WeRead Powered by ReaderPub
Ottavia cover

Ottavia

Chapter 12: ATTO TERZO
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

A neoclassical tragedy set in the imperial court traces a tense struggle between a capricious ruler, his repudiated consort, and a beloved courtesan, with a stoic philosopher caught between conscience and survival. Court speeches, plots, and manipulations expose rivalry, public opinion, and the use of exile and rumor as political weapons. The ruler alternates tenderness and menace while seeking to control reputation and secure power, the consort faces banishment and attempted rehabilitation, and advisers attempt to temper violence even as they are complicit. The play unfolds through acts of intrigue, moral argument, and escalating coercion that examine honor, ambition, and the corrosive effects of absolute authority.

Misera me!... Crudo Neron, pasciuto
di sangue ognor, di sangue ognor digiuno!

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Ottavia, Seneca.

 

Ottav.

Vieni, o Seneca, vieni; almen ch'io pianga
con te: niun con chi piangere mi resta.

Seneca

Donna, e fia ver? mentita accusa infame...

Ottav.

Tutto aspettava io da Neron, men questo
ultimo oltraggio; e sol quest'uno avanza
ogni mia sofferenza.

Seneca

Or, chi mai vide
insania in un sí obbrobriosa, e stolta?
Tu vivo specchio d'innocenza e fede,
tu pieghevole, tenera, modesta,
e ancor che stata di Nerone al fianco,
pure incorrotta sempre; e a te fia tolta
or tua fama cosí! non fia, no; spero.
Io vivo ancora, io testimonio vivo
di tua virtú; spender mia voce estrema
in gridarti innocente udrammi Roma:
chi fia sí duro, che pietá non n'abbia?
Deh! non mi dir (che mal può dirsi) or quanta
sia l'amarezza del tuo pianto: io tutto
sento e divido il dolor tuo...

Ottav.

Ma invano
tu speri. Nulla avermi tolto estima
Neron, fin ch'ei la fama a me non toglie.
Tutto soggiace al voler suo: te stesso
tu perderesti, e indarno: ah! per te pure
tremar mi fai. Ma in salvo, è ver, che posta
da lunga serie di virtudi omai
è la tua fama: il fosse al par la mia!...
Ma, giovin, donna, infra corrotta corte
cresciuta, oh cielo! esser tenuta io posso
rea di sozzo delitto. Altri non crede,
né creder de', ch'io per Neron tuttora
amor conservi: eppur, per quanto in seno
in mille guise egli il pugnal m'immerga,
per me il vederlo d'altra donna amante
è il rio dolor, che ogni dolor sorpassa.

Seneca

Neron mi serba in vita ancora: ignota
m'è la cagion; né so qual mio destino
me dall'orme ritrae di Burro, e d'altri
pochi seguaci di virtú, ch'ei spense.
Ma pur Neron, per l'indugiarmi alquanto,
tolto non m'ha dal suo libro di morte.
Io, di mia mano stessa, avrei giá tronco
lo stame debil mio; sol men rattenne
speme, (ahi fallace, e poco accorta speme!)
di ricondurlo a dritta via. — Ma, trargli
di mano almeno un innocente, a costo
di questo avanzo di mia vita, io spero.
Deh, fossi tu pur quella! o almen potessi
risparmiarti l'infamia! Oh come lieto
morrei di ciò!

Ottav.

... Nel rientrare in queste
soglie, ho deposto ogni pensier di vita.
Non ch'io morir non tema; in me tal forza
donde trarrei? La morte, è vero, io temo:
eppur la bramo; e sospiroso il guardo
a te, maestro del morire, io volgo.

Seneca

Deh!... pensa... Il cor mi squarci... Oimè!...

Ottav.

Sottrarmi
il puoi tu solo; dalla infamia almeno...
L'infamia! or vedi, onde a me vien: Poppea
bassi amori mi appone.

Seneca

Oh degna sposa
di Neron fero!

Ottav.

Ei di virtú per certo
non s'innamora: prepotenti modi,
liberi, audaci, a lui son esca, e giogo;
teneri, a lui recan fastidio. Oh cielo!
io, per piacergli, e che non fea? Qual legge
io rispettava ogni suo cenno: io sacro
il suo voler tenea. Di furto piansi
l'ucciso fratel mio: se da me laude
non ne ottenea Neron, biasmo non n'ebbe.
Piansi, e tacqui; e non lordo di quel sangue
crederlo finsi: invano. Ognor spiacergli,
era il destin mio crudo.

