Da poi ch'alla Natura
Parve che fosse l'ora
Del mio dipartimento,
Con gaio parlamento
Mi cominciò a dire
Parole da partire.
Con grazia e con amore
Facendomi onore,
Disse: fi' di Latino
Guarda che 'l gran camino
Non trovi esta semmana.
Ma questa selva piana
Che tu vedi a senestra,
Cavalcherai a destra.
Non ti paia travaglia,
Che tu vedrai san faglia
Tutte le gran sentenze
E le dure credenze.
E poi dall'altra via
Vedrai Filosofia,
E tutte sue sorelle.
Poi udirai novelle
Delle quattro vertuti;
E se quindi ti muti,
Troverai la Ventura
A cui si pone cura,
Che non ha certa via.
Vedrai Baratteria,
Che 'n sua corte si tene
Di dire e 'l male e 'l bene
E se non hai timore,
Vedrai lo Dio d'amore;
E vedrai molta gente
Che servono umilmente;
E vedrai le saette
Che fuor dell'arco mette.
Ma perchè tu non cassi
In quelli duri passi,
Ti porta questa 'nsegna
Che nel mio nome regna.
E se tu fussi giunto
D'alcun gravoso punto;
Tosto la mostra fuore:
Nè fia sì duro core,
Che per la mia temenza
Non t'abbia reverenza.
Ed io gecchitamente
Ricevetti presente
La 'nsegna che mi diede.
Poi le baciai lo piede,
E mercè le chiamai;
Ch'ella m'avesse omai
Per suo accomandato.
E quando fui girato
Già più non la rividi.
Or conven ch'i' mi guidi
Ver là dove mi disse,
Anzi che si partisse.
XIII.
Or va mastro Brunetto
Per un sentiero stretto,
Cercando di vedere,
E toccare e sapere
Ciò che gli è destinato.
E non fu' guari andato
Ch'i' fui nella diserta:
Sì ch'io non trovai certa
Nè strada nè sentiero.
Deh che paese fiero
Trovai 'n quella parte!
Che s'i' sapesse d'arte,
Quivi mi bisognava:
Che quanto più mirava
Più mi parea selvaggio.
Quivi non ha viaggio,
Quivi non ha persone,
Quivi non ha magione;
Non bestia non uccello,
Non fiume non ruscello,
Non formica non moscha,
Non cosa ch'i' conosca.
Ed io pensando forte
Dottai ben della morte.
E non è maraviglia:
Che ben trecento miglia
Durava d'ogni lato
Quel paese smagato.
Ma si m'assicurai
Quando mi ricordai
Del sicuro signale,
Che contra tutto male
Mi dà sicuramento.
Ed i' presi andamento
Quasi per avventura
Per una valle scura;
Tanto ch'al terzo giorno
I' mi trovai d'intorno
Un gran piano giocondo,
Lo più gaio del mondo
E lo più degnetoso.
Ma recordar non oso
Ciò ch'i' trovai e vidi.
Se Dio mi porti e guidi,
I' non sarei creduto
Di ciò ch'i' ho veduto:
Ch'i' vidi Imperadori,
E Re e gran signori,
E mastri di scienze
Che dettavan sentenze;
E vidi tante cose
Che già 'n rime nè 'n prose.
Non le poria ritrare.
Ma sopra tutti stare
Vidi un'imperadrice,
Di cui la gente dice
Che ha nome Vertute;
Ed è capo e salute
Di tutta costumanza,
E della buona usanza,
E di buoni reggimenti,
Che vivono le genti.
E vidi alli occhi miei
Esser nate da lei
Quattro regine figlie.
E strane maraviglie
Vidi di ciascheduna,
Ch'or mi parea tutt'una,
Or mi parean divise
E 'n quattro parti mise:
Sì ch'ogne uno per sene
Tenea sue proprie mene;
Ed avea suo legnaggio,
Suo corso e suo viaggio;
E 'n sua propria magione
Tenea corte e ragione:
Ma non già di paraggio
Che l'un è troppo maggio;
E poi di grado 'n grado
Ciascuna va più rado.
XIV.
Ed i' ch'avea volere
Di più certo savere
La natura del fatto,
Mi mossi senza patto
Di domandar fidanza;
E trassemi all'avanza
Della corte maggiore,
Che v'è scritto 'l tenore
D'una cotal sentenza:
Qui dimora Prudenza;
Cui la gente 'n volgare
Suole senno chiamare.
