TESORETTO DI MESSER BRUNETTO LATINI.
I.
Al valente Signore[3]
Di cui non so migliore
Su la terra trovare;
Che non avete pare
Nè 'n pace ned in guerra;
Sì ch'a voi tutta terra,
Che 'l sol gira lo giorno
E 'l mar batte d'intorno,
San fallia si convene.
Ponendo mente al bene
Che faite per usaggio,
Ed all'alto lignaggio
Donde voi sete nato;
E poi dall'altro lato
Potem tanto vedere
In voi senno e savere
Ad ogne condizione,
Ch'un altro Salamone
Pare 'n voi rivenuto,
E bene avem veduto
In duro convenente,
Dov'ogn'altro servente,
Che voi, par megliorare,
E tutt'or affinare;
E 'l vostro cor valente
Poggia sì altamente
In ogne beninanza,
Che tutta la sembianza
D'Alessandro tenete;
Che per neente avete
Terra oro ed argento.
Sì alto 'ntendimento
Avete d'ogne canto,
Che voi corona e manto
Portate di franchezza,
E di fina prodezza:
Sì ch'Achille lo prode
Ch'acquistò tanta lode,
E 'l buono Ettor Troiano,
Lancellotto, e Tristano
Non valse me' di voe,
Quando bisogno fue.
Che voi parole dite,
E poi quando venite
In consiglio, o 'n aringa,
Par ch'abbiate la lingua
Del buon Tullio Romano
Che fue 'n dir sovrano;
Sì buon cominciamento
E mezzo e finimento
Sapete ognora fare,
E parole accordare
Secondo la matera,
Ciascuna in sua manera.
Appresso tutta fiata
Avete compagnata
L'adorna costumanza,
Che 'n voi fa per usanza
Sì ricco portamento,
E sì bel reggimento;
Ch'avanzate a ragione
E Seneca, e Catone.
E posso dire 'n somma
Che 'n voi signor s'assomma,
E compie ogni bontade;
E 'n voi solo assembiate
Son sì compitamente,
Che non falla neente,
Se non com'auro fino.
Io Brunetto Latino,
Che vostro in ogni guisa
Mi son sanza divisa;
A voi mi raccomando.
Poi vi presento e mando
Questo ricco Tesoro,
Che vale argento ed oro:
Sì ch'io non ho trovato
Uomo di carne nato,
Che sia degno d'avere,
Nè quasi di vedere
Lo scritto ch'i' vi mostro
In lettere d'inchiostro.
Ad ogne altro lo nego,
Ed a voi faccio prego
Che lo tegniate caro,
E che ne siate avaro.
Ch'i' ho visto sovente
Vil tenere alla gente
Molte valenti cose:
E pietre preziose
Son già cadute 'n loco,
Che son gradite poco.
Ben conosco che 'l bene
Assai val men ch'il tene
Del tutto in se celato,
Di quel ch'è palesato:
Sì come la candela
Luce men chi la cela.
Ma io ho già trovato
In prosa ed in rimato
Cose di grand'affetto,
Che poi per gran segreto
L'ho date a caro amico:
Poi (con dolor lo dico)
Le vidi 'n man de' fanti,
E rassemplati tanti,
Che si ruppe la bolla
E rimase per nulla.
S'avem così di questo,
Sì dico che sia presto;
E di carta 'n quaderno
Sia gittata 'n inferno.
II.
Lo Tesoro comenza.
Intanto che Fiorenza
Fioriva e fece frutto,
Sì ch'ell'era del tutto
La donna di Toscana;
Ancora che lontana
Ne fosse l'una parte,
Rimossa in altra parte
Quella de' Ghibellini
Per guerra de' vicini:
Esso Comune saggio
Mi fece suo messaggio
All'alto Re di Spagna,
Ch'era Re d'Alemagna;
E la corona attende
Che Dio non la contende.
Che già sotto la luna
Non si trova persona,
Che per gentil legnaggio
Nè per alto barnaggio
Tanto degno ne fusse
Com'esto Re Nanfusse.
Ed io presi campagna,
E andai in Ispagna;
E feci l'ambasciata,
Che mi fu comandata.