Seneca

Amarti mai
potea Neron, s'empia e crudel non eri? —
Ma pur, ti acqueta alquanto. Ecco novello
giá sorge il dí. Tosto che udrá la plebe
del tuo ritorno, e rivederti, e prove
darti vorrá dell'amar suo. Non poco
spero in essa; feroci eran le grida
al tuo partire; e il susurrar non tacque
nella tua breve assenza. Iniquo molto,
ma tremante piú assai, Neron per anco
tutto non osa; il popol sempre ei teme.
Fero è, superbo; eppur mal fermo in trono
finor vacilla: e forse un dí...

Ottav.

Qual odo
alto fragore?...

Seneca

Il popol, parmi...

Ottav.

Oh cielo!
alla reggia appressarsi...

Seneca

Odo le grida
di mossa plebe.

Ottav.

Oimè! che fia?

Seneca

Che temi?
Soli noi siam, che in questa orribil reggia
paventar non dobbiamo...

Ottav.

Ognor piú cresce
il tumulto. Ahi me misera! in periglio
forse è Neron... Ma chi vegg'io?

Seneca

Nerone;
eccolo, e viene.

Ottav.

Oh, di qual rabbia egli arde
nei sanguinosi occhi feroci! — Io tremo...

SCENA SECONDA

Nerone, Ottavia, Seneca.

 

Ner.

Chi sei, chi sei, perfida tu, che intera
vaneggi Roma al tuo tornare; ed osi
gridar tuo nome? Or qui, che fai? che imprendi
con questo iniquo traditore? entrambi
state in mia possa. Invan la plebe stolta
vederti chiede. Ah! se mostrarti io deggio,
spero, qual merti, almen mostrarti; estinta.

Ottav.

Di me, Neron, come piú il vuoi, disponi.
Ma di ogni moto popolar, deh! credi
che innocente son io. Nulla (tel giuro)
chieggo, né spero, io dalla plebe: e dove
nuocerti pur, mal grado mio, potessi,
col mio supplizio il non mio error previeni.

Ner.

Rea, qual ti sei, pria di punirti, io voglio
che ogni uom te sappia.

Seneca

Ed ingannar tu speri
con sí turpe menzogna il popol tutto?

Ner.

Tu pur, tu pure, instigator codardo
dei tumulti, che sfuggi; ascoso capo
di ribellanti moti; all'ira mia
tu pur vendetta un dí sarai; ma, poca.

SCENA TERZA

Tigellino, Nerone, Ottavia, Seneca.

 

Tigel.

Signor...

Ner.

Che rechi, o Tigellin? favella.

Tigel.

Vieppiú feroce la tempesta ferve:
rimedio sol, resta il tuo senno. — Appena
ode la plebe, che un sovran comando
Ottavia in Roma ha ricondotto, a gara
chiede ogni uom di vederla. In te cangiato
credono, stolti, il tuo primier consiglio:
e v'ha chi accerta, che di nuovo accolta
nel tuo talamo l'hai. Chi corre insano
al Campidoglio, e gioja sparge, e voti;
altri di alloro trionfal corona
ripon sopra le immagini neglette
di Ottavia: altri, ebro d'allegrezza, ardisce
atterrar quelle di Poppea: tant'oltre
giunge l'audacia, che infra grida ed urli
nel limo indegnamente strascinate
giacciono infrante. Ogni piú infame scherno
di lei si fa: colmo è Neron di laudi:
ma in bando almen voglion Poppea: né manca
chi temerario anco sua morte grida.
Inni festivi, e in un minacce udresti;
poi preghi, indi minacce, e preghi ancora.
Arde ogni cor; dell'obbedire è nulla.
Tentan duci e soldati argine farsi
alla bollente rapidissim'onda;
invan; disgiunti, sbaragliati, o uccisi,
è un sol momento. — Omai, che far? Che imponi?

Ner.

Che far?... Si mostri or questa Ottavia al volgo;
su via, si mostri; — indi si sveni.

Ottav.

Il petto
eccoti inerme: svenami, se il vuoi.
Pur che a te giovi!... Alla infiammata plebe
mostrami spenta: ogni colpevol gioja
rintuzzerai tosto cosí. Sol chieggio,
che un'urna stessa il freddo cener mio
di Britannico in un col cener serri.
Base al tuo seggio alta e perenne il nostro
sepolcro avrai. Perché piú indugi? or questo
mio capo prendi; al tuo furore il debbo.

