WeRead Powered by ReaderPub
Pataffio - Tesoretto cover

Pataffio - Tesoretto

Chapter 12: CAPITOLO QUINTO
Open in WeRead

Explore more books like this:

About This Book

This work presents a collection of humorous poetry that explores various themes through playful language and witty observations. It reflects on societal norms, human behavior, and the intricacies of life, often employing satire to critique contemporary issues. The structure is characterized by a light-hearted tone, with verses that invite readers to engage with the text's clever wordplay and rhythmic qualities. The author, known for his contributions to Italian literature, combines elements of traditional poetic forms with a unique voice, making the work both entertaining and thought-provoking.

CAPITOLO QUINTO

Nel ver quest'è pur nuova cerbonea

A vedermi ingrossata la fagiana:

E mona pinca alberga la manea;

Cerbonea: oggi cerboneca, vino guasto e corrotto. Oh! questo sì ch'è un caso strano; ci mancava appunto quest'altro malanno.

La fagiana: i Medici direbber lo scroto. Mirabile è la franchezza di tante espressioni, con cui il Poeta qui passeggia nel lubrico, non mai cadendo in una sfacciata sozzura.

Pinca: specie di cetriuolo, la cui figura porge qui una nuova espressione relativa a fagiana. La manea: cioè la mano, dice il Ridolfi; e corrisponde alla già detta ingrossatura.

E non oso ferir per la chintana.

Facimol venga lor, perchè son trugli;

Ma 'n foglia; e l'acqua corre alla borrana.

Chintana: è quell'anello a cui mirano i giostratori, e a cui drizzano i loro colpi. Qui in senso figurato e più improprio che presso il Boccaccio: Ella provar volle, come sapessono nella chintana ferire. Lab.

Facimol: fascino, fattucchieria. Trugli: il Salvini lo deriva da trogli, balbuzienti; e il Ridolfi da trullare, spetezzare. Il Francese trauler vale non istar mai fermo. C'est un garçon qui ne fait que trauler. Potrebbe appunto lagnarsi dell'indocilità di certi garzoncelli, cagion del suo male.

Ma 'n foglia: crederei che significasse son però freschi e rigogliosi, come florida pianta. L'acqua ec. e perciò il pendio della natura ne porta ad essi. Era il principio d'una canzonetta usata tra' balli dalle villanelle, e ne fa menzione il Boccaccio, dicendo di M. Belcolore: Sapeva sonare il ciembalo, e cantare; L'acqua corre alla borrana. 82.

Le 'mbandigion fur solo i rimasugli;

Ma e' potrebbe a tredici ir le paffe:

Menando il restio e' cozzar co' cespugli,

Le 'mbadigion ec. ne toccarono i soli avanzi, essendosi altri colti i primi e miglior bocconi dell'amate delizie.

A tredici: assolutamente detto s'intende del mese. Ir le paffe: suppone il Ridolfi che significhi scorrer grasso, cioè aversene copia e delizia, come dicesi paffuto, quasi di molte paffe. Quindi star paffuto, star negli agi e nelle delizie.

Menando ec. volendo essi far i restii all'altrui voglie a guisa di cavalli indocili. Cozzar ec. l'ebbero a fare con chi ne potea più di loro, e dovettero portar la soma. Comunemente cozzar co' muricciuoli.

Ciriege capponate son da gnaffe:

Ma son maggior maraviglia i baleni;

Perchè l'ha minacciato delle staffe.

Capponate: che per la pienezza del sugo stanno a bocca aperta, come se fosser castrate. Son da gnaffe: son di tal piacere da far esclamare: Gnaffe! Parla in gergo, forse di talun bene in carne e naticuto.

I baleni: indizj o lampi di cosa che ha da succedere. Rid. Con più astrusa interpretazione il Salvini: L'Iride figliuola di Taumante, cioè dello stupore. Ma Brunetto usando balenare in significato di tentennare, i baleni sarebber certi movimenti voluttuosi da lasciarsi a' canti carnascialeschi.

