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Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo cover

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo

Chapter 12: § 2.
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About This Book

A historical novel that alternates close, often humorous scenes of everyday life—such as an English traveler’s blunt encounter with a Livornese coachman and vivid portraits of local manners—with sweeping accounts of political and military events affecting Corsican affairs. Narrative episodes and reflective passages are interwoven with discussions of institutional power, naval and land engagements, and the social costs of conflict, creating a blend of character sketches, local color, and commentary on honor, duty, and the tensions between private lives and public struggles.

Notarono la inventiva; e conosciutala buona la misero subito in pratica e la migliorarono; dacchè di materiali non si pativa penuria, accatastarono cadaveri umani, e in breve ebbero costruito parapetti e trincee di carne umana. Dirò cosa incredibile, se non fosse vera, e confermata dalla testimonianza degli stessi scrittori francesi: sia per ribrezzo o piuttosto, come credo, per pietà, esaminando i Côrsi diligentemente i corpi innanzi di ammucchiarli, quante volte trovavano che un filo di vita gli animasse li lasciavano stare; alcuni dei meno feriti sorsero, e da per sè stessi trassero a mettersi in cumulo, i più percossi sporte le mani imploravano per Dio e per i santi, che gli accettassero a rendere cotesto ultimo ufficio alla Patria, e poichè videro riuscire vane le loro parole, carponi, adoperandovi le mani e i piedi segnando per la terra larga striscia di sangue, o versando dai fianchi squarciati le viscere, arrivarono ad aggiungersi alla massa; dove arrivati schiusero le labbra pavonazze al sorriso quasicchè avessero conseguita cosa di contentezza suprema. Questo non occorre nelle antiche nè nelle moderne storie; tanta costanza pare che superi la natura umana, e la nostra mente ne resta sbalordita: non di manco appena ne avanza memoria. Ora voi che leggete, dite, vedeste mai più rea e più vile piaggiatrice della gloria? Anch'essa, anzi ella principalmente seguita vassalla il carro della cieca fortuna.

I Francesi da prima sostarono fidenti che i Còrsi curando la raccolta dei morti ormai avessero deposto ogni proponimento di resistenza; e s'ingannarono; imperciocchè assestati alla meglio i ripari prese a scoppiare da loro un fuoco impetuoso, che spazzò via quelli i quali punti dalla curiosità si erano fatti più da presso; oltre al volgo dei morti per questa scarica uscirono di vita gli ufficiali francesi Segur, Chamisso, Bezon ed altri parecchi tenuti meritamente in pregio di valorosi; quindi riarse il furore nei petti già inacerbati per le perdite sofferte, nè lo spediente a cui ricorsero i Còrsi, bastevole a fare più sanguinosa la vendetta, era atto a lunga difesa, molto più che di minuto in minuto arrivavano sul campo le colonne nemiche ordinate lungo la via; sparve il terreno, il cerchio si strinse, e ormai i più infuriati avventandosi mandavano in pezzi a colpi di baionetta, di sciabola, e di accetta quei baluardi di carne: allora incomincia la miserabile rotta, non di tutti però, che molti prescelsero incontrare a piè fermo la morte dei forti e l'ebbero; e chi prima giacque potè estimarsi fortunato; imperciocchè quelli che furono tardi a morire ebbero a sopportare immani strazii, e forse degli strazii peggiori assai gli oltraggi, ma la massima parte si sbandò incalzata ai reni dalle punte nemiche: parecchi urlando precipitaronsi nel Golo, che, accettato quel sagrifizio di anime, dopo molto errare ne consegnò i corpi al mare Tirreno; taluno però, fortuna fosse o prestanza, attinse la riva opposta comecchè ammaccati nella persona; altri ripararono nei boschi; ma togli gli avventurati cui toccò in sorte valicare il fiume, agli altri non giovarono fuga o nascondiglio: furono scovati coll'ardore del cane da caccia e spenti senza pietà; se la resistenza inviperiva, non placava chiedere mercede; alla preghiera rispondeva lo scherno; la empietà e la strage gavazzavano pel campo di battaglia come Menadi prese dal vino: e di vero ebbre esse erano, ma di sangue. E perchè la rabbia umana lasciasse, mercè dei gesti francesi, la prova del grado infernale a cui ella può giungere, come in quel giorno i Còrsi mostrarono a quale apice possa toccare la carità di Patria, i soldati di Francia si dettero a cercare, tra i corpi che avevano formato il memorabile baluardo, chi serbasse qualche reliquia di vita; e questo facevano toccando ai trafitti le mani, le quali se trovavano tuttavia calde, tirato fuori pei capelli il moribondo, con tagli e punte dolorosissime ne inacerbivano l'agonia!

A rendere più lugubre la scena, scesa la notte, i poggi d'intorno s'illuminarono con la sinistra luce di pini accatastati quasi pira funerea della Patria defunta; e si sparse dintorno un suono di pianto, un singhiozzare dirotto, sicchè pareva che ogni macchia, ogni cespuglio piangesse; intantochè il fragore delle acque del Golo rotte fra i sassi, empiva di affanno come se la Corsica intera si lamentasse sopra i suoi figli caduti, ancora, le braccia delle donne infelici tese verso il cielo e lumeggiate dai medesimi fuochi offrivano sembianza dell'isola infelice, che nuovo Briareo levasse le sue cento braccia per implorare da Dio la maledizione sopra la stirpe scellerata, che non contenta della infamia del servaggio a casa sua veniva a ministrare con violenza il tossico della tirannide.

Anche il fango quando vi batte in mezzo il raggio della luna par di argento: così l'uomo, il quale per nascita o per altro caso tiene la suprema potestà di un popolo, è levato a cielo, anzi più in alto del cielo: finchè nella destra di lui sta chiusa la speranza, e nella sua sinistra la paura dei mortali, la turpe e famelica genia, che si avventa alle mammelle dello Stato come le mignatte si attaccano alla vacca scesa a pascere nel palude, si lima giorno e notte il cervello per trovare sgangherate adulazioni. Gli stessi uomini grandi non valgono a liberarsene; qualcheduno dopo esserne rimasto per tempo più o meno lungo offuscato, se ne distriga simile alla bella faccia degli astri, che sviluppa dai vapori notturni, mentre i più ne restano contaminati, imperciocchè fino dall'antichità osservassero come anche le statue degli Dei per troppo fumo d'incenso diventassero nere.

Però il grande genera il grande; e questo dura: il potente solo provoca l'immane che rovina sotto il peso della folle sterminatezza. Nessun tiranno al mondo ebbe immagini più sperticate di Nerone; Zenodoro gli gittò una statua di bronzo alta 110 piedi; lui morto le mutarono il capo e dedicaronla al sole; altri gli dipinse il ritratto dell'altezza di 120 piedi e fu arso nei giardini di Mario. La modesta immagine di Bruto fu conservata alla coscienza dei popoli dai magnanimi pochi i quali non giudicano le opere dal successo, e Tiberio, che la bandiva dalle mostre pubbliche, non osò stenderci sopra la mano.

E poichè con ali mentite non si vola o poco, e a voli esiziali: quando la potenza abbandona gl'Icari redivivi, questi imperatori di terra cotta, questi re di carta pesta, la pietà si maraviglia come deve compassionarli mai tanto, chè i loro stessi delitti ella conosce essere stati partoriti dalla insania, e gli sperimenta a prova così misere, così inette creature, che spogliate del mestiere di tormentatore non sanno procacciarsi tanto da sostenersi in vita, anzi incapaci perfino a guadagnarsi l'acqua da lavarsi le mani e il viso. Lo scherno umano che si accosta per beffarli, dopo averli sotto e sopra squadrati, diventa serio, e si parte pensando se più meritino riso costoro, o la stirpe degli uomini che gli ha adulati, maledetti e sofferti per tempo sì lungo.

Però se l'uomo, spogliato dalla potenza, possiede tanto di suo, che molti tuttavia lo riveriscano, qualcheduno lo ami e la calunnia non si attenti ferirlo eccettochè larvata, nel cuore della notte, allo svoltare del canto, di' pure: — costui meritò migliori destini, — e non isbaglierai di certo. E tale fu il Paoli; i suoi nemici non ardirono morderlo, solo per biasimarlo si velarono la faccia con la menzogna del bene della Patria, ma non fecero frutto, che il velo era rado e sotto ci traspariva l'interesse o l'agonia di giustificare il tradimento; sicchè come da impresa disperata si posero giù. Per questa, come per altre volte mancò piuttosto la Italia al suo Washington, che il Washington all'Italia. Se mai la fortuna ti menasse nella illustre isola di Corsica, tu osserva come il ritratto dell'ottimo cittadino di rado s'incontri nelle città, ma per l'opposto lo troverai sempre nei casolari e negli alberghi, nello interno dell'isola a canto a quello del Sampiero; il popolo ha riconosciuto i suoi padri e se gli stringe al seno. Io lo notai, imperciocchè una voce soave mi bisbigliasse dentro: — la coscienza del popolo per passione propria o per inganno altrui spesso forvia, ma il tempo la riconduce su la strada. Molte cose fanno scienza; però il senno umano si compone di solo queste due: persistere ed aspettare. — Questi consigli mi educavano alla pazienza, che negli anni giovanili da me derisa, oggi m'insegna com'essa non solo sia virtù; ma che senza la sua compagnia veruna virtù si fermi dentro al petto degli uomini; però intendi bene pazienza con le mani tese; e non già rassegnazione con le mani giunte. Pazienza che si fruga in tasca per pigliare il coltello, non già pazienza che cerca in tasca per trovarci il rosario.

