L'Impero, Roma e la Germania.
A proposito dal Sacro Romano Impero di James Bryce
(Londra 1867).
Uno studioso inglese, assai giovane ed intelligente, si è proposto un tema bello ed importante, quello cioè di seguire l'idea dell'Impero dalla sua origine alla sua fine (1806), nei suoi diversi momenti; ed ha condotto a termine il suo lavoro servendosi di una profonda cultura storica e di un'alta visione filosofica. Il suo libro è tra i migliori pubblicati sull'argomento, e deve essere per i tedeschi di grande interesse sentire la voce di uno straniero sulla questione del tanto esaltato e tanto vilipeso Romano Impero della nazione tedesca. Non pochi invero penseranno subito che un inglese d'oggigiorno non possa trattare questo tema che con volterriana ironia, ma dovranno riconoscere, letto il libro, che mai finora è stato parlato sull'argomento con tanta ampiezza di vedute, con tanto simpatico interesse per il principio imperiale e per la sua grandezza.
L'idea imperiale è, coll'idea della Chiesa, uno dei concetti fondamentali, sui quali si è basata tutta la civiltà occidentale. Ambedue son formazioni universali, creazioni latine, dalle quali è sorta la città universale per eccellenza: Roma. Esse hanno plasmato e, fino al nostro secolo, dominato il mondo europeo; sono state linee fondamentali della nostra civiltà. Se e perchè, oggi che le reliquie del medioevo spariscono nell'ultimo processo di dissoluzione, queste idee sono superate, e se la società europea abbia già acquistato la forza di prendere una nuova ed organica forma di universale confederazione, questo dovrà chiedersi ogni pensatore.
Bryce cominciò la sua trattazione col secondo secolo dell'antico Impero Romano, senza ricercarne le radici fuori della storia particolare dello stato romano medesimo e senza gettare un rapido sguardo sull'Oriente e sul principio autocratico giudaico.
Ho altrove parlato dello Stato teocratico e della missione universale del giudaismo, dal quale poteva solo aver origine l'idea cosmopolita del cristianesimo, che incontrandosi col principio di dominazione mondiale del popolo romano, assunse una forma del tutto nuova.
La conquista di metà del mondo conosciuto dovette far sorgere nello spirito romano il pensiero di uno stato universale romano che, alla caduta della repubblica, s'incarnò e prese forma decisa nel cesarismo, assumendo tutta l'importanza di un dogma politico.
Questo dogma tornò poi anche durante il medio evo nella coscienza romana, anche nei tempi più infelici della sua decadenza, quando Roma non era più che il Monte Testaccio della storia mondiale!
Roma caput mundi regit orbis frena rotundi, era il motto inciso nel sigillo degli imperatori tedeschi. Dante, l'Isaia del suo tempo, è tutto pieno di questo dogma, e non meno di lui Petrarca e Cola di Rienzo. I degeneri Romani si riguardavano ancora come i legittimi signori del mondo, e i depositarii dell'idea imperiale; di questa s'impadronì il papato, assimilandola all'idea giudaica di una religione di stato e di un popolo eletto. Così, collo sparire del principio cesareo pagano, Roma divenne colla Chiesa il centro della monarchia spirituale e temporale. Questo principio assunse una forza suprema nella storia dell'Occidente, che per lunghi secoli fu da esso tutta sconvolta; e nessuno può dirlo meglio del popolo tedesco, che per il primo, col grande avvenimento della riforma, cominciò a liberarsene.
Dal tempo di Costantino i confini dell'impero Romano divennero, a poco a poco, anche quelli della religione cristiana, e quanto più essa penetrava nello stato, tanto più si diffondeva in esso il principio imperiale che plasmò e formò la Chiesa romana. Essa divenne la forma religiosa dell'Impero. Al concetto dell'unità dell'Impero corrispondeva quello dell'unità della Chiesa. Il capo riconosciuto di ambedue era l'imperatore, che si chiamò poi anche Pontefice Massimo. Nacque allora la Chiesa imperiale romana. Come si chiamava romano l'Impero, così si chiamò romana la Chiesa. Ancora non v'era nessun papa; 400 e più anni dopo Costantino, si inventò la favola religiosa ben nota, secondo la quale, quel primo imperatore cristiano si ritirò umilmente in un angolo del Bosforo per lasciare al Papa il dominio di Roma e di tutto l'Occidente. Il concetto che il vescovo di Roma non fosse sottoposto all'Impero e all'imperatore, rimase del tutto ignoto a Costantino, e a tutti i suoi successori, ed anche ai Carolingi, agli Ottoni, ed agli Arrighi. La divisione dell'Impero in due parti, Oriente ed Occidente, non poteva in nessun modo attaccare il principio dell'unità dell'Impero Romano.
I Bizantini si chiamarono imperatori romani; essi nominavano i papi, o ne riconoscevano l'elezione.
Ma la caduta dell'Impero Romano d'Occidente sotto i barbari, e l'invasione germanica che, in mezzo alle onde limacciose dei barbari, diede all'Occidente una nuova conformazione, provocarono la separazione effettiva dell'Impero, e necessariamente insieme della Chiesa, che qua fu romano-germanica, là greco-slava. Anche nell'Occidente si delinearono così due correnti: romanismo e germanismo, sistema universale dell'accentramento, e libero individualismo. La storia d'Europa sino ai nostri giorni si è aggirata intorno ai loro contrasti, alle loro alleanze, alle loro conquiste, alle loro battaglie.
Ma se i Germani riuscirono a rovesciare l'Impero d'Occidente, non intaccarono però l'idea dell'Impero, che persistè: la sua tradizione era inestinguibile. Ogni vita politica delle nazioni era allora concepibile soltanto sotto le forme dell'Impero, che era il simbolo e l'espressione della civiltà stessa. Di più il principio imperiale fu validamente sorretto dalla Chiesa.
A poco a poco essa era entrata nella organizzazione complicata dell'Impero, che l'avea aiutata a sorgere, ed aveva ripreso il suo indirizzo nelle provincie tutte politiche e amministrative.
I suoi membri erano in istretti rapporti l'uno con l'altro, e ricorrevano per ogni questione a Roma, secondo la gerarchia, poichè già essa era riguardata come il centro ideale dell'Impero, dove il Vescovo, nonostante non poche opposizioni, rappresentava il capo spirituale della cristianità. Il solido organismo della Chiesa, che aveva ereditato tutta la civiltà del mondo or ora tramontato e lo spirito politico dei Romani, potè offrire resistenza all'invasione barbarica, e, nella rovina della società, mantenere in sè l'idea universale dell'unità della razza umana e della repubblica cristiana. Ho già parlato dell'importanza di questa tenace sovravvivenza della città di Roma, che ci sembra una fatale legge storica.
La Chiesa salvò e custodì l'idea dell'Impero fra le mura aureliane; trapiantò nei Germani questa idea latina, e potè così dipoi affermare di aver essa restaurato l'Impero affidandolo alla nazione germanica. Ma essa stessa, senza l'Impero, non avrebbe mai potuto mantenere la sua forza cosmopolita che sarebbe rimasta teorica, o si sarebbe frazionata in chiese di popoli e di terre diverse, perdendo così il principio dell'unità e dell'indissolubilità. L'Impero era il correlativo necessario della Chiesa.
Ora, poichè nello sfasciarsi dell'Impero Romano d'Occidente, fra le sue rovine rimase essa sola come un organismo incrollabile e un'autorità morale inconcussa, le convenne lasciar entrare nella cittadinanza romana i barbari che possedevano ora tutto l'Occidente.
La civilizzazione di quei popoli è il fatto più notevole e grandioso della Chiesa, così grandioso che difficilmente si può abbracciar tutto con parole. Dove l'Impero Romano aveva diffuso le sue leggi, la sua favella, le sue colonie, che erano riuscite a latinizzare i Germani, la Chiesa si preparava a gettare le basi nazionali della sua signoria gerarchica. Ma per molto tempo ancora i Germani, ritiratisi nel centro o verso il settentrione delle loro terre, lontani dal Mediterraneo latino, avevano opposto efficace resistenza al romanismo, difendendo il principio della loro individualità, che doveva prima o poi entrare direttamente in lotta con l'idea centrale del mondo latino: la Chiesa imperiale.
Ma dapprima la cristianità si romanizzò per le forme esterne dell'amministrazione e della lingua del culto, per le feste religiose, per i rapporti con Roma, la nuova Gerusalemme, sulla quale venivano a poco a poco ad incontrarsi i raggi di due monarchie universali: la politica e la religiosa.
Ci vollero tre secoli perchè i Germani fossero tanto maturi da prendere una supremazia decisiva nell'Occidente, e ciò avvenne sotto la forma dell'Impero Romano, ristabilito da Carlo Magno, re dei franchi cattolici. In questa risurrezione dell'Impero la Chiesa ebbe una parte preponderante. Il fatto dell'incoronazione di Carlo diede poi occasione ad una dibattutissima questione: qual'era l'origine dell'Impero di Carlo e dei suoi successori?