Minacciato ec. come dicesse: Perlochè è venuto a minacciarlo di farlo tirare alla staffa, cioè farlo servire al suo piacere o voglia o non voglia. Il Ridolfi intende staffe per prigione.

E patrignomo fu un segaveni,

Cuginomo, Signormo, e l'oca Gianni

Lor peverada son per nuove meni.

Patrignomo: mio patrigno, l'affisso mo per mio era in uso presso gli antichi. Segaveni: uno che tiranneggia altrui per ingordigia d'interesse; sanguisuga. Il Salvini spiega chirurgo.

Peverada: propriamente è brodo, così detto dal pepe, con cui si condiva. Essere una stessa peverada vuol dire esser tuttuno con talaltro, esser d'un brodo stesso. Meni: probabilmente per mene, intrighi, maneggi; onde star nelle mene.

E valicati sono i semplici anni;

E non mel succio al certo delle dita

Per le susine crepole ch'affanni.

Valicati ec. non son più qui tempi, non se ne trova più, di quella buona gente di prima.

Non mel succio ec. non me lo cavo dall'unghie; cioè non è un arcigogolo di mia fantasia, ma pur troppo è vero.

Per le susine ec. e tu lo provi in que' bocconi amari, che ti tocca a inghiottire. Il Ridolfi crede che susine crepole sian lo stesso che bozzacchi, cioè susine intisichite e non mature; così terra crepoli per terra selvatica.

E sirocchiama pare sbalordita;

Nipotimi con ziemi stanno baggi,

Perch'hanno la minestra lor condita.

Baggi: stan come tanti baccelloni o baggei, perchè non han più a che pensare. Il Salvini lo trae da fave baggiane, che sono assai grosse, e fanno nel Regno di Napoli; Lat. fabæ bajanæ.

La minestra ec. hanno acconciate le cose loro. Oggi dicesi accomodarsi l'uova nel paniere.

Ed io stommi perchè non son maggi,

Perchè mi dilettai senza diletto,

A secco gracidando con dannaggi.

Stommi: non mi muovo, non son per farne risentimento; poichè non per questo son eglino di me (maggi) maggiori, perchè per mia disgrazia mi dilettai ec.

A secco: senz'aver bevuto. Gracidando: parlando com'un briaco. Tu farnetichi a santà, e ansani a secco. Laber. Segue a dire che per sua sventura provava i danni de' diletti senz'averli goduti; come chi senz'aver bevuto è briaco.

A suon di cornamusa ebbi 'l gambetto,

E alle gote spesso gliel percossi;

E gamba di cicala, e culo stretto.

A suon ec. lo stesso che far cornamusa, cioè inzampognare alcuno, minchionarlo. Ebbi 'l gambetto: fui escluso dalla combriccola con solenne minchionatura; mi toccò a star da fuori, ti, dov'altri si solazzavano.

Alle gote ec. far che voglia dire: Ce lo rinfacciai più volte, ce lo gettai più volte sul viso.

E gamba ec. ebbi il malanno per tutti i versi; e come direbbesi, il coltello non tagliava, e il pane era duro. Il verso, dice il Ridolfi, è proverbiale, e più disonesto di quel che convenga parlarne.

Bioccolo scalterito e arcidossi!

E la tristizia fitta è troppo arcigna;

E 'l fico malandrin paragonossi.

Bioccolo: la plebe usa dire: Egli è un bioccolo, cioè un tristo, un briccone; da levare i bioccoli, che dicesi figuratamente per rubare. Rid. Scalterito: scaltrito, astuto. Arcidossi: cornuti. È in tuono d'epifonema: O birbi e cornuti che sono!

La tristizia: l'iniquità in essi (fitta) incarnata è tanto nera e maligna, che ne fa orridi e arcigni i lor medesimi volti.

Fico: persona lacera ne' panni a guisa di fico. Salv. Quello straccion furfante vi fu anch'egli a far le sue prove; paragonossi.

