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Chapter 15: I.
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About This Book

A collection of short essays and sketches combining personal recollections, character portraits, brief stories, and practical reflections on Italian language and speech. The pieces portray neighbors and acquaintances, record encounters with literary figures, and offer comments on vocabulary, pronunciation, and the lively Tuscan idiom, along with notes on reading, style, and pedagogy. Conversational in tone, the writing alternates anecdote, linguistic advice, and cultural observation to illuminate everyday manners, expressive turns of speech, and the author's impressions of writers and public life.

IL VIVENTE LINGUAGGIO DELLA TOSCANA

I.

Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani intitolato Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana (Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile. Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con profitto.

Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana, soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli, ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare, mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli popolate di case e d'oliveti, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli, quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse, quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo.

Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende), leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio che non fosse tutta farina dei contadini. — Certe idee, — dissero, — certe frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato Tre vittime del lavoro, compreso nel libro di cui parliamo, non è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina Teresa e del pastore Domenico Nesti, ma steso per intero, e per sola forza d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare.

E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra, alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera. Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima, che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori.

Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore, dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua conoscente, morta poi di malattia, dice che aveva la carne già morta e lo spirito sempre vivo...; che le morì la carne addosso prima ancora che se ne fosse ita con Dio. Un'altra contadina della stessa montagna dice che quando il dolore è di quello cocente, la parola resta dentro: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che a me paiono sublimi: La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni modo mi par di mentovare un gran nome!A casa, — dice un'altra pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima. Sempre sotto la sua ombra mi son riparata. — Un'altra, parlando d'un figliuolo morto: — La morte, come fa presto! Non si sa la mattina quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli. — Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata fatta colla bambina che poi le è morta: — Per la strada non si faceva altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per noi: era un non so che d'allegria per tutto.A volte, — dice un'altra di Valdensa, — m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie. — Un'altra madre: — A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli. C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte compagne.A rifletterci bene, dice una contadina di Montamiata, — è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito. — Un cieco delle montagne di Siena dice: — perso gli occhi, perso il mondo; la luce è la bellezza della vita. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; come brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli occhi (era diventata cieca) si è più di là che ili qua, sparisce il meglio della vita. — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza che ci cascano i lucciconi (lagrimoni) ridendo.... — Quando c'è l'amore, — dice un'altra, — tutto passa! Quello sì che è proprio un accorda cristiani! — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — Le darei il fiato per tenerla viva — Che almeno la rivegga in paradiso! Mi reggo viva in questa speranza. — Sebbene fossi più di là che di qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, mi pareva di essere più degna di stare nel mondo, ecc.

Ecco ora un saggio d'altre espressioni più brevi di dolore e di affetto tolte qua e là dal libro e riferite tali e quali. Non dimentichiamo mai che son contadini e contadine che parlano. — Era una vista che levava il pianto dal cuore. — Sono dolori che ne va la vita. — Quando viene un rimescolo di sangue l'uomo non scerne più il bianco dal nero. — Sono pene di morte che fanno andare il cervello in aria. — Mi consumavo dentro. — Mi sento schiantar dentro dalla passione. — È un pensiero che mi pesa sull'anima. — È un coltello che m'ha passata l'anima. — È una disgrazia che m'ha ferita a morte. — Se non fossi in mano di Dio, sarei già morta sfatta dal dolore. — Una puntura, per forte che sia, finisce presto, basta che non arrivi al cuore; ma feriti al cuore, addio: è una morte da vivo; non si guarisce più. — Li ricordo quei giorni! Li ho contati a goccie di sangue, li ho contati. — Parea distrutta dalla gran passione. Vede quel sasso? Tant'era lei. — E Teresa? Oh quella sì che il dolore le s'è fitto nell'ossa! — Vedevo lui (il marito morto,) e mi pareva volesse dir tante cose, e non poteva; che strazio è stato il mio! — Spasimava tra la vita e la morte. — Mi si travolse il cervello. — Mi pareva di non aver più senso di nulla. — Ero un turbine di dolore, ecc.