E poi senza soggiorno
Ripresi mio ritorno:
Tanto che nel paese
Di terra Navarrese
Venendo per la calle
Del pian di Roncisvalle,
Incontra' uno scolaio
Sor un muletto baio,
Che venia da Bologna;
E senza dir menzogna
Molt'era savio e prode.
Ma lascio star le lode,
Che sarebbero assai.
Io gli pur dimandai
Novelle di Toscana.
In dolce lingua e piana
Elli cortesemente
Mi disse mantenente,
Ch'i Guelfi di Fiorenza
Per mala provedenza,
E per forza di guerra
Eran fuor della terra;
E 'l dannaggio era forte
Di prigione, e di morte
Ed io ponendo cura,
Tornai alla natura,
Ch'audivi dir che tene
Ogni uom ch'al mondo vene:
Che nasce primamente
Al padre ed al parente,
E poi al suo comuno.
Ond'io non so neuno,
Che volesse vedere
La sua cittade avere
Del tutto alla sua guisa,
Nè che fosse divisa:
Ma tutti per comune
Tirassero una fune
Di pace, e di ben fare:
Che già non può scampare
Terra rotta di parte.
Certo lo cor mi parte
Di cotanto dolore,
Pensando 'l grand'onore
E la ricca potenza
Che suole aver Fiorenza
Quasi nel mondo tutto.
Ond'io in tal corrotto
Pensando a capo chino,
Perdei 'l gran camino,
E tenni alla traversa
D'vna selva diversa.
III.
Ma tornando alla mente,
Mi volsi e posi mente
Intorno alla montagna;
E vidi turba magna
Di diversi animali
Ch'i' non so ben dir quali:
Ma uomini, e muliere,
Bestie, serpenti, e fiere,
E pesci a grandi schiere;
E di tutte maniere
Uccelli voladori,
Ed erba e frutti e fiori,
E pietre e margherite,
Che son molto gradite;
Ed altre cose tante
Che null'uomo parlante
Le poria nominare,
Ne 'n parte divisare.
Ma tanto ne so dire,
Ch'i' le vidi obedire;
Finire e cominciare,
Morire e generare;
E prender lor natura,
Sì com'una figura,
ch'i' vidi, comandava.
Ed ella mi sembiava
Come fosse 'ncarnata,
Talora sfigurata;
Talor toccava 'l cielo
Sì che parea suo velo:
E talor lo mutava,
E talor lo turbava.
E tal suo mandamento
Movea 'l fermamento:
E talor si spandea,
Sì che 'l mondo parea
Tutto nelle sue braccia.
Or le ride la faccia,
Un'ora cruccia e dole,
Poi torna come sole.
Ed io ponendo mente
All'alto convenente,
Ed alla gran potenza
Ch'avea, e la licenza;
Vscii di reo pensero
Ch'i' aveva 'n primero.
Ed ei proponimento
Di fare un ardimento,
Per gire 'n sua presenza
Con degna reverenza:
In guisa che vedere
La potessi, e savere
Certanza di suo stato.
E poi ch'i' l'ei pensato
N'andai davanti lei,
E drizzai gli occhi miei
A mirar suo cor saggio.
E tanto vi diraggio
Che troppo par gran festa,
Il capel della testa:
Sì ch'io credea che 'l crine
Fusse d'un oro fine
Partito senza trezze;
E l'altre sue bellezze,
Ch'al volto son congionte
Sotto la bianca fronte.
Li belli occhi e le ciglia,
E le labbra vermiglia,
E lo naso affilato,
E lo dente argentato,
La gola biancicante;
E l'altre beltà tante
Composte ed assettate,
E 'n suo loco ordinate,
Lascio che non le dica
Non certo per fatica,
Nè per altra paura:
Ma lingua nè scrittura
Non saria sufficiente
A dir compitamente
Le bellezze ch'avea;
Nè quant'ella potea
E 'n aera e 'n terra e 'n mare,
E 'nfare ed in disfare,
E 'n generar di novo
O di concetto o d'uovo,
O d'altra conincianza;
Ciascuna a sua sembianza,
E vidi 'n sua fattura,
Ched ogne creatura
Ch'avea cominciamento,
Veniva a finimento.
