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Pataffio - Tesoretto cover

Pataffio - Tesoretto

Chapter 46: XXVII.
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About This Book

This work presents a collection of humorous poetry that explores various themes through playful language and witty observations. It reflects on societal norms, human behavior, and the intricacies of life, often employing satire to critique contemporary issues. The structure is characterized by a light-hearted tone, with verses that invite readers to engage with the text's clever wordplay and rhythmic qualities. The author, known for his contributions to Italian literature, combines elements of traditional poetic forms with a unique voice, making the work both entertaining and thought-provoking.

Poi mi trassi da canto:

Ed in un ricco manto

Vidi Ovidio maggiore,

Che li atti dell'amore,

Che son così diversi,

Rassembra e mette 'n versi.

Ed i' mi trassi appresso,

E dimandai lui stesso,

Ched elli apertamente

Mi dica 'mmantenente

E lo bene e lo male

Dello fante e dell'ale,

Delli strali e dell'arco;

E donde tale 'ncarco

Li vene che non vede.

Ed elli 'n buona fede

Mi rispose in volgare:

Della forza d'amare

Non sa chi non lo prova.

Perciò s'a te ne giova,

Cercati fra lo petto

Del bene e del diletto,

Del male e dell'errore,

Che nasce per amore.

Assai mi volsi 'ntorno

E la notte e lo giorno;

Credendomi fuggire

Dal fante che ferire

Lo cor non mi potesse.

E s'io questo tacesse,

Fare' maggior savere

Ch'io fui messo 'n potere

Ed in forza d'amore.

Però caro signore,

S'i' fallo nel dettare;

Voi dovete pensare,

Che l'uomo innamorato

Sovente muta stato:

E così stando un poco

I' mi mutai di loco,

Credendomi campare.

Ma non potetti andare,

Ch'io v'era sì 'nvescato,

Che già da nullo lato

Potea mover lo passo.

Così fui giunto lasso;

E messo 'n mala parte.

Ma Ovidio per arte

Mi diede maestria;

Sì ch'io trovai la via,

Ond'i' mi trafugai.

Così l'alpe passai,

E venni alla pianura.

Ma troppo gran paura,

Ed affanno e dolore

Di persona e di core

M'avvenne 'n quel viaggio.

Ond'io pensato m'aggio,

Anzi ch'i' passi avanti

A Dio ed alli Santi

Tornar divotamente;

E molto umilemente

Confessar i peccati

A' preti ed alli frati.

E questo mio libretto

Con ogni altro mio detto,

Ched io trovato avesse;

S'alcun vizio tenesse,

Commetto ogne stagione

A loro correzione

Per far l'opera piana

Con la fede cristiana.

E voi caro signore,

Prego di tutto core

Che non vi sia gravoso,

S'i' alquanto mi riposo;

Finchè di penitenza

Per fina conoscenza

Mi possa consigliare:

Ch'ho uomo che mi pare

Ver me intero amico;

A cui sovente dico

E mostro mie credenze,

E tengo sue sentenze.

XXIII.[4]

Al fino amico caro,

A cui molto contraro

D'allegrezza e d'affanno

Pare venuto ogne anno;

Io Brunetto Latino

Che nessun giorno fino

D'avere gioia e pena,

Come ventura mena

La rota a falsa parte;

Ti mando 'n queste carte

Salute e intero amore.

Ch'i' non trovo migliore

Amico che mi guidi,

Ed a cui più mi fidi

Di dir le mie credenzie:

Che troppo ben sentenzie,

Quando chero consiglio

Intra 'l bene e 'l periglio.

Or m'è venuta cosa

Ch'i' non poria nascosa

Tener, ch'io non ti dica:

Pur non ti sia fatica

D'udire 'nfino al fine.

Amico, tutte han fine

Mie parole mondane,

Ch'i' dissi ogne ora vane.

