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Papà Eccellenza

Chapter 12: SCENA PRIMA.
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About This Book

The play follows an aging parliamentarian who balances ministerial duties, political maneuvering, and private loyalties within his household. Much of the action unfolds in his study, where negotiations, moral compromises, and arguments about duty and ambition surface alongside domestic tensions involving his daughter and her husband. Across three acts the drama alternates intimate family scenes and public crises, exploring how ambition, pride, and generational change force characters to reassess loyalties and the costs of public office.

SCENA PRIMA.

Mentre si alza la tela, la scena è buia. Entra Luigi. Apre, prima a destra, poi a sinistra, i due bottoni della luce elettrica; — entra Pontedera.

Luigi a Pontedera.

Sua Eccellenza sarà di ritorno alle dieci dal pranzo di Sua Maestà. Ho ricevuto l’ordine da Sua Eccellenza, — se il signor dottore veniva prima delle dieci, — di pregarla di voler avere la compiacenza di accomodarsi qui, e di voler aspettare Sua Eccellenza!

Pontedera sorridendo.

Ti faccio i miei complimenti, vecchio Luigi! Sei diventato un vero maestro di cerimonie! E i baffi? Non corrono più nessun pericolo?

Luigi

sorridendo a sua volta.

Pare.... di no.

Via.

Pontedera

cantarellando sottovoce apre una scatola di sigarette; accende una sigaretta; dopo la prima boccata entra Remigia.

SCENA SECONDA. Pontedera e Remigia.

Remigia

abbigliata elegantemente con una ricca collana di brillanti al collo.

Come? Venivo a cercare il mio papà e invece, chi trovo?... Il pedante brontolone!

Pontedera

indicando la sigaretta.

Che ha commesso un furto!

Fa per mettere la sigaretta sopra un piattellino.

Remigia.

Fuma pure! Anzi, fumerò anch’io una sigaretta, se il signor dottore non ha nulla in contrario!

Pontedera.

Tutt’altro! Ti offro io stesso l’astuccio dei veleni!

Remigia con intenzione.

Ti piacerebbe.... avvelenarmi?

Pontedera.

È una cosa che noi dottori non possiamo fare.... altro che senza saperlo!

Remigia.

Sei venuto soltanto per salutarlo il mio papà? — Adesso sta veramente bene!

Pontedera

marcando la differenza che Remigia non avverte.

Da qualche giorno, si sente bene. Tra il Ministero, gli affari, non mi riesce di agguantarlo altro che nel momento in cui sta per rintanarsi!... Sono venuto anche per te; per la mia visita di congedo.

Remigia.

Torni a Milano?

Pontedera.

Domani. Pur troppo le mie vacanze sono finite! Luigi mi ha detto che Pietro sarebbe ritornato verso le dieci, e di aspettarlo.

Remigia.

Anch’io, sai? Non lo vedo quasi più il mio papà. La mattina, quando gli dò il buongiorno, e la sera, quando gli vengo a dare la buona notte! Colazione.... la fa quasi sempre in fretta al Ministero. A pranzo, o ritorna a casa ad ore impossibili, o ha qualche invito ufficiale. Stasera è a pranzo a Corte.

Pontedera.

Me l’ha detto Luigi.

Remigia.

Per questo — per poterlo almeno salutare! — ho fatto sapere ai miei amici che stasera avrei ricevuto molto più tardi!

Pontedera.

Oh! Oh!... Serata di gala?

Remigia.

Non fare dell’ironia, anche a proposito dei miei ricevimenti. Una volta davo tre soirées in settimana, adesso.... uno solo e pochissimi amici del mio papà: funzionari e funzionarie. È il peso della rappresentanza. Si fa un po’ di musica, quattro salti.... Una tazza di tè, un bicchiere di champagne.... Perchè mi guardi così?

Pontedera.

Ammiro la tua toilette.

Remigia.

Ti piace? È dell’anno scorso. Ha un anno!

Pontedera.

Si vede, che è giovane!

Remigia.

Dopo che abbiamo salutato il papà, vieni anche tu, di là?... No?

Pontedera

mostrando che è in giacca.

Guarda: l’abito non fa il monaco, ma fa il gentiluomo.

