’armonia così amorosa, che il più ostinato scapolo della terra non ci potrebbe fissar gli occhi senza sentirsi nel cuore un desiderio irresistibile di essere colui che manca ed è aspettato in quella stanzina quieta e pulita, o almeno di poterci entrare per un momento, anche di soppiatto, anche colla condizione di starci rannicchiato nel buio, pur di poter aspirare quel profumo di felicità innocente e segreta. Questo quadro, come tutti quei del Dov, è dipinto con la prodigiosa finitezza, che già in lui tocca quasi l’eccesso, che lo toccò poi con quello Slingelandt, che impiegò tre anni di lavoro continuo a dipingere la famiglia Meerman, e che degenerò posteriormente in quella maniera lisciata, leccata, tormentata, delle figure d’avorio, dei cieli di smalto e dei campi di velluto, della quale il pittore Van der Werff fu il più rinomato maestro. Fra gli altri oggetti si vede in questo quadro del Dov un manico di scopa, grande come l’asticciuola d’una penna, intorno al quale si dice che il pittore abbia lavorato assiduamente per lo spazio di tre giorni; il che non pare strano, quando si pensi che ci son segnati tutti i più minuti filamenti, le venature, i nodi, le macchiette, le ammaccature, le traccie delle dita. Di questa sua sovrumana pazienza si raccontano cose appena credibili. Si dice che abbia impiegato cinque giorni a copiare una mano d’una signora Spirings di cui fece il ritratto: chi sa quanto ci avrà messo a fare la testa! I malcapitati che volevano farsi ritratti da lui, li riduceva alla disperazione. Si racconta che macinasse egli medesimo i suoi colori, che facesse i suoi pennelli e tenesse ogni cosa ermeticamente chiuso, perchè non pigliasse ombra di polvere. Quando entrava nel suo studio apriva delicatamente la porta, si sedeva con gran flemma e rimaneva immobile fin che ogni menoma agitazione prodotta in lui dal movimento fosse cessata. Poi cominciava a dipingere, servendosi di vetri concavi per rimpicciolire gli oggetti. Questo sforzo continuo finì per indebolirgli la vista, e fu costretto a dipingere colla lente. Con tutto ciò, il suo colorito non è punto affaticato o raffreddato dal lavoro, e i suoi quadri conservano lo stesso vigore così visti da lontano che da vicino. Furono, con molta giustezza, rassomigliati a scene naturali rimpicciolite in una camera oscura. Il Dov fu uno dei molti discepoli del Rembrandt, che si divisero l’eredità del suo genio. Egli ne raccolse la finezza e l’arte d’imitare la luce, soprattutto delle candele e delle lucerne, nella quale, come vedremo nel Museo d’Amsterdam, s’elevò all’altezza del suo maestro. Raro fra i pittori del suo genere, non si piacque nella rappresentazione della bruttezza e dei soggetti triviali.
Il genere intimo è rappresentato nel Museo dell’Aja, oltrechè dal Dov, da Adriano van Ostade, dallo Steen, e dal Van Mieris il vecchio.
Il Van Ostade, chiamato il Rembrandt della pittura intima, poichè imitò dal grande maestro l’arte potentissima del chiaroscuro, delle sfumature delicate, della trasparenza delle ombre, della ricchezza del colorito, ci ha due quadretti che rappresentano l’interno e l’esterno d’una casa rustica, con figure; pieni tutti e due di poesia, malgrado la volgarità dei soggetti, ch’egli ha comune cogli altri pittori dello stesso genere. Ma ha questo di particolare: che le ragazze notevolmente brutte dei suoi quadri sono immagini prese nella sua famiglia, la quale, per quel che si dice, era un gruppo di mostriciattoli, che egli mise alla berlina dell’universo. Così quasi tutti i pittori olandesi scelsero fra le donne che dipinsero le meno belle che caddero sotto i loro occhi, come se si fossero dati l’intesa per screditare il tipo femminino della loro patria. Le Susanne del Rembrandt, per citare i soggetti che avrebbero richiesto più degli altri la bellezza, sono brutte serve olandesi; e non occorre parlare delle donne dello Steen, del Brouwer e d’altri. E sì nel loro paese non mancavano, come s’è visto, i modelli d’una bellezza nobile e graziosa.
