CAPITOLO SESTO ED ULTIMO
RISULTATI VERSO I QUALI TUTTI DOBBIAMO TENDERE
Lo scopo che ogni italiano deve prefiggersi, è la conservazione e la consolidazione della nostra indipendenza, insieme collo sviluppo delle nostre libertà, le quali produr debbono la nazionale prosperità.
Queste però sono nozioni troppo generali, e su di cui ognuno conviene, differendo poi sul significato dei vocaboli libertà, indipendenza e prosperità nazionale, come pure sui mezzi più atti a procurarne lo sviluppo. — Credo perciò di dover definire che cosa intendo di raccomandare a' miei compatriotti, quando li esorto a consolidare la nostra indipendenza e le nostre libertà, sviluppando queste ultime in modo da produrre alla nazione il ben essere e la prosperità.
Una nazione può dirsi indipendente, quando nessuna parte del suo territorio è occupato e soggetto allo straniero, e quando essa possiede forze e volontà sufficienti per difendersi efficacemente contro chiunque tentasse invaderne i confini. Perchè una nazione possa dirsi a buon dritto indipendente, non occorre ch'essa ripudii qualunque influenza straniera: il che la porrebbe tosto o tardi in ostilità con questo o con quell'altro de' suoi vicini, ed avrebbe per conseguenza più o meno remota, di esporre a gravi pericoli la stessa di lei indipendenza. — Ciò osservo, perchè v'ha in Italia una scuola politica di fierissima indipendenza, la quale considera ogni atto di condiscendenza verso gli alleati come un principio di soggezione, e lo biasima come intollerabile viltà. — Codesti fanatici della indipendenza, vorrebbero che la nazione camminasse sempre nella direzione che più spiace, più offende, o più minaccia le nazioni vicine; e se l'una di esse ne fu un giorno benefica, veggono nella nazionale gratitudine un pericolo per la patria indipendenza, ed appunto verso quella benefica potenza si volgono con sospetto e con avversione maggiore, e sono più ansiosi di mostrarsele nemici.
Le pacifiche relazioni fra le potenze, che si dividono questa parte del mondo chiamata Europa, sono necessarie alla generale prosperità, e si alimentano e si mantengono mediante reciproche concessioni, sagrifici e buoni uffizi. — L'urtarsi di proposito contro chi non ha provocato l'offesa, non è atto d'indipendenza, bensì di assurda jattanza, e di non giustificata prepotenza. — L'esagerazione di qualsiasi virtù, così delle politiche e civili, come delle famigliari o domestiche, si avvicina al vizio opposto, piuttosto che alla stessa esagerata virtù. — Virtù significa forza, e non vi è vera forza senza moderazione e giustizia.
Una nazione può dirsi a buon dritto libera, quando non è richiesta di obbedire ad altri che alla legge, e quando nessun comando abbia forza di legge sinchè non sia stato dichiarato tale ed approvato dalla maggioranza dei rappresentanti la nazione. — Queste sono le basi di una bene ordinata libertà, e possono trovarsi parimenti sotto qualsiasi forma di governo, cioè monarchico o repubblicano. Se ci scostiamo da codesta massima, se oltrepassiamo questa linea di confine tra il vero ed il falso, cadiamo nella confusione e nella contraddizione di noi stessi e delle nostre dottrine. — Qualunque resistenza incontrino i desideri di un cittadino, sarà da questo dichiarata tirannica, e gli sembrerà tanto più intollerabile, quanto è più ardente (non già più legittimo) il desiderio combattuto. — Si chiamerà dispotica e tirannica la volontà dei rappresentanti della nazione, che è quanto dire la volontà della nazione stessa, dimenticando così che l'indelebile carattere del dispotismo, ciò che distingue l'arbitrario comando dalla legge, è appunto il non essere quello sancito dalla nazione. — Una legge emanata dal parlamento può essere improvvida, mal concepita, diciam pure ingiusta, chè non vi ha modo quaggiù di prevenire radicalmente e sicuramente gli errori o i vizi degli uomini; ma una legge così fatta non sarà mai, ed in nessun caso, arbitraria o dispotica. — Gli ultra liberali, che non si accontentano della libertà come l'ho testè definita, non hanno peranco scoperto il rimedio specifico contro la umana fallibilità, nè credo sieno avviati verso tale mirabile scoperta. — Il criterio del giusto e dell'ingiusto considerati in modo assoluto non esiste quaggiù; esiste bensì quello del legittimo e dell'illegittimo, ossia arbitrario comando, e ciò è appunto, come già dissi, l'essere il primo sancito dalla volontà nazionale, e il non esserlo il secondo.
E di ciò dobbiamo contentarci, per una semplicissima ragione; cioè perchè è impossibile l'ottenere di più. — Non già perchè la libertà, quale la sognano gli ultra liberali, sia circondata da tali ostacoli, difesa e gelosamente custodita da chi vorrebbe defraudarne i popoli, che impossibile ci riesca l'impadronircene; ma non possiamo ottenerla perchè non esiste; e ciò che da lungi ne simula l'aspetto, altro non è veramente che un fantasma, una illusione, che si trasforma in confusione, in nebbia, nella peggiore delle tirannidi, l'anarchia, ossia nel libero esercizio di ogni individuale volontà. Di ciò fecero memorabile esperimento i Francesi quando nell'89 e nel 95 stabilirono, come criterio e misura della nazionale libertà, la libertà di ogni singolo individuo.