Ma nulla di più gentile e di più caro che il linguaggio d'amore. — «M'ero messa a certi arrischi per vederlo (dice una contadina della montagna pistoiese parlando del suo damo, che fu poi suo marito) che a ripensarci mi s'accapona la pelle. Bastava mentovarmi il mio damo, io ero gelosa di tutte e di tutto. Mi pativa il cuore, che l'aria me lo guardasse. La prima volta che lo vidi, mi principiò subito a garbare.» — Un giovane contadino di Val di Greve dice: — «Io per me tra 'l lavoro penso alla mia dama, non sento manco la fatica, tutto mi piace; è un gran gusto quando c'è l'amore che rischiara la giornata.» Una contadinella, parlando del suo innamorato: — «Quando si va in chiesa, quanti ne passa e quanti ci entrano, il più bello di tutti è lui: pare un fiore, che lo distinguo tra mille. Anche se mi ritrovo alle feste e che ci sia lui, lo vedo sopra tutti; gli voglio bene; il cuore non mentisce.» — S'ha un bel dire, ma non c'è barba di scrittore che valga a mettere insieme di queste parole. Un'altra, una contadina di Crespole, racconta così l'andamento del suo amore: — «La prima volta che vidi il mi' omo, era la festa della Madonna delle Grazie. Un giorno fra gli altri venne da me una mi' zia e mi chiama: Vien qua, Betta, senti, t'ho da dire una cosa: c'è quel giovinotto di Vellano, che t'ha visto in chiesa, ti ricordi? Ti conobbe tanto allegra e con quel sorriso (bellissimo!) che t'ha messo gli occhi addosso; e finchè t'ha potuto vedere, t'ha guardato e ha detto: Quella è la ragazza che fa per me; la voglio pigliar per moglie, mi garba troppo.» — Una ragazza di Cutigliano scrive al suo amante: — Anche solo a poter prendere qualche boccata d'aria dove tu respiri, sarei contenta. — La stessa, in un'altra lettera, temendo d'essere abbandonata: — «Rammentati bene che v'è un Dio sopra di noi, che se tu avessi il cuore voltato a tradirmi, non te ne darebbe il tempo.» — In uno stornello c'è la parola strazia fanciulle, per amante volubile; e una povera ragazza abbandonata dice ingenuamente al suo damo: — Come volete ch'io faccia a campare? Undici sillabe in cui c'è più amore che in tutto il canzoniere d'un petrarchista.

Tralascio di riferire un gran numero di parole e d'espressioni del linguaggio contadinesco, che non potremmo usare. Ma ve n'è molte, fra queste, che dánno tanta grazia e tanta originalità al discorso, che sarebbe un peccato lasciarle da parte. Voglio dire di quei vocaboli e modi che si soglion chiamare illustri, e che non convengono al linguaggio famigliare. Per esempio, si trattenga dal sorridere, chi può, raffigurandosi un contadino il quale dica le proposizioni seguenti: — Aveva una dottoranza nel su' dire, che ci si stava a bocca aperta a sentirlo. — Quando si torna di maremma, guai a non aversi un po' di riguardanza. — Per esser povera gente, l'hanno portato al cimitero con onoranza. — Si vede che il vino nelle botti non ha preso possanza. — Bisogna aspettare che il sole acquisti possanza di scioglier la neve. — Ho continua temenza che si faccia del male. — Vecchio, aveva nel cuore l'ardenza della gioventù. — Ero sfinita, e tutti mi guardavano come una meraviglia di doglianza. — Lavorava per acquistarsi nominanza. — Uno dei bimbi le morì perchè non ebbe custodimento. — Ora le racconterò l'andamento della mia gamba (s'intende del suo male). — Mi sarei mangiate le mani, dal rosicamento che mi sentivo dentro. — Non mi nutricavo che di pianti e di sospiri. — Mi fu posto dinanzi un fiasco e potei bere a tutto tonfo, si figuri! A quella confortazione subito riebbi la vista. — Quest'aria è una spirazione di salute, ecc. — Noto di volo il curioso paragone piangere come una vite tagliata e la graziosissima espressione donna usciaiola per donna che sta sempre sull'uscio a spettegolare, a tirarla giù all'uno e all'altro; tanto differente da quelle buone donne che lavorano di genio, che si tirano il bene da tutti, che non si guastano con nessuno e che non si dan pensiero delle maldicenze, tenendo per massima che un paio d'orecchie sorde chetano cento lingue.

II.

Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno, e non dice più vero. — Il verno è nato, la stagione declina. — Bella serata ch'è questa! È uno stellato fitto, una chiarità che rallegra, starei qui tutta la notte a godere le stelle. — Carlo voleva partire; sua moglie non fece altro che contraddirgli l'andata. — I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè hanno il baco che li rosica giorno e notte. — Io non dissi parola; ma piangevo nel mio dentro. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe una leggenda da far rabbrividire. — Voleva intendere, voleva sapere (parla d'uno che sotto colore di chiedere albergo, s'era ficcato in casa per rubare); non aveva terren sotto i piedi. — Non toccava nemmeno terra dall'allegria. — Non batte gli occhi da tanto che sta lì a guardarla. — Creda che quando si vuol bene davvero, le parole muoiono in bocca. — Che acqua! è una freschezza che rompe il bicchiere. — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel benedetto vecchio che m'ingolla viva. — Un dì per me dice tre (parla un vecchio), calo fuor di maniera. — La carità, se la facciamo bene, Dio la scrive in cielo. — Che serve disperarsi? Tanto questo mondo è una fiatata. — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo inchina tutto a quell'idea (gli somiglia). Lo rammenta fin nei capelli. — Guadagnarsi il pane a stille di sudore, assaettarsi al lavoro, condurre una vita arrovellata. — Mio marito lavora tanto che quando torna a casa si mette subito a letto e si sveglia dalla parte che s'è abbandonato. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? Si sveglia nella stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale....

Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo, ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti: — Di quei figliuoli non ne rinasce (invece di rinascono). — C'è morto pezzi di giovinotti (invece di ci son morti), ecc., che non han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — Il mio omo è da tre settimane che si sente male. — A casa ci sta il mio nonno che gli voglio un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una disgrazia grande. — L'uva ce n'è di tante specie. — La maremma son tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina. Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di prezzo, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli stesso ha scritto nei suoi Promessi Sposi (edizione corretta), oltre a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — Tutti coloro che gli pizzicavan le mani....Queste sono sottigliezze metafisiche che una moltitudine non ci arriva...., ecc. Ma nonostante l'illustre esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi regolare. Non trovo che il dire tutti coloro a cui pizzicavan le mani o che si sentivano pizzicare le mani, ecc., sia tanto pedantesco, tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo; ma come si parla da chi parla bene, correttamente ed elegantemente. Ora io scommetto che nessun toscano colto dice coloro che gli pizzican le mani altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà, per esempio, coloro che si sentono pizzicar le mani. È grammaticale e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti, lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio Broglio scriva nella sua Vita di Federico II: — I compagni gli riuscì di fuggire. La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere invece: — Ai compagni riuscì di fuggire! — Dove andremo a riuscire se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero, molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; i cicalini, il caldo li sollecita. — Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge.Questo stromento, vedete, è la prima volta che me ne servo. — Si sentiva un gran fracassío di voci; ma vedere, non si vedeva niente, ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si sputa.

Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro dialetto, come se fossero tutti e necessariamente non italiani per la sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio, gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde: — Altro, se le sa!Addio, e questa volta non star più tanto a scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa che a me; per essere, (è una contadina che parla del marito) ho inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene, perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le chiama. Per esempio: — Troverò io il verso e la maniera. — Senza dire nè chè nè come. — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre: — Senza sapere nè perchè nè per comeSenza dire nè asino nè bestia, — non ne seppe nè grado nè grazia, — non fa nè ficca, — non cresce nè crepa, — una lingua che taglia e fora, che taglia e fende, che taglia e cuce, — dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia e martella — sono d'accordo bene e megliosono un paio e una coppia — è lei in petto e persona — viene in casa spesso e volontieri, ecc., ecc.

Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri; chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere, terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: son sceso perchè avevo da dire una parola al tale, volendo parlare in punta di forchetta, mi disse: — son sceso per via d'una parola che avrei avuto l'idea, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi pare forestiere lei perchè la sua parlata non combina colla nostra. Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci; siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse ingenuamente: — Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi l'italiano! —

III.

I contadini parlano spesso e volentieri della loro salute e dei loro malanni, e per questo v'è nel libro del Giuliani un gran numero di espressioni efficacissime relative a quell'argomento.

Una volta gagliardo era che sfidava il vento, dice un contadino. — Fora l'aria come una saetta.Va che manco una saetta l'arriva.Corre che vola.Ha un braccio che non c'è il compagno.Sta bene in gamba.Mangia di voglia.È pochino (piccoletto della persona) ma saldo più dell'acciaio.

Ma pur troppo occorre più spesso di parlar di malanni che di salute, e quindi v'è più messe di lingua da mietere in quel campo che in questo.