Francesco van Mieris il vecchio, il primo discepolo di Gherardo Dow, come lui minuzioso e finissimo (che appartiene col Metsu e col Terburg, due pittori eminenti per finitezza e colorito, a quel gruppo di pittori del genere intimo, che scelsero i loro soggetti nelle classi elevate della società), ha tre bei quadri, uno dei quali rappresenta l’artista con sua moglie. Dello Steen v’è fra gli altri il suo soggetto favorito; un medico che tocca il polso a una ragazza malata d’amore, e una governante che assiste; ammirabile gioco di sguardi e di sorrisi inesprimibilmente arguti e bricconi, che voglion dire nel medico:—Mi par di capire;—nella malata:—Ci vuol altro che le tue ricette,—e nella governante:—Lo so io quel che ci vuole!—Altri quadri di genere intimo del Schalken, del Tilborg, del Netscher, di Guglielmo van Mieris, rappresentano cucine, botteghe, desinari, famiglie di pittori.
In fatto di paesaggi e di marine vi son le più belle gemme del Ruysdael, del Berghem, del Van de Velde, del Van der Neer, del Backhuizen, dell’Everdingen, oltre un buon numero di quadri di Filippo Wouwermann, il pittore dei cavalli e delle battaglie.
Vi son due quadri del Van Huysum, il grande pittore di fiori; quegli che, nato in un tempo in cui l’Olanda era presa da una sorta di follia amorosa per i fiori e possedeva i più belli d’Europa, celebrò col pennello questa follia, e ne destò un’altra coi suoi quadri. Nessuno ha reso più meravigliosamente di lui le sfumature infinite, la freschezza, la trasparenza, la vellutatura, le grazie, i pudori, le languidezze, i mille segreti di bellezza, tutte le sembianze della vita pomposa e delicata di questa perla della vegetazione, di questo vezzo amoroso della natura, che è il fiore. Gli Olandesi gli portavano le meraviglie dei loro giardini perchè le copiasse; tutti i re gli domandavan dei fiori; i suoi quadri eran pagati somme, per quei tempi, favolose. Geloso di sua moglie e della sua arte, lavorava solo, invisibile ai suoi stessi fratelli, perchè non scoprissero i segreti del suo colorito; e così visse e morì glorioso e malinconico in mezzo ai petali e ai profumi.
Ma il primo capolavoro del Museo è la celebre Lezione d’Anatomia del Rembrandt.
Questo quadro gli fu ispirato da un sentimento di riconoscenza per il medico Tulp, professore di anatomia ad Amsterdam, il quale lo protesse nella sua giovinezza. Il Rembrandt rappresentò il Tulp coi suoi discepoli aggruppati intorno a una tavola sulla quale è disteso un cadavere nudo con un braccio sparato dal coltello anatomico. Il professore col cappello in capo, ritto, mostra colle forbici i muscoli del cadavere ai suoi discepoli, e spiega. Dei discepoli alcuni sono seduti, altri ritti, altri chinati sul cadavere. La luce che vien da sinistra a destra, illumina i volti e una parte del corpo morto, lasciando nell’oscurità i vestimenti, la tavola e le pareti della stanza. Le figure son di grandezza naturale.
È difficile spiegare l’effetto che produce questo quadro. Il primo sentimento è l’orrore e il ribrezzo del cadavere. Ha la fronte nell’ombra, gli occhi aperti colla pupilla rivolta in su, la bocca socchiusa in un atteggiamento come di stupore, il petto enfiato, le gambe e i piedi stecchiti, le carni livide, che pare se ne debba sentire il freddo a metterci sopra la mano. Con questo corpo irrigidito, fanno un contrasto potente gli atteggiamenti vivaci, i volti giovanili, gli occhi umidi, intenti, pieni di pensiero dei discepoli, che rivelano in diverso grado l’avidità del sapere, la gioia dell’apprendere, la curiosità, la meraviglia, lo sforzo dell’intelligenza, la sospensione dell’animo. Il maestro ha il volto tranquillo, l’occhio sereno e il labbro quasi sorridente dell’intima compiacenza del sapere. V’è nel complesso del gruppo un’aria di mistero, di gravità, di solennità scientifica, che impone la riverenza e il silenzio. Il contrasto tra la luce e l’ombra è meraviglioso al pari di quello tra la morte e la vita. Tutto vi è rappresentato con una finitezza incredibile: si possono contare le piegoline delle gorgiere, le rughe dei visi, i peli delle barbe. Si dice che lo scorcio del cadavere è sbagliato e che in qualche punto la finitezza degenera in secchezza; ma il giudizio universale pone la Lezione d’Anatomia fra i più grandi capolavori del genio umano.