Sopra l'uomo egregio non pertanto si posa un biasimo che affermato dalla malavoglienza e dalle sbadataggine, e non contraddetto a bastanza, piglia col tempo fondamento, e questo si versa circa al non essere comparso nel giorno della rotta sul campo di battaglia; onde in Francia misero in dubbio il suo coraggio come uomo e l'attitudine come soldato. Da quanto esposi fin qui fu chiarito come credibili avvisi di assassinio meditato lo dissuadessero da condursi sul campo di battaglia; e le insidie più volte tesegli dai Francesi, e dagli stessi storici loro confessate, basterebbero a giustificare l'assenza del generale; ma egli non era uomo da ristarsi per questo, e la passata come la successiva sua vita lo palesarono incapace non pure di terrore, bensì di esitanza. Egli non si mosse da prima, perchè aspettava gli annunzi del comparire dei Francesi, deciso allora di spingersi al ponte per sostenere le difese, dacchè per veruna cosa al mondo avrebbe consentito i Côrsi passassero dall'altra sponda e ingaggiassero battaglia col nemico all'aperto senza riparo. Troppo ci correva tra i Côrsi e i Francesi per ordini militari perchè potessero cimentarsi insieme con isperanza di buon successo pei primi; e il Paoli animoso era molto, non però temerario.

Quando un messo speditogli dal comandante prussiano posto a guardia del ponte andò a ragguagliarlo che i Côrsi erano passati tutti su la sinistra sponda del Golo sentì trafiggersi da dolore e da sdegno inestimabili; non senza tremito considerò come quando l'ora della maledizione colpisce popolo od uomo torna tutto funesto, e le dimore e gli ardori; mentre quando Dio vuole, Fabio e Marcello stavano entrambi; comecchè considerasse che da questa mossa fosse per uscirne danno gravissimo, egli era ben lontano da presagire la rovina che ne venne; però si affrettava a riparare, quando per via gli sopraggiunse la notizia del tradimento di Lento e Canavaggia: poco più oltre quella del comandante della milizia del ponte alla Leccia, il quale come a suo luogo raccontai, sotto pretesto di manco di vettovaglie non aveva mosso un passo; cotesto suo avvicinarsi al Pontenuovo si rassomigliava alla via del Calvario; ad ogni piè sospinto inciampava dentro un nuovo affanno; messi su messi gli portarono Caccia avere accolto per opera di un traditore i Francesi e così essere rimaste rotte le comunicazioni con la Balagna; la Casinca anch'essa per tradimento allagata dal nemico, il quale accennava ferire di fianco; forse anco tagliare la ritirata oltre monti; che più? le pievi di Vallerustie, di Giovellina e di Orezza oggimai disperate, avere spedito uomini a posta al generale di Vaux per sottomettersi ed essere ricevute in grazie del Re. Mentre i dolori della passione contristavano cotest'anima afflitta, una mano di superstiti alla strage di Pontenuovo laceri e mezzi, perchè dopo avere salvato la vita dal fuoco avevano dovuto contrastarla all'acqua, gli si fecero incontro schiamazzando:

— Dove andate? Dove andate? Perchè volete farvi ammazzare come un cane?

E Orsone da Tevera, ch'era tra questi, ma non poteva così di leggieri riconoscersi a cagione di una fascia che gli bendava il capo mezzo sfracellato gli soggiunse:

— Ah! generale, ve lo aveva pur detto, che i vostri incipriati avrebbero venduto la Corsica e noi come Cristi.

— Orsone, siete voi? E padre Bernardino?...

— In paradiso, rispose Orsone levando le braccia al cielo.

— E...? soggiunse esitando il Paoli qual chi a un punto trema e si strugge di sapere una cosa.

— E chi?

— Il mio fratello Clemente? alfine egli disse.

— Io l'ho veduto combattere da per tutto e sempre: quanto al fuoco non lo può offendere, perchè gli è ciurmato; se non rimase nel Golo ve lo vedrete comparire dinanzi.

Allora il Paoli raccolse quella maggiore gente che potè, e fu poca, donde ebbe campo di argomentare la gravità della rotta, e si condussero a Corte. Di uno sguardo conobbe, che non si poteva fare capitale su i pochi che lo avevano seguitato pur troppo sbigottiti e male in arnese; posti alquanti soldati in castello, passò in Vivano nel concetto di ritentare la fortuna della guerra coi terzi di oltremonti.

Clemente Paoli rispettarono il fuoco e l'acqua: uscito grondante dal Golo non si rivolse nè manco a dietro a contemplare il fiume pauroso dal quale era scampato; senza pigliare cibo nè riposo, nella notte picchiò di casa in casa e strappò i mariti dalle braccia alle mogli, i figli alle madri, li garrì, li spaventò colla paura della maledizione di Dio; la quale non può mancare a cui lascia nelle angustie desolata la Patria, e la mattina si presentò pronto a combattere i Francesi, che dopo occupato Rostino moveano a Corte; e di fatto a piè fermo gli attese presso san Pietro di Morosaglia e per più ore contrastò loro il passo; quando poi seppe lo sgombro di Corte e il nemico stringerlo dentro una rete, poderoso e rinforzato con le riserve di Bastia, colto il destro disparve come un fantasma davanti agli occhi dei Francesi.

I quali progredivano non pure in virtù delle armi strabbocchevolmente superiori alle côrse, quanto dell'oro che sparnazzavano come si costuma la fiorata dinanzi alle processioni: nè questo si reputi inventiva côrsa per iscemare l'onta della disfatta, però che noteremo in breve quale somma di pecunia ci spendessero attorno i Francesi: che se taluno versato nelle storie di Francia maraviglierà come potesse profondersi tanto tesoro in Corsica, mentre tanto si penuriava in Francia, che gli stessi valletti di corte chiedevano la elemosina, cesserà da stupirsi quando pensi che la impresa côrsa si combatteva per sostenere il credito vacillante del ministro Choiseul, il quale voleva dare ad intendere che con l'acquisto della Corsica la Francia sarebbe stata compensata con usura delle perdite sofferte durante il suo ministero; ora è manifesto, che quello, che carità di Patria, amore di parenti e compassione del prossimo non sanno trovare o non possono, troverà sempre l'ambizione. Che importava allo Choiseul, che a Parigi morissero di fame e i servi del suo re accattassero, purchè egli potesse mantenersi in officio? E nondimanco il Voltaire celebrò cotesto uomo, dando nuova prova, che le lettere scompagnate dal gran cuore sono pessime dispensatrici così del biasimo come della lode. Napoleone giovanetto alla scuola di Brienne, narrasi, che vedendo il ritratto di questo duca appeso in una sala, agguardatolo torvo, gli dicesse: — tu mi renderai ragione del sangue côrso e delle nostre libertà manomesse! — Beato lui se fosse morto mentre florida gli santificava a quel modo l'anima la virtù, però che egli vivendo confermasse la verità della sentenza, che Dio a cui vuol bene manda presto la morte; di vero le grinze sul cuore vengono più spesso e più brutte che sulla fronte, ed egli morendo a tempo non avrebbe nudrito la sua fama col sangue e con la libertà dei popoli. Per colpa di questo uomo, che parve un Bruto in erba, la umanità si strascica sempre come colombo che abbia rotto l'ale sul cammino della libertà.

I ricordi dei tempi pertanto hanno tenuto nota, che furono largite dugento ottanta lire a testa a quei del presidio del Castello di Corte affinchè lo consegnassero senza contrasto, e al tempo stesso mandarono un bando, il quale diceva: i villaggi privi di trincere che si attentassero resistere sarebbero arsi, le terre devastate, gli abitanti spediti a mo' di misfattori in Francia, se dopo essersi sottomessi fossersi rinvenute armi presso gli abitanti, sarebbero mandati irremissibilmente in galera; anche dei non sottomessi quelli che portassero armi senza permesso dei superiori militari, in galera; chi piega il collo beato lui!