Di dove era scesa la loro autorità? Il popolo e il Senato romano si dissero nettamente fonte sola e legittima di quella autorità. L'Imperatore affermava da parte sua di aver ricevuto la corona da Dio, o per diritto di conquista, il che per i principi equivale sempre, praticamente, al diritto divino. I papi rispondevano che era stata opera loro l'incoronazione e l'erezione del nuovo Augusto, e dichiaravano che l'Imperatore aveva ricevuto la sua corona per investitura papale, come Feudo Christi, o del suo vicario e sotto questo titolo ancora la riteneva.
Ma questa famosa disputa appartiene ad un periodo posteriore, quando verrà ad affermarsi la suprema potestà del papato. Al tempo di Carlo Magno non c'era ancora nessuno che dubitasse che l'Imperatore, il successore legittimo di Augusto, di Trajano e di Costantino, non fosse anche il capo supremo di tutta la repubblica cristiana, ed anche, perciò, della città di Roma e del suo vescovo. Egli aveva confermato il papa nel suo ufficio, e questi era stato eletto sotto gli occhi dei suoi legati plenipotenziari; poteva anche giudicarlo col suo Tribunale. Carlo Magno indicò a reggere l'Impero suo figlio, in una adunanza imperiale, senza interpellare il pontefice: non vi poteva essere alcun alto potere legittimo che quello che veniva dall'Imperatore, o che era da lui riconosciuto.
Così si produsse per un momento nella monarchia universale di Carlo l'accordo e l'unità dell'Impero e della Chiesa, quando suo invitto ed incontrastato arbitro era l'Imperatore, il cui ufficio era quello di reggere e mantenere in armonia la repubblica cristiana come Imperator pacificus.
Ma questo stato ideale fu presto turbato dagli elementi d'inimicizia rimasti fino allora latenti. Il principio imperiale venne presto a trovarsi in contrasto col principio romano pontificio; l'Imperatore col Papa. La lotta di questi due, la più lunga ed acerba che la storia ricordi, produsse ed accompagnò il processo della civiltà europea. L'idea latina della monarchia universale fu soltanto pienamente messa in pratica dalla Chiesa Romana, erede della romanità classica, mentre i Germani vagheggiavano quell'idea piuttosto da un lato teorico, essendo troppo contrario a quel principio il loro spirito d'individualità e di nazionalità nel potere temporale (feudalismo) e spirituale. Essi avevano la tendenza costante e tenace ad allontanarsi dal centro. Già la divisione di Verdun aveva spezzato la monarchia occidentale di Carlo Magno, e al tempo degli ultimi Carolingi la maestà imperiale si era offuscata al punto da sottomettersi all'investitura papale. La Chiesa era venuta prendendo chiaramente la forma di una monarchia spirituale col vero centro in Roma, ed i suoi membri gerarchici eran venuti attorcigliandosi strettamente all'Impero, avviluppandolo in una inestricabile e soffocante intessitura. Centinaia di vescovi e di abati erano i potenti strumenti dei papi, tanto più pericolosi per l'Imperatore, inquantochè essi erano insieme suoi vassalli, principi dell'Impero, e membri della feudalità spirituale. La Chiesa si fece così ogni giorno più potente, finchè colla sua organizzazione, la sua armonia, e la sua forma spirituale rimase nei suoi dominii speciali; ma quello stesso indebolirsi progressivo dell'Impero la minacciò ad un tratto di tale rovina, che essa comprese esserle immediata e imprescindibile necessità di mantenere o di ristabilire l'Impero stesso nei suoi diritti.
Colla caduta dei Carolingi si erano determinate condizioni tali da produrre nuove invasioni barbariche: il papato vide in pericolo l'unità della Chiesa, poichè facilmente si sarebbero potute formare delle Chiese nazionali appoggiate ai principi locali, come già era stato tentato al tempo dei Carolingi.
Roma e l'Italia erano agitate da pericolose fazioni. I duchi nazionali d'Italia cercavano di rendersi indipendenti dall'Impero e di far latina ed italiana la corona imperiale, ciò che avrebbe portato la conseguenza di proclamare forzatamente Roma capitale dell'Impero. In Roma stessa la nobiltà acquistava potenza; essa mirava a fare dell'ufficio pontificio quasi un feudo derivante dalla sua investitura diretta; ciò che, al tempo dei conti di Tuscolo, le riuscì esattamente!
Ma la politica dei papi era nettamente tracciata fin dal tempo del ritiro di Costantino a Bisanzio. Non consentire in Italia nessun impero o regno nazionale, e mantenersi libera e fedele Roma. I papi volevano un Imperatore, e ne avevano bisogno; ma questo doveva star lontano da Roma, e rimanere unito ad essa solo da un principio teorico che essi stessi dovevano dirigere e governare. L'Imperatore doveva tutt'al più venire a Roma per ricevere in ginocchio la corona nella basilica di San Pietro, come un'investitura papale, e per giurare di difendere la Chiesa e di rispettare i diritti degli stati che da lei dipendevano. Ma aveva appena l'Imperatore formulato queste promesse, che il Vicario di Cristo cercava di disfarsi al più presto del suo gravoso e molesto difensore, rendendosene di fatto indipendente e riservandosi di chiamarlo in Italia ogni volta che il suo dominio temporale fosse minacciato da gravi pericoli, per imporgli il mantenimento delle sue promesse ed esigere l'opera del suo esercito.
Non senza gravi motivi la Chiesa aveva sempre cercato di mantenere la dignità e la potenza imperiale nella dinastia germanica dei Franchi, che era e rimaneva totalmente straniera.
Carlo, dopo aver donato ai papi l'ingente patrimonio, aveva abbandonato Roma, senza farla capitale e sede dell'Impero, e non per mistica deferenza per il pontefice, ma per quella stessa necessità politica che costrinse Diocleziano e gl'Imperatori che gli succedettero, a stabilire la loro sede là dove era necessario tener unite tutte le forze per resistere alle invasioni barbariche. Così anche il mondo germanico, al quale era passata l'autorità temporale, doveva cercare il suo centro di gravità nel suo interno, e non in Roma.
Per ciò, alla caduta dei Carolingi, la Chiesa si affrettò, per la necessità della propria conservazione, a rendere l'autorità imperiale ai Germani, contro il desiderio e malgrado gli sforzi dei duchi italiani. Ottone il grande fu così il secondo restauratore dell'Impero, che avvinse alla monarchia tedesca, alla quale rimase per sempre, formando l'Impero romano dalla nazione tedesca. Da Corrado, i suoi re si chiamarono, dopo l'elezione, anche re dei Romani, considerando la corona romana appartenente ai Germani. Così questo stato assunse la legittimità di un diritto, non però di un dogma, poichè in tempi posteriori i monarchi di Francia aspirarono alla corona imperiale e lottarono ancora per ottenerla, e ne portarono una volta il titolo uno spagnolo ed un inglese, eletti dagli Stati dell'Impero medesimo.
La continuazione dell'Impero sotto la forma di una dinastia nazionale (la tedesca) era però contraria al principio romano dell'Impero; giacchè, dopo che furon sopite nell'antica Roma le lotte nazionali, col diritto universale alla cittadinanza romana ascesero al trono senza distinzione Siriaci, Traci, Arabi, Spagnoli, Greci e Goti. Ogni libero cittadino di Roma poteva aspirare al supremo potere, secondo il concetto dell'Impero universale. La Chiesa assunse lo stesso principio, essendo anch'essa universale, Siriaci, Greci, Latini, Germani occuparono senza contrasto la Santa Sede. Ogni cittadino romano libero poteva occuparla, purchè vestisse l'abito ecclesiastico. A questo principio la Chiesa dovette gran parte della sua diffusione e della sua potenza; il giorno in cui essa rinunziò ad esso, e legò definitivamente la tiara ad una nazione, l'italiana, come il diadema imperiale si era ristretto ad un'altra nazione, la tedesca, quel giorno segnò la limitazione della potenza pontificia e la fine della funzione cosmopolita del Papato.
Intanto non era un semplice accidente storico quello che risolutamente attribuiva alla nazione tedesca la potenza imperiale. Il tempo ha mostrato poi il significato profondo di questo fatto che al tempo di Ottone I non era stato ancora afferrato. Infatti la nazione tedesca aveva in sè, più di molte altre, il principio stesso della universalità, e lo portò fino ai nostri giorni: l'Impero che la dominò e che durò fino al 1806, fu l'espressione della natura idealistica di questo popolo. Esso possiede da tempo quella facoltà che le altre nazioni hanno acquistato appena ai dì nostri, di penetrare nell'esistenza e nella coscienza profonda dei popoli stranieri, e di assimilarseli senza perdere la propria individualità, intendendo lo svolgimento completo dell'umanità in tutte le sue varie fasi. Lo spirito tedesco è atto a lasciar agire su di sè gli spiriti degli altri popoli, e farsi così, quasi direi, un'officina della mondiale civiltà. Esso somiglia in ciò al popolo greco, lo spirito del quale esso aveva preso dal popolo italiano, per adempire ad una missione mondiale. Novello Ercole, esso si è sobbarcato a molte fatiche per il bene degli altri, e anche all'increscioso e lungo servizio della tutela. Anche oggigiorno si intravede che questo popolo, dopo un languore solo politico, non intellettuale, si rialzerà ed avrà per sè l'avvenire, poichè la sua missione non è compiuta, e si compirà sotto nuova forma, ben diversa dalle conquiste imperiali! La nazione tedesca è paziente e giusta; la sua rivalità ha già un carattere di universalità; i popoli si lasciano attirare da essa, perchè subiscono l'influenza del pensiero filosofico della patria nostra. C'è presso di lei solo un popolo che abbia uno spiccato carattere mondiale, è la libera Inghilterra anglosassone, essenzialmente pratica nel suo dominio del mare, nelle sue industrie, nelle sue colonie.