Da Cigoli de' corbi avesti pigna:

Verso mercoledì la cieca lasca

Rimira a squarciasacco la matrigna.

Cigoli: Castello tra Firenze e Pisa nelle vicinanze di Sanminiato, nelle cui pianure svernano molti corvi. Pigna: perchè non pochi pini sono ne' contorni di Cigoli. Il Salvini intende pigna di corbi, cioè quantità di corvi. Il sentimento dipende da qualche allusione a noi ignota.

Verso mercoledì: dicesi volgarmente che si guarda verso mercoledì, quando non si sta attento ad una cosa, ma si vaga coll'occhio. Lasca: pesce d'acqua dolce; qui per soprannome, come per soprannome il Grazzini fu detto il Lasca. Rid.

A squarciasacco: oggi a stracciasacco, e vale guardar con dispetto, e con faccia brusca. Questa terzina di passaggio, dipendente da un principio ignoto, si sottrae alla nostra intelligenza.

Meglio è pincione in man che tordo in frasca,

Ch'a strangolarsi è ire a ripentaglio:

Il ghioro con la gru l'occhio ti pasca.

Pincione: fringuello. È un proverbio che significa esser meglio il poco sicuro, ch'il molto dubbioso ed incerto.

Strangolasi: fare sforzo colla gola per trarne più gagliarda la voce. Segue il senso: Meglio è contentarsi del poco; perchè il troppo volere è cimentarsi a qualche pericolo.

Ghioro: forse è scorrezione di ghiozzo, pesciolino messo dal Berni fragli squisiti, ma goffi. M. Daubenton osserva, che questo pesce avido della carne pescasi in gran quantità gettandosi nell'acqua una testa di cavallo o di bove. Si sa al contrario l'accortezza delle gru, fralle quali una rinunzia al proprio riposo per vegliare alla sicurezza comune. Perciò il senso: Ti sia d'esempio il ghiozzo, che perdesi per troppo bramare; e la gru, che vive sicura col non tutto volere.

Metti serpillo, sermollin, seraglio,

L'uvola in su non ci recasti mai;

E otta per vicenda m'abbarbaglio.

Serpillo ec. erbe che s'adoprano per rendere appetitose le vivande. In sostanza vuol dire: Fa quanto puoi per istuzzicarci l'appetito. Il Salvini dice che scherza sul Ser, titolo de' Notari.

L'uvola ec. l'ugola nell'appetirsi il cibo s'allunga e s'alza. Per quanto dunque tu sappia fare, mai non ti riuscì di tirarci al boccone, com'i pesci all'amo.

Otta per vicenda: è un modo di dire che vale ad ora ad ora. M'abbarbaglio: eppure me lo mostri talora in sì dilettevole aspetto alla fantasia, che par che m'allucini. E quanto volgo più la fantasia, Più m'abbarbaglio, nè me ne correggio. Dondi al Petr.

Cacajuola non ebbi, e meriggiai:

E il letame porta l'asinello,

E spesso è ricoperto per li vai.

Cacajuola ec. non mi mosse stimolo d'alcuna voglia, come chi è sollecitato da inquieto ventre. Perciò meriggiai; mi stetti com'un papa, sedendomi tranquillo all'ombra di state.

Il letame ec. questi due verbi proverbian la stoltezza di coloro, che si compiacciono di cose superiori al proprio stato. Rid. Niuna stolta brama giunse a strascinarmi; mentre ben so che l'asinello è destinato a portar letame, sebben per accidente sia talora rivestito di (vai) preziose pelli.

E dommi in testa di monte morello;

La lingua va dove gli duole il dente.

Che muggioli per uno scontrinello?

Dommi ec. dar per la testa di monte morello è star fra se medesimo fantasticando, malinconico e pensieroso. Ridolfi.

La lingua ec. detto proverbiale, esprimente ch'il discorso o il pensiero torna sempre ad aggirarsi su quelle cose, da cui l'animo è tocco altamente.