IV.
Ma poi ch'ella mi vide,
La sua cera che ride
In ver di me si volse;
E poi a se m'accolse
Molto bonariamente.
E disse mantenente:
I' sono la Natura,
E sono la fattura
Del sovrano fattore;
Elli è mio creatore;
I' son da lui creata,
E fui 'ncominciata:
Ma la sua gran possanza
Fue senza comincianza.
El non fina nè muore;
Ma tutto mio labore,
Quanto ch'esso l'allumi,
Conven che si consumi,
Ess'è onnipotente,
Io non posso neente,
Se non quant'ei concede.
Esso tutto prevede,
Ed è in ogne fato;
E sa ciò ch'è passato,
E 'l futuro e 'l presente:
Ma i' non son saccente,
Se non di quel ch'e' vuole.
Mostrami come sole
Quello che vuol ch'i' faccia,
E che vuol ch'i' disfaccia
Ond'io son sua ovrera
Di ciò ch'esso m'impera.
Così 'n terra ed in aria:
Ond'io son sua vicaria
Esso dispone 'l mondo.
Ed io poscia secondo
Lo suo ordinamento
I' guido a suo talento.
V.
A Te dico che m'odi,
Che quattro son li modi
Che colui che governa
Lo secolo ineterna.
Mise operamento
Allo componimento.
Ma tutte quante cose
Son palese ed ascose.
L'una ch'eternalmente
Fue 'n divina mente
Imagine e figura
Di tutta sua fattura;
E fue questa semblanza
Lo mondo 'n similianza.
Dipoi al suo parvente
Si creò di niente
Una grossa matera,
Che non avea manera;
Ma si fue di tal norma
Nè figura nè forma,
Ch'inde potea ritrare
Ciò che volse formare.
Poi lo suo 'ntendimento
Mettendo a compimento,
Sì lo produsse in fatto;
Ma nol fece sì ratto,
Nè non ci fue sì pronto.
Che in un solo punto,
Com'ell'avea podere,
Lo volesse compiere;
Ma sei giorni durao,
E 'l settimo posao.
VI.
Appresso il quarto modo
È questo d'ond'io godo:
E ad ogni creatura
Dispose per misura
Secondo 'l convenente
Suo corso e sua semente.
E 'n questa quarta parte
Ha loco la mia arte:
Sì che cosa che sia
Non ha nulla balia
Di far nè più nè meno,
Se non a questo freno.
Ben dico veramente
Che Dio onnipotente
Quello ch'è capo e fine,
Per gran forze divine
Puote 'n ogne figura
Alterar la natura;
E far suo movimento
Di tutt'ordinamento.
Sì come dei savere
Quando degnò venere
La maestà sovrana
A prender carne umana
Nella virgo Maria:
Che 'ncontro l'arte mia
Fu 'l suo 'ngeneramento,
E lo suo nascimento;
Che davanti e dopoi,
Sì come savem noi,
Fue netta e casta tutta,
Vergene non corrutta.
Poi volse Dio morire
Per voi gente guarire,
E per vostro soccorso.
Allor tutto mio corso
Mutò per tutto 'l mondo
Dal ciel fin lo profondo:
Che lo sole scurao
E la terra tremao.
Tutto questo avvenia
Che 'l mio Signor patia.
E perciò col mio dire
I' lo voglio chiarire;
Sì ch'io non dica motto,
Che tu non sacci 'n tutto
La verace ragione,
E la condizione.
Farò mio ditto piano,
Che pur un solo grano
Non fia che tu non sacci.
Ma vo' che tanto facci
Che lo mio dire apprendi;
Sì che tutto lo 'ntendi.
E s'i' parlassi scuro,
Ben ti faccio securo
Dicerloti 'n aperto;
Sì che ne sii ben certo.
Ma perciò che la rima
Si stringe ad una lima
Di concordar parole,
Come la rima vole:
Sì che molte fiate
Le parole rimate
Ascondon la sentenzia
E mutan la 'ntendenzia;
Quando vorrò trattare
Di cose che rimare
Tenesse oscuritade,
Con bella brevitade
Ti parlerò per prosa:
E disporrò la cosa,
Parlandoti 'n volgare,
Che tu 'ntenda ed appare.