Mentre così l'Impero si nazionalizzava con Ottone I, la Chiesa era minacciata da un grave pericolo; quello della separazione del germanismo dal romanismo, i quali prima o poi dovevano impegnare una lotta a morte. Seguiremo il processo di questa lotta, e considereremo i suoi risultati: la liberazione della Germania dal principio romano, e il ritorno del Papato e della chiesa imperiale al romanismo.
L'idea dell'Impero, Impero internazionale, astratto ed ideale, si era indebolita, mancandole una base nazionale; rifiorì subito e prosperò invece appena potè appoggiarsi alla nazione tedesca. Passarono tre secoli da Ottone I alla caduta degli Hohenstaufen, nel qual tempo la Germania si alzò ad un universale dominio. Sotto gli Ottoni la Chiesa dovette inchinarsi alla potenza imperiale. I papi furono, come i vescovi di tutto l'Impero, nominati dagl'Imperatori che si erano arrogati il diritto della loro scelta. Grande fu la potenza della dinastia Franca: sotto Arrigo III l'Impero toccò l'apice della potenza. Ricadde poi per la debolezza dell'infelice Arrigo IV. Le cause di questo fatto sono molteplici, ma due fra di esse sono essenziali: il movimento dell'aristocrazia feudale tedesca e la riforma gerarchica della Chiesa, compiuta dal grande pontefice Ildebrando. L'Impero si era completamente feudalizzato; l'aristocrazia dei conti e dei duchi cresciuta in potenza si era arrogata il diritto dell'elezione imperiale, e lo stesso aveva fatto la nobiltà spirituale dei vescovi, degli abati e dei prelati, i quali, forniti di smisurate proprietà, avevano preso il primo posto fra gli Stati, come principi dell'Impero. Così sorse un sistema clerico-feudale che fiaccò la Corona. Questo fu il principio di ogni susseguente indebolimento della Germania.
Al contrario il Papato, rialzandosi dalla sua profonda abbiezione, saliva ad alta ed universale potenza colla riforma di Ildebrando, il rivolgimento più grande e profondo che abbia avuto la Chiesa prima della riforma tedesca. La Chiesa non si staccò dall'Impero, ma si rese indipendente. La scelta dei pontefici fu sottratta all'influenza imperiale ed alla sua approvazione, e affidata ad un Senato di cardinali; la scelta dei vescovi toccò ai Capitoli. La Chiesa tornò alla gerarchia. Il celibato dei preti alzò una barriera fra il numerosissimo clero—che era uno stato nello stato, un popolo nel popolo—e la comunità, dalla quale prima il potere spirituale proveniva direttamente per elezione. L'abolizione dell'investitura laica del clero minacciava di sottrarre del tutto quest'ultimo alla potenza imperiale, e, mentre mirava ancora a fare di tutta Europa un feudo della Chiesa, il papa, con la donazione della contessa Matilde, si costituiva uno Stato nel cuore d'Italia, che, a detta del pontefice, gli serviva come emblema della sua signoria universale. Il diritto canonico, il cui nucleo principale era formato dal principio della sovranità assoluta del pontefice sulla Chiesa e sulle nazioni, fu contrapposto al diritto imperiale, e imperò solo nella lunga lotta contro le eresie, gli scismi, le falsificazioni dei monaci sulla donazione di Costantino e sui falsi decretali d'Isidoro. La grande lotta delle investiture agitò l'Europa per mezzo secolo e finì con un compromesso o concordato che lasciava la vittoria al Pontefice.
Il potere spirituale minacciava di soffocare quello temporale: lo sviluppo della civiltà e la libertà umana in ogni campo risentirono di questa tendenza, e l'Europa fu minacciata dal pericolo di un dispotismo orientale. Questo poteva aver origine o dal fatto che l'Impero soggiogasse la Chiesa o dall'altro che la Chiesa soggiogasse l'Impero. Ildebrando aveva allontanato il primo pericolo, ma esso ora ricompariva dall'altro lato, dal lato del papa. Gli Hohenstaufen lo combatterono; sulla loro bandiera è scritto il principio ghibellino: Separazione del potere temporale da quello spirituale; il clero privato di ogni diritto politico usurpato, e ricondotto alle primitive e pure condizioni cristiane; il potere temporale tolto al pontefice. Questa era l'idea germanica di Arnaldo da Brescia che non tramontò più, sebbene questo primo riformatore della debole politica dell'Impero cadesse vittima del suo tentativo.
Gli Hohenstaufen opposero all'autocrazia papale l'autocrazia bizantina imperiale; essi combatterono il diritto canonico col diritto romano che si era elevato già a scienza; quando i papi affermavano di essere i vicarii di Cristo, signore della terra e del cielo, e perciò anche padroni della terra per grazia e diritto divino, ribattevano i dotti germanici che, secondo il diritto romano, nessun altro monarca v'era sulla terra all'infuori di Cesare. Ma questa teoria aveva perduto ogni sua forza col feudalizzarsi dell'Impero. Quel monarca del mondo era in Germania stessa combattuto dalla nobiltà feudale, che si faceva sempre più forte, e in Italia dallo spirito nazionale e dalla democrazia. Il pontefice si alleò coi tre nemici dell'Impero; si nazionalizzò col principio guelfo; divenne italiano, patriottico proprio, mentre l'Impero andava perdendo radici in Germania sotto gli Hohenstaufen, e cercava in Italia una base. Ma non essendogli riuscito di fondersi con la monarchia tedesca nazionale, l'Impero doveva cadere.
La lotta vittoriosa dei comuni lombardi contro il Barbarossa segna il momento, in cui in Italia si formò una nazionalità latina e di carattere comunale; gli elementi germanici avevano perduto ogni forza ed ogni personalità. La feudalità era germanica, straniera, e importata: il comune latino la soverchiò; ma le città italiane non combatterono nella loro gloriosa guerra il principio imperiale romano, ma il principio feudale imperiale che era germanico. Il grande Barbarossa si ritirò saviamente dall'Italia, e rese alle città la loro indipendenza.
Allora l'Impero avrebbe potuto risorgere e riprender vita come monarchia tedesca, frenando a tempo questa rinuncia all'Italia. Ma il fatalissimo matrimonio siciliano di Arrigo VI, e la non ancora esaurita lotta di principii fra l'Impero e la Chiesa resero questo impossibile. L'astuto Arrigo arenò nel suo disegno di rendere ereditaria in Germania la corona imperiale a dispetto dell'aristocrazia temporale e spirituale. In Italia, dove egli aveva aggiunto alla sua casa le corone di Napoli e di Sicilia, restaurò il feudalismo germanico sotto le forme di principati feudali tedeschi, limitò gli Stati della Chiesa, e strinse un anello di ferro intorno a Roma ed al Papa. Ma la sua morte precoce, la vacanza dell'Impero e le lotte per la conquista del trono, depressero d'un tratto nuovamente la potenza imperiale. Il grande Innocenzo III impugnò la bandiera della nazionalità italiana, battè i signori feudali tedeschi, e si fece signore di uno Stato della Chiesa rinnovellato, e protettore d'Italia. Con questo famoso pontefice la Chiesa raggiunge il suo massimo splendore. Egli fece del Papato il tribunale supremo e internazionale d'Europa, ciò che era stato un tempo l'Impero ed avrebbe dovuto essere ancora e rimanere. Il potere temporale e spirituale per un momento si trovarono riuniti, e minacciarono l'Occidente con un dispotismo cesareo-papale.
Contro questa pericolosa potenza della Chiesa al tempo di Innocenzo, che risolutamente tendeva alla dominazione universale, mentre considerava il suo stato come un suo feudo privato, sorsero a combattere l'eresia evangelica e l'Impero monarchico rinnovato dal grande Hohenstaufen Federico II. Se questi due elementi si fossero alleati, una precoce riforma avrebbe fiaccato la Chiesa gerarchica; ma i tempi non erano maturi nel secolo xiii, e non erasi ancora formato un forte stato nazionale; ma già i germi di una riforma futura da parte della Germania si diffondevano per tutta Europa. Invano Federico II chiamò i re ed i popoli ad unirsi sotto la sua bandiera per strappare al papa la giurisdizione temporale e per rendere al clero il suo carattere spirituale; rimase solo nell'eroica lotta. Lo spirito indipendente dei reami che si erano sottratti all'autorità imperiale, l'aristocrazia e la cittadinanza democratica lo avversarono, alleati del fanatismo religioso, mentre egli stesso si era allontanato dalla terra nazionale germanica che, sola, poteva dargli autorità, potenza, vigore. La sua patria non voleva più in quel tempo sostenere guerre italiche per uno scopo dinastico; essa lasciò cader Federico. Egli morì incompreso dal suo tempo, in tragica solitudine, l'ultimo vero Imperatore del grande Impero; incapace di riunirlo tutto di nuovo in una forte forma monarchica, egli fu vinto. Gli epigoni della casa Hohenstaufen, Corrado, Manfredi e Corradino lottarono invano per la ricostituzione del legittimo Impero. Il tempo lo aveva soverchiato. L'accordo che sembrava regnare fra l'Italia e la Germania dal tempo di Ottone I, si sciolse; l'Italia si rese indipendente, di fatto, dall'Impero, le cui ultime provincie si dissolvevano grado a grado, mentre l'autorità imperiale si andava perdendo anche in Germania durante il lungo interregno.