Che muggioli: com'un altro, o egli medesimo riprendesse a se stesso: A che mai cotesto lamento e piagnistero per uno scontrinello? per uno sciauratello? Diminutivo di scontrino, impertinentello che sempre insolente ti si fa incontro.

E di mala bozzina son le lente;

E in galea ti mise co' suoi motti:

E perch'egli ha ritidio è feghinente.

Di mala ec. lenticchie di cattiva cottura, perciò di cattiva qualità. Metaforicamente per gente d'iniqua razza, e da non isperarne mai bene.

In galea ec. mettere o vendere alcuno in galea vale raggirarlo furbescamente finchè si tragga nella frode.

Ritidio: crede il Ridolfi che debba leggersi mitidio, termine popolare significante accortezza. Ritidio non è però strano fralla plebe, e val minuzzolo; dicendosi per esempio: Non ve n'è rimasto ritidio. Il senso sarebbe lo stesso, cioè perchè ha un poco di cervello e di raggiro, è feghinente: è un niente di fede, un fraudolento.

Musorno fu culattier de' cimbotti,

E fra più tristo ch'asino a gragnuola.

A pentole portollo con rimbrotti;

Musorno: il babbacchione; uno che sta com'asino stolido a muso levato. Culattier: scherzosamente, come culattario per culo. Cimbotti: i colpi che si danno in terrà da chi casca. Il suo sedere parve fatto per le cascate; cioè ci volea un tal babbacchione per cader nelle trappole di colui.

E sta ec. l'asino sotto una pioggia di gragnuola sta ad orecchie calate, e sbalordito.

A pentole: portar uno a pentole significa portarlo a cavalcion sulle spalle colle gambe pendoloni.

E poi gli fece menar la vivuola,

Pagandol poscia del lume e de' dadi;

E chi gramola spesso, e chi maciuola.

Menar la vivuola: propriamente sonar la viola; ma il volgo si serve figuratamente di questo detto per grattarsi la rogna. Rid. Gli diede rogna a grattare, gli diede guai.

Pagandol ec. que' che tengon ridotto di giuoco si fan pagar l'uso de' lumi, de' dadi, o delle carte. Sovente nel riscuoter da chi ha perduto ricevono sgarbi e strapazzi; e allora con dolente ironia dicono: E' m'ha pagato de' lumi, e de' dadi. Ridolf.

E chi gramola ec. gramolare è franger con replicati colpi gli stipiti del lino; lo stesso che maciullare, o secondo Brunetto maciuolare. Par ch'accenni la parapiglia e la baruffa delle busse sonategli. Il Ridolfi l'intende di genti che mangiano.

E pevere in comino a pisciar vadi.

Chi ha sparato a trescar; su' sciagura,

Che fece penzol per romper le stradi.

Pevere: cioè pepe. Comino: seme d'erba di tal nome, caloroso e aromatico. Gli Alemanni l'usan col sale per appetir il bevere. Questo verso è un'imprecazione, augurando a chi è baccello un orinar pungente e mordace, come fosse un infusione di pepe e di comino.

Chi ha sparato: chi ha disimparato, chi non ha più cervello per sapersi condurre nè propri affari. Trescar: trafficare, far i fatti suoi. E senza saper bene spesso quello ch'e' si treschino Varch. Stor.

Fece penzol: suo danno (su' sciagura) se poi giunse alla forca, com'assassin di strada. È detto in figura per qualunque disastro non saputo prevenire.

E' s'accovacciolò di mietitura;

E ha enfiata l'epa, e vanne a croscio

Per fare alli dì neri squarciatura,

S'accovacciolò: covacciolo è il covo che si fa nel letto da chi molto vi giace, com'avviene agli ammalati. Ond'i contadini dicono accovacciolarsi il mettersi a letto ammalato. Di mietitura: i contadini usano pure denominare i tempi delle loro faccende, come di mietitura, di battitura, di vendemmia. Ridolfi. Nella mietitura sogliono anche mangiar meglio, e meglio bevere.