Remigia.

Prendi una carrozza e in un quarto d’ora sei di ritorno, in punto e virgola! La verità è che tu non mi puoi soffrire! E dici di voler bene al mio papà!

Pontedera sorridendo.

Se fosse precisamente per questo?... Perchè tuo padre ti ama troppo?

Remigia.

Gelosia, allora?

Pontedera

scrollando il capo.

Timore.

Remigia scherzando.

Mauro, Mauro, mi fai insuperbire!

Pontedera.

No! No! Alla mia età, le belle signore, non mi fanno più paura altro che per i miei amici. Ti temo.... per tuo padre.

Remigia

corrugando le ciglia.

Perchè?

Pontedera.

Te l’ho già detto il perchè. Ti ama troppo. Non bisogna mai amare gli altri più di noi stessi. È un amore contro natura e perciò morboso e colpevole.

Remigia.

Quando si ama davvero, si ama sempre più di noi stessi.

Pontedera.

Le amanti; non le figliuole.

Remigia.

Perchè questa differenza?

Pontedera.

Perchè le amanti sono disturbi passeggeri. Come i flemoni, durano soltanto finchè dura l’infiammazione. Poi, le amanti, si prendono già coi loro difetti; anzi per lo più, è soltanto per i loro difetti che si possono prendere. Invece, le figliole sono il nostro prodotto, soprattutto morale. La nostra gioia.... non sempre, ma sempre la nostra responsabilità. Bisogna per ciò allevarle con amore, ma soprattutto educarle.... con rigore.

Remigia.

E i figliuoli?

Pontedera sorpreso.

Figliuoli e figliuole, s’intende!

Remigia.

Allora, scusa una domanda. Te.... chi ti ha educato?

Pontedera ridendo.

Brava! Mi hai data la lezione che mi merito! Bravissima.

Chiamata al telefono.

Remigia

andando al telefono.

Certo, il papà!

Pontedera.

Dirà che non può venire!

Remigia al telefono.

Pronti!... — Con chi parlo?...

Voltandosi a Pontedera.

Non è il papà! È Scarlini.

Di nuovo al telefono.

No! Non è ancora tornato!... — Sì! Certissimo!... Ha detto alle dieci!... — Sì! anche il dottor Pontedera è qui ad aspettarlo!... — Come? Eugenia è andata al Costanzi? Proprio stasera?... Viene dopo teatro?... — Allora le perdono!... — Sì! sì.... Va bene!... A rivederci!

Toglie la comunicazione: entra Mattei.

SCENA TERZA. PontederaRemigiaMattei, in frak, soprabito col bavero alzato e cappello a cilindro. Al collo, la commenda Mauriziana.

Mattei

di buonissimo umore.

Qualche seccatore?... Gli avrai risposto, spero, che non si sa quando torno?

Remigia.

È Scarlini,

Mattei.

Meno male.

Remigia.

Viene adesso, per parlarti.

Mattei.

Sarà per il giornale. Vorrà le indiscrezioni del pranzo!

Ridendo.

Sta fresco!

Si sbottona il paltò per levarselo e ripiega il bavero, ma poi lo rialza subito, comicamente, per nascondere la commenda a Pontedera.

Il prezzo del tradimento!

Risata.

Remigia

ripiegandogli il bavero.

No! Stai così bene in frak con la commenda!

Gli leva il cappello e il paltò.

Non è vero, Mauro, com’è bello, così, il mio papà?

Mattei

voltandosi a Pontedera.

Sono bello?

Pontedera.

Un arco baleno!

Mattei

osservando Remigia.

Ma.... anche tu.... Lascia vedere.... hai una certa commenda al collo....

Fissando la collana e oscurandosi in viso.

Non te l’ho mai vista?

Remigia.

Sì, papà, tante volte!

Mattei.

No.

Remigia nervosa, in fretta.

Perchè non ci hai mai badato!... Non ti ricordi, il cambio che ho fatto con le mie perle, quelle del matrimonio, col braccialetto che mi hai portato da Londra, con tanti altri bijoux?

Chiamando forte.

Luigi!

Luigi entra.

Remigia.

Prendi la roba del papà!