Si potrebbe credere a questo punto che anche l'idea imperiale dovesse andar perduta sotto le rovine della dinastia degli Hohenstaufen; ma ciò non accadde in nessun modo. Essa continuò a vivere in Germania e in Italia come un principio tradizionale di gloria, e dalla Chiesa medesima essa fu conservata con cura. Solo in apparenza questa era riuscita vincitrice nella gigantesca contesa cogli Hohenstaufen; in realtà essa era profondamente scossa ed esaurita dalle sue lotte. Praticamente essa non poteva mantenere nelle sue mani l'artifizioso congiungimento dell'autorità temporale e spirituale; esso rimase come dottrina teorica della Chiesa, alla quale si opponevano lo spirito stesso del cristianesimo e l'indole occidentale. Il papato si vide isolato, solo, alla vertiginosa sua altezza. L'Italia, dove esso era tornato come un trionfatore, non gli offrì più una base razionale, poichè lo vide incapace a riempire l'abisso che separava tuttora i Guelfi dai Ghibellini, ed a rovesciare la democrazia comunale che era venuta in potenza anche nella città di Roma.
Gl'Italiani si erano liberati dall'Impero feudale tedesco coll'aiuto del Papa, ma non avevano ora nessuna intenzione di subire la signoria teocratica di lui. Lo spirito d'individualità insorse contro di lui, sotto la forma sia di repubblica cittadina, sia di tirannide o signoria. Si presentò intanto un altro pericolo: lo stato nazionale monarchico, del quale Federico II aveva portato in Sicilia il disegno, e che si sviluppava già in Francia. La debolezza della Germania e dell'Impero fecero sempre la forza della Francia: dopo la caduta degli Hohenstaufen l'autorità politica passò necessariamente con gran vigore a quella nazione. Con essa però si era alleato il papato per combattere gli Hohenstaufen; esso aveva chiamato in Italia una dinastia francese, e, con Carlo d'Angiò, l'aveva posta sul trono delle Due Sicilie. Così questa dinastia, appoggiandosi alla Francia, minacciò di divenire un pericolo per il papato come lo era stato, sullo stesso trono, la dinastia degli Hohenstaufen che si appoggiava alla Germania. Era cambiata la provenienza del pericolo, ma il pericolo rimaneva, e presto il papato se ne doveva accorgere a sue spese. Esso si affrettò a ristabilire l'impero nella nazione tedesca: Rodolfo di Asburgo fu eletto re dei Romani e come tale riconosciuto dal Papa. La restaurazione dell'Impero della nazione tedesca per mezzo degli Asburgo non era più che una vana apparenza. Gli Asburgo divennero volentieri i difensori della Chiesa, e ad essa abbandonarono senz'altro tutti i diritti imperiali, e riconobbero nell'Impero un feudo del pontefice. Già i primi fondatori di questa dinastia, nella quale la Chiesa ha trovato sempre finora (1866) la sua più valida difesa, cedevano al romanismo e ad esso si alleavano. Intanto però lasciavano il papato e l'Italia tranquillamente al loro destino, giacchè nè Rodolfo, nè Alberto passarono le Alpi per venire a prendere la corona Imperiale, ciò che Dante riprova così severamente. I nuovi difensori della Chiesa non salvarono nemmeno Bonifacio VIII, e non liberarono il papato dalla schiavitù francese, nella quale esso doveva necessariamente languire dopo aver voluto ad ogni costo annientare la potenza imperiale.
L'Impero, entità astratta, non aveva potuto trionfare sulla Chiesa gerarchica; la nazione francese lo potè. Il papato cadde per sempre dall'altezza a cui l'aveva innalzato Innocenzo III; esso era stato forte, finchè era stato in lotta coll'Impero; questa lotta l'aveva rafforzato; appena essa cessò, il papato si sentì debole.
Riprendendo l'idea di una completa signoria sulle anime e sui corpi di tutti gli uomini, di tutti i principi, di tutti i popoli, Bonifacio VIII lanciò la famosa bolla Unam Sanctam, ritorcendo la teoria del congiungimento dei due poteri nelle mani del pontefice, contro la monarchia francese, e, ciecamente sfidandola, precipitò in sua balìa. Il papato fu condotto prigioniero ad Avignone. Là si gallicizzò, e per settanta anni rimase vassallo dei re di Francia. La Chiesa d'Ildebrando e l'Impero degli Ottoni erano finiti, deformati dall'aristocrazia gerarchica e feudale, dall'arbitrio sfrenato e dagli abusi. Queste grandi forme universali, nelle quali aveva riposato per tanto tempo l'Occidente, si dissolsero rapidamente sotto l'influenza dell'individualismo germanico. La monarchia incipiente e l'approssimarsi della riforma laceravano quà in modo visibile e rapido, là in modo lento ed oscuro, la grande tela dello spirito medioevale.
Quando, al principio del secolo xvi, il papato abbandonò il suo terreno storico, l'Italia, e si ridusse nella lontana Avignone, in quella terra che agitavano terribili lotte fra Guelfi e Ghibellini, dovè tornare d'un tratto l'idea dell'Impero e dell'Imperatore come una via di salvezza.
Questo principio latino si risvegliò con tale delirante e ardente fede nell'animo degl'infelici Italiani, da ricordare l'attesa del Messia da parte dei Giudei. Infatti gl'Italiani di quel tempo somigliavano, nelle loro sventure agli Ebrei: Dante fu il loro profeta. Il suo immortale ditirambo: Ahi serva Italia di dolore ostello, ha avuto la sua significazione e giustificazione storica fino al nostro tempo, quando nel dicembre 1866 gli ultimi francesi si imbarcarono a Civita Vecchia. L'apoteosi dell'Impero fatta da Dante, egli ne vide l'aquila librarsi fino in paradiso, i suoi ammonimenti all'imperatore, il benvenuto dato ad Arrigo VII, sono prove del culto per l'Impero che aveva tradizionalmente profonde radici nel mondo latino, anzi in tutto l'Occidente.
Arrigo di Lussemburgo rispose all'appello dei Ghibellini e venne in Italia a placarla come Imperator Pacificus e a restaurare l'imperiale maestà, veltro allegorico, per dirla con Dante. Ma il suo tragico viaggio verso Roma e le infelici sue lotte in Toscana mostrarono la debolezza dell'ideale di fronte alle pratiche circostanze della vita, l'evanescenza del sogno di fronte alla realtà. Il suo sarcofago, nella ghibellina città di Pisa, è il monumento funebre di tutto l'impero.
Ma l'idea imperiale non era morta, e si nutriva col nuovo spirito della riforma. Sua arme era lo spirito irrequieto e anelante al meglio, che anima l'umanità, e con essa combatteva ancora la Chiesa dottrinaria. Mentre dunque l'Impero precipitava sempre più in basso, e perdeva ad uno ad uno i suoi diritti e le sue provincie, esso persisteva in Occidente come teoria filosofica, alla quale si alleavano gli elementi eretico-evangelici che uscivano dal seno della Chiesa corrotta.
Alle pretese degli arditi papi francesi, i quali, ritirati in Avignone al sicuro dagli Italiani e dai Tedeschi, reclamavano la signoria imperiale come loro dovuta, e sempre più cercavano di umiliare l'Impero, rispondeva lo spirito secolare del tempo nella scuola dei monarchisti, dei quali era guida e luce Dante Alighieri. La monarchia fu simbolo di rigenerazione, per la gioventù che cresceva; il principio monarchico segnò, caso unico nella storia, il progresso della riforma nello spirito umano per la sua liberazione dai ceppi della Chiesa gerarchica medioevale. L'opera famosa di Dante, De Monarchia, poneva le basi alla nuova scienza di un diritto di stato, sebbene egli non trattasse di stati reali, ma di una grande ideale monarchia, o repubblica universale, sotto lo scettro dell'Imperatore. Con una dialettica scolastica e sofistica Dante dimostrava che la monarchia universale, l'Impero, era necessario al bene della società umana; chè l'autorità imperiale apparteneva di diritto al popolo romano, e, attraverso questo, all'Imperatore; che l'autorità dell'imperatore derivava immediatamente da Dio e non dal pontefice. Dimostrava l'indipendenza dell'Impero dalla Chiesa, e, colla separazione dei due poteri già tentata da Arnaldo da Brescia e dagli Hohenstaufen, riduceva la Chiesa nei suoi veri confini.