La libertà come io la intendo sagrifica in una certa misura l'individuo alla nazione, e non considera quello se non come parte integrale o come rappresentante di questa. — La libertà come la intendono gli ultra liberali, la libertà non definita e non definibile, non confessa la necessità di sagrificare nè l'individuo alla nazione, nè la nazione all'individuo, ma di fatto li sagrifica ambedue ad una illusione, ad una falsa dottrina. — L'esercizio dell'assoluta libertà dell'individuo, e di tutte quelle individuali libertà radunate come in un fascio che comporrebbero la nazionale libertà, è una di quelle teorie belle e seducenti per sè stesse, ma che non reggono alla pratica, perchè la libertà sfrenata di un individuo si urta necessariamente colla libertà sfrenata di un altro individuo, e tutte queste libertà osteggianti fra loro, formano non già la nazionale e universale libertà, ma un caos tenebroso, ove si combatte ciecamente, e si perdono in breve persino le nozioni del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto, del diritto e del dovere. Dio ne salvi da una siffatta libertà! — La libertà come io la intendo è oggi rispettata e stabilita fra noi in tutta la sua pienezza, e direi anche con troppo rigore per parte del nostro governo, che ha accettato lealmente la missione affidatagli nello Statuto; e segue la via che questo gli ha tracciata, senza dipartirsene mai di una linea. — Lo Statuto, che fu sulle prime accordato al solo Piemonte, ammette come fatto incontestabile ch'esso debba reggere una popolazione civile, ordinata, e discretamente istruita, una popolazione insomma degna delle più liberali istituzioni. — Parmi avere dimostrato nel corso di questo volumetto, che alcune parti dell'Italia meridionale non sono ancora giunte a quel grado medesimo di civiltà, che già da molti anni si osservava nel Piemonte. — Vorrei dunque che le istituzioni, le quali debbono reggere il Piemonte non solo, ma tutta Italia, fossero leggermente modificate in guisa da potersi adattare ai vari stadii di civiltà a cui sono giunte le varie popolazioni. — Nè vorrei che tale riforma fosse operata dall'autorità governativa; bensì dal parlamento, che riconoscesse il bisogno di proteggere le popolazioni contro i proprii loro errori, mentre si stanno educando al governo di sè medesime e del paese nostro. Nè vorrei che codeste leggieri modificazioni rivestissero un aspetto di stabilità, ma quello soltanto di misure provvisorie, e destinate a brevissima vita. — E ciò vorrei, perchè temo che le nostre popolazioni agricole, non comprendendo il significato e lo scopo delle nostre istituzioni, si stanchino della parte che ne venne ad esse affidata, e considerandola come l'effetto di un capriccio dell'autorità, si astengano affatto dal concorrervi, rompendo così il buon accordo che risultar doveva dalla esatta osservanza delle istituzioni nostre. L'Italia, abbiam detto, deve aver cura di mantenersi libera, e deve far uso di questa sua libertà come di uno strumento per attivare lo sviluppo delle sue facoltà, o disposizioni naturali, che spingere la debbono a successi commerciali ed industriali non minori di quelli che compiono ogni giorno le nazioni più civili e più ricche del mondo.
Di molti elementi di prosperità difetta però l'Italia. La mancanza considerata sin qui come incurabile di carbon fossile, ed il caro prezzo a cui dobbiamo procurarcelo da lontane contrade, è un grave ostacolo allo sviluppo di ogni industria, e specialmente delle industrie metallurgiche, le quali richiedono un eccesso di calore, che non si ottiene se non dal carbon fossile. E questo ostacolo al progresso delle industrie metallurgiche è una sorgente di danni per tutte le altre industrie, perchè ne costringe ad acquistare all'estero le varie ed innumerevoli macchine, che sono il principale elemento della industriale prosperità di ogni paese. — Altro ostacolo alla nostra commerciale prosperità, è la circostanza dell'aver noi respinto il sistema commerciale protettore, come tirannico e vessatorio, e adottato in sua vece il principio del libero scambio: principio che fruttò all'Inghilterra vantaggi infiniti, perchè le nazionali sue industrie essendo già pervenute ad un alto grado di perfezione e di superiorità, rispetto alle corrispondenti industrie dei continenti europeo ed americano, essa non teme da queste nè concorrenze nè rivalità. E di fatto la facoltà concessa alle nazioni tutte, di mandare i loro prodotti industriali in Inghilterra, senza sottoporli a tassa alcuna, implicando naturalmente per l'Inghilterra un diritto reciproco, essa si trovò ad un tratto signora e padrona di tutti i mercati esteri, che invase co' suoi superiori prodotti industriali. Per tal modo il principio del libero scambio diventò per l'Inghilterra una ricchissima fonte di lucro e d'influenza. — Ma la condizione intrinseca dell'Italia essendo appunto tutto all'opposto di quella dell'Inghilterra, gli effetti che risultare debbono per essa dall'attuazione del principio della illimitata libertà di commercio, sarebbero dei più funesti, imperocchè nessuno fra gli italiani stessi si accontenterebbe dei proprii prodotti, imperfetti, poco durevoli, costosissimi, quando sapesse di potersi procurare i più eccellenti prodotti esteri, senza perdere nè più tempo, nè più denaro. — Quando i prodotti delle industrie straniere ingombrassero le nostre piazze ed i nostri mercati, le industrie nazionali d'Italia sarebbero condannate a certa ed imminente rovina, nè potrebbero prolungare d'alcun poco la loro agonia, se non imitando e falsificando i prodotti degli altri paesi, cioè vendendo i proprii prodotti come fossero prodotti stranieri. Ma simili mezzi non valgono ad assicurare la prosperità di una nazione, nè quella tampoco di una provincia o di una singola industria.