Mattei subito, a Luigi.

Bravo! Amicone!

Indicando che vuol levarsi il frak.

Portami la redingote, la giacca, quello che vuoi!

Luigi

esce con la roba e rientra con un altro abito.

Remigia.

Devo telefonare a Scarlini che sei tornato a casa?

Mattei di buon umore.

Non ha già detto che verrà?...

Remigia.

Sì.

Mattei.

E allora lascia correre!

A Pontedera.

Dieci minuti di riposo tra un esercizio e l’altro!... Precisamente come al Circo Equestre!

Ridendo.

Non dicono che sono un clown?... un trasformista?... un equilibrista?... Dunque, musica! Cium! Cium! Il celebre acròbata, Pietro Mattei, si presenterà dinanzi a questo colto pubblico maravigliandolo con nuovi salti e capriole!

Si leva la commenda, la consegna a Luigi che con Remigia lo ha aiutato a mutarsi d’abito; — a Luigi, con comico rispetto.

Nell’astuccio, come una reliquia! Non è benedetta.... ma ha avute tante benedizioni! Però, se sono portentosi i salti del vecchio clown

a Pontedera

per lui, non saranno salti mortali!

Con la gioia che gli brilla negli occhi.

Saranno mortali per le camorre, per le clientele, per le mangerie dei fornitori, dei mediatori, per quella piovra che si chiama burocrazia, la quale complica e ritarda ogni movimento, dissanguando lo Stato! — Ma quante ire, quanto odio!... E come mi fa piacere il sentirmi così combattuto, così odiato!

Risata.

Mi raddoppia la lena! mi.... ringiovanisce! — Buffone! Saltimbanco! — Cium! Cium! Avanti signori! È il vecchio clown questa volta, che fa ballare gli inetti, i bricconi, gl’imbroglioni! — Avanti! Pagatemi pure con moneta lurida! Con le ingiurie! Non potrete mai darmi del ladro, e per questo il più forte sarò sempre io!

Remigia.

Non gridare, papà!

Pontedera.

Non inquietarti!

Mattei.

Inquietarmi? Se sono l’uomo il più sereno e il più felice del mondo?

A Pontedera.

Sai il perchè?...

Lo fissa: allude al Re.

Non mi sento solo e con quello là....

Si picchia col dito in mezzo alla fronte.

Te lo dico io! Andiamo bene! È....

risata

un bravo ragazzo!... Lasciami, lasciami lavorar di piccone contro tutto questo vecchiume ingombrante che toglie l’aria e la luce, e dirai anche tu, uomo dei pregiudizî, che questa volta ho fatto bene a dir di sì, a non dormire sugli ideali, a non ridurre il mio berretto frigio.... un berretto da notte!

Si ferma.

Senza accorgermene vi minacciavo un discorso!

Risata.

Cosa vuol dire le cattive abitudini!

Si sente suonare il pianoforte dall’uscio lasciato aperto da Remigia.

Senti?... I tuoi invitati stanchi di aspettarti, cominciano a mormorare sul pianoforte!

Remigia

entra un momento; — ritorna subito e richiude l’uscio.

Non c’è che Alvise con i signori Martinelli e la marchesa Lébori.

Mattei.

Va! Va! Non farti aspettare!

Remigia.

Verrai anche tu più tardi?

Mattei.

Se non sarò troppo stanco....

Remigia.

Se vai a letto, chiamami prima. Voglio darti la buona notte!

Mattei.

Intanto, un bacio. Se me ne avrai dato uno di più, te lo renderò!

Abbracciandola.

Divertiti, cara.

SCENA QUARTA. MatteiPontedera.

Pontedera.

Quel.... conte Alvise, tuo nipote, non doveva andare a Zanzibar?

Mattei.

E ci andrà; prestissimo. Deve dare ancora non so che esame; ma ci andrà presto, a Zanzibar o a Tripoli.

Diventando serio.

Perchè mi fai questa domanda?... Hai veduto mio genero?... Ti ha forse detto qualche cosa?

Pontedera.

Ho incontrato Federico, giorni fa, alla posta. Abbiamo fatto insieme un po’ di strada. Mi ha invitato ad andare a Subiaco, ma non mi ha parlato nè di te, nè di sua moglie.