Il principio ghibellino della indipendenza della monarchia fu subito diffuso nelle regioni più civili di tutto l'Occidente, considerato da un punto di vista più o meno filosofico. Le correnti di pensiero riformatore della Chiesa, muovendo dal dogma della povertà evangelica, col quale prima i Valdesi, poi i Francescani combatterono la dominazione universale della Chiesa, la sua gerarchia e il suo potere politico, si concentrarono nel principio monarchico, e la futura alleanza fra il regno e la riforma era già di fatto stabilita. Sorse una schiera di riformatori. I nomi di Marsilio di Padova, di Guglielmo d'Occam, di Giovanni di Janduno, di Enrico di Halem e di Luitpoldo di Bebenburg segnano lo svolgimento della nuova lotta per la riforma dell'impero occidentale e della Chiesa.
L'opera famosa di Marsilio, il «Defensor Pacis» costituiva il programma di questa grande ed acuta scuola di riformatori, precursori di Lutero. Essa andava oltre i concetti ancora scolastici di Dante; non si limitava soltanto ad affermare l'indipendenza dell'Imperatore dal Papa, ma pretendeva senz'altro la sottomissione del Papa alla potenza imperiale. Negava e metteva in ridicolo la teoria tomistica dell'infallibilità e del primato del pontefice; negava la sua autorità spirituale medesima come capo supremo della Chiesa; affermava l'uguaglianza evangelica di tutti gli Apostoli e di tutti i sacerdoti. Il Concilio diceva essere superiore al pontefice, e affermava unico documento originario della dottrina cristiana essere la Sacra Scrittura.
Di questi elementi nel tempo si servì Ludovico il Bavaro, quando intraprese la famosa lotta contro Giovanni XXII. Secondo la teoria di Dante, che il popolo romano fosse la fonte dell'autorità imperiale, e secondo la dottrina dei monarchisti, che il re dei Romani, una volta eletto, non aveva bisogno dell'incoronazione, nè dell'unzione, nè della confermazione del Papa per essere di pieno diritto Imperatore, Ludovico prese in S. Pietro a Roma la corona imperiale dalle mani del popolo romano o dei suoi delegati, i baroni laici. Fu questa una rivoluzione, il crollo del principio legittimista degli Hohenstaufen, che negava al popolo romano questo diritto di sovranità.
Nel giudizio del suo tempo, Ludovico democratizzò l'impero non solo, ma deprezzò la corona dei Cesari fino a farne un feudo del ruinato Campidoglio e della meschina repubblica di Roma. La sua azione che appare così acuta che potrebbe esser chiamata moderna, non era però l'espressione di una convinzione reale, ma di un sentimento passeggero, insolente ed altero. Questo primo Imperatore che ebbe la corona dalle mani del popolo, fu un uomo senza tenacia di volere e senza genio. Egli si disse, in presenza del Papa, peccatore pentito, e ad Avignone chiese umilmente l'assoluzione e l'incoronazione papale. Egli rese al pontefice la sua autorità, sebbene gli Stati di Germania avessero a Rense e a Francoforte, proprio in quei giorni, fatto la dichiarazione solenne della indipendenza della corona imperiale dalla Chiesa e dal Papa. Questa famosa dichiarazione fu il risultato pratico di quella lotta fra Ludovico e il papato, nella quale l'Imperatore era il reale, se non apparente, trionfatore. Essa proclamava la separazione della Germania da Roma, separazione che prima o poi doveva di fatto verificarsi. L'Impero, che si andava sottraendo così all'autorità della Chiesa, si circoscriveva sempre più strettamente, o per limitarsi finalmente al solo Impero tedesco.
Le idee di Dante e del Petrarca sull'eterna significazione di Roma come capitale universale e metropoli dell'umanità, e centro della universale monarchia, trovarono già in quel tempo, col teorico rinascere dello spirito romano, un'espressione fantastica nel Campidoglio medesimo. Mentre il papato stava lungi nella sua cattività francese, l'Imperatore lontano anch'esso e scaduto dall'antica dignità, e l'Impero stesso era dissolto, sorse il tribuno popolare Cola di Rienzo e proclamò sulle rovine capitoline gl'inalterabili diritti di sovranità del popolo e del Senato romano, dinanzi al tribunale del quale, egli invitò a presentarsi l'Imperatore, i principi dell'impero, e gli alti prelati della Chiesa. Nel suo delirante pensiero si trovava pure un metodo non privo di logica; ed i suoi sogni non erano soltanto parto accidentale della sua fantasia, ma spiegabili derivazioni del processo storico dell'idea dell'Impero e di Roma, che avrebbero potuto ricondurci ad una misura e ad un disegno politico che una volta per sempre offrisse un programma degno di seria considerazione.
Così l'Impero doveva di nuovo essere nazionalizzato italiano; un italiano doveva, per libera elezione di tutti i delegati della penisola, per un plebiscito anzi, essere fatto Imperatore e risiedere in Roma. Tutte le città furono dichiarate libere e fu accordato loro il diritto di cittadinanza romana, a titolo originario della loro libertà; tutti furono invitati a radunarsi, per mezzo dei loro delegati, in Roma loro madre, ed a formare una confederazione italiana, dalla quale fossero esclusi gli stranieri. Il motto moderno l'Italia farà da sè, e l'idea della indipendenza nazionale italiana e della sua unità furono in sostanza già nel pensiero di Cola chiari e precisi, e ciò assicura al geniale sognatore uno dei primi posti fra i patrioti d'Italia. Il grande disegno trovò ostacolo nella fugacità del genio politico di Cola, nella gelosia delle città e dei tiranni della penisola, nell'avversione della Chiesa, ed anche perchè era vana e irrealizzabile l'idea di una restaurazione dell'antica repubblica romana. Con Cola il dogma politico di Roma tramontò, ma la rinascita del mondo antico si effettuò sotto forme ideali e letterarie. Vicino a Cola dobbiamo porre il Petrarca, il grande apostolo del Rinascimento, in cui si formò allora quell'ambiente particolare, sul quale poterono dissolversi e perdersi i partiti dei Guelfi e dei Ghibellini ed anche l'idea dell'Impero.
Il disegno di portare in Italia la dignità imperiale fallì così completamente, ed essa rimase alla corona tedesca. Anzi, caso strano, più d'una volta essa fu rivestita dal ramo slavo del Lussemburgo, poichè i successori di Arrigo VII furono i re di Boemia. Con Carlo IV, nipote di Arrigo, l'Impero toccò l'infimo grado della sua potenza: secondo il Villani, questo re si recò alla sua incoronazione come un mercante si reca alla messa. Secondo le istruzioni del pontefice egli si trattenne in Roma le ore strettamente necessarie per compiere la cerimonia dell'incoronazione. Abbandonò Roma e l'Italia in mezzo alle ingiurie e alle beffe, ma con la borsa piena, il più deplorevole Messia che mai apparisse in Italia, dove era stato chiamato dalle vane e idealistiche speranze nutrite dal Petrarca; come un tempo suo nonno da quelle di Dante! Il viaggio di Carlo a Roma finì di distruggere l'ideale dei ghibellini che fin allora avevano voluto vedere nell'Imperatore il salvatore d'Italia.
Nondimeno, l'idea imperiale continuò a vivere, e il potere imperiale fu ancora teoricamente riguardato come il più alto e più atto a reggere il mondo; così l'Impero ebbe un vivace risveglio al principio del secolo xv con Sigismondo, re dei Romani, ultimo discendente di Arrigo VII. La causa di questo risveglio teorico, ma che pure ebbe anche pratici risultati, deve ricercarsi nello stato di profonda decadenza nel quale era precipitata la Chiesa, la quale chiese di nuovo aiuto al potere imperiale per tentare una via di rinnovamento e di salvezza. Il ritorno del papato da Avignone a Roma fu seguìto dalla rovina della Chiesa, la più spaventevole che mai si sia data.
La sconfinata corruzione della Chiesa minacciava di farle seguire la sorte dell'Impero, e di scinderla in più Chiese regionali; e per la durata di due pontificati sembrò imminente una separazione di essa in una metà germanica ed una romana. Stava in giuoco il concetto fondamentale della sua universalità: allora accadde che d'un tratto l'idea dell'Impero acquistò una forza internazionale nuova. La dottrina di Dante e degli imperialisti del tempo di Ludovico il Bàvaro riprese vigore e fu seguita anche in Francia, dove il principio monarchico si era molto sviluppato dopo la lotta fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello.
Tutti i popoli dell'Occidente guardavano ora all'Imperatore come al capo della universale Repubblica e al legittimo giudice della Chiesa, il quale doveva chiamarla dinanzi al suo tribunale supremo per sentenziar sui corrotti pontefici. Gerson e Pietro d'Ailly presero il posto occupato un tempo, ma in un cerchio ben più ristretto, da Marsilio da Padova e dai suoi compagni di lotta. Il Concilio si erigeva sul pontefice: Sigismondo lo convocò, come re dei Romani, a Costanza. Questo grande Concilio, che, per l'autorità dell'Imperatore, depose papi e fece scegliere da un Conclave di deputati nazionali il nuovo Papa, segnò un'epoca nella storia del mondo. L'idea dell'Impero apparve allora per l'ultima volta come un principio internazionale di ordine e di pace, che portava con sè il ricordo di un glorioso passato. Ma con esso si chiudeva la storia dell'Impero, poichè esso più non riposava sopra un potere effettivo, ma sopra un dogma ideale.
