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Papà Eccellenza

Chapter 18: SCENA SETTIMA. Mattei — Remigia.
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About This Book

The play follows an aging parliamentarian who balances ministerial duties, political maneuvering, and private loyalties within his household. Much of the action unfolds in his study, where negotiations, moral compromises, and arguments about duty and ambition surface alongside domestic tensions involving his daughter and her husband. Across three acts the drama alternates intimate family scenes and public crises, exploring how ambition, pride, and generational change force characters to reassess loyalties and the costs of public office.

nervoso; batte sulla spalla al Pontedera.

Sì! Hai ragione! Lo faremo partire! Subito!

Mormorando tra sè.

E anche il.... tedesco aveva ragione!

Forte.

Ma un’azionaccia, una bricconata.... — Mio nipote?... — No.

Rassicurandosi; sorridendo.

E poi.... Alvise?... Che cosa poteva saperne Alvise del contratto del Governo con le Italo-Americane?

Scarlini.

C’è però ancora....

Mattei.

Ancora una circostanza?

Scarlini.

Un fatto; del quale subito gli chiederai conto.

Mattei.

È di là: lo chiamo.

Scarlini.

Tito Squaglia ha saputo che c’era in giro una cambiale di tuo nipote per dieci mila lire, girata e fatta scontare alla Banca da Enrico Gardani.

Mattei.

Alvise? Dieci mila lire? Ma chi vuoi che gli presti dieci mila lire? — Se non ha un soldo, di suo, povero diavolo!

Scarlini.

Appunto; è tanto più grave che il Gardani gliele abbia prestate. Vuol dire, chiaramente, che costui ha messo gli occhi sopra tuo nipote e ha voluto averlo nelle mani premeditando qualche grasso affare.

Mattei

si avvia precipitoso verso l’uscio, a sinistra.

Pontedera lo ferma.

Che fai?

Mattei.

Di là.... Alvise....

Pontedera.

Vuoi far nascere uno scandalo?

Mattei.

Si perde la testa!... Si perde la testa!

Pontedera.

Sii uomo! Uomo! Pensa chi sei!

Scarlini.

Lo fai chiamare da Luigi.

Mattei.

Sì!

Fa cenno a Pontedera di chiamare Luigi.

Pontedera si avvia.

Scarlini

lo ferma con un cenno. — A Mattei.

Devi interrogarlo da solo a solo; e devi costringerlo a dirti la verità. Io ti dirò soltanto come il tuo amico Mauro: pensa chi sei. E pensa che non sei padrone tu, del tuo onore. Il tuo onore, in questo momento, è anche il nostro; è l’onore dei tuoi amici; è l’onore dei tuoi colleghi. Se c’è un colpevole, anche in casa tua, qualunque esso sia, parente, nipote, nessuna indulgenza; deve rispondere del proprio fallo. Ricòrdati: tu non hai diritto di lasciar parlare il cuore, di nascondere gli altri con la tua persona. La tua persona, per te e per noi, deve sempre apparire com’è: incontaminata.

Mattei

risoluto: a Pontedera.

Chiama Luigi.

Luigi

entra; — si ferma sull’uscio.

Mattei a Scarlini.

Annunzia nel tuo giornale che Pietro Mattei dà querela all’Avanguardia con la più ampia facoltà di prova. E sia telegrafato subito da tutti i corrispondenti, in tutta Italia.

Scarlini

stringe la mano a Mattei, fortemente.

Mi telefoni più tardi?

Mattei.

Sì.

Scarlini

esce in fretta, scambiando un saluto con Pontedera.

Mattei a Luigi.

Chiama un momento il.... il signor Alvise.

Luigi via.

Quando l’uscio di sinistra è aperto, si sente di dentro la voce di Alvise — “Alla figlia di Papà Eccellenza!„ — La musica, al pianoforte, di Madama Angot: “Sono la figlia„, ecc. — Uno scoppio di risa; — poi di nuovo silenzio.

Mattei fissa Pontedera.

Luigi

attraversa la scena; — va via, a destra.

Mattei

a Pontedera, sottovoce.