Ha enfiata l'epa: ha piena e gonfia la pancia. Vanne a croscio: va traballando, non si regge in piedi.

Dì neri: giorni di digiuno. Squarciatura: frattura. Per aver fatto straccio de' digiuni, essersi abbandonato a stravizzi.

E delle grinze, e secche fave scroscio.

E non son troglio, e con pedica vivo;

Con zinghinaja più volte trangoscio.

Scroscio: romore che si fa mangiandò il biscotto, o altra cosa secca. E per aver fatto da valoroso un menar di fave smoderato. Forse tutto questo diboscio è più sconcio di quel che mostri la lettera.

Non son troglio: non sono scilinguato, la dico chiara. Con pedica ec. Dal Lat. pædicare. Salv. Sì lo confesso, la mia vita è un impasto di puerili amori. Con minor connessione il Ridolfi l'intende per pidocchieria, estrema miseria, dal Lat. pediculus.

Con zinghinaja: e spesso poi per un lento languore mi consumo e mi struggo.

Fondato egli è su l'ariento vivo

L'Abbate Gianni; or non lo stuzzicare,

Ch'egli ha del lercio assai più ch'io non scrivo.

Su l'ariento ec. quand'uno non può contenersi e star fermo, noi diciamo: Par ch'abbia addosso l'argento vivo.

L'Abbate Gianni: ne parla anche Dante; presso il quale il lercio peccato è appunto l'infame vizio de' sodomiti, fra' quali annovera lo stesso Brunetto. In somma sappi che tutti fur cherci, E litterati grandi e di gran fama, D'un medesmo peccato al mondo lerci, Inf. 15.

In visibilio non voler entrare,

Che 'l brodo non si fa per gli asinelli:

Va con mitidio, e non vi bazzicare.

In visibilio ec. non ti curare d'andar troppo avanti, cercando ciocchè a te non conviene.

Che 'l brodo ec. non son cose da tutti; non te ne venga appetito. Questo proverbio vuol dire che certe cose non son per gente di dozzina e comunale.

Va con mitidio: cammina con giudizio, bada a quel che fai. Non vi bazzicare: non v'andare attorno, lascia andare.

E' sta con guazzabuglio, e con fringuelli,

E delle frottole una serquettina,

Scamorcioli, travicoli, e spruzzelli.

E' sta ec. ripiglia a dir dell'Abbate Gianni, che se la passa in guazzabuglio, cioè in una tresca di ragazzoni, com'un civettone in mezzo a' fringuelli, che fanno una continua chiucchiurlaja. Il Ridolfi spiega: In guazzetti, mangiando fringuelli, cioè poco.

Serquettina: dozzina, qui per moltitudine confusa. Segue il senso: E se ne sta in un miscuglio di ciarle, di baje, e di scamorcioli ec.

Scamorcioli; è un peggiorativo del Franc. morceau, tritume d'una cosa. Onde scamorcioli equivalerebbe al plebeo frusticchi, ragazzettacci. Nel senso stesso travicoli, quasi salterelli; e spruzzelli, quasi sputacchiarelli.

E 'l can suo pari non vuol in cucina.

Mi ruppe 'l fuscellino, accalappiando

A una trave Amata per Lavina.

E 'l can ec. non vuol rivali, non vuol seco alla tresca chi gli possa dar fastidio.

Fuscellino: rompere il fuscellino è spartir l'amicizia. Accalappiando: accalappiare è ingannar col laccio gli uccelletti. Amata: madre di Lavinia, appiccatasi per la morte di Turno promesso sposo alla figlia. Meco spartì l'amicizia, badando a farmi restar nel laccio non altrimenti che l'infelice Amata.

Lo scudelliere ha marcio, e va singando:

A biotto su la paglia e' balenoe

Per non aver le conche, e origliando.