Malgrado la disposizione vecchia che i Francesi avevano e la necessità presente di esagerare le cose, essi non poterono cavare materia d'iattanza da cotesta conquista: abbiamo notato, come vi adoperassero un cinquantamila uomini, della migliore gente che possedesse la Francia, e ce ne rimasero 10,721, se meritano fede i registri del ministero della guerra, di cui 5,949 morti all'ospedale e 4,334 in campo: fra questi, 539 uffiziali; ma il sangue, nota il Dumouriez, giusto in proposito della guerra presente, nei calcoli della politica non conta; però parliamo del danaro; tutta la impresa costò 80 milioni, somma per quei tempi di troppo maggiore importanza, che a' nostri, compreso il credito che la Francia teneva verso la repubblica di Genova pei soccorsi somministrati, sicchè le spese proprio per la guerra del 1767 e 1769 si trova appunto ammontare ai 180 milioni di franchi. Al De Vaux, dopo averlo scarrucolato un pezzo, negarono dare il promesso bastone di maresciallo, bisbigliandogli nelle orecchie: la smettesse e dello avuto si contentasse; bella forza! vincere con cinquantamila uomini provvisti di ogni maniera munizioni di guerra, poderosi di artiglierie, un'armata quale da molto tempo non era uscita dai porti di Provenza di rinforzo e per ultimo il terreno spazzato davanti a furia di luigi d'oro. Il De Vaux non fiatò più: ma se tacque egli, altri volle dire la sua; per l'Italia ne corsero le pasquinate ed anco qualche cosa peggio: così menò rumore un certo distico latino che pronunziava arditamente questa sentenza:

Gallia vicisti! profuso turpiter auro;

Armis pauca, dolo plurima, jure nihil.

Dicono lo componesse un Giuseppe Cambiasio presidente del regio senato di Nizza; e questo ho voluto rammentare perchè si veda come novant'anni addietro in Italia ci vivessero uomini di toga che avevano cuore di dire verità, le quali adesso non basterebbe l'anima a palesare, anco a un democratico dei buoni; e poi negano il progresso; se questo non si chiama avvantaggiarsi nel servaggio, che cosa sia progredire io non lo so davvero.

Ma più che tutto strano parrà a cui per poca pratica non è uso a meditare su i cervelli degli uomini e i ghiribizzi loro, che i Francesi tre anni dopo conquistata la Corsica non sapessero più che cosa farsene: pigliatala in fastidio proffersero restituirla a Genova pel prezzo di 28 milioni di lire, ma i Genovesi che per averla tenuta nei tempi addietro si sentivano anche piene di pruni le mani, e il tempo gli aveva condotti a consigli più giudiziosi, risposero che poichè se la erano presa la conservassero; allora la misero all'incanto, ma non trovarono chi ci volesse dire sopra; e il nostro eroe scrivendo da Londra il 30 luglio 1771 prorompeva in questo grido, tanto più straziante quanto più semplice. — Ahimè! dunque noi siamo quel povero cencio, attualmente posto all'incanto fra i potentati della Europa?

Più tardi il tedio della Francia per la Corsica crebbe; forse era presentimento, e nell'Assemblea costituente l'abate Charrier propose indurre il duca di Parma di cedere il Piacentino al Papa e dargli in compenso la Corsica col titolo di Re; non ne vollero sapere nè l'uno nè l'altro. O non sono curiosi questi liberaloni di Francia, i quali non sanno smettere il vezzo di considerare la gente umana come bestie vaccine a cui si possa far mutare padrone secondo che piace? La Corsica, agguantata, agguanta; cani e uomini côrsi fanno buona presa. L'hanno voluta, se la tengano; Ercole non potè strapparsi la camicia di Nesso, se non sul rogo: ma io ho precorso gli eventi; ne domando perdono e torno a raccontare la storia per filo e per segno come conviene ad uomo che proceda con la calma pensosa tanto amica ai tranquilli amatori dell'ordine.

Le cose e le creature si amano più pei dolori e pei travagli che costano, che pei piaceri che procurano; però i padri ben vogliono ordinariamente i figli assai più che non ne siano benvoluti: onde non è da dirsi se il Paoli mettesse a tortura anima e corpo per trovare spediente capace della salute della Patria che amava e per la quale aveva patito mai tanto. Il giocatore non si alza dal tavogliere se prima non abbia avventurato il suo ultimo scudo; ora le ree passioni dovranno essere più tenaci delle buone? Il patriotta mostrerà a prova minor costanza del giocatore? Ciò a Dio non piaccia.

La parte cismontana dell'isola non fu lasciata senza l'estremo contrasto. Clemente Paoli addentrandosi nel bosco di San Pietro occorse in Antongiulio Serpentini e nella moglie sua Rossana che con una mano di gente si aggiravano per quelle parti smaniosi di vendetta quanto più disperati della vittoria: poco più oltre rannodarono il capitano Pilone: insieme uniti, pei conforti massime di Clemente, si apparecchiavano a tentare un colpo ardito; si rammenta che alla opera egregia si aggiungesse anche Giancarlo Saliceti, come per miracolo rimasto illeso sotto un mucchio di cadaveri alla battaglia di Pontenuovo, donde uscì a notte alta e scampò con meno pericolo degli altri, perchè il nemico si fosse disperso nelle vicinanze, e il fiume, che molto tiene del torrente, in quelle ore avesse scemato assai dalla sua turgidezza: racimolati da 500 uomini penetrarono nel Niolo dove sorse sempre la prima aurora e si spense l'ultimo crepuscolo della libertà côrsa; sopra coteste aspre giogaie la gente semplice e forte pare che abbia agio di favellare più d'appresso con Dio che in loro ispira carità indomita di Patria. I Niolini senza tanti ragionari si dissero parati a tutto; richiesti di vettovaglie, non ne avevano: proposero andarne alla cerca a Giussani, Asco, Muttifao ed in altre terre prossimane, e andarono, ma tornarono co' sacchi vuoti; i popoli atterriti dalla vista dei Francesi stracorridori, i quali avevano incominciato a mostrarsi fin là, gli supplicarono a non gli esporre a sicurissimo eccidio: col nemico così inviperito e così grosso su gli occhi, non essere a tentare cosa che valesse; gli uni e gli altri si riserbassero a fortune migliori. Allora passarono i monti; e qui si rinfocolò la guerra.

A Fritzlar conte di Narbona, uomo superbo e di natura feroce, fu commesso opprimere la parte oltramontana; reputandola impresa appena degna del suo valore uscì veramente grosso e munito ottimamente di artiglierie da Ajaccio, ma procedeva alla sbadata, sicuro di non incontrare veruno intoppo per la via; ma giunto che fu a Mezzana ecco occorrergli Clemente Paoli, ch'egli credeva rimasto morto a Pontenuovo, a contrastargli il passo: salito il buon conte in furore perchè si attentassero resistergli, raccolse le sue forze per levarsi, com'egli diceva, per sempre d'intorno quel fastidio d'insetto, ma intantochè il tafano lo pungeva or qua or là dolorosamente, ed ei menava invano le mani, ecco arrivargli notizie, che i Côrsi comparsi a Peri facevano le viste di piombargli alle spalle: di vero erano accorsi ai suoi danni con quanti avevano potuto trarre seco l'Abbatucci, l'Ornano e il padre Paolo Roccasserra buono a predicare, meglio a combattere. Il conte obbligato a riparare al nuovo pericolo smezzò le forze, ma respinto da ambe le parti si strinse nel fiuminale di Celavo dove riparò in forte positura munendola di terrapieni e di artiglierie, deposta poi ogni intempestiva baldanza, invece di assaltare attese con diligenza a difendersi assalito.

I capi Côrsi esaminata bene la faccenda vennero nel parere di non arrisicare battaglia, bensì circuire tutta cotesta gente, bloccarla e ridurla a darsi prigioniera per falta di viveri. Il conte di Narbona a prezzo d'ingordo premio trovò modo di avvisare il conte di Vaux delle angustie in cui si trovava ridotto, onde questi, che ormai credeva vinta la impresa urlò, bestemmiò e poi piuttosto con ismania febbrile, che con sollecitudine soldatesca, si dette ad ammanire corpi di milizie spingendole con parole accesissime e con larghe promesse a correre e impedire lo smacco; da prima spedì il marchese della Valle, e ce n'era di avanzo; ma dopo poco gli avviò dietro con altro distaccamento il barone di Bamenil; e tuttavolta parendogli che fossero pochi ci aggiunse tre corpi di milizie côrse, comandate da tre capitani côrsi, il nome dei quali per rispetto altrove discorso non mi giova ricordare, nè altri ha da mostrarsi voglioso di apprendere. Tutte queste milizie per la Biguglia, la Casinca e le pievi del Verde e di Aleria, dovevano penetrare nel Fiumorbo e quinci per vie montane giungere in tempo per bloccare i bloccatori. E' sembra, che gl'impedimenti naturali stimassero poco, quelli degli uomini nulla, perchè più pericolosa via non era dato immaginare: di fatti piccola mano di montanari tra Poggio e Isolaccio arrestarono tutte queste milizie.