Col secolo xv tutti i rapporti politici subiscono grandi variazioni: i popoli escono dalle forme cattoliche della Chiesa e dell'Impero, e assumono forma moderna. Il mondo europeo entra in una fase totalmente nuova del suo sviluppo, e nel secolo xvi esso offre l'aspetto di varii nuovi gruppi di stati uniti fra loro per mezzo di alleanze e di leghe determinate da bisogni dinastici o nazionali. Il grande rivolgimento di tutto l'Occidente, cominciato alla metà del secolo xv e continuato nel seguente, fu operato da molti e possenti fattori: invenzione della stampa, rinascimento della cultura e dell'arte classica, caduta sotto i Turchi dell'Impero bizantino, caduta del dominio arabo in Spagna, formazione della monarchia spagnola, scoperta dell'America, fondazione della potenza della dinastia degli Asburgo, sviluppo della monarchia francese, e finalmente la Riforma.
Dall'anno 1439 la Corona imperiale tornò agli Asburgo, e rimase in quella dinastia fino all'anno 1806 senza interruzione, se non di brevissima durata. Federico III fu anche l'ultimo re che fu incoronato a Roma, se eccettuiamo fra i successori Carlo V che fu sì incoronato dal Papa, ma a Bologna, nessun altro Imperatore fu unto e incoronato più dalle mani stesse del pontefice, ma i re tedeschi dopo la loro elezione si chiamarono, secondo gli articoli imperiali, imperatori eletti, e fu aggiunto: del Sacro Romano Impero della Nazione tedesca. Di fatto, si trattava veramente di un Impero tedesco. Si spezzò così ogni legame fra Roma e l'Italia, e l'Impero, e l'Imperatore tedesco non si recò più in quella regione che per trattare affari politici o dinastici che casualmente lo avessero richiesto.
La dinastia degli Asburgo, nella quale era di fatto divenuta ereditaria la carica imperiale, radunò sotto di sè, dal tempo di Massimiliano, uno straordinario dominio, dal Reno al Danubio inferiore, ed a questo fatto si deve la durata della dignità imperiale in quella casa e lo slancio che la storia della Germania ha avuto fino ai nostri giorni. Infatti l'Impero, avendo perduto le sue provincie primitive: l'Italia, la Borgogna, la Provenza, la Svizzera, cercò nel dominio degli Asburgo, nella parte orientale dell'Impero, il suo centro di gravità, là dove i popoli danubiani potevano formare una massa compatta contro l'irruzione di nuovi barbari, Turchi e Slavi, entro i confini. Bisognava poi pensare a stabilire un ostacolo ad occidente contro il pericoloso estendersi della monarchia francese. Ma tanto questi che quei confini furono debolmente muniti, e la caduta di Vienna sotto i Turchi fu solo impedita dall'aiuto della Polonia, mentre i confini occidentali furono ignominiosamente abbandonati. La dinastia degli Asburgo, preoccupata soltanto di sè e delle sue terre ereditarie, lasciò la Francia spingersi fino al Reno, mentre, per motivi concernenti la sua politica particolare, cambiava nel secolo xviii la Lorena, provincia imperiale, per la Toscana, che divenne così un possesso dei secondogeniti della casa di Asburgo.
La formazione di questa sovranità austriaca, che si andava aggravando sulla Germania propriamente detta, minacciava di ridurre il popolo tedesco ad un'appendice dell'Austria, come giustamente dice Bryce. Gli Asburgo salirono presto sotto Massimiliano e Carlo V ad una tale potenza, che essi furono di nuovo preoccupati delle antiche idee di dominio universale, ma con basi molto più reali e positive di un tempo. Massimiliano tentò seriamente di realizzare la grande idea di farsi pontefice, per riunire in sè i due poteri temporale e spirituale e riformare Chiesa ed Impero; suo nipote Carlo V, dopo avere ereditato l'Olanda, la Spagna intera, Napoli, e conquistato Milano, si vide arbitro di un grande Impero cesareo, quale nemmeno Carlomagno aveva posseduto con tanta estensione e potenza d'armati.
Carlo V, imperatore, avendo ricacciata nei suoi confini la Francia, eterna rivale della Germania, ingranditasi a spese dell'Impero, si ripresentò nella storia dell'Occidente un breve periodo simile a quello reso illustre da Carlo Magno; un periodo storico che poteva consentire la formazione di un dominio imperiale costretto nelle ferree leggi del Cesarismo, valido a rendere indipendenza e libertà ai possedimenti già sottratti all'Impero.
Per coronare l'edificio, Carlo V avrebbe potuto abbattere il Papato, e dar mano egli stesso alla desiderata riforma; così avrebbe riunito le due potenze della Chiesa e dell'Impero, e, nuovo Costantino, fondato una nuova Chiesa imperiale e nazionale.
Ma in questi giganteschi disegni non si teneva conto dello spirito germanico; la Riforma, questo grande fatto liberatore, diede nel momento opportuno un gran colpo al Cesaropapismo di quell'arbitro del mondo. Essa fu il risultato di un secolare processo svoltosi nella Chiesa e nell'Impero; suoi precursori furono tanto gli antichi Imperatori germanici che combatterono l'assolutismo e il potere temporale dei Papi, quanto gli eretici evangelici che avevano combattuto il dogma, la gerarchia e la supremazia spirituale esclusiva del pontefice. L'idea romana dell'accentramento fu soverchiata e soffocata dal principio della libertà del pensiero, e l'idea della comunità universale, rappresentata fin allora dalla Chiesa cattolica romana e dall'Impero a lei legato, si perdè nella luce della nuova libertà spirituale.
Gli effetti della rivoluzione degli stati dell'Occidente sarebbero stati incalcolabili, se Carlo V si fosse messo a capo del movimento della Riforma. Ma alcuni possedimenti del suo impero, come Napoli, Milano, e la Spagna bigotta, lo designavano nemico della Riforma, mentre questa stessa, per il suo principio di decentramento, era pericolosa nemica dell'idea imperiale e della sua inseparabile Chiesa imperiale. La Riforma colpì a morte l'idea imperiale; e fu monarchica, perchè aveva bisogno dell'appoggio dei principi per poter tener testa all'Imperatore ed al Papa. La vittoria del principe Maurizio di Sassonia pose termine a questo movimento, arrestando d'un colpo la potenza di Carlo. Il riconoscimento della confessione di Augusta fiaccò definitivamente il principio dell'Impero e della Chiesa imperiale.
Era necessaria un'aspra lotta di cento anni combattuta dalla Chiesa riformata per la propria esistenza contro la Chiesa cattolica romana, dalla quale si era scissa, perchè l'opera di Lutero e dei suoi seguaci acquistasse solida consistenza. Questa terribile lotta per l'esistenza fiaccò la Germania e la rese politicamente debole. La faticosa liberazione della nostra patria dalla Chiesa di Roma le costò in fatto uno sforzo immenso che l'esaurì più profondamente, che non avesse fatto l'antico legame con Roma e l'Italia che aveva per secoli asservito la nostra forza nazionale ad un dogma politico-religioso, in una terra straniera. Ma lievi furono i sacrificii fatti dalla Germania dal tempo delle guerre di religione fino alla pace di Vestfalia, poichè valsero a conquistare la libertà della fede e del pensiero, che è la base della moderna civiltà europea. Il grave pericolo che derivava dalle primitive tendenze monarchiche della Riforma, per cui si poteva ancora pensare a riunire il potere temporale e quello spirituale in un pontefice, principe protestante (secondo l'aforisma cujus regio ejus religio), fu allontanato e superato per lo spirito germanico d'individualità e per l'indipendenza territoriale dei principi tedeschi. Invece di una Chiesa generale riformata si ebbero tante singole Chiese, ma anche così frazionato, lo spirito della Riforma rimase abbastanza potente da tener testa alla grande nazione del cattolicismo, sia pure colla perdita di qualche provincia. Il principio della libertà di coscienza ha oggi generalmente trionfato; anche in Italia, nella immediata vicinanza del pontefice, esso è divenuto un diritto, oramai acquisito per sempre. E' il diritto universale di cittadinanza dello spirito occidentale: la vecchia Chiesa, legata all'Impero o allo Stato, scompare; essa ricade, libera anche essa, in seno alla società.
La Riforma aveva risollevato il diritto medioevale dell'Impero, ma il trattato di Vestfalia, riconoscendo l'eguaglianza delle due confessioni, nell'Impero, legittimava la separazione di esso da Roma.
Nel sistema medioevale Chiesa ed Impero non formavano che un solo organismo; l'Imperatore era difensore di quella, doveva vegliare sulla sua unità ed inseparabilità, e soprattutto dar opera ad estirpar l'eresie. Ma ora principi protestanti sedevano in Parlamento presso i cattolici; ora l'Imperatore era eletto da voti di cattolici e da voti di eretici, contemporaneamente. La corona rimaneva elettiva: perchè non avrebbe potuto un principe protestante essere eletto all'Impero? Ma questo segreto disegno dei protestanti non fu mai colorito. La dignità imperiale rimase, di fatto, agli Asburgo, per via ereditaria, e per la tradizione e per la grande potenza privata di quella dinastia. L'Austria frattanto dominava dunque in Germania, e l'Imperatore mirava solo a scopi che concernevano l'Austria stessa, il che non mancò di suscitare nelle grandi case tedesche un vivo malcontento. Già al tempo della pace di Vestfalia il famoso giurista Chemnitz (Hippolytus a lapide) mirava a strappare la corona agli Asburgo, sostenendo che il loro dispotismo imperiale, il loro egoismo di schiatta erano le sole cause della decadenza della nazione tedesca. «Extirpatio domus austriacae» è il profondo grido che i protestanti gettarono poco prima del 1648. Essi volevano che tutto ciò che sapeva di romano, fosse estirpato dalla Germania, che doveva crescere da sè per propria virtù e potenza, e attaccarono naturalmente anche l'idea imperiale latina che ancora trovava un'espressione nella casa di Asburgo, così strettamente legata a Roma. Così colla pace di Vestfalia essi ottennero, la Francia si affrettò ad assentire, che i principi territoriali della Germania fossero dichiarati sovrani.