E vidi nella corte
Là dentro dalle porte
Quattro donne reali,
Con corti principali
Tenean ragione ed uso.
Poi mi tornai là giuso
Ad un altro palaggio;
E vidi 'n bello staggio
Scritto per sottiglianza:
Qui sta la Temperanza;
Cui la gente tal'ora
Suole chiamar misura
E vidi là d'intorno
Dimorare a soggiorno
Cinque gran principesse;
E vidi ch'elle stesse
Tenean gran parlamento
Di ricco 'nsegnamento.
Poi nell'altra magione
Vidi 'n un gran petrone
Scritto per sottigliezza:
Qui dimora Fortezza;
Cui tal'or per usaggio
Valenza di coraggio
La chiama alcuna gente.
Poi vidi immantenente
Quattro ricche contesse,
E genti rade e spesse
Che stavano ad udire
Ciò ch'elle voglion dire.
E partendomi un poco,
I' vidi 'n altro loco
La donna 'ncoronata,
Per una camminata
Che menava gran festa,
E tal'or gran tempesta.
E vidi che lo scritto
Ch'era di sopra scritto
In lettera dorata
Diceva: Io son chiamata
Iustizia in ogne parte.
Vidi dall'altra parte
Quattro maestri grandi;
Ed alli lor comandi
Stavano obbidienti
Quasi tutte le genti.
Così s'i' non mi sconto,
Eran venti per conto
Queste donne reali,
Che delle principali
Son nate per legnaggio,
Sì come detto v'aggio.
XV.
E s'io contar volesse
Ciò ch'i' ben vidi d'esse
Insieme ed in divise;
Non credo 'n mille guise
Che 'n scrittura capesse,
Nè che lingua potesse
Divisar lor grandore
Nel bene e nel malore.
Però più non vi dico:
Ma sì pensai con meco
Che quattro van con loro,
Cui credo ed adoro
Assai più coralmente:
Perchè lor convenente
Mi par più grazioso,
E della gente in uso:
Cortesia, e Larghezza,
Lealtà, e Prodezza.
Di tutte quattro queste
Il puro sanza veste
Dirò 'n questo libretto.
Dell'altre non prometto
Di dir, nè di rimare:
Ma chi le vuol trovare
Cerchi nel gran Tesoro,
Ch'è fatto per coloro
Ch'hanno lo cor più alto.
Là farò grande salto
Per dirle più distese
Nella lingua Franzese.
Ond'i' ritorno omai
Per dir com'i' trovai
Le altre a gran letizia
In casa di Giustizia:
Che son sue discendenti,
E nate di sue genti.
Ed i' n'andai da canto
E dimoravi tanto,
Ched io vidi Larghezza
Mostrar con gran pianezza
Ad un bel cavaliero
Come nel suo mestiero
Si dovesse portare.
E dicea, ciò mi pare:
Se tu vuoli esser mio
Di tanto t'addisio,
Che nullo tempo mai
Di me mal non avrai:
Anzi farai tutt'ore
In grandezza e 'n riccore;
Che mai uom per Larghezza
Non venne 'n poverezza.
Ver è ch'assai persone
Dicon ch'a mia cagione
Hanno l'aver perduto;
E ch'è lor divenuto,
Perchè son larghi stati.
Ma molto sono errati:
Che com'è largo quelli
Che par che s'accapelli
Per una poca cosa,
Ov'onor ha gran posa?
Ed un altro a bruttezza
Farà sì gran larghezza,
Che sia smisuranza.
Ma tu sappi 'n certanza,
Che null'ora che sia
Venir non ti poria
La tua ricchezza meno,
Se t'attieni al mio freno
Nel modo ch'i' diraggio.
Che quelli è largo e saggio,
Che spende lo danaro
Per salvar l'agostaro.
Però in ogne lato
Rimembri di tuo stato;
E spendi allegramente.
E non vo che sgomente,
Se più che sia ragione
Dispendi alla stagione:
Anzi è di mio volere,
Che tu di non vedere
T'infingi alle fiate.
De' denari o derrate
Che vanno per onore,
Pensa che sia 'l migliore.
E se cosa addivenga
Che spender ti convenga;
Guarda che sia 'ntento,
Sì che non paie lento;
Che dare tostamente
È donar doppiamente;
E dar come sforzato
Perde lo dono e 'l grato:
Che molto più risplende
Lo poco chi lo spende
Tosto e con larga mano,
Che quel che di lontano
Dispendi con larghezza.