Seneca

Se perder vuoi seggio ad un tempo e vita,
Neron, sicuro è il mezzo; Ottavia uccidi.

Ner.

Vendetta avronne ad ogni costo.

Ottav.

Ah! mille
morti vogl'io, non ch'una, anzi che danno
lieve arrecare al signor mio.

Tigel.

Ma il tempo
piú stringe ognora. Odi tu gli urli atroci?
Impeto tal non vidi io mai; di tanto
meno affrontabil, che di gioja è figlio.
Sceglier partito è forza.

Ottav.

E dubbio fia?
Nerone, a tor per ora ogni tumulto,
ei t'è mestier l'uccidermi, o l'amarmi:
l'uno, né mai pur finger tu il potevi;
l'altro brami, è gran tempo: osa tu dunque;
svenami; ardisci: o se da ciò l'istante
fausto or non è, temporeggiar momenti
ben puoi. La plebe credula, e ognor vinta
pur che deluso sia l'impeto primo,
per te s'inganni: è lieve assai; sol basta,
ch'io m'appresenti in placida sembianza,
come se in tuo favor tornata io fossi;
sol, ch'io mi finga tua. Cosí la calca
fia spersa tosto; ogni rumor fia queto;
tempo cosí di sguainar tua spada,
e di segnar tue vittime t'acquisti.

Ner.

A Roma, io sí, te mostrerò: ma pria
chiarir voglio, se in Roma il signor vero
son io. — Tu corri, Tigellino, al campo;
tacitamente i pretoriani aduna;
terribil quindi esci improvviso in armi
sovra gli audaci; e i passi tuoi sien morte
di quanto incontri.

Tigel.

Io l'ardirò; ma incerto
ne fia l'evento assai. Feroce l'atto
parrá, col ferro il rintuzzar la gioja.
E se in furor si volge? è breve il passo. —
Mal si resiste a una cittá; supponi
ch'io co' miei forti cada; in tua difesa
chi resta allora?

Ner.

È ver... Ma, il ceder pure
parrebbe...

Tigel.

Or credi a me: periglio grave
non far di lieve: il sol tuo aspetto forse
può dissiparli appieno.

Ner.

... Io di costei
rimango a guardia. In nome mio tu vanne,
mostrati lor: ben sai che sia la plebe;
seco indugiar fia il peggio. A piacer tuo,
fingi, accorda, prometti, inganna, uccidi:
oro, terror, ferro, parole adopra;
pur che sien vinti. Va, vola, ritorna.

SCENA QUARTA

Nerone, Ottavia, Seneca.

 

Ner.

Seneca, e tu, guai se d'uscir ti attenti
della reggia:... ma statti da me lungi,
ch'io non ti vegga. Iniqui voti intanto
fare a tua posta puoi; spera, desia;
giá giá si appressa anco il tuo dí.

Seneca

Lo aspetto.

SCENA QUINTA

Nerone, Ottavia.

 

Ner.

E tu, fia questo il tuo trionfo estremo,
godine pur; che breve...

Ottav.

Il dí, ma tardo,
anco verrá, che Ottavia a te fia nota.

SCENA SESTA

Poppea, Nerone, Ottavia.

 

Poppea

Dimmi, o Nerone: al fianco tuo m'hai posto
sul trono tu, perch'io bersaglio fossi
alla insolenza del tuo popol vile?
Ma che veggio? mentr'io son presa a scherno,
tacito, e dubbio, e inulto, stai tu appresso
alla cagion d'ogni tuo danno? In vero,
signor del mondo egli è Nerone! il volgo
pur la sua donna a lui prefigge.

Ottav.

Hai sola
tu di Nerone il core: omai, che temi?
Io prigioniera vile, io son l'ostaggio
della ondeggiante fe d'audace plebe.
Ti allegra tu: queta ogni cosa appena,
le tue superbe lagrime rasciutte
tosto saranno con tutto il mio sangue.

Ner.

Tosto in luce verran gli obbrobrj tuoi;
Roma vedrá qual sozzo idol s'ha fatto.
Gli avuti oltraggi, a te, Poppea, verranno
ascritti a onor; a infamia sua gli onori.

Ottav.