Quel trattato dichiarava finito l'antico Impero, ed infatti esso non era più che un'alleanza fra molti stati indipendenti retti da piccoli sovrani assoluti, il cui capo titolare rimaneva l'Imperatore, i cui antichi diritti sulla aristocrazia del Parlamento (Reichstag) non erano più che un'ombra. La sua potenza non gli derivava dall'essere Imperatore, ma dal popolo delle terre appartenenti alla corona degli Asburgo, a mantenere ed ingrandire le quali, assiduamente mirava.
L'Impero non più romano ma tedesco condusse dopo la pace di Vestfalia un'esistenza che offre la visione storica più deplorevole. Gli stati vicini erano venuti intaccando le sue terre di confine; la Francia era giunta, a forza di astuzia e di abili manovre, fino al Reno; la Svezia e la Danimarca avevan conquistato le Provincie del Nord; la Polonia si stendeva fino all'Oder; le terre numerose degli Asburgo formavano, nel sud-est, uno Stato a sè che tentava di assorbire a poco a poco la Baviera. Il resto della Germania era un caos di staterelli sminuzzati, di signorie territoriali, di principati retti a sistema assoluto, nei quali il sentimento nazionale era caduto più in basso che nella vicina e meno divisa penisola italica. L'Impero stesso era incurabile; le riforme fatte da un grande imperatore, quale fu Giuseppe II, dovettero naufragare.
Per la rigenerazione nazionale e politica della Germania, caduta in così tristi condizioni, doveva nel nord presentarsi un aiuto insperato. La storia della formazione e dello sviluppo della monarchia prussiana è l'unica bella pagina nella storia della lunga decadenza dell'Impero. In seno a questo nobile germe giaceva nascosto l'avvenire della patria. Lo stato prussiano divenne la rocca del protestantismo nel continente europeo, e suo ufficio fu quello di difendere la Germania contro le ingerenze di Roma, contro la Francia, le popolazioni slave che minacciavano ad Oriente, e contro la Scandinavia che minacciava al Nord. Questo ufficio fu coscienziosamente eseguito.
L'erezione della Prussia a regno nel 1701 segna un'epoca nuova nella storia tedesca. Da quel punto questo piccolo stato vide nettamente tracciata dinanzi a sè la strada che doveva seguire. Necessariamente esso aspirò ad una supremazia sulla parte settentrionale della Germania, e si trovò rivale della casa d'Austria per l'egemonia tedesca. L'esistenza della monarchia prussiana era evidentemente e fatalmente pericolosa per l'Impero: si determinò un dualismo di natura politica e religiosa che già la Riforma aveva prodotto, e che ebbe per effetto particolare la formazione della monarchia prussiana. La lotta della dinastia degli Hohenzollern contro la dinastia degli Asburgo, del regno tedesco contro l'Austria e l'Impero, fu il punto centrale della storia della Germania, le cui vicende ormai dipenderanno dalle vicende di quella lotta. Federico il Grande, vincendo Imperatore ed Impero, consolidò validamente la sua monarchia; questa, come già quella degli Asburgo, ma in minori proporzioni, ripeteva le sue origini da una piccola dinastia mezzoslava; ma seppe tedeschizzarsi, questa piccola monarchia egoistica, ciò che non riescì mai alla dinastia degli Asburgo con tutte le sue terre ereditarie, e divenire un'immagine, un modello, un microcosmo della Germania, assorbendo a poco a poco antiche famiglie tedesche, annettendosi questa e quella provincia dell'Impero, e tollerando entro di sè, l'una vicino all'altra, tre confessioni che godevano tutte di un eguale diritto di cittadinanza. Il sorgere e lo svilupparsi della Prussia, questo nuovo germoglio fiorito dal tronco di un vecchio ed illustre albero rinnovellato, l'Impero, è una mirabile evoluzione, una fatale trasformazione dell'Impero stesso. Quando essa sarà compiuta, la Prussia passerà, tramonterà anch'essa, cioè ascenderà gloriosamente nella nuova giovane Germania. Lo spirito della nazionalità tedesca, con le sue speranze nel futuro, con la sua attività letteraria e scientifica, si rivolse, fin dal tempo di Federico il Grande, alla Prussia come al cuore della patria, benchè essa, come già l'Austria degli Asburgo, sembrasse seguire egoistici disegni d'ingrandimento, senza preoccuparsi troppo dello sviluppo nazionale. Ma le guerre d'indipendenza delinearono nettamente la missione della Prussia. Queste guerre salvarono la nazionalità germanica: l'Impero non c'entrava più, era da un pezzo tramontato; esse spezzarono il nuovo dominio romano universale che si era alzato sulle sue rovine.
L'idea universale dell'Impero, combattuta dalla Riforma, dalla separazione della Germania da Roma, dal trattato di Vestfalia e dal sistema politico che ne derivò, era risorta con forza mirabile dalla Rivoluzione francese e formò il nuovo Cesarismo napoleonico. Il geniale conquistatore, di razza latina, riportò sul suo trono il principio della monarchia mondiale, mentre egli, come tutti i suoi predecessori, si dichiarava successore di Carlo Magno. Con abile mossa storica, egli si impadronì di un antico e tradizionale principio, e con esso animò, infuse uno spirito al suo Impero improvvisato, che, altrimenti, sarebbe stato una riunione ingente di paesi conquistati, che anche un Attila o un Gengiskan avrebbe potuto raccogliere. Secondo la sua gigantesca fantasia, egli somiglia per essa come per molti altri tratti a Cola di Rienzo, ma in grandi proporzioni, la dominazione romana doveva rinnovarsi e passare dalla nazione tedesca, nella quale si era a lungo indugiata, a quella francese. Questa era detta una Translatio o Restitutio Imperii ad Francos. Il ristabilimento della Chiesa cattolica, che la Rivoluzione aveva abbattuto, sta in stretta relazione con questo disegno napoleonico. Con la Chiesa egli strinse il Concordato. Egli si rivolse al Pontefice per essere da lui solennemente unto ed incoronato, come a lui si era un tempo rivolto il re franco Pipino, per ottenere da lui, in nome della Chiesa, il riconoscimento e la convalidazione della sua usurpazione.
Così si trovava ora di nuovo in Europa un Imperatore coronato dal Pontefice vicario di Dio, il quale, di fronte all'Italia e a Roma, prendeva l'attitudine che avevano avuto gli antichi Imperatori germanici. Egli s'incoronò con la corona di ferro dei Longobardi. Chiamò suo figlio re di Roma, e, come doveva logicamente accadere in questo rinnovamento dell'idea imperiale, entrò poi in lotta col Pontefice, come i suoi predecessori, e gli contese, come essi, lo stato, il dominium temporale. Anzi egli giustificò il fatto di togliere al Papa le sue terre con l'espressiva dichiarazione che egli intendeva revocare tutti i privilegi che gl'Imperatori suoi predecessori avevano concesso al Papa. Cola di Rienzo aveva un tempo emesso un editto simile, quando aveva proclamate nulle le donazioni fatte dagl'Imperatori tutti, fin dal tempo di Costantino, che ritornavano di diritto al popolo e al Senato romano.
Bryce osserva che l'Impero tedesco ed il suo Imperatore si trovarono di fronte all'usurpatore Napoleone nella stessa situazione, in cui si trovò l'Impero bizantino, quando Carlo Magno usurpò la corona di Costantino. Ma Vienna o Regensburg fece meno opposizione al conquistatore ed alle sue pretese di dominio mondiale, di quello che non aveva un giorno fatto Bisanzio. Quando, alla formazione della Confederazione del Reno, gli Stati tedeschi del Sud si staccarono dall'Impero, e riconobbero Napoleone quale loro protettore, l'Imperatore Francesco II depose per sempre la corona di Costantino, di Carlo Magno, di Carlo Quinto; rimase Imperatore dei suoi dominî ereditarî di Austria. Non si nota qui una singolare coincidenza di forme storiche rinnovate? Non si poteva considerare quella famosa Austria, il baluardo dell'Europa contro i Turchi, come una specie di nuovo Impero romano d'Oriente? E non subì essa la stessa sorte dell'Impero bizantino, che si andò lentamente esaurendo?