. . . . . . . . . .
XVI.
Ma tuttavia ti guarda
D'una cosa, che 'mbarda
La gente più che 'l grado;
Cioè giuoco di dado.
Che non è di mia parte
Chi si gitta 'n tal'arte:
Ch'egli è disviamento,
E grande struggimento.
Ma tanto dico bene,
Se talor si convene
Giuocar per far onore
Ad amico o signore;
Che tu giuochi al più grosso;
E non dire: I' non posso.
Non abbi 'n ciò vilezza,
Ma lieta gagliardezza:
E se tu perdi posta,
Paia che non ti costa;
Non dicer villania,
Nè mal motto che sia.
Ancor chi s'abbandona
Per astio di persona;
O per sua vana gloria
Esce dalla memoria
A spender malamente,
Non m'aggrada neente.
E molto m'è rubello
Chi dispende 'n bordello;
E va perdendo 'l giorno
In femine d'intorno.
Ma chi di suo buon cuore
Amasse per amore
Una donna valente,
Se tal'or largamente
Dispendesse o donasse
Non sì che folleasse;
Ben lo si puote fare:
Ma nol voglio approvare.
E tengo a grande scherna
Chi dispende 'n taverna;
O chi in ghiottornia
Si gitta, o 'n beveria:
Ed è peggio ch'uom morto,
E 'l suo distrugge a torto.
Ed ho visto persone
Ch'a comperar cappone,
Perdice e grosso pesce,
Lo spender non incresce:
Come vuole, sian cari,
Pur trovinsi danari;
Si paga immantenente:
E credon che la gente
Gli le ponga a larghezza.
Ma ben è gran vilezza
Ingollar tanta cosa.
Chi già fare non osa
Conviti, nè presenti;
Ma con li propri denti
Mangia e divora tutto,
Seco ha costume brutto.
Ma s'io m'avvedesse,
Ch'egli altro ben facesse;
Unque di ben mangiare
Nol dovria biasimare.
Ma chi 'l nasconde e fugge,
E consuma e distrugge;
Solo chi ben si pasce,
Certo 'n mal punto nasce.
Acci gente di corte,
Che sono usate a corte
A sollazzar la gente:
Domandonti sovente
Danari e vestimenti.
Certo se tu ti senti
Lo poder di donare,
Ben dei corteseggiare:
Guardando d'ogne lato
Di ciascun luogo e stato.
Mangia, non ebriare:
Se tu poi megliorare
Lo dono in alto loco,
Non ti vinca per giuoco
Lusinga di buffone.
Guarda loco e stagione
Secondo che s'avvene:
Che 'l presentar ritene
Amore ed onoranza,
Compagnia ed usanza.
E sai ch'i' molto lodo,
Che tu ad ogni modo
Abbi di belli arnesi
E privati e palesi:
Sì che 'n casa e di fuore
Si paia 'l tuo onore.
E se tu fai convito,
O corredo bandito;
Fa 'l provedutamente
Che non falli neente.
Di tutto 'nnanzi pensa:
E quando siedi a mensa,
Non fare un laido piglio;
Non chiamare a consiglio
Seniscalco e sargente:
Che da tutta la gente
Sarai scarso tenuto,
O non ben proveduto.
Omai t'ho detto assai:
Però ti partirai,
E dritto per la via
Ne va a Cortesia.
Pregala da mia parte,
Che ti mostri su' arte:
Ch'i' già non veggio lume
Senza suo buon costume.
XVII.
Lo cavalier valente
Si mosse snellamente;
E gìo senza dimora
Loco dove dimora
Cortesia graziosa,
In cui ogne ora posa
Pregio di valimento:
E con bei gecchimento
La pregò che 'nsegnare
Li dovesse e mostrare
Tutta la maestria
Di fina cortesia.
Ed ella immantenente
Con bel viso piacente
Disse 'n questa manera
Lo fatto e la matera.
Sie certo che Larghezza
È 'l capo e la larghezza
Di tutto mio mistero:
Sì ch'i' non vaglio guero;
E s'ella non m'aita
Poco sarà gradita.
Ell'è mio fondamento,
E io suo adornamento,
E colore e vernice.
E chi lo ben ver dice,
Se noi due nomi avemo,
Quasi una cosa semo.