— Poveretto, a vederlo, casca da tutte le parti, — rifiata a stento, — è bianco morto, senza nemmen la forza di rifiatare. — È all'ultime fiatate. — Ha un viso da campar più poco.In otto giorni che ha le febbri non si conosce più. — Poverino, a che s'è condotto! Che voglia durarla a lungo, non credo: le pere mezze (quasi sfatte) a una ventata sono in terra. — Quando viene il colpo mortale, si casca giù come pere mezze, e dove uno batte ci resta. — Si strugge a oncia a oncia e tanto ha sempre quel suo sorriso sulle labbra. — Non si lagnava neanco quando il male lo cuoceva dentro. — Le morì il babbo; dalla gran passione si lasciò andare giù giù, strutta come una candela. — È schietta dentro (sana di viscere); ma non ha più la faccia rosata come prima. — Ebbe un grosso male, un male di pericolo. — Ha una freddagione che gli mozza la vita. — Ci ha un dente che quando c'entra lo spasimo non gli dà requie. — A volte l'enfiagione è cosa di poco, sfuma presto; ma se il male infuria, se ne va la testa all'aria. — Oggi m'ha preso una pena tanto mai grossa allo stomaco. — Ho dovuto tenere il letto per un mese, e non ho avuto nessuno che mi guardasse. — Avevo un erpete infistolito; dal gran tribolamento mi sentivo mancare la vita; ma tanto mi son ripigliata, mi riebbi adagio adagio, e questa la riconto. — A un tratto cascò morta e non c'è stato più verso a farla risentire. — La peggior vita è non essere nè sano nè malato, nè dentro nè fuori, nè di qua nè di là; essere tra la vita e la morte; onde si dice di uno che non muore e non campa. — Dopo quella caduta, questa gamba non mi dice più come prima.

E si veda se è possibile dipingere più mirabilmente una figura umana di quello che fa una povera contadina colle parole seguenti: — .... Ma gli ha i segni della morte in faccia; non vede più lume, sdentato, il capo senza un pelo, e con quella faccia grinzosa, che la morte non si può figurare più al naturale. — Qui vocaboli, elissi, cadenza, sintassi, tutto giova all'evidenza della descrizione. Son tante pennellate e non ce n'è una superflua nè una che manchi. Qualcuno, son certo, leggendo le parole e frasi sopra citate, dirà che le conosceva. Ne son persuaso. Ma convien ripetere la solita osservazione. In materia di lingua conoscere non significa sapere, perchè sapere vuol dire avere alla mano, sulle labbra, pronto al bisogno: vuol dire servirsi della lingua. Che importa sapere che esiste l'espressione cosa di poco, per esempio, se ogni volta che occorre di esprimere quell'idea, si dice, ci scappa detto o ci vien scritto invece: cosa di poca importanza? Ognuno di noi, italiani delle provincie settentrionali, possiede nei ripostigli della mente una parte di lingua viva, efficace, bella, — una parte della lingua raccolta nel libro del Giuliani; — ma che non adopera perchè non è ancora abbastanza sua, perchè appunto l'ha nei rispostigli della mente e non sulla punta della lingua e della penna, come i Toscani ce l'hanno. Per questo lo studiar la lingua, per una persona colta delle nostre provincie, non è tanto un imparare parole e modi nuovi, quanto un ravvivare nella memoria, un rimestare, un impadronirsi meglio di quello che già si è acquistato; imparare a spendere il tesoro nascosto; addestrarsi a maneggiare per tutti i versi lo strumento che si sa maneggiare per un verso solo.

Il tempo è un altro grande argomento di discorso per i contadini; onde il libro del Giuliani è ricchissimo di espressioni e d'immagini che vi si riferiscono.

