Poi mi trassi da canto:
Ed in un ricco manto
Vidi Ovidio maggiore,
Che li atti dell'amore,
Che son così diversi,
Rassembra e mette 'n versi.
Ed i' mi trassi appresso,
E dimandai lui stesso,
Ched elli apertamente
Mi dica 'mmantenente
E lo bene e lo male
Dello fante e dell'ale,
Delli strali e dell'arco;
E donde tale 'ncarco
Li vene che non vede.
Ed elli 'n buona fede
Mi rispose in volgare:
Della forza d'amare
Non sa chi non lo prova.
Perciò s'a te ne giova,
Cercati fra lo petto
Del bene e del diletto,
Del male e dell'errore,
Che nasce per amore.
Assai mi volsi 'ntorno
E la notte e lo giorno;
Credendomi fuggire
Dal fante che ferire
Lo cor non mi potesse.
E s'io questo tacesse,
Fare' maggior savere
Ch'io fui messo 'n potere
Ed in forza d'amore.
Però caro signore,
S'i' fallo nel dettare;
Voi dovete pensare,
Che l'uomo innamorato
Sovente muta stato:
E così stando un poco
I' mi mutai di loco,
Credendomi campare.
Ma non potetti andare,
Ch'io v'era sì 'nvescato,
Che già da nullo lato
Potea mover lo passo.
Così fui giunto lasso;
E messo 'n mala parte.
Ma Ovidio per arte
Mi diede maestria;
Sì ch'io trovai la via,
Ond'i' mi trafugai.
Così l'alpe passai,
E venni alla pianura.
Ma troppo gran paura,
Ed affanno e dolore
Di persona e di core
M'avvenne 'n quel viaggio.
Ond'io pensato m'aggio,
Anzi ch'i' passi avanti
A Dio ed alli Santi
Tornar divotamente;
E molto umilemente
Confessar i peccati
A' preti ed alli frati.
E questo mio libretto
Con ogni altro mio detto,
Ched io trovato avesse;
S'alcun vizio tenesse,
Commetto ogne stagione
A loro correzione
Per far l'opera piana
Con la fede cristiana.
E voi caro signore,
Prego di tutto core
Che non vi sia gravoso,
S'i' alquanto mi riposo;
Finchè di penitenza
Per fina conoscenza
Mi possa consigliare:
Ch'ho uomo che mi pare
Ver me intero amico;
A cui sovente dico
E mostro mie credenze,
E tengo sue sentenze.
XXIII.[4]
Al fino amico caro,
A cui molto contraro
D'allegrezza e d'affanno
Pare venuto ogne anno;
Io Brunetto Latino
Che nessun giorno fino
D'avere gioia e pena,
Come ventura mena
La rota a falsa parte;
Ti mando 'n queste carte
Salute e intero amore.
Ch'i' non trovo migliore
Amico che mi guidi,
Ed a cui più mi fidi
Di dir le mie credenzie:
Che troppo ben sentenzie,
Quando chero consiglio
Intra 'l bene e 'l periglio.
Or m'è venuta cosa
Ch'i' non poria nascosa
Tener, ch'io non ti dica:
Pur non ti sia fatica
D'udire 'nfino al fine.
Amico, tutte han fine
Mie parole mondane,
Ch'i' dissi ogne ora vane.
Per Dio mercè ti mova
La ragione e la prova:
Che ciò che dir ti voglio,
Da buona parte accoglio.
Non sai tu che 'l mondo
Si poria dir nonmondo;
Considerando quanto
Ci hanno 'mmondezza e pianto
Che trovi tu che vaglia?
Non vedi tu san faglia,
Ch'ogni cosa terrena
Porta peccato e pena?
Nè cosa ci ha sì clera,
Che non fallisca e pera?
E prendi un animale
Più forte e che più vale;
Dico che 'n poco punto
È disfatto e disgiunto.
Ahi uom perchè ti vante,
Vecchio, mezzano, e fante?
Di che vai tu cenando?
Già non sai l'ora o quando
Vien quella che ti porta;
Quella che non comporta
Officio o dignitate.
A Dio quante fiate
Ne porta le Corone,
Come basse persone!
Giulio Cesar maggiore,
Lo primo Imperadore,
Già non campò di morte;
Nè Sanson lo più forte
Non visse lungamente.
Alessandro valente
Che conquistò lo mondo,
Giace morto 'n profondo.
Ansalon per bellezze,
Ettor per arditezze,
Salamon per savere,
Attavian per avere
Già non campò un giorno
Fuori del suo ritorno.