Ma a te bell'amico,
Primamente ti dico,
Che nel tuo parlamento
Abbie provedimento.
Non sie troppo parlante;
E pensati davante
Quello che dir vorrai:
Che non ritorna mai
La parola ch'è detta;
Sì come la saetta
Che va e non ritorna,
Chi ha la lingua adorna,
Poco senno li basta,
Se per follia nol guasta.
Il detto sia soave;
E guarda e' non sie grave
In dir ne' reggimenti:
Che non puoi alle genti
Far più gravosa noia.
Consiglio, che si muoia
Chi pare per gravezza
Che mai non se ne svezza.
E chi non ha misura,
Se fa 'l ben, sì lo fura.
Non sie inizzatore;
Nè sie ridicitore
Di quel ch'altra persona
Davanti a te ragiona.
E non usar rampogna;
Non dire altrui vergogna,
Nè villania d'alcuno:
Che già non è nessuno,
Che non possa di botto
Dicere un laido motto.
Nè non sie sì sicuro,
Che pur un motto duro
Ch'altra persona tocca,
T'esca fuor della bocca:
Che troppa sicuranza
Fa contro buona usanza.
E chi sta lungo via,
Guardi non dir follia.
Ma sai che ti comando,
Ed impongo a gran bando?
Che l'amico da bene
Innore quanto dene
A piede ed a cavallo.
Nè già per poco fallo
Non prender grosso core.
Per te non fa l'amore:
Ed abbi sempre a mente
D'usar con buona gente;
E dalla ria ti parti:
Che sì come dall'arti
Qualche vizio n'apprendi,
Sì ch'anzi che t'amendi,
N'avrai danno e disnore.
Però a tutte l'ore
Ti tieni a buon'usanza:
Perciocch'ella t'avanza
In pregio ed in onore,
E fatti esser migliore;
Ed a bella figura
(Ch'ell'è buona ventura)
Ti rischiara e pulisce
Se 'l buono uso seguisce.
Ma guarda tutta via,
Se quella compagnia
Ti paresse gravoso;
Di gir non sie più oso:
Ma d'altri si procaccia,
A cui 'l tuo fatto piaccia.
Amico, guarda bene:
Con più ricco di tene
Non ti caglia d'usare;
Che starai per giullare,
O spenderai quant'essi:
Che se tu nol facessi,
Sarebbe villania.
E pensa tutta via
Ch'a larga 'ncomincianza
Si vuol perseveranza.
Dunque dei provedere,
Se 'l porta 'l tuo podere,
Che 'l facci apertamente.
Se no, si poni mente
Di non far tanta spesa,
Che poscia sia ripresa:
Ma prendi usanza tale
Che sia con teco uguale.
E s'avanzasse un poco,
Non ti partir da loco;
Ma spendi di paraggio:
Non prender avvantaggio.
E pensa ogni fiata,
Se nella tua brigata
Ha uomo al tuo parere
Non potente d'avere;
Per Dio non lo sforzare
Più che non possa fare.
Che se per tuo conforto
Il suo distrugge a torto,
E torna a basso stato;
Tu ne sarai biasmato.
E ben ci son persone
D'altra condizione,
Che si chiaman gentili:
Tutt'altri tengon vili
Per cotal gentilezza;
Ed a questa baldezza
Tal chiama mercenaio,
Che più tost'uno staio
Spenderia di fiorini,
Ch'esso de' picciolini:
Benchè li lor podere
Fossero d'un valere.
E chi gentil si tene
Senza far altro bene,
Se non di quella boce;
Credesi far la croce:
Ma el ti fa la fica.
Chi non dura fatica,
Sì che possa valere;
Non si creda capere
Tra li uomini valenti
Perchè sian di gran genti.
Ch'io gentil tegno quegli
Che par ch'il mondo pigli
Di grande valimento,
E di bel nudrimento:
Sì ch'oltre suo legnaggio
Fa cose d'avvantaggio,
E vive onratamente
Sì che piace alla gente.
Ben dico se a ben fare
Sia l'uno e l'altro pare;
Quello ch'è meglio nato
È tenuto più a grato:
Non per mia maestranza,
Ma pare che sia usanza,
La qual vinca ed abbatti
Gran parte de' miei fatti,
Sì ch'altro non dir posso
Ch'esto mondo è sì grosso,
Che ben per poco ditto
Si giudica 'l diritto:
Che lo grande e 'l minore
Che vivano a romore.