Il sole cuoceva la carne sull'ossa, dicono. — Per la via s'avvampava. — Con questo caldo s'avvampa vivi. — Il sudore ci casca in terra a goccioloni. — Badi: sul buon del giorno si vive bene quassù; il crudo è la mattina e la sera. — Oggi ve la siete scaldata a codesto sole la groppina? — A queste solate. — A queste nebbiate, — Signore! par d'esser rinati nel riveder la faccia del sole! — È un'aria che fa riavere! — Quelle chiare giornate che si campa tanto volentieri, passano come un lampo! E ci rientra tante faccende allora! Le giornate d'ora (inverno) rilucono appena. — Oggi tirava un vento che pareva di fitto inverno. — Tirava un vento diacciato che arrivava alla midolla.Che vita tribolata si conduce noi poveri, il verno per un verso, l'estate per un altro! — Nel verno si tribola per un conto e d'estate per un altro. — A volte il vento mena gran rovina. — Attaccò per bene a piovere sulla mezzanotte. — Giù acqua e baleni, pareva il finimondo. — Per ora non c'è disegno di piovere. — È un tempo perverso, infierito. — E questa ammirabile descrizione che fa una povera contadina della montagna pistoiese, presso Castiglione: — Il vento percoteva forte, i castagni svettavano (agitavano le vette, le cime), l'aria rintronava, un mugolío si sentiva che mi parevano urli di morte.

Ciò non ostante, mi pare che il linguaggio più immaginoso e più poetico sia quello che si riferisce all'agricoltura; e per questo l'ho serbato in fondo.

Ecco, per esempio, un breve discorso d'un contadino della Valdinievole, che è una vera meraviglia d'immagini, d'armonia, di gentilezza. Il Giuliani gli domanda una spiegazione del proverbio: Sotto la neve pane e sotto l'acqua fame. — Perchè, egli risponde, sotto la neve il grano accestisce meglio (accestire significa venir su con parecchi fili da un sol ceppo), compone vita adagino adagino, piglia più campo. Si sa: dalle barbe riscoppiano più fili e la figliolanza si fa maggiore. E poi, non si dubiti, che se il caldo viene a suo tempo, la maturazione s'affretta a buon modo: lo spigame abbonda. Una moltitudine di spighe porta, che è una dovizia. Ma unguanno è venuta tant'acqua, che il grano ammutolisce: perchè, m'intende? l'acqua ripiove giù giù dalle barbe del grano e lo strugge. — Si metta questo discorso in versi ed è poesia della meglio.

«Nel corpo (ossia nella parte interna del castagneto), — dice un contadino di Montamiata, — i castagni pigliano alterezza» per dire che crescon meglio.

«Belli quassù i grani! — dice un contadino di Valdinievole, — s'ergono su su col collo pieno; a vederli è una dignità

Un contadino di Versilia dice al compagno: — Non lo gittare questo seme, credi a me, non è terra degna, non lo merita.

Un contadino pistoiese dice che basta una solata a far levare il capo all'erba, e che si rià a un tratto perchè il sole è vita alle piante.

Un diluvio d'acqua, — dice un senese, — è più una rovina che altro, ma se vien regolata, che la possa ricevere, il campo gode e lavora.

Le patate a questa rinfrescata si son risentite, — dice un di Versilia, — e godono che è un piacere a vederle.

Il grano, — dice un pistoiese, — è venuto adagino, pigliò vigore, e vede come rizza il capo rigoglioso! — È pieno, tien corpo, è bene spigato.Il sole quassù ha molta possanza, ecc.

Vuol essere custodimento, — dice un pisano, — se si vuole che la pianta venga in orgoglio.

Il buon sugo (pure un pisano) rinvigorisce le piante, le mantien fresche e le fa venire in essere a tutto punto.... Si cuoce a fiamma la legna che prende essere di carbone.

Giù nelle fondate (un altro pisano) le viti non ci approdano: è il trionfo dei grani. — Miri che trionfo di verde! — A volere che la campagna trionfi ci vorrebbe un pochino d'acqua.

Son terre magre e sassose (un senese); è uno sgomento a domarle.

Il grano cresce rigoglioso ch'è una bellezza, proprio una meraviglia di speranza.

Pel freddo il faggio s'abbandona e resta mortificato; par che il freddo gli rompa l'anima.

È una pianta che vuol di molto custodimento, guai abbandonarla! resta senza fiato.

La terra dà quanto riceve; nutrita poco, dimagra come i cristiani, e non ha più nerbo a reggere le piante; la terra rende frutto secondo che si nutrica, ecc., ecc.

E questo è quel «dialetto come tutti gli altri» o «il dialetto che più s'avvicina alla lingua» e che avrebbe «la pretesa di farsi considerar come lingua,» quel gergo toscano, infine, che l'ignoranza presuntuosa e cocciuta di molti non vuole nè ammirare, nè studiare, nè sentire. — Pare impossibile! — diceva il Manzoni, scrollando il capo, con un sorriso tra mesto e stizzoso.