Per Dio mercè ti mova

La ragione e la prova:

Che ciò che dir ti voglio,

Da buona parte accoglio.

Non sai tu che 'l mondo

Si poria dir nonmondo;

Considerando quanto

Ci hanno 'mmondezza e pianto

Che trovi tu che vaglia?

Non vedi tu san faglia,

Ch'ogni cosa terrena

Porta peccato e pena?

Nè cosa ci ha sì clera,

Che non fallisca e pera?

E prendi un animale

Più forte e che più vale;

Dico che 'n poco punto

È disfatto e disgiunto.

Ahi uom perchè ti vante,

Vecchio, mezzano, e fante?

Di che vai tu cenando?

Già non sai l'ora o quando

Vien quella che ti porta;

Quella che non comporta

Officio o dignitate.

A Dio quante fiate

Ne porta le Corone,

Come basse persone!

Giulio Cesar maggiore,

Lo primo Imperadore,

Già non campò di morte;

Nè Sanson lo più forte

Non visse lungamente.

Alessandro valente

Che conquistò lo mondo,

Giace morto 'n profondo.

Ansalon per bellezze,

Ettor per arditezze,

Salamon per savere,

Attavian per avere

Già non campò un giorno

Fuori del suo ritorno.

XXIV.

Ahi uom dunque che fai,

Già torni tutto 'n guai?

La mannaia non vedi

Ch'hai tutt'ora alli piedi?

Or guarda 'l mondo tutto:

E fiori e foglie e frutto,

Uccelli bestie e pesce

Di morte fuor non esce.

Dunque ben per ragione

Provao Salamone,

Ch'ogne cosa mondana

È vanitate vana.

Amico muovi guerra,

E va per ogne terra,

E va ventando 'l mare;

Dona robe e mangiare,

Guadagna argento ed oro,

Ammassa gran tesoro:

Tutto questo che monta?

Ira fatica ed onta

Hai messo 'n acquistare;

E non sai tanto fare,

Che non perdi 'n un motto

Te e l'acquisto tutto.

Ond'io a ciò pensando,

E fra me ragionando

Quant'i' aggio falluto,

E come sono essuto

Uomo reo peccatore;

Sì ch'al mio creatore

Non ebbi provedenza;

Nè nulla reverenza

Portai a santa Chiesa;

Anzi l'ho pur offesa

Di parole e di fatto:

Ora mi tengo matto,

Ch'i' veggio ed ho saputo,

Ch'i' son dal mal partuto.

E poi ch'io veggio e sento

Ch'io vado a perdimento;

Saria ben fuor di senso,

S'io non proveggio e penso

Com'io per lo ben campi

Sì che 'l mal non m'avvampi.

XXV.

Così tutto pensoso

Un giorno di nascoso,

Intrai 'n Monpusolieri:

E con questi pensieri

Me n'andai alli frati;

E tutt'i mie' peccati

Contai di motto a motto.

Ahi lasso, che corrotto

Feci quand'ebbi 'nteso

Com'i' era compreso

Di smisurati mali.

Oltre che criminali!

Ch'io pensava tal cosa

Che non fosse gravosa,

Ch'era peccato forte

Più quasi che di morte.

Ond'io tutto a scoverto

Al frate mi converto,

Che m'ha penitenziato.

E poi ch'i' son mutato,

Ragione è che tu muti:

Che sai che sem tenuti

Un poco mondanetti.

Pero vo' che t'affretti

Di gire a frati santi.