Per ciò ne sie avveduto
Di star tra lor sì muto,
Che non ne faccian risa.
Passati alla lor guisa:
Che 'nnanzi ti comporto
Che tu segui lor torto,
Che se pur ben facessi,
E tu lor non piacessi,
Nulla cosa ti vale
Il dire bene e male.
Però non dir novella,
Che non sia buona e bella
A ciascun che la 'ntende:
Che tal te ne riprende,
Ed aggiunge bugia
Quando se' ito via;
Che ti de' ben volere.
Però dei tu sapere
In cotal compagnia
Giocar di maestria:
Cioè che sappi dire
Quel che deggia piacere.
E lo ben se 'l saprai,
Con altri li dirai,
Dove sia conosciuto,
E ben caro tenuto.
E molti sconoscenti
Troverai tra le genti,
Che metton maggior cura
D'udire una laidura,
Ch'una cosa che vaglia:
Trapassa, e non ti caglia.
E chi bene ha pensato,
Ch'uomo molto pregiato
Alcuna volta faccia
Cosa che non s'aggiaccia;
In piazza ned in templo,
Non ne pigliare esemplo:
Perciocchè non ha scusa
Chi alli altri mal s'ausa.
E guarda non errassi,
Se tu stessi od andassi
Con donna o con signore,
O con altro maggiore;
E benchè sia tuo pare,
Che gli sappia innorare
Ciascun per lo suo stato.
Siene tu sì appensato
E del più e del meno,
Che tu non perdi freno.
Ma già a tuo minore
Non rendere più onore,
Che a lui sì ne convegna,
Sì ch'a vil te ne tegna.
Però s'elli è più basso
Va sempre 'nnanzi un passo.
E se vai a cavallo,
Guarda di non far fallo.
E se vai per cittade,
Consiglioti che vade
Molto cortesemente.
Cavalca bellamente
Un poco a capo chino:
Ch'andar così indifreno
Par gran salvatichezza.
E non guardar l'altezza
D'ogni cosa che trove.
Guarda che non ti muove,
Com'uom che sia di villa.
Non guizzar com'anguilla:
Ma va sicuramente
Per via e tra la gente.
Chi ti chiede 'n prestanza,
Non far addimoranza:
Se tu vuoli prestare,
Nol far tanto penare
Che 'l grado sia perduto,
Anzi che sia renduto.
E quando sei 'n brigata,
Seguisci ogni fiata
Lor via e lor piacere:
Che tu non dei volere
Pure alla tua guisa,
Nè far da lor divisa.
E guardati ad ogni ora,
Che laida guardatura
Non facci a donna, nata
In casa od in istrata.
Però chi fa 'l sembiante
E dice che è amante,
È un briccon venuto.
Ed io ho già veduto
Solo d'una canzone
Peggiorar condizione:
Che già a questo paese
Non piace loro arnese.
E guarda 'n tutte parti,
Ch'amor già per su' arti
Non t'infiammi lo core:
Con ben grave dolore,
Consumerai tua vita;
Nè già di mia partita
Non ti poria tenere,
Se fossi in suo podere.
Or ti torna a magione,
Ch'omai è la stagione;
E sie largo e cortese,
Sì che 'n ogne paese
Tutto tuo convenente
Sia tenuto piacente.
Per così bel commiato
Andò dall'altro lato
Lo cavalier gaioso:
E molto confortoso
Per sembianti parea
Di ciò ch'udito avea.
E 'n questa beninanza
Se n'andò a Leanza:
E lei si fece acconto;
Poi le disse suo conto,
Sì come parve a lui.
E certo io che lì fui,
Lodo ben sua manera,
Lo costume e la cera:
E vidi Lealtade,
Che pur di veritade
Tenea suo parlamento.
Con bell'accoglimento
Sì disse: Ora m'intendi,
E ciò ch'i' dico apprendi.
XVIII.
Amico primamente
Consiglio che non mente.
In qualche parte sia,
Tu non osar bugia:
Ch'uom dice che menzogna
Ritorna 'n gran vergogna,
Perciocchè ha breve corso.
E quando vi se' scorso,
Se tu alle fiate
Dicessi veritate;
Non ti saria creduta.
Ma se tu hai saputa
La verità d'un fatto,
E poi per dilla ratto,
Grave briga nascesse;
Certo se la tacesse,
Se ne fossi ripreso,
Saria da me difeso.