Scudelliere: invece di scudiere, cortigiano. Marcio: termine di giuoco, e val posta doppia. Usasi figur. in buono e cattivo significato. Bisogna dir male d'ognuno, perchè abbian paura a dirne di te, o almeno non ti si dia marcio. Varch. Suoc. Singando: singhiozzando, fignolando. Rid.

A biotto: malamente, alla peggior maniera. Balenoe: in senso metaforico dicesi appunto de' cortigiani che balenano, cioè traballano e stan per cadere dalla grazia de' lor padroni, e perciò anche di lor fortuna.

Non aver conche: gergo per dire non aver con che, cioè non aver denari, con cui riparare a sinistri eventi. Salvin. Origliando: nè potendo far altro che star a orecchie tese per pigliar lume.

E Gherardo Ventraja il rincalzoe:

Quel che 'n pentola bolle ben lo saccio;

E per li dindi si rinfalconoe.

Rincalzoe: detto figur. dal rincalzar le piante; e vale lo sostenne, l'appoggiò nella disgraziata decadenza.

Quel che ec. proverbio che significa so come va la faccenda, so io tutto il mistero di quest'affare.

Dindi: denari; voce fanciullesca derivata dal suono din din, che fan le monete cadendo. Si rinfalconoe: si ringalluzzì, rialzò la cresta. Come falco a vista della preda, così egli riprese spirito a vista de' denari somministratigli.

Di ben far verso 'l gomito procaccio:

Per le tre livre tonde tien carriera,

E straluna, alle due essendo in braccio.

Gomito: sorta di misura. Proccuro di star colla misura alla mano per ben mettere in versi ciocchè ho nel cuore.

Livre: lire, o piastre. Tien carriera: sta tutto in moto, sta in ardenza per conseguire le tre piastre, che nuove (tonde) di zecca gli han ferita la fantasia.

Straluna: va col cervello in aria, pensando come farsene padrone. Essendo in braccio: cioè già in possesso delle due omai da se buscate. Rid.

A basta lena fa monna Imperiera;

Per gli andrivieni è l'oca del Mendanno

Rombosa, e sgavacchiata la somiera.

A basta lena: s'ajuta con tutte le forze, fa quanto le basta la lena. Imperiera: donna che ci pretende; detto burlescamente.

Andrivieni: giravolte di vie che sboccan qua e là. L'oca ec. allude al costume di portarsi oche in dono a' padroni de beni tenuti a livello, com'un tributo di ricognizione. Rid. Vuol dire che per tutte le strade giravano i regali di costei per cattivarsi la protezione di questo e di quello.

Rombosa: facendo strepito; da rombo. Si sente per ogni via il gracidar di quest'oche. Sgavacchiata: malconcia, piena di gavoccioli. La somiera: l'asina. E per ogni via passa l'asina tutta guidaleschi, che porta dalla villa cotesti regali.

E par percossa d'un piantamalanno;

Per la ghignata mormora e cinguetta,

E schifa volentieri il caldo ranno.

Par ec. sta in tanta costernazione cotesta monna Imperiera, che par le sia caduto addosso un qualche grave malanno.

Ghignata: riso caricato che si fa per ischerno. Una burla, una cosa da niente tutta la pone in moto.

E schifa ec. e previene tutt'i pericoli. Ciascun d'ambe le parti stette saldo, Ch'ognun cerca fuggire il ranno caldo. Malm. 9. 37.

Una gran calda io ebbi, e una stretta:

E' non ha luogo in crosta l'asinello;

E basta bene un pazzo per casetta.

Gran calda: oggi scalmana, accension di sangue. Una stretta: aver la stretta vale esser condotto a mal punto; dicendosi il grano aver la stretta, quando un gran caldo lo secca quasi ad un tratto.

Non ha ec. il pane non è fatto per gli asini; essendo crosta la corteccia del pane. Passai disgrazia, perchè non eran bocconi da par mio.

Basta ec. proverbio che significa bastar un solo a far delle stravaganze, come basta un sol pazzo a mettere in disturbo una casa.