E se pur v'ha chi me convincer possa
d'infamia a schiette prove, io giá t'ho scelta,
in mio pensier, Poppea; giudice sola
te voglio. Il variar del cor gli affetti,
tu sai qual sia delitto, e qual mercede
a chi n'è rea si debba. — Ma innocente
io son, pur troppo, anco ai vostr'occhi. Or via,
tu, che sí altera in tua virtú ti stai;
tu, né pur osi or sostener miei sguardi.

Ner.

Che ardisci tu? Del tuo signor rispetta
la sposa; trema...

Poppea

Eh! lascia. Ella ben sceglie
il suo giudice in me: qual mai ne avrebbe
benigno piú? qual potrei dare io pena
a chi l'amor del mio Neron tradisce,
quale altra mai, che il perderlo per sempre?
E pena a te, qual fia piú lieve? il vile
tuo amor, che ascondi invano, appien ti fora
per me concesso il pubblicarlo: degna
d'Eucero amante, degnamente io farti
d'Eucero voglio sposa.

Ottav.

Eucero è velo
a iniquitá piú vil di lui. Ma teco
io non contendo: a ciò non nacqui: ardita
non son io tanto...

Ner.

A chi se' omai tu pari?
Te fa minor d'ogni piú vile ancella
tua turpe fiamma: appien dal prisco grado,
dalla tua stirpe appien scaduta sei.

Ottav.

Tu meno assai mi abborriresti, s'io
scaduta fossi or d'ogni cosa; o s'anco
tu il pur credessi. Ma, se il vuoi, ti dono,
tranne sol l'innocenza, ogni mia cosa. —
Crudel Neron, qual che tu sii, né posso
cessar d'amarti, né arrossirne: immensa
ben m'è vergogna in ver, rival nomarmi
di Poppea: ma nol son; mai non ti amava
costei: tuo grado, il trono, e quanto intorno
ti sta, ciò tutto, e non Nerone ell'ama.

Ner.

Perfida, or ora...

Ottav.

E tu, quand'io t'impresi
ad amar, tale, ah! tu non eri: al bene
nato eri forse: indole tal ne' primi
anni tuoi, no, mai non mostrasti. Or, ecco
chi cangia in te l'animo, e il cor; costei
ti affascinò la mente; ella primiera,
ella ti apprese a saporare il sangue:
l'eccidio ell'è di Roma. Io tacio i danni
miei, che i minori fieno: ma sanguigno
corre il Tebro per te; fratello, e madre...

Ner.

Cessa, taci, ritratti, o ch'io...

Poppea

Lo sdegno
merta costei del signor mio? Gli oltraggi
son le usate de' rei discolpe vane.
Se offendermi ella, o se prestarle fede
potessi tu, solo un de' motti suoi
punto m'avria. Che disse? ch'io non t'amo?
tu sai...

Ottav.

Tu il sai piú ch'egli: ei lo sapria,
se il trono un dí perdesse: appien qual sei
conosceriati allora. — Ahi! perché il trono,
sola cagion per cui Neron mi abborre,
era mia culla? ah! che non nacqui io pure
di oscuro sangue! a te spiacevol meno,
meno odíosa, e men sospetta io t'era.

Ner.

Meno odíosa a me? Tu sempre il fosti;
e il sei vieppiú: ma, omai per poco.

Poppea

E s'io
avi non vanto imperíali, nata
di sangue vil son io perciò? Ma, s'anco
il fossi pur, non figlia esser mi basta
di Messalina.

Ottav.

Avean miei padri regno;
noti ad ogni uomo i loro error son quindi:
ma, degli oscuri o ignoti tuoi chi seppe
cosa giammai? Pur, se librar te meco
alcun si ardisse, a Ottavia appor potria
gli scambiati mariti? avanzo forse
son io d'un Rufo, o d'un Ottone?

Ner.

Avanzo
di morte sei, per breve tempo. Omai
del tuo perire, incerto è solo il modo;
ma nol cangi, che in peggio. — Esci: e frattanto
t'abbian tue stanze: va; ch'io piú non t'oda.

SCENA SETTIMA

Nerone, Poppea.

 

Ner.

Poppea, te meglio, e il tuo Neron conosci.
Roma dovessi a fuoco e a sangue io porre,
meco il mio impero seppellir dovessi,
non ti fia fatto oltraggio piú (tel giuro)
per cagion di costei; né a me di mano
ella fia tratta mai. — Ti acqueta; in calma
ritorna; in me ti affida...

Poppea

Altro non temo,
che di morir non tua...

Ner.