E se tu hai parente,
O altro ben vogliente,
Cui la gente riprenda
D'una laida vicenda;
Tu dei essere accorto
A diritto ed a torto
In dicer ben di lui:
E per fare a colui
Discerner ciò che dice.
E poi quando ti lice,
L'amico tuo gastiga
Del fatto onde s'imbriga.
Cosa che tu prometti,
Non voglio che l'ommetti:
Comando che s'attenga,
Pur che mal non t'avvenga.
Ben dicon buoni e rei:
Se tu fai ciò che dei,
N'avvenga ciò che puote.
Sai poi chi ti riscuote,
S'un grande mal n'avvene?
Foll'è chi teco tene.
Ch'i' tegno ben leale
Chi per un picciol male
Sa schifare un maggiore;
Se 'l fa per lo migliore,
Sì che lo peggio resta.
E chi ti manifesta
Alcuna sua credenza,
Abbine ritenenza;
E la lingua sì lenta,
Ch'un altro non la senta
Senza la sua parola:
Ch'i' già per vista sola
Vidi manifestato
Un fatto ben celato.
E chi ti dà prestanza
Sua roba ad iserbanza;
Rendila sì a punto,
Che non sia 'n fallo giunto:
E chi di te si fida
Sempre lo guarda e guida.
Nè già di tradimento
Non ti venga talento.
E vo' ch'al tuo Comune,
Rimossa ogni cagione,
Sie diritto e leale:
E già per nullo male
Che ne possa avvenire,
Non lo lasciar perire.
E quando sei 'n conseglio
Sempre ti poni al meglio:
Nè prego nè temenza
. . . . . . . . .
XIX.
Se fai testimonianza,
Sia piena di leanza.
E se giudichi altrui,
Guarda sì ambedui,
Che già dall'una parte
Non falli 'n nulla parte.
Ancor ti prego e dico,
Quand'hai lo bono amico,
O sì leal parente;
Amalo coralmente.
Non sia sì grave fallo,
Che tu li faccie fallo.
E voglio ch'a me crede
Santa Chiesa e la Fede;
E solo intra la gente
Innora lealmente
Gesù Cristo e li Santi:
Sì ch'i vecchi e li fanti
Abbian di te speranza,
E prendin buona usanza.
E va che ben ti pigli,
E che Dio ti consigli:
Che per esser leale
Si cuopre molto male.
Allor lo cavaliero,
Che 'n sì alto mistero
Avea la mente mesa,
Si partì a distesa,
E andossene a Prodezza.
Quivi con gran pianezza,
E con bel piacimento
Le disse suo talento.
Allor vid'io Prodezza
Con viso di baldezza
Sicuro e senza risa
Parlare a questa guisa.
XX.
Dicoti apertamente,
Che tu non sie corrente
In far nè dir follia:
Che per la fede mia
Non ha per sè mia arte
Chi segue folle parte.
E chi briga mattezza
Non sia di tal'altezza,
Che non rovini a fondo:
Non ha grazia nel mondo.
E guardati ad ogne ora,
Che tu non facci ingiura,
Nè forza ad uom vivente.
Quanto se' poi potente,
Cotanto più ti guarda:
Che la gente non tarda
Di portar mala boce
Ad uom che sempre nuoce.
Di tanto ti conforto:
Che se t'è fatto torto,
Arditamente e bene
La tua ragion mantene.
Ben ti consiglio questo:
Che se con lo leggisto
Atar te ne potessi,
Vorria che lo facessi:
Ch'egli è maggior prodezza
Rifrenar la mattezza
Con dolci motti e piani,
Che venir alle mani.
E non mi piace grido:
Pur con senno mi guido.
Ma se 'l senno non vale,
Metti mal contro a male;
Nè già per suo romore
Non bassar tuo onore.
Ma s'è di te più forte,
Fai senno se 'l comporte;
E dà lato alla mischia:
Che foll'è chi s'arrischia,
Quando non è potente.
Però cortesemente
Ti parti da romore.
Ma se per suo furore
Non ti lascia partire,
Volendoti fedire;
Consiglioti e comando
Che non ne vad'a bando.
Abbi le mani accorte,
Non temer della morte:
Che tu sai per lo fermo,
Che già di nullo schermo
Si puote l'uom coprire,
Che non deggia morire
Quando lo punto vene.