XXIV.
Ahi uom dunque che fai,
Già torni tutto 'n guai?
La mannaia non vedi
Ch'hai tutt'ora alli piedi?
Or guarda 'l mondo tutto:
E fiori e foglie e frutto,
Uccelli bestie e pesce
Di morte fuor non esce.
Dunque ben per ragione
Provao Salamone,
Ch'ogne cosa mondana
È vanitate vana.
Amico muovi guerra,
E va per ogne terra,
E va ventando 'l mare;
Dona robe e mangiare,
Guadagna argento ed oro,
Ammassa gran tesoro:
Tutto questo che monta?
Ira fatica ed onta
Hai messo 'n acquistare;
E non sai tanto fare,
Che non perdi 'n un motto
Te e l'acquisto tutto.
Ond'io a ciò pensando,
E fra me ragionando
Quant'i' aggio falluto,
E come sono essuto
Uomo reo peccatore;
Sì ch'al mio creatore
Non ebbi provedenza;
Nè nulla reverenza
Portai a santa Chiesa;
Anzi l'ho pur offesa
Di parole e di fatto:
Ora mi tengo matto,
Ch'i' veggio ed ho saputo,
Ch'i' son dal mal partuto.
E poi ch'io veggio e sento
Ch'io vado a perdimento;
Saria ben fuor di senso,
S'io non proveggio e penso
Com'io per lo ben campi
Sì che 'l mal non m'avvampi.
XXV.
Così tutto pensoso
Un giorno di nascoso,
Intrai 'n Monpusolieri:
E con questi pensieri
Me n'andai alli frati;
E tutt'i mie' peccati
Contai di motto a motto.
Ahi lasso, che corrotto
Feci quand'ebbi 'nteso
Com'i' era compreso
Di smisurati mali.
Oltre che criminali!
Ch'io pensava tal cosa
Che non fosse gravosa,
Ch'era peccato forte
Più quasi che di morte.
Ond'io tutto a scoverto
Al frate mi converto,
Che m'ha penitenziato.
E poi ch'i' son mutato,
Ragione è che tu muti:
Che sai che sem tenuti
Un poco mondanetti.
Pero vo' che t'affretti
Di gire a frati santi.
E pensati d'avanti,
Se per modo d'orgoglio
Enfiasti unque lo scoglio,
Sì che 'l tuo creatore
Non amassi a buon core;
E non fussi ubbidenti
A' suoi comandamenti:
E se ti se' vantato
Di ciò ch'hai operato
In bene od in follia;
O per ipocrisia
Mostrave di ben fare,
Quando volei fallare:
E se tra le persone
Vai movendo tenzone
Di fatto od in minacce,
Tanto ch'oltraggio facce;
O se t'insuperbisti,
Od in greco salisti
Per caldo di ricchezza,
O per tua gentilezza,
O per grandi parenti,
O perchè dalle genti
Ti pare esser lodato:
E se ti se' sforzato
Di parer per le vie
Miglior che tu non sie;
O s'hai tenuto a schifo
La gente a torto grifo
Per tua gran matteria;
O se per leggiadria
Ti se' solo seduto,
Quando non hai veduto
Compagno che ti piaccia;
O s'hai mostrato faccia
Crucciata per superba;
E la parola acerba,
Vedendo altrui fallare,
A te stesso peccare;
O se ti se' vantato
O detto in alcun lato
D'aver ciò che non hai,
O saver che non sai.
Amico ben ti membra,
Se tu per belle membra,
O per bel vestimento
Hai preso orgogliamento.
Queste cose contate
Son di superbia nate;
Di cui il savio dice,
Ched è capo e radice
Del male e del peccato.
Il frate m'ha contato,
S'io bene mi rammento,
Che per orgogliamento
Fallio l'Angiol matto;
Ed Eva ruppe 'l patto.
E la morte d'Abel;
La torre di Babel;
E la guerra di Troia.
Così conven che muoia
Soperchio per soperchio,
Che spezza ogne coperchio,
Amico or ti provedi;
Che tu conosci e vedi,
Che d'orgogliose prove
Invidia nasce e move,
Ch'è fuoco della mente.
Vedi se se' dolente
Dell'altrui beninanza:
E s'avesti allegranza
Dell'altrui turbamento;
O per tuo trattamento
Hai ordinata cosa,
Che sia altrui gravosa:
E se sotto mantello
Hai orlato 'l cappello
Ad alcun tuo vicino
Per metterlo al dichino;
O se lo 'ncolpi a torto;
E se tu dai conforto
Di male a' suoi guerreri.