Pasquale Paoli non posava giorno nè notte per rianimare, eccitare, ordinare: e in qualche parte gli veniva fatto con buon successo, più sovente no; non mica che all'aspetto di lui non si accendessero, od alle sue parole non fremessero, ma a mano a mano, ch'egli si allontanava, essi si sroventavano; il pensiero ripigliava il sopravvento alla passione, e lo schioppo testè carico ponevano da parte non senza un sospiro.

Dal paese dove nacque e morì Sampiero d'Ornano, dalla terra bagnata dal sangue dell'eroe, vennero, e non poteva fare a meno, cinquecento uomini improvvidi magnanimamente del poi, non volendo nè sapendo guardare nulla oltre il dovere, e si offersero al Paoli per la vita e per la morte. Per quanto tu ci pensi sopra, tu non verrai a conoscere tutti i benefizî che una grande anima largisce alla contrada dove per grazia del cielo ella comparve, i presenti sono meno, nè i più importanti, perchè le generazioni, che la circondarono non la compresero, o se compresa, non ebbero virtù d'imitarla; ma ella partendosi lasciò quasi un modello ai futuri, affinchè i pensieri e le opere loro ci adattassero; ognuno del popolo si reputa erede di un frammento di cotesta anima, quale come un santuario riposto dentro di lui lo fa sacro, ed ogni senso di viltà, di bassezza ne allontana, quasi sozzurra che valga a inquinarlo: e non fie vana fede quella che ti fa credere, che cotesta anima indefessamente stemperandosi nell'aere mandi aliti sani al tuo corpo e affetti sani al tuo spirito; beata la terra, che vanta per genio del luogo un'anima grande!

In Ornano pertanto stavasi Pasquale, e circondato così da gioventù feroce, fremente arme, che dimenticata la realtà dei casi consolandosi con la speranza del futuro o con la memoria del passato. Gli pareva potere ritentare la prova, anzi pensava vincerla e di un colpo ardito opprimere il nemico: il suo spirito pregustava la esultanza della patria consolata, i gaudii della gloria, la commozione della gratitudine: davanti a sè teneva aperta la carta geografica dell'isola e accennando col dito i sentieri per valli e per poggi, sempre più infervorandosi esclamava:

— No, non può mancare; coraggio, Côrsi, la stella della Corsica non è ancora tramontata.

E quasi coro Altobello, Canale, Ugo della Croce, Romano Colle e Rutilio Serpentini con altri dintorno ripetevano! — no, non è ancora tramontata.

Ad un tratto si aperse la porta della stanza e fu visto entrare un soldato, il quale prima di ogni altra cosa si volse addietro a richiuderla: era Clemente Paoli mandato a chiamare e venuto in obbedienza agli ordini del suo generale: dopo la battaglia di Pontenuovo dove fu così funesto il suo ardore, o ira contro sè o coscienza lo rimordesse, non si attentò più comparire davanti al fratello: ed ora oh! quanto si mostrava diverso dal prode guerriero, che rimasto per fortuna intatto dalle palle nemiche aveva fama di essere ciurmato: la faccia sordida di colore oscuro, le labbra nere del continuo mordere le cartuccie, la congiuntiva degli occhi ingombra di sangue e di bile; di persona l'ombra appena di sè stesso, le vesti gli cascavano di dosso, non più Clemente, bensì lo scheletro di Clemente Paoli; e quasi la fortuna volesse fargli perdere tutto ad un tratto anche la sua invulnerabilità, adesso appariva fasciato alle braccia e alle gambe: anche nel capo era stato percosso e gravemente; e nondimeno si conosceva, che questa rovina gli veniva meno dalle ferite del corpo che da quelle dell'anima.

Entrò, fece il saluto militare e stette davanti il suo fratello, il quale a vederlo si sentì commosso da un tumulto di affetti: voleva abbracciarlo, voleva rimproverarlo: quel suo stato così gli strinse il cuore, che per poco non iscoppiò in pianto; pure facendo forza a se stesso, e tentando con la voce del corpo vincere il grido dell'anima, con molto impeto disse:

— Venite Clemente. Dio ci ha flagellati, ma non ci vuole oppressi; egli nella sua misericordia ci dà campo da vendicare mille offese in un punto, e ciò che più importa ristorare le fortune inferme della Patria. Altobello si reca (guardate su la carta) a Zicavo, e fatta raccolta di gente accorre in aiuto dei Fiumorbini i quali hanno già arrestato i corpi di milizia spediti dal de Vaux in soccorso del Narbona: tra quei gioghi, in mezzo di coteste foci può presentarsi il destro di sterminarli; ad ogni modo basta che li trattenga; questo deve farsi; se si avventurano nella foresta dei pini non ne escano più. — Io piglio il comando del campo di Mezzana e vi prometto non farmi uscire di mano questo tracotante del Narbona: a voi Clemente, il periglio e la gloria maggiori; prendete con voi Serpentini e Saliceti, attraversate il Niolo dove vi aspettano a braccia aperte, quindi scendete in terra di Comune, assalite improvviso i Francesi alle spalle nei monti del Fiumorbo, separateli da Bastia, e per fame o per ferro voi sterminate il marchese della Valle e il barone di Bomenil, io il conte di Narbona: non domando cose strane da voi; solo che mostriamo la consueta celerità, la vittoria è sicura....

Clemente, mentre il fratello infervorato favellava, fu visto tentennare a modo di albero che il boscaiolo a grandi colpi di accetta cerca di abbattere; ora non si potendo più tenere cadde di sfascio nelle braccia del fratello e proruppe in pianto; le bende scomposte per quel moto smanioso lasciarono grondare la piaga del capo, sicchè scendendo giù sul volto al desolato sangue e lagrime, parve che piangesse sangue. Pasquale anch'egli avrebbe pianto se non restava atterrito dallo stato del fratello: egli non lo aveva mai visto piangere, e le lacrime dell'uomo forte sbigottiscono appunto per questo, che l'animo nostro pensa quanto grave ha da essere il cumulo dei mali che valse a vincere coteste indomite nature. Lo stianto della passione dolorosa aveva tolto a Clemente la favella, e si temeva peggio; onde dopo averlo adagiato sopra una seggiola, Altobello corse verso la porta per uscire in traccia del medico; ma Clemente tentato di levarsi su ritto per impedirlo e non lo potendo, con le mani, con gli occhi, con tutta la persona sembrava supplicarlo a non aprire la porta; ma non lo intesero; e ad ogni modo non sapendo darsi ragione di codesta strana fantasia non l'avrebbero atteso; però Altobello venuto più presso la porta l'aperse.

Dalla porta semiaperta sbucarono fuori due mani: ho detto due mani, e doveva dire granfie che pelose erano tanto e armate di ugnuoli da disgradarne quelle della jena; e subito dopo tenne dietro alle mani una maniera di ceffo orribile per enorme naso adunco e il mento sfuggevole verso la gola; gli occhi piccoli, tondi e immobili, il cranio calvo con pochi peli dietro la nuca, che parevano venuti a lite fra loro, gli davano aria dello avoltoio monaco che muta le penne; comparve al fine la persona scarna, ossuta, figura proprio da cataletto. E' sembra, che la natura nei momenti di mal umore crei siffatti animali, perchè servano di annunzio alle sciagure come i gabbiani al cattivo tempo: di vero tu li trovi dove qualche infortunio, o peggio ancora, qualche iniquità sta per consumarsi; nella stanza dell'infermo avvisano che il prete coll'olio santo è per le scale, in casa all'inquilino precorrono i famigli che vengono a gravare i mobili pel debito di pigione: nel fondaco del mercante precedono il sindaco del fallimento accorrente ad apporre i sigilli; nelle famiglie danno cenno, che quivi la carità nel partorirci l'odio vi è morta per l'operazione cesarea: però il marito sta in procinto di repudiare la moglie, il padre di diseredare il figliuolo; nelle assemblee notificano prossimo il partito, che torrà la reputazione al popolo, o spegnerà la libertà del paese. Nudriti di disprezzo trasudano malignità da tutti i pori del corpo. Tito, passate ventiquattro ore senza avere beneficato persona ebbe ad esclamare ho perduto un giorno! questi non lo diranno, ma sentiranno averlo perduto se nel medesimo periodo di tempo non mettono alla disperazione ventiquattro povere anime. Dopo lui si mostrarono due faccie pecorili come si trovano in maggioranza per tutti i municipii, che paiono destinati ad ospitarle a mo' dei presepii i bovi; facce stupide, facce grulle le quali, se la demenza possedesse case da affittare ai matti, metterebbe sopra le porte pei appigionasi.

Costoro entrarono e soffermatisi al cospetto del generale attonito per simile novità, il caporione che dalla servile domestichezza e dalla paurosa petulanza dimostrò appartenere alla razza degli azzeccagarbugli, vergogna del fòro e peste delle città, squadernato un foglio leggeva:

— Eccellenza! I padri del comune Delle Vie, di Sartene, Scopamene, Garbini e generalmente di tutti gli altri della provincia della Rocca, essendo venuti in cognizione come V. E. sia decisa di sostenere la guerra contro le armi di S. M. cristianissima, hanno dovuto considerare come qualmente essi non trovino in questo il tornaconto loro e nè anche nel sottosopra il diritto. Non il diritto, perchè non una, ma parecchie volte i Côrsi invocarono gli aiuti della Francia, onde non sembra ben fatto rifiutarli adesso, che ce li profferiscono; non l'interesse....