VII.
Omai a ciò ritorno,
Che Dio fece lo giorno,
E la luce gioconda,
E cielo e terra ed onda;
E l'aere creao
E li angeli formao,
Ciascun partitamente;
E tutto di neente.
Poi la seconda dia
Per la sua gran balia
Stabilì 'l fermamento
E 'l suo ordinamento.
Il terzo (ciò mi pare)
Specificò lo mare,
E la terra divise;
E 'n ella fece e mise
Ogne cosa barbata,
Ch'è 'n terra radicata.
Al quarto die presente
Fece compitamente
Tutte le luminarie,
Stelle diverse e varie.
Nella quinta giornata
Sì fùe da lui creata
Ciascuna creatura,
Che nuota in acqua pura.
Lo stesso die fu tale,
Che fece ogne animale;
E fece Adam ed Eua,
Che poi rupper la tregua
Del suo comandamento.
Per quel trapassamento
Mantenente fu miso
Fora del paradiso;
Dov'era ogne diletto
Senza niuno eccetto
Di freddo o di calore,
D'ira nè di dolore.
E per quello peccato
Lo loco fue vietato
Mai sempre a tutta gente:
Così fu l'uom perdente.
D'esto peccato tale
Divenne l'uom mortale;
Ed ha lo male e danno,
E lo gravoso affanno
Qui e nell'altro mondo.
Di questo grave pondo
Son li uomini gravati,
E venuti 'n peccati:
Perchè 'l serpente antico
Ched è nostro nemico,
Sedusse a ria manera
Quella prima muliera.
Ma per lo mio sermone
Intendi la cagione,
Perchè fu ella fatta,
E della costa tratta.
Perch'ella l'uomo atasse;
Poichè moltiplicasse:
E ciascun si guardasse,
Con altra non fallasse.
Se mai 'l cominciamento
E 'l primo nascimento
Di tutte creature
Ch'ho detto senne cure:
Ma sacci che 'n due guise
Lo fattor le divise;
Che tutte veramente
Son fatte di niente.
Ciò son l'anime, e 'l mondo,
E li angeli secondo.
Ma tutte l'altre cose,
Quantunque dicer ose,
Son d'alcuna manera
Fatte per lor matera.
VIII.
E poich'ell'ebbe detto,
Davante al suo cospetto
Mi parve ch'i' vedesse,
Che gente s'accogliesse
Di tutte le nature:
Sì come le figure
Son tutte divisate
E diversificate.
Per domandar ad essa
A ciascun sia permessa
Sua domanda compiere.
Ella che n'ha 'l potere
Ad ogne una rendea
Ciò ched ella sapea,
Che suo stato rechiede.
Così 'n tutto provede,
Ed io sol per mirare
Lo suo nobile affare,
Quasi tutto smarrio.
Ma tant'era 'l disio,
Ch'i' avea di sapere
Tutte le cose vere
Di ciò ch'ella dicea;
Ch'ogne ora mi parea
Maggior che tutto 'l giorno:
Sì ch'io non volsi torno,
Anzi m'inginocchiava;
E mercè le chiamava,
Per Dio che le piacesse
Ched'ella mi compiesse
Tutta la grande storia,
Dond'ella fa memoria.
E va, diss'essa, via
Amico: ben vorria,
Che ciò che vuoli 'ntendere
Tu lo potessi apprendere
E lo sottile 'ngegno,
E tanto buon ritegno
Avessi, che certanza
D'ogne una sottiglianza
Ch'i' volesse ritrare
Tu potessi apparare;
E ritenere a mente
A tutto 'l tuo vivente.
E cominciò di prima
Al sommo ed alla cima
Delle cose create
Di ragione 'nformate;
D'angelica sustanza
Che Dio a sua sembianza
Criò alla primiera.