E pensati d'avanti,

Se per modo d'orgoglio

Enfiasti unque lo scoglio,

Sì che 'l tuo creatore

Non amassi a buon core;

E non fussi ubbidenti

A' suoi comandamenti:

E se ti se' vantato

Di ciò ch'hai operato

In bene od in follia;

O per ipocrisia

Mostrave di ben fare,

Quando volei fallare:

E se tra le persone

Vai movendo tenzone

Di fatto od in minacce,

Tanto ch'oltraggio facce;

O se t'insuperbisti,

Od in greco salisti

Per caldo di ricchezza,

O per tua gentilezza,

O per grandi parenti,

O perchè dalle genti

Ti pare esser lodato:

E se ti se' sforzato

Di parer per le vie

Miglior che tu non sie;

O s'hai tenuto a schifo

La gente a torto grifo

Per tua gran matteria;

O se per leggiadria

Ti se' solo seduto,

Quando non hai veduto

Compagno che ti piaccia;

O s'hai mostrato faccia

Crucciata per superba;

E la parola acerba,

Vedendo altrui fallare,

A te stesso peccare;

O se ti se' vantato

O detto in alcun lato

D'aver ciò che non hai,

O saver che non sai.

Amico ben ti membra,

Se tu per belle membra,

O per bel vestimento

Hai preso orgogliamento.

Queste cose contate

Son di superbia nate;

Di cui il savio dice,

Ched è capo e radice

Del male e del peccato.

Il frate m'ha contato,

S'io bene mi rammento,

Che per orgogliamento

Fallio l'Angiol matto;

Ed Eva ruppe 'l patto.

E la morte d'Abel;

La torre di Babel;

E la guerra di Troia.

Così conven che muoia

Soperchio per soperchio,

Che spezza ogne coperchio,

Amico or ti provedi;

Che tu conosci e vedi,

Che d'orgogliose prove

Invidia nasce e move,

Ch'è fuoco della mente.

Vedi se se' dolente

Dell'altrui beninanza:

E s'avesti allegranza

Dell'altrui turbamento;

O per tuo trattamento

Hai ordinata cosa,

Che sia altrui gravosa:

E se sotto mantello

Hai orlato 'l cappello

Ad alcun tuo vicino

Per metterlo al dichino;

O se lo 'ncolpi a torto;

E se tu dai conforto

Di male a' suoi guerreri.

E quando se * dir ieri *

Ne parle laido male;

Ben mostri che ti cale

Di metterlo 'n mal nome.

Ma tu non pensi come

Lo pregio ch'hai levato

Si possa esser levato;

Nè pur se mai s'ammorta

Lo biasmo. Chi comporta

Che tal lo mal dir t'ode,

Che poi non lo disode?

Invidia è gran peccato;

Ed ho scritto trovato,

Che prima coce e dole

A colui che la vuole.

E certo chi ben mira

D'invidia nasce l'ira.

Che quando tu non puoi

Diservire a colui,

Nè metterlo al di sotto;

Lo cor s'imbrascia tutto

D'ira e di mal talento;

E tutto 'l pensamento

Si gira di mal fare,

E di villan parlare:

Sì che batte e percuote

E fa 'l peggio che puote.

Perciò amico pensa,

Se a tanta malvolenza

Ver Cristo ti crucciasti;

O se lo biastemmasti:

O se battesti padre,

Od offendesti madre,

O cherico sagrato,

O signore o prelato.

Cui l'ira dà di piglio,

Perde senno e consiglio,

In ira nasce e posa

Accidia neghittosa.

Chi non può in * tetta *

Fornir la sua vendetta,

Nè difender chi vuole;

L'odio fa come suole:

Che sempre monta e cresce,

Nè di mente non li esce.

Ed è 'n tanto tormento

Che non ha pensamento

Di neun ben che sia;

O tanto si disvia

Che non sa megliorare,

Nè già ben cominciare;

Ma croio e neghittoso

È ver Dio glorioso.

Questi non va a messa,

Nè sa quel che sia essa;

Nè dice pater nostro

In chiesa ned in chiostro.

Che sì per mal'usanza

Si gitta 'n disperanza

Del peccato ch'ha fatto;

Ed è sì stolto e matto

Che di suo mal non crede

Trovar in Dio mercede;

O per falsa cagione

S'appiglia a presunzione,

Che 'l mette in mala via

Di non creder che sia

Per ben nè per peccato

Uom salvo nè dannato.