Perchè un popolo sia veramente soddisfatto della sua condizione politica e civile, conviene ch'esso si accorga di progredire sulla via della prosperità materiale, come su quella dello sviluppo intellettuale. Se malgrado le compiute conquiste della libertà, della indipendenza e di un seggio onorevole fra le altre potenze, il popolo riscattato conosce di scendere di giorno in giorno più rapidamente il funesto pendìo della povertà; se si avvede della inutilità dei mal diretti e mal concepiti suoi sforzi per migliorare la sua sorte; quando pure questo popolo non avesse contratto sotto il già franto giogo il malaugurato vizio della intolleranza, e la tendenza ad imputare tutte le sue sventure al governo, ed a' suoi maggiori in generale; quando pure fosse libero da ogni pregiudizio e da ogni preconcetto errore, non saprebbe obbliare i suoi patimenti per godere degli acquistati beni. E qualora il possesso di quelli stessi beni gli venisse contestato, esso non ne risentirebbe nè quel dolore, nè quello sdegno, che avrebbe risentito se i patimenti suoi proprii non ne avessero assorbito pressochè tutta la sensibilità. — L'eroismo che ne fa dimenticare noi stessi e gli attuali nostri dolori, per godere della prospettiva delle gioie e dei trionfi che l'avvenire serba in premio ai pazienti, non è tal cosa che si possa chiedere alle moltitudini; e perchè queste non sono dotate della facoltà dell'astrazione, e perchè difficilmente sanno imaginare ciò che ad esse prepara l'avvenire. Se dunque vogliamo vedere le popolazioni italiane affezionarsi alle istituzioni che le reggono, ed alla nobile, alla splendida esistenza che le aspetta, dobbiamo applicarci senza indugio a medicare ed a cicatrizzare le loro piaghe, ed a guidarle verso uno stato materiale meno penoso di quello in cui si trovino oggidì. Quando avremo fatto qualche passo su questa nuova via, quando avremo condotto le moltitudini in luoghi da cui sia ad esse dato di scorgere il ridente aspetto delle contrade ad esse destinate, le vedremo prender lena e coraggio; come fece un tempo il popolo ebreo, quando stanco e scorato del suo lungo pellegrinaggio attraverso il deserto, fu da Mosè condotto sulle alture in vista della terra promessa, ed ammirò schierate fra le sue tende i maravigliosi prodotti del paese di Canaan. — Che facciamo noi? Perchè non seguiamo l'esempio del legislatore ebreo? Noi tentiamo di condurre le nostre popolazioni attraverso il deserto che circonda la terra fertilissima della libertà e della moderna civiltà; ma siamo guide silenziose e maestri intolleranti; facciamo le meraviglie perchè l'ardore di chi ne segue non si sostiene al pari del nostro, dimenticando che l'aspettativa del futuro, la quale alimenta la nostra costanza, non conforta le moltitudini. — Noi tolleriamo di buon animo le privazioni e i sacrifizi, perchè ne vediamo il termine, e sappiamo che cosa ne debbono fruttare; ma il popolo lo ignora, e quando esso ci vede camminare innanzi, ed invitarlo a seguirci per le balze e dirupi sotto la sferza del cocente sole, che asciuga i ruscelli e le fontane, quando ci vede innoltrarci nel deserto con fronte serena e con passo animato, esso ne sospetta di pazzia, o talvolta ancora di tradimento. Perchè non lo confortiamo? perchè non cerchiamo di rianimare le sue forze con quel farmaco stesso che sostiene le nostre? Noi gli abbiamo detto: siete liberi, e la libertà è la bella cosa che vedete. Perchè non dirgli invece: queste sono le vie che conducono al libero ordinamento della civile società, questi sono i confini che dividono le schiavitù dell'età di mezzo dalla bene regolata libertà dell'età nostra e dell'avvenire? Varchiamoli animosi, con passo veloce, senza cedere nè agli stenti, nè alla stanchezza, sicuri di trovare conforti e compensi non appena saremo giunti al termine del nostro viaggio. — Se così gli parleremo, lo vedremo tosto rasserenarsi; e forse fra non molto troveremo in lui, nelle sue forze, naturalmente superiori alle nostre, quell'appoggio che ora siamo in debito di prestargli, e di cui per avventura potremmo quando che sia alla nostra volta abbisognare.
Ricordiamoci dunque, che le moltitudini non possono mantenersi costantemente affezionate ad un ordine di cose da cui non traggono alcun benefizio materiale, nè qualche fondata speranza di futuri e prossimi vantaggi. — Sforziamoci di migliorare la sorte delle classi più povere delle nostre popolazioni; e sino a tanto che tale miglioramento non sia da esse effettuato e conosciuto, mostriamo loro le conseguenze che risultar debbono dalle istituzioni nostre, e come fra non molti anni possiamo sperare di porre in fuga gli ultimi avanzi della popolare miseria, della popolare ignoranza e barbarie. — Presentiamo al nostro popolo una imagine succinta e fedele della società a cui lo vorremmo guidare; mostriamogli nell'avvenire l'unione delle varie classi sociali, ossia l'associazione loro all'intento di sollevare il povero dal peso della sua miseria e della sua ignoranza: non già col vieto e limitatissimo mezzo dell'elemosina, che operata largamente, come dovrebbe esserlo per ottenere un sensibile cangiamento nelle condizioni del povero, avrebbe per effetto d'impoverire il ricco, con che si porrebbe fine all'intero sistema dell'elemosina; ma con ciò che a quel sistema deve sostituirsi nell'avvenire, ossia coll'associazione dei capitali, degli elementi industriali, e degli artigiani che forniscono al commercio i prodotti dell'industria loro. Il principale oggetto di sì fatta associazione sarebbe di sopprimere le spese superflue, e i disonesti guadagni di coloro che oggi dispongono dei capitali, e che dirigono l'industria al solo fine di arricchire sè medesimi, ingannando i compratori, a cui dispensano mercanzie guaste o scadenti, non concedendo al povero artigiano che quella minima paga che basti a sostenergli miseramente la vita, per abbandonarlo poi alla carità degli ospedali e dei luoghi di ricovero, tosto che la gioventù e la forza ne sono esaurite.
L'Inghilterra maestra di tutto ciò che tende al perfezionamento dell'industria, ed allo sviluppo della carità bene intesa, (non già della elemosina), possiede un gran numero di tali associazioni; ed il concetto loro è così penetrato nella intelligenza di ogni classe di persone, che la miseria non vi si trova quasi mai, se non unita ad un eccesso d'immoralità, di perversità e di corruzione, che ne spiegano abbastanza la torbida sorgente. — Un artigiano laborioso ed onesto, la cui famiglia, per quanto possa essere numerosa, segua l'esempio dal suo capo, è sicuro di non trovarsi mai al disotto di una modesta agiatezza; e per poco che la sua intelligenza si apra e si eserciti, o che le circostanze gli sieno favorevoli, egli può sperare di giungere in breve tempo ad un certo grado di ricchezza, al quale pervenuto ch'ei sia, nulla osta al suo innalzamento fra quei Cresi della industria britannica che destano la meraviglia del mondo intero. Imitando le associazioni filantropiche dell'Inghilterra, ed adattandole al carattere ed alle speciali condizioni nostre, noi otterremo i medesimi effetti, senza sagrificare altro che i disonesti speculatori e i loro illeciti guadagni. — E partecipando sin d'ora alle nostre popolazioni l'intento nostro, le nostre mire e le nostre speranze, infonderemo loro il coraggio di seguirne attraverso gli sterpi e le spine, che ingombrano tuttora la nostra e loro via.