Il Rembrandt non aveva che ventisei anni quando fece questo quadro, il quale appartiene perciò alla sua prima maniera, nella quale non si vede ancora la foga, l’audacia, la sovrana sicurezza del proprio genio, che sfolgora nei lavori della sua età matura; ma v’è già tutta quell’immensa potenza illuminatrice, quell’arte meravigliosa del chiaroscuro, quella affascinante magía dei contrasti, che è il tratto più originale del suo genio.
Per quanto si sia profani all’arte, e s’abbia fatto il proponimento di non peccar più di soverchio entusiasmo, quando s’è dinanzi a Rembrandt van Rhijn, non si può a meno d’alzare un po’, come dicon gli Spagnuoli, la chiavica dello stile. Il Rembrandt esercita un prestigio particolare. Frate Angelico è un santo, Michelangelo è un gigante, Raffaello è un angelo, il Tiziano è un principe: il Rembrandt è uno spettro. Come chiamar diversamente questo figlio d’un mugnaio, nato in un mulino a vento, che salta su inaspettato, senza maestri, senza esempi, senza alcuna derivazione di scuola; diventa un pittore universale, abbraccia tutti gli aspetti della vita, dipinge figure, paesaggi, marine, animali, i santi del paradiso, i patriarchi, gli eroi, i monaci, la ricchezza e la miseria, la deformità e la decrepitezza, il ghetto, la taverna, l’ospedale, la morte; fa insomma una rivista del cielo e della terra e avvolge ogni cosa in una luce arcana che sembra scaturita dal suo capo; ed è nello stesso tempo grandioso e minuzioso, idealista e realista, pittore e incisore; che trasfigura tutto e non dissimula nulla, che cangia gli uomini in fantasmi, le scene più volgari della vita in apparizioni misteriose, questo mondo, sto per dire, in un altro mondo, che non par più questo e lo è ancora? Dove ha attinto quella sua luce indefinibile, quei bagliori di raggi elettrici, quei riflessi d’astri ignoti, che fanno pensare come un enigma? Che cosa vedeva nelle tenebre questo sognatore, questo visionario? Qual era l’arcano che gli tormentava l’ingegno? Che cosa ha voluto dire coll’eterno conflitto dei suoi raggi e delle sue ombre questo pittore dell’aria? Fu detto che le opposizioni del chiaro e dell’oscuro corrispondevano in lui ai diversi movimenti del pensiero. E veramente pare che quello che seguiva allo Schiller, di sentirsi dentro, prima di cominciare un’opera, un’armonia di suoni indistinti, ch’era come un preludio dell’ispirazione; seguisse al Rembrandt, il quale nell’atto di concepire un quadro, aveva una visione di raggi e d’ombre, che volevano dire qualche cosa prima che li animasse coi suoi personaggi. Nei suoi quadri infatti c’è una vita, un’azione, direi quasi, drammatica, estranea a quella delle figure umane. Fasci di luce vivissima irrompono in un ambiente tenebroso come grida di gioia; le tenebre fuggono impaurite, lasciando qua e là penombre piene di malinconia, riflessi tremoli che paion lamenti, oscurità profonde, piene di minaccie funeree; guizzi di luce, scintillamenti, ombre ambigue, trasparenze che sembran dubbi, domande, sospiri, parole d’un linguaggio soprannaturale, che si sente, come la musica, e non si comprende, e riman nella memoria come il ricordo d’un sogno. E in quest’atmosfera pose i suoi personaggi, dei quali alcuni rimasero vestiti della luce sfolgorante d’un’apoteosi teatrale, altri velati come larve, altri saettati da un sol raggio di luce nel viso; vestiti di abiti pomposi o miseri, ma tutti con qualcosa di strano e di fantastico; senza contorni precisi, ma carichi di colori possenti, con rilievi scultorii e tocchi di pennellate temerarie; e per tutto l’espressione calda, la furia dell’ispirazione violenta, l’impronta superba, capricciosa, profonda del genio senza freno e senza paura.
Del resto, ognuno vuol dir la sua; ma chi sa che il Rembrandt se potesse leggere tutte le pagine che si sono scritte per spiegare le segrete intenzioni della sua pittura, non darebbe in uno scoppio di risa! Tale è la sorte degli uomini di genio: ognuno, per mostrare che li ha capiti meglio degli altri, se li rimpasta a modo suo; sono come un bel tema dato da Dio, che gli uomini svolgono in mille modi diversi; un telaio su cui l’immaginazione umana dipinge e ricama secondo le torna o le frulla.