Mattei.

In ogni modo, il signor Schmidt non avrebbe nessuna ragione di brontolare. Alvise, non solo è andato fuori di casa mia, ma ci viene anche ben di rado; quando abbiamo qualche pranzo, qualche ricevimento. Chiudere la porta in faccia alla gente, capirai, non si può.

Pontedera.

Certo! Remigia non si adatterebbe....

Mattei interrompendo.

Remigia?... Lei?... Ma lei si adatterebbe a tutto! Remigia non ha che una volontà, un desiderio, accontentarmi!... Voi non la conoscete bene; per questo, siete tutti ingiusti con lei!

Pontedera.

Io dicevo soltanto....

Mattei.

Non dir niente, che sarà meglio!

Pontedera.

Non dico niente....

Mattei.

Il signor Schmidt.... tutti!... Vi siete messi in mente che Remigia abbia lei la smania di ricevere, e questo non è vero! Sono io! — I miei colleghi, i miei funzionari, le loro famiglie.... Bisogna pur ricevere tutta questa gente! Remigia, appunto, si sobbarca a un monte di noie, per sollevarmi dalle seccature, dal peso delle visite e dei complimenti.

Pontedera.

Scusa, non parliamo di tua figlia perchè, come Domeneddio, non va nominata invano. — Ho sentito che di là c’era tuo nipote. Ora, siccome — saranno più di quindici o venti giorni — mi hai detto che doveva partire subito per Zanzibar, così m’è sfuggita una domanda innocentissima.

Mattei.

Sei sempre padrone di domandare tutto quello che vuoi!

Pontedera.

Sei tu che mi hai detto che non volevi più saperne di ricevimenti, anche per non dar ombra a tuo genero, e che volevi restringerti nelle spese, perchè ti eri accorto che spendevi troppo. Io non entro mai, di mia iniziativa, nei fatti e negli interessi altrui.

Mattei.

Altrui. Io non credevo di essere per te un.... altrui.

Pontedera sorridendo.

Sono un istrice, — lo dici tu stesso, — e pungo senza accorgermene!

Mattei

prendendolo sotto braccio.

Sai ciò che mancava in casa nostra, non per colpa di Remigia, ma per colpa mia? — L’ordine. — Messo un po’ di ordine, adesso si va come l’olio. Si fa la figura di prima e si spende la metà. — La disgrazia mia e di Remigia, è una sola. Federico. Non che sia cattivo, tutt’altro! Ma.... amare finisce ad essere un male invece di un bene, quando non sappiamo anche farci amare!

SCENA QUINTA. Luigi e DETTI — poi Scarlini; in fine la voce di Alvise.

Luigi.

L’onorevole deputato Scarlini.

Mattei

di nuovo allegrissimo.

Avanti! Avanti!

A Pontedera.

Non andar via! Scarlini lo conosci; siete diventati amici. — E poi a quest’ora ha il giornale e non può fermarsi. Faremo ancora quattro chiacchiere, finchè vado a letto.

A Scarlini, ridendo.

Se sei venuto per informazioni e indiscrezioni, mi tenti invano. Girandola, Giano-bifronte, ma il Repubblicano di Sua Maestà è incorruttibile!

Scarlini

dopo aver scambiato in fretta una stretta di mano con Pontedera, sottovoce a Mattei.

Devo annunciare subito nella prima edizione della Parola, che uscirà domattina, la tua querela all’Avanguardia.

Mattei.

Io, dar querela?

Scarlini continuando, c. s.

Per un articolo contro di te!

Mattei forte.

Diventi matto!

Scarlini.

Bisogna annunziare subito a tutti i giornali d’Italia che darai querela all’Avanguardia, e devi darla.

Mattei

risponde a Scarlini con una risata: — a Pontedera, che fa per andarsene: con forza.

Fermati! Non ho mai avuti segreti per gli amici.

A Scarlini.

Parla ad alta voce.

Scarlini forte.

Io ti sono amico e ho grande stima di te: te l’ho provato alla Camera; te l’ho provato nel mio giornale. Io ho sempre ammirata la stoica fermezza dell’animo tuo contro tutte le ingiurie, contro i più volgari epiteti. Ne ridevi?... — Ho riso con te. Oggi no. Oggi, devi dar querela.