E dice a tutte l'ore

Che già giusto signore

Non l'avrebbe creato,

Perchè fosse dannato,

Ed un altro prosciolto.

Questi si scosta molto

Dalla verace fede.

Forse che non s'avvede

Che 'l misericordioso,

Tutto che sia piatoso,

Sentenzia per giustizia

Intra 'l bene e le vizia;

E dà merito e pene

Secondo che s'avvene?

XXVI.

Or pensa amico mio,

Se tu al vero Dio

Rendesti o grazia o grato

Del ben che t'ha donato:

Che troppo pecca forte,

Ed è degno di morte

Chi non conosce 'l bene

Di là dove gli vene.

E guarda s'hai speranza

Di trovar perdonanza;

S'hai alcun mal commesso,

E non ne se' confesso;

Peccato hai malamente

Ver l'alto Re potente

Di negghienza: ma avvisa

Che nasce di voi * tisa: *

Che quando per negghienza

Non si trova potenza

Di fornir sua dispensa

. . . . . . . . . .

Come potesse avere

Sì dell'altrui avere,

Che fornica suo porto

A diritto ed a torto.

Ma colui ch'ha dovizia,

Sì cade in avarizia

Che là ve dee non spende:

Nè già l'altrui non rende;

Anzi ha paura forte

Ch'anzi che venga a morte

L'aver li venga meno:

E pure stringe 'l freno.

Così rapisce e fura,

E dà falsa misura,

E peso frodolente,

E novero fallente;

E non teme peccato

Di * * suo mercato;

Nè di commetter frode.

Anzi il si tiene 'n lode

Di nasconder lo sole;

E per bianche parole

Inganna altrui sovente;

E molto largamente

Promette di donare

Quando non crede fare.

Un altro per impiezza

Alla zara s'avvezza,

E giuoca con inganno;

E per far altrui danno

Sovente pinge 'l dado,

E non vi guarda guado;

E ben presta * auzino

E mette mal fiorino.

E se perdesse un poco

Ben udiresti loco

Bestemmiar Dio e Santi,

E que' che son davanti.

XXVII.

Un altro che non cura

Di Dio nè di natura,

Si diventa usuriere;

Ed in ogne maniere

Ravvolge suoi danari,

Che li son molto cari.

Non guarda dì nè festa;

Nè per pasqua non resta:

Che non par che li 'ncresca

Pur che moneta cresca.

Altri per simonia

Si getta 'n mala via,

E Dio e Santi offende;

E vende le prebende,

E santi sacramenti:

E metton fra le genti

Esemplo di mal fare.

Ma questi lascio stare;

Che tocca a ta' persone,

Che non è mia ragione

Di dirne lungamente.

Ma dico apertamente,

Che l'uom ch'è troppo scarso

Credo ch'ha 'l cuor tutt'arso;

Che 'n povere persone,

Nè in uom che sia prigione,

Non ha nulla pietade;

E tutto 'nfermo cade

Per iscarsezza sola.

Vien peccato di gola,

Ch'uom chiama ghiottornia:

Che quando l'uom si svia

Sì che monti 'n ricchezza;

La gola sì s'avvezza

Alle dolci vivande,

E far cucine grande,

E mangiar anzi l'ora;

E molto ben divora,

Che mangia più sovente,

Che non fa l'altra gente.

E talor mangia tanto,

Che pur da qualche canto

Li duole corpo e fianco;

E stanne lasso e stanco.

Ed innebria di vino;

Sì ch'ogne suo vicino

Si ne ride d'intorno

E mettelo in iscorno.

Vene tenuto matto

Chi fa del corpo sacco;

E mette tant'in epa

Che talora ne crepa.

XXVIII.

Certo per ghiottornia

S'apparecchia la via

Di commetter lussuria

Chi mangia a dismisura.