Uscii dal Museo dell’Aja con un desiderio insoddisfatto, per non averci trovato nessun quadro di Girolamo Bosch, nato a Bois-le-duc, nel decimoquinto secolo. Questo cervellaccio pieno di diavolerie, questo spauracchio di bigotti, questo stregone dell’arte, m’aveva fatto accapponar la pelle per la prima volta nel Museo di Madrid, con un quadro che rappresenta un orribile esercito di scheletri vivi sparpagliati sur un immenso spazio, in lotta con una folla varia, confusa, disperata di uomini e di donne, che essi vogliono trascinare in una voragine dove li aspetta la morte. Solamente dall’immaginazione inferma d’un uomo agitato dal terrore della dannazione, poteva uscire una così mostruosa stravaganza; dinanzi alla quale, per quanto sia lontano il tempo in cui s’aveva paura dei fantasmi, si risente un confuso risvegliarsi di quella paura. Tali furono i soggetti di tutti i suoi quadri: torture di dannati, spettri, abissi di fuoco, draghi, uccelli soprannaturali, mostri schifosi, cucine diaboliche, paesaggi sinistri. Uno di questi spaventosi quadri si trovò nella cella dove morì Filippo II; altri si sparsero in Spagna e in Italia. Chi era questo pittore chimerico? Come visse? Che strana manìa lo tormentava? Non si sa; passò sulla terra avvolto in una nuvola, e disparve come una visione d’inferno.
Al pian terreno del palazzo del Museo v’è un «Gabinetto Reale di curiosità» che contiene, oltre un gran numero di oggetti vari della China, del Giappone e delle Colonie olandesi, alcune reliquie storiche preziosissime. Fra le altre, v’è la spada di quel Ruyter, che cominciò la sua vita facendo il cordaio a Flessinguen, e fu poi il più grande ammiraglio dell’Olanda; la corazza, traforata dalle palle, dell’ammiraglio Tromp; una seggiola della prigione del venerando Barnevelt; una scatola contenente dei capelli di quel Van Spoyk, che nel 1831, sulla Schelda, fece saltare in aria il suo vascello per salvare l’onore della bandiera olandese. V’è pure il vestiario completo che portava Guglielmo il Taciturno quando fu assassinato a Delft: la sua camicia macchiata di sangue, la sua giubba di pelle di bufalo forata dalle palle, i suoi larghi calzoni, il suo gran cappello di feltro; e nella stessa vetrina le palle, le pistole dell’assassino, e il testo originale della sua sentenza di morte.
Quel vestiario modesto, quasi rozzo, che portava nel colmo della sua potenza e della sua gloria il capo della repubblica dei Paesi Bassi, è una bella testimonianza della semplicità patriarcale dei costumi olandesi. Non v’è forse altro popolo moderno che abbia avuto, in un grado uguale di prosperità, meno vanità e meno fasto. Si racconta che quando il conte di Leicester, mandato dalla regina Elisabetta, giunse in Olanda, e quando vi fu lo Spinola per trattare della pace in nome del re di Spagna, la loro magnificenza fece quasi scandalo. Si dice che gli ambasciatori spagnuoli, andati all’Aja nel 1608 per stipulare la famosa tregua, videro dei deputati degli Stati d’Olanda, meschinamente vestiti, sedersi in un prato, e far colezione con un po’ di pane e di cacio che avevano portato in una bisaccia. Il gran pensionario Giovanni De Witt, l’avversario di Luigi XIV, aveva un solo servitore. L’ammiraglio Ruyter viveva ad Amsterdam in una casa da pover uomo e scopava la sua camera da letto.