Mauro, Mauro, non andar via!

Pontedera.

Sono di là. Quando vuoi, mi fai chiamare.

Via.

SCENA SESTA. Mattei — Alvise — poi Remigia.

Alvise

allegrissimo, per lo champagne bevuto.

Mi hai fatto chiamare?

Mattei

lo fissa torvo, muto.

Alvise.

Eccomi a’ tuoi ordini, zio Eccellenza!

Mattei con voce sorda.

Ricòrdati, che non lo sono un pagliaccio.... E tanto meno il tuo pagliaccio.

Alvise.

Cos’hai?

Mattei.

Che rapporti esistono fra te e un certo Enrico Gardani, agente di cambio?...

Alvise

colpito; — si domina subito.

Nes.... suno.

Mattei.

Tu lo conosci.

Alvise.

Ap.... pena di vista.

Mattei.

Bugiardo!

Alvise.

Zio....

Mattei.

Bugiardo! E bada: con me non si fa il Rodomonte. Tu dici una menzogna. Passi con lui tutte le notti, a giuocare, in un caffè, — una bisca, — di Via Nazionale!

Continua a fissare Alvise, avvicinandosi.

Alvise.

Sempre no; qualche sera, al bigliardo. Ma non ho mai avuto nessun rapporto, con lui.

Sicuro, disinvolto.

Ci vuol altro, aver rapporti con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè! — Si saluta: — buon giorno! — buona sera! — E chi t’ha visto, t’ha visto!

Mattei c. s.

Ma con tutta la gente che incontriamo nei teatri, nei caffè, — con le persone con le quali non abbiamo rapporti, — non si scontano cambiali per dieci mila lire!

Alvise

ha un leggero sobbalzo.

Mattei

piomba addosso ad Alvise: lo afferra con le due mani per il bavero del frak e scotendolo gli parla faccia a faccia.

È vero! Non lo puoi più negare! Te l’ho letto in faccia! — È vero! E se adesso non dici la verità, ti ammazzo! Com’è vero Dio, ti ammazzo!

Alvise.

È vero!... Avevo perduto, giocando con lui.... a baccarà.... — Gli ho firmata.... una cambiale....

Mattei.

E l’hai pagata?

Alvise.

.... No.

Mattei.

Sì.

Scotendolo: — sempre con la voce sorda.

L’hai pagata, pagata, pagata....

Alvise.

Sì.

Mattei c. s.

I danari? I danari?... Dove hai trovato i danari?

Alvise.

Giocando ancora, ho vinto.

Mattei.

A che giuoco?

Alvise.

Al solito!... Al baccarà....

Mattei.

Alla Borsa! Alla Borsa! Hai giocato col Gardani alla Borsa!

Alvise.

Sì....

Mattei.

Al rialzo! sulle Italo-Americane?

Alvise.

Sì....

Mattei.

Venti giorni fa?

Alvise.

Sì....

Mattei.

E alla liquidazione, avete esatto di saldo...?

Alvise.

Duecento mila lire....

Mattei.

Divise col Gardani?

Alvise.

Sì....

Mattei.

E come hai saputo del mio contratto con le Itale? Come lo hai saputo?... Come?...

Alvise

sciogliendosi, respinge Mattei vivamente.

Questo, è affar mio!

Mattei.

Tuo?

Alvise sicuro, spavaldo.

Ho arrischiato; l’ho indovinata.

Remigia

si presenta sull’uscio, a sinistra.

Mattei

sempre a mezza voce.

Tu sei.... un ladro!

Alvise.

Signor Mattei! Da uomo a uomo....

Mattei

interrompendolo con violenza ma sempre sottovoce.

Sì, da uomo a uomo, senza riguardi, senza pietà, per nessuna memoria, per nessun vincolo del sangue. Da uomo a uomo!

Remigia.

Papà! Papà!

Spaventata, si slancia fra Mattei e Alvise.

Mattei

sempre con voce bassa, sorda.

Tu sei un ladro!

Alvise

ha un impeto di collera. — È trattenuto da Remigia.

Mattei.