Di sì ritta maniera
Li fece 'n tutte guise,
Che non li furo affise
Tutte le buone cose
Valenti e preziose;
E tutte le virtute,
Ed eterna salute,
E diede lor bellezza
Di membra e di clarezza:
Sì ch'ogni cosa avanza
Beltade e beninanza.
E fece lor vantaggio
Tal com'i' ti diraggio,
Che non posson morire
Nè unque mai finire.
E quando Lucifero
Si vide così crero,
Ed in sì grande stato
Gradito ed onorato;
Di ciò s'insuperbio:
E contr'al vero Dio,
Quelli che l'avea fatto,
Pensato di mal tratto;
Credendosi esser pare.
Così volle locare
Sua sedia in aquilone:
Ma la sua pensagione
Li venne sì falluta,
Che fue tutta abbattuta
Sua folle sconcordanza
In sì gran malenanza.
Che s'i' voglio ver dire,
Chi lo volse seguire
O tenersi con esso,
Del regno fuor fu messo;
E piovvero 'n inferno
In fuoco sempiterno.
Appresso primamente
In loco di serpente
Ingannò con lo ramo
Ed Eva e poi Adamo.
E chi che nieghi o dica
Tutta la gran fatica,
La doglia e 'l marrimento,
Lo danno e 'l pensamento,
E l'angoscia e le pene,
Che la gente sostene?
Lo giorno 'l mese e l'anno
Venne di quello 'nganno.
E 'l laido 'ngenerare,
E lo grave portare;
E lo parto doglioso,
E 'l nudrir faticoso
Che voi ci sofferete,
Tutto perciò l'avete.
E 'l lavorio di terra,
Invidia e astio e guerra;
Omicidio e peccato
Di ciò fu generato.
Che 'nnanti questo, tutto
Facea la terra frutto
Senza nulla semente,
O briga d'uom vivente.
Ma sta sottilitate
Tocca a Divinitate:
Ed i' non mi trametto
Di punto così stretto;
E non aggio talento
A sì gran fondamento
Trattar con uomo nato.
Ma quello che m'è dato
I' lo faccio sovente:
Che se tu poni mente,
Ben vedi li animali
Ch'i' non li faccio iguali
Nè d'una concordanza
In vista nè 'n sembianza.
E d'erbe e fiori e frutti,
Così l'alberi tutti,
Vedi che son divisi
Le nature e li visi.
A ciò ch'i' t'ho contato
Che l'uomo fu plasmato,
Poi ogne creatura;
Se ci ponesti cura,
Vedrai palesemente
Che Dio onnipotente
Volle tutto labore
Finir nello migliore:
Ch'a chi ben incomenza
Audivi per sentenza,
Che ha ben mezzo fatto.
Ma guardi poi lo tratto:
Che di reo compimento
Avem dibassamento
Di tutto 'l convenente.
Ma chi oratamente
Fina suo cominciato,
Dalla gente è lodato:
Sì come dice un motto
La fine loda tutto.
E tutto ciò che face,
O pensa o parla o tace,
In tutte guise 'ntende
Alla fine ch'attende.
Donqua è più graziosa
La fine d'ogne cosa,
Che tutto l'altro fatto.
Però ad ogne patto
Dee uomo antivedere
Ciò che porrà seguire
Di quello che comenza,
Che ha bell'apparenza.
Che l'uom, se Dio mi vaglia,
Creato fu san faglia
La più nobile cosa
E degna e preziosa
Di tutte creature:
Così quel ch'è 'n alture,
Li diede signoria
D'ogne cosa che fia,
In terra figurata,
Ver è ch'è viziata
Dello primo peccato,
Donde 'l mondo è turbato.
Vedi ch'ogni animale
Per forza naturale
La testa e 'l viso bassa
Verso la terra bassa,
Per far significanza
Della grande bassanza
Di lor condizione,
Che son senza ragione;
E seguon lor volere
Senza misura avere.
Ma l'uomo ad altra guisa
Sua natura divisa
Per vantaggio d'onore;
Che 'n alto a tutte l'ore
Mira per dimostrare
Lo suo nobile affare:
Ch'egli ha per conoscenza
E ragione e scienza.