Io fe' de' Pazzi spesso un bel castello

Palancola, Sbaraglia, e Ancreone

Prete col petrognano, e petrosello.

Io fe' ec. l'ordine è: Io feci spesso palancola, ch'è un castello della nobil famiglia de' Pazzi. Ma perchè palancola o palancolato è anche una chiusa di pali fitti in terra a guisa di siepe, perciò far palancola dicesi dalla plebe dello stare sdrajato per terra colle gambe in su e in giù. Questo è ciò che intende Brunetto, equivocando sul nome di quel castello e il detto della plebe. Rid.

Sbaraglia e Ancreone: si suppongono nomi d'altri luoghi, e da cui la plebe tolto avesse qualche simil dettato, come da Palancola; seppur non seguisse: E fo Prete Sbaraglia ec.

Petrognano: si sa solamente essere un villaggio non lungi da Firenze. Forse prendesi per qualche erba relativa a petrosello, di cui fosse fertile. Così Falerno per vino di Falerno.

Alzando i mazzi feci zibaldone

Alle peggior del sacco, e rovistando

Alla cavalleresca Scatuzzone.

Alzando i mazzi; montato in collera, alzando in tuono sdegnoso la voce. Feci zibaldone: feci un miscuglio di cose, dissi quanto mi veniva alla bocca.

Alle peggior del sacco: alla disperata. Venni alle brutte, spezzato ogni freno. Rovistando: gettando a gambe all'aria.

Alla cavalleresca: a uso di soldato in zuffa. Cavaliere anticamente diceasi per soldato. Il cherico perde il privilegio chericale, se si fece bigamo o cavaliere. Maestruz. Scatuzzone: secondo pensa il Ridolfi è soprannome di colui, che fu gettato sossopra.

Ed il pattume vien rammuricando:

Erro, cu cu andra' tu in cuccagna

Dal pero al fico sempre perperando?

Il pattume ec. rammuricare il pattume è raccogliere e rammucchiare la spazzatura. Suol dirsi d'un sordido: Egli raccatterebbe fino il pattume; quando vedesi tener conto d'ogni più vil cosa.

Cu cu: voce del cuculo. Cuculo che sei, la sbaglio? oppure col tener conto d'ogni cencio ti farai signore? Cuccagna: paese favoloso; ove fingesi copia di tutti i beni.

Dal pero al fico: sempre, da stagione a stagione. Rid. Oppure dal poco al meno, cioè da tutto. Perperando: facendo denari; da perpero, moneta Greca. Quindi sperperare, disperdere.

Del Vescovo la mula ti scalcagna.

Io già son ritornato mezz'in succhio

Per gire a bellegote, ed in benagna.

Del Vescovo ec. altro ch'andar in cuccagna; già comincia sotto di te a ciampicare la stessa mula Vescovile; già si vede la tua decadenza in povertà. Ridolf. Le mule de' Vescovi soleano essere ben pasciute; e il ciampicare in mano a costui segno era che l'orzo cominciava a mancare.

Per gire ec. pare un gergo che dinoti esser la sua passione tornata in sugo; preso bellegote per un soprannome relativo a qualche florida guancia. Ridolf.

La tigna con tignamica mi sbucchio,

Sofferendo la posola, e 'l lattime;

E la bagascia mia n'ha un buon mucchio.

La tigna ec. starsi grattando la tigna significa aver da pensare a' proprj guai. Tignamica: erba di grave odore. Mi tocca a soffrir doppia pena: ho tigna da grattare, e non ho ch'un'erba puzzolente per farlo.

La posola: striscia di sovatto, che posando sulla groppa del giumento regge lo straccale ed il basto. Lattime: male de' bambini lattanti. Mi tocca a far da asino per portar la soma; e da bambino per sopportare.

Non gite a genti brocole mie rime;

Perchè non porterebbon la gorgiera,

E farebbon di voi picciole stime.