E quando se * dir ieri *
Ne parle laido male;
Ben mostri che ti cale
Di metterlo 'n mal nome.
Ma tu non pensi come
Lo pregio ch'hai levato
Si possa esser levato;
Nè pur se mai s'ammorta
Lo biasmo. Chi comporta
Che tal lo mal dir t'ode,
Che poi non lo disode?
Invidia è gran peccato;
Ed ho scritto trovato,
Che prima coce e dole
A colui che la vuole.
E certo chi ben mira
D'invidia nasce l'ira.
Che quando tu non puoi
Diservire a colui,
Nè metterlo al di sotto;
Lo cor s'imbrascia tutto
D'ira e di mal talento;
E tutto 'l pensamento
Si gira di mal fare,
E di villan parlare:
Sì che batte e percuote
E fa 'l peggio che puote.
Perciò amico pensa,
Se a tanta malvolenza
Ver Cristo ti crucciasti;
O se lo biastemmasti:
O se battesti padre,
Od offendesti madre,
O cherico sagrato,
O signore o prelato.
Cui l'ira dà di piglio,
Perde senno e consiglio,
In ira nasce e posa
Accidia neghittosa.
Chi non può in * tetta *
Fornir la sua vendetta,
Nè difender chi vuole;
L'odio fa come suole:
Che sempre monta e cresce,
Nè di mente non li esce.
Ed è 'n tanto tormento
Che non ha pensamento
Di neun ben che sia;
O tanto si disvia
Che non sa megliorare,
Nè già ben cominciare;
Ma croio e neghittoso
È ver Dio glorioso.
Questi non va a messa,
Nè sa quel che sia essa;
Nè dice pater nostro
In chiesa ned in chiostro.
Che sì per mal'usanza
Si gitta 'n disperanza
Del peccato ch'ha fatto;
Ed è sì stolto e matto
Che di suo mal non crede
Trovar in Dio mercede;
O per falsa cagione
S'appiglia a presunzione,
Che 'l mette in mala via
Di non creder che sia
Per ben nè per peccato
Uom salvo nè dannato.
E dice a tutte l'ore
Che già giusto signore
Non l'avrebbe creato,
Perchè fosse dannato,
Ed un altro prosciolto.
Questi si scosta molto
Dalla verace fede.
Forse che non s'avvede
Che 'l misericordioso,
Tutto che sia piatoso,
Sentenzia per giustizia
Intra 'l bene e le vizia;
E dà merito e pene
Secondo che s'avvene?
XXVI.
Or pensa amico mio,
Se tu al vero Dio
Rendesti o grazia o grato
Del ben che t'ha donato:
Che troppo pecca forte,
Ed è degno di morte
Chi non conosce 'l bene
Di là dove gli vene.
E guarda s'hai speranza
Di trovar perdonanza;
S'hai alcun mal commesso,
E non ne se' confesso;
Peccato hai malamente
Ver l'alto Re potente
Di negghienza: ma avvisa
Che nasce di voi * tisa: *
Che quando per negghienza
Non si trova potenza
Di fornir sua dispensa
. . . . . . . . . .
Come potesse avere
Sì dell'altrui avere,
Che fornica suo porto
A diritto ed a torto.
Ma colui ch'ha dovizia,
Sì cade in avarizia
Che là ve dee non spende:
Nè già l'altrui non rende;
Anzi ha paura forte
Ch'anzi che venga a morte
L'aver li venga meno:
E pure stringe 'l freno.
Così rapisce e fura,
E dà falsa misura,
E peso frodolente,
E novero fallente;
E non teme peccato
Di * * suo mercato;
Nè di commetter frode.
Anzi il si tiene 'n lode
Di nasconder lo sole;
E per bianche parole
Inganna altrui sovente;
E molto largamente
Promette di donare
Quando non crede fare.
Un altro per impiezza
Alla zara s'avvezza,
E giuoca con inganno;
E per far altrui danno
Sovente pinge 'l dado,
E non vi guarda guado;
E ben presta * auzino
E mette mal fiorino.
E se perdesse un poco
Ben udiresti loco
Bestemmiar Dio e Santi,
E que' che son davanti.
XXVII.
Un altro che non cura
Di Dio nè di natura,
Si diventa usuriere;
Ed in ogne maniere
Ravvolge suoi danari,
Che li son molto cari.
Non guarda dì nè festa;
Nè per pasqua non resta:
Che non par che li 'ncresca
Pur che moneta cresca.