Dell'anima dell'uomo
Io ti diraggio como
È tanto degna e cara,
E nobile e preclara,
Che puote a compimento
Aver conoscimento
Di ciò ch'è ordinato;
Sol se non fu servato
Vo divina potenza.
Però senza fallenza
Fu l'anima locata,
E messa consolata
Nello più degno loco,
Ancor che paia poco;
Ed è chiamato core.
Ma 'l capo n'è signore,
Che molt'è degno membro:
E s'io ben vi rimembro,
Ess'è lume e corona
Di tutta la persona.
Ben è vero che 'l nome
È divisato; come
La forza e la scienza,
Che l'anima 'mpotenza,
Si divide e si parte;
Ed aura in plusor parte.
Che se tu poni cura,
Quando la creatura
Vedem vivificata;
È l'anima chiamata.
Ma la voglia e l'ardire,
Usa la gente dire:
Quest'è l'animo mio;
Questo voglio e desio.
E l'uom savio e saccente
Dicon ch'ha buona mente.
E chi sa giudicare,
E per certo ritrare
Lo falso e lo deritto;
Ragion è 'n nome ditto.
E chi saputamente
Un grave punto sente
In fatto e 'n ditto e 'n cenno;
Quell'è chiamato senno.
E quando l'uomo spira,
La lena manda e tira;
È spirito chiamato.
Così t'aggio contato,
Che 'n queste sei partute
Si parte la virtute;
Che l'anima fu data,
E così nominata.
Nel capo son tre celle:
Ed io dirò di quelle.
Davanti è lo ricetto
Di tutto lo 'ntelletto;
E la forza d'apprendere
quello che puote 'ntendere.
In mezzo è la ragione,
E la discrezione,
Che scerne bene e male;
E lo terno è l'iguale.
Di retro sta con gloria
La valente memoria,
Che ricorda e ritene
Quello che 'n essa vene.
Così se tu ripensi
Son fatti cinque i sensi,
Li qua' ti voglio dire:
Lo vedere, e l'udire;
L'odorare, e 'l gustare;
E appresso lo toccare.
Questi hanno per offizio,
Che l'olfato e lo vizio,
Li fatti e le favelle
Riportano alle celle,
Ch'i' v'aggio nominate:
E loco son posate.
IX.
Ancor son quattro umori
Di diversi colori,
Che per la lor cagione
Fanno la complessione
D'ogne cosa formare,
E sovente mutare:
Sì come l'uomo avanza
Le altre 'n sua possanza.
Che l'un è signoria
Della malenconia;
La quale è fredda e secca:
Certo è di larga tecca.
Un altro n'è 'n podere
Di sangue, al mio parere,
Ch'è caldo ed umoroso,
E fresco e gioioso.
E flemma 'n alto monta,
Ch'umido e freddo pronta;
E par che sia pesante:
Quell'uomo è più pensante.
Poi la collera vene,
Che caldo e foco tene;
Che fa l'uomo leggiero,
E presto e talor fiero.
E queste quattro cose
Così contrariose,
E tanto disiguali
In tutti l'animali
Si convene accordare;
E di lor temperare,
E refrenar ciascuno:
Sì ch'i' li rechi ad uno,
Sì ch'ogne corpo nato
Ne sia complessionato.
E sacci ch'altramente
Non sen faria niente.
X.
Altresì tutto 'l mondo
Dal ciel fin al profondo
È di quattro elemente
Fatto ordinatamente:
D'aria, d'acqua, e di foco;
E dentro in suo loco,
Che per fermarlo bene
Sottilmente convene
Lo freddo per calore,
E 'l secco per umore,
E tutti per ciascuno
Sì refrenare ad uno,
Che la lor discordanza
Ritorni 'n aguaglianza,
Ch'è ciascuno contraro
All'altro ch'è disvaro:
Ogni uomo ha sua natura
E divisa figura;
E son tuttor dispare.
Ma i' li faccio pare;
E tutta lor discordia
Ritorno alla concordia:
Che io per lor ritegno
Lo mondo, e lo sostegno;
Salva la volontade
Della Divinitade.
Ben dico veramente,
Che Dio onnipotente
Fece sette pianete,
Ciascuna 'n sua parete;
E dodici segnali:
I' ti dirò ben quali.