Quando apparve l'atto d'abdicazione dell'Imperatore tedesco del 6 agosto 1806, esso non produsse, osserva con stupore il Bryce, nel mondo che lo udì, un'impressione molto maggiore di quella che aveva prodotto, al tempo del conquistatore Odoacre, la caduta dell'antico Impero romano. Nondimeno ogni patriota ed ogni uomo di pensiero doveva essere profondamente commosso dalla considerazione che in quel momento la più antica istituzione dell'Occidente toccò il suo estremo tramonto. Quell'impero infatti datava da Giulio Cesare! Aveva avuto, come nessuna altra istituzione all'infuori della Chiesa, 1800 anni di esistenza! La dignità imperiale era rimasta per un millennio, salvo interruzioni momentanee, in seno alla nazione tedesca. Le più grandi memorie della storia dell'Occidente erano ad esso indissolubilmente legate; i caratteri, le vicende, le forme varie dei popoli erano inseparabili dalle vicende, dalle forme, dal carattere di esso. L'idea più nobile ed alta, quella della solidale unione dell'umanità intera, scopo verso il quale questa deve assiduamente dirigersi, aveva costituito il principio fondamentale e particolare di questo Impero. Ora, venendo esso ad estinguersi, non doveva essere una mancanza sensibile nell'organismo europeo?
Occupato da lunghi anni dalla trattazione di questo tema, che è uno dei fondamentali per chi studii la storia della città di Roma nel medio evo, ho accolto con vera soddisfazione il bellissimo libro del signor Bryce e ne ho fatto tesoro, e quest'opera è invero ben degna di ogni considerazione per l'oculatezza e per la chiarezza della visione che l'autore ha saputo risuscitarci dinanzi, dell'idea imperiale nella storia. Egli mi aveva già in Roma partecipato le sue idee, oggetto per me di vera ammirazione. Nemmeno un tedesco potrebbe aver trattato quel soggetto con maggior perspicacia e profondità. Il suo libro si aggiunge alla lunga serie di trattati di scienza politica sul principio imperiale, serie che comincia col Libellus de Imperatoria Potestate del IX secolo e che continua fino ai dì nostri. Gli studiosi conoscono a questo proposito la collezione di Schardius e Goldast.
Nella conclusione della sua opera, Bryce così parla, a glorificazione dell'Impero, e nelle sue parole pulsa ancora il pensiero di Dante e di Petrarca:
«L'opera dell'Impero medioevale fu benefica, ma a proprio danno; esso nutrì, apparentemente combattè, le nazioni che erano destinate a prendere poi il posto occupato da lui; esso pose un freno alle barbare popolazioni del Nord, e le ridusse ad una forma di civiltà; favorì e conservò le arti e la letteratura dell'antichità. In tempi di violenza e di dominazione, esso impose ai suoi sudditi il dovere di un'ubbidienza razionale verso una autorità, il cui motto era: Pace e religione. In un tempo, in cui più si inasprivano gli odii di nazionalità, esso tenne alto il principio di una confederazione dei popoli europei, nuocendo così a sè stesso, poichè aveva bisogno di un potere dispotico centrale. Non basta: esso insegnò agli uomini il retto uso dell'indipendenza nazionale, insegnò loro ad innalzarsi ad un concetto di attività e di libertà spontanee, concetto che è sopra, ma non contro, la legge, e per giungere al quale l'indipendenza nazionale, se bene intesa, non è essa stessa che un mezzo». «Da Augusto a Carlo V il mondo civile intero credette alla sua necessità come fondamento di un eterno ordinamento del mondo, e i teologi cristiani, non meno chiaramente dei poeti pagani affermarono che la caduta dell'Impero doveva essere anche la rovina del mondo. Pure ora l'Impero è caduto, ed il mondo sussiste, e si accorge appena del mutamento. Ma che cos'è questo che abbiamo detto in confronto a tutto ciò che si potrebbe dire su questo profondo e vastissimo argomento? Ciò che qui sarebbe necessario, e che praticamente è impossibile, si è considerare l'Impero come un tutto, come una sola istituzione, nella quale ha avuto il suo centro la storia di diciotto secoli, e la cui forma esteriore è rimasta immutata, mentre è cambiato il suo spirito e la sua essenza. Chi, del resto, sarebbe capace di rappresentare esattamente il papato? Coloro che non vedono in esso che un gigantesco albero Upa, pieno di fronde e di eresia, sono tanto lungi dall'aver penetrato il mistero della sua esistenza, quanto i politicanti convenzionali, che con frasi rotonde spiegano il suo sviluppo, lo analizzano come un'opera dell'arte meccanica, misurano le sue energie e danno uno sguardo sommario e semplicista ai suoi effetti, così ai buoni come ai cattivi. Egualmente il sacro romano Impero è superiore ad ogni descrizione o spiegazione. Sapremo ben poco di lui quando avremo conosciuto le idee che nutriva Giulio Cesare, allorchè gettò le sue basi, sulle quali Augusto seppe costruire, o quelle di Carlo Magno che ne ricostruì l'edificio, o quelle di Barbarossa e del nipote di lui, quando si diedero a frenarne la precipitosa ruina. Le genti future ne sapranno poco di più, quando considereranno il medio evo ad una maggiore distanza di noi, che viviamo ancora in un periodo di reazione contro ogni forma medioevale. Essi vedranno e concepiranno nuove forme della vita politica, la cui natura noi potremmo appena intuire. Ma quando essi vedranno più vasto orizzonte, non vedranno perciò più profondamente; al contrario la loro vista sarà superficiale e leggera. L'Impero, che noi scorgiamo ancora come una gigantesca figura all'orizzonte del passato, si sommergerà sempre più nell'ombra ai loro occhi, quanto più essi seguiranno la strada dell'avvenire. Nondimeno, come potrà esso mai perdere la sua importanza nella storia del mondo? In lui infatti si è concentrata la vita dei secoli passati, tutta intera; da lui è fiorita tutta la vita del mondo moderno».
Tornerò a questo punto, andando verso la conclusione, all'anno 1806, nel quale si spense definitivamente l'Impero, nella forma tedesca degli Asburgo. La vita europea si svolse allora per sedici importantissimi anni in mezzo a lotte di supremazia e di sviluppo, che diedero origine, sulle rovine dell'Impero, a forme sociali di tale natura, che sembrarono avere distrutto fino ai suoi ultimi resti il medio evo per compiere un nuovo assetto politico. Si spense dunque così del tutto quel principio dello spirito occidentale, dal quale erano germogliati, e nel quale avevano trovato la loro espressione, l'Impero e la Chiesa? Oppure, quale aspetto visibile e riconoscibile hanno questi assunto?
Osserviamo che l'idea imperiale non tramontò nel 1806, poichè Napoleone se ne impadronì e la trapiantò dalla Germania, sua sede ormai legittima, in Francia, fondando una nuova monarchia universale. Era suo disegno di dare a questa, come autocrate, i cui vassalli fossero i re dell'Occidente, eguali leggi ed eguale indirizzo verso una forma generale di civiltà. Come un antico imperatore egli si spinse nell'Oriente barbarico per allargare i confini dell'Impero, ed avrebbe trasportato fino a Bisanzio le aquile imperiali, come aveva fatto a Roma, se la natura stessa delle cose lo avesse consentito. La sua storia meravigliosa, se considerata esteriormente e da un solo punto di vista, sembra risuscitare il gigantesco sogno mondiale di Roma, ed il vecchio principio dell'Occidente, dal quale l'Europa potrà liberarsi solo, quando avrà raggiunto una forma superiore di libertà e di civiltà. Il grande sogno si dileguò per incanto al soffio possente del libero vento che, dal tempo della riforma tedesca, conduce invincibilmente l'Europa alla libertà e combatte e ricaccia indietro lo spirito medioevale della reazione. La riforma ha sciolto dai vincoli il pensiero individuale; la rivoluzione francese ha fatto libera e cosciente l'attività e l'energia della nazione. Ambedue hanno cooperato a illuminare i popoli, a farli liberi, forti e clementi, tali infine che non possono più tollerare alcun dispotismo militare. La caduta di Napoleone dimostrò chiaramente l'impossibilità di un grande potere centrale. Il mondo diverrebbe più facilmente tutto repubblicano o cosacco!—era questo un motto famoso del grande uomo.
Quando il cesarismo napoleonico precipitò, era giunto il momento di condurre a termine una riforma politica per mezzo di un concilio di popoli. Le circostanze si presentavano simili a quelle del tempo, in cui l'Europa vide il papato minacciar rovina, e tenne a Costanza un concilio. Come allora inutilmente si tenevano i concilii, così ora inutilmente si bandiscono i congressi. Il Congresso di Vienna ebbe tanto buon successo nel dare un nuovo assetto politico all'Europa, quanto il Concilio di Costanza nel portare riforme sostanziali nella Chiesa. Così accadde che la storia degli ultimi cinquant'anni non contiene propriamente altro che la reazione dei popoli contro gli accordi presi al Congresso di Vienna e la distruzione dell'artificiale edificio che questi avevano edificato. L'Impero dunque non fu ristabilito, ma rimase il concetto—non di una potenza centrale europea, ma di una autorità internazionale, atta a tenere uniti ed alleati i popoli colla pace e nella religione;—questo concetto, che esprimeva un bisogno serio e reale, che tornava a farsi sentire, fu tradotto in atto nell'alleanza delle potenze. Il Sacro Romano Impero si cambiava nella Santa Alleanza, la quale, per quanto nociva allo sviluppo politico degli Stati, aveva originariamente per base un principio di universale umanità.