— Concludete, chè il tempo e la pazienza mi mancano di sentirvi leggere cotesta filastrocca; che volete da me?

L'oratore piegò il foglio, se lo ripose in tasca e disse:

— I comuni della provincia della Rocca, protestando il dovuto rispetto alle virtù di V. E., dichiarano, che innanzi tratto le raccomandano di cessare le ostilità, e di gettarsi, com'essi fanno nelle braccia di S. M. cristianissima; caso mai, che V. E. per sostenere il punto, o per qualche suo particolare interesse s'incaponisse a tirare avanti la guerra, allora la supplicano a uscire dalla provincia per non renderla immeritevole della grazia di S. M. cristianissima; di più conoscendo a prova l'amore, che l'E. V. ha portato sempre ai grami Côrsi, e porti, umilmente implorano che dove prescelga (che sarebbe il meglio) di abbandonare l'isola, si astenga imbarcarsi a Sartene, non mancando nella costa orientale golfi e cale assai più adattati, che non è il porticciuolo.

Il generale fu visto impallidire: ma fu un momento; poi rilevò maestoso la persona sicchè parve ingrandito, e con voce forte rispose:

— Non io venni spontaneo come il barone Teodoro di Newhoff chiedendovi per compenso di poco soccorso il regno; chiamato obbedii alla voce della Patria la quale in dieci, in venti consulte mi commise difendessi la sua libertà; e questo ho fatto con la fede di cittadino e di cristiano. Separare adesso la causa mia dalla vostra, fingere privata querela ciò che i nostri avi sostennero, è viltà. — Dite piuttosto, che renunziate alla eredità dei vostri maggiori; dite, che rinnegate quarant'anni di martirii, di sangue, di gesti gloriosi e di sciagure: dite che vi venne in fastidio la libertà, che vi piacque farne danari, come di cosa che non si usa più... questo dite, chè la menzogna aumenta la infamia e non può giovarvi in nulla.

In premio dell'opera voi mi date l'esilio, e certo pensando alla inopia che mi aspetta in terra straniera, al tedio continuo e alla mancanza di ogni consolazione, dovrei affliggermi molto per me se il presagio della miseria a cui siete riservati, e al disprezzo di voi stessi, ultima sciagura! non mi togliesse al senso dei miei mali per desolarmi con ogni fibra del mio cuore per voi. Ah! avessi potuto lasciarvi miseri, non avviliti; la speranza avrebbe potuto ricondurre un'altra aurora per tutti.

Se la bandiera côrsa strappata da mani repugnanti fosse caduta sul campo di battaglia, la Immacolata che vi sta dipinta sopra avrebbe raccolto il sangue sparso per la Patria e portato al trono dello Eterno implorando vendetta per lui; ma adesso di che volete ella supplichi Dio per voi? La viltà si detesta così in cielo come in terra: disertata dalla Beata Vergine, ecco la vostra bandiera diventò tutta bianca, potete usarne come mandilo per asciugarvi le lacrime, potete servirvene come lenzuolo per involtarci dentro la patria, perchè la patria è morta; ella va a raggiungere dentro i sepolcri i suoi figliuoli, i suoi veri e legittimi figliuoli che hanno combattuto, e sono morti per lei; finis, (e qui prese con ambe le mani la carta geografica della isola che gli stava davanti, sbarrò le braccia e fecene due pezzi, aggiungendo con voce tremante) finis Corsicae.

Poi con un gesto ineffabile di disprezzo e d'imperio comandò agli odiosi oratori gli sgombrassero davanti.

Se ne andarono l'avoltoio e i pecori municipali, i quali usciti all'aperto, il primo disse agli altri:

— Ringraziamo Dio, la è ita a finire meglio ch'io non pensava; ad ogni momento io temevo, che dato di piglio al bastone non ce ne avesse amministrato un carpiccio delle buone.

E gli altri due, tuttochè pecori comunali, risposero:

— Magari! che con un po' di tempo e qualche empiastro si poteva guarire, ma egli ci ha battuto il cuore, e a questo noi non potremo trovare rimedio mai.

Sul fare della notte secretissimi messi partirono portatori di lettere ai comandanti delle milizie a Mezzana, al ponte di Peri, al fiuminale di Celavo, ai boschi del Verde in Fiumorbo, colle quali s'ingiugneva cessata ogni resistenza tornassero di quieto a casa nascondendo le armi in luogo sicuro per ripigliarle in migliore occasione: per ora impossibile tenere fronte al nemico: non clamori, non minaccie; si conservassero a fortune migliori. Giunse a tutti oltre ogni estimativa amaro cotesto ordine, come quelli a cui, ignorando la diserzione dei compagni, pareva poter resistere con vantaggio; celarono le armi per grotte montane, taluni vollero portarle seco loro, e male gliene incolse; prima però accesero i fuochi anco sopra il consueto, perchè il nemico accorto del partirsi che facevano non si fosse mosso a perseguitarli. Alla mattina le sentinelle avanzate dei Francesi non udendo i soliti rumori, nè per quanto aguzzassero la vista vedendo comparire persona, si attentarono trascorrere più oltre e conobbero i Côrsi avere abbandonato il campo: ciò riferirono subito ai superiori, che sospettosi d'insidie dettero il comando di moversi, ma adoperandovi tutte le precauzioni costumate dai cautissimi capitani quando si inoltrano in paese doloso. — Dopo due o tre miglia, ebbero a persuadersi che i Côrsi erano affatto scomparsi, e facilmente attribuirono il caso alla gran paura che avessero preso di loro; essi che stremi di viveri già avevano incominciato a parlare di resa per non rimanere morti di fame nel fiuminale di Celavo! — Allora non contenti di essere così per miracolo liberati e nè manco di vincere a man salva, parve loro non avere fatto nulla se non riuscivano a mettere le ugne addosso al generale Paoli: lui bramavano, lui spasimanti agognavano per rendere più splendido il trionfo a Parigi di cinquantamila Francesi gente cappata, sopra poche migliaia di Côrsi mal vestiti e peggio armati.

Senza ostentazione e con modi semplici secondo la sua natura gli dettava, il Paoli chiamati gli ultimi compagni della sua fortuna, disse loro:

— Amici miei, i Francesi cercano di me ed io non credo giusto invilupparvi nelle mie venture; fate una cosa, tornatevene in famiglia ed anco voi cedete a tempo per conservarvi a sorti migliori.

Ma gli altri torvi risposero:

— Che vi abbiamo fatto per meritarci questo oltraggio? Noi saremo con voi in vita e in morte: voi padre, voi madre, voi moglie, voi figliuoli, voi tutto.

Il Paoli si strinse gli occhi con la mano, e ce la tenne un pezzo; poi a strappi soggiunse:

— Vi domando perdono. Partiamo.

Fatto gomitolo si avviarono pei gioghi di Bavella, e quando scopersero il mare sostarono per vedere se sopra il lontano orizzonte si scoprisse qualche naviglio con la prua rivolta a coteste sponde; non nube in cielo, non vela in mare, l'uno e l'altro deserto nella magnificenza dello azzurro sterminato. Allora ristrettisi a consiglio determinarono sbandarsi sì per procacciarsi alla spicciolata il vivere per cotesti luoghi montani, sì per isfuggire più facilmente alle ricerche del nemico; e convennero altresì, che quale primo scorgesse qualche bastimento ne avrebbe porto avviso ai compagni, se di giorno con tre fumate, se di notte con tre vampe, coll'intervallo di un quarto di ora di uno dall'altro, affinchè potessero esserne avvisati tutti e accorrere alla posta.

E bene incolse loro il partito preso, imperciocchè indi a pochi giorni comparvero stracorridori Francesi i quali si dettero a frugare di qua e di là come bracchi alla campagna: ventura fu che le compagnie côrse agli stipendii del nemico venissero adoperate a battere i boschi di foce di Verde e di foce di Vizzavona che giudicarono più atte a' nascondigli, però che altramente non sarebbe stato lieve fuggire; pure parecchie notti il Paoli ebbe a passare dentro tane da volpi, di cui l'apertura copersero con pruni intralciati a piante selvatiche, da allontanare qualunque sospetto; ed una volta, narra la fama, che la passò a cavalcione su di una sughera nascosto dalla spessa fronda di quella; intantochè una squadra di Francesi sdraiati a piè dell'albero andavano trattenendosi fra loro del guadagno che ne sarebbe loro toccato se lo avessero preso e degli onori (giudicavano a quei tempi i Francesi degno del rimerito di onori agguantare a mo' di facinoroso un difensore della patria libertà), come pure degli strazii che avrebbero fatto a quel brigante del Paoli traendolo incatenato traverso la Francia.