Deh! cessa. Insorto
rapidamente è il rio tumulto, e ratto
disperderassi: all'opra anch'io mi accingo. —
Secura sta: d'ogni tua ingiuria e danno
vendicator me rivedrai, fra breve.

ATTO QUARTO

SCENA PRIMA

Poppea, Seneca.

 

Poppea

Da me che vuoi?

Seneca

Scusa, importuno io vengo:
ma forse, io vengo in tuo vantaggio...

Poppea

Or, donde
tal cura in te dell'util mio? Mi fosti
amico mai, né il sei? Cagion qual altra,
che di volermi nuocere?...

Seneca

Giovarti
mai non vorrei, per certo, ove non fosse
misto per or di Ottavia il minor danno
all'util tuo. Pietá della innocente
illustre donna, amor del giusto, e lungo
tedio d'ingrata vergognosa vita,
parlar mi fanno: ad ascoltar ti muova
tuo interesse, e null'altro.

Poppea

Udiam: che dirmi
puoi tu?

Seneca

Che molto increscerai tu tosto
a Neron, s'ei pur vede il popol fermo
tenacemente in odiarti. Il vero
ti dico in ciò: sai ch'io Neron conosco,
Roma, i tempi, e Poppea.

Poppea

Tutto conosci,
fuorché te stesso.

Seneca

Al mio morir vedrassi,
s'io me pure conobbi. Odimi intanto,
odimi, prego. — A tua rovina or corri
col bramar troppo tu d'Ottavia i danni.
Roma te sola e del ripudio incolpa,
e dell'esiglio suo: se infamia, o pena
maggior le tocca, ascritta a te fia sempre.
Quindi l'odio di te, giá grave, in mille
doppj or si accresce, e il susurrare. Ancora
spersa non è l'ammutinata plebe:
ma pur, poniam che il sia: non riede il giorno
ch'ella temer vie piú si fa? Poppea,
trema per te; che il tuo Nerone è tale
da immolar tutto, per salvar se stesso.
Esca è forse ad amore ostacol lieve;
ma invincibile ostacolo, ben presto
lo spegne in cor che non sublime sia.
Or, non farti lusinga: assai piú in conto
(e di gran lunga) tien Nerone il trono,
ch'ei non ti tiene. E guai, se a tale eletta
lo sforza Roma.

Poppea

Ed io Neron piú assai
tengo in conto, che il trono. Ov'io credessi
porlo per me in periglio... Ma, che narri?
Assoluto signor non è di Roma
Nerone? e fia ch'ei curi un popol vile,
pien di temenza, che a Tiberio, a Cajo
muto obbedia?...

Seneca

Temerlo assai tu dei,
se non fai che Neron per se ne tremi.
Osa pur, osa; il freno sol che avanza,
togli a Neron; ne proverai tu prima
i tristi effetti. Inutil tutto è il sangue,
che alle fatali nozze tue fu sparso,
se aggiunger v'osi oggi d'Ottavia il sangue.
Mira Agrippina: ella il feroce figlio
amava sí, ma il conoscea; né il volle
mai dall'angoscia del rival fratello
liberar, mai. Sua feritade accorta
prevalse poscia; e il rio velen piombava
all'infelice giovinetto in seno.
Vana fu l'arte della madre; e il fio
tosto ella stessa ne pagava. Allora
di sangue in sangue errar vieppiú feroce
Neron vedemmo. Ottavia or sola resta,
freno a tal mostro; Ottavia, idol di Roma,
e di Neron terrore. Ottavia togli;
fa, ch'ei di te sia possessor tranquillo,
sazio tosto il vedrai. Cara ei ti tiene,
perché a lui tante uccisíon costasti;
ma se un periglio, anco leggier, gli costi,
spento è l'amore. Allor mercede aspetta,
quella, onde avaro mai Neron non fia;
a chi piú l'ama piú crudel la morte.

Poppea

Ecco Neron; prosiegui.

Seneca

Altro non bramo.

SCENA SECONDA

Nerone, Poppea, Seneca.

 

Ner.

Perfido; ed osi al mio divieto?...

Poppea

Ah! vieni;
vieni, ed udrai...

Ner.

Che udir? fra poco anch'egli
la ragion stessa, che alla plebe appresto,
udrá da me. — Ma, oh rabbia! ancor non cessa
il popolar tumulto: i preghi chiusa
trovan la via: verrá tra breve il ferro,
e sgombrerassi ampio sentiero. Acqueta
l'alma, o Poppea: domani al ciel risorte
tue immagini vedrai: nel fango stesso,
ma d'atro sangue intriso, strascinate
vedrai le altrui.