Però fa grande bene
Chi s'arrischia a morire,
Anzi che sofferire
Vergogna nè grav'onta.
Che 'l maestro ne conta,
Che l'uom teme sovente
Tal cosa, che neente
Li farà nocimento.
Nè non mostrar pavento
Ad uom ch'è molto folle:
Che se ti trova molle,
Piglieranne baldanza.
Ma tu abbie membranza
Di farli un mal riguardo:
Sì sarà più codardo.
Se tu hai fatta offesa
Altrui, che sia ripresa
In grave nimistanza;
Si abbie per usanza
Di guardarti da esso:
Ed abbi sempre appresso
Ed arme e compagnia
A casa e per la via.
E se tu vai attorno,
Sì va per alto giorno
Mirando d'ogne parte:
Che non ci ha miglior'arte
Per far guardia sicura,
Che buona guardatura.
L'occhio ti guidi e porti,
E lo cor ti conforti.
Ed ancora ti dico,
Se questo tuo nimico
Fosse di basso affare,
Non ci ti assicurare.
Perchè sie più gentile,
Non lo tenere a vile:
Ch'ogni uom ha qualche aiuto;
E tu hai già veduto
Ben fare una vengianza,
Che quasi rimembranza
Non n'era fra la gente.
Però cortesemente
Del nemico ti porta:
Ed abbie usanza accorta,
Se 'l trovi 'n alcun lato,
Paie l'abbie trovato.
Se 'l trovi 'n alcun loco,
Per ira nè per giuoco
Non li mostrare asprezza,
Nè villana fermezza.
Dalli tutta la via:
Però che maestria
Affina più l'ardire,
Che non sa pur ferire.
Chi fiede ben ardito
Può ben esser ferito:
E se tu hai coltello,
Altri l'ha buono e bello.
Ma maestria conchiude
La forza e la vertude;
E fa 'ndugiar vendetta,
E fa allungar la fretta;
E mettere 'n obria,
Ed affuta follia.
E tu sie ben atteso:
Che se tu fossi offeso
Di parole o di detto,
Non aizzar lo tuo petto;
Nè non sie più corrente,
Che porti 'l convenente.
Al postutto non voglio,
Ch'alcun per suo orgoglio
Dica nè faccia tanto,
Che 'l giuoco torni 'n pianto;
Nè che già per parola
Si tagli mano o gola,
Ed i' ho già veduto
Uomo che par seduto;
Non facendo mostranza,
Far ben dura vengianza.
S'ha offeso te di fatto,
Dicoti ad ogne patto
Che tu non sie musorno:
Ma di notte e di giorno
Pensa della vendetta:
E non aver tal fretta,
Che tu ne peggiori onta.
Che 'l maestro ne conta,
Che fretta porta 'nganno;
E indugia par di danno.
La cosa lenta o ratta,
Sia la vendetta fatta.
E se 'l tuo buono amico
Ha guerra di nemico;
Tu ne fa quanto puoi.
E guardati da poi
Non metter tal burbanza,
Ched elli a tua baldanza
Cominciasse tal cosa,
Che mai non abbia posa.
E ancora non ti caglia
D'oste nè di battaglia;
Nè non fie trovatore
Di guerra e di romore.
Ma se par avvenesse
Che 'l tuo Comun facesse
Oste ne cavalcata;
Voglio che 'n quell'andata
Ti porti con barnaggio:
E dimostrati maggio
Che non porta tuo stato.
E dei 'n ogne lato
Mostrar viva franchezza,
E far buona prodezza.
Non sie lento nè tardo:
Che già uomo codardo
Non conquistò onore,
Nè divenne maggiore.
E tu per nulla sorte
Non dubitar di morte:
Ch'assai è più piacente
Morir onratamente,
Ch'esser vituperato,
Vivendo, in ogne lato.
Or torna 'n tuo paese,
E sie prode e cortese:
Non sie lanier nè molle,
Nè corrente nè folle.
Così noi due stranieri
Ci ritornammo a Tieri.
Colui n'andò 'n sua terra
Ben appreso di guerra;
Ed i' presi carriera
Per andar là dov'era
Tutto mio 'ntendimento,
E 'l final pensamento;
Per esser veditore
Di Ventura e d'Amore.
XXI.
Or se ne va 'l maestro
Per lo camino a destro;
Pensando drittamente
Intorno al convenente
Delle cose vedute:
E son maggiore essute,
Che non so divitare.