Hai rubato, hai frugato tra le mie carte, i miei segreti. Hai rubato. Ladro! — Quella è la porta! — Qui non si ritorna più! — Ma io dò querela, senza riguardi, sai! Voglio difendermi! Domani, ti farò interrogare dal giudice....

Alvise.

Va bene. Risponderò a chiunque quello che ho risposto a te. Non ho altro da aggiungere.

Via.

SCENA SETTIMA. Mattei — Remigia.

Remigia smarrita, tremante.

Papà!... Oh, papà, papà!

Mattei.

Tu non sai?... Ha commessa una truffa! E ne sono io, la vittima! L’Avanguardia accusa me, esplicitamente, di speculazioni vergognose e grossolane! — Io!... — È assurdo, oltre essere infame! È grottesco! Ma i nemici, e anche gli avversari credono tutto! È il loro interesse! Il loro mestiere. — In tutta Italia, — capisci? — a quest’ora, sono accusato di servirmi dei segreti della mia carica, per rifornirmi lo scrigno! Querela! Querela! E il processo a tuo cugino, ad Alvise, a quella canaglia! Duecento mila lire!... Come ha fatto a sapere?... Come ha fatto?

A Remigia.

Oh, ma domani, sai, parlerà! Il giudice, il procuratore del re, lo faranno parlare!

Remigia

buttandosi fra le braccia di Mattei.

Oh, papà, papà.... perdonami....

Mattei.

Perdonarti? Che c’entri tu con Alvise?

Remigia.

Sì! Perdonami! Perdonami!

Mattei c. s.

Diventi matta?...

Remigia.

Non sapevo di far male....

Mattei

colpito, respinge Remigia che cade in ginocchio.

Non sapevi di far male?

Remigia.

Di far tanto.... male!

Mattei

la fissa, terribile con tutta la vita negli occhi: le fa cenno col capo di proseguire.

Remigia

sempre in ginocchio.

Ti giuro.... ti dirò.... ti confesserò tutto. Avevo paura di te.... di Federico.... Quella mattina Federico era stato a Roma....

Mattei

fissa la collana di Remigia. Il suo viso sconvolto, terreo, ha una contrazione nervosa. Si lascia cadere sulla poltrona.

Remigia continuando c. s.

Anche allora.... volevo gettarmi a’ tuoi piedi.... Ma.... quando mi hai detto di aver venduta la casa.... non ho più avuto.... coraggio.... Dio.... come ho sofferto.... Non potevo più chiuder occhio.... credevo di morire.... ero qui.... con te.... quando tu hai ricevuto il telegramma del ministro....

Mattei

che ha sempre fissato la collana, si alza strappandogliela dal collo, e gliela mette sotto gli occhi con la mano tremante, con le lacrime che gli colano spesse sul viso contraffatto; — poi, con voce rauca, sempre più tremante, spaventato di sè stesso, di ciò che potrebbe commettere nell’impeto della collera.

Va via.... Va via!

Alza Remigia di colpo, spingendola verso l’uscio, a sinistra.

Va via!... Va via!...

Remigia via.

Mattei

è come ubriaco, barcollante; — si prende il capo fra le mani; comincia a comprendere tutta la verità.

Scarlini.... Scarlini.... No.... la querela.... No la querela....

Corre barcollando alla scrivania; fa per scrivere a Scarlini, ma non può; fa per telefonare, ma non riesce a profferire le parole. Continua a borbottare:

Scarlini.... Scarlini....

Finalmente, strappandosi il colletto, si precipita verso l’uscio, dal quale era uscito Pontedera, urlando:

Mauro!... Mauro!

SCENA OTTAVA. Pontedera e Detti.

Mattei a Pontedera.

Scarlini! Scarlini!... No! No!... Querela.... No!... No la querela.... Impossibile! Io! Io! Sono stato io! Colpa mia!

Pontedera

che ha indovinato; fissandolo.

Alvise?... Remigia?...

Mattei

scoppia in un pianto dirotto buttandosi fra le braccia di Pontedera.

Sono rovinato! Sono rovinato!

Cala la tela.

FINE DELL’ATTO SECONDO.