E fu lo suo volere
Di donar lor podere
In tutte creature,
Secondo lor nature.
Ma senza fallimento
Sotto mio reggimento
È tutta la lor arte:
Sì che nessun si parte
Dal corso ch'i' ho dato,
A ciascun misurato.
E dicendo lo vero
Cotal è lor mistero,
Che metton forza e cura
In dar freddo e calura;
E piova e neve e vento,
Sereno e turbamento.
E s'altra provedenza
Fu messa 'n lor potenza,
Non ne farò menzione:
Che piccola cagione
Ti poria far errare:
Che tu de' pur pensare,
Che le cose future,
E l'aperte e le scure
La somma maestade
Ritenne 'n potestade.
Ma se da Astorlomia
Vorrai saper la via
Della luna e del sole,
(Come saper si vuole)
E di tutte pianete;
Qua 'nnanzi 'l troverete
Andando 'n quelle parti,
Ove son le sette arti.
Ben so che lungamente
Intorno al convenente
Abboti ragionato;
Sì ch'i' t'abbo contato
Una lunga matera,
Certo 'n breve manera.
E se m'hai bene inteso,
Nel mio dir ho compreso
Tutto 'l cominciamento,
E 'l primo movimento
D'ogne cosa mondana,
E della gente umana:
Ed hotti detto un poco,
Come s'avvene loco,
Della Divinitate:
Ed holle tralasciate,
Sì come quella cosa
Ch'è sì preziosa;
E sì alta e sì degna,
Che non par che s'avvegna
Chi mette 'ntendimento
In sì gran fondamento.
Ma tu semplicemente
Credi veracemente
Ciò che la Chiesa santa
Ne predica e ne canta.
Appresso t'ho contato
Del ciel com'è stellato,
Ma quando fie stagione,
Udirai la ragione
Del ciel com'è ritondo,
E del sito del mondo;
Ma non sarà per rima,
Come questo di prima;
Ma per piano volgare
Ti fia detto l'affare,
E dimostrato aperto,
Come sarai più certo.
XI.
Ond'i' ti prego omai
Per la fede che m'hai,
Che ti piaccia partire:
Ch'a me conviene gire
Per lo mondo d'intorno;
E di notte e di giorno
Avere studio e cura
In ogne creatura,
Ch'è sotto mio mistero.
E faccio a Dio preghiero,
Che ti conduca e guidi
In tutte parti fidi.
Appress'esta parola
Voltò 'l viso e la gola;
E fattami sembianza
Che senza dimoranza
Volesse visitare
E li fiumi e lo mare.
E senza dir fallenza,
Ben ell'ha gran potenza:
Che s'io vo dir lo vero
Il suo alto mistero
È una maraviglia,
Ch'in un'ora compiglia
E cielo e terra e mare,
Compiendo suo affare.
Che così poco stando,
Al suo breve comando
I' vidi apertamente,
Come fosse presente.
Li fiumi principali
Che son quattro; li quali
Secondo lo mio avviso
Muovon di Paradiso:
Ciò son Tigris, Fison,
Eufrates, e Geon.
L'un se ne passa a destra,
L'altro ver la sinestra;
Lo terzo corre 'n quae,
Lo quarto va in lae:
Sì ch'Eufrates passa
Ver Babilone cassa
In Messopotamia;
E mena tuttavia
Le pietre preziose,
E gemme dignitose
Di troppo gran valore
Per forza e per colore.
Geon va 'n Etiopia,
E per la grande copia
D'acqua che 'n esso abbonda,
Bagna della sua onda
Tutta terra d'Egitto;
E fa meglio a deritto
Una volta per anno;
E ristora lo danno
Che l'Egitto sostene,
Che mai piova non vene.
Così serva suo filo,
Ed è chiamato Nilo:
D'un suo ramo si dice,
Ch'è chiamato Calice.
Tigris tien altra via,
Che corre ver Soria
Sì smisuratamente
Che non è uom vivente,
Che dica che vedesse
Cosa che sì corresse.