La lussuria s'accende,

Che altro non n'intende

Se non a quel peccato:

E cerca da ogne lato

Come possa compiere

Quel suo laido volere.

E vecchio che s'impaccia

Di così laida taccia,

Fa ben doppio peccato;

Ed è troppo biasmato.

È ben gran vituperio

Commetter avolterio

Con donne o con donzelle,

Quanto che pajan belle.

Ma chi 'l fa con parente

Pecca più laidamente.

Ma tra questi peccati

Son via più condannati

Que' che son sodomiti.

Deh come son periti

Que' che contro natura

Brigan con tal lussuria.

XXIX.

Or vedi caro amico,

E 'ntendi ciò ch'i' dico;

Vedi quanti peccati

Io t'aggio contati:

E tutti son mortali.

E sai che c'è di tali,

Che ne curan ben poco.

Vedi che non è giuoco

Di cadere 'n peccato:

E però dal buon lato

Consiglio, che ti guardi

Che 'l mondo non t'imbardi.

Or a Dio t'accomando:

Ch'i' non so dove e quando

Ti debbia ritrovare.

I' credo pur tornare

La via, ch'i' m'era messo:

Che ciò m'era permesso

Di veder le sett'arti,

Ed altre molte parti.

I' le vo' pur vedere,

E cercare e savere,

Dopoi che del peccato

Mi son penitenziato;

E sonne ben confesso,

E prosciolto e dimesso.

I' metto poco cura

D'andare alla Ventura.

Così un dì di festa

Tornai alla foresta;

E tanto cavalcai,

Ched io mi ritrovai

Una doman per tempo

In su 'l monte * dell'Empo

Di sopra 'n su la cima.

E qui lascio la rima

Per dir più chiaramente

Ciò ch'i' vidi presente.

Ch'i' vidi tutto 'l mondo,

Sì com'egli è rotondo,

E tutta terra e mare,

E 'l foco sopra l'aire.

Ciò son quattro alimenti,

Che son sostenimenti

Di tutte le creature,

Secondo lor nature.

Or mi volsi di canto,

E vidi un bianco manto,

Così dalla finestra

Da una gran ginestra;

Ed i' guardai più fiso,

E vidi un bianco viso

Con una barba grande,

Che su 'l petto si spande;

Ond'i' m'assicurai

E 'nnanzi lui andai,

E feci uno saluto;

E fui ben ricevuto.

Ed i' presi baldanza,

E con dolce accontanza

Li domandai del nome;

E chi egli era, e come

Si stava sì soletto

Senza niun ricetto.

E tanto 'l domandai

. . . . . . . . .

Colà dove fue nato

Fu Tolomeo chiamato,

Mastro di strolomia,

E di filosofia:

Ed a Dio è piaciuto

Che sia tanto vivuto.

Qual che sia la cagione,

Io 'l misi a ragione

Di que' quattro alimenti;

E de' lor fondamenti;

E come son formati,

Ed insieme legati,

Ed ei con bella risa

Rispose in questa guisa.

XXX.[5]

Forse lo spron ti move

Che discritte ti prove

Di far difesa e scudo.

. . . . . . . . .

. . . . . . . . .

Ma sei del tutto sicuro,

Che tue difensione

. . . . . . . . .

E fallati drittura.

Una propria natura

Ha dritta benvoglienza;

Che riceve increscenza

D'amare ogne fiata,

E lunga dimorata:

Nè paese lontano

Di monte nè di piano

non mette oscuritade,

In verace amistade.

Dunqua pecca e disvia

Chi buon amico oblia.

E tra li buoni amici

Sono li dritti offici

Volere e non volere:

Ciascun è da tenere

Quello che l'altro vuole

In fatto ed in parole.

Quest'amistà è certa.

Ma della sua coverta

Va alcuno ammantato,

Come rame 'ndorato.