Quando il popolo sia convinto che il risultato finale dei nostri sforzi e l'oggetto delle nostre istituzioni, è il suo maggior bene, cesserà senza alcun dubbio dal mostrarsi indifferente e dal mettere in dileggio quelle istituzioni e tutto ciò che noi difendiamo, sosteniamo e comprendiamo sotto il nome di libertà. Egli si affretterà al contrario di studiare il significato delle parole da noi usate e delle cose da noi commendate, per conoscere in qual modo gli è concesso di prendervi parte, affine di agevolare il compimento dei nostri disegni, e gli elettori si recheranno puntualmente ai loro collegi, per dare a sè medesimi dei rappresentanti atti ad ordinare delle buone e provvide leggi, che assicurino il destino della nazione. — L'istituzione della Guardia Nazionale, invece di essere considerata come una vessazione governativa, sarà giustamente considerata come una garanzia pel paese, e cesseranno dal maledirla. E così di tutti i funesti pregiudizi, che ora offuscano la mente delle nostre popolazioni, e le rendono intolleranti di un civile reggimento.
Quando il nostro popolo abbia imparato a giudicare sanamente le intenzioni degli speculatori disonesti, che vorrebbero trasformare il nostro nazionale riscatto in una illimitata prerogativa che li autorizzi a spogliare impunemente altrui di ogni cosa che risvegli la loro cupidigia, non si lascerà più ingannare da essi come al presente, e più non crederà che le vessazioni e le spogliazioni, di cui è vittima, sieno combinate e ordinate dai ministri del re per arricchire sè stessi. — Quando gli occhi delle popolazioni italiane fossero bene aperti sopra i raggiri e le menzogne di siffatti speculatori, i loro trionfi avrebbero fine; e quando essi tentassero di prolungarli, il popolo, conscio dei loro inganni, potrebbe dar loro una lezione che li disgutasse da nuovi colpevoli tentativi. Allora, cessando quelli illeciti ed immensi guadagni, la sorte del povero, alle cui spese si fanno per la massima parte, sarebbe mirabilmente migliorata.
Per riassumermi dirò, che lo scopo a cui dobbiamo tendere innanzi tutto, si è lo spargere luce nelle menti delle povere classi delle nostre popolazioni, onde renderle consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, e dar loro i mezzi di sfuggire ai sanguinosi artigli degli spogliatori di ogni genere, che oggi le fanno loro preda. — Le nostre popolazioni ricevettero dalla natura una intelligenza tanto pronta quanto retta, che le sforza a seguire il giusto, tosto che lo hanno veduto e conosciuto. — Con questi due doni della natura, che formano la parte più elevata del carattere del popolo italiano, come si spiega l'infinita serie di errori e di pregiudizi, che lo dominano oggi ancora, e che lo fanno traviare ad ogni passo? Non è questa una irrefragabile prova che nessuno si è accinto a dir loro la verità? Andiamo sempre ripetendo, che le nostre popolazioni agricole ed artigiane sono nelle mani del clero, che le istruisce a modo suo, ed a cui credono ciecamente; sappiamo che la maggioranza del clero vede di mal occhio, anzi biasima e condanna tutto ciò che fu fatto in Italia dal 59 in poi, e nulla tentiamo per togliere al clero le menti ed i cuori delle nostre popolazioni, e per sostituirci ad esso nella loro confidenza. Di chi dunque è la colpa, se il nostro popolo è così poco informato delle massime fondamentali del vivere civile?
Un piccol numero dei nostri possidenti fondiarii incomincia a sospettare che nessuno possa avere tanto a cuore l'interesse loro quanto essi stessi. — E perciò, e perchè inoltre il vivere in città è più dispendioso che il vivere in campagna, questo picciol numero dei nostri signori abbandona per tempo i conforti e i diletti dei teatri, delle conversazioni, dei ritrovi, ecc., e si ritira in mezzo a' suoi campi, nelle sue ville, e fra i suoi villici, per accudire ai lavori che procurare gli debbono un aumento di entrata. È questo un progresso compito da questi nostri possidenti; ma il profitto che ne trarrebbero e i possidenti ed il paese intero, sarebbe di gran lunga maggiore, se un altro intento aggiungessero a quello di dirigere la coltura dei terreni. — I contadini di un paese libero non sono unicamente gli strumenti dell'agricoltura, come gli aratri, le vanghe, i mulini, i trebbiatoi, ecc. Essi sono le membra del corpo sociale e politico, i possessori di ogni diritto civile, i produttori della pubblica prosperità, i difensori della indipendenza nazionale e del buon ordinamento civile, e possono diventare i rappresentanti della nazione e gli amministratori delle sue ricchezze.
Queste moltitudini, destinate a così nobile e così splendida missione, sono quelle appunto che più si lagnano, direi quasi che più abborrono i rivolgimenti accaduti dal 59 sino ad oggi, e che oppongono una ostinata, una disperata forza d'inerzia al conseguimento delle nostre mire. — È egli possibile di attribuire tale stranezza ad altra cagione, se non ad un equivoco, ad un difetto d'intelligenza in quelle moltitudini pregiudicate e sdegnate contro chi vuol farsi loro benefattori, e contro gli stessi benefizi ad esse offerti?
Ora poichè tale equivoco, oltre all'essere evidente, è pure singolarmente assurdo, e minaccia di diventare funesto alla patria ed alla nazione stessa, non è forse un preciso, un assoluto dovere per quelli, a cui spetta d'illuminare le moltitudini perchè istrutti ed in grado di guidarle rettamente, non è forse loro sacrosanto dovere di tutto porre in opera affinchè cessi l'equivoco, e cessi al più presto?