E ben si de' pensare,
Chi ha la mente sana
Od ha sale 'n dogana,
Che 'l fatto è ismutato:
E troppo gran peccato
Sarebbe a raccontare.
Or voglio 'ntralasciare
Tanto senno e savere,
Quanto fui a vedere;
Per contar mio viaggio:
Come 'n calen di maggio
Passati e valli e monti,
E boschi e selve e ponti,
I' giunsi 'n un bel prato
Fiorito d'ogne lato,
Lo più ricco del mondo.
Ma or mi parea tondo,
Or avìa quadratura;
Or avìa l'aria scura,
Or è chiara e lucente;
Or veggio molta gente,
Or non veggio persone;
Or veggio padiglione,
Or veggio casa e torre:
L'un giace e l'altro corre,
L'un fugge e l'altro caccia;
Chi sta e chi procaccia;
L'un gode e l'altro 'mpazza;
Chi piange e chi sollazza.
Così da ogne canto
Vedea sollazzo e pianto.
Però s'i' dubitai,
E mi maravigliai;
Ben lo de' uom savere
Que' che stanno a vedere.
Ma trovai quel suggello,
Che da ogne rubello
Mi fida e m'assicura,
Così sanza paura
Mi trassi più avanti;
E trovai quattro fanti
Ch'andavan trabattendo.
Ed i' ch'ogne ora attendo
A saper veritate
Delle cose passate,
Pregai per cortesia
Che sostasser la via,
Per dirne 'l convenente
Del luogo e della gente.
E l'un ch'era più saggio
E d'ogne cosa maggio,
Mi disse 'n breve detto;
Sappie mastro Brunetto
Che qui sta monsignore,
Cioè Iddio d'Amore.
E se tu non mi credi,
Pass'oltre e sì 'l ti vedi:
E più non mi toccare,
Ch'i' non posso parlare.
Così fur dispartiti
Ed in un poco giti;
Ch'i' non so dove e come,
Nè la 'nsegna nè 'l nome.
Ma i' m'assicurai,
E tanto 'nnanzi andai,
Che io vidi al postutto
E parte e mezzo e tutto:
E vidi molte genti
Chi liete e chi dolenti.
E davanti al signore
Parea che gran romore
Facesse un'altra schiera,
Ed una gran carriera.
I' vidi ritto stante
Ignudo un fresco fante,
Ch'avea l'arco e li strali,
Ed avea penne ed ali.
Ma neente vedea;
E sovente traea
Gran colpi di saette;
E là dove le mette,
Conven che fora paia
Chi che pericol n'aia.
E questi al buon ver dire
Avea nome Piacere.
E quando presso fui,
I' vidi presso a lui
Quattro donne valenti
Tener sopra le genti
Tutta la signoria.
E della lor balia
I' vidi quanto e come;
E sovvi dir lo nome:
È Amore, e Speranza,
Paura, e Disianza.
E ciascuna 'n disparte
Adopera sua arte,
E la forza e 'l savere,
Quant'ella può valere.
Che Disianza punge
La mente; e la compunge,
E forza malamente
D'aver presentemente
La cosa disiata:
Ed è sì disviata,
Che non cura d'onore,
Nè morte nè romore,
Nè pericol d'avvegna,
Nè cosa che sostegna.
Se non che la paura
La tira ciascun'ora
Sì che non osa gire,
Nè solo un motto dire,
Nè fare pur sembiante:
Però che 'l fine amante
Ritene a dismiura.
Ben ha la vita dura
Chi così si bilanza
Tra tema e disianza.
Ma fine amor sollena
Nel gran disio che mena;
E fa dolce parere,
E lieve a sostenere
Lo travaglio e l'affanno,
E la doglia e lo danno.
D'altra parte speranza
Adduce gran fidanza
Incontro alla paura;
E tuttor l'assicura
D'aver lo compimento
Del suo 'nnamoramento;
E questi quattro stati,
Che son di piacer nati
Con esso sì congiunti,
Che già ore nè punti
Non potresti trovare
Tra 'l loro 'ngenerare.
Che quand'uomo 'nnamora,
I' dico che quell'ora
Desia ed ha timore,
E speranza ed amore
Di persona piaciuta;
Che la saetta acuta
Che muove di piacere,
Lo sforza, e fa volere
Diletto corporale:
Tant'è l'amor corale.