Brocole: non dubito che venga dal Latino brochus, uomo armato di lunghe zanne prominenti a somiglianza de' porci. Perciò genti brocole o ha da intendersi genti materiali e grossolane, o genti mordaci e satiriche.

Gorgiera: armatura del collo. Non si metterebbon certo sull'armi per prender le vostre difese.

Ma gite come fa del sol la spera

A mogliama miglior che concubina;

E fiate a lei in su la primavera.

Come fa ec. vuol che vadano alla sua donna, più cara a lui che la concubina agli amanti; e vadano sul far dell'alba, e dell'alba serena di primavera, come regalo di fiori.

Come si fa di rose, della spina

Faccia di voi ghirlande a catafascio:

L'amico cesar abbia la più fina;

A catafascio: a gran fasci. Vuol che da' pungenti motti di questi versi prenda ella ampia materia da trafiggere i vizj e l'iniquità di certuni.

L'amico cesar: dicesi di persona consaputa, e ch'intendesi senza nominarsi, siccome l'amico fabio. La punta più acuta vuol che sia riserbata a punizion di costui.

Che in prigion mi vide con ambascio.

Can risegato, pisciar le die bene:

Far mi convien, com'il can d'Altopascio.

Can risegato: forse ha da dire can rinegato. Salv. Pisciar ec. è un'imprecazione, come suol dirsi ironicamente Dio gli dia bene, mentre se gli desidera male. Rid.

Far mi ec. dicesi di chi non potendo egli avere un bene, nemmen vuole ch'altri ne goda. Altopascio; più coltamente Altopasso, paese in Toscana.

E presso a connfitemini a podere,

L'anca del babbo m'ha nuovo; e spuntato

Egli è per fermo contro a suo volere.

Presso ec. esser sul confitemini è usitatissimo in senso d'esser all'estremo di qualsisia cosa; forse da' tre salmi Confitemini in fine del mattutino del sabato. A podere: a forze, a ossanza. Stando già io male in gambe ec.

L'anca ec. suol dirsi: Egli ci s'è rifatta un'anca, cioè nella tal cosa egli si è riavuto, s'è rimesso in buono stato. Stando già male in gambe, egli m'ha fatto rifar un'anca a suo dispetto. Del babbo; è grazia di lingua; e così taluno toccandosi le guance direbbe: Per questa ciccia di mamma.

E come gheppio ne son rovesciato;

Quando il giuoco è compiuto, rena rena;

E vammi grosso, e tutto m'ha storpiato.

Gheppio: uccel di Rapina, e dicesi esser rovesciato, quand'è battuto da' suoi pari. Lagnasi il Poeta ch'a se non altrimenti avvenisse.

Rena rena: detto enfatico, con cui si suol esprimere una grand'abbondanza. I contadini usan dire: Uh! tanta roba che la beata rena. Rid. Segue il senso: Perseguitato da quel malevolo, alla fin del giuoco mi trovai assai bene.

Vammi grosso: andar grosso ad uno vale esser pieno di mal umore contra di lui. Egli mi va grosso, quasi io fossi stato e non egli che ha tirato a storpiarmi, a danneggiarmi.

In gangheri tu l'hai a suo catena,

Eccetera vo dir, perch'aggio fretta;

Il can t'abbai e 'l lupo a mala mena:

Suo: invece di sua per grazia di lingua. Lei sempre come suo sposa e moglie onorando, l'amò. Bocc. 29. Qui Ser Brunetto ammaina le vele, e dice quel che gli vien detto.

A mala mena: al peggior partito. Mena: è lo stato delle cose. Or va, e vedi la lor mena. Dant. Inf. 17.

L'amata in cuffia, e la truccia in berretta.

La truccia: pensa il Ridolfi che sia qualche cosa di peggio che amata. Trucci si suol dire agli asini, pungolandoli. Del rimanente questo verso credesi un di que' modi da far capire che non se ne vuol più; come sat prata bibere.