Si suol dire, per iscusare la inerzia delle classi educate, nulla esservi di più difficile, che il mostrare la luce ai ciechi, di sottomettere alla ragione i zotici, d'insegnare agli ignoranti. L'impresa può essere ardua, e deve apparire doppiamente tale a chi non ha mai tentato passo alcuno in quella direzione. Ma le difficoltà non sono però tali da disanimare la buona volontà di un vero filantropo, di un vero patriotta, di un vero cristiano. — Ricordiamoci che acquistando la libertà e l'indipendenza, costituendoci in nazione, ed ottenendo come tale un posto onorato fra le potenti e civili nazioni europee, abbiamo acquistato dei diritti non solo, ma abbiamo contratto altresì dei doveri verso le vicine potenze, e verso noi medesimi. — Siamo stati rispettati sin quì, dobbiamo mostrarci degni di rispetto. Dobbiamo tollerare con forte pazienza i mali inseparabili da ogni sociale rivolgimento; non perdere il tempo e la lena in vani lamenti, in puerili ed irate recriminazioni, in urti ed assalti reciproci, in garruli od inutili dibattimenti; ma prefiggerci per iscopo d'ogni nostro atto la consolidazione di quanto abbiamo fatto, e perchè non potevamo far cosa migliore, e perchè ciò che abbiamo fatto liberamente non possiamo ripudiarlo senza confessarci inetti e bisognosi di severa tutela: confessione che sarebbe troppo umiliante per una nazione come la nostra, che per tanti anni aspirava ai beni di cui gode oggidì, e che acquistati appena non ha il diritto di sprezzarli, o di dichiararsene stanca. — Ricordiamoci che il pentimento nelle nazioni non è virtù, ma debolezza, leggierezza, o indizio dell'una e dell'altra.
Sforziamoci d'inspirare ai nostri compatriotti, a qualunque classe di persone appartengano, la tolleranza, la costanza e l'energia. — Scacciamo le tenebre della ignoranza, che tolgono al povero delle campagne, come a quello delle città, la necessaria luce; ma mentre ammaestriamo il povero, non trascuriamo di ammaestrare noi medesimi.
Chi semina la discordia fra i cittadini non è il povero. — Chi sparge sospetti, proteste e calunnie sui nomi sin qui più onorati del paese nostro, sì che più non si trovi un uomo meritevole di stima e di rispetto che assumere si voglia di succedere a chi sottostava alle ingiuste ed alle assurde accuse de' suoi concittadini; chi operava simili nefandità non è il povero nè l'incolto. — Chi consiglia agli elettori di scegliersi a loro rappresentante un avversario dell'attuale ordine di cose, che non accetta l'incarico affidatogli, o lo accetta per aggiungere nuovi ostacoli a quelli che già ingombrano la via ove camminar debbono il governo e il paese, non è nè il povero nè l'ignorante. — Chi biasima gli operosi, senza additar mai ciò che sarebbe da farsi, e senza por mano ad opra alcuna, non è il povero, che si accontenta di ripetere le insulse diatribe de' suoi maggiori. Chi profetizza, ed annunzia come imminenti, rovinose catastrofi, senza dir mai come si potrebbero evitare, eccitando così il terrore, lo scoraggiamento e la diffidenza nell'animo delle moltitudini, non è il povero. — Dobbiamo farci maestri del popolo, ma dobbiamo altresì correggere noi stessi, sicchè egli possa vedere in noi il modello di ciò che esser deve il cittadino di un paese libero.
Mi si potrebbe opporre ch'io raccomando ad un tempo due cose che non possono camminare di pari passo; cioè che raccomando alle classi più elevate della nostra società di farsi educatrici delle più povere e più rozze, mentre dichiaro che le prime abbisognano non meno che le seconde di una educazione politica, e si potrebbe ancora soggiungere che codesta educazione io non accenno chi debba ad esse compartirla.
Poche parole basteranno a chiarirmi su tale apparente contraddizione. Se le modificazioni, ch'io vorrei suggerire alle classi più colte ed illuminate de' miei concittadini, richiedessero lungo tempo ed ardui studii per essere effettuate, meriterei invero la taccia di proporre degli scolari per maestri delle classi più povere e più ignoranti. — Ma le modificazioni di cui parlo dipendono unicamente dalla volontà di coloro che dovrebbero eseguirle. — Gli italiani educati e colti sanno benissimo, che un paese non può governarsi costituzionalmente, se i cittadini di questo non partecipano al maneggio degli affari suoi; che non v'ha linea stabile di confine tra i governati e i governanti, ma che l'autorità passa dagli uni negli altri, secondo le varie circostanze, secondo pure che si scoprono nuovi cittadini atti ad assumerla e ad esercitarla. E se gli italiani capaci di partecipare al governo del loro paese, se ne stanno inoperosi, fuori della sfera in cui si trattano gli affari, contenti di biasimare chi assunse l'incarico di governare, non è già perchè essi non sappiano che quando tutti i cittadini se ne stessero come essi stanno colle mani alla cintola, il governo parlamentare o rappresentativo sarebbe pel nostro paese una utopia. Non è neppure che ad essi poco o nulla importi che esista o non esista il governo parlamentare: ma perchè vanno dicendo a sè medesimi, che gli aspiranti all'esercizio del potere non sono mai in numero troppo ristretto; che la loro propria cooperazione non sarebbe di vantaggio alcuno al paese, e che a loro è concesso di starsene oziosi, sicuri essendo che l'autorità non difetterà mai di esercenti. — Se v'ha un solo fra i nostri censori inoperosi, che rimproverato da qualche amico per la sua inerzia, non abbia tentato di giustificarsi adducendo per argomento la propria incapacità, e la certezza che non mancano cittadini disposti ad accettare la responsabilità del governo ed atti a sostenerla degnamente, si faccia innanzi, e mi dimostri la falsità del mio supposto.
Quando fosse vinta l'inerzia che opprime e domina una gran parte degli italiani più colti ed illuminati, sarebbero sanate molte delle piaghe che ne lasciarono i nostri antichi padroni. — Il cittadino, assorto negli affari dello stato o in quelli dell'amministrazione, non avrebbe nè il tempo, nè la volontà di volgere in ridicolo e di biasimare tutto ciò ch'egli vede; e quando avesse contratta l'abitudine di occuparsi di cose serie, non crederebbe più che gli manchi il tempo di applicarsi alla educazione delle classi povere ed incolte. Insomma le nostre classi illuminate ed istrutte sono atte a reggere lo stato, ed a guidare la pubblica opinione, che abbandonata a sè medesima, troppo spesso è soggetta ad errare; sono atte in una parola ad educare il popolo ed a perfezionare sè medesime, purchè così vogliano. — Così risolva la volontà loro, e le sorti del nostro paese seguiranno un corso regolare e placido, nè inciamperanno ad ogni passo negli ostacoli che loro suscitano pochi spensierati o maligni oppositori.
Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, e tosto vedremo chiarirsi il nostro orizzonte. Gli elettori si recheranno ai rispettivi loro collegi, e manderanno al parlamento, non già dei nomi in qualsiasi guisa famosi, ma degli uomini assennati, versati nel maneggio degli affari, onesti e prudenti. — Allora il parlamento si dividerà in una maggioranza compatta, e in una minoranza che servirà a mantenere la maggioranza sulla retta via. — Allora i ministeri sapranno su chi possono appoggiarsi, e formeranno progetti che spereranno di condurre a buon fine. — Allora cesseranno le deplorabili scene di violenza e di disordine, che alcuni degli attuali nostri deputati suscitano a bello studio, perchè le considerano come una incontestabile prova del loro ascendente. — Furono eletti perchè avevano fatto parlare di sè, ed ora mettono sottosopra il parlamento per mostrarsi non inferiori a sè stessi. — E gli uomini assennati di cui abbonda l'Italia permettono tali scandali!
Sia vinta l'inerzia che ne tiene prostrati, ed il popolo imparerà a fidare ne' suoi rappresentanti, e nei maestri che a lui spontaneamente si offriranno per renderlo atto a trarre dalla libertà la materiale prosperità a cui ha diritto. — Allora saremo veramente liberi ed indipendenti, quando pure Roma dovesse rimanere, per qualche tempo ancora, in balìa del Pontefice. — Allora saremo ricchi, perchè non avremo bisogno di spendere ingenti somme per combattere la noia compagna dell'ozio, e perchè la ricchezza dello stato ci consolerà delle scemate nostre ricchezze. — Allora avremo degli speculatori onesti, e delle speculazioni che arricchiranno i singoli leali speculatori, e con essi il paese. — Allora progrediranno le nazionali industrie, perchè i capitalisti le sosteranno, e gli artigiani vi lavoreranno con zelo indefesso.
Gli stranieri conosceranno quali tesori di forza, di costanza e di patriottismo serbi tuttora questa povera terra, tanto calunniata e derisa, e che sembra talvolta voler giustificare le accuse di cui è fatta bersaglio. Vere ed incalcolabili sarebbero le conseguenze di questo primo passo sulla via della pubblica salvezza. — Faccia ognuno ciò che sa e sente di poter fare, e nel giudicare della propria attitudine non si lasci ingannare dall'amore dell'ozio, ma faccia di sè uno scrupoloso e serio esame.
Questi sono i risultati verso i quali tutti dobbiamo tendere, nella misura delle nostre forze e della nostra capacità. — Abbiamo creduto troppo ingenuamente che, dopo le vittorie del 59 e del 60, le cose nostre avessero a progredire da sè sole, senza forviarsi mai, e senza che alcuno si prendesse la briga di guidarle. — Da quell'epoca in poi abbiamo deviato non poco; e se non vi si pone pronto rimedio, potremo trovarci in breve smarriti nel deserto. Per buona sorte però non abbiamo ancora perso di vista la diritta via. — Torniamo senz'altro indugio ad essa, e non consentiamo mai più che vizio o passione ce ne allontani. — Cessiamo una volta dallo scambiare fra di noi accuse, sospetti e rimproveri; ma risolviamo invece unanimi e concordi di conservare i beni conquistati, educando noi stessi ed il popolo ad accrescerli sempre più, e a trarne quei vantaggi materiali e morali, che simili beni producono alle nazioni che già da molti anni ne godono, e che sanno giustamente apprezzarli.
FINE
NOTE
1. Quando io scriveva quelle righe, già si sussurrava di una tacita resistenza al pagamento delle nuove imposte; ma si sperava che in essa non vorrebbero persistere ed ostinarsi i napoletani. — Si cercavano ad essi scuse, e si trovavano facilmente nel fatto, che sino al 59 i sudditi dei Borboni non sapevano per così dire che cosa fossero le imposte, nè perchè si decretassero, nè a qual uso servissero. Tanta ignoranza doveva diradarsi rapidamente, ed era o sembrava impossibile che una popolazione intelligente e svegliata come la napoletana non intendesse che le strade non si aprono, che le scuole non si creano, che la sicurezza e la tranquillità pubblica non si ottengono senza denaro, e che il denaro a ciò impiegato deve essere fornito dal popolo che fruisce di siffatte opere ed istituzioni.
Forse che la indulgenza usata verso i primi che si astennero dal pagare le nuove imposte persuase ai napoletani che, persistendo essi nella loro resistenza, si manterrebbero immuni da ogni disturbo fiscale. — Il fatto si è che le nostre provincie meridionali pagano in effetto circa il 20 per cento della quota che ad esse spetterebbe di pagare. — I deputati napoletani sono però fra i più accaniti detrattori del governo italiano, perchè esso non propone un mezzo facile ed economico di ragguagliare l'avere ed il dare dell'annuo bilancio. — Nè è da supporre ch'essi ignorino la principale cagione di quella pretesa incapacità del nostro governo; ed un bambino non durerebbe fatica a convincersi che quando il consuntivo non giunge al 50 per cento del preventivo, il deficit non può essere evitato.
La conseguenza necessaria di tale dissesto è la creazione incessante dì nuove imposte, le quali non rendendo allo stato nemmeno la metà della somma aspettata, e ciò perchè circa una metà degli abitanti del regno non paga la parte sua, rimangono e rimarranno in perpetuo insufficienti. Intanto l'Italia settentrionale che, di mala voglia sì ed imperfettamente paga, ma pure paga, va impoverendosi di giorno in giorno, e potrà fors'anco cadere in rovina, se le cose continuano su questo piede.
Chi ha pagato i molti milioni impiegati a costruire strade carreggiabili e ferrovie, a stabilire telegrafi elettrici, a fondare nuove scuole primarie in tutti i comuni delle provincie meridionali? chi, se le provincie meridionali stesse non li hanno pagati, e non li pagano? — Noi non siamo fra quelli che si figurano il governo come un essere sui generis, possedente beni suoi propri e tesori inesauribili, indipendenti dalle imposte e dalle somme che ne ritrae. — Se dunque i napoletani fruiscono gratuitamente dei lavori eseguiti nelle loro provincie, siccome il denaro che costarono non può provenire da altra fonte che dal pagamento delle imposte, dobbiamo concludere, che i benefizi largiti ai napoletani furono pagati dall'Italia settentrionale in gran parte, e dall'Italia centrale nella misura delle sue forze.