Fison va più lontano;
Ed è da noi sì strano,
Che quando ne ragiono
I' non trovo nessuno
Che l'abbia navigato,
O 'n quelle parti usato.
Ed in poca dimora
Provede per misura
Le parti di Levante:
Là dove sono tante
Gemme di gran vertute,
E di molta salute;
E sono 'n quello giro
Balsamo ed ambra e tiro,
E lo pepe e lo legno
Aloè ch'è sì degno;
E spigo e cardamomo,
Gengiove e cinamomo;
Ed altre molte spezie
Ciascheduna 'n sua spezie;
E meglio oro, e più fina
E sana medicina.
Appresso 'n questo poco
Misero a retto loco
Le tigri e li grifoni,
Allifanti e leoni,
Cammelli e dragumene
E badalischi e gene,
E pantere e castoro;
Le formiche dell'oro,
E tant'altri animali,
Ch'i' non so ben dir quali:
Che son sì divisati,
E sì dissimigliati
Di corpo e di fazione;
Di sì fera ragione,
E di sì strana taglia,
Che non credo san faglia
Ch'alcun uomo vivente
Potesse veramente
Per lingua o per scritture
Recitar le figure
Delle bestie e d'uccelli:
Tanti son, laidi e belli.
E vidi mantenente
La regina possente,
Che stendeva la mano
Verso 'l mare Oceano:
Quel che cinge la terra,
E che la cerchia e serra;
Ed ha una natura
Ch'a veder ben è dura,
Ch'un'ora cresce molto
E fa grande tomolto,
Poi torna in dibassanza.
Così fa per usanza;
Or prende terra, or lassa
Or monta ed or dibassa;
E la gente per motto
Dice ch'ha nome fiotto.
Ed io ponendo mente
Là oltre nel Ponente
Appress'a questo mare,
E vidi ritte stare
Gran colonne; le quali
Ci mise per segnali
Ercules il potente
Per mostrare alla gente,
Che loco sia finata
La terra e terminata:
Ch'elli per forte guerra
Avea vinta la terra
Per tutto l'Occidente,
E non trovò più gente.
Ma dopo la sua morte
Si son genti raccorte,
E sono oltre passati;
Sì che sono abitati
Di là in bel paese,
E ricco per le spese,
Di questo mar ch'i' dico.
Vidi per uso antico
Nella profonda Spagna
Partire una rigagna
Di questo nostro mare
Che cerca (ciò mi pare)
Quasi lo mondo tutto:
Sì che per suo condutto
Ben può chi sa dell'arte
Navigar tutte parte.
E' gitta 'n questa guisa
Da Spagna fino a Pisa;
La Grecia, e la Toscana,
In terra Ciciliana;
E nel Levante dritto,
Ed in terra d'Egitto.
Ver è che 'n Oriente
Lo mar volta presente
Lo Sottentrione
Per una regione,
Dove lo mar non piglia
Terra che sia sei miglia.
Poi ritorna 'n ampiezza,
E poi 'n tale strettezza,
Ch'i' non credo che passi
Che cinquecento passi.
Di questo mar si parte
Lo mar che noi disparte
Là nella regione
Di Vinegia e d'Ancone.
Così ogne altro mare
Che per la terra pare,
Di traverso o d'intorno
Si muove, e fa ritorno
In questo mar Pisano,
Ov'è 'l mare Oceano.
Ed io che mi sforzava
Di ciò ched io mirava
Saper lo certo stato;
Tant'andai d'ogni lato
Per saper la natura
D'ognuna creatura;
Ch'i' vidi apertamente
Davanti al mio vedente
Di ciascuno animale
E lo bene e lo male;
E la condizione,
E la generazione,
E lo lor nascimento,
Lo lor cominciamento;
E tutta lor usanza,
La vista e la sembianza.
Ond'i' aggio talento
Nel mio parlamento
Tener ciò ch'i' ne vidi,
Non dico ch'i' m'affidi
Di contarle per rima
Dal piè fin alla cima;
Ma bel volgare e puro,
Tal che non fia oscuro,
Vi dicerà per prosa
Quasi tutta la cosa
Qua 'nnanzi dalla fine,
Perchè paia più fine.