Poppea

Che che ne avvenga, Roma
sappia or da te, ch'io non ti ho chiesto sangue
ad espiare il ricevuto oltraggio;
benché a soffrir grave mi fosse. Ardisce
pur crude mire la ria plebe appormi:
e costui pure, il precettor tuo, m'osa
ciò appor, bench'ei nol creda. Io te, mio primo
Nume, ne attesta: il sai, s'altro ti chiesi,
che l'esiglio d'Ottavia. Erami duro
vedermi innanzi ognor colei, che s'ebbe,
non lo mertando, il mio Neron primiera:
ma, del suo esiglio paga, a' suoi delitti
stimai che pena ella ben ampia avesse,
nel perder te: pena, qual io...

Ner.

Deh! lascia
parlar Seneca, e il volgo. A Roma or ora
chiaro farò, qual sia quest'idol suo.

Seneca

Bada, Neron; piú che ingannar, t'è lieve
Roma atterrir: l'uno assai volte festi;
l'altro non mai.

Ner.

Ma, di te pur mi valsi
ad ingannarla io spesso; e a ciò pur eri
arrendevole tu...

Seneca

Colpevol spesso
anch'io: ma in corte di Nerone io stava.

Ner.

Vil servo...

Seneca

Il fui, finch'io mi tacqui; or sorge
il dí, ch'io sciolgo a non piú intesi detti
libera lingua. Al mio fallire ammenda
fian lieve i detti, è ver; ma in fama forse
tornar potrammi alto morire.

Ner.

In fama
io ti porrò, qual merti...

Seneca

Infin che grida
di plebe ascolto, che il furor tuo crudo
col tuo timor rattemprano, t'è forza
soffrirmi ancora: e l'irritarti intanto
giova a me molto; e il farti udir sí il vero,
che al ritornar del tuo coraggio io cada
vittima prima: e, se me pria non sveni,
Ottavia mai svenar non puoi, tel giuro.
Io trar di nuovo, e a piú furore, io posso
la giá commossa plebe; appien svelarle
io posso i nostri empj maneggi: io, trarti,
piú che nol credi, ad ultimo periglio. —
Io di Neron fui consigliero; e m'ebbi
vestito il core dell'acciar suo stesso.
Io, vil, credei per compiacerti, o finsi
creder, (pur troppo!) del perduto trono
reo Britannico pria; quindi Agrippina
d'avertel dato; e Plauto e Silla rei
d'esserne degni reputati; e reo
di piú volte serbato avertel, Burro:
ma, reo stimai me piú di tutti, e stimo;
e apertamente, a ogni uom che udire il voglia,
in vita, e in morte, io 'l griderò. Tua rabbia,
sbramala in me; securo il puoi: ma trema,
se Ottavia uccidi: io te l'annunzio; tutto
sovra il tuo capo tornerá il suo sangue. —
Dissi; e dir m'importava. — A me in risposta
manderai poscia, a tuo grand'agio, morte.

SCENA TERZA

Nerone, Poppea.

 

Poppea

Signor, deh! frena il furor tuo...

Ner.

Tai detti
scontar farotti in breve. — Oh rabbia!... Oh ardire!
Finché non giungon l'armi, io son quí dunque
minor d'ogni uomo? Or da ogni parte ho stretta
di diversi rispetti: ad uno ad uno,
costor che a un tratto io svenerei, m'è forza,
con lunghi indugj, ad uno ad un svenarli.

Poppea

Oh quai punture al cor mi sento! oh quanto
meco mi adiro! Io son la ria cagione
d'ogni tuo affanno, io sola.

Ner.

A me piú cara
sei, quanto piú mi costi.

Poppea

È tempo al fine,
tempo è, Neron, ch'alto rimedio in opra
da me si ponga, poiché sola io 'l tengo.
Queta mai non sperar l'audace plebe,
finch'io son teco. Ah! generosa prole,
qual darle io pur di Cesari son presta,
Roma or la sdegna. Alla prosapia infame
di egizio schiavo un dí pervenga, è meglio,
la imperial possanza. — Animo forte,
qual non m'avrò fors'io, sveller può solo
or da radice il male. — Ancor ch'io presti
velo, e non altro, al popolar tumulto
che altronde vien, pure in mio core ho fermo,...
ahi, sí, pur troppo!... e il deggio, e il voglio...