Così in molte guise

Son l'amistà divise,

Perchè la gente invizia

La verace amicizia.

S'amico ch'è maggiore

Vuol esser a tutt'ore

Per te come leone;

Amor bassa e dispone;

Perchè in fina amanza

Non cape maggioranza.

Dunque riceve 'nganno

Non certo sanza danno

Amico (ciò mi pare)

Ch'è di minor affare,

Ch'ama veracemente

E serve lungamente:

Donde si membra rado

Quelli, ch'è 'n alto grado.

Ben sono amici tali,

Che saettano strali;

E danno grande lode

Quando l'amico l'ode:

Ma null'altro piacere

Si può di loro avere.

Così fa l'usignuolo,

Che serve al verso solo:

Ma già d'altro mistero

Sai che non vale guero.

XXXI.

In amici i' m'abbatto,

Che m'amon pur a patto;

E serve buonamente,

Se vede apertamente,

Com'i' riserva lui

D'altrettanto o di pui.

Altrettal ti ridico

Dello ritroso amico,

Che dalla 'ncomincianza

Mostra grand'abbondanza;

Po' a poco a poco allenta,

Tanto ch'anneenta;

E di detto e di fatto

Già non osserva patto.

Così ha posto cura

Ch'amico di ventura,

Come rota si gira,

Che lo pur guarda e mira

Come ventura corre.

E se mi vede porre

In glorioso stato,

Servemi di buon grato:

Ma se cado 'n angosce

Già non mi riconosce.

Così face l'augello,

Ch'al tempo dolce e bello

Con noi gaio dimora;

E canta a ciascun'ora:

Ma quando vien la ghiaccia,

Che par che non li piaccia,

Da noi fugge e diparte.

Ond'io ne prendo un'arte,

Che come la fornace

Prova l'oro verace,

E la nave lo mare;

Così le cose amare

Mostrami veramente

Chi ama lealmente.

Certo l'amico avaro

È com' lo giocolaro;

Mi loda grandemente,

Quando di me ben sente:

Ma quando non li dono

Portami laido suono.

Questi davante m'unge,

E di dietro mi punge:

E come l'ape, in seno

Mi dà mele e veleno.

E l'amico di vetro

L'amor gitta di dietro

Per poco offendimento;

E pur per pensamento

E' rompe e parte tutto,

Come lo vetro rotto.

Ma l'amico di ferro

Mai non dice diserro,

In fin che può trapare;

Ma e' non vorria dare

Di molt'erbe una cima:

Natura della lima.

Ma l'amico di fatto

È teco ad ogne patto;

E persona ed avere

Può tutto tuo tenere;

E nel bene e nel male

Lo troverai leale.

E se fallir ti vede

Unque non si ne ride:

Ma te spesso riprende

E d'altrui ti difende.

Se fai cosa valente,

La spande fra la gente;

E 'l tuo pregio raddoppia;

Cotal'è buona coppia.

E amico di parole

Mi serve quanto vuole;

E non ha fermamento,

Se non come lo vento.

XXXII.

Ora ch'i' penso e dico,

A te mi torno, amico

Rustico di Filippo,

Di cui faccio mio cippo.

Se teco mi ragiono,

Non ti chero perdono:

Che non credo potere

A te mai dispiacere.

Che la gran canoscenza,

Che 'n te fa risidenza

Fermata a lunga usanza,

Mi dona sicuranza;

Com'i' ti possa dire

Per detto proferire:

E ciò che scritto mando

È cagione e dimando

Che ti piaccia dittare,

E me scritto mandare

Del tuo trovato adesso,

Che 'l buon Palamidesso

Dice, ed hol creduto

. . . . . . . . .

* che se in cima

. . . . . . . . .

Ond'io me n'allegrai.

Qui ti saluto omai;

E quel tuo di Latino

Tien per amico fino

A tutte le carate,

Che voi oro pesate.

Fine del Tesoretto.