Mattei.

Ho fatto giuramento a me stesso: finchè non si attenterà all’onestà dell’uomo privato, padronissimi d’inventare quello che vogliono; me ne infischio.

Scarlini.

Ma....

Mattei.

La più grande forza dell’uomo pubblico, dell’uomo di Stato è l’indifferenza. Guarda i grandi!

A Pontedera.

Guardate Cavour!... E ha avuto, oppositore atroce, un Garibaldi!

Scarlini.

Ma Cavour non è mai stato accusato di affarismo; di una losca operazione di Borsa!

Mattei

un grido terribile: quasi avventandosi contro Scarlini.

Chee?...

Pontedera calmandolo.

Pietro! Pietro!

Mattei

dà una forte scrollata di spalle.

Risponderò a quella gente, che le mie mani sono troppo pulite per sbatterle sulla loro faccia.... sporca!

Risata, ma nervosa, cominciando a ansimare, esaltandosi.

Un gioco di Borsa, io?... Almeno, il verosimile!... Quando mi dànno del voltafaccia, quando dicono che ho voltato casacca per l’ambizione, per indossare la livrea di corte, vivaddio per gl’imbecilli, questo può essere ancora verosimile, ma accusare di turpi speculazioni un uomo che, se soltanto si fosse occupato degli affari propri invece di occuparsi degli affari del pubblico e dello Stato, sarebbe ricco, straricco, è stupido, è ridicolo, è grottesco! Grottesco!

Pontedera.

Non inquietarti! Non gridare!

Scarlini.

Il tuo non è ragionare, non è rispondere! E all’articolo dell’Avanguardia bisogna rispondere!

Mattei.

Ma trent’anni di vita onesta, non rispondono per me? La mia.... quasi povertà non risponde per me?... Sono trent’anni che maneggio milioni.

Battendo sullo scrigno.

Questa è la mia cassa! Apritela! Sì e no, vi troverete mille lire, di mio! Non dò querela. A poco a poco.... bisogna abituarsi a tutto! Prima non ho più avuto ingegno, — sono diventato una bestia! — Poi non ho avuto più carattere!... Adesso non ho più nemmeno onestà! Non sono più nemmeno un galantuomo!... Bisogna abituarsi! Abituarsi a tutto e poi....

Si lascia cadere sulla poltrona spossato.

Abituarsi a tutto.... o crepare.

Dopo un momento; a Scarlini.

Questo giornale.... dammelo.

Pontedera

va alla scrivania, versa un mezzo bicchier d’acqua.

Mattei

sempre più abbattuto, guarda Scarlini, guarda Pontedera, col giornale stretto, gualcito, nella mano tremante.

Pontedera

gli offre l’acqua da bere.

Mattei.

Beve.

Grazie.

Apre il giornale.

Scarlini indicando.

Seconda pagina. Terza colonna.

Mattei leggendo.

“Il fasto....„

Colpito.

Il fasto?...

Torna a leggere.

“Il fasto e i fasti di una nuova Eccellenza — Dai giuochi acrobatici, ai giuochi di Borsa!„

Legge piano tutto l’articolo: il suo respiro diventa sempre più affannoso, il volto terreo, spaventoso: per la prima volta ha una contrazione, una smorfia prodotta dalle pulsazioni trasmesse dai grossi vasi del collo. — Dopo letto, dà il giornale allo Scarlini; rauco.

Sì!... Sì!... Querela!... Querela!... Con la più ampia facoltà di prova.

Scarlini.

S’intende.

Dà il giornale a Pontedera che lo legge a sua volta.

Mattei borbottando.

La galera a quella gente!... La galera.

Scarlini

a Pontedera, mentre legge l’articolo.

È la prima edizione dell’Avanguardia che arriva domattina in tutta Italia, mentre la seconda edizione esce a Roma. È perciò importantissimo che tutti i corrispondenti possano telegrafare ancora stanotte ai loro giornali il sunto della mia risposta, con l’annunzio della querela.

Pontedera.

Precisamente.

Rende il giornale a Scarlini.