Il Paoli però la più parte della notte passava in compagnia di Altobello e di Nasone lungo la spiaggia a speculare se qualche legno giungesse; la notte del 12 giugno prima assai che il sole cascasse dietro ai monti si era levato uno scilocco fresco, che in breve ora aveva sommosso la superficie delle acque; per quanto l'occhio si spingeva lontano si vedevano miriadi di ondate spumanti simili a cavalli bianchi sfidati a gara di corsa verso la riva; parecchi di questi ad occhi meno esercitati avrebbero potuto parere vele, ma quelli del Paoli e dello Alando non si potevano ingannare; e poi non dirò la sfiducia, ma un senso di avversità si era per modo insignorito della loro mente, che non si avventuravano a credere le cose prospere se non si manifestavano certissime. Pure non seppero lasciare il lido finchè non sorse alta la notte; allora Altobello rompendo primo il silenzio, favellò:

— Signor generale, parmi, che sarebbe bene andarcene; quest'aria non è sana, e col vento che tira, non pare verosimile che sia per approdare veruna nave alla spiaggia.

— Vi ringrazio, Altobello, perchè questo fiotto di onde che si rompono sul lido mi sonava come il pianto delle migliaia degli eroi defunti venuti a lamentare la rovina della Patria. L'anima mia ne rimaneva inebbriata di amarezza, e non sapeva staccarsene. Voi avete rotto l'incanto: andiamo.

Lenti, silenziosi ripresero la via lungo la costiera che ha davanti a sè gli scogli di Facina e delle Capricaglie: di un tratto parve loro squittire Nasone, ma non ci porsero troppa avvertenza perchè appunto in quel momento Altobello quasi rammaricandosi, esclamasse:

— Gran che! manco una vela: gli amici si sono proprio dimenticati di noi?

— Figlio mio, nel pellegrinaggio che imprende la sventura talora ho veduto accompagnarsele la pietà, di rado l'amicizia.

— Voi avete calunniato una virtù come Bruto a Filippi le calunniò tutte... — Fu sentita una voce, che al Paoli parve, e veramente era quella del signor Giacomo Boswell, il quale spietatamente soggiunse: — e salvo vostro onore, con maggior biasimo di lui, perchè egli era pagano, mentre voi siete cristiano.

— Signor Giacomo!

E il signor Giacomo lo abbracciò con tutta la tenerezza di cui si sentiva capace; ma siccome l'ossatura, per così dire, della sua anima andava composta alla rettitudine, continuò:

— E con tanto maggior biasimo, perchè oltre l'astratto voi oltraggiaste immeritamente il concreto, dacchè qui meco sono il capitano Angiolo Franceschi e Achille Murati, e il vostro parente Antonleonardo Belgodere.

Il Paoli tacque, sia perchè, parlando, sentiva avrebbe aggravato i suoi torti, sia perchè la gioia l'opprimeva, tanto più intesa quanto più inaspettata.

Calmati i primi affetti il signor Boswell espose in brevi accenti il governo di S. M. Britannica comecchè la impresa côrsa stimasse la più giusta del mondo, e il Paoli, che la sosteneva, mettesse in paradiso con tutte le sue simpatie (fino da quei tempi gl'Inglesi prodigavano le simpatie, specie d'indulgenze politiche imitate dalle indulgenze sacerdotali di Roma), pure non ci trovando per quel quarto di ora il suo conto, non gli mandava nè uno schioppo nè uno scudo: gli amici della libertà avere noleggiato due navi, ed empitele di munizioni, avviate nel Mediterraneo: avvertito della rovina delle cose di Corsica egli sbarcò a Livorno le munizioni, richiamò da Oneglia i Côrsi che vi stavano rifugiati dopo la occupazione del Capocorso; ad una nave prepose il capitano Angiolo, al comando dell'altra mantenne il capitano Smittoy, persona da farcisi sopra capitale: difficile l'approdo perchè l'isola perlustrata intorno intorno da un nugolo di sciabecchi corseggianti di certo per agguantare il generale. I capitani dopo avere veleggiato più giorni senza potere approdare a cagione dello avvertito ostacolo, essersi prevalsi della buriana di cotesta sera per accostarsi, e averlo fatto: però il tempo non patire indugio, che le àncore adesso a mala pena tenevano, e per poco rinforzasse il vento e' gli avrebbe spinti a rompersi sul lido.

Posero subito mano alle stiappe e alle frasche, e accesero la fiamma: prima che si accendesse la seconda quasi tutti convennero: non ci fu mestieri accendere la terza. La storia rammenta il nome di alcuni generosi i quali con forte petto anteposero gli affanni dello esilio alla servitù; a me parrebbe, e voglio sperare che sembri anco altrui, sacrilegio tacerne; dolendomi non avere potuto rinvenire il nome degli altri. Di qui taluno toglie argomento di proverbiare la gloria, come quella che procede a ghiribizzi peggio della fortuna, questo senza perchè levando in alto, quello senza perchè tuffando in Lete; noi caviamone all'opposto il conforto, che oltre questa via dove sono eterni i premi, e li dispensa chi tutto vede, ed è fonte di giustizia, nessuno rimarrà senza il meritato guiderdone. A noi mortali pare una gran cosa questa del sonare un tempo in venti secoli o trenta; ma che sono mai i secoli di fronte all'eternità? Sassi gettati dentro un abisso noi gli sentiamo urtare rimbalzando sopra a quattro roccie o sei, e poi silenzio. Il mio regno non è di questo mondo ha detto Gesù Cristo, così ai laici che lo intendono poco come ai preti che lo vogliono intendere anco meno.

I seguaci di Pasquale Paoli furono il suo fratello Clemente, Antongiulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini, il conte Gentili, Giovanfrancesco Giafferi, Pietro Colle, Francesco Pietri, Masseria, Giacomofilippo Gafforio, Carlo Raffaelli, Francesco Petrignani; gli altri rammentati sopra, e trecento più tra uffiziali, preti, frati e soldati.

Raccolti insieme presero a deliberare come si avessero a distribuire sopra le navi condotte dal generoso inglese e assai di leggieri vennero nella sentenza che per metà si spartissero sopra ognuna delle navi; ma il signor Boswell impetrato silenzio tirò da prima una presa di tabacco, poi disse:

— Bene, io aveva previsto ma per mio avviso sarebbe un partito pessimo, e lo provo. Qui presso costeggiano parecchi sciabecchi di S. M. cristianissima per darci la caccia: è molto probabile che non rispetteranno la bandiera di S. M. britannica, perchè conoscono che non si romperà la guerra per una nave visitata contro le regole; scriveranno da una parte e dall'altra due risme di carta, sciuperanno dieci libbre di cera di Spagna e faranno come la nebbia che lascia il tempo come lo trova. Benissimo: ora divisi sopra sopra due navi, veruna di questa si troverà equipaggiata in guisa da resistere ad uno sciabecco francese, caso mai volesse usare prepotenza; e lo faranno, perchè nella composizione di questi Francesi che Dio danni, ci entra carne, ossa e prepotenza. Bene; dunque una delle navi bisogna si salvi per forza, l'altra per astuzia: ora voi tutti imbarcatevi sopra la nave del nostro bravo capitano Angiolo, e se vi si para davanti qualche sciabecco francese mandatelo a picco; ai pesci piacciono molto i Francesi per cena. Benissimo; io piglierò su la mia nave il signor Paoli e vi prometto sopra la mia anima di condurvelo sano e salvo a Livorno; in qual modo non domandate; ciò è mio segreto; questo vi basti che visitata o no la nave non ci starà meno sicuro il nostro amico. Bene, molto bene, benissimo.

Come il signor Giacomo consigliò, essi fecero; quantunque di malavoglia i Côrsi dettero spesa al cervello e acconsentirono: più difficile era persuadere Nasone, per la qual cosa il Paoli pregò Altobello che lo recasse in disparte, raccomandandoglielo con parole caldissime, e aggiungendo:

— Addio non vi do, perchè ci rivedremo domani o domani l'altro a Livorno; affido a voi quel mio povero Nasone.

— Vivrà o morirà con me: quanto allo addio, datemelo signor Pasquale, e un bacio; sono tanti i casi... voi lo sapete.

E così dicendo gli si gettò nelle braccia baciandolo con immensa passione. Il Paoli agitato da molti pensieri non pose mente a cotesta smania, la quale gli sarebbe parsa soverchia per momentanea separazione, onde un po' così alla leggera gli disse:

— Animo! Altobello, ci rivedremo in breve, e un giorno, spero, ci sentiremo felici.

— Oh! anch'io lo spero, e per non separarci mai più — e si allontanò turandosi con ambedue le mani la bocca per non prorompere in singhiozzi.