Ner.

Ah! cessa.
Tempo acquistar m'era mestier col tempo;
e giá ne ottenni alquanto. Omai, che temi?
Trionferemo, accertati...

Poppea

Deh! soffri,
che, s'io pure a' tuoi piedi ora non spiro,...
l'ultimo addio ti doni...

Ner.

Oh! che favelli?
Deh! sorgi. Io mai lasciarti?...

Poppea

A te che giova
meco infingerti? Appien fors'io non veggo,
signor, che tu, sol per calmar miei spirti,
or di celarmi il tuo timor ti sforzi?
Non leggo io tutti i tuoi piú interni affetti
nel volto amato? occhio di donna amante,
sagace vede. — Attonito, da prima,
dalle insolenti popolari grida
fosti, al tornar di Ottavia; or, crescer odi
l'ardire; onde atterrito...

Ner.

Atterrito io?...

Poppea

So, che il forte tuo core ognor persiste
nella vendetta: ma, son dubbj i mezzi:
e intanto esposto a replicati oltraggi
rimani tu. Le irriverenti fole
per anco udir di un Seneca t'è forza:
ben vedi...

Ner.

Atterrito io?

Poppea

Sí; per me il sei: —
né in te potrebbe altro timor; tu tremi,
che il popolar furore in me non cada. —
Amar potresti, e non tremare? Il tuo
stato mi è lieve argomentar dal mio.
Del tuo periglio, e di tua immago io piena,
e di me stessa immemore, ad un lampo
di passeggiera pace, or non mi acqueto.
Ai terror nostri io vo' dar fine, e trarre
te d'ogni rischio, a costo mio. Per sempre
perder ti vo', per conservarti il core
del popol tuo.

Ner.

Ma che? mi credi?...

Poppea

Ah! lascia:
farti in tuo pro forza vogl'io: son ferma
di abbandonare il trono tuo; sbandirmi
di Roma; e, s'uopo fia, dal vasto impero.
Quella che il volgo in seggio or vuole, in seggio
donna rimanga, poiché il volgo è fatto
l'arbitro del tuo core: abbiasi il trono,
(ma questo è il men) del mio Nerone ell'abbia,
e il talamo, e l'amore... Ahi me infelice!...
Cosí tu pace, e sicurezza avrai. —
Sollievo a me, s'io pur merto sollievo,
e s'io posso non tua restare in vita,
bastante a me sollievo fia, l'averti,
col mio partir, tolto ogni danno...

Ner.

Ai preghi
del tuo consorte arrenditi; o i comandi
del tuo signor rispetta. A me non puoi,
neppur tu stessa, toglierti; né il puote
umana forza, se il mio impero pria
non m'è tolto, e la vita. All'ira immensa
ch'entro in petto mi bolle, alla vendetta
ch'esser de' tanta, (anch'io lo veggio) i mezzi
son lenti; e il pajon piú: ma il venir tarda
nocque a vendetta mai?

Poppea

Credi, a salvarti,
o a piú tempo acquistar, giovar può solo
il mio partir: vuoi che sforzata io parta,
mentre il posso buon grado? Il popol s'ode
ciò minacciare; e la minor fia questa
di sue minacce: a Ottavia altro marito
sceglier pretende, e che con essa ei regni.
Sta il trono in lei; tu il vedi. Or, ch'io ti lasci
scambiar Poppea pel trono? Ah! Neron, prendi
l'ultimo addio...

Ner.

Non piú: troppo m'irrita...

Poppea

E s'anco il dí pur giunge, ove tu palma
abbi d'Ottavia, e della plebe a un tempo,
odio pur sempre ne trarrai, non poco.
E allor; chi sa? ne incolperesti forse
la misera Poppea. Quel ch'or mi porti
verace amor, chi sa se in odio allora
nol volgeresti, ripentito? Oh cielo!...
A un tal pensier di tema agghiaccio. Ah lungi
io da te morrò pria;... ma intero almeno
cosí il tuo amor ne porto io meco in tomba...

Ner.

Basta omai, basta; in me giá l'ira è troppa...
d'abbandonarmi ogni pensier deponi.
E Roma, e il mondo, e il ciel nol voglian, mia
sarai tu sempre: a te Neron lo giura.

SCENA QUARTA

Tigellino, Nerone, Poppea.