Altri per simonia
Si getta 'n mala via,
E Dio e Santi offende;
E vende le prebende,
E santi sacramenti:
E metton fra le genti
Esemplo di mal fare.
Ma questi lascio stare;
Che tocca a ta' persone,
Che non è mia ragione
Di dirne lungamente.
Ma dico apertamente,
Che l'uom ch'è troppo scarso
Credo ch'ha 'l cuor tutt'arso;
Che 'n povere persone,
Nè in uom che sia prigione,
Non ha nulla pietade;
E tutto 'nfermo cade
Per iscarsezza sola.
Vien peccato di gola,
Ch'uom chiama ghiottornia:
Che quando l'uom si svia
Sì che monti 'n ricchezza;
La gola sì s'avvezza
Alle dolci vivande,
E far cucine grande,
E mangiar anzi l'ora;
E molto ben divora,
Che mangia più sovente,
Che non fa l'altra gente.
E talor mangia tanto,
Che pur da qualche canto
Li duole corpo e fianco;
E stanne lasso e stanco.
Ed innebria di vino;
Sì ch'ogne suo vicino
Si ne ride d'intorno
E mettelo in iscorno.
Vene tenuto matto
Chi fa del corpo sacco;
E mette tant'in epa
Che talora ne crepa.
XXVIII.
Certo per ghiottornia
S'apparecchia la via
Di commetter lussuria
Chi mangia a dismisura.
La lussuria s'accende,
Che altro non n'intende
Se non a quel peccato:
E cerca da ogne lato
Come possa compiere
Quel suo laido volere.
E vecchio che s'impaccia
Di così laida taccia,
Fa ben doppio peccato;
Ed è troppo biasmato.
È ben gran vituperio
Commetter avolterio
Con donne o con donzelle,
Quanto che pajan belle.
Ma chi 'l fa con parente
Pecca più laidamente.
Ma tra questi peccati
Son via più condannati
Que' che son sodomiti.
Deh come son periti
Que' che contro natura
Brigan con tal lussuria.
XXIX.
Or vedi caro amico,
E 'ntendi ciò ch'i' dico;
Vedi quanti peccati
Io t'aggio contati:
E tutti son mortali.
E sai che c'è di tali,
Che ne curan ben poco.
Vedi che non è giuoco
Di cadere 'n peccato:
E però dal buon lato
Consiglio, che ti guardi
Che 'l mondo non t'imbardi.
Or a Dio t'accomando:
Ch'i' non so dove e quando
Ti debbia ritrovare.
I' credo pur tornare
La via, ch'i' m'era messo:
Che ciò m'era permesso
Di veder le sett'arti,
Ed altre molte parti.
I' le vo' pur vedere,
E cercare e savere,
Dopoi che del peccato
Mi son penitenziato;
E sonne ben confesso,
E prosciolto e dimesso.
I' metto poco cura
D'andare alla Ventura.
Così un dì di festa
Tornai alla foresta;
E tanto cavalcai,
Ched io mi ritrovai
Una doman per tempo
In su 'l monte * dell'Empo
Di sopra 'n su la cima.
E qui lascio la rima
Per dir più chiaramente
Ciò ch'i' vidi presente.
Ch'i' vidi tutto 'l mondo,
Sì com'egli è rotondo,
E tutta terra e mare,
E 'l foco sopra l'aire.
Ciò son quattro alimenti,
Che son sostenimenti
Di tutte le creature,
Secondo lor nature.
Or mi volsi di canto,
E vidi un bianco manto,
Così dalla finestra
Da una gran ginestra;
Ed i' guardai più fiso,
E vidi un bianco viso
Con una barba grande,
Che su 'l petto si spande;
Ond'i' m'assicurai
E 'nnanzi lui andai,
E feci uno saluto;
E fui ben ricevuto.
Ed i' presi baldanza,
E con dolce accontanza
Li domandai del nome;
E chi egli era, e come
Si stava sì soletto
Senza niun ricetto.
E tanto 'l domandai
. . . . . . . . .
Colà dove fue nato
Fu Tolomeo chiamato,
Mastro di strolomia,
E di filosofia:
Ed a Dio è piaciuto
Che sia tanto vivuto.
Qual che sia la cagione,
Io 'l misi a ragione
Di que' quattro alimenti;
E de' lor fondamenti;
E come son formati,
Ed insieme legati,
Ed ei con bella risa
Rispose in questa guisa.
XXX.[5]
Forse lo spron ti move
Che discritte ti prove
Di far difesa e scudo.
. . . . . . . . .
. . . . . . . . .