Le navi ebbero diversa fortuna. Quella guidata dal capitano Angiolo o perchè fosse più carica o per altra ragione, non potè durante la notte staccarsi molto dalla spiaggia. La mattina quando sorse il sole si videro davanti la Corsica tutta smagliante pei raggi del pianeta emerso dalle acque tirrene proprio di faccia a lei, sicchè pareva una Madonna vestita della pienezza della sua gloria. Metteva al cuore pietà infinita vedere tutta quella gente ammonticchiata a poppa con le mani tese in varii atteggiamenti verso la terra natale, mentre le lagrime si versavano dagli occhi sopra coteste faccie riarse, come acqua traboccante da un vaso troppo pieno. Invano il capitano Angiolo bociava, che mettendo a quel modo tutto il peso da un lato la nave non poteva fare cammino; non gli davano retta, e la sua voce di quando in quando gli restava chiusa nella gola. All'improvviso si udì il suono della cetera côrsa; e le anime dei circostanti tremarono. Perchè i popoli massime meridionali confidano le gioie, le glorie ed i dolori all'armonia? Certamente perchè dentro di noi fu posta l'armonia come l'anima. Questa uscendo dai petti mortali vola a Dio, quella al cielo dove ha sede perenne; sicchè gli uomini, commettendo i loro messaggi alle ale dell'armonia, sperano e non isperano invano, che fedelmente e celeremente saranno ricapitati al cospetto del Creatore.

Cotesti furono suoni pieni di dolce mestizia, ma quando vi si accompagnò il canto, il capitano Angiolo non potè reggersi in piedi; si pose a sedere su la tolda, rannicchiò le ginocchia, se le strinse con le braccia e dopo averci nascosta la faccia, pianse.

Il canto fu questo: avrei desiderato metterlo in rima e mi ci provai come feci pel vocero di Lella Campana, ma io ebbi sempre in uggia le rime e i giandarmi, perchè le prime menavano il pensiero ed i secondi il corpo dove nè il pensiero nè il corpo volevano andare: i miei lettori saranno contenti, che io ne riporti loro il concetto in prosa e credo ci guadagneremo tutti e due. Il canto dunque diceva così;

§ 1.

— Mia madre talora mi ha sgridato e mio padre qualche volta mi ha percosso: ma tu, o Patria, sia che da te mi partissi, ovvero a te ritornassi, mi hai sempre riso. Mia madre mi ninnò dentro la culla cantando, ma io piangendo le recitai il Miserere sopra la fossa. Mio padre mi addestrò le mani ai primi tiri, ma io quando la morte lo chiamò gli composi sul petto in croce le sue prima di chiuderlo dentro la cassa. Tu poi o Patria, appena uscito al mondo mi consolasti con la luce e col calore: vivo mi nutrisci col tuo seno e nel tuo seno sazio di giorni mi raccoglierai. Perpetua madre, tu non ti stacchi in verun tempo i tuoi figliuoli dalle braccia: tu doni sempre e non ricevi mai.

— Benedetta la Patria!

§ 2.

— Bella la patria mia! Tu in grembo al mare rassembri quasi un mazzo di fiori messo in fresco dentro un vaso di cristallo. Satana stesso passandoti allato, nel contemplarti tanto divina per forza di amore, ti ebbe a salutare come l'Arcangelo fece a Maria: Ave Italia piena di grazia! furono udite dire le labbra del diavolo; ma lo straniero è venuto, ha visto le magnificenze del tuo valore, la gloria delle tue antiche libertà, e la vipera dell'astio gli morse il cuore: allora egli adattò sopra il suo arco due strali: con uno, che gli dette Giuda, ti ferì l'ala destra; con l'altro, che gli porse Attila, sotto l'ala sinistra. O nobile falco pellegrino, ecco tu giravi in terra e del tuo sangue è rossa l'aria, intantochè un grido corse di valle in valle pei tuoi casolari; la Patria è spenta! — Lo straniero si ammanisce a strapparti ingegno, libertà, figliuoli e favella e memoria, come il cacciatore costuma con le penne dello uccello poichè lo ha morto.

— Maledetto lo straniero!

§ 3.

— Oh! nò, la Patria non è spenta ancora. Che cosa vuoi per riaverti, o Patria? Il nostro sangue? Gli è poca cosa; l'uomo sparnazza questo liquore delle sue vene peggio del liquore della vite. Vuoi la nostra vita? La è poca cosa; ella quotidianamente si disperde come spuma di cavallone rotto, sopra la costiera della morte. Vuoi la nostra fama? Ella è poca cosa; fumo d'incenso, che il fuoco abbruciando consuma. Noi ti daremo anco l'anima quando pure dandola a te la togliessimo a Dio, ma questa la è una stolta parola; Dio e la patria sono una cosa sola.

— Benedetta la Patria!

§ 4.

— Vuoi tu sapere dove sia la reggia dello straniero? Quando cominci a vedere costole e stinchi rotti, di': io sono sulla via che mena alla reggia dello straniero. Quando ti occorreranno cumuli di teschi come davanti l'apertura dell'antro di Polifemo, fermati: cotesta è la reggia dello straniero. Vuoi ammirare il tempio delle glorie dello straniero? Eccolo là; riconoscilo ai trofei di donne appese, di vecchi lacerati, d'infanti percossi alle pareti. Vuoi sapere che cosa semini tra i Còrsi lo straniero? L'odio e la morte. Quello che egli vendemmia e che miete? Maledizione e sangue. Vuoi tu leggere la storia dello straniero? Ecco, ei la stampa dove passa con caratteri di fuoco e di rapina. — Guardate le mura fumanti dei paesi del Niolo, ha detto lo straniero; noi le abbiamo guardate ed abbiamo gridato:

— Maledetto lo straniero!

§ 5.

— Ma benedetta la Patria! Benedetta nel cielo che la copre, esultanza nei giorni di gioia, consolazione in quelli della sventura Benedetta nel mare che la bagna; benedetta nelle nevi dei suoi monti e nell'erbe delle sue valli; benedetta nei suoi laghi e nei suoi rivi; benedetta nella eterna primavera, che la fa parere gemella con ogni alba che nasce; benedetta nel verde immortale dei suoi aranci, dei suoi mirti e dei suoi allori che le procaccia il titolo di sempre giovane.

— Benedetta la Patria, benedetta!


Fosse perchè tutti quelli che si trovavano a bordo così marinari come passeggieri, intenti al mesto addio, trascurassero il governo della nave, o fosse per altra cagione, essi piegarono a mano manca, onde non potendo più agguantare il vento si trovarono spinti fino in Sardegna; dopo parecchi giorni di navigazione travagliosa toccarono Portoferraio, e il 22 luglio approdarono a Livorno, termine del loro viaggio.

La nave condotta dal capitano Smittoy al contrario bordeggiò a mano destra e le riuscì schivare il vento e il mare grossi; ma per compenso si trovò tra Capo Côrso e la Capraia, appunto dove il signor Giacomo incontrava altravolta gli sciabecchi, o poco discosto. La fortuna sovente si compiace con bizzarra insistenza rinnovare i medesimi casi; almeno in questa occasione accadde così; di punto in bianco si videro venire incontro di sopravento due sciabecchi armatori, di cui uno, vedesse o no la bandiera inglese, sparò il tiro che chiamava ad obbedienza: comecchè il capitano Smittoy ci patisse e attaccasse più Dio mi danni che non occorrono santi nel calendario, pure in sequela dell'ordine del signor Boswell, calò il caicco in mare ed in compagnia di lui si recò a bordo dello sciabecco francese.

Appena messo piede sul ponte, il signor Giacomo si trovò proprio davanti la faccia porporina del capitano Torpè di Rassagnac questi di porpora diventò pavonazzo come se gli balenasse sul volto un lampo di vino; l'altro rimase tranquillo, con la sua inalterabile aria di bontà, anzi schiuse le labbra ad un mezzo sorriso e sporse verso lui la scatola profferendogli tabacco; ma il capitano Rassagnac la respinse con un gesto che aveva imparato al teatro di corte, quando Ippolito rigetta Fedra, la quale gli esibì quello che gli esibì.... e l'altro non lo volle.

— Ah! siete voi? finalmente balbuziendo proruppe il capitano Torpè.

— Proprio io, ai vostri comandi.

— A cui appartiene la nave?

— A me.

— A voi? E voi chi siete?

— Ma, gentiluomo inglese e membro del Parlamento inglese, come potete chiarirvi esaminando queste carte. E la stava appunto come la diceva; sicchè il capitano rendendogliele soggiunse con molta amarezza:

— Però non mi sembra azione da gentiluomo ingannare un ufficiale onorato ed esporlo a perdere la grazia del suo Re.

— Bene: voi dite unicamente — soggiunse il Boswell pigliando tabacco con la sua aria più ingenua: onde il capitano Rassagnac stizzito esclamò:

— Trono di Dio? e pare, che non si dica nè manco a voi.