Un altro oggetto curiosissimo di questo Museo è una cassa aperta sul davanti, come una scansía, che rappresenta in tutti i suoi più minuti particolari l’interno d’una ricca casa di Amsterdam del principio del secolo XVIII. Lo czar Pietro il Grande, durante il suo soggiorno in Amsterdam, aveva dato a un ricco borghese di quella città l’incarico di fargli quel giocattolo di casa, per portarla in Russia come un ricordo dell’Olanda. Il ricco borghese, che si chiamava Brandt, fece la cosa da bravo olandese: adagio e bene. I più abili ebanisti dell’Olanda costrussero i mobili, gli orefici più esperti fecero le argenterie, i tipografi più accurati stamparono libriccini, i miniatori più delicati dipinsero i quadri, la biancheria fu preparata in Fiandra, le tappezzerie a Utrecht. Dopo venticinque anni di lavoro tutte le stanze si trovarono allestite. La camera nuziale aveva tutto il necessario per il prossimo parto della padroncina; nella sala da pranzo c’era un microscopico servizio da thè sur un tavolino largo come uno scudo; la galleria dei quadri, a guardarci bene colla lente, era completa; in cucina ci era di che fare un lucullesco desinare per una compagnia di lilliputti; c’era la biblioteca, un gabinetto di varietà chinesi, gabbie d’uccelli, libriccini di preghiera, tappeti, biancheria per tutta la famiglia con trine e ricami finissimi; non mancava che una coppia coniugale, una cameriera e una cuoca un po’ più piccini d’una marionetta ordinaria. Ma c’era un guaio: la casetta costava centoventimila lire; lo czar che, come tutti sanno, era un uomo economo, la rifiutò e il Brandt, piccato, per svergognare l’imperiale avarizia, la regalò al Museo dell’Aja.
Fin dal primo giorno avevo incontrato per le strade dell’Aja certe donne vestite in una maniera così strana, che m’ero messo a pedinarne una per osservare attentamente tutti i particolari del suo costume. A primo aspetto immaginai che appartenessero a qualche ordine religioso, o che fossero eremite, o pellegrine, o donne di qualche popolo nomade di passaggio per l’Olanda. Portano uno spropositato cappello di paglia foderato d’indiana a fiori, una mantellina da frate di rascia color cioccolatte, foderata di una stoffa rossa; una sottana pure di rascia, corta, gonfia che par che abbiano la crinolina; le calze nere e gli zoccoli bianchi. La mattina si vedono andare al mercato con una cesta piena di pesci sulla testa, o con un carretto, tirato da due grossi cani. Sono per lo più scompagnate, o a due a due, senz’uomini. Camminano in una maniera particolare, a passi lunghi, con un certo accasciamento, come chi è abituato a camminare sulla sabbia; e hanno nel viso e nel contegno qualcosa di triste, che concorda coll’austerità cenobitica del loro vestire.
Un olandese a cui domandai chi fossero, mi disse per tutta risposta: “Vada a Scheveningen.”
Scheveningen è un villaggio, distante due miglia dall’Aja, e ci si va per una strada diritta, fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da parecchie file di bellissimi olmi, che non vi lasciano penetrare un raggio di sole. Di là dagli olmi, dalle due parti della strada, ci son palazzine, padiglioni, villette coi tetti frangiati, come chioschi di giardino, e facciate di mille forme capricciose colle solite iscrizioni che invitano al riposo e al piacere. Quella strada, che è il passeggio favorito del popolo dell’Aja la sera della domenica, gli altri giorni è quasi sempre solitaria. Non vi s’incontra che qualche donna di Scheveningen, qualche carrozza, e le diligenze che vanno e vengono tra la città e il villaggio. Andando innanzi, par che si debba riuscire in faccia a un palazzo reale, in mezzo a un gran giardino o a un gran parco. Quella folta vegetazione, quell’ombra, il silenzio, ricordano il bosco dell’Alhambra di Granata. Non si pensa più a Scheveningen e si dimentica che s’è in Olanda.
Arrivati in fondo, è un istantaneo cambiamento di scena che fa rimaner trasognati: la vegetazione, l’ombra, le immagini di Granata, tutto è sparito: si è in mezzo alle dune, nella sabbia, nel deserto; si sente soffiar nel viso un vento salino, e si ode un gran rumore sordo e diffuso; si sale sopra un’altura, e si vede il Mare del Nord.
Per chi non ha mai veduto che il Mediterraneo, lo spettacolo di quel mare e di quella spiaggia, desta un sentimento nuovo e profondo. La spiaggia è tutta sabbia chiara e finissima come cenere, sulla quale scorre avanti e indietro, come un tappeto continuamente spiegato e ripiegato, l’ultimo lembo delle onde del mare. Questa spiaggia sabbiosa si stende fino ai piedi delle prime dune, che son monticciuoli di sabbia, ripidi, rotti, corrosi, deformati dall’eterno flagello delle onde. Tale è tutta la costa olandese dalle foci della Mosa ad Helder. Non vi son molluschi, nè stelle di mare, nè conchiglie viventi, nè granchi, nè un cespuglio, nè un filo d’erba. Non si vede che acqua e sabbia, sterilità e solitudine.