Noi non avremmo desiderato che il governo sospendesse i lavori intrapresi nell'Italia meridionale, ed aspettasse per condurli a buon fine che i suoi abitanti si adattassero a pagare le imposte. — Le opere eseguite e le istituzioni attivate erano necessarie alla fusione delle varie popolazioni, che è quanto dire al consolidamento della nostra unità politica, ed è questo uno scopo che deve essere raggiunto a qualunque costo. Nè ci rifiuteremmo di pagare i conti dei napoletani anche nell'avvenire, se credessimo la cosa possibile; ma camminando di questo passo, andremo in rovina, senza vantaggio alcuno pel paese. Ciò che a noi sembra urgente si è di ristabilire l'equilibrio tra le finanze delle varie provincie, insieme con quello degli annui bilanci, costringendo i napoletani a pagare la quota che ad essi spetta. — Tosto o tardi sarà necessario adottare tale partito; e le dilazioni altro effetto non hanno se non di persuadere ai napoletani che, durando nella loro resistenza, rimarranno vincitori.
2. Mentre io stava scrivendo queste pagine, gli avvenimenti sembravano disposti a darmi una solenne e decisiva mentita. — Un pugno di giovani imprudenti, sedotti da irreconciliabili nemici dell'attuale ordinamento delle cose nostre, e guidati da un uomo il cui nome esercita un fascino singolare sulle giovanili imaginazioni, fidando sul fatto che la Presidenza del Consiglio dei Ministri era caduta nelle mani di chi sa persuadere a tutti i partiti di essere cosa loro, e la cui presenza al Ministero fu sempre seguita da una sciagura nazionale, levavano lo stendardo della ribellione, ed irrompevano sul territorio pontificio. — Confesso che i partigiani del generale Garibaldi formano una fazione politica, che si appoggia, non già ad un corpo di dottrine politiche, ma ad un uomo di cui si sono fatti un idolo, quantunque lo riconoscano scevro di criterio politico, di prudenza, di sagacità, di tutte le doti infine che costituiscono l'uomo di stato, e ne lodano soltanto il coraggio, la lealtà ed il patriottismo: virtù che bastano a meritargli la erezione di una statua sulla pubblica piazza, ma non ad ottenergli il titolo ed i diritti di un dittatore. — Il generale Garibaldi ed i suoi partigiani pretendevano impadronirsi di Roma, cacciarne il Pontefice, stabilirvi verosimilmente la dittatura repubblicana, e sostenere quindi la guerra contro la Francia. — L'impresa era così disperata, così rovinosa, che i romani stessi lo conobbero, e si astennero dal parteciparvi. — Il successo non era dubbio; ma i pericoli che tanta caparbietà minacciava alla patria erano grandi e numerosi. — Il governo nostro trovavasi nella più critica situazione. — Legato dai trattati, e costretto dalla più volgare prudenza a non partecipare a tentativi violenti contro il governo pontificio, esso non poteva nè attaccarlo nè difenderlo, e perchè la pubblica opinione si sarebbe opposta così all'uno come all'altro partito, e perchè i trattati non lo autorizzavano ad intervenire negli stati romani, nè in favore del Pontefice nè in favore de' suoi avversarii. — D'altra parte, se le nostre truppe avessero occupato il territorio pontificio, e più ancora se si fossero portate dentro le mura di Roma, un tal passo ci avrebbe condotto alla guerra civile, ed alla guerra contro la Francia, che avrebbe considerato la nostra occupazione a mano armata di Roma come una sfacciata infrazione ai trattati testè conclusi, e come un atto di violenza contro il Papa, in una parola come una conquista; mentre dall'altro lato il nostro governo non poteva accettare e sanzionare la dittatura del generale Garibaldi, nè tutti gli atti e le illegalità che da tale dittatura sarebbero derivati. Le due armate trovandosi a fronte l'una dell'altra, e le volontà dei rispettivi capi essendo fra loro discordi, non vedo come si sarebbe evitata la guerra civile, o forse anche lo smembramento d'Italia.
A tali estremi pericoli ne esponeva la ostinazione e la singolare imprudenza del generale Garibaldi; e la sagacità che giunse ad allontanarli non fu per certo volgare prudenza. Anche questa volta però il grandissimo numero degli italiani, ed i romani pressochè tutti, diedero nuova testimonianza del buon senso che predomina nelle nostre popolazioni; poichè nessuno, tranne gli agitatori incorreggibili cresciuti ed educati nelle lunghe e ripetute emigrazioni politiche, tranne pochi giovani la cui fantasia si accende in guisa che ne offusca totalmente il criterio, ed alcuno forse di quei sciagurati che non si sentono al sicuro se non nel disordine e nella illegalità; nessuno, dico, approvava l'impresa del generale Garibaldi e ne desiderava il successo, sebbene lo scopo di essa, cioè la riunione di Roma al rimanente d'Italia, sia oramai il principale oggetto dei voti degli italiani.