— Innanzi tratto, capitano, salvo vostro onore, mi permetto osservarvi, che a gentiluomo, suddito di S. M. cristianissima, a soldato, massime di mare, esposto ogni minuto a molteplici maniere di morte e tutte inopinate; non istà bene profferire bestemmie come fate voi.

— Spero che vi rammenterete non correre adesso tempo di quaresima e ci risparmierete la predica.

— Stava appunto per finirla, e poi intendeva aggiungere, che se la vostra memoria vi serve bene io, altro non dissi, nè di altro vi assicurai, ch'era vera del discorso del capitano côrso quella parte che spettava alla mia persona, e vera la mantengo. Tanto bastò alla mia coscienza e deve bastare alla discretezza vostra, sul rimanente avrei dovuto farvi la spia, e se voi siete uomo onorato, e la croce che vi vedo in petto mi persuade essere voi onoratissimo e valorosissimo, penso che non immaginerete manco per ombra ch'io potessi rendervi cotesto servizio.

— Però quando si tratta dell'interesse del Re non si chiama fare la spia se riveliamo notizie in pro' dello stato.

— Può darsi; materia ardua a districarsi, signor cavaliere, materia ardua; però pregovi considerare che io sono suddito di S. M. britannica.

— È giusto, — riprese il cavaliere Rassagnac tutto addolcito, perchè quel buffo calido di lode aveva avuto possanza di far salire dieci gradi in su il mercurio nel termometro della sua buona grazia: — tuttavolta, soggiunse, mi permetterete ch'io possa visitare la vostra nave.

— Sentite bene: come inglese io scerrei mille volte mandare per occhio la nave, che permettere di visitarla a voi se presumeste farlo con violenza: come amico e voglioso di compiacere vostra signoria, io vi pregherò di venire co' vostri ufficiali al mio bordo; molto più che mi corre l'obbligo di ricambiarvi le vostre finezze, e in questa occasione voi rovisterete a beneplacito ogni cosa.

— È affare conchiuso.

E si toccarono le mani.

Andarono e misero sottosopra ogni cassa, ogni ripostiglio sul ponte e nelle stanze; nello entrare in dispensa si fermarono dinanzi due botti sopra una delle quali era scritto rum, sull'altra porter; sotto la cannella ad entrambe stava posto un boccale per impedire lo stillicidio imbrattasse il pavimento.

— Adesso, incominciò il Boswell, è ragione che beviate alla salute del nostro re Giorgio, com'io bevvi a quella del vostro re Luigi: questo è liquore nazionale, e del meglio che si possa trovare; gustatelo e poi me ne direte le novità.

E data volta alla chiave della cannella ne proruppe una maniera di minestra mora che levò nel bocale un flagello di schiuma rossiccia, ne superò gli orli e si precipitò di fuori allagando il tavolato: distribuito tosto il liquore nei bicchieri, lo ministrarono al capitano Rassagnac e ai suoi degni ufficiali. Non ci si poteva trovare eccezione; birra era e della perfetta, chiamata appunto porter perchè a cagione della sua forza sogliono berla i facchini; i Francesi non assueti a cotesta dannata bevanda torcevano la bocca e strabuzzavano gli occhi come se avessero il diavolo in corpo pure sopportavano in pace cotesta cortese tortura, finchè il capitano Rassagnac con una specie di mugolio depose il bicchiere mezzo vuoto su la tavola, esclamando:

— Ouf! Io non ne posso più; signore, non potremmo bere alla salute di S. M. britannica con altro liquore meno che con la birra, eccellentissima come inglese, ma che a noi altri che non abbiamo l'onore di essere sudditi di S. M. britannica scortica il palato? per esempio questo rum farebbe il caso, ed osservo che si può considerare anch'egli inglese, perchè vi viene dalle vostre colonie.

— Benissimo, come vi garba, signor cavaliere.

E come dissero fecero: della birra non si tenne altramente discorso: del rum poi bevvero in tanta copia, che nè anco la metà di quella avrebbono trovato nella botte di birra, quantunque in apparenza più capace, imperciocchè il signor Boswell nella sua previdenza l'avesse fatta fabbricare col doppio fondo, e presso alla cannella contenesse circa un barile di birra della più gagliarda che avesse saputo rinvenire: ogni altra rimanenza era vuota, e aveva un coperchio che per via di congegni combaciava con le doghe, mentre uno dei cerchi di ferro ne nascondeva ai riguardanti le commettiture. Qui dentro stette celato Pasquale Paoli: il caso è sicuro, e tradizioni e ricordi manoscritti e stampati lo accertano del pari: merita non lo dimentichi la storia, affinchè per esso si comprenda come novanta anni fa avesse a scampare dalle mani dei Francesi l'uomo che sarebbe stato il Washington della Italia, se come lui avesse avuto non solo la libertà a difendere, ma un popolo altresì più numeroso sparso per terre sterminate, meno povero e tutto di un cuore.

Nel primo capitolo di questa storia ho promesso far toccare con mano come circa un secolo addietro i miei concittadini Livornesi si mostrassero zelatori della libertà: adesso cade il luogo acconcio di mantenere la promessa. Riporto scritture, se non isciatte del tutto, almeno rozze; non importa; avvertesi al fatto, non al modo col quale lo raccontano.

L'abate Giovacchino Cambiagi nel suo libro chiamato (Dio lo perdoni) storia, IV, pag. 209 scrive: «la nave poi che aveva a bordo il Generale era approdata a Livorno il 16. Siccome gli uomini di sommo merito sanno cattivarsi l'amore ancora di chi non li conosce, così il Paoli appena giunto a Livorno talmente trovò gli animi di quelli abitanti in favor suo prevenuti, che tanto mi sia permesso il dire non esigerebbe un nuovo sovrano dai suoi sudditi, correndo il popolo quali frenetici or qua ora là per dove doveva passare non mai saziandosi di vederlo, venendo acclamato dai più sensibili e ammirato dai più riflessivi e finalmente da altri compianto per la sua poca buona fortuna in questi ultimi incontri, avendo dato bastantemente a conoscere le di lui operazioni quanto aveva saputo adoperarsi per rendere libera e alta una nazione stata per lo addietro serva e ignorante.»

Il buono abate aggiunge che lo accolse anco benignamente S. A. R. Pietro Leopoldo, il quale generosamente concesse agli esuli côrsi asilo nei suoi felicissimi Stati, a patto però che Pasquale lasciasse loro un assegnamento per mantenersi onestamente. Il che suona che il Granduca non gli mandò via purchè si facessero le spese co' proprii danari: la qual cosa se non arriva alla carità di Don Tubero che biasciava lo zucchero agli ammalati, ci corre poco. Ma a quei tempi i principi, quando non portavano via, parevano donare.

Il Paoli fece come ordinò l'ottimo principe, lasciando il fratello Clemente ad amministrare le relique della fortuna pubblica; e questi per assottigliare le spese si ridusse a vivere nel monastero di Vallombrosa compiacendo alla sua severa natura: gli altri Côrsi per la medesima causa si sparsero nei piccoli castelli della Toscana. Come vi stessero, quali memorie vi lasciassero si ricava dal libro di un altro abate chiamato Francesco Ottavio Renuccini: egli nel libro V del tomo I della sua Storia (Dio perdoni anco lui) di Corsica, narrando come Pasquale Paoli dopo lunghi anni di esilio ritornasse in patria, ci chiarisce; «come buon numero di Toscani, che trovandosi a Bastia gli presentarno i loro omaggi appalesandogli in nome della patria la più profonda venerazione, ringraziando nel tempo stesso gl'illustri esuli così per lo esempio delle virtù che avevano dato alla Toscana durante il loro soggiorno in quella. Paoli graziosamente rispose loro, e tra le altre cose disse: che la Corsica, non mai dimentica dello asilo accordato dalla Etruria ai suoi figliuoli, avrebbe riguardato sempre i Toscani come suoi concittadini ed anche con maggior predilezione».

Ai giorni nostri i Toscani non lo avrebbero ringraziato di nulla, perchè delle virtù ne hanno da vendere, almeno così ci porgono i discorsi, gli scritti, i manifesti, gli avvisi, le leggi e i moniti delle pubbliche magistrature; la civiltà poi possiedono in copia maggiore che non l'Australia l'oro; onde ne fanno uno spreco che è una passione. Comunque ora ciò avvenga, mettiamo in sodo anco questa, che i Toscani novanta anni fa sentivano gratitudine a cui porgesse loro esempio imitabile di valore, e avevano la modestia di manifestarglielo.

Il nostro Pasquale in compagnia del conte Gentili s'incamminò alla volta di Londra, togliendosi il carico di essere la provvidenza dei suoi compagni di esilio: passando in Germania lo vide e gli fe' vezzi Giuseppe II; dietro lo esempio del Sovrano grosso glieli fece tutta la varia gradazione dei principi alemanni, che salvo il rispetto, arieggiano assai alle canne di un organo dove la demenza prova le sue sinfonie pel di delle feste.