Scarlini

sorridendo, a Mattei.

Abbiamo poi la circostanza favorevole che se tu sei un galantuomo, lo sono anch’io, ed è notorio che se il mio giornale ti è amico, non è un giornale che si vende.

Mattei più calmo.

E ancora un’altra fortuna. Dal momento che ho ricevuto il telegramma del ministro del Tesoro, — prima vi faceva opposizione, lo sai — di dar corso al contratto per la fornitura dei vagoni con le Officine Italo-Americane, per evitare appunto propalazioni, sorprese da parte degl’interessati allo smercio dei titoli in Borsa, ho condotto tutte le pratiche, non solo segretamente, ma personalmente. Anima viva non ne ha saputo una parola, altro che a operazione finita. Di là c’è il commendator Martinelli, il mio segretario particolare, il mio alter ego: lo chiamo. Egli stesso vi confermerà di averlo saputo soltanto da otto giorni. — Luigi!

Scarlini.

Che fai?

Mattei.

Mando a chiamare il Martinelli!

Scarlini.

Che Martinelli!

Pontedera.

Non abbiamo bisogno di testimoni per crederti!

Mattei.

Siccome tutti e due reputate necessario, indispensabile, che io debba raccogliere il fango....

Pontedera.

Non raccogliere! Rispondere!

Scarlini.

E sia! Senza rettorica! Quando vai per la strada e la ruota di una carrozza t’imbratta il viso di fango, puoi essere galantuomo quanto vuoi, ma tornerai a casa a lavarti! — Martinelli! Testimoni! — Che testimoni! Per provare che hai tenuto segreto il contratto con le Officine Italo-Americane?... Se l’Avanguardia, — non hai letto? — ti accusa appunto di averlo tenuto segreto per giocare o far giocare al rialzo sulle Itale, per tuo conto?

Mattei smarrito.

Hai ragione! Hai ragione! Ma si finisce anche col perdere la testa!

Scarlini.

Intanto, di precisato, — per le nostre indagini, — nell’articolo dell’Avanguardia, c’è un fatto e un nome. Il giuoco al rialzo, sulle Italo-Americane, compiuto venti giorni fa....

Mattei.

Appunto! Venti giorni fa!... Precisamente! Il giorno dopo che io ho ricevuto il telegramma! Quando io solo potevo saperlo!... Quando io solo lo sapevo?! E il nome?... Non ricordo il nome....

Scarlini.

Dell’agente di cambio che avrebbe giuocato per tuo conto? Enrico Gardani!

Mattei.

Gardani?... Mai sentito nominare. Ma non può esserci stata indiscrezione, malafede, dall’altra parte?... Da parte delle Itale?

Scarlini.

Potrebbe darsi. C’è, però, una grave circostanza, della quale bisogna tener conto. Questo Enrico Gardani è un uomo di pessima fama. In Borsa, dalla gente seria, accreditata, è tenuto il più possibilmente alla larga. Sono venuto a sapere che è, invece, in intimi rapporti con tuo nipote.

Mattei.

Alvise?

Scarlini.

Appunto; il contino di Venezia, il diplomatico a spasso. Ho saputo che.... si divertivano insieme. Passavano la notte, giuocando.

Mattei maravigliato.

Giuocando?

Scarlini.

Nei mezzanini di un caffè; una bisca di Via Nazionale.

Mattei.

Mio nipote?... Perchè non me l’hai detto prima?

Scarlini.

Anch’io non l’ho saputo che un’ora fa.

Pontedera.

Da chi?

Scarlini.

Dal più abile dei nostri reporters, Tito Squaglia. Ha l’ardore, il fiuto di un branco di segugi.

Mattei.

E ha aspettato proprio un’ora fa?

Scarlini.

Tito Squaglia segue il fatto del giorno. Consegnandomi la prima prova dell’Avanguardia, ancora fresca di stamperia, mi ha dato le informazioni che mi potevano occorrere.

Mattei.

Alvise? Chi sa?... Ancora un ragazzaccio!... Raggirato, trascinato. — Il giuoco?... — Uhm! Mi ha sempre detto che non giocava mai!

Scarlini.

Eh!... Dal fare al dire.

Mattei