Questa crisi per buona sorte giunse al suo fine, senza avere cagionato la rovina che sembrava ne minacciasse; del che devesi render grazie alla moderazione dell'Imperatore dei francesi, e al sincero desiderio, anzi al bisogno di pace, che predomina tanto in Italia quanto in Francia. — Che il governo italiano non potesse operare come ausiliario di un branco di giovani indisciplinati, inspirati dai meetings di Ginevra, di Milano e di altre città d'Italia, di poche bande di volontari le quali portavano inscritti sulle loro bandiere principii e sentimenti rivoluzionari, e si dichiaravano seguaci di Mazzini e de' suoi luogotenenti, creando nelle borgate da essi occupate dei governi provvisorii, che sapevano di repubblica assai più che di monarchia costituzionale, ed operando come avrebbero operato prima del 59, cioè come se la nazione italiana ed il regno d'Italia non esistessero, o ne ignorassero la esistenza; che il governo acclamato dalla intera Italia, e che la rappresenta, non potesse entrare in campo come ausiliario delle bande dette garibaldine, è cosa troppo evidente perchè possa mettersi in discussione. — E tale evidenza appare maggiormente ancora, se si riflette che le popolazioni degli stati pontificii, e la romana in particolare, non si mostrarono per nulla consenzienti ai tentativi fatti sotto pretesto di liberarle, e che il successo degli assalitori non avrebbe avuto luogo senza spargimento di sangue italiano per mano italiana. — Se dunque il nostro governo, il governo di Vittorio Emanuele, si fosse indotto ad unirsi ai garibaldini, esso avrebbe mancato ai trattati, avrebbe condotto i suoi soldati contro gente italiana; e tutto ciò per assicurare il trionfo di una fazione a lui avversa, e così debole ed impotente, che a nulla poteva riescire se non coll'aiuto del regno d'Italia. — D'altra parte il governo del nostro re non poteva combattere direttamente le bande garibaldine, senza incorrere in una guerra civile ed imbrattarsi di sangue italiano; e ciò per difendere diritti ch'esso non riconosce, e contro la cui legittimità egli si è dichiarato. — Le cose stando in tale stato, l'intervento francese, sebbene pieno anch'esso di pericoli, era però il solo mezzo di evitare a noi la guerra civile, e di mettere il Pontefice al sicuro da una catastrofe, la cui responsabilità sarebbe ricaduta sulla nazione italiana e sul suo governo. — Ora che la tranquillità ed un certo buon ordine, compatibile con un pessimo governo, sono ristabilite, le truppe francesi lasceranno il paese ove sono una vivente violazione del principio che la Francia stessa proclamava del non intervento nelle dissensioni intestine dei vari stati europei. Ma siccome i recenti avvenimenti hanno dimostrato che la convenzione del 65 tra la Francia e l'Italia, nei termini in cui fu concepita e redatta, non produce quei risultati che da essa si aspettavano; siccome il governo italiano, a cagion d'esempio, non può impedire che il territorio pontificio sia assalito da bande di volontari, senza combatterle, ciò che ripugna ad ogni cuore avverso alla guerra civile; nè può impedire che la città di Roma cada difatto nelle mani dei volontari o delle popolazioni insorte, mentre i trattati gli vietano di occupare esso medesimo quel territorio; per questi e molti altri motivi, la cui enumerazione riescirebbe troppo lunga, si comporrà un nuovo trattato che ponga al sicuro la persona del Pontefice da ogni offesa, e garantisca il rispetto dovuto alla religione della civiltà, a tutto ciò che si riferisce ad essa, come sarebbero i suoi monumenti, le sue chiese, i suoi ministri, ecc.
Possiamo dunque sperare, malgrado le immeritate invettive e le imprudenti dichiarazioni di alcuni fra i ministri ed oratori della Francia, che codesta nazione, più sensata e più giusta di que' suoi rappresentanti, rispetterà le costanti e legittime aspirazioni dell'Italia; e si terrà soddisfatta d'intervenire in ciò che vi è veramente di universale nella così detta quistione romana, cioè di assicurare la conservazione della religione cristiana e cattolica, e di quanto la concerne, lasciando agli italiani la cura d'intendersi col Pontefice su ciò che appartiene esclusivamente all'Italia, cioè sulla questione dell'annessione di Roma, purchè ci asteniamo dall'uso della forza materiale, della violenza. Riconosciuti una volta i nostri diritti, e posti alcuni limiti all'esercizio loro, spetterà a noi l'approfittare con somma prudenza dei nostri vantaggi, mostrarci capaci di contenere i nostri desideri, e aspettare il momento opportuno per soddisfarli. — Se l'Italia sa mantenersi nazione libera ed indipendente, ordinata e tranquilla, sotto un governo costituzionale ed italiano, che l'Europa ha riconosciuto e rispetta, non v'ha per me dubbio che Roma debba in breve entrare a parte delle nostre sorti. L'incertezza si riferisce soltanto al come e al quando sarà compiuto questo finale e solenne avvenimento; e a tale incertezza dobbiamo rassegnarci sinceramente, come ad una invincibile necessità politica e sociale.
Ma perchè tale rassegnazione sia possibile, e porti i suoi frutti, dobbiamo rientrare nelle vie di una regolare ed ordinata libertà, e rinunziare alla politica sentimentale, che già troppo sovente ne fuorviava. — Nessun paese può dirsi libero, se concede ad un uomo, sia pur esso il più virtuoso ed il più amato, di mettere in non cale la legge, e di seguire soltanto la propria volontà. — Il re è sottomesso alla legge, ed alla legge obbedisce. Perchè si permette al generale Garibaldi di sprezzarla, e di non tenerla in alcun conto? Egli non aveva che un solo mezzo per conservarsi in una condizione così eccezionale, ed era l'usarne assai di rado, ed il non abusarne mai. — Garibaldi invece si è fatto lo stromento di Mazzini e dei Mazziniani in Italia, e si accinse a realizzarvi i loro sogni. — Con ciò ne ha posto due volte sull'orlo della guerra civile e della guerra contro la Francia. — Questi due fatti, quello di Aspromonte e quello di Monterotondo, lo hanno balzato dal trono fantastico su cui lo aveva posto la nostra gratitudine, e ridotto alla condizione di semplice cittadino di un paese libero; condizione, di cui, mi sia permesso il dirlo, non v'ha eroe che non possa e non debba tenersi per soddisfatto ed onorato.
Sia dichiarato una volta, e nessuno lo contesti, che Garibaldi deve obbedire alla legge come ogni altro cittadino d'Italia, non solo quando l'obbedienza non gli pesa, ma sempre ed in qualsivoglia circostanza, e che qualora egli tentasse una terza volta d'infrangerla, sarà richiamato al dovere coi mezzi stessi dalla legge prescritti. — L'uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge è la prima fra le grandi conquiste che la rivoluzione francese dell'89 compì sulla tirannide dei governi assoluti, il principio più fecondo e più benefico della moderna civiltà, e chi non sa contentarsene e rendergli omaggio, si mostra indegno di far parte di un consorzio civile e libero.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (qui/quì, subìto/subíto e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.