Ma sei del tutto sicuro,
Che tue difensione
. . . . . . . . .
E fallati drittura.
Una propria natura
Ha dritta benvoglienza;
Che riceve increscenza
D'amare ogne fiata,
E lunga dimorata:
Nè paese lontano
Di monte nè di piano
non mette oscuritade,
In verace amistade.
Dunqua pecca e disvia
Chi buon amico oblia.
E tra li buoni amici
Sono li dritti offici
Volere e non volere:
Ciascun è da tenere
Quello che l'altro vuole
In fatto ed in parole.
Quest'amistà è certa.
Ma della sua coverta
Va alcuno ammantato,
Come rame 'ndorato.
Così in molte guise
Son l'amistà divise,
Perchè la gente invizia
La verace amicizia.
S'amico ch'è maggiore
Vuol esser a tutt'ore
Per te come leone;
Amor bassa e dispone;
Perchè in fina amanza
Non cape maggioranza.
Dunque riceve 'nganno
Non certo sanza danno
Amico (ciò mi pare)
Ch'è di minor affare,
Ch'ama veracemente
E serve lungamente:
Donde si membra rado
Quelli, ch'è 'n alto grado.
Ben sono amici tali,
Che saettano strali;
E danno grande lode
Quando l'amico l'ode:
Ma null'altro piacere
Si può di loro avere.
Così fa l'usignuolo,
Che serve al verso solo:
Ma già d'altro mistero
Sai che non vale guero.
XXXI.
In amici i' m'abbatto,
Che m'amon pur a patto;
E serve buonamente,
Se vede apertamente,
Com'i' riserva lui
D'altrettanto o di pui.
Altrettal ti ridico
Dello ritroso amico,
Che dalla 'ncomincianza
Mostra grand'abbondanza;
Po' a poco a poco allenta,
Tanto ch'anneenta;
E di detto e di fatto
Già non osserva patto.
Così ha posto cura
Ch'amico di ventura,
Come rota si gira,
Che lo pur guarda e mira
Come ventura corre.
E se mi vede porre
In glorioso stato,
Servemi di buon grato:
Ma se cado 'n angosce
Già non mi riconosce.
Così face l'augello,
Ch'al tempo dolce e bello
Con noi gaio dimora;
E canta a ciascun'ora:
Ma quando vien la ghiaccia,
Che par che non li piaccia,
Da noi fugge e diparte.
Ond'io ne prendo un'arte,
Che come la fornace
Prova l'oro verace,
E la nave lo mare;
Così le cose amare
Mostrami veramente
Chi ama lealmente.
Certo l'amico avaro
È com' lo giocolaro;
Mi loda grandemente,
Quando di me ben sente:
Ma quando non li dono
Portami laido suono.
Questi davante m'unge,
E di dietro mi punge:
E come l'ape, in seno
Mi dà mele e veleno.
E l'amico di vetro
L'amor gitta di dietro
Per poco offendimento;
E pur per pensamento
E' rompe e parte tutto,
Come lo vetro rotto.
Ma l'amico di ferro
Mai non dice diserro,
In fin che può trapare;
Ma e' non vorria dare
Di molt'erbe una cima:
Natura della lima.
Ma l'amico di fatto
È teco ad ogne patto;
E persona ed avere
Può tutto tuo tenere;
E nel bene e nel male
Lo troverai leale.
E se fallir ti vede
Unque non si ne ride:
Ma te spesso riprende
E d'altrui ti difende.
Se fai cosa valente,
La spande fra la gente;
E 'l tuo pregio raddoppia;
Cotal'è buona coppia.
E amico di parole
Mi serve quanto vuole;
E non ha fermamento,
Se non come lo vento.
XXXII.
Ora ch'i' penso e dico,
A te mi torno, amico
Rustico di Filippo,
Di cui faccio mio cippo.
Se teco mi ragiono,
Non ti chero perdono:
Che non credo potere
A te mai dispiacere.
Che la gran canoscenza,
Che 'n te fa risidenza
Fermata a lunga usanza,
Mi dona sicuranza;
Com'i' ti possa dire
Per detto proferire:
E ciò che scritto mando
È cagione e dimando
Che ti piaccia dittare,
E me scritto mandare
Del tuo trovato adesso,
Che 'l buon Palamidesso
Dice, ed hol creduto
. . . . . . . . .
* che se in cima
. . . . . . . . .
Ond'io me n'allegrai.
Qui ti saluto omai;
E quel tuo di Latino
Tien per amico fino
A tutte le carate,
Che voi oro pesate.